True
2019-07-17
Scarlett Johansson sfida gli attivisti Lgbt. E loro la linciano
Gettyimages
Quello della star di Hollywood sta diventando un mestiere pericoloso. Un tempo ai divi era consentito qualunque eccesso, oggi basta mezza parola sbagliata in una intervista per rimetterci la carriera. E' impressionante notare la velocità con cui le celebrità si affrettano a correggere le affermazioni sgradite, il terrore che pervade attori e attrici quando si accorgono di aver scavalcato il recinto sempre più opprimente del politicamente corretto. L'ansia che trasuda dai comunicati stampa riparatori, le scuse preconfezionate e le dichiarazioni in fotocopia emanano un odore sovietico a tratti sconcertante. L'ultimo caso riguarda la povera Scarlett Johansson, che da qualche tempo a questa parte sembra non trovare pace. Nel 2016 l'hanno bersagliata per aver accettato un ruolo nel film tratto dal cartone animato giapponese Ghost in the shell. L'hanno accusata di «appropriazione culturale» per aver osato interpretare un personaggio asiatico pur essendo bianca e bionda (poi, certo, se nella serie Troy Achille viene impersonato da un attore nero nessuno si scandalizza).
Adesso la storia si ripete, ma in peggio. Tutto è iniziato nel 2018, quando Scarlett ha accettato di avere una parte nel film Rub & Tug di Rupert Sanders. Si trattava di interpretare Dante «Tex» Gill, un gangster americano realmente esistito. Gill nacque donna e in seguito divenne uomo, dunque era un transessuale. E i censori della correttezza politica pretendono che a interpretare un trans sullo schermo debba essere un attore transessuale. L'idea è evidentemente assurda: un attore è un attore, deve e può (se il talento glielo consente) impersonare chiunque, uomo, donna o trans che sia. Cate Blanchett, tanto per fare un esempio, ha vestito i panni di Bob Dylan nel film del 2007 Io non sono qui, e lo ha fatto straordinariamente bene.
Di cose del genere, tuttavia, agli attivisti Lgbt non importa un fico secco. Anche perché utilizzare la scusa dei diritti per ottenere più spazi a Hollywood è un metodo piuttosto redditizio. La Johansson fu dunque presa di mira, e dopo giorni di attacchi feroci dovette chinare il capo. Rese una dichiarazione alla rivista Out (di ambiente arcobaleno), e utilizzò toni da regime: «Alla luce delle questioni etiche che sono state sollevate in merito alla mia scelta di interpretare Dante Tex Gill», spiegò, «ho deciso di ritirare la mia partecipazione al progetto. Nella nostra cultura la comprensione delle persone transgender continua ad avanzare e ho imparato molto da loro da quando mi sono espressa per la prima volta su questa faccenda: mi sono resa conto di non essere stata sensibile. Ho una grande ammirazione per la comunità trans e sono grata del fatto che il dibattito sull'inclusività a Hollywood vada avanti».
Un autodafé in grande stile, insomma, evidentemente pronunciato per costrizione. Ci permettiamo di dedurlo perché pare proprio che la reale opinione della Johansson sulla vicenda fosse (e sia) molto diversa. Ed eccoci al punto. Sabato il Daily Mail ha anticipato alcuni stralci dell'intervista che Scarlett ha concesso alla rivista As If. Confrontandosi con l'artista David Salle, l'attrice ha detto: «Oggi c'è molta enfasi e discussione su che cosa sia la recitazione e su chi vogliamo vedere rappresentarci sullo schermo». Il riferimento era ovviamente alla polemica con i trans, e infatti Salle ha insistito sull'argomento. Scarlett non si è tirata indietro: «Sai, come attrice dovrei avere il permesso di interpretare qualsiasi persona, o qualsiasi albero, o qualsiasi animale perché questo è il mio lavoro e questo mi richiede il mio lavoro», ha dichiarato. Sacrosanto: se uno fa l'attore deve poter interpretare qualsiasi ruolo. La Johansson ha aggiunto alcune considerazioni importanti. Ha spiegato, tra le altre cose, che oggi c'è «molta correttezza politica che si riflette nell'arte».
«Sento che è questa è la tendenza nella mia attività», ha sospirato, «e deve accadere per vari motivi sociali, eppure ci sono momenti in cui diventa scomodo quando tutto questo tocca l'arte, perché ritengo che l'arte debba essere libera da restrizioni».
Di nuovo, il ragionamento è più che condivisibile: l'arte non dovrebbe essere frenata dal politicamente corretto, altrimenti perde la sua funzione. Peccato che gli attivisti Lgbt non la pensino così. Appena il Daily Mail ha pubblicato i virgolettati della diva, sui social network si è scatenato il pandemonio. La Johansson è stata dipinta come una «cisgender bianca e privilegiata» (il termine cisgender indica una persona che si sente a suo agio nel proprio sesso biologico) e di nuovo coperta di insulti.
Sapete che cosa è accaduto poi? Beh, è piuttosto scontato: subito Scarlett è dovuta correre ai ripari, cospargersi il capo di cenere ed esibirsi nuovamente in una sviolinata alla comunità Lgbt. Prima ha precisato che il contenuto della sua intervista è stato «decontestualizzato» al fine di ottenere contatti sul Web. Quindi ha spiegato: «La domanda a cui stavo rispondendo nella mia conversazione con l'artista contemporaneo David Salle riguardava il rapporto tra correttezza politica e arte. Personalmente ritengo che, in un mondo ideale, qualsiasi attore dovrebbe essere in grado di interpretare chiunque e che l'arte, in tutte le sue forme, dovrebbe essere immune alla correttezza politica». Infine, il mea culpa: «Riconosco che, in realtà, c'è una grande discrepanza all'interno della mia industria, che favorisce gli attori cisgender caucasici, e che non a tutti gli attori sono state date le stesse opportunità di cui ho avuto il privilegio di godere. Per quanto mi riguarda continuo a sostenere, come ho sempre fatto, la diversità in ogni settore e continuerò a lottare per progetti in cui tutti siano inclusi».
Ecco fatto: Scarlett Johansson ha dovuto ammettere di essere una eterosessuale bianca privilegiata. Non è bastato che rinunciasse al ruolo in un film, ormai non le è nemmeno consentito esporre la propria, ragionevolissima idea.
Se avesse deciso di non piegarsi, probabilmente non l'avrebbero più fatta lavorare. immolarsi per una causa non è un'attività facile da praticare, specie se si è ricchi e famosi. Così, comunicato dopo comunicato, autodafé dopo autodafé il regime Lgbt avanza.
Riccardo Torrescura
«Basta con i proverbi: sono sessisti»
Probabilmente non ve ne siete mai resi conto, ma quando pronunciate una frase come «moglie e buoi dei paesi tuoi» siete razzisti non una, ma ben tre volte. Questo proverbio, infatti, «condensa tre razzismi (geografico, specista e sessista)». Cioè è discriminatorio verso le donne «che vengono paragonate ai buoi»; è discriminatorio verso quelli che vivono in altri paesi (perché il proverbio sostiene che il proprio paese è meglio di un altro a prescindere); e infine è discriminatorio verso i poveri buoi, che vengono trattati come se fossero semplici beni di consumo e non esseri viventi.
A sostenere questa stravagante tesi è Lorenzo Gasparrini, che si definisce «blogger, attivista antisessista e dottore di ricerca in Estetica». Questo signore ha collaborato con l'Università di Roma «La Sapienza» ed è autore di alcune stimabili pubblicazioni, tra cui il saggio appena uscito Non sono sessista ma... Il sessismo nel linguaggio contemporaneo. Nel volume, Gasparrini infierisce senza pietà: «La maggior parte dei proverbi della nostra lingua (e, possiamo aggiungere, anche delle molte varianti dialettali locali) è sessista». A suo dire, «esistono numerose raccolte di proverbi e il dato sessista può essere rilevato facilmente. Il numero di proverbi che usano la donna come variabile negativa, o che mettono in guardia da tutto ciò che è femminile, è inquietante».
Brutte e cattive
Già: «Non si contano i proverbi che mettono in guardia dalle presunte tipiche caratteristiche femminili: astuzia, malignità, goffaggine, sbadataggine, avventatezza, illogicità, volubilità». A parere di Gasparrini, tuttavia, sono sessisti non solo i proverbi che parlano male delle donne, ma pure quelli che ne parlano bene, cioè «tutti quei proverbi che inchiodano le caratteristiche femminili positive a insindacabili proprietà angeliche o in odore di santità».
Stando a ciò che sostiene il nostro esperto di discriminazioni, sarebbe intollerabile persino il celebre «le donne non si toccano neanche con un fiore». A prima vista, verrebbe da pensare che si tratti di un sacrosanto invito a non alzare le mani sulle mogli o le figlie, ma per Gasparrini siamo in presenza di una evidente discriminazione. Qui si presume, infatti, che ci sia un depositario unico della forza (il maschio) a cui viene intimato di risparmiare la sottoposta (la donna). Motivo per cui siamo nell'ambito di «una gerarchia sessista» costruita dal «patriarcato».
Intendiamoci. Se il prode attivista antisessista si limitasse a sfornare libri acquistati e consultati da alcuni suoi amici, non ci sarebbe nulla da dire: se la canti e se la suoni da solo. Il fatto è che il nostro eroe gode di una certa visibilità. Nel 2018 si accomodò nel parterre di Quante storie su Rai 3. Il 5 luglio scorso, invece, è stato gradito ospite di Fahrenheit, il celebre programma di Radio 3 Rai, attualmente condotto da Loredana Lipperini (già firma di Repubblica). Nel corso della puntata, il libro di Gasparrini è stato ampiamente sviscerato, e presentato dalla conduttrice come «un libro importante».
Gli scarafaggi
Gasparrini ha concionato di maschilismo e razzismo. Ha parlato di Carola Rackete, spiegando che una donna forte, una «comandante» come lei infastidisce i maschi poiché la sua forza è vista come «un'offesa». Poi, il nostro ha ripetuto anche alla radio il suo bel discorso sui proverbi. Le sue teorie hanno suscitato il disappunto di un ascoltatore, il quale ha avanzato una obiezione non peregrina: se razzismo è ripetere il proverbio «moglie e buoi dei paesi tuoi», allora come si deve denire un massacro etnico come quello avvenuto in Ruanda dove gli hutu chiamavano i tutsi scarafaggi? Certo, il paragone è forte, ma sensato: se diventa razzista perfino un proverbio, si perde il senso delle proporzioni.
La risposta di Gasparrini, tuttavia, ha fatto venire i brividi: «Le abitudini che hanno altre popolazioni e altre culture come possono essere raffrontate con la nostra? Facessero quello che vogliono con i loro scarafaggi». Già, peccato che in quel caso gli «scarafaggi» fossero esseri umani che vennero successivamente scannati a colpi di machete. Ma probabilmente all'esperto di discriminazioni non interessa, del resto lui è un relativista: gli altri facciano quello che vogliono, chi siamo noi per giudicare? Se un intellettuale non progressista si fosse lasciato sfuggire una bestialità come quella pronunciata da Gasparrini sarebbe stato (giustamente) linciato. A lui, però, tutto è perdonato: dopo tutto ha scritto un libro così «importante» sul sessismo...
Il nostro, a quanto pare, si dà un gran daffare anche per educare i piccoli italiani al rispetto dei ruoli di genere. Nel maggio del 2018, per dire, ha tenuto una bella lezioni a bimbi e genitori presso il Muse di Trento, durante la quale ha spiegato che «sono le nostre strutture di pensiero a condizionare il pensiero sulle differenze di genere tra maschi e femmine». Il suo libro viene consigliato sul sito del progetto «Impari a scuola», promosso dall'Ufficio della consigliera di parità della Provincia di Milano e della Provincia di Monza e Brianza e rivolto ai bimbi delle scuole lombarde. Ma nel curriculum dell'antissessista ci sono anche lezioni universitarie, corsi di vario genere.
Nel nostro Paese funziona così: per quanto strampalate siano le sue teorie, l'intellettuale (vero e presunto) che si attiene al politicamente corretto trova sempre le porte aperte. Il principale programma di libri della radio pubblica invita il maestro di antisessismo che se la prende con i proverbi, e ovviamente si guarda bene dall'invitare chiunque sia in odore di «populismo» o «sovranismo». Questa è la regola: le discriminazioni sono brutte solo se le fanno gli altri.
Francesco Borgonovo
La scienziata che fa la guerra al testosterone
L'ideale sarebbe se non esistesse per niente. Ma, poiché della sua esistenza non si può dubitare, allora bisogna dire che è ininfluente.
Parliamo del testosterone, l'ormone steroideo prodotto dalle cellule di Leydig situate nei testicoli e, in minima parte, dalle ovaie. Si tratta del fattore che fa sì che gli uomini siano più robusti, abbiano una voce più grave e siano più pelosi delle donne, per esempio. Ma, in tempi di messa in discussione delle differenze sessuali, non poteva non partire il processo a questo scandaloso ormone che testimonia, con la sua stessa esistenza, una delle verità oggi più scandalose a dirsi: il fatto che uomini e donne siano diversi. A mettere alla sbarra il povero ormone ci ha pensato Cordelia Fine, studiosa nata nel 1975 in Canada e oggi residente in Australia, con alle spalle studi universitari in psicologia, criminologia e neuroscienze. Dopo il suo precedente saggio, (Maschi=Femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi, edito da Ponte alle Grazie e titolato nella sua versione originale Delusions of Gender) arriva ora in Italia per La nave di Teseo Testosterone Rex, già vincitore del Royal society science book prize nel 2017.
Il testosterone esiste, dicevamo. E su questo anche le femministe, al momento, non hanno grosse obiezioni da fare, anche se non disperiamo che entro breve la sua stessa esistenza possa essere derubricata a fake news patriarcale. Per ora, tuttavia, ci si limita a prendere atto che c'è, ma smontandone tutti i presunti effetti sociali.
Lo spirito di competizione? L'aggressività? Le doti di leadership? Una visione del sesso più materiale e meno sentimentale? Il fatto di essere, in amore, «cacciatore» e non «preda»? Il maggior senso dell'orientamento, la maggiore tendenza alla sfida all'ignoto? Tutte caratteristiche che finora abbiamo considerato tipicamente maschili, proprio a causa del testosterone e del suo influsso sul cervello degli uomini, ma Fine ci dice che non è così, che questa è una visione semplicistica, che naturalizza fattori culturali, rendendoli così fintamente immodificabili.
L'autrice cita, per esempio, gli studi degli anni Quaranta del biologo Angus Bateman sui moscerini della frutta. Secondo lo studioso, la competizione tra maschi per accaparrarsi le femmine più fertili era la forza trainante dell'evoluzione. Poiché la deposizione delle uova è un investimento fisico più consistente rispetto alla produzione di seme, le femmine devono essere selettive e prudenti mentre i maschi devono essere promiscui e competitivi. Il che, trasposto nella realtà umana, significa che le donne devono cercare «l' uomo della vita» mentre i maschi sarebbero legittimati dalla biologia a un iper attivismo sessuale. Ma Fine spiega che gli esperimenti di Bateman erano influenzati dall'esclusione di dati che avrebbero fornito risultati differenti. E così via.
Ovviamente la tendenza a spiegare i fatti sociali sulla base di uno stretto e inaggirabile determinismo biologico è assolutamente criticabile. Prima ci provò la cosiddetta sociobiologia, poi, man mano che gli studi di genetica facevano progressi, c'è stato un revival del genere, condito da articoli superficiali e divulgativi sul «gene dell'egoismo», il «gene del successo», il «gene dell'altruismo» e via banalizzando. Gli studiosi più accorti, tuttavia, hanno sempre rifiutato queste scorciatoie.
Studiando l'aggressività innata della specie umana, Konrad Lorenz spiegò allo stesso tempo che si trattava di istinti, di impulsi inconsci di cui bisognava tener conto, ma che erano ben lungi dal fungere da «dittatori» alla coscienza umana. Per la differenza sessuale vale la stessa cosa: non si tratta di un dato esclusivamente naturale, determinato una volta per tutte. Ma un condizionamento naturale esiste ed è insopprimibile. I nostri ruoli sociali non sono dettati dagli ormoni. Basterebbe non immaginarsi che possano prescinderne totalmente.
Adriano Scianca
Continua a leggereRiduci
L'attrice: posso interpretare qualsiasi personaggio, anche quelli trans. Ma i militanti arcobaleno la attaccano e la costringono alla retromarcia.Lorenzo Gasparrini, attivista «antisessista», in un libro e nel corso di una trasmissione di Radio 3 Rai invita a liberarsi della saggezza popolare «discriminatoria». Poi, però, insulta le vittime del genocidio in Ruanda.In Italia il bestseller della studiosa canadese Cordelia Fine. Il suo obiettivo: «Riassettare il sistema evolutivo».Lo speciale contiene tre articoliQuello della star di Hollywood sta diventando un mestiere pericoloso. Un tempo ai divi era consentito qualunque eccesso, oggi basta mezza parola sbagliata in una intervista per rimetterci la carriera. E' impressionante notare la velocità con cui le celebrità si affrettano a correggere le affermazioni sgradite, il terrore che pervade attori e attrici quando si accorgono di aver scavalcato il recinto sempre più opprimente del politicamente corretto. L'ansia che trasuda dai comunicati stampa riparatori, le scuse preconfezionate e le dichiarazioni in fotocopia emanano un odore sovietico a tratti sconcertante. L'ultimo caso riguarda la povera Scarlett Johansson, che da qualche tempo a questa parte sembra non trovare pace. Nel 2016 l'hanno bersagliata per aver accettato un ruolo nel film tratto dal cartone animato giapponese Ghost in the shell. L'hanno accusata di «appropriazione culturale» per aver osato interpretare un personaggio asiatico pur essendo bianca e bionda (poi, certo, se nella serie Troy Achille viene impersonato da un attore nero nessuno si scandalizza).Adesso la storia si ripete, ma in peggio. Tutto è iniziato nel 2018, quando Scarlett ha accettato di avere una parte nel film Rub & Tug di Rupert Sanders. Si trattava di interpretare Dante «Tex» Gill, un gangster americano realmente esistito. Gill nacque donna e in seguito divenne uomo, dunque era un transessuale. E i censori della correttezza politica pretendono che a interpretare un trans sullo schermo debba essere un attore transessuale. L'idea è evidentemente assurda: un attore è un attore, deve e può (se il talento glielo consente) impersonare chiunque, uomo, donna o trans che sia. Cate Blanchett, tanto per fare un esempio, ha vestito i panni di Bob Dylan nel film del 2007 Io non sono qui, e lo ha fatto straordinariamente bene.Di cose del genere, tuttavia, agli attivisti Lgbt non importa un fico secco. Anche perché utilizzare la scusa dei diritti per ottenere più spazi a Hollywood è un metodo piuttosto redditizio. La Johansson fu dunque presa di mira, e dopo giorni di attacchi feroci dovette chinare il capo. Rese una dichiarazione alla rivista Out (di ambiente arcobaleno), e utilizzò toni da regime: «Alla luce delle questioni etiche che sono state sollevate in merito alla mia scelta di interpretare Dante Tex Gill», spiegò, «ho deciso di ritirare la mia partecipazione al progetto. Nella nostra cultura la comprensione delle persone transgender continua ad avanzare e ho imparato molto da loro da quando mi sono espressa per la prima volta su questa faccenda: mi sono resa conto di non essere stata sensibile. Ho una grande ammirazione per la comunità trans e sono grata del fatto che il dibattito sull'inclusività a Hollywood vada avanti».Un autodafé in grande stile, insomma, evidentemente pronunciato per costrizione. Ci permettiamo di dedurlo perché pare proprio che la reale opinione della Johansson sulla vicenda fosse (e sia) molto diversa. Ed eccoci al punto. Sabato il Daily Mail ha anticipato alcuni stralci dell'intervista che Scarlett ha concesso alla rivista As If. Confrontandosi con l'artista David Salle, l'attrice ha detto: «Oggi c'è molta enfasi e discussione su che cosa sia la recitazione e su chi vogliamo vedere rappresentarci sullo schermo». Il riferimento era ovviamente alla polemica con i trans, e infatti Salle ha insistito sull'argomento. Scarlett non si è tirata indietro: «Sai, come attrice dovrei avere il permesso di interpretare qualsiasi persona, o qualsiasi albero, o qualsiasi animale perché questo è il mio lavoro e questo mi richiede il mio lavoro», ha dichiarato. Sacrosanto: se uno fa l'attore deve poter interpretare qualsiasi ruolo. La Johansson ha aggiunto alcune considerazioni importanti. Ha spiegato, tra le altre cose, che oggi c'è «molta correttezza politica che si riflette nell'arte». «Sento che è questa è la tendenza nella mia attività», ha sospirato, «e deve accadere per vari motivi sociali, eppure ci sono momenti in cui diventa scomodo quando tutto questo tocca l'arte, perché ritengo che l'arte debba essere libera da restrizioni». Di nuovo, il ragionamento è più che condivisibile: l'arte non dovrebbe essere frenata dal politicamente corretto, altrimenti perde la sua funzione. Peccato che gli attivisti Lgbt non la pensino così. Appena il Daily Mail ha pubblicato i virgolettati della diva, sui social network si è scatenato il pandemonio. La Johansson è stata dipinta come una «cisgender bianca e privilegiata» (il termine cisgender indica una persona che si sente a suo agio nel proprio sesso biologico) e di nuovo coperta di insulti. Sapete che cosa è accaduto poi? Beh, è piuttosto scontato: subito Scarlett è dovuta correre ai ripari, cospargersi il capo di cenere ed esibirsi nuovamente in una sviolinata alla comunità Lgbt. Prima ha precisato che il contenuto della sua intervista è stato «decontestualizzato» al fine di ottenere contatti sul Web. Quindi ha spiegato: «La domanda a cui stavo rispondendo nella mia conversazione con l'artista contemporaneo David Salle riguardava il rapporto tra correttezza politica e arte. Personalmente ritengo che, in un mondo ideale, qualsiasi attore dovrebbe essere in grado di interpretare chiunque e che l'arte, in tutte le sue forme, dovrebbe essere immune alla correttezza politica». Infine, il mea culpa: «Riconosco che, in realtà, c'è una grande discrepanza all'interno della mia industria, che favorisce gli attori cisgender caucasici, e che non a tutti gli attori sono state date le stesse opportunità di cui ho avuto il privilegio di godere. Per quanto mi riguarda continuo a sostenere, come ho sempre fatto, la diversità in ogni settore e continuerò a lottare per progetti in cui tutti siano inclusi».Ecco fatto: Scarlett Johansson ha dovuto ammettere di essere una eterosessuale bianca privilegiata. Non è bastato che rinunciasse al ruolo in un film, ormai non le è nemmeno consentito esporre la propria, ragionevolissima idea. Se avesse deciso di non piegarsi, probabilmente non l'avrebbero più fatta lavorare. immolarsi per una causa non è un'attività facile da praticare, specie se si è ricchi e famosi. Così, comunicato dopo comunicato, autodafé dopo autodafé il regime Lgbt avanza.Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scarlett-johansson-sfida-gli-attivisti-lgbt-e-loro-la-linciano-2639210034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="basta-con-i-proverbi-sono-sessisti" data-post-id="2639210034" data-published-at="1780552683" data-use-pagination="False"> «Basta con i proverbi: sono sessisti» Probabilmente non ve ne siete mai resi conto, ma quando pronunciate una frase come «moglie e buoi dei paesi tuoi» siete razzisti non una, ma ben tre volte. Questo proverbio, infatti, «condensa tre razzismi (geografico, specista e sessista)». Cioè è discriminatorio verso le donne «che vengono paragonate ai buoi»; è discriminatorio verso quelli che vivono in altri paesi (perché il proverbio sostiene che il proprio paese è meglio di un altro a prescindere); e infine è discriminatorio verso i poveri buoi, che vengono trattati come se fossero semplici beni di consumo e non esseri viventi. A sostenere questa stravagante tesi è Lorenzo Gasparrini, che si definisce «blogger, attivista antisessista e dottore di ricerca in Estetica». Questo signore ha collaborato con l'Università di Roma «La Sapienza» ed è autore di alcune stimabili pubblicazioni, tra cui il saggio appena uscito Non sono sessista ma... Il sessismo nel linguaggio contemporaneo. Nel volume, Gasparrini infierisce senza pietà: «La maggior parte dei proverbi della nostra lingua (e, possiamo aggiungere, anche delle molte varianti dialettali locali) è sessista». A suo dire, «esistono numerose raccolte di proverbi e il dato sessista può essere rilevato facilmente. Il numero di proverbi che usano la donna come variabile negativa, o che mettono in guardia da tutto ciò che è femminile, è inquietante». Brutte e cattive Già: «Non si contano i proverbi che mettono in guardia dalle presunte tipiche caratteristiche femminili: astuzia, malignità, goffaggine, sbadataggine, avventatezza, illogicità, volubilità». A parere di Gasparrini, tuttavia, sono sessisti non solo i proverbi che parlano male delle donne, ma pure quelli che ne parlano bene, cioè «tutti quei proverbi che inchiodano le caratteristiche femminili positive a insindacabili proprietà angeliche o in odore di santità». Stando a ciò che sostiene il nostro esperto di discriminazioni, sarebbe intollerabile persino il celebre «le donne non si toccano neanche con un fiore». A prima vista, verrebbe da pensare che si tratti di un sacrosanto invito a non alzare le mani sulle mogli o le figlie, ma per Gasparrini siamo in presenza di una evidente discriminazione. Qui si presume, infatti, che ci sia un depositario unico della forza (il maschio) a cui viene intimato di risparmiare la sottoposta (la donna). Motivo per cui siamo nell'ambito di «una gerarchia sessista» costruita dal «patriarcato». Intendiamoci. Se il prode attivista antisessista si limitasse a sfornare libri acquistati e consultati da alcuni suoi amici, non ci sarebbe nulla da dire: se la canti e se la suoni da solo. Il fatto è che il nostro eroe gode di una certa visibilità. Nel 2018 si accomodò nel parterre di Quante storie su Rai 3. Il 5 luglio scorso, invece, è stato gradito ospite di Fahrenheit, il celebre programma di Radio 3 Rai, attualmente condotto da Loredana Lipperini (già firma di Repubblica). Nel corso della puntata, il libro di Gasparrini è stato ampiamente sviscerato, e presentato dalla conduttrice come «un libro importante». Gli scarafaggi Gasparrini ha concionato di maschilismo e razzismo. Ha parlato di Carola Rackete, spiegando che una donna forte, una «comandante» come lei infastidisce i maschi poiché la sua forza è vista come «un'offesa». Poi, il nostro ha ripetuto anche alla radio il suo bel discorso sui proverbi. Le sue teorie hanno suscitato il disappunto di un ascoltatore, il quale ha avanzato una obiezione non peregrina: se razzismo è ripetere il proverbio «moglie e buoi dei paesi tuoi», allora come si deve denire un massacro etnico come quello avvenuto in Ruanda dove gli hutu chiamavano i tutsi scarafaggi? Certo, il paragone è forte, ma sensato: se diventa razzista perfino un proverbio, si perde il senso delle proporzioni. La risposta di Gasparrini, tuttavia, ha fatto venire i brividi: «Le abitudini che hanno altre popolazioni e altre culture come possono essere raffrontate con la nostra? Facessero quello che vogliono con i loro scarafaggi». Già, peccato che in quel caso gli «scarafaggi» fossero esseri umani che vennero successivamente scannati a colpi di machete. Ma probabilmente all'esperto di discriminazioni non interessa, del resto lui è un relativista: gli altri facciano quello che vogliono, chi siamo noi per giudicare? Se un intellettuale non progressista si fosse lasciato sfuggire una bestialità come quella pronunciata da Gasparrini sarebbe stato (giustamente) linciato. A lui, però, tutto è perdonato: dopo tutto ha scritto un libro così «importante» sul sessismo... Il nostro, a quanto pare, si dà un gran daffare anche per educare i piccoli italiani al rispetto dei ruoli di genere. Nel maggio del 2018, per dire, ha tenuto una bella lezioni a bimbi e genitori presso il Muse di Trento, durante la quale ha spiegato che «sono le nostre strutture di pensiero a condizionare il pensiero sulle differenze di genere tra maschi e femmine». Il suo libro viene consigliato sul sito del progetto «Impari a scuola», promosso dall'Ufficio della consigliera di parità della Provincia di Milano e della Provincia di Monza e Brianza e rivolto ai bimbi delle scuole lombarde. Ma nel curriculum dell'antissessista ci sono anche lezioni universitarie, corsi di vario genere. Nel nostro Paese funziona così: per quanto strampalate siano le sue teorie, l'intellettuale (vero e presunto) che si attiene al politicamente corretto trova sempre le porte aperte. Il principale programma di libri della radio pubblica invita il maestro di antisessismo che se la prende con i proverbi, e ovviamente si guarda bene dall'invitare chiunque sia in odore di «populismo» o «sovranismo». Questa è la regola: le discriminazioni sono brutte solo se le fanno gli altri. Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scarlett-johansson-sfida-gli-attivisti-lgbt-e-loro-la-linciano-2639210034.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-scienziata-che-fa-la-guerra-al-testosterone" data-post-id="2639210034" data-published-at="1780552683" data-use-pagination="False"> La scienziata che fa la guerra al testosterone L'ideale sarebbe se non esistesse per niente. Ma, poiché della sua esistenza non si può dubitare, allora bisogna dire che è ininfluente. Parliamo del testosterone, l'ormone steroideo prodotto dalle cellule di Leydig situate nei testicoli e, in minima parte, dalle ovaie. Si tratta del fattore che fa sì che gli uomini siano più robusti, abbiano una voce più grave e siano più pelosi delle donne, per esempio. Ma, in tempi di messa in discussione delle differenze sessuali, non poteva non partire il processo a questo scandaloso ormone che testimonia, con la sua stessa esistenza, una delle verità oggi più scandalose a dirsi: il fatto che uomini e donne siano diversi. A mettere alla sbarra il povero ormone ci ha pensato Cordelia Fine, studiosa nata nel 1975 in Canada e oggi residente in Australia, con alle spalle studi universitari in psicologia, criminologia e neuroscienze. Dopo il suo precedente saggio, (Maschi=Femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi, edito da Ponte alle Grazie e titolato nella sua versione originale Delusions of Gender) arriva ora in Italia per La nave di Teseo Testosterone Rex, già vincitore del Royal society science book prize nel 2017. Il testosterone esiste, dicevamo. E su questo anche le femministe, al momento, non hanno grosse obiezioni da fare, anche se non disperiamo che entro breve la sua stessa esistenza possa essere derubricata a fake news patriarcale. Per ora, tuttavia, ci si limita a prendere atto che c'è, ma smontandone tutti i presunti effetti sociali. Lo spirito di competizione? L'aggressività? Le doti di leadership? Una visione del sesso più materiale e meno sentimentale? Il fatto di essere, in amore, «cacciatore» e non «preda»? Il maggior senso dell'orientamento, la maggiore tendenza alla sfida all'ignoto? Tutte caratteristiche che finora abbiamo considerato tipicamente maschili, proprio a causa del testosterone e del suo influsso sul cervello degli uomini, ma Fine ci dice che non è così, che questa è una visione semplicistica, che naturalizza fattori culturali, rendendoli così fintamente immodificabili. L'autrice cita, per esempio, gli studi degli anni Quaranta del biologo Angus Bateman sui moscerini della frutta. Secondo lo studioso, la competizione tra maschi per accaparrarsi le femmine più fertili era la forza trainante dell'evoluzione. Poiché la deposizione delle uova è un investimento fisico più consistente rispetto alla produzione di seme, le femmine devono essere selettive e prudenti mentre i maschi devono essere promiscui e competitivi. Il che, trasposto nella realtà umana, significa che le donne devono cercare «l' uomo della vita» mentre i maschi sarebbero legittimati dalla biologia a un iper attivismo sessuale. Ma Fine spiega che gli esperimenti di Bateman erano influenzati dall'esclusione di dati che avrebbero fornito risultati differenti. E così via. Ovviamente la tendenza a spiegare i fatti sociali sulla base di uno stretto e inaggirabile determinismo biologico è assolutamente criticabile. Prima ci provò la cosiddetta sociobiologia, poi, man mano che gli studi di genetica facevano progressi, c'è stato un revival del genere, condito da articoli superficiali e divulgativi sul «gene dell'egoismo», il «gene del successo», il «gene dell'altruismo» e via banalizzando. Gli studiosi più accorti, tuttavia, hanno sempre rifiutato queste scorciatoie. Studiando l'aggressività innata della specie umana, Konrad Lorenz spiegò allo stesso tempo che si trattava di istinti, di impulsi inconsci di cui bisognava tener conto, ma che erano ben lungi dal fungere da «dittatori» alla coscienza umana. Per la differenza sessuale vale la stessa cosa: non si tratta di un dato esclusivamente naturale, determinato una volta per tutte. Ma un condizionamento naturale esiste ed è insopprimibile. I nostri ruoli sociali non sono dettati dagli ormoni. Basterebbe non immaginarsi che possano prescinderne totalmente. Adriano Scianca
Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
Continua a leggereRiduci
Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
Continua a leggereRiduci
Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
Continua a leggereRiduci
Flavio Cobolli festeggia la vittoria contro Felix Auger-Aliassime al Roland Garros (Ansa)
L'impresa di Cobolli contro Auger-Aliassime e la corsa di Arnaldi, favorito dal ritiro di Berrettini, regalano all'Italia una semifinale tutta azzurra a Parigi. Dopo l'uscita di Sinner, nessuno immaginava un finale del genere: domenica ci sarà un italiano a giocarsi il titolo.
Quando Jannik Sinner aveva salutato il Roland Garros al terzo turno, in pochi avrebbero immaginato che l'Italia sarebbe arrivata comunque a garantirsi un posto nella finale di Parigi. Eppure il tennis azzurro continua a sorprendere anche quando cambia i protagonisti. Domenica sul Philippe Chatrier ci sarà sicuramente un italiano a giocarsi il titolo: sarà Flavio Cobolli oppure Matteo Arnaldi.
Il verdetto è arrivato al termine di una giornata che ha riscritto le gerarchie della parte bassa del tabellone. Da una parte l'impresa di Cobolli contro Felix Auger-Aliassime, numero 4 del mondo virtuale e quarta testa di serie del torneo. Dall'altra il ritiro di Matteo Berrettini, costretto ad abbandonare il derby azzurro con Arnaldi per un problema fisico che lo ha fermato nel secondo set.
La notizia più significativa resta però quella firmata da Cobolli. Il romano, numero 10 del seeding, ha conquistato la prima semifinale Slam della carriera battendo in rimonta Auger-Aliassime per 4-6, 6-4, 6-4, 6-4 dopo tre ore e ventiquattro minuti di gioco. Una vittoria costruita con pazienza e lucidità dopo un avvio complicato, condizionato anche dal vento che ha reso difficile trovare continuità. Perso il primo set, Cobolli non si è scomposto. Con il passare dei giochi ha preso sempre più confidenza con le condizioni del campo e ha iniziato a togliere certezze al canadese. Nel secondo parziale è stato capace di risalire dal 3-1, infilando una serie di game che ha cambiato l'inerzia dell'incontro. Da quel momento il romano ha mostrato il tennis più maturo della sua carriera, gestendo i momenti delicati e sfruttando le imprecisioni di un avversario progressivamente meno brillante. Decisiva è stata soprattutto la sua capacità di restare dentro la partita nei passaggi più complicati. Nel terzo set ha annullato uno 0-40 in un turno di servizio che avrebbe potuto cambiare il destino dell'incontro. Nel quarto, invece, ha trovato il break che gli ha aperto la strada verso il traguardo più importante della sua carriera. Al momento di servire per il match non ha tremato, chiudendo con autorità una sfida che alla vigilia lo vedeva sfavorito. A fine partita Cobolli ha parlato della «chance della vita», raccontando di essersi ripetuto una sola parola durante la pausa dopo il primo set: «Lotta». Una sintesi efficace di ciò che si è visto in campo. Per il ventiquattrenne romano si tratta della migliore settimana della carriera e adesso il sogno è diventato qualcosa di più concreto.
Nell'altra sfida dei quarti, invece, il derby tra Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi si è chiuso nel modo che nessuno avrebbe voluto. Berrettini, partito meglio e avanti 3-0 nel primo set, ha progressivamente perso efficacia fino a cedere il parziale per 7-5. Nel secondo Arnaldi è scappato sul 5-2 mentre il romano accusava sempre più chiaramente un problema fisico. Dopo il medical time out e un ultimo tentativo di restare in campo, è arrivato il ritiro. Per Arnaldi, numero 104 del ranking Atp all'inizio del torneo, continua così una corsa che ha già assunto contorni inattesi. Il ligure raggiunge la prima semifinale Slam della carriera e si giocherà l'accesso alla finale contro Cobolli in una sfida tutta italiana.
Comunque vada, il tennis azzurro ha già ottenuto un risultato che pochi giorni fa sembrava fuori portata. Senza Sinner, con Berrettini fermato ancora una volta dai problemi fisici, saranno Cobolli e Arnaldi a contendersi un posto nell'ultimo atto del Roland Garros. Dall'altra parte del tabellone attendono Alexander Zverev e Jakub Mensik. Prima, però, c'è una semifinale che consegnerà all'Italia il suo quattordicesimo finalista Slam e il primo, dopo Wimbledon 2021, diverso da Sinner.
Continua a leggereRiduci