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2024-03-25
Schiavi del porno
(IStock)
Il porno sbarca nel mainstream, anzi forse è il nuovo mainstream. Mai come adesso, in effetti, le star provenienti dal mondo a luci rosse godono di popolarità crescente. Se infatti decenni or sono, in Italia, le antesignane della normalizzazione del porno furono Moana Pozzi – la diva dell’eros entrata nel mito anche per la sua misteriosa e prematura morte – e Ilona Staller, in arte Cicciolina, approdata in Parlamento grazie ai Radicali, oggi il panorama è decisamente più ricco. Abbiamo Rocco Siffredi, cui Netflix ha dedicato la serie Supersex, Max Felicitas – al secolo Edoardo Barbares – che gira le scuole del Paese per dibattere di educazione sessuale, e naturalmente, Valentina Nappi, seguita su Instagram da quasi 5 milioni di persone, ben più di Giorgia Meloni e Elly Schlein messe assieme, che di follower ne hanno rispettivamente 2,6 milioni e 333.000.
Senza dimenticare, poi, quei pornodivi giovani o meno giovani, vecchi e nuovi – da Franco Trentalance a Milena Mastromarino, in arte Malena, lanciata peraltro proprio da Siffredi – che il grande pubblico, nel corso degli anni, ha avuto modo di conoscere o comunque ritrovare sui reality show. Non c’è dunque davvero dubbio sul fatto che non solo, come si diceva in apertura, il porno sia mainstream, ma anche che sia in atto un processo di normalizzazione dell’universo a luci rosse. Una sorta di sdoganamento su vasta scala che non può non destare preoccupazione, non tanto per ragioni morali – ormai poco spendibili, in tempi di relativismo etico –, quanto per motivi sociali ed educativi.
Sarebbe in effetti miope ignorare l’inquietante legame che la pornografia ha con la violenza, perfino con la più estrema: quella dei serial killer; tanto più che sono loro, gli assassini più spietati, a raccontare di questo legame. Ted Bundy, per esempio, uno dei più prolifici serial killer americani (almeno 30 vittime accertate), in un’intervista rilasciata al dottor James Dobson, uno psicologo, poco prima d’essere giustiziato disse: «Il mio percorso è cominciato all’età di 12 anni quando sono venuto a contatto per la prima volta con dei testi pornografici. Il tipo peggiore di pornografia esistente è quella che incita alla violenza sessuale. L’unione del sesso e violenza porta a un comportamento terribile da definire». Quando la polizia entrò in casa di John Wayne Gacy, il serial killer che amava vestirsi da clown – e ritenuto responsabile di 33 vittime –, trovò una quantità notevole di riviste porno. Venendo all’Italia, possiamo ricordare il caso di Gianfranco Stevanin, responsabile di almeno sei omicidi, il quale era solito girare con una valigetta con all’interno delle foto a luci rosse, incluse quelle da lui stesso scattate durante dei rapporti sessuali. Sarà un caso, ma pure il pluriomicida Cesare Battisti sembra coltivare interesse per l’hard, tanto che nel 1998, sul settimanale Amica, uscì un suo racconto erotico, Il sesso dell’insetto.
La connessione tra il mondo dei serial killer e il consumo di pornografia è tale da aver già attirato l’attenzione degli specialisti. Per esempio Eric W. Hickey, criminologo fornese e consulente per l’Fbi e per la polizia su casi di reati sessuali e omicidi seriali, in un libro in cui ha passato in rassegna le vite di oltre 400 serial killer ha confermato che alcuni criminali «ammettono l’uso occasionale e frequente di pornografia», in particolare di «materiale violento che riguarda la schiavizzazione e la tortura su donne e minori», contenuti utili a comprendere come la «gratificazione sessuale» di questi soggetti «raggiunga l’apice», con poi il «bisogno di passare a comportamenti» (Serial Murderers and Their Victims, 2016). Naturalmente, non si sta semplicisticamente insinuando che il porno sia una sorta di detonatore per gli omicidi seriali, ma certo – almeno nelle sui varianti più violente – può rafforzare quegli impulsi sadici propri dei killer più spietati.
L’aspetto più preoccupante della normalizzazione del porno non è però il suo legame con gli omicidi seriali, fenomeno fortunatamente raro, quanto invece la sua connessione con una realtà ben più diffusa: quella della violenza sessuale. Parliamo d’una connessione in questo caso assai documentata e che per prime, va detto, fu denunciata dalle femministe. Nel 1974 l’attivista Robin Morgan affermò che «la pornografia è la teoria, lo stupro è la pratica» e l’anno dopo la giornalista Susan Brownmiller scrisse che la pornografia «è pensata per disumanizzare le donne». Nel 1978 a San Francisco 5.000 donne protestarono contro quella che consideravano una industria dello sfruttamento sessuale e quello stesso anno, nel loro Pornography and sexual deviance, Michael J. Goldstein, Harold S. Kant e John J. Hartman constatarono come «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito».
Nel 2000 due sociologhe, Raquel Kennedy Bergen e Kathleen A. Bogle, pubblicarono uno studio sulla rivista Violence and victims, per realizzare il quale interpellarono un centinaio di vittime di violenze sessuali; le due accademiche, se da un lato scoprirono come la maggior parte delle vittime interpellate (58%) semplicemente ignorava se i carnefici facessero uso di materiale porno - ipotesi che non si può quindi escludere -, dall’altro rilevarono però come ben il 28% di esse aveva affermato che i loro abusatori utilizzavano tale materiale e il 12% aveva persino riconosciuto l’imitazione del porno nella violenza.
Più recentemente, nel 2016, sul Journal of Communication è uscita una metanalisi che, a partire da 22 studi realizzati in 7 diversi Paesi, ha riscontrato come i soggetti che consumano materiale pornografico più frequentemente abbiano maggiori probabilità di mantenere atteggiamenti favorevoli all’aggressione sessuale e di impegnarsi in atti reali di aggressione sessuale. Nel giugno 2023, tre studiosi spagnoli - Gemma Mestre-Bach, Alejandro Villena-Moya e Carlos Chiclana-Actis – hanno pubblicato su Trauma violence & abuse un lavoro nel quale, pur mantenendo un atteggiamento di prudenza dettato dall’«eterogeneità delle metodologie e delle concettualizzazioni», hanno rilevato che «numerosi studi longitudinali e trasversali hanno suggerito un’associazione tra pornografia e violenza».
Oltre a quello con la violenza concretamente agita, il porno ha un legame pure con la mentalità sessista. Uno studio su un campione di oltre 300 persone di età compresa tra i 17 e i 54 anni ha riscontro che, quanto più si è giovani quando si inizia a fare uso di materiale pornografico, maggiore sarà il consumo in età adulta. Non solo: con questa indagine – intitolata Age and experience of first exposure to pornography: relations to masculine norms (2017) – si è anche visto come chi aveva iniziato a guardare pellicole a luci rosse da ragazzino avesse sviluppato, nel tempo, atteggiamenti più maschilisti e irrispettosi della dignità della donna.
Ora, se una così robusta serie di riscontri empirici evidenzia come il porno possa davvero essere un cattivo maestro – e lo sia soprattutto a danno della dignità femminile -, come mai se ne parla raramente? Perché il femminismo oggi prevalente se la piglia col patriarcato immaginario anziché con quello cinematografico? Forse perché, se lo facesse, dovrebbe inevitabilmente anche riconoscere i frutti amari dell’osannata rivoluzione dei costumi? È un dubbio che sorge spontaneo. E che è davvero difficile farsi passare.
Morra: «Insegno a uscire dalla dipendenza ma dalle femministe ho poco sostegno»
Vuoi per mancanza d’interesse vuoi per timore di scontrarsi coi pregiudizi, pochi hanno il coraggio di denunciare i pericoli del porno; tra questi, in Italia troviamo Antonio Morra, classe 1983, giornalista e autore del libro Porno Tossina (Verso la Meta), a lungo ai primi posti nella categoria «dipendenze» su Amazon. La Verità lo ha avvicinato.
Morra, quando ha iniziato la sua battaglia contro il porno?
«La mia lotta contro la dipendenza dal porno ha preso il via 15 anni fa. Per oltre un decennio, ho affrontato personalmente quest’ardua battaglia contro un avversario imponente. Successivamente, dopo aver goduto di un periodo di “libertà” per alcuni anni, ho percepito profondamente sia il bisogno che la chiamata a condividere il mio percorso e le mie esperienze con altri. Osservando la realtà attorno a me, ho rilevato una pressante esigenza: numerose persone richiedevano sostegno, trovandosi prigioniere delle grinfie di questa dipendenza».
C’è un nesso tra il consumo del materiale hot e la violenza sessuale?
«Non è un mistero che gran parte del contenuto pornografico presenti elementi di violenza, eppure molti sottovalutano l'impatto che questi messaggi possono avere sul comportamento umano. All’interno di questo universo, gli individui, specialmente le donne, sono spesso oggetto di disprezzo, costrizione fisica, abusi verbali e fisici; influenzando profondamente le norme sociali e il comportamento individuale».
Esistono studi in tal senso?
«Una ricerca condotta alcuni anni fa su 50 fra i film pornografici più visualizzati ha rivelato che l’88% delle 304 scene esaminate includeva atti di violenza fisica, mentre il 49% presentava forme di aggressione verbale. La prevalenza di violenza rappresentata è allarmante, ma è altrettanto perturbante osservare la rappresentazione delle vittime. Nello specifico studio, il 95% delle vittime, quasi esclusivamente donne, appariva indifferente o persino compiaciuto di fronte all'abuso. Ciò pone un assurdo contrasto con la realtà vissuta da chiunque abbia interagito con una vittima di abuso. Va notato che - benché non tutto il materiale pornografico includa esplicitamente violenza fisica - anche i contenuti apparentemente innocui possono avere effetti nocivi sui consumatori. La ripetizione di scene che ritraggono sottomissione e deumanizzazione può normalizzare questi comportamenti agli occhi degli spettatori, gettando le basi per relazioni basate su dinamiche di potere malsane e sull’accettazione graduale di abusi fisici e verbali, in particolar modo contro le donne».
Dal mondo femminista ha avuto appoggi? I contenuti contro cui lei si spende, diceva, danno spesso una immagine umiliante della donna.
«Riceviamo il 90% del nostro sostegno da chiese, parrocchie, enti dedicati alla protezione dell’infanzia e associazioni di genitori. Abbiamo stabilito pochi contatti con il mondo femminista. È emerso che, in determinati contesti, la pornografia viene considerata come uno strumento di empowerment femminile. Tuttavia, la pornografia tende a fomentare il narcisismo individuale, inducendo milioni di persone a oggettivare i corpi altrui».
Perché si fatica a parlare del lato oscuro del porno? Per non disturbarne la florida industria?
«Esistono molteplici ragioni per cui, nonostante la sua ubiquità nella società, il tema della pornografia rimane tabù per molti. Alcuni la considerano semplicemente come un intrattenimento per adulti, privo di conseguenze dannose. L’industria pornografica - che genera enormi profitti -, negli anni ha cercato di migliorare la propria immagine attraverso l’assunzione di professionisti che, manipolando dati scientifici, tentano di convincere il pubblico che “tutto va bene”».
C’è qualcuno che si oppone?
«Negli ultimi anni sono emersi diversi movimenti che hanno portato alla luce il lato oscuro dell’industria. In particolare, Trafficking Hub ha giocato un ruolo chiave nel denunciare le pratiche criminali di uno dei più grandi siti pornografici a livello mondiale».
Gli smartphone stanno facilitando la diffusione della «tossina», per dirla col titolo del suo libro, tra i giovani?
«Lo smartphone consente un accesso istantaneo e discreto alla pornografia: bastano pochi tocchi sullo schermo per esplorare milioni di video e altrettanti per eliminare ogni traccia della propria attività. Per chi lotta contro dipendenze e abitudini radicate, il cellulare diventa una fonte inesauribile di contenuti, disponibili in ogni momento e luogo. Il problema si estende significativamente anche ai minori. In Italia, solamente una famiglia su tre adotta misure di controllo parentale sui dispositivi elettronici dei figli, mostrando una preoccupazione limitata per la loro sicurezza online».
Da ex pornodipendente, che consigli darebbe a chi volesse liberarsi da questa dipendenza?
«Ecco tre consigli fondamentali per chi desidera affrontare la dipendenza dalla pornografia. Primo, cercare supporto: è cruciale non affrontare la lotta in solitudine. Rompere il silenzio e condividere il proprio percorso con qualcuno di fiducia, che sia un amico o un consulente, rappresenta un passo fondamentale. Secondo, è vitale impostare sui dispositivi dei filtri per bloccare l’accesso a contenuti pornografici. Questo aiuta a interrompere l’esposizione diretta, creando uno spazio per affrontare e risolvere le cause sottostanti della dipendenza. Terzo, indagare le cause profonde: la pornografia spesso funge da meccanismo di fuga da dolori o problemi non risolti. È fondamentale esplorare e comprendere le radici del problema, che possono essere legate a traumi passati, bassa autostima, solitudine o altri fattori».
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Il legame tra video hot e violenza sulle donne è attestato. Eppure si continua ad accusare la famiglia tradizionale. Così le star a luci rosse sono sempre più popolari, tanto da insegnare nelle scuole.Lo scrittore Antonio Morra: «Per certe attiviste trattare i corpi come oggetti è una forma di emancipazione. Tre consigli per “disintossicarsi”».Lo speciale contiene due articoli.Il porno sbarca nel mainstream, anzi forse è il nuovo mainstream. Mai come adesso, in effetti, le star provenienti dal mondo a luci rosse godono di popolarità crescente. Se infatti decenni or sono, in Italia, le antesignane della normalizzazione del porno furono Moana Pozzi – la diva dell’eros entrata nel mito anche per la sua misteriosa e prematura morte – e Ilona Staller, in arte Cicciolina, approdata in Parlamento grazie ai Radicali, oggi il panorama è decisamente più ricco. Abbiamo Rocco Siffredi, cui Netflix ha dedicato la serie Supersex, Max Felicitas – al secolo Edoardo Barbares – che gira le scuole del Paese per dibattere di educazione sessuale, e naturalmente, Valentina Nappi, seguita su Instagram da quasi 5 milioni di persone, ben più di Giorgia Meloni e Elly Schlein messe assieme, che di follower ne hanno rispettivamente 2,6 milioni e 333.000.Senza dimenticare, poi, quei pornodivi giovani o meno giovani, vecchi e nuovi – da Franco Trentalance a Milena Mastromarino, in arte Malena, lanciata peraltro proprio da Siffredi – che il grande pubblico, nel corso degli anni, ha avuto modo di conoscere o comunque ritrovare sui reality show. Non c’è dunque davvero dubbio sul fatto che non solo, come si diceva in apertura, il porno sia mainstream, ma anche che sia in atto un processo di normalizzazione dell’universo a luci rosse. Una sorta di sdoganamento su vasta scala che non può non destare preoccupazione, non tanto per ragioni morali – ormai poco spendibili, in tempi di relativismo etico –, quanto per motivi sociali ed educativi. Sarebbe in effetti miope ignorare l’inquietante legame che la pornografia ha con la violenza, perfino con la più estrema: quella dei serial killer; tanto più che sono loro, gli assassini più spietati, a raccontare di questo legame. Ted Bundy, per esempio, uno dei più prolifici serial killer americani (almeno 30 vittime accertate), in un’intervista rilasciata al dottor James Dobson, uno psicologo, poco prima d’essere giustiziato disse: «Il mio percorso è cominciato all’età di 12 anni quando sono venuto a contatto per la prima volta con dei testi pornografici. Il tipo peggiore di pornografia esistente è quella che incita alla violenza sessuale. L’unione del sesso e violenza porta a un comportamento terribile da definire». Quando la polizia entrò in casa di John Wayne Gacy, il serial killer che amava vestirsi da clown – e ritenuto responsabile di 33 vittime –, trovò una quantità notevole di riviste porno. Venendo all’Italia, possiamo ricordare il caso di Gianfranco Stevanin, responsabile di almeno sei omicidi, il quale era solito girare con una valigetta con all’interno delle foto a luci rosse, incluse quelle da lui stesso scattate durante dei rapporti sessuali. Sarà un caso, ma pure il pluriomicida Cesare Battisti sembra coltivare interesse per l’hard, tanto che nel 1998, sul settimanale Amica, uscì un suo racconto erotico, Il sesso dell’insetto. La connessione tra il mondo dei serial killer e il consumo di pornografia è tale da aver già attirato l’attenzione degli specialisti. Per esempio Eric W. Hickey, criminologo fornese e consulente per l’Fbi e per la polizia su casi di reati sessuali e omicidi seriali, in un libro in cui ha passato in rassegna le vite di oltre 400 serial killer ha confermato che alcuni criminali «ammettono l’uso occasionale e frequente di pornografia», in particolare di «materiale violento che riguarda la schiavizzazione e la tortura su donne e minori», contenuti utili a comprendere come la «gratificazione sessuale» di questi soggetti «raggiunga l’apice», con poi il «bisogno di passare a comportamenti» (Serial Murderers and Their Victims, 2016). Naturalmente, non si sta semplicisticamente insinuando che il porno sia una sorta di detonatore per gli omicidi seriali, ma certo – almeno nelle sui varianti più violente – può rafforzare quegli impulsi sadici propri dei killer più spietati. L’aspetto più preoccupante della normalizzazione del porno non è però il suo legame con gli omicidi seriali, fenomeno fortunatamente raro, quanto invece la sua connessione con una realtà ben più diffusa: quella della violenza sessuale. Parliamo d’una connessione in questo caso assai documentata e che per prime, va detto, fu denunciata dalle femministe. Nel 1974 l’attivista Robin Morgan affermò che «la pornografia è la teoria, lo stupro è la pratica» e l’anno dopo la giornalista Susan Brownmiller scrisse che la pornografia «è pensata per disumanizzare le donne». Nel 1978 a San Francisco 5.000 donne protestarono contro quella che consideravano una industria dello sfruttamento sessuale e quello stesso anno, nel loro Pornography and sexual deviance, Michael J. Goldstein, Harold S. Kant e John J. Hartman constatarono come «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito». Nel 2000 due sociologhe, Raquel Kennedy Bergen e Kathleen A. Bogle, pubblicarono uno studio sulla rivista Violence and victims, per realizzare il quale interpellarono un centinaio di vittime di violenze sessuali; le due accademiche, se da un lato scoprirono come la maggior parte delle vittime interpellate (58%) semplicemente ignorava se i carnefici facessero uso di materiale porno - ipotesi che non si può quindi escludere -, dall’altro rilevarono però come ben il 28% di esse aveva affermato che i loro abusatori utilizzavano tale materiale e il 12% aveva persino riconosciuto l’imitazione del porno nella violenza. Più recentemente, nel 2016, sul Journal of Communication è uscita una metanalisi che, a partire da 22 studi realizzati in 7 diversi Paesi, ha riscontrato come i soggetti che consumano materiale pornografico più frequentemente abbiano maggiori probabilità di mantenere atteggiamenti favorevoli all’aggressione sessuale e di impegnarsi in atti reali di aggressione sessuale. Nel giugno 2023, tre studiosi spagnoli - Gemma Mestre-Bach, Alejandro Villena-Moya e Carlos Chiclana-Actis – hanno pubblicato su Trauma violence & abuse un lavoro nel quale, pur mantenendo un atteggiamento di prudenza dettato dall’«eterogeneità delle metodologie e delle concettualizzazioni», hanno rilevato che «numerosi studi longitudinali e trasversali hanno suggerito un’associazione tra pornografia e violenza».Oltre a quello con la violenza concretamente agita, il porno ha un legame pure con la mentalità sessista. Uno studio su un campione di oltre 300 persone di età compresa tra i 17 e i 54 anni ha riscontro che, quanto più si è giovani quando si inizia a fare uso di materiale pornografico, maggiore sarà il consumo in età adulta. Non solo: con questa indagine – intitolata Age and experience of first exposure to pornography: relations to masculine norms (2017) – si è anche visto come chi aveva iniziato a guardare pellicole a luci rosse da ragazzino avesse sviluppato, nel tempo, atteggiamenti più maschilisti e irrispettosi della dignità della donna.Ora, se una così robusta serie di riscontri empirici evidenzia come il porno possa davvero essere un cattivo maestro – e lo sia soprattutto a danno della dignità femminile -, come mai se ne parla raramente? Perché il femminismo oggi prevalente se la piglia col patriarcato immaginario anziché con quello cinematografico? Forse perché, se lo facesse, dovrebbe inevitabilmente anche riconoscere i frutti amari dell’osannata rivoluzione dei costumi? È un dubbio che sorge spontaneo. 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Per oltre un decennio, ho affrontato personalmente quest’ardua battaglia contro un avversario imponente. Successivamente, dopo aver goduto di un periodo di “libertà” per alcuni anni, ho percepito profondamente sia il bisogno che la chiamata a condividere il mio percorso e le mie esperienze con altri. Osservando la realtà attorno a me, ho rilevato una pressante esigenza: numerose persone richiedevano sostegno, trovandosi prigioniere delle grinfie di questa dipendenza». C’è un nesso tra il consumo del materiale hot e la violenza sessuale? «Non è un mistero che gran parte del contenuto pornografico presenti elementi di violenza, eppure molti sottovalutano l'impatto che questi messaggi possono avere sul comportamento umano. All’interno di questo universo, gli individui, specialmente le donne, sono spesso oggetto di disprezzo, costrizione fisica, abusi verbali e fisici; influenzando profondamente le norme sociali e il comportamento individuale». Esistono studi in tal senso? «Una ricerca condotta alcuni anni fa su 50 fra i film pornografici più visualizzati ha rivelato che l’88% delle 304 scene esaminate includeva atti di violenza fisica, mentre il 49% presentava forme di aggressione verbale. La prevalenza di violenza rappresentata è allarmante, ma è altrettanto perturbante osservare la rappresentazione delle vittime. Nello specifico studio, il 95% delle vittime, quasi esclusivamente donne, appariva indifferente o persino compiaciuto di fronte all'abuso. Ciò pone un assurdo contrasto con la realtà vissuta da chiunque abbia interagito con una vittima di abuso. Va notato che - benché non tutto il materiale pornografico includa esplicitamente violenza fisica - anche i contenuti apparentemente innocui possono avere effetti nocivi sui consumatori. La ripetizione di scene che ritraggono sottomissione e deumanizzazione può normalizzare questi comportamenti agli occhi degli spettatori, gettando le basi per relazioni basate su dinamiche di potere malsane e sull’accettazione graduale di abusi fisici e verbali, in particolar modo contro le donne». Dal mondo femminista ha avuto appoggi? I contenuti contro cui lei si spende, diceva, danno spesso una immagine umiliante della donna. «Riceviamo il 90% del nostro sostegno da chiese, parrocchie, enti dedicati alla protezione dell’infanzia e associazioni di genitori. Abbiamo stabilito pochi contatti con il mondo femminista. È emerso che, in determinati contesti, la pornografia viene considerata come uno strumento di empowerment femminile. Tuttavia, la pornografia tende a fomentare il narcisismo individuale, inducendo milioni di persone a oggettivare i corpi altrui». Perché si fatica a parlare del lato oscuro del porno? Per non disturbarne la florida industria? «Esistono molteplici ragioni per cui, nonostante la sua ubiquità nella società, il tema della pornografia rimane tabù per molti. Alcuni la considerano semplicemente come un intrattenimento per adulti, privo di conseguenze dannose. L’industria pornografica - che genera enormi profitti -, negli anni ha cercato di migliorare la propria immagine attraverso l’assunzione di professionisti che, manipolando dati scientifici, tentano di convincere il pubblico che “tutto va bene”». C’è qualcuno che si oppone? «Negli ultimi anni sono emersi diversi movimenti che hanno portato alla luce il lato oscuro dell’industria. In particolare, Trafficking Hub ha giocato un ruolo chiave nel denunciare le pratiche criminali di uno dei più grandi siti pornografici a livello mondiale». Gli smartphone stanno facilitando la diffusione della «tossina», per dirla col titolo del suo libro, tra i giovani? «Lo smartphone consente un accesso istantaneo e discreto alla pornografia: bastano pochi tocchi sullo schermo per esplorare milioni di video e altrettanti per eliminare ogni traccia della propria attività. Per chi lotta contro dipendenze e abitudini radicate, il cellulare diventa una fonte inesauribile di contenuti, disponibili in ogni momento e luogo. Il problema si estende significativamente anche ai minori. In Italia, solamente una famiglia su tre adotta misure di controllo parentale sui dispositivi elettronici dei figli, mostrando una preoccupazione limitata per la loro sicurezza online». Da ex pornodipendente, che consigli darebbe a chi volesse liberarsi da questa dipendenza? «Ecco tre consigli fondamentali per chi desidera affrontare la dipendenza dalla pornografia. Primo, cercare supporto: è cruciale non affrontare la lotta in solitudine. Rompere il silenzio e condividere il proprio percorso con qualcuno di fiducia, che sia un amico o un consulente, rappresenta un passo fondamentale. Secondo, è vitale impostare sui dispositivi dei filtri per bloccare l’accesso a contenuti pornografici. Questo aiuta a interrompere l’esposizione diretta, creando uno spazio per affrontare e risolvere le cause sottostanti della dipendenza. Terzo, indagare le cause profonde: la pornografia spesso funge da meccanismo di fuga da dolori o problemi non risolti. È fondamentale esplorare e comprendere le radici del problema, che possono essere legate a traumi passati, bassa autostima, solitudine o altri fattori».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».