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2024-03-25
Schiavi del porno
(IStock)
Il porno sbarca nel mainstream, anzi forse è il nuovo mainstream. Mai come adesso, in effetti, le star provenienti dal mondo a luci rosse godono di popolarità crescente. Se infatti decenni or sono, in Italia, le antesignane della normalizzazione del porno furono Moana Pozzi – la diva dell’eros entrata nel mito anche per la sua misteriosa e prematura morte – e Ilona Staller, in arte Cicciolina, approdata in Parlamento grazie ai Radicali, oggi il panorama è decisamente più ricco. Abbiamo Rocco Siffredi, cui Netflix ha dedicato la serie Supersex, Max Felicitas – al secolo Edoardo Barbares – che gira le scuole del Paese per dibattere di educazione sessuale, e naturalmente, Valentina Nappi, seguita su Instagram da quasi 5 milioni di persone, ben più di Giorgia Meloni e Elly Schlein messe assieme, che di follower ne hanno rispettivamente 2,6 milioni e 333.000.
Senza dimenticare, poi, quei pornodivi giovani o meno giovani, vecchi e nuovi – da Franco Trentalance a Milena Mastromarino, in arte Malena, lanciata peraltro proprio da Siffredi – che il grande pubblico, nel corso degli anni, ha avuto modo di conoscere o comunque ritrovare sui reality show. Non c’è dunque davvero dubbio sul fatto che non solo, come si diceva in apertura, il porno sia mainstream, ma anche che sia in atto un processo di normalizzazione dell’universo a luci rosse. Una sorta di sdoganamento su vasta scala che non può non destare preoccupazione, non tanto per ragioni morali – ormai poco spendibili, in tempi di relativismo etico –, quanto per motivi sociali ed educativi.
Sarebbe in effetti miope ignorare l’inquietante legame che la pornografia ha con la violenza, perfino con la più estrema: quella dei serial killer; tanto più che sono loro, gli assassini più spietati, a raccontare di questo legame. Ted Bundy, per esempio, uno dei più prolifici serial killer americani (almeno 30 vittime accertate), in un’intervista rilasciata al dottor James Dobson, uno psicologo, poco prima d’essere giustiziato disse: «Il mio percorso è cominciato all’età di 12 anni quando sono venuto a contatto per la prima volta con dei testi pornografici. Il tipo peggiore di pornografia esistente è quella che incita alla violenza sessuale. L’unione del sesso e violenza porta a un comportamento terribile da definire». Quando la polizia entrò in casa di John Wayne Gacy, il serial killer che amava vestirsi da clown – e ritenuto responsabile di 33 vittime –, trovò una quantità notevole di riviste porno. Venendo all’Italia, possiamo ricordare il caso di Gianfranco Stevanin, responsabile di almeno sei omicidi, il quale era solito girare con una valigetta con all’interno delle foto a luci rosse, incluse quelle da lui stesso scattate durante dei rapporti sessuali. Sarà un caso, ma pure il pluriomicida Cesare Battisti sembra coltivare interesse per l’hard, tanto che nel 1998, sul settimanale Amica, uscì un suo racconto erotico, Il sesso dell’insetto.
La connessione tra il mondo dei serial killer e il consumo di pornografia è tale da aver già attirato l’attenzione degli specialisti. Per esempio Eric W. Hickey, criminologo fornese e consulente per l’Fbi e per la polizia su casi di reati sessuali e omicidi seriali, in un libro in cui ha passato in rassegna le vite di oltre 400 serial killer ha confermato che alcuni criminali «ammettono l’uso occasionale e frequente di pornografia», in particolare di «materiale violento che riguarda la schiavizzazione e la tortura su donne e minori», contenuti utili a comprendere come la «gratificazione sessuale» di questi soggetti «raggiunga l’apice», con poi il «bisogno di passare a comportamenti» (Serial Murderers and Their Victims, 2016). Naturalmente, non si sta semplicisticamente insinuando che il porno sia una sorta di detonatore per gli omicidi seriali, ma certo – almeno nelle sui varianti più violente – può rafforzare quegli impulsi sadici propri dei killer più spietati.
L’aspetto più preoccupante della normalizzazione del porno non è però il suo legame con gli omicidi seriali, fenomeno fortunatamente raro, quanto invece la sua connessione con una realtà ben più diffusa: quella della violenza sessuale. Parliamo d’una connessione in questo caso assai documentata e che per prime, va detto, fu denunciata dalle femministe. Nel 1974 l’attivista Robin Morgan affermò che «la pornografia è la teoria, lo stupro è la pratica» e l’anno dopo la giornalista Susan Brownmiller scrisse che la pornografia «è pensata per disumanizzare le donne». Nel 1978 a San Francisco 5.000 donne protestarono contro quella che consideravano una industria dello sfruttamento sessuale e quello stesso anno, nel loro Pornography and sexual deviance, Michael J. Goldstein, Harold S. Kant e John J. Hartman constatarono come «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito».
Nel 2000 due sociologhe, Raquel Kennedy Bergen e Kathleen A. Bogle, pubblicarono uno studio sulla rivista Violence and victims, per realizzare il quale interpellarono un centinaio di vittime di violenze sessuali; le due accademiche, se da un lato scoprirono come la maggior parte delle vittime interpellate (58%) semplicemente ignorava se i carnefici facessero uso di materiale porno - ipotesi che non si può quindi escludere -, dall’altro rilevarono però come ben il 28% di esse aveva affermato che i loro abusatori utilizzavano tale materiale e il 12% aveva persino riconosciuto l’imitazione del porno nella violenza.
Più recentemente, nel 2016, sul Journal of Communication è uscita una metanalisi che, a partire da 22 studi realizzati in 7 diversi Paesi, ha riscontrato come i soggetti che consumano materiale pornografico più frequentemente abbiano maggiori probabilità di mantenere atteggiamenti favorevoli all’aggressione sessuale e di impegnarsi in atti reali di aggressione sessuale. Nel giugno 2023, tre studiosi spagnoli - Gemma Mestre-Bach, Alejandro Villena-Moya e Carlos Chiclana-Actis – hanno pubblicato su Trauma violence & abuse un lavoro nel quale, pur mantenendo un atteggiamento di prudenza dettato dall’«eterogeneità delle metodologie e delle concettualizzazioni», hanno rilevato che «numerosi studi longitudinali e trasversali hanno suggerito un’associazione tra pornografia e violenza».
Oltre a quello con la violenza concretamente agita, il porno ha un legame pure con la mentalità sessista. Uno studio su un campione di oltre 300 persone di età compresa tra i 17 e i 54 anni ha riscontro che, quanto più si è giovani quando si inizia a fare uso di materiale pornografico, maggiore sarà il consumo in età adulta. Non solo: con questa indagine – intitolata Age and experience of first exposure to pornography: relations to masculine norms (2017) – si è anche visto come chi aveva iniziato a guardare pellicole a luci rosse da ragazzino avesse sviluppato, nel tempo, atteggiamenti più maschilisti e irrispettosi della dignità della donna.
Ora, se una così robusta serie di riscontri empirici evidenzia come il porno possa davvero essere un cattivo maestro – e lo sia soprattutto a danno della dignità femminile -, come mai se ne parla raramente? Perché il femminismo oggi prevalente se la piglia col patriarcato immaginario anziché con quello cinematografico? Forse perché, se lo facesse, dovrebbe inevitabilmente anche riconoscere i frutti amari dell’osannata rivoluzione dei costumi? È un dubbio che sorge spontaneo. E che è davvero difficile farsi passare.
Morra: «Insegno a uscire dalla dipendenza ma dalle femministe ho poco sostegno»
Vuoi per mancanza d’interesse vuoi per timore di scontrarsi coi pregiudizi, pochi hanno il coraggio di denunciare i pericoli del porno; tra questi, in Italia troviamo Antonio Morra, classe 1983, giornalista e autore del libro Porno Tossina (Verso la Meta), a lungo ai primi posti nella categoria «dipendenze» su Amazon. La Verità lo ha avvicinato.
Morra, quando ha iniziato la sua battaglia contro il porno?
«La mia lotta contro la dipendenza dal porno ha preso il via 15 anni fa. Per oltre un decennio, ho affrontato personalmente quest’ardua battaglia contro un avversario imponente. Successivamente, dopo aver goduto di un periodo di “libertà” per alcuni anni, ho percepito profondamente sia il bisogno che la chiamata a condividere il mio percorso e le mie esperienze con altri. Osservando la realtà attorno a me, ho rilevato una pressante esigenza: numerose persone richiedevano sostegno, trovandosi prigioniere delle grinfie di questa dipendenza».
C’è un nesso tra il consumo del materiale hot e la violenza sessuale?
«Non è un mistero che gran parte del contenuto pornografico presenti elementi di violenza, eppure molti sottovalutano l'impatto che questi messaggi possono avere sul comportamento umano. All’interno di questo universo, gli individui, specialmente le donne, sono spesso oggetto di disprezzo, costrizione fisica, abusi verbali e fisici; influenzando profondamente le norme sociali e il comportamento individuale».
Esistono studi in tal senso?
«Una ricerca condotta alcuni anni fa su 50 fra i film pornografici più visualizzati ha rivelato che l’88% delle 304 scene esaminate includeva atti di violenza fisica, mentre il 49% presentava forme di aggressione verbale. La prevalenza di violenza rappresentata è allarmante, ma è altrettanto perturbante osservare la rappresentazione delle vittime. Nello specifico studio, il 95% delle vittime, quasi esclusivamente donne, appariva indifferente o persino compiaciuto di fronte all'abuso. Ciò pone un assurdo contrasto con la realtà vissuta da chiunque abbia interagito con una vittima di abuso. Va notato che - benché non tutto il materiale pornografico includa esplicitamente violenza fisica - anche i contenuti apparentemente innocui possono avere effetti nocivi sui consumatori. La ripetizione di scene che ritraggono sottomissione e deumanizzazione può normalizzare questi comportamenti agli occhi degli spettatori, gettando le basi per relazioni basate su dinamiche di potere malsane e sull’accettazione graduale di abusi fisici e verbali, in particolar modo contro le donne».
Dal mondo femminista ha avuto appoggi? I contenuti contro cui lei si spende, diceva, danno spesso una immagine umiliante della donna.
«Riceviamo il 90% del nostro sostegno da chiese, parrocchie, enti dedicati alla protezione dell’infanzia e associazioni di genitori. Abbiamo stabilito pochi contatti con il mondo femminista. È emerso che, in determinati contesti, la pornografia viene considerata come uno strumento di empowerment femminile. Tuttavia, la pornografia tende a fomentare il narcisismo individuale, inducendo milioni di persone a oggettivare i corpi altrui».
Perché si fatica a parlare del lato oscuro del porno? Per non disturbarne la florida industria?
«Esistono molteplici ragioni per cui, nonostante la sua ubiquità nella società, il tema della pornografia rimane tabù per molti. Alcuni la considerano semplicemente come un intrattenimento per adulti, privo di conseguenze dannose. L’industria pornografica - che genera enormi profitti -, negli anni ha cercato di migliorare la propria immagine attraverso l’assunzione di professionisti che, manipolando dati scientifici, tentano di convincere il pubblico che “tutto va bene”».
C’è qualcuno che si oppone?
«Negli ultimi anni sono emersi diversi movimenti che hanno portato alla luce il lato oscuro dell’industria. In particolare, Trafficking Hub ha giocato un ruolo chiave nel denunciare le pratiche criminali di uno dei più grandi siti pornografici a livello mondiale».
Gli smartphone stanno facilitando la diffusione della «tossina», per dirla col titolo del suo libro, tra i giovani?
«Lo smartphone consente un accesso istantaneo e discreto alla pornografia: bastano pochi tocchi sullo schermo per esplorare milioni di video e altrettanti per eliminare ogni traccia della propria attività. Per chi lotta contro dipendenze e abitudini radicate, il cellulare diventa una fonte inesauribile di contenuti, disponibili in ogni momento e luogo. Il problema si estende significativamente anche ai minori. In Italia, solamente una famiglia su tre adotta misure di controllo parentale sui dispositivi elettronici dei figli, mostrando una preoccupazione limitata per la loro sicurezza online».
Da ex pornodipendente, che consigli darebbe a chi volesse liberarsi da questa dipendenza?
«Ecco tre consigli fondamentali per chi desidera affrontare la dipendenza dalla pornografia. Primo, cercare supporto: è cruciale non affrontare la lotta in solitudine. Rompere il silenzio e condividere il proprio percorso con qualcuno di fiducia, che sia un amico o un consulente, rappresenta un passo fondamentale. Secondo, è vitale impostare sui dispositivi dei filtri per bloccare l’accesso a contenuti pornografici. Questo aiuta a interrompere l’esposizione diretta, creando uno spazio per affrontare e risolvere le cause sottostanti della dipendenza. Terzo, indagare le cause profonde: la pornografia spesso funge da meccanismo di fuga da dolori o problemi non risolti. È fondamentale esplorare e comprendere le radici del problema, che possono essere legate a traumi passati, bassa autostima, solitudine o altri fattori».
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Il legame tra video hot e violenza sulle donne è attestato. Eppure si continua ad accusare la famiglia tradizionale. Così le star a luci rosse sono sempre più popolari, tanto da insegnare nelle scuole.Lo scrittore Antonio Morra: «Per certe attiviste trattare i corpi come oggetti è una forma di emancipazione. Tre consigli per “disintossicarsi”».Lo speciale contiene due articoli.Il porno sbarca nel mainstream, anzi forse è il nuovo mainstream. Mai come adesso, in effetti, le star provenienti dal mondo a luci rosse godono di popolarità crescente. Se infatti decenni or sono, in Italia, le antesignane della normalizzazione del porno furono Moana Pozzi – la diva dell’eros entrata nel mito anche per la sua misteriosa e prematura morte – e Ilona Staller, in arte Cicciolina, approdata in Parlamento grazie ai Radicali, oggi il panorama è decisamente più ricco. Abbiamo Rocco Siffredi, cui Netflix ha dedicato la serie Supersex, Max Felicitas – al secolo Edoardo Barbares – che gira le scuole del Paese per dibattere di educazione sessuale, e naturalmente, Valentina Nappi, seguita su Instagram da quasi 5 milioni di persone, ben più di Giorgia Meloni e Elly Schlein messe assieme, che di follower ne hanno rispettivamente 2,6 milioni e 333.000.Senza dimenticare, poi, quei pornodivi giovani o meno giovani, vecchi e nuovi – da Franco Trentalance a Milena Mastromarino, in arte Malena, lanciata peraltro proprio da Siffredi – che il grande pubblico, nel corso degli anni, ha avuto modo di conoscere o comunque ritrovare sui reality show. Non c’è dunque davvero dubbio sul fatto che non solo, come si diceva in apertura, il porno sia mainstream, ma anche che sia in atto un processo di normalizzazione dell’universo a luci rosse. Una sorta di sdoganamento su vasta scala che non può non destare preoccupazione, non tanto per ragioni morali – ormai poco spendibili, in tempi di relativismo etico –, quanto per motivi sociali ed educativi. Sarebbe in effetti miope ignorare l’inquietante legame che la pornografia ha con la violenza, perfino con la più estrema: quella dei serial killer; tanto più che sono loro, gli assassini più spietati, a raccontare di questo legame. Ted Bundy, per esempio, uno dei più prolifici serial killer americani (almeno 30 vittime accertate), in un’intervista rilasciata al dottor James Dobson, uno psicologo, poco prima d’essere giustiziato disse: «Il mio percorso è cominciato all’età di 12 anni quando sono venuto a contatto per la prima volta con dei testi pornografici. Il tipo peggiore di pornografia esistente è quella che incita alla violenza sessuale. L’unione del sesso e violenza porta a un comportamento terribile da definire». Quando la polizia entrò in casa di John Wayne Gacy, il serial killer che amava vestirsi da clown – e ritenuto responsabile di 33 vittime –, trovò una quantità notevole di riviste porno. Venendo all’Italia, possiamo ricordare il caso di Gianfranco Stevanin, responsabile di almeno sei omicidi, il quale era solito girare con una valigetta con all’interno delle foto a luci rosse, incluse quelle da lui stesso scattate durante dei rapporti sessuali. Sarà un caso, ma pure il pluriomicida Cesare Battisti sembra coltivare interesse per l’hard, tanto che nel 1998, sul settimanale Amica, uscì un suo racconto erotico, Il sesso dell’insetto. La connessione tra il mondo dei serial killer e il consumo di pornografia è tale da aver già attirato l’attenzione degli specialisti. Per esempio Eric W. Hickey, criminologo fornese e consulente per l’Fbi e per la polizia su casi di reati sessuali e omicidi seriali, in un libro in cui ha passato in rassegna le vite di oltre 400 serial killer ha confermato che alcuni criminali «ammettono l’uso occasionale e frequente di pornografia», in particolare di «materiale violento che riguarda la schiavizzazione e la tortura su donne e minori», contenuti utili a comprendere come la «gratificazione sessuale» di questi soggetti «raggiunga l’apice», con poi il «bisogno di passare a comportamenti» (Serial Murderers and Their Victims, 2016). Naturalmente, non si sta semplicisticamente insinuando che il porno sia una sorta di detonatore per gli omicidi seriali, ma certo – almeno nelle sui varianti più violente – può rafforzare quegli impulsi sadici propri dei killer più spietati. L’aspetto più preoccupante della normalizzazione del porno non è però il suo legame con gli omicidi seriali, fenomeno fortunatamente raro, quanto invece la sua connessione con una realtà ben più diffusa: quella della violenza sessuale. Parliamo d’una connessione in questo caso assai documentata e che per prime, va detto, fu denunciata dalle femministe. Nel 1974 l’attivista Robin Morgan affermò che «la pornografia è la teoria, lo stupro è la pratica» e l’anno dopo la giornalista Susan Brownmiller scrisse che la pornografia «è pensata per disumanizzare le donne». Nel 1978 a San Francisco 5.000 donne protestarono contro quella che consideravano una industria dello sfruttamento sessuale e quello stesso anno, nel loro Pornography and sexual deviance, Michael J. Goldstein, Harold S. Kant e John J. Hartman constatarono come «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito». Nel 2000 due sociologhe, Raquel Kennedy Bergen e Kathleen A. Bogle, pubblicarono uno studio sulla rivista Violence and victims, per realizzare il quale interpellarono un centinaio di vittime di violenze sessuali; le due accademiche, se da un lato scoprirono come la maggior parte delle vittime interpellate (58%) semplicemente ignorava se i carnefici facessero uso di materiale porno - ipotesi che non si può quindi escludere -, dall’altro rilevarono però come ben il 28% di esse aveva affermato che i loro abusatori utilizzavano tale materiale e il 12% aveva persino riconosciuto l’imitazione del porno nella violenza. Più recentemente, nel 2016, sul Journal of Communication è uscita una metanalisi che, a partire da 22 studi realizzati in 7 diversi Paesi, ha riscontrato come i soggetti che consumano materiale pornografico più frequentemente abbiano maggiori probabilità di mantenere atteggiamenti favorevoli all’aggressione sessuale e di impegnarsi in atti reali di aggressione sessuale. Nel giugno 2023, tre studiosi spagnoli - Gemma Mestre-Bach, Alejandro Villena-Moya e Carlos Chiclana-Actis – hanno pubblicato su Trauma violence & abuse un lavoro nel quale, pur mantenendo un atteggiamento di prudenza dettato dall’«eterogeneità delle metodologie e delle concettualizzazioni», hanno rilevato che «numerosi studi longitudinali e trasversali hanno suggerito un’associazione tra pornografia e violenza».Oltre a quello con la violenza concretamente agita, il porno ha un legame pure con la mentalità sessista. Uno studio su un campione di oltre 300 persone di età compresa tra i 17 e i 54 anni ha riscontro che, quanto più si è giovani quando si inizia a fare uso di materiale pornografico, maggiore sarà il consumo in età adulta. Non solo: con questa indagine – intitolata Age and experience of first exposure to pornography: relations to masculine norms (2017) – si è anche visto come chi aveva iniziato a guardare pellicole a luci rosse da ragazzino avesse sviluppato, nel tempo, atteggiamenti più maschilisti e irrispettosi della dignità della donna.Ora, se una così robusta serie di riscontri empirici evidenzia come il porno possa davvero essere un cattivo maestro – e lo sia soprattutto a danno della dignità femminile -, come mai se ne parla raramente? Perché il femminismo oggi prevalente se la piglia col patriarcato immaginario anziché con quello cinematografico? Forse perché, se lo facesse, dovrebbe inevitabilmente anche riconoscere i frutti amari dell’osannata rivoluzione dei costumi? È un dubbio che sorge spontaneo. 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Per oltre un decennio, ho affrontato personalmente quest’ardua battaglia contro un avversario imponente. Successivamente, dopo aver goduto di un periodo di “libertà” per alcuni anni, ho percepito profondamente sia il bisogno che la chiamata a condividere il mio percorso e le mie esperienze con altri. Osservando la realtà attorno a me, ho rilevato una pressante esigenza: numerose persone richiedevano sostegno, trovandosi prigioniere delle grinfie di questa dipendenza». C’è un nesso tra il consumo del materiale hot e la violenza sessuale? «Non è un mistero che gran parte del contenuto pornografico presenti elementi di violenza, eppure molti sottovalutano l'impatto che questi messaggi possono avere sul comportamento umano. All’interno di questo universo, gli individui, specialmente le donne, sono spesso oggetto di disprezzo, costrizione fisica, abusi verbali e fisici; influenzando profondamente le norme sociali e il comportamento individuale». Esistono studi in tal senso? «Una ricerca condotta alcuni anni fa su 50 fra i film pornografici più visualizzati ha rivelato che l’88% delle 304 scene esaminate includeva atti di violenza fisica, mentre il 49% presentava forme di aggressione verbale. La prevalenza di violenza rappresentata è allarmante, ma è altrettanto perturbante osservare la rappresentazione delle vittime. Nello specifico studio, il 95% delle vittime, quasi esclusivamente donne, appariva indifferente o persino compiaciuto di fronte all'abuso. Ciò pone un assurdo contrasto con la realtà vissuta da chiunque abbia interagito con una vittima di abuso. Va notato che - benché non tutto il materiale pornografico includa esplicitamente violenza fisica - anche i contenuti apparentemente innocui possono avere effetti nocivi sui consumatori. La ripetizione di scene che ritraggono sottomissione e deumanizzazione può normalizzare questi comportamenti agli occhi degli spettatori, gettando le basi per relazioni basate su dinamiche di potere malsane e sull’accettazione graduale di abusi fisici e verbali, in particolar modo contro le donne». Dal mondo femminista ha avuto appoggi? I contenuti contro cui lei si spende, diceva, danno spesso una immagine umiliante della donna. «Riceviamo il 90% del nostro sostegno da chiese, parrocchie, enti dedicati alla protezione dell’infanzia e associazioni di genitori. Abbiamo stabilito pochi contatti con il mondo femminista. È emerso che, in determinati contesti, la pornografia viene considerata come uno strumento di empowerment femminile. Tuttavia, la pornografia tende a fomentare il narcisismo individuale, inducendo milioni di persone a oggettivare i corpi altrui». Perché si fatica a parlare del lato oscuro del porno? Per non disturbarne la florida industria? «Esistono molteplici ragioni per cui, nonostante la sua ubiquità nella società, il tema della pornografia rimane tabù per molti. Alcuni la considerano semplicemente come un intrattenimento per adulti, privo di conseguenze dannose. L’industria pornografica - che genera enormi profitti -, negli anni ha cercato di migliorare la propria immagine attraverso l’assunzione di professionisti che, manipolando dati scientifici, tentano di convincere il pubblico che “tutto va bene”». C’è qualcuno che si oppone? «Negli ultimi anni sono emersi diversi movimenti che hanno portato alla luce il lato oscuro dell’industria. In particolare, Trafficking Hub ha giocato un ruolo chiave nel denunciare le pratiche criminali di uno dei più grandi siti pornografici a livello mondiale». Gli smartphone stanno facilitando la diffusione della «tossina», per dirla col titolo del suo libro, tra i giovani? «Lo smartphone consente un accesso istantaneo e discreto alla pornografia: bastano pochi tocchi sullo schermo per esplorare milioni di video e altrettanti per eliminare ogni traccia della propria attività. Per chi lotta contro dipendenze e abitudini radicate, il cellulare diventa una fonte inesauribile di contenuti, disponibili in ogni momento e luogo. Il problema si estende significativamente anche ai minori. In Italia, solamente una famiglia su tre adotta misure di controllo parentale sui dispositivi elettronici dei figli, mostrando una preoccupazione limitata per la loro sicurezza online». Da ex pornodipendente, che consigli darebbe a chi volesse liberarsi da questa dipendenza? «Ecco tre consigli fondamentali per chi desidera affrontare la dipendenza dalla pornografia. Primo, cercare supporto: è cruciale non affrontare la lotta in solitudine. Rompere il silenzio e condividere il proprio percorso con qualcuno di fiducia, che sia un amico o un consulente, rappresenta un passo fondamentale. Secondo, è vitale impostare sui dispositivi dei filtri per bloccare l’accesso a contenuti pornografici. Questo aiuta a interrompere l’esposizione diretta, creando uno spazio per affrontare e risolvere le cause sottostanti della dipendenza. Terzo, indagare le cause profonde: la pornografia spesso funge da meccanismo di fuga da dolori o problemi non risolti. È fondamentale esplorare e comprendere le radici del problema, che possono essere legate a traumi passati, bassa autostima, solitudine o altri fattori».
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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