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2019-07-17
Scarlett Johansson sfida gli attivisti Lgbt. E loro la linciano
Gettyimages
Quello della star di Hollywood sta diventando un mestiere pericoloso. Un tempo ai divi era consentito qualunque eccesso, oggi basta mezza parola sbagliata in una intervista per rimetterci la carriera. E' impressionante notare la velocità con cui le celebrità si affrettano a correggere le affermazioni sgradite, il terrore che pervade attori e attrici quando si accorgono di aver scavalcato il recinto sempre più opprimente del politicamente corretto. L'ansia che trasuda dai comunicati stampa riparatori, le scuse preconfezionate e le dichiarazioni in fotocopia emanano un odore sovietico a tratti sconcertante. L'ultimo caso riguarda la povera Scarlett Johansson, che da qualche tempo a questa parte sembra non trovare pace. Nel 2016 l'hanno bersagliata per aver accettato un ruolo nel film tratto dal cartone animato giapponese Ghost in the shell. L'hanno accusata di «appropriazione culturale» per aver osato interpretare un personaggio asiatico pur essendo bianca e bionda (poi, certo, se nella serie Troy Achille viene impersonato da un attore nero nessuno si scandalizza).
Adesso la storia si ripete, ma in peggio. Tutto è iniziato nel 2018, quando Scarlett ha accettato di avere una parte nel film Rub & Tug di Rupert Sanders. Si trattava di interpretare Dante «Tex» Gill, un gangster americano realmente esistito. Gill nacque donna e in seguito divenne uomo, dunque era un transessuale. E i censori della correttezza politica pretendono che a interpretare un trans sullo schermo debba essere un attore transessuale. L'idea è evidentemente assurda: un attore è un attore, deve e può (se il talento glielo consente) impersonare chiunque, uomo, donna o trans che sia. Cate Blanchett, tanto per fare un esempio, ha vestito i panni di Bob Dylan nel film del 2007 Io non sono qui, e lo ha fatto straordinariamente bene.
Di cose del genere, tuttavia, agli attivisti Lgbt non importa un fico secco. Anche perché utilizzare la scusa dei diritti per ottenere più spazi a Hollywood è un metodo piuttosto redditizio. La Johansson fu dunque presa di mira, e dopo giorni di attacchi feroci dovette chinare il capo. Rese una dichiarazione alla rivista Out (di ambiente arcobaleno), e utilizzò toni da regime: «Alla luce delle questioni etiche che sono state sollevate in merito alla mia scelta di interpretare Dante Tex Gill», spiegò, «ho deciso di ritirare la mia partecipazione al progetto. Nella nostra cultura la comprensione delle persone transgender continua ad avanzare e ho imparato molto da loro da quando mi sono espressa per la prima volta su questa faccenda: mi sono resa conto di non essere stata sensibile. Ho una grande ammirazione per la comunità trans e sono grata del fatto che il dibattito sull'inclusività a Hollywood vada avanti».
Un autodafé in grande stile, insomma, evidentemente pronunciato per costrizione. Ci permettiamo di dedurlo perché pare proprio che la reale opinione della Johansson sulla vicenda fosse (e sia) molto diversa. Ed eccoci al punto. Sabato il Daily Mail ha anticipato alcuni stralci dell'intervista che Scarlett ha concesso alla rivista As If. Confrontandosi con l'artista David Salle, l'attrice ha detto: «Oggi c'è molta enfasi e discussione su che cosa sia la recitazione e su chi vogliamo vedere rappresentarci sullo schermo». Il riferimento era ovviamente alla polemica con i trans, e infatti Salle ha insistito sull'argomento. Scarlett non si è tirata indietro: «Sai, come attrice dovrei avere il permesso di interpretare qualsiasi persona, o qualsiasi albero, o qualsiasi animale perché questo è il mio lavoro e questo mi richiede il mio lavoro», ha dichiarato. Sacrosanto: se uno fa l'attore deve poter interpretare qualsiasi ruolo. La Johansson ha aggiunto alcune considerazioni importanti. Ha spiegato, tra le altre cose, che oggi c'è «molta correttezza politica che si riflette nell'arte».
«Sento che è questa è la tendenza nella mia attività», ha sospirato, «e deve accadere per vari motivi sociali, eppure ci sono momenti in cui diventa scomodo quando tutto questo tocca l'arte, perché ritengo che l'arte debba essere libera da restrizioni».
Di nuovo, il ragionamento è più che condivisibile: l'arte non dovrebbe essere frenata dal politicamente corretto, altrimenti perde la sua funzione. Peccato che gli attivisti Lgbt non la pensino così. Appena il Daily Mail ha pubblicato i virgolettati della diva, sui social network si è scatenato il pandemonio. La Johansson è stata dipinta come una «cisgender bianca e privilegiata» (il termine cisgender indica una persona che si sente a suo agio nel proprio sesso biologico) e di nuovo coperta di insulti.
Sapete che cosa è accaduto poi? Beh, è piuttosto scontato: subito Scarlett è dovuta correre ai ripari, cospargersi il capo di cenere ed esibirsi nuovamente in una sviolinata alla comunità Lgbt. Prima ha precisato che il contenuto della sua intervista è stato «decontestualizzato» al fine di ottenere contatti sul Web. Quindi ha spiegato: «La domanda a cui stavo rispondendo nella mia conversazione con l'artista contemporaneo David Salle riguardava il rapporto tra correttezza politica e arte. Personalmente ritengo che, in un mondo ideale, qualsiasi attore dovrebbe essere in grado di interpretare chiunque e che l'arte, in tutte le sue forme, dovrebbe essere immune alla correttezza politica». Infine, il mea culpa: «Riconosco che, in realtà, c'è una grande discrepanza all'interno della mia industria, che favorisce gli attori cisgender caucasici, e che non a tutti gli attori sono state date le stesse opportunità di cui ho avuto il privilegio di godere. Per quanto mi riguarda continuo a sostenere, come ho sempre fatto, la diversità in ogni settore e continuerò a lottare per progetti in cui tutti siano inclusi».
Ecco fatto: Scarlett Johansson ha dovuto ammettere di essere una eterosessuale bianca privilegiata. Non è bastato che rinunciasse al ruolo in un film, ormai non le è nemmeno consentito esporre la propria, ragionevolissima idea.
Se avesse deciso di non piegarsi, probabilmente non l'avrebbero più fatta lavorare. immolarsi per una causa non è un'attività facile da praticare, specie se si è ricchi e famosi. Così, comunicato dopo comunicato, autodafé dopo autodafé il regime Lgbt avanza.
Riccardo Torrescura
«Basta con i proverbi: sono sessisti»
Probabilmente non ve ne siete mai resi conto, ma quando pronunciate una frase come «moglie e buoi dei paesi tuoi» siete razzisti non una, ma ben tre volte. Questo proverbio, infatti, «condensa tre razzismi (geografico, specista e sessista)». Cioè è discriminatorio verso le donne «che vengono paragonate ai buoi»; è discriminatorio verso quelli che vivono in altri paesi (perché il proverbio sostiene che il proprio paese è meglio di un altro a prescindere); e infine è discriminatorio verso i poveri buoi, che vengono trattati come se fossero semplici beni di consumo e non esseri viventi.
A sostenere questa stravagante tesi è Lorenzo Gasparrini, che si definisce «blogger, attivista antisessista e dottore di ricerca in Estetica». Questo signore ha collaborato con l'Università di Roma «La Sapienza» ed è autore di alcune stimabili pubblicazioni, tra cui il saggio appena uscito Non sono sessista ma... Il sessismo nel linguaggio contemporaneo. Nel volume, Gasparrini infierisce senza pietà: «La maggior parte dei proverbi della nostra lingua (e, possiamo aggiungere, anche delle molte varianti dialettali locali) è sessista». A suo dire, «esistono numerose raccolte di proverbi e il dato sessista può essere rilevato facilmente. Il numero di proverbi che usano la donna come variabile negativa, o che mettono in guardia da tutto ciò che è femminile, è inquietante».
Brutte e cattive
Già: «Non si contano i proverbi che mettono in guardia dalle presunte tipiche caratteristiche femminili: astuzia, malignità, goffaggine, sbadataggine, avventatezza, illogicità, volubilità». A parere di Gasparrini, tuttavia, sono sessisti non solo i proverbi che parlano male delle donne, ma pure quelli che ne parlano bene, cioè «tutti quei proverbi che inchiodano le caratteristiche femminili positive a insindacabili proprietà angeliche o in odore di santità».
Stando a ciò che sostiene il nostro esperto di discriminazioni, sarebbe intollerabile persino il celebre «le donne non si toccano neanche con un fiore». A prima vista, verrebbe da pensare che si tratti di un sacrosanto invito a non alzare le mani sulle mogli o le figlie, ma per Gasparrini siamo in presenza di una evidente discriminazione. Qui si presume, infatti, che ci sia un depositario unico della forza (il maschio) a cui viene intimato di risparmiare la sottoposta (la donna). Motivo per cui siamo nell'ambito di «una gerarchia sessista» costruita dal «patriarcato».
Intendiamoci. Se il prode attivista antisessista si limitasse a sfornare libri acquistati e consultati da alcuni suoi amici, non ci sarebbe nulla da dire: se la canti e se la suoni da solo. Il fatto è che il nostro eroe gode di una certa visibilità. Nel 2018 si accomodò nel parterre di Quante storie su Rai 3. Il 5 luglio scorso, invece, è stato gradito ospite di Fahrenheit, il celebre programma di Radio 3 Rai, attualmente condotto da Loredana Lipperini (già firma di Repubblica). Nel corso della puntata, il libro di Gasparrini è stato ampiamente sviscerato, e presentato dalla conduttrice come «un libro importante».
Gli scarafaggi
Gasparrini ha concionato di maschilismo e razzismo. Ha parlato di Carola Rackete, spiegando che una donna forte, una «comandante» come lei infastidisce i maschi poiché la sua forza è vista come «un'offesa». Poi, il nostro ha ripetuto anche alla radio il suo bel discorso sui proverbi. Le sue teorie hanno suscitato il disappunto di un ascoltatore, il quale ha avanzato una obiezione non peregrina: se razzismo è ripetere il proverbio «moglie e buoi dei paesi tuoi», allora come si deve denire un massacro etnico come quello avvenuto in Ruanda dove gli hutu chiamavano i tutsi scarafaggi? Certo, il paragone è forte, ma sensato: se diventa razzista perfino un proverbio, si perde il senso delle proporzioni.
La risposta di Gasparrini, tuttavia, ha fatto venire i brividi: «Le abitudini che hanno altre popolazioni e altre culture come possono essere raffrontate con la nostra? Facessero quello che vogliono con i loro scarafaggi». Già, peccato che in quel caso gli «scarafaggi» fossero esseri umani che vennero successivamente scannati a colpi di machete. Ma probabilmente all'esperto di discriminazioni non interessa, del resto lui è un relativista: gli altri facciano quello che vogliono, chi siamo noi per giudicare? Se un intellettuale non progressista si fosse lasciato sfuggire una bestialità come quella pronunciata da Gasparrini sarebbe stato (giustamente) linciato. A lui, però, tutto è perdonato: dopo tutto ha scritto un libro così «importante» sul sessismo...
Il nostro, a quanto pare, si dà un gran daffare anche per educare i piccoli italiani al rispetto dei ruoli di genere. Nel maggio del 2018, per dire, ha tenuto una bella lezioni a bimbi e genitori presso il Muse di Trento, durante la quale ha spiegato che «sono le nostre strutture di pensiero a condizionare il pensiero sulle differenze di genere tra maschi e femmine». Il suo libro viene consigliato sul sito del progetto «Impari a scuola», promosso dall'Ufficio della consigliera di parità della Provincia di Milano e della Provincia di Monza e Brianza e rivolto ai bimbi delle scuole lombarde. Ma nel curriculum dell'antissessista ci sono anche lezioni universitarie, corsi di vario genere.
Nel nostro Paese funziona così: per quanto strampalate siano le sue teorie, l'intellettuale (vero e presunto) che si attiene al politicamente corretto trova sempre le porte aperte. Il principale programma di libri della radio pubblica invita il maestro di antisessismo che se la prende con i proverbi, e ovviamente si guarda bene dall'invitare chiunque sia in odore di «populismo» o «sovranismo». Questa è la regola: le discriminazioni sono brutte solo se le fanno gli altri.
Francesco Borgonovo
La scienziata che fa la guerra al testosterone
L'ideale sarebbe se non esistesse per niente. Ma, poiché della sua esistenza non si può dubitare, allora bisogna dire che è ininfluente.
Parliamo del testosterone, l'ormone steroideo prodotto dalle cellule di Leydig situate nei testicoli e, in minima parte, dalle ovaie. Si tratta del fattore che fa sì che gli uomini siano più robusti, abbiano una voce più grave e siano più pelosi delle donne, per esempio. Ma, in tempi di messa in discussione delle differenze sessuali, non poteva non partire il processo a questo scandaloso ormone che testimonia, con la sua stessa esistenza, una delle verità oggi più scandalose a dirsi: il fatto che uomini e donne siano diversi. A mettere alla sbarra il povero ormone ci ha pensato Cordelia Fine, studiosa nata nel 1975 in Canada e oggi residente in Australia, con alle spalle studi universitari in psicologia, criminologia e neuroscienze. Dopo il suo precedente saggio, (Maschi=Femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi, edito da Ponte alle Grazie e titolato nella sua versione originale Delusions of Gender) arriva ora in Italia per La nave di Teseo Testosterone Rex, già vincitore del Royal society science book prize nel 2017.
Il testosterone esiste, dicevamo. E su questo anche le femministe, al momento, non hanno grosse obiezioni da fare, anche se non disperiamo che entro breve la sua stessa esistenza possa essere derubricata a fake news patriarcale. Per ora, tuttavia, ci si limita a prendere atto che c'è, ma smontandone tutti i presunti effetti sociali.
Lo spirito di competizione? L'aggressività? Le doti di leadership? Una visione del sesso più materiale e meno sentimentale? Il fatto di essere, in amore, «cacciatore» e non «preda»? Il maggior senso dell'orientamento, la maggiore tendenza alla sfida all'ignoto? Tutte caratteristiche che finora abbiamo considerato tipicamente maschili, proprio a causa del testosterone e del suo influsso sul cervello degli uomini, ma Fine ci dice che non è così, che questa è una visione semplicistica, che naturalizza fattori culturali, rendendoli così fintamente immodificabili.
L'autrice cita, per esempio, gli studi degli anni Quaranta del biologo Angus Bateman sui moscerini della frutta. Secondo lo studioso, la competizione tra maschi per accaparrarsi le femmine più fertili era la forza trainante dell'evoluzione. Poiché la deposizione delle uova è un investimento fisico più consistente rispetto alla produzione di seme, le femmine devono essere selettive e prudenti mentre i maschi devono essere promiscui e competitivi. Il che, trasposto nella realtà umana, significa che le donne devono cercare «l' uomo della vita» mentre i maschi sarebbero legittimati dalla biologia a un iper attivismo sessuale. Ma Fine spiega che gli esperimenti di Bateman erano influenzati dall'esclusione di dati che avrebbero fornito risultati differenti. E così via.
Ovviamente la tendenza a spiegare i fatti sociali sulla base di uno stretto e inaggirabile determinismo biologico è assolutamente criticabile. Prima ci provò la cosiddetta sociobiologia, poi, man mano che gli studi di genetica facevano progressi, c'è stato un revival del genere, condito da articoli superficiali e divulgativi sul «gene dell'egoismo», il «gene del successo», il «gene dell'altruismo» e via banalizzando. Gli studiosi più accorti, tuttavia, hanno sempre rifiutato queste scorciatoie.
Studiando l'aggressività innata della specie umana, Konrad Lorenz spiegò allo stesso tempo che si trattava di istinti, di impulsi inconsci di cui bisognava tener conto, ma che erano ben lungi dal fungere da «dittatori» alla coscienza umana. Per la differenza sessuale vale la stessa cosa: non si tratta di un dato esclusivamente naturale, determinato una volta per tutte. Ma un condizionamento naturale esiste ed è insopprimibile. I nostri ruoli sociali non sono dettati dagli ormoni. Basterebbe non immaginarsi che possano prescinderne totalmente.
Adriano Scianca
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L'attrice: posso interpretare qualsiasi personaggio, anche quelli trans. Ma i militanti arcobaleno la attaccano e la costringono alla retromarcia.Lorenzo Gasparrini, attivista «antisessista», in un libro e nel corso di una trasmissione di Radio 3 Rai invita a liberarsi della saggezza popolare «discriminatoria». Poi, però, insulta le vittime del genocidio in Ruanda.In Italia il bestseller della studiosa canadese Cordelia Fine. Il suo obiettivo: «Riassettare il sistema evolutivo».Lo speciale contiene tre articoliQuello della star di Hollywood sta diventando un mestiere pericoloso. Un tempo ai divi era consentito qualunque eccesso, oggi basta mezza parola sbagliata in una intervista per rimetterci la carriera. E' impressionante notare la velocità con cui le celebrità si affrettano a correggere le affermazioni sgradite, il terrore che pervade attori e attrici quando si accorgono di aver scavalcato il recinto sempre più opprimente del politicamente corretto. L'ansia che trasuda dai comunicati stampa riparatori, le scuse preconfezionate e le dichiarazioni in fotocopia emanano un odore sovietico a tratti sconcertante. L'ultimo caso riguarda la povera Scarlett Johansson, che da qualche tempo a questa parte sembra non trovare pace. Nel 2016 l'hanno bersagliata per aver accettato un ruolo nel film tratto dal cartone animato giapponese Ghost in the shell. L'hanno accusata di «appropriazione culturale» per aver osato interpretare un personaggio asiatico pur essendo bianca e bionda (poi, certo, se nella serie Troy Achille viene impersonato da un attore nero nessuno si scandalizza).Adesso la storia si ripete, ma in peggio. Tutto è iniziato nel 2018, quando Scarlett ha accettato di avere una parte nel film Rub & Tug di Rupert Sanders. Si trattava di interpretare Dante «Tex» Gill, un gangster americano realmente esistito. Gill nacque donna e in seguito divenne uomo, dunque era un transessuale. E i censori della correttezza politica pretendono che a interpretare un trans sullo schermo debba essere un attore transessuale. L'idea è evidentemente assurda: un attore è un attore, deve e può (se il talento glielo consente) impersonare chiunque, uomo, donna o trans che sia. Cate Blanchett, tanto per fare un esempio, ha vestito i panni di Bob Dylan nel film del 2007 Io non sono qui, e lo ha fatto straordinariamente bene.Di cose del genere, tuttavia, agli attivisti Lgbt non importa un fico secco. Anche perché utilizzare la scusa dei diritti per ottenere più spazi a Hollywood è un metodo piuttosto redditizio. La Johansson fu dunque presa di mira, e dopo giorni di attacchi feroci dovette chinare il capo. Rese una dichiarazione alla rivista Out (di ambiente arcobaleno), e utilizzò toni da regime: «Alla luce delle questioni etiche che sono state sollevate in merito alla mia scelta di interpretare Dante Tex Gill», spiegò, «ho deciso di ritirare la mia partecipazione al progetto. Nella nostra cultura la comprensione delle persone transgender continua ad avanzare e ho imparato molto da loro da quando mi sono espressa per la prima volta su questa faccenda: mi sono resa conto di non essere stata sensibile. Ho una grande ammirazione per la comunità trans e sono grata del fatto che il dibattito sull'inclusività a Hollywood vada avanti».Un autodafé in grande stile, insomma, evidentemente pronunciato per costrizione. Ci permettiamo di dedurlo perché pare proprio che la reale opinione della Johansson sulla vicenda fosse (e sia) molto diversa. Ed eccoci al punto. Sabato il Daily Mail ha anticipato alcuni stralci dell'intervista che Scarlett ha concesso alla rivista As If. Confrontandosi con l'artista David Salle, l'attrice ha detto: «Oggi c'è molta enfasi e discussione su che cosa sia la recitazione e su chi vogliamo vedere rappresentarci sullo schermo». Il riferimento era ovviamente alla polemica con i trans, e infatti Salle ha insistito sull'argomento. Scarlett non si è tirata indietro: «Sai, come attrice dovrei avere il permesso di interpretare qualsiasi persona, o qualsiasi albero, o qualsiasi animale perché questo è il mio lavoro e questo mi richiede il mio lavoro», ha dichiarato. Sacrosanto: se uno fa l'attore deve poter interpretare qualsiasi ruolo. La Johansson ha aggiunto alcune considerazioni importanti. Ha spiegato, tra le altre cose, che oggi c'è «molta correttezza politica che si riflette nell'arte». «Sento che è questa è la tendenza nella mia attività», ha sospirato, «e deve accadere per vari motivi sociali, eppure ci sono momenti in cui diventa scomodo quando tutto questo tocca l'arte, perché ritengo che l'arte debba essere libera da restrizioni». Di nuovo, il ragionamento è più che condivisibile: l'arte non dovrebbe essere frenata dal politicamente corretto, altrimenti perde la sua funzione. Peccato che gli attivisti Lgbt non la pensino così. Appena il Daily Mail ha pubblicato i virgolettati della diva, sui social network si è scatenato il pandemonio. La Johansson è stata dipinta come una «cisgender bianca e privilegiata» (il termine cisgender indica una persona che si sente a suo agio nel proprio sesso biologico) e di nuovo coperta di insulti. Sapete che cosa è accaduto poi? Beh, è piuttosto scontato: subito Scarlett è dovuta correre ai ripari, cospargersi il capo di cenere ed esibirsi nuovamente in una sviolinata alla comunità Lgbt. Prima ha precisato che il contenuto della sua intervista è stato «decontestualizzato» al fine di ottenere contatti sul Web. Quindi ha spiegato: «La domanda a cui stavo rispondendo nella mia conversazione con l'artista contemporaneo David Salle riguardava il rapporto tra correttezza politica e arte. Personalmente ritengo che, in un mondo ideale, qualsiasi attore dovrebbe essere in grado di interpretare chiunque e che l'arte, in tutte le sue forme, dovrebbe essere immune alla correttezza politica». Infine, il mea culpa: «Riconosco che, in realtà, c'è una grande discrepanza all'interno della mia industria, che favorisce gli attori cisgender caucasici, e che non a tutti gli attori sono state date le stesse opportunità di cui ho avuto il privilegio di godere. Per quanto mi riguarda continuo a sostenere, come ho sempre fatto, la diversità in ogni settore e continuerò a lottare per progetti in cui tutti siano inclusi».Ecco fatto: Scarlett Johansson ha dovuto ammettere di essere una eterosessuale bianca privilegiata. Non è bastato che rinunciasse al ruolo in un film, ormai non le è nemmeno consentito esporre la propria, ragionevolissima idea. Se avesse deciso di non piegarsi, probabilmente non l'avrebbero più fatta lavorare. immolarsi per una causa non è un'attività facile da praticare, specie se si è ricchi e famosi. Così, comunicato dopo comunicato, autodafé dopo autodafé il regime Lgbt avanza.Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scarlett-johansson-sfida-gli-attivisti-lgbt-e-loro-la-linciano-2639210034.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="basta-con-i-proverbi-sono-sessisti" data-post-id="2639210034" data-published-at="1781743847" data-use-pagination="False"> «Basta con i proverbi: sono sessisti» Probabilmente non ve ne siete mai resi conto, ma quando pronunciate una frase come «moglie e buoi dei paesi tuoi» siete razzisti non una, ma ben tre volte. Questo proverbio, infatti, «condensa tre razzismi (geografico, specista e sessista)». Cioè è discriminatorio verso le donne «che vengono paragonate ai buoi»; è discriminatorio verso quelli che vivono in altri paesi (perché il proverbio sostiene che il proprio paese è meglio di un altro a prescindere); e infine è discriminatorio verso i poveri buoi, che vengono trattati come se fossero semplici beni di consumo e non esseri viventi. A sostenere questa stravagante tesi è Lorenzo Gasparrini, che si definisce «blogger, attivista antisessista e dottore di ricerca in Estetica». Questo signore ha collaborato con l'Università di Roma «La Sapienza» ed è autore di alcune stimabili pubblicazioni, tra cui il saggio appena uscito Non sono sessista ma... Il sessismo nel linguaggio contemporaneo. Nel volume, Gasparrini infierisce senza pietà: «La maggior parte dei proverbi della nostra lingua (e, possiamo aggiungere, anche delle molte varianti dialettali locali) è sessista». A suo dire, «esistono numerose raccolte di proverbi e il dato sessista può essere rilevato facilmente. Il numero di proverbi che usano la donna come variabile negativa, o che mettono in guardia da tutto ciò che è femminile, è inquietante». Brutte e cattive Già: «Non si contano i proverbi che mettono in guardia dalle presunte tipiche caratteristiche femminili: astuzia, malignità, goffaggine, sbadataggine, avventatezza, illogicità, volubilità». A parere di Gasparrini, tuttavia, sono sessisti non solo i proverbi che parlano male delle donne, ma pure quelli che ne parlano bene, cioè «tutti quei proverbi che inchiodano le caratteristiche femminili positive a insindacabili proprietà angeliche o in odore di santità». Stando a ciò che sostiene il nostro esperto di discriminazioni, sarebbe intollerabile persino il celebre «le donne non si toccano neanche con un fiore». A prima vista, verrebbe da pensare che si tratti di un sacrosanto invito a non alzare le mani sulle mogli o le figlie, ma per Gasparrini siamo in presenza di una evidente discriminazione. Qui si presume, infatti, che ci sia un depositario unico della forza (il maschio) a cui viene intimato di risparmiare la sottoposta (la donna). Motivo per cui siamo nell'ambito di «una gerarchia sessista» costruita dal «patriarcato». Intendiamoci. Se il prode attivista antisessista si limitasse a sfornare libri acquistati e consultati da alcuni suoi amici, non ci sarebbe nulla da dire: se la canti e se la suoni da solo. Il fatto è che il nostro eroe gode di una certa visibilità. Nel 2018 si accomodò nel parterre di Quante storie su Rai 3. Il 5 luglio scorso, invece, è stato gradito ospite di Fahrenheit, il celebre programma di Radio 3 Rai, attualmente condotto da Loredana Lipperini (già firma di Repubblica). Nel corso della puntata, il libro di Gasparrini è stato ampiamente sviscerato, e presentato dalla conduttrice come «un libro importante». Gli scarafaggi Gasparrini ha concionato di maschilismo e razzismo. Ha parlato di Carola Rackete, spiegando che una donna forte, una «comandante» come lei infastidisce i maschi poiché la sua forza è vista come «un'offesa». Poi, il nostro ha ripetuto anche alla radio il suo bel discorso sui proverbi. Le sue teorie hanno suscitato il disappunto di un ascoltatore, il quale ha avanzato una obiezione non peregrina: se razzismo è ripetere il proverbio «moglie e buoi dei paesi tuoi», allora come si deve denire un massacro etnico come quello avvenuto in Ruanda dove gli hutu chiamavano i tutsi scarafaggi? Certo, il paragone è forte, ma sensato: se diventa razzista perfino un proverbio, si perde il senso delle proporzioni. La risposta di Gasparrini, tuttavia, ha fatto venire i brividi: «Le abitudini che hanno altre popolazioni e altre culture come possono essere raffrontate con la nostra? Facessero quello che vogliono con i loro scarafaggi». Già, peccato che in quel caso gli «scarafaggi» fossero esseri umani che vennero successivamente scannati a colpi di machete. Ma probabilmente all'esperto di discriminazioni non interessa, del resto lui è un relativista: gli altri facciano quello che vogliono, chi siamo noi per giudicare? Se un intellettuale non progressista si fosse lasciato sfuggire una bestialità come quella pronunciata da Gasparrini sarebbe stato (giustamente) linciato. A lui, però, tutto è perdonato: dopo tutto ha scritto un libro così «importante» sul sessismo... Il nostro, a quanto pare, si dà un gran daffare anche per educare i piccoli italiani al rispetto dei ruoli di genere. Nel maggio del 2018, per dire, ha tenuto una bella lezioni a bimbi e genitori presso il Muse di Trento, durante la quale ha spiegato che «sono le nostre strutture di pensiero a condizionare il pensiero sulle differenze di genere tra maschi e femmine». Il suo libro viene consigliato sul sito del progetto «Impari a scuola», promosso dall'Ufficio della consigliera di parità della Provincia di Milano e della Provincia di Monza e Brianza e rivolto ai bimbi delle scuole lombarde. Ma nel curriculum dell'antissessista ci sono anche lezioni universitarie, corsi di vario genere. Nel nostro Paese funziona così: per quanto strampalate siano le sue teorie, l'intellettuale (vero e presunto) che si attiene al politicamente corretto trova sempre le porte aperte. Il principale programma di libri della radio pubblica invita il maestro di antisessismo che se la prende con i proverbi, e ovviamente si guarda bene dall'invitare chiunque sia in odore di «populismo» o «sovranismo». Questa è la regola: le discriminazioni sono brutte solo se le fanno gli altri. 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Ma, in tempi di messa in discussione delle differenze sessuali, non poteva non partire il processo a questo scandaloso ormone che testimonia, con la sua stessa esistenza, una delle verità oggi più scandalose a dirsi: il fatto che uomini e donne siano diversi. A mettere alla sbarra il povero ormone ci ha pensato Cordelia Fine, studiosa nata nel 1975 in Canada e oggi residente in Australia, con alle spalle studi universitari in psicologia, criminologia e neuroscienze. Dopo il suo precedente saggio, (Maschi=Femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi, edito da Ponte alle Grazie e titolato nella sua versione originale Delusions of Gender) arriva ora in Italia per La nave di Teseo Testosterone Rex, già vincitore del Royal society science book prize nel 2017. Il testosterone esiste, dicevamo. E su questo anche le femministe, al momento, non hanno grosse obiezioni da fare, anche se non disperiamo che entro breve la sua stessa esistenza possa essere derubricata a fake news patriarcale. Per ora, tuttavia, ci si limita a prendere atto che c'è, ma smontandone tutti i presunti effetti sociali. Lo spirito di competizione? L'aggressività? Le doti di leadership? Una visione del sesso più materiale e meno sentimentale? Il fatto di essere, in amore, «cacciatore» e non «preda»? Il maggior senso dell'orientamento, la maggiore tendenza alla sfida all'ignoto? Tutte caratteristiche che finora abbiamo considerato tipicamente maschili, proprio a causa del testosterone e del suo influsso sul cervello degli uomini, ma Fine ci dice che non è così, che questa è una visione semplicistica, che naturalizza fattori culturali, rendendoli così fintamente immodificabili. L'autrice cita, per esempio, gli studi degli anni Quaranta del biologo Angus Bateman sui moscerini della frutta. Secondo lo studioso, la competizione tra maschi per accaparrarsi le femmine più fertili era la forza trainante dell'evoluzione. Poiché la deposizione delle uova è un investimento fisico più consistente rispetto alla produzione di seme, le femmine devono essere selettive e prudenti mentre i maschi devono essere promiscui e competitivi. Il che, trasposto nella realtà umana, significa che le donne devono cercare «l' uomo della vita» mentre i maschi sarebbero legittimati dalla biologia a un iper attivismo sessuale. Ma Fine spiega che gli esperimenti di Bateman erano influenzati dall'esclusione di dati che avrebbero fornito risultati differenti. E così via. Ovviamente la tendenza a spiegare i fatti sociali sulla base di uno stretto e inaggirabile determinismo biologico è assolutamente criticabile. Prima ci provò la cosiddetta sociobiologia, poi, man mano che gli studi di genetica facevano progressi, c'è stato un revival del genere, condito da articoli superficiali e divulgativi sul «gene dell'egoismo», il «gene del successo», il «gene dell'altruismo» e via banalizzando. Gli studiosi più accorti, tuttavia, hanno sempre rifiutato queste scorciatoie. Studiando l'aggressività innata della specie umana, Konrad Lorenz spiegò allo stesso tempo che si trattava di istinti, di impulsi inconsci di cui bisognava tener conto, ma che erano ben lungi dal fungere da «dittatori» alla coscienza umana. Per la differenza sessuale vale la stessa cosa: non si tratta di un dato esclusivamente naturale, determinato una volta per tutte. Ma un condizionamento naturale esiste ed è insopprimibile. I nostri ruoli sociali non sono dettati dagli ormoni. Basterebbe non immaginarsi che possano prescinderne totalmente. Adriano Scianca
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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