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2023-05-08
Scienziati, intellettuali, istituzioni. Ecco chi vuole sdoganare i pedofili
Una immagine dalla serie Netflix Cuties, accusata di sessualizzare in modo pericoloso il corpo dei bambini
L’idea che un orrore come la pedofilia possa esser normalizzato è scioccante. Eppure sono decenni che, sotterraneamente, si rema in questa direzione. Un primo segnale in tal senso proviene dai cosiddetti rapporti Kinsey, due volumi intitolati Il comportamento sessuale dell’uomo e Il comportamento sessuale della donna, pubblicati rispettivamente nel 1948 e nel 1953 negli Stati Uniti dal controverso scienziato Alfred Charles Kinsey. Ebbene, nel suo primo rapporto Kinsey descrive i comportamenti di centinaia di bambini da quattro mesi a quattordici anni vittime di pedofili; una descrizione realizzata in qualche caso filmando e contando il numero di «orgasmi» e cronometrando gli intervalli tra un «orgasmo» e l’altro.
Nel secondo rapporto realizzato da Kinsey e collaboratori si trova poi un paragrafo sconvolgente, intitolato «Contatti nell’età prepubere con maschi adulti», contenente un vero e proprio sdoganamento della violenza pedofila. «Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione», sono infatti le conclusioni redatte, «non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi (contatti sessuali con maschi adulti, ndr) la turberebbero». Interpellato sul perché si siano studiati i pedofili senza denunciarli, Paul Gebhard, collaboratore di Kinsey e futuro direttore dell’omonimo istituto, dirà che «non avrebbe potuto esserci nessuna ricerca se li avessero arrestati». Come dire: in nome della scienza, ben vengano pure i mostri. Ma andiamo avanti perché quegli studi, pur sconvolgenti, non furono che il principio di un iter che ha avuto un seguito. Poi è infatti venuta l’onda lunga del ’68 e della liberazione sessuale.
Si pensi a quando, sul quotidiano francese Libération del 5-6 novembre 1978, accanto all’immagine di una fellatio praticata da un ragazzino a un adulto, comparve un titolo raggelante: «Apprenons l’amour à nos enfants», «Insegniamo l’amore ai nostri bambini». Prima ancora, nel maggio 1977, Libération annunciava compiaciuto la nascita del Flip, acronimo che sta per Front de libération des pédophiles, realtà espressamente volta alla promozione della pedofilia. Il gennaio di quell’anno il quotidiano francese Le Monde aveva inoltre pubblicato una petizione per abbassare la maggiore età sessuale ai dodicenni, una sorta di legittimazione ideologica alla pedofilia adolescenziale, con l’appoggio di intellettuali del calibro di Louis Aragon, Roland Barthes, Louis Althusser, Gilles Deleuze e Françoise Dolto, pioniera della psicologia infantile.
Il processo di normalizzazione degli abusi sui minori è continuato nel 1998 sulla rivista Psychological Bulletin dove uno studio di Bruce Rind, Philip Tromovitch e Robert Bauserman ha ridefinito l’«abuso sessuale sui bambini», affermando che «le esperienze sofferte da bambini, sia maschi sia femmine, che hanno subito abusi sessuali sembrano abbastanza moderate». Nel 2013, sul Dsm-5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’associazione degli psichiatri americani (Apa), si è scritto che «il desiderio sessuale verso i bambini è un orientamento», dopo che dieci anni prima, sul Dsm-4, la pedofilia era già stata declassata da «malattia» a «disordine».
Non ci sono però solo discutibili pubblicazioni scientifiche, a spingere per l’accettazione della pedofilia. Un ruolo lo ha la stessa politica. Basti pensare a quanto riportato il 31 maggio 2006 dal Corriere della Sera, che dava la notizia della nascita, in Olanda, di Nvd, «il partito dei pedofili». Più recentemente, ma sempre in Olanda, ha fatto parlar di sé una dichiarazione dei Jonge democraten, letteralmente i Giovani democratici, l’ala giovanile «indipendente» dei Democraten 66 (D66), forza politica social-liberale olandese che fa parte della coalizione di quattro partiti che sostiene la premiership di Mark Rutte. Si tratta di un verbale interno secondo cui «pedofilia è un orientamento sessuale con cui si nasce» e «nelle scuole secondarie dovrebbe essere impartita un’istruzione sulla pedofilia come orientamento sessuale».
Come se non bastasse, anche le Nazioni Unite hanno da poco varato un documento quanto meno ambiguo rispetto al tema in parola. Si tratta degli 8 March principles, testo contenente 21 «principi» elaborato dal Comitato internazionale dei giuristi (Icj) con l’Unaids e l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani (Ohchr). Ebbene, il principio 16 afferma che «la condotta sessuale che coinvolge persone al di sotto dell’età minima di consenso al sesso prescritta a livello nazionale può essere di fatto consensuale, se non prevista dalla legge» e che «le persone di età inferiore ai 18 anni possono prendere decisioni in merito a comportamenti sessuali consensuali e hanno il diritto di essere ascoltate nelle questioni che le riguardano […] tenendo in debito conto della loro età, la loro maturità e il loro migliore interesse».
Come si può vedere, il cavallo di Troia attraverso cui si intende sdoganare i rapporti tra adulti e minori è quello del consenso. Se c’è il consenso, a quanto pare, tutto cambia e non si potrebbe più parlare di pedofilia né di pederastia. E di cosa? Secondo Rachel Hope Cleves, docente all’Università di Victoria, sarebbe auspicale iniziare a parlare di «sesso intergenerazionale». La tesi della Cloves è che pedofilia sia «un termine controverso perché, con gli standard del nostro tempo, non vediamo alcuna possibilità per il sesso tra adulti e bambini, lo vediamo come uno stupro, non nel quadro del sesso e della sessualità». Smettetela di parlare di pedofilia, è l’invito, e il problema non ci sarà più. È il marketing dell’orrore, bellezza.
«Sono ormai 30 anni che provano a banalizzare gli orchi»
Il tentativo in atto di sdoganare la pedofilia potrà sorprendere molti. Di certo però non coglie di sorpresa don Fortunato Di Noto, classe 1963, sacerdote fondatore dell’associazione Meter, realtà fondata nel 1989 e, da allora, in prima linea nella lotta contro la pedofilia e la tutela dell’infanzia in Italia e nel mondo. Nella prefazione all’ultimo report di Meter, questo prete siciliano è stato netto nel denunciare che, ormai, «non è possibile quantificare l’ingente mole di materiale pedopornografico che naviga nella rete Internet, così come non è possibile arrestare un fenomeno che avanza». Ciò nonostante, Meter e il suo fondatore non solo non si arrendono, ma restano in prima linea. In decenni di attività hanno segnalato alle autorità oltre 30 milioni d’immagini pedopornografiche, incluse situazioni di orrore indicibile, quali quelle degli stupri sui neonati e delle «pedomame», vale a dire gli abusi di donne, madri, ai danni di un minore. «Solo lo scorso anno ne abbiamo denunciate 2.692», spiega il sacerdote, che La Verità ha avvicinato.
Don Di Noto, come Meter intercettate un tentativo di sdoganamento della pedofilia?
«Innanzitutto, è da 30 anni che non solo intercettiamo questi tentativi, ma ne abbiamo più volte denunciati. Quindi non è che è un fatto nuovo. Si modifica, diciamo il messaggio, magari si attenua, ma di fatto ormai è quasi palese il tentativo continuato e spesso ripetuto, sostenuto ed evidente on line dello sdoganamento della pedofilia».
Come avviene?
«Basta andare nei portali che contengono migliaia link e siti dove si promuove questo sdoganamento, questa normalizzazione della pedofilia come - non lo dice don Di Noto, lo dicono loro -, “orientamento sessuale”. Sono a tal riguardo infinite le segnalazioni che sono state fatte anche alla polizia postale perché, lo sappiamo tutti, l’istigazione a pratiche di pedofilia è un reato in Italia e non solo in Italia, con la Convenzione di Lanzarote. Non è finita».
Prego.
«Impunemente, celebrano ancora oggi, sia pure in maniera diversa, la giornata dell’orgoglio pedofilo. Bisogna dirlo chiaro. Poi ci sono gruppetti e gruppettini e movimenti pro pedofilia. Oggi, tra l’altro, non vogliono più essere chiamate pedofili bensì “persone attratte da minori”, cambiando la terminologia. I pedofili poi dichiarano pubblicamente, rivolgendosi anche alla stampa: “Ma in fondo noi che male facciamo ai bambini?”».
Cercano così di accreditarsi come innocui?
«Sì, ma noi in 30 anni abbiamo denunciato il fronte di liberazione pedofilo, abbiamo denunciato una marea di movimenti - quello olandese ma anche molti altri -, e continuiamo a monitorare la realtà, che è sempre in evoluzione. Sa qual è il problema?».
Quale?
«Non c’è la stessa reazione sociale quando si dice che “i bambini non si toccano”».
L’orrore della pedopornografia è in espansione?
«Lo è in modo “inquantificabile”, come scriviamo nel nostro report. Il fatto è che il fenomeno è in evoluzione e richiede un cambio di prospettiva da parte nostra, andando oltre la logica del singolo. Come ha ben detto il dottor Ivano Gabrielli, direttore nazionale della Polizia postale italiana, alla presentazione del nostro ultimo report, “non parliamo soltanto di aggressioni singole, ma di forme di criminalità organizzata che lucrano sullo sfruttamento dei minori, e lì vanno colpite. E vanno colpite a livello internazionale perché parliamo di organizzazioni criminali che hanno spessore internazionale”. Non c’è tempo da perdere, aggiungo, perché sulla pedopornografia stanno lucrando a non finire».
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In principio furono i rapporti Kinsey, poi vennero le grandi firme sessantottine e ora persino partiti politici. La tendenza a minimizzare, o addirittura a legittimare, il sesso con i minori si fa strada in modo pericoloso.Parla don Fortunato Di Noto, il sacerdote fondatore dell’associazione Meter: «Fenomeno in aumento, dietro ci sono gruppi criminali».Lo speciale contiene due articoli.L’idea che un orrore come la pedofilia possa esser normalizzato è scioccante. Eppure sono decenni che, sotterraneamente, si rema in questa direzione. Un primo segnale in tal senso proviene dai cosiddetti rapporti Kinsey, due volumi intitolati Il comportamento sessuale dell’uomo e Il comportamento sessuale della donna, pubblicati rispettivamente nel 1948 e nel 1953 negli Stati Uniti dal controverso scienziato Alfred Charles Kinsey. Ebbene, nel suo primo rapporto Kinsey descrive i comportamenti di centinaia di bambini da quattro mesi a quattordici anni vittime di pedofili; una descrizione realizzata in qualche caso filmando e contando il numero di «orgasmi» e cronometrando gli intervalli tra un «orgasmo» e l’altro.Nel secondo rapporto realizzato da Kinsey e collaboratori si trova poi un paragrafo sconvolgente, intitolato «Contatti nell’età prepubere con maschi adulti», contenente un vero e proprio sdoganamento della violenza pedofila. «Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione», sono infatti le conclusioni redatte, «non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi (contatti sessuali con maschi adulti, ndr) la turberebbero». Interpellato sul perché si siano studiati i pedofili senza denunciarli, Paul Gebhard, collaboratore di Kinsey e futuro direttore dell’omonimo istituto, dirà che «non avrebbe potuto esserci nessuna ricerca se li avessero arrestati». Come dire: in nome della scienza, ben vengano pure i mostri. Ma andiamo avanti perché quegli studi, pur sconvolgenti, non furono che il principio di un iter che ha avuto un seguito. Poi è infatti venuta l’onda lunga del ’68 e della liberazione sessuale. Si pensi a quando, sul quotidiano francese Libération del 5-6 novembre 1978, accanto all’immagine di una fellatio praticata da un ragazzino a un adulto, comparve un titolo raggelante: «Apprenons l’amour à nos enfants», «Insegniamo l’amore ai nostri bambini». Prima ancora, nel maggio 1977, Libération annunciava compiaciuto la nascita del Flip, acronimo che sta per Front de libération des pédophiles, realtà espressamente volta alla promozione della pedofilia. Il gennaio di quell’anno il quotidiano francese Le Monde aveva inoltre pubblicato una petizione per abbassare la maggiore età sessuale ai dodicenni, una sorta di legittimazione ideologica alla pedofilia adolescenziale, con l’appoggio di intellettuali del calibro di Louis Aragon, Roland Barthes, Louis Althusser, Gilles Deleuze e Françoise Dolto, pioniera della psicologia infantile. Il processo di normalizzazione degli abusi sui minori è continuato nel 1998 sulla rivista Psychological Bulletin dove uno studio di Bruce Rind, Philip Tromovitch e Robert Bauserman ha ridefinito l’«abuso sessuale sui bambini», affermando che «le esperienze sofferte da bambini, sia maschi sia femmine, che hanno subito abusi sessuali sembrano abbastanza moderate». Nel 2013, sul Dsm-5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’associazione degli psichiatri americani (Apa), si è scritto che «il desiderio sessuale verso i bambini è un orientamento», dopo che dieci anni prima, sul Dsm-4, la pedofilia era già stata declassata da «malattia» a «disordine».Non ci sono però solo discutibili pubblicazioni scientifiche, a spingere per l’accettazione della pedofilia. Un ruolo lo ha la stessa politica. Basti pensare a quanto riportato il 31 maggio 2006 dal Corriere della Sera, che dava la notizia della nascita, in Olanda, di Nvd, «il partito dei pedofili». Più recentemente, ma sempre in Olanda, ha fatto parlar di sé una dichiarazione dei Jonge democraten, letteralmente i Giovani democratici, l’ala giovanile «indipendente» dei Democraten 66 (D66), forza politica social-liberale olandese che fa parte della coalizione di quattro partiti che sostiene la premiership di Mark Rutte. Si tratta di un verbale interno secondo cui «pedofilia è un orientamento sessuale con cui si nasce» e «nelle scuole secondarie dovrebbe essere impartita un’istruzione sulla pedofilia come orientamento sessuale».Come se non bastasse, anche le Nazioni Unite hanno da poco varato un documento quanto meno ambiguo rispetto al tema in parola. Si tratta degli 8 March principles, testo contenente 21 «principi» elaborato dal Comitato internazionale dei giuristi (Icj) con l’Unaids e l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani (Ohchr). Ebbene, il principio 16 afferma che «la condotta sessuale che coinvolge persone al di sotto dell’età minima di consenso al sesso prescritta a livello nazionale può essere di fatto consensuale, se non prevista dalla legge» e che «le persone di età inferiore ai 18 anni possono prendere decisioni in merito a comportamenti sessuali consensuali e hanno il diritto di essere ascoltate nelle questioni che le riguardano […] tenendo in debito conto della loro età, la loro maturità e il loro migliore interesse». Come si può vedere, il cavallo di Troia attraverso cui si intende sdoganare i rapporti tra adulti e minori è quello del consenso. Se c’è il consenso, a quanto pare, tutto cambia e non si potrebbe più parlare di pedofilia né di pederastia. E di cosa? Secondo Rachel Hope Cleves, docente all’Università di Victoria, sarebbe auspicale iniziare a parlare di «sesso intergenerazionale». La tesi della Cloves è che pedofilia sia «un termine controverso perché, con gli standard del nostro tempo, non vediamo alcuna possibilità per il sesso tra adulti e bambini, lo vediamo come uno stupro, non nel quadro del sesso e della sessualità». Smettetela di parlare di pedofilia, è l’invito, e il problema non ci sarà più. È il marketing dell’orrore, bellezza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scienziati-intellettuali-istituzioni-sdoganare-pedofili-2659976082.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sono-ormai-30-anni-che-provano-a-banalizzare-gli-orchi" data-post-id="2659976082" data-published-at="1683474486" data-use-pagination="False"> «Sono ormai 30 anni che provano a banalizzare gli orchi» Il tentativo in atto di sdoganare la pedofilia potrà sorprendere molti. Di certo però non coglie di sorpresa don Fortunato Di Noto, classe 1963, sacerdote fondatore dell’associazione Meter, realtà fondata nel 1989 e, da allora, in prima linea nella lotta contro la pedofilia e la tutela dell’infanzia in Italia e nel mondo. Nella prefazione all’ultimo report di Meter, questo prete siciliano è stato netto nel denunciare che, ormai, «non è possibile quantificare l’ingente mole di materiale pedopornografico che naviga nella rete Internet, così come non è possibile arrestare un fenomeno che avanza». Ciò nonostante, Meter e il suo fondatore non solo non si arrendono, ma restano in prima linea. In decenni di attività hanno segnalato alle autorità oltre 30 milioni d’immagini pedopornografiche, incluse situazioni di orrore indicibile, quali quelle degli stupri sui neonati e delle «pedomame», vale a dire gli abusi di donne, madri, ai danni di un minore. «Solo lo scorso anno ne abbiamo denunciate 2.692», spiega il sacerdote, che La Verità ha avvicinato. Don Di Noto, come Meter intercettate un tentativo di sdoganamento della pedofilia? «Innanzitutto, è da 30 anni che non solo intercettiamo questi tentativi, ma ne abbiamo più volte denunciati. Quindi non è che è un fatto nuovo. Si modifica, diciamo il messaggio, magari si attenua, ma di fatto ormai è quasi palese il tentativo continuato e spesso ripetuto, sostenuto ed evidente on line dello sdoganamento della pedofilia». Come avviene? «Basta andare nei portali che contengono migliaia link e siti dove si promuove questo sdoganamento, questa normalizzazione della pedofilia come - non lo dice don Di Noto, lo dicono loro -, “orientamento sessuale”. Sono a tal riguardo infinite le segnalazioni che sono state fatte anche alla polizia postale perché, lo sappiamo tutti, l’istigazione a pratiche di pedofilia è un reato in Italia e non solo in Italia, con la Convenzione di Lanzarote. Non è finita». Prego. «Impunemente, celebrano ancora oggi, sia pure in maniera diversa, la giornata dell’orgoglio pedofilo. Bisogna dirlo chiaro. Poi ci sono gruppetti e gruppettini e movimenti pro pedofilia. Oggi, tra l’altro, non vogliono più essere chiamate pedofili bensì “persone attratte da minori”, cambiando la terminologia. I pedofili poi dichiarano pubblicamente, rivolgendosi anche alla stampa: “Ma in fondo noi che male facciamo ai bambini?”». Cercano così di accreditarsi come innocui? «Sì, ma noi in 30 anni abbiamo denunciato il fronte di liberazione pedofilo, abbiamo denunciato una marea di movimenti - quello olandese ma anche molti altri -, e continuiamo a monitorare la realtà, che è sempre in evoluzione. Sa qual è il problema?». Quale? «Non c’è la stessa reazione sociale quando si dice che “i bambini non si toccano”». L’orrore della pedopornografia è in espansione? «Lo è in modo “inquantificabile”, come scriviamo nel nostro report. Il fatto è che il fenomeno è in evoluzione e richiede un cambio di prospettiva da parte nostra, andando oltre la logica del singolo. Come ha ben detto il dottor Ivano Gabrielli, direttore nazionale della Polizia postale italiana, alla presentazione del nostro ultimo report, “non parliamo soltanto di aggressioni singole, ma di forme di criminalità organizzata che lucrano sullo sfruttamento dei minori, e lì vanno colpite. E vanno colpite a livello internazionale perché parliamo di organizzazioni criminali che hanno spessore internazionale”. Non c’è tempo da perdere, aggiungo, perché sulla pedopornografia stanno lucrando a non finire».
Il pm Fabio De Pasquale (Ansa)
Ecco, io non vorrei farmi indagare da un magistrato che ha collezionato ben due condanne, a otto mesi di carcere, per reati inerenti il suo lavoro. E invece nel magico mondo della magistratura italiana, quella che non vuole farsi riformare né giudicare, questo è ritenuto assolutamente normale. Scusate se scrivo per fatto personale, ma ieri ho ricevuto dalla procura di Milano un avviso di fine indagini a mio carico e fissazione dell’udienza preliminare. Da direttore de Il Giornale non avrei impedito la pubblicazione di una notizia del collega Felice Manti che raccontava di una denuncia della famiglia Borsellino su alcune vicende che riguardano l’allora procuratore di Palermo, Guido Lo Forte, e i veleni che circolavano in quella procura ai tempi di Falcone e Borsellino. Ma non è questo il punto.
Il punto è che l’inchiesta su di me, conclusa il 14 gennaio 2026, porta la firma del Pm Fabio De Pasquale, condannato per ben due volte, in primo e secondo grado, a otto mesi di reclusione per avere truccato uno dei più importanti processi che si sono celebrati recentemente in Italia, quello all’Eni che tanto danno ha provocato a quell’azienda e all’immagine dell’Italia, e che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli indagati «per non aver commesso il fatto». La domanda è semplice: come è possibile che a un pm condannato al carcere per un reato grave e infamante sia concesso di continuare a fare il suo mestiere, di indagare su chicchessia, di formulare accuse e chiedere processi?
Ecco, io non accetto di essere sottoposto ad esame da una persona del genere, neppure da una categoria, i magistrati, che tollerano tutto ciò. Non dico tanto, ma una «sospensione cautelare» in attesa della Cassazione - come accadrebbe in qualsiasi altra professione - sarebbe chiedere troppo? Non lo accetto da cittadino, non lo accetto da giornalista, non lo accetto neppure da portavoce del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia. Quella di De Pasquale - al quale non ho mai risparmiato dure critiche per il suo operato che a oggi ben due sentenze definiscono truffaldino - è una intimidazione inaccettabile, che guarda caso arriva a due anni distanza dai fatti e nel pieno della campagna referendaria. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa l’Associazione nazionale magistrati, che cosa ne pensa il Csm che si ostina a lasciarlo al suo posto, che cosa ne pensano i vari sostenitori del No alla riforma. Mi piacerebbe, ma so già che nulla accadrà perché De Pasquale ben li rappresenta. Rappresenta tutto ciò che la riforma della giustizia che andrà a referendum il 22 e 23 marzo vuole cambiare e che la casta dei magistrati vuole invece mantenere per continuare a spadroneggiare sul diritto.
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La sede dell'Eppo, la Procura europea (Ansa)
Giuseppe Capoccia, Procuratore di Lecce
Poi, come spesso accade, l’attesa è durata fino al 1989 quando fu varato il Codice Vassalli, frutto di una lunghissima gestazione: scomparve il giudice istruttore e si creò la Procura presso la Pretura. Ancora dieci anni dopo si introdusse in Costituzione il principio del giusto processo: «Ogni processo si svolge in contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale».
Cosa significava l’inserimento di quell’articolo in Costituzione? Che in precedenza i processi erano ontologicamente ingiusti? Che i Costituenti avevano pensato a un processo senza il giudice terzo? No di certo! L’articolo 111 testimoniava che la sensibilità della società era cambiata, si era evoluta, accresciuta, migliorata e, a un dato momento, è stato necessario introdurre innovazioni che meglio rispondessero a questa nuova esigenza sociale.
Ha forse l’articolo 111 della Costituzione risolto i problemi del processo penale? No, ma non è la Costituzione che risolve i problemi pratici della giustizia penale (al pari dei problemi della sanità). Ma certamente le norme costituzionali stabiliscono i principi e indicano la via di una evoluzione sulla quale, infatti, il legislatore ordinario si è incamminato (e ancora prosegue) nell’intento di riequilibrare le posizioni delle parti, di aumentare gli spazi per la difesa, soprattutto in tema di libertà personale e di tutela della riservatezza e dignità delle persone indagate. Percorso lungo e non sempre lineare che, però, se osservato con un minimo di sguardo storico, evidenzia una direzione ben precisa.
E la separazione delle carriere (non solo delle funzioni) è un passaggio decisivo per porre il giudice in una posizione di assoluta terzietà rispetto alle parti processuali.
Giudice e Pm fanno mestieri diversi e devono avere percorsi professionali distinti e separati a partire dalla selezione iniziale; un percorso formativo che educhi e raffini capacità differenti.
L’approccio alla realtà da parte del Pm è propositivo, coltivando curiosità e spirito di ricerca, capacità di dirigere la polizia giudiziaria (e di non farsi da quella dirigere), attitudine a considerare una strategia investigativa nella prospettiva del dibattimento. E poi occorre che sia sempre aggiornato sulle tecniche di investigazione, sui nuovi strumenti, sulle specializzazioni dei consulenti tecnici; deve anche essere appassionato a conoscere l’evoluzione dei fenomeni criminali. E soprattutto deve essere pronto e disponibile alla collaborazione con i colleghi dell’ufficio, con altre Procure e con gli organismi dell’Unione europea e degli altri Stati: oggi non si può concepire alcuna indagine che abbia un qualche rilievo e che non coinvolga nella fase del coordinamento investigativo la Procura nazionale antimafia o Eurojust. L’epoca del Pm solitario, geloso del suo fascicolo, è definitivamente tramontata; l’autonomia del magistrato si misura nella sua capacità di collaborare lealmente con altri uffici, condividendo informazioni e atti, agendo di comune accordo, calibrando i tempi e riconoscendo le legittime esigenze dei colleghi: su questi parametri si deve misurare adesso il Pm che voglia essere realmente autonomo, ma al contempo responsabile. L’idea che autonomia e indipendenza siano la monade in cui è racchiuso il singolo Pm è oggi piuttosto la caricatura del nostro ruolo. La Procura è un ufficio giudiziario in cui predomina il profilo della collaborazione, della condivisione, del lavoro in gruppo: il frequente riunirsi in assemblea generale o per gruppi specializzati evidenzia una attitudine ad affrontare insieme questioni e problemi e trovare soluzioni nella sintesi delle differenti posizioni individuali: e tutti sono sollecitati, in correttezza e lealtà, a convergere verso posizioni condivise.
Al Giudice queste caratteristiche e questo lavoro di sintesi non interessano! Anzi il Giudice deve agire in maniera esattamente opposta: seduto sul suo ideale scranno, attende le richieste del Pm (e della Difesa), le valuta nella loro oggettività in quel luogo sacro e inviolabile che è la camera di consiglio ed esprime il suo giudizio.
Mi soffermo soltanto sulla fase delle indagini preliminari, allorquando il Pm agisce con la tutela del segreto istruttorio, di tanto in tanto domandando al Giudice un’autorizzazione per un atto particolarmente invasivo o per una misura cautelare. Sia chiaro: le indagini devono essere segrete, altrimenti non sarebbero indagini. Ma proprio in ragione di questa caratteristica e della occasionalità del suo intervento, egli non è coinvolto nelle investigazioni, non conosce e non deve conoscere il percorso investigativo che conduce il Pm a quella richiesta da valutarsi nella sua pura oggettività: legittimità della richiesta e adeguatezza degli argomenti. Il Giudice non deve occuparsi di considerazioni complessive dell’indagine, del suo sviluppo, della sua razionalità: interviene soltanto per singoli, isolati atti di cui giudica legittimità e motivazione. Figura lontanissima dal vecchio giudice istruttore che (come dice il nome) istruiva il processo, accompagnato dal Pm, formando una coppia inseparabile. È giunto il tempo in cui questo legame indissolubile tra giudice e Pm sia sciolto perché il processo accusatorio è tutt’altra cosa da quello inquisitorio. Le indagini sono condotte in autonomia dal Pm con la polizia giudiziaria, richiedendo l’intervento del giudice per singoli, isolati atti. E la necessaria frequentazione processuale (spesso quotidiana) non deve essere alterata dalla colleganza: è necessario che sia presidiata dalla separatezza delle carriere scolpita in Costituzione.
D’altro canto, nel panorama europeo la più recente creazione di un ufficio del Pm è stato Eppo (European public prosecutor’s office) che svolge investigazioni sui fatti che offendono gli interessi finanziari dell’Unione: si tratta di un ufficio separato e distinto dai giudici nazionali davanti ai quali propone e sostiene l’accusa. Non ha nulla a che vedere con i giudici. Totale estraneità. È questo è il modello europeo di Pm: indipendente e autonomo da ogni altro potere. Separato dal Giudice.
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