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2024-03-25
Schiavi del porno
(IStock)
Il porno sbarca nel mainstream, anzi forse è il nuovo mainstream. Mai come adesso, in effetti, le star provenienti dal mondo a luci rosse godono di popolarità crescente. Se infatti decenni or sono, in Italia, le antesignane della normalizzazione del porno furono Moana Pozzi – la diva dell’eros entrata nel mito anche per la sua misteriosa e prematura morte – e Ilona Staller, in arte Cicciolina, approdata in Parlamento grazie ai Radicali, oggi il panorama è decisamente più ricco. Abbiamo Rocco Siffredi, cui Netflix ha dedicato la serie Supersex, Max Felicitas – al secolo Edoardo Barbares – che gira le scuole del Paese per dibattere di educazione sessuale, e naturalmente, Valentina Nappi, seguita su Instagram da quasi 5 milioni di persone, ben più di Giorgia Meloni e Elly Schlein messe assieme, che di follower ne hanno rispettivamente 2,6 milioni e 333.000.
Senza dimenticare, poi, quei pornodivi giovani o meno giovani, vecchi e nuovi – da Franco Trentalance a Milena Mastromarino, in arte Malena, lanciata peraltro proprio da Siffredi – che il grande pubblico, nel corso degli anni, ha avuto modo di conoscere o comunque ritrovare sui reality show. Non c’è dunque davvero dubbio sul fatto che non solo, come si diceva in apertura, il porno sia mainstream, ma anche che sia in atto un processo di normalizzazione dell’universo a luci rosse. Una sorta di sdoganamento su vasta scala che non può non destare preoccupazione, non tanto per ragioni morali – ormai poco spendibili, in tempi di relativismo etico –, quanto per motivi sociali ed educativi.
Sarebbe in effetti miope ignorare l’inquietante legame che la pornografia ha con la violenza, perfino con la più estrema: quella dei serial killer; tanto più che sono loro, gli assassini più spietati, a raccontare di questo legame. Ted Bundy, per esempio, uno dei più prolifici serial killer americani (almeno 30 vittime accertate), in un’intervista rilasciata al dottor James Dobson, uno psicologo, poco prima d’essere giustiziato disse: «Il mio percorso è cominciato all’età di 12 anni quando sono venuto a contatto per la prima volta con dei testi pornografici. Il tipo peggiore di pornografia esistente è quella che incita alla violenza sessuale. L’unione del sesso e violenza porta a un comportamento terribile da definire». Quando la polizia entrò in casa di John Wayne Gacy, il serial killer che amava vestirsi da clown – e ritenuto responsabile di 33 vittime –, trovò una quantità notevole di riviste porno. Venendo all’Italia, possiamo ricordare il caso di Gianfranco Stevanin, responsabile di almeno sei omicidi, il quale era solito girare con una valigetta con all’interno delle foto a luci rosse, incluse quelle da lui stesso scattate durante dei rapporti sessuali. Sarà un caso, ma pure il pluriomicida Cesare Battisti sembra coltivare interesse per l’hard, tanto che nel 1998, sul settimanale Amica, uscì un suo racconto erotico, Il sesso dell’insetto.
La connessione tra il mondo dei serial killer e il consumo di pornografia è tale da aver già attirato l’attenzione degli specialisti. Per esempio Eric W. Hickey, criminologo fornese e consulente per l’Fbi e per la polizia su casi di reati sessuali e omicidi seriali, in un libro in cui ha passato in rassegna le vite di oltre 400 serial killer ha confermato che alcuni criminali «ammettono l’uso occasionale e frequente di pornografia», in particolare di «materiale violento che riguarda la schiavizzazione e la tortura su donne e minori», contenuti utili a comprendere come la «gratificazione sessuale» di questi soggetti «raggiunga l’apice», con poi il «bisogno di passare a comportamenti» (Serial Murderers and Their Victims, 2016). Naturalmente, non si sta semplicisticamente insinuando che il porno sia una sorta di detonatore per gli omicidi seriali, ma certo – almeno nelle sui varianti più violente – può rafforzare quegli impulsi sadici propri dei killer più spietati.
L’aspetto più preoccupante della normalizzazione del porno non è però il suo legame con gli omicidi seriali, fenomeno fortunatamente raro, quanto invece la sua connessione con una realtà ben più diffusa: quella della violenza sessuale. Parliamo d’una connessione in questo caso assai documentata e che per prime, va detto, fu denunciata dalle femministe. Nel 1974 l’attivista Robin Morgan affermò che «la pornografia è la teoria, lo stupro è la pratica» e l’anno dopo la giornalista Susan Brownmiller scrisse che la pornografia «è pensata per disumanizzare le donne». Nel 1978 a San Francisco 5.000 donne protestarono contro quella che consideravano una industria dello sfruttamento sessuale e quello stesso anno, nel loro Pornography and sexual deviance, Michael J. Goldstein, Harold S. Kant e John J. Hartman constatarono come «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito».
Nel 2000 due sociologhe, Raquel Kennedy Bergen e Kathleen A. Bogle, pubblicarono uno studio sulla rivista Violence and victims, per realizzare il quale interpellarono un centinaio di vittime di violenze sessuali; le due accademiche, se da un lato scoprirono come la maggior parte delle vittime interpellate (58%) semplicemente ignorava se i carnefici facessero uso di materiale porno - ipotesi che non si può quindi escludere -, dall’altro rilevarono però come ben il 28% di esse aveva affermato che i loro abusatori utilizzavano tale materiale e il 12% aveva persino riconosciuto l’imitazione del porno nella violenza.
Più recentemente, nel 2016, sul Journal of Communication è uscita una metanalisi che, a partire da 22 studi realizzati in 7 diversi Paesi, ha riscontrato come i soggetti che consumano materiale pornografico più frequentemente abbiano maggiori probabilità di mantenere atteggiamenti favorevoli all’aggressione sessuale e di impegnarsi in atti reali di aggressione sessuale. Nel giugno 2023, tre studiosi spagnoli - Gemma Mestre-Bach, Alejandro Villena-Moya e Carlos Chiclana-Actis – hanno pubblicato su Trauma violence & abuse un lavoro nel quale, pur mantenendo un atteggiamento di prudenza dettato dall’«eterogeneità delle metodologie e delle concettualizzazioni», hanno rilevato che «numerosi studi longitudinali e trasversali hanno suggerito un’associazione tra pornografia e violenza».
Oltre a quello con la violenza concretamente agita, il porno ha un legame pure con la mentalità sessista. Uno studio su un campione di oltre 300 persone di età compresa tra i 17 e i 54 anni ha riscontro che, quanto più si è giovani quando si inizia a fare uso di materiale pornografico, maggiore sarà il consumo in età adulta. Non solo: con questa indagine – intitolata Age and experience of first exposure to pornography: relations to masculine norms (2017) – si è anche visto come chi aveva iniziato a guardare pellicole a luci rosse da ragazzino avesse sviluppato, nel tempo, atteggiamenti più maschilisti e irrispettosi della dignità della donna.
Ora, se una così robusta serie di riscontri empirici evidenzia come il porno possa davvero essere un cattivo maestro – e lo sia soprattutto a danno della dignità femminile -, come mai se ne parla raramente? Perché il femminismo oggi prevalente se la piglia col patriarcato immaginario anziché con quello cinematografico? Forse perché, se lo facesse, dovrebbe inevitabilmente anche riconoscere i frutti amari dell’osannata rivoluzione dei costumi? È un dubbio che sorge spontaneo. E che è davvero difficile farsi passare.
Morra: «Insegno a uscire dalla dipendenza ma dalle femministe ho poco sostegno»
Vuoi per mancanza d’interesse vuoi per timore di scontrarsi coi pregiudizi, pochi hanno il coraggio di denunciare i pericoli del porno; tra questi, in Italia troviamo Antonio Morra, classe 1983, giornalista e autore del libro Porno Tossina (Verso la Meta), a lungo ai primi posti nella categoria «dipendenze» su Amazon. La Verità lo ha avvicinato.
Morra, quando ha iniziato la sua battaglia contro il porno?
«La mia lotta contro la dipendenza dal porno ha preso il via 15 anni fa. Per oltre un decennio, ho affrontato personalmente quest’ardua battaglia contro un avversario imponente. Successivamente, dopo aver goduto di un periodo di “libertà” per alcuni anni, ho percepito profondamente sia il bisogno che la chiamata a condividere il mio percorso e le mie esperienze con altri. Osservando la realtà attorno a me, ho rilevato una pressante esigenza: numerose persone richiedevano sostegno, trovandosi prigioniere delle grinfie di questa dipendenza».
C’è un nesso tra il consumo del materiale hot e la violenza sessuale?
«Non è un mistero che gran parte del contenuto pornografico presenti elementi di violenza, eppure molti sottovalutano l'impatto che questi messaggi possono avere sul comportamento umano. All’interno di questo universo, gli individui, specialmente le donne, sono spesso oggetto di disprezzo, costrizione fisica, abusi verbali e fisici; influenzando profondamente le norme sociali e il comportamento individuale».
Esistono studi in tal senso?
«Una ricerca condotta alcuni anni fa su 50 fra i film pornografici più visualizzati ha rivelato che l’88% delle 304 scene esaminate includeva atti di violenza fisica, mentre il 49% presentava forme di aggressione verbale. La prevalenza di violenza rappresentata è allarmante, ma è altrettanto perturbante osservare la rappresentazione delle vittime. Nello specifico studio, il 95% delle vittime, quasi esclusivamente donne, appariva indifferente o persino compiaciuto di fronte all'abuso. Ciò pone un assurdo contrasto con la realtà vissuta da chiunque abbia interagito con una vittima di abuso. Va notato che - benché non tutto il materiale pornografico includa esplicitamente violenza fisica - anche i contenuti apparentemente innocui possono avere effetti nocivi sui consumatori. La ripetizione di scene che ritraggono sottomissione e deumanizzazione può normalizzare questi comportamenti agli occhi degli spettatori, gettando le basi per relazioni basate su dinamiche di potere malsane e sull’accettazione graduale di abusi fisici e verbali, in particolar modo contro le donne».
Dal mondo femminista ha avuto appoggi? I contenuti contro cui lei si spende, diceva, danno spesso una immagine umiliante della donna.
«Riceviamo il 90% del nostro sostegno da chiese, parrocchie, enti dedicati alla protezione dell’infanzia e associazioni di genitori. Abbiamo stabilito pochi contatti con il mondo femminista. È emerso che, in determinati contesti, la pornografia viene considerata come uno strumento di empowerment femminile. Tuttavia, la pornografia tende a fomentare il narcisismo individuale, inducendo milioni di persone a oggettivare i corpi altrui».
Perché si fatica a parlare del lato oscuro del porno? Per non disturbarne la florida industria?
«Esistono molteplici ragioni per cui, nonostante la sua ubiquità nella società, il tema della pornografia rimane tabù per molti. Alcuni la considerano semplicemente come un intrattenimento per adulti, privo di conseguenze dannose. L’industria pornografica - che genera enormi profitti -, negli anni ha cercato di migliorare la propria immagine attraverso l’assunzione di professionisti che, manipolando dati scientifici, tentano di convincere il pubblico che “tutto va bene”».
C’è qualcuno che si oppone?
«Negli ultimi anni sono emersi diversi movimenti che hanno portato alla luce il lato oscuro dell’industria. In particolare, Trafficking Hub ha giocato un ruolo chiave nel denunciare le pratiche criminali di uno dei più grandi siti pornografici a livello mondiale».
Gli smartphone stanno facilitando la diffusione della «tossina», per dirla col titolo del suo libro, tra i giovani?
«Lo smartphone consente un accesso istantaneo e discreto alla pornografia: bastano pochi tocchi sullo schermo per esplorare milioni di video e altrettanti per eliminare ogni traccia della propria attività. Per chi lotta contro dipendenze e abitudini radicate, il cellulare diventa una fonte inesauribile di contenuti, disponibili in ogni momento e luogo. Il problema si estende significativamente anche ai minori. In Italia, solamente una famiglia su tre adotta misure di controllo parentale sui dispositivi elettronici dei figli, mostrando una preoccupazione limitata per la loro sicurezza online».
Da ex pornodipendente, che consigli darebbe a chi volesse liberarsi da questa dipendenza?
«Ecco tre consigli fondamentali per chi desidera affrontare la dipendenza dalla pornografia. Primo, cercare supporto: è cruciale non affrontare la lotta in solitudine. Rompere il silenzio e condividere il proprio percorso con qualcuno di fiducia, che sia un amico o un consulente, rappresenta un passo fondamentale. Secondo, è vitale impostare sui dispositivi dei filtri per bloccare l’accesso a contenuti pornografici. Questo aiuta a interrompere l’esposizione diretta, creando uno spazio per affrontare e risolvere le cause sottostanti della dipendenza. Terzo, indagare le cause profonde: la pornografia spesso funge da meccanismo di fuga da dolori o problemi non risolti. È fondamentale esplorare e comprendere le radici del problema, che possono essere legate a traumi passati, bassa autostima, solitudine o altri fattori».
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Il legame tra video hot e violenza sulle donne è attestato. Eppure si continua ad accusare la famiglia tradizionale. Così le star a luci rosse sono sempre più popolari, tanto da insegnare nelle scuole.Lo scrittore Antonio Morra: «Per certe attiviste trattare i corpi come oggetti è una forma di emancipazione. Tre consigli per “disintossicarsi”».Lo speciale contiene due articoli.Il porno sbarca nel mainstream, anzi forse è il nuovo mainstream. Mai come adesso, in effetti, le star provenienti dal mondo a luci rosse godono di popolarità crescente. Se infatti decenni or sono, in Italia, le antesignane della normalizzazione del porno furono Moana Pozzi – la diva dell’eros entrata nel mito anche per la sua misteriosa e prematura morte – e Ilona Staller, in arte Cicciolina, approdata in Parlamento grazie ai Radicali, oggi il panorama è decisamente più ricco. Abbiamo Rocco Siffredi, cui Netflix ha dedicato la serie Supersex, Max Felicitas – al secolo Edoardo Barbares – che gira le scuole del Paese per dibattere di educazione sessuale, e naturalmente, Valentina Nappi, seguita su Instagram da quasi 5 milioni di persone, ben più di Giorgia Meloni e Elly Schlein messe assieme, che di follower ne hanno rispettivamente 2,6 milioni e 333.000.Senza dimenticare, poi, quei pornodivi giovani o meno giovani, vecchi e nuovi – da Franco Trentalance a Milena Mastromarino, in arte Malena, lanciata peraltro proprio da Siffredi – che il grande pubblico, nel corso degli anni, ha avuto modo di conoscere o comunque ritrovare sui reality show. Non c’è dunque davvero dubbio sul fatto che non solo, come si diceva in apertura, il porno sia mainstream, ma anche che sia in atto un processo di normalizzazione dell’universo a luci rosse. Una sorta di sdoganamento su vasta scala che non può non destare preoccupazione, non tanto per ragioni morali – ormai poco spendibili, in tempi di relativismo etico –, quanto per motivi sociali ed educativi. Sarebbe in effetti miope ignorare l’inquietante legame che la pornografia ha con la violenza, perfino con la più estrema: quella dei serial killer; tanto più che sono loro, gli assassini più spietati, a raccontare di questo legame. Ted Bundy, per esempio, uno dei più prolifici serial killer americani (almeno 30 vittime accertate), in un’intervista rilasciata al dottor James Dobson, uno psicologo, poco prima d’essere giustiziato disse: «Il mio percorso è cominciato all’età di 12 anni quando sono venuto a contatto per la prima volta con dei testi pornografici. Il tipo peggiore di pornografia esistente è quella che incita alla violenza sessuale. L’unione del sesso e violenza porta a un comportamento terribile da definire». Quando la polizia entrò in casa di John Wayne Gacy, il serial killer che amava vestirsi da clown – e ritenuto responsabile di 33 vittime –, trovò una quantità notevole di riviste porno. Venendo all’Italia, possiamo ricordare il caso di Gianfranco Stevanin, responsabile di almeno sei omicidi, il quale era solito girare con una valigetta con all’interno delle foto a luci rosse, incluse quelle da lui stesso scattate durante dei rapporti sessuali. Sarà un caso, ma pure il pluriomicida Cesare Battisti sembra coltivare interesse per l’hard, tanto che nel 1998, sul settimanale Amica, uscì un suo racconto erotico, Il sesso dell’insetto. La connessione tra il mondo dei serial killer e il consumo di pornografia è tale da aver già attirato l’attenzione degli specialisti. Per esempio Eric W. Hickey, criminologo fornese e consulente per l’Fbi e per la polizia su casi di reati sessuali e omicidi seriali, in un libro in cui ha passato in rassegna le vite di oltre 400 serial killer ha confermato che alcuni criminali «ammettono l’uso occasionale e frequente di pornografia», in particolare di «materiale violento che riguarda la schiavizzazione e la tortura su donne e minori», contenuti utili a comprendere come la «gratificazione sessuale» di questi soggetti «raggiunga l’apice», con poi il «bisogno di passare a comportamenti» (Serial Murderers and Their Victims, 2016). Naturalmente, non si sta semplicisticamente insinuando che il porno sia una sorta di detonatore per gli omicidi seriali, ma certo – almeno nelle sui varianti più violente – può rafforzare quegli impulsi sadici propri dei killer più spietati. L’aspetto più preoccupante della normalizzazione del porno non è però il suo legame con gli omicidi seriali, fenomeno fortunatamente raro, quanto invece la sua connessione con una realtà ben più diffusa: quella della violenza sessuale. Parliamo d’una connessione in questo caso assai documentata e che per prime, va detto, fu denunciata dalle femministe. Nel 1974 l’attivista Robin Morgan affermò che «la pornografia è la teoria, lo stupro è la pratica» e l’anno dopo la giornalista Susan Brownmiller scrisse che la pornografia «è pensata per disumanizzare le donne». Nel 1978 a San Francisco 5.000 donne protestarono contro quella che consideravano una industria dello sfruttamento sessuale e quello stesso anno, nel loro Pornography and sexual deviance, Michael J. Goldstein, Harold S. Kant e John J. Hartman constatarono come «i gruppi dei delinquenti sessuali, particolarmente gli stupratori, sono stati esposti nella preadolescenza a materiale erotico più esplicito». Nel 2000 due sociologhe, Raquel Kennedy Bergen e Kathleen A. Bogle, pubblicarono uno studio sulla rivista Violence and victims, per realizzare il quale interpellarono un centinaio di vittime di violenze sessuali; le due accademiche, se da un lato scoprirono come la maggior parte delle vittime interpellate (58%) semplicemente ignorava se i carnefici facessero uso di materiale porno - ipotesi che non si può quindi escludere -, dall’altro rilevarono però come ben il 28% di esse aveva affermato che i loro abusatori utilizzavano tale materiale e il 12% aveva persino riconosciuto l’imitazione del porno nella violenza. Più recentemente, nel 2016, sul Journal of Communication è uscita una metanalisi che, a partire da 22 studi realizzati in 7 diversi Paesi, ha riscontrato come i soggetti che consumano materiale pornografico più frequentemente abbiano maggiori probabilità di mantenere atteggiamenti favorevoli all’aggressione sessuale e di impegnarsi in atti reali di aggressione sessuale. Nel giugno 2023, tre studiosi spagnoli - Gemma Mestre-Bach, Alejandro Villena-Moya e Carlos Chiclana-Actis – hanno pubblicato su Trauma violence & abuse un lavoro nel quale, pur mantenendo un atteggiamento di prudenza dettato dall’«eterogeneità delle metodologie e delle concettualizzazioni», hanno rilevato che «numerosi studi longitudinali e trasversali hanno suggerito un’associazione tra pornografia e violenza».Oltre a quello con la violenza concretamente agita, il porno ha un legame pure con la mentalità sessista. Uno studio su un campione di oltre 300 persone di età compresa tra i 17 e i 54 anni ha riscontro che, quanto più si è giovani quando si inizia a fare uso di materiale pornografico, maggiore sarà il consumo in età adulta. Non solo: con questa indagine – intitolata Age and experience of first exposure to pornography: relations to masculine norms (2017) – si è anche visto come chi aveva iniziato a guardare pellicole a luci rosse da ragazzino avesse sviluppato, nel tempo, atteggiamenti più maschilisti e irrispettosi della dignità della donna.Ora, se una così robusta serie di riscontri empirici evidenzia come il porno possa davvero essere un cattivo maestro – e lo sia soprattutto a danno della dignità femminile -, come mai se ne parla raramente? Perché il femminismo oggi prevalente se la piglia col patriarcato immaginario anziché con quello cinematografico? Forse perché, se lo facesse, dovrebbe inevitabilmente anche riconoscere i frutti amari dell’osannata rivoluzione dei costumi? È un dubbio che sorge spontaneo. 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Per oltre un decennio, ho affrontato personalmente quest’ardua battaglia contro un avversario imponente. Successivamente, dopo aver goduto di un periodo di “libertà” per alcuni anni, ho percepito profondamente sia il bisogno che la chiamata a condividere il mio percorso e le mie esperienze con altri. Osservando la realtà attorno a me, ho rilevato una pressante esigenza: numerose persone richiedevano sostegno, trovandosi prigioniere delle grinfie di questa dipendenza». C’è un nesso tra il consumo del materiale hot e la violenza sessuale? «Non è un mistero che gran parte del contenuto pornografico presenti elementi di violenza, eppure molti sottovalutano l'impatto che questi messaggi possono avere sul comportamento umano. All’interno di questo universo, gli individui, specialmente le donne, sono spesso oggetto di disprezzo, costrizione fisica, abusi verbali e fisici; influenzando profondamente le norme sociali e il comportamento individuale». Esistono studi in tal senso? «Una ricerca condotta alcuni anni fa su 50 fra i film pornografici più visualizzati ha rivelato che l’88% delle 304 scene esaminate includeva atti di violenza fisica, mentre il 49% presentava forme di aggressione verbale. La prevalenza di violenza rappresentata è allarmante, ma è altrettanto perturbante osservare la rappresentazione delle vittime. Nello specifico studio, il 95% delle vittime, quasi esclusivamente donne, appariva indifferente o persino compiaciuto di fronte all'abuso. Ciò pone un assurdo contrasto con la realtà vissuta da chiunque abbia interagito con una vittima di abuso. Va notato che - benché non tutto il materiale pornografico includa esplicitamente violenza fisica - anche i contenuti apparentemente innocui possono avere effetti nocivi sui consumatori. La ripetizione di scene che ritraggono sottomissione e deumanizzazione può normalizzare questi comportamenti agli occhi degli spettatori, gettando le basi per relazioni basate su dinamiche di potere malsane e sull’accettazione graduale di abusi fisici e verbali, in particolar modo contro le donne». Dal mondo femminista ha avuto appoggi? I contenuti contro cui lei si spende, diceva, danno spesso una immagine umiliante della donna. «Riceviamo il 90% del nostro sostegno da chiese, parrocchie, enti dedicati alla protezione dell’infanzia e associazioni di genitori. Abbiamo stabilito pochi contatti con il mondo femminista. È emerso che, in determinati contesti, la pornografia viene considerata come uno strumento di empowerment femminile. Tuttavia, la pornografia tende a fomentare il narcisismo individuale, inducendo milioni di persone a oggettivare i corpi altrui». Perché si fatica a parlare del lato oscuro del porno? Per non disturbarne la florida industria? «Esistono molteplici ragioni per cui, nonostante la sua ubiquità nella società, il tema della pornografia rimane tabù per molti. Alcuni la considerano semplicemente come un intrattenimento per adulti, privo di conseguenze dannose. L’industria pornografica - che genera enormi profitti -, negli anni ha cercato di migliorare la propria immagine attraverso l’assunzione di professionisti che, manipolando dati scientifici, tentano di convincere il pubblico che “tutto va bene”». C’è qualcuno che si oppone? «Negli ultimi anni sono emersi diversi movimenti che hanno portato alla luce il lato oscuro dell’industria. In particolare, Trafficking Hub ha giocato un ruolo chiave nel denunciare le pratiche criminali di uno dei più grandi siti pornografici a livello mondiale». Gli smartphone stanno facilitando la diffusione della «tossina», per dirla col titolo del suo libro, tra i giovani? «Lo smartphone consente un accesso istantaneo e discreto alla pornografia: bastano pochi tocchi sullo schermo per esplorare milioni di video e altrettanti per eliminare ogni traccia della propria attività. Per chi lotta contro dipendenze e abitudini radicate, il cellulare diventa una fonte inesauribile di contenuti, disponibili in ogni momento e luogo. Il problema si estende significativamente anche ai minori. In Italia, solamente una famiglia su tre adotta misure di controllo parentale sui dispositivi elettronici dei figli, mostrando una preoccupazione limitata per la loro sicurezza online». Da ex pornodipendente, che consigli darebbe a chi volesse liberarsi da questa dipendenza? «Ecco tre consigli fondamentali per chi desidera affrontare la dipendenza dalla pornografia. Primo, cercare supporto: è cruciale non affrontare la lotta in solitudine. Rompere il silenzio e condividere il proprio percorso con qualcuno di fiducia, che sia un amico o un consulente, rappresenta un passo fondamentale. Secondo, è vitale impostare sui dispositivi dei filtri per bloccare l’accesso a contenuti pornografici. Questo aiuta a interrompere l’esposizione diretta, creando uno spazio per affrontare e risolvere le cause sottostanti della dipendenza. Terzo, indagare le cause profonde: la pornografia spesso funge da meccanismo di fuga da dolori o problemi non risolti. È fondamentale esplorare e comprendere le radici del problema, che possono essere legate a traumi passati, bassa autostima, solitudine o altri fattori».
Nel riquadro: Gaio Sergio Orata, pioniere dell'acquacoltura (Getty Images)
Le ostriche hanno sempre goduto di solida fama, quale simbolo di prestigio sociale per chi partecipava ai conviti che le vedevano protagoniste in bella mostra, ma anche per i vari piaceri multisensoriali che sapevano poi trasmettere a chi le faceva proprie, magari in buona compagnia. Pur se la Francia, ora, è il maggior produttore e consumatore, all’Italia va la primogenitura della sua coltivazione. Ostrica eclettica, non solo per l’estetica del suo guscio, che può andare dal rosa sul delta del Po al verde delle coste liguri, ma anche per il gusto che dipende dall’ambiente in cui cresce, già descritto a suo tempo da Plinio il Vecchio con una sorta di mappa mediterranea delle varie specie, tanto che alcuni autori, registrandone i sapori variabili in base al territorio, dal dolce cremoso al salmastro minerale, ne hanno indicato un riferimento al terroir per il gusto delle varie specie di ostriche come si è fatto, a suo tempo, per i vini.
Il primo a intravederne le potenzialità, anche economiche, del suo allevamento è stato Caio Sergio Orata, nel I° secolo a.C. Nelle lagune dei Campi Flegrei aveva fatto una piccola fortuna con l’allevamento delle orate (da lì parte del suo nome trascritto negli archivi). Decise di fare un passo oltre e andò sulle rive brindisine, cioè in Puglia, a raccoglierne un po’, considerata l’alta qualità dovuta al mischiarsi delle sorgenti d’acqua dolce con l’acqua salmastra del mare, posto che le ostriche vivono sui fondali marini vicino alle foci dei fiumi. Quello che, poi, venne chiamato lago Lucrino (da lucro, ossia guadagno per il visionario Caio Sergio) era una laguna separata da una sottilissima lingua di dune dal mare, quindi soggetta al ritmo delle maree conseguenti, con un ideale mix di acque salmastre ricche di plancton nutriente che arricchiva le acque lacustri.
Ben presto la fama delle ostriche di Lucrino divenne forte richiamo per la buona società del tempo che vi si recava apposta senza badare a spese, posto che spesso venivano all’ombra del Vesuvio per rendere omaggio all’imperatore nelle sue pause di vacanza. In scavi archeologi a Baia, il borgo locale, vennero trovate delle fiaschette di vetro chiamate «ostraria» in cui vi erano incise delle vedute della stessa Baia e della vicina Pozzuoli dove erano tratteggiati dei filari di ostriche appese ai pali che uscivano dall’acqua. Erano uno dei souvenir per il ricco turismo che passava per i Campi Flegrei a fare incetta di ostriche golose. Una testimonianza giunta a noi per confermare il tipo di allevamento di questi molluschi che, ancora adesso, con le dovute modifiche, ottimizza il rapporto tra le ostriche e il loro ambiente.
Tecnica a pergolato che si trova ben descritta da Ausonio, «con le ostriche appese ai pali che oscillano tra le onde». Ostriche di solida fama come ben narrato da Archestrato da Gela, considerato il primo gastronauta della storia, nel suo I piaceri del buongustaio, e poi Teodosio che, nei Saturnalia, racconta dei sontuosi banchetti dove le ostriche vengono non solo consumate a crudo, ma pure messe a farcire golosi pasticci. Un’ostricoltura descritta da vari autori, da Varrone a Cicerone o Columella, tanto che vi erano patrizi che, con apposite «navi vivaio», andavano nei bacini dell’Egeo per trasportarle poi lungo la costiera napoletana, divenuta una sorta di California ostricara del tempo. Marco Gavio Apicio, considerato la penna gastronomica della Roma imperiale, consigliava di riporle in vasi pieni di aceto per poterle conservare al meglio per i banchetti. Coltura e allevamento dell’ostrica che, con l’occupazione delle Gallie, i Romani esportarono presso i cugini d’Oltralpe i quali ne fecero tesoro tanto da divenirne, ora, leader indiscussi per produzione e consumo. Con una lunga pausa legata alla caduta dell’Impero romano e ai tempi medioevali, anche se non tutto andò perduto perché recenti scavi nei Campi Flegrei hanno dimostrato che le ostricaie erano rimaste attive anche in quei tempi «oscuri».
L’interesse verso questi nobili e golosi frutti del mare si riaccese nel Cinquecento, ma non esattamente per le loro voluttà culinarie, ma per quanto andavano a stimolare… oltre lo spirito dei suoi golosi consumatori. Chiavi di lettura diverse, ma la conclusione sempre conseguente. Esordisce Michele Savonarola, medico e umanista del Quattrocento, che ammoniva al loro consumo, in quanto «incitavano alla lussuria». Più comprensivo Bartolomeo Sacchi, detto «il platina»: «Le ostriche sono fortemente afrodisiache e, come tali, molto apprezzate dai ricchi e lussuriosi». Di approccio più meramente scientifico, dal tocco ironico, il medico Baldassarre Pisanelli: «Il loro succo salato muove il corpo e risveglia lo spirito», lasciando poi al consumatore finale l’analisi conseguente in quanto, descrivendone «la sua forma voluttuosa», rimanda ad altri trattati di anatomia su Venere e dintorni.
In questa diatriba etico-filosofica-fisiologica, troviamo una quadra culinaria con Maestro Martino che sottolinea come ne vadano valorizzate freschezza e delicatezza, godendosele crude, condite con un tocco di limone e spezie.
Sulla fama erotizzante delle ostriche, varie le ipotesi. Scientifiche. Ricche di zinco, il minerale che, meglio di ogni altro, irrobustisce le virtù carnali: bastano sei ostriche per fare il pieno di zinco e capriole conseguenti. Nell’antichità, quando la scienza contava meno e la spontaneità faceva la differenza, venivano cotte sulla brace, condite con pepe e spezie assortite e se ne succhiava il frutto direttamente dal guscio. Meglio ancora se con degna partner a fare coppia golosa e complice. Il tempo scorre veloce. La Francia diventa leader riconosciuta, ma la costiera napoletana rimane solido punto di riferimento, tanto è vero che, quando a metà dell’Ottocento vi fu una crisi nei vari bacini di produzione, venne mandato dal governo transalpino un esperto a Napoli dove la coltivazione ostricante aveva sempre resistito alle mareggiate del tempo e, grazie alla volontà dei Borbone, si era dato ulteriore impulso alla sua produzione. Era il tempo in cui lo street food nella città di Pulcinella vedeva lungo le vie della riviera di Chiaia i banchetti con l’insegna di «Ostricaro fisico», ovvero gli ambulanti dedicati che, con coinvolgente arte partenopea, invogliavano i passanti ad assaggiare i loro prodotti: ostriche, così come datteri, vongole o lupini.
«Ostricaro fisico» termine nato goliardicamente per opera di Ferdinando II di Borbone che, un giorno, avendo particolarmente apprezzato quanto gli era stato offerto dall’ambulante di turno, lo aveva così omaggiato «voi siete un ostricaro fisico», parafrasando il titolo di dottore fisico di cui, al tempo, si fregiavano alcuni laureati in medicina per dare peso e importanza alla loro arte. Ostriche omaggiate nella letteratura, ad esempio con Mario Stefanile nel suo Partenope in cucina, del 1954, «quando un baldo marinaio ve le porge tra succosi spicchi di limone, abbandonatevi con ghiotta fiducia allo squisito sapore di mare, di vento, di raffinato zolfo, di lievemente amara salsedine…». Ma il tocco finale ce lo regala Hernest Hemingway, mentre passeggia pensieroso lungo via Toledo. Aveva da poco scritto Il vecchio e il mare, ispirato dalle atmosfere dell’amato Cilento. «Mangiando le ostriche, con quel forte sapore di mare, accompagnandole con un gustoso vino frizzante, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice», immaginandolo con la Venere conseguente a fargli toccare il cielo. Qualche mese dopo venne premiato con il Nobel per la letteratura.
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Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci