La pubblicazione di Magnifica humanitas potrebbe contribuire ad alimentare il dibattito sull’Intelligenza artificiale che da tempo caratterizza il mondo Maga.
La settimana scorsa, Donald Trump ha improvvisamente rimandato la firma di un ordine esecutivo che avrebbe teoricamente dovuto introdurre delle regolamentazioni, per quanto blande, al settore dell’Ia. Secondo Politico, a convincerlo del passo indietro sarebbe stato il presidente del Consiglio dei consulenti del presidente per la tecnologia, David Sacks, il quale avrebbe fatto presente che eventuali limitazioni avrebbero indebolito gli Usa nella loro competizione con la Cina. Non è un mistero che Sacks sia legato a figure del settore ipertecnologico statunitense che, come Peter Thiel ed Elon Musk, guardano con ostilità alle regolamentazioni governative nel comparto dell’Ia. Regolamentazioni che il fondatore di Palantir da anni identifica come il regno di quell’Anticristo che, in nome dello slogan «pace e sicurezza», punterebbe a creare un mondo unificato e caratterizzato dalla stagnazione tecnologica.
Dall’altra parte, esiste però un pezzo dell’universo Maga che ha espresso timore per questo settore. A metà maggio, Steve Bannon, insieme a una sessantina di altri firmatari, ha inviato una lettera a Trump in cui si chiedeva l’introduzione di regole per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. «Sosteniamo le politiche proposte che prevedono test, valutazioni, verifiche e approvazioni governative obbligatorie per i sistemi di Intelligenza artificiale di frontiera potenzialmente pericolosi, prima del loro dispiegamento», recitava la missiva. È interessante notare come tra i firmatari della lettera figurassero anche vari pastori protestanti. Del resto, lo stesso Leone XIV, nella sua enciclica, ha auspicato dei paletti, scrivendo: «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’Ia non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana».
Non a caso, ieri, testate statunitensi di vario orientamento - dal conservatore New York Post al liberal Washington Post - hanno sostenuto che l’enciclica vada letta come una sferzata tanto ai big della Silicon Valley quanto (almeno in parte) alla stessa amministrazione statunitense. Anche Nbc News ha affermato che il nuovo documento papale segnerebbe un «altro potenziale punto di attrito» tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Del resto, ampi settori del mondo cristiano temono una deriva improntata al transumanesimo: una deriva contro cui punta il dito la stessa Magnifica humanitas. Sotto questo aspetto, non va dimenticato che Trump, alle elezioni del 2024, ha vinto, conquistando sia il voto evangelico che la maggioranza di quello cattolico.
Il presidente americano deve quindi affrontare una tensione non di poco conto all’interno dell’universo Maga. Da una parte, il settore ipertecnologico tende ad arginare la regolamentazione dell’Ia in nome della competizione geopolitica con Pechino; dall’altra, i Maga più «tradizionalisti» puntano il dito contro i rischi legati all’Intelligenza artificiale: dalla questione della sorveglianza agli impatti sulla working class. A incarnare questo dilemma è soprattutto JD Vance. Il vicepresidente americano ha infatti mostrato finora una posizione articolata, se non ondivaga, sull’Ia. L’anno scorso criticò l’Ue per la regolamentazione del settore. Tuttavia, a febbraio, dichiarò: «Sono preoccupato per l’uso dell’Intelligenza artificiale da parte delle aziende per sorvegliare gli americani. Sono preoccupato per le violazioni della privacy, sono molto preoccupato per i pregiudizi politici». Vance è del resto assai vicino a Thiel. Tuttavia, la sua base elettorale è costituita da quei colletti blu della rust belt che temono gli impatti socioeconomici dell’Ia. Si tratta di un nodo che il vicepresidente è chiamato a sciogliere in fretta, anche in virtù delle sue ambizioni presidenziali in vista del 2028.
E attenzione: il dibattito sull’Ia nel trumpismo non riguarda soltanto il cristianesimo ma anche il libertarianism. Quest’ultimo è contrario alle regolamentazioni nel settore privato, ma risulta al contempo ostile agli impieghi governativi dell’Intelligenza artificiale: a partire dalla questione della sorveglianza e da quella del potenziamento degli apparati del Pentagono. Si tratta di un cortocircuito che era già emerso l’anno scorso, quando Musk, a seguito della rottura (poi ricomposta) con Trump, si era convinto a creare un partito, corteggiando parlamentari repubblicani di orientamento libertarian come Rand Paul e Tom Massie.
Insomma, l’attuale presidente americano potrebbe trovarsi davanti a un dilemma non così dissimile da quello davanti a cui si trovò Harry Truman con il Progetto Manhattan: un rompicapo che naviga tra politica interna, sicurezza nazionale, filosofia morale e finanche teologia.
Gli imperi, per loro natura, sono chiamati a dare il senso al destino di un’epoca. E questo senso non può trascendere la fondamentale tensione che si impone tra potere ed escatologia. Una tensione mai risolvibile definitivamente, ma da cui passa il discrimine tra catastrofe e salvezza. In quest’ottica, la dialettica, talvolta aspra, tra la Santa Sede e la Casa Bianca non è necessariamente infeconda, ma può contribuire a imprimere un orizzonte di significato al destino di quest’epoca, per scongiurare sia la mortificazione della dignità umana sia la tirannide mortifera che l’instaurazione di uno Stato universale inevitabilmente comporterebbe.



