Salvare il realismo dalla Realpolitik. Nell’enciclica si svela il Prevost politico

È un Papa democristiano? È un Papa progressista, anche se un po’ meno radicale di Francesco? O è un Papa woke, come gli rinfacciano i Maga?
Dato che Robert Francis Prevost è cattolico, incasellarlo è un’operazione di discutibile riduzionismo. Ma nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata all’Intelligenza artificiale, Leone XIV tratteggia anche i contorni del suo pensiero politico. Che risponde a un’esigenza: salvare il realismo (cristiano) dalle distorsioni della Realpolitik.
Il pontefice, in primo luogo, contesta l’utilizzo pretestuoso del pessimismo antropologico e geopolitico per giustificare la «cultura della potenza». Al «falso “realismo”», quello che scambia «la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare», ne contrappone uno «sano». Il realismo autentico», sostiene il vicario di Cristo, «non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza», ma non allo scopo di indurre una pelosa rassegnazione al «cinismo», bensì «per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi». Questo approccio «non riduce la politica alla moralità», ricusando l’autonomia filosofica conquistata in età moderna, grazie al contributo pionieristico dei Niccolò Machiavelli, dei Francesco Guicciardini, dei Thomas Hobbes; «ma neppure la consegna alla violenza: cerca via praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili».
In uno scritto il cui fulcro sono le sfide legate alle nuove tecnologie, il Papa non ha modo di approfondire più di tanto questi abbozzi di teoria politica. Di certo, a suo avviso, il problema del falso realismo è strettamente correlato a quello della «normalizzazione della guerra» da parte di una «cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti».
Diventa cruciale, allora, sottolineare la differenza che passa tra la deformazione del realismo allo scopo di legittimare l’imperialismo e il disincanto di un’analisi capace di separare il piano osservativo da quello normativo. Se, con Tucidide, si prende atto che la forza fa il diritto, non è necessario anche sposare questa posizione e - men che meno - auspicare che chi comanda vi si adegui. Conoscere il mondo per quello che è, anzi, aiuta a trovare strategie più efficaci per migliorarlo, purché entro i limiti del possibile. Non a caso, sul Machiavelli impudente consigliere di un principe senza scrupoli, si diffusero ben presto le cosiddette interpretazioni «oblique», per le quali il diplomatico fiorentino, fingendo di consegnare al sovrano un manuale sull’accrescimento amorale del potere, ne svelava invece la profonda iniquità.
Anche senza ipotizzare, alla Leo Strauss, doppi livelli di lettura, bisogna riconoscere che il nocciolo del realismo politico è sempre stato questo: partire dalla situazione di fatto, non per costruire il mondo perfetto, ma per evitare che il mondo stesso finisca in rovina. E magari per provare, con prudenza, a emendarlo. Emerge qualcosa della canonica cautela conservatrice: la convinzione che la rivoluzione sia peggio delle riforme; che l’utopia conduca al disastro; che le ottime intenzioni lastrichino la strada per l’inferno. La circospezione gnoseologica e pratica, tuttavia, non equivale all’appiattimento sulla Storia, della quale la volontà sarebbe, hegelianamente, mera spettatrice. Non occorre respingere il cambiamento; semmai, si deve dirigerlo. Anzi, come scrisse Edmund Burke, capostipite dei conservatori britannici, «uno Stato che non ha mezzi per cambiare è uno Stato che non ha mezzi per conservarsi».
Del realismo politico, è oggi più che mai urgente recuperare l’intuizione essenziale: quella che Richard Ned Lebow chiama «concezione tragica della politica» e che Robert Kaplan definisce «mente tragica». Si tratta della consapevolezza che la natura umana (in Hans Morgenthau e Reinhold Niebuhr) o la struttura del sistema internazionale (in John Mearsheimer) tendono a trascinare le comunità e gli Stati in una competizione per il primato e il prestigio, di cui la guerra è una conseguenza tutt’altro che improbabile. La politica, in una situazione del genere, ha un compito circoscritto ma fondamentale: non può aspirare a costruire un uomo nuovo, però può adattare le istituzioni in maniera che si prestino a dissolvere la prospettiva del conflitto totale. Si guardi l’ultimo saggio di Randall Schweller: un fautore del realismo «offensivo» che condanna il massimalismo ideologico americano nei confronti della Cina e propone una via per la coesistenza.
È qui, forse, che inciampa l’enciclica. Prevost bacchetta «la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza». Non ci si può aspettare che un Papa benedica gli arsenali atomici, ma è evidente che lo spettro della mutua distruzione sia stato e rimanga un gigantesco deterrente, sebbene la proliferazione di questi armamenti alimenti la giusta preoccupazione che essi cadano nelle mani di autocrati sfrenati, oppure di terroristi. Altrettanto scricchiolante è l’elaborazione diplomatica del documento pontificia: è dubbio che il modo migliore per superare le difficoltà del nostro caotico contesto multipolare sia rinnovare le istituzioni multilaterali, dall’Onu in giù.
A Leone, comunque, non pare estranea una rappresentazione quasi girardiana - e molto realista - del dovere di perseguire la pace. Secondo il grande antropologo francese, denunciando l’innocenza della vittima espiatoria, il cristianesimo ha disinnescato il meccanismo ordinatore del sacro: il ricorso alla violenza collettiva contro un nemico quale antidoto alla violenza anarchica, distruttiva per la società. Dal Vangelo in avanti, sostiene René Girard, l’armonia può reggere soltanto se si rifiutano consapevolmente il «diritto di rappresaglia» e persino la «legittima difesa». In Magnifica humanitas, la «cultura del negoziato» e il «metodo della pace» vengono descritti esattamente come «un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza». Un’impresa che comincia, appunto, da una presa di coscienza.
È la sintesi perfetta del realismo cattolico: pensare in modo tragico per scongiurare la tragedia.






