
Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.
Sul tavolo, non ci sono solo nomi ma visioni. Da una parte la lista del cda uscente, dall’altra quella alternativa di Plt guidata dall’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio, che in serata è stato licenziato dal board del Monte «per giusta causa» anche come direttore generale. La terza lista è quella di minoranza delle Sgr e i fondi di Assogestioni.
La sorpresa è dietro l’angolo: Delfin potrebbe astenersi. Una non-scelta che è già una scelta. Perché? Perché a Milano, non quella dei salotti ma quella della procura, si guarda con attenzione ai movimenti dei grandi azionisti. Il sospetto di concerto aleggia, e in questi casi la prudenza diventa una strategia. Meglio non esporsi troppo visto che la lista del cda guidata da Fabrizio Palermo gode dell’appoggio del gruppo Caltagirone (11,45%). Si aggiungerebbero l’1,4% di Benetton e l’1% dei fondi Mediolanum. Poi le casse di previdenza che complessivamente arrivano all’1,5%. A completare il consenso altre quote più piccole che toccano complessivamente il 5%. In totale si arriva al 20%. Da questo calcolo resterebbero fuori le quote di Banco Bpm e quella del Mef. Così, paradossalmente, l’azionista più pesante potrebbe scegliere di non pesare. O meglio: di pesare senza farsi vedere. Eventualmente il suo voto si manifesterà quando sulle preferenze per i singoli membri del consiglio d’amministrazione. Gli advisor sono unanimi nel giudizio su Fabrizio Palermo come ad. Assi meno sulla conferma di Nicola Maione alla presidenza. Mentre Siena si prepara al voto con un certo ottimismo altrove il clima è decisamente più burrascoso.
A Francoforte addirittura c’è il gelo. L’Ops lanciata da Unicredit per acquisire Commerzbank si è schiantata contro un muro di ghiaccio. Il messaggio è semplice nella sua chiarezza: così non va. L’offerta non convince, il premio non è adeguato, il valore non si vede. E soprattutto - dettaglio non secondario - la fiducia non c’è. Che, in operazioni di questo tipo, è un po’ come dire che manca l’ossigeno. Il numero uno di Unicredit, Andrea Orcel, aveva immaginato un percorso diverso. Un’integrazione capace di creare un campione europeo secondo uno schema gradito alla Bce. Ma tra l’idea e la realtà c’è di mezzo un management tedesco che non ha alcuna intenzione di farsi conquistare: il valore possiamo crearlo da soli. Anzi, se proprio dobbiamo prenderci dei rischi, preferiamo farlo in autonomia. Una dichiarazione di indipendenza che suona anche come una bocciatura dell’operazione.
C’è poi il tema del metodo. I tedeschi lamentano di essere stati spesso informati a cose fatte, più che coinvolti. E qui si entra in un terreno delicato, quello delle relazioni tra pari. Perché un’Ops può anche essere tecnicamente impeccabile, ma se manca il rapporto fiduciario diventa una salita insidiosa.
Il risultato è che, mentre a Siena si intravedono schiarite a Francoforte si addensano nuvole scure. L’offerta resta formalmente in piedi, certo. Ma il percorso si complica. E non poco.
E così l’Europa bancaria si ritrova, ancora una volta, divisa tra due modelli. Quello italiano, fatto di equilibri sottili, mediazioni, astensioni strategiche. E quello tedesco, più diretto e roccioso.
In mezzo, come sempre, c’è il mercato. Che osserva, valuta, soppesa. E che sa benissimo che dietro queste partite non ci sono solo poltrone, ma strategie, assetti di potere, pezzi di futuro.
Alla fine, la fotografia è questa: a Siena si gioca una partita complessa ma aperta, con un arbitro invisibile che si chiama prudenza. A Francoforte, invece la palla al momento è stata respinta. Riprovare. E chissà che, in questo strano meteo della finanza, non sia proprio l’Italia - spesso data per imprevedibile - a mostrare, almeno per una volta, il cielo più stabile. Anche se, come sempre, basterà un voto in assemblea per cambiare il vento.






