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2020-06-02
Scalata di Del Vecchio a Mediobanca. E i giallorossi restano in silenzio
Leonardo Del Vecchio (Ansa)
Niente è più inedito di quanto già scritto, si dice nel giornalismo. E questo è un po' il caso del tentativo di scalata di Leonardo Del Vecchio al fortino di Mediobanca (che ieri in Borsa ha chiuso a +8%). Intendiamoci, la notizia riportata da Repubblica in prima pagina è uno scoop, sebbene atteso da più di sei mesi. Lo mossa era già stata anticipata dal diretto interessato, ma i modi e le tempistiche con cui viene rimessa al centro delle cronache finanziarie insegnano tante cose. Le prime due riguardano l'agenda della settimana. Due grossi eventi in vista. Il primo coinvolge il governo e la famiglia Benetton. Il governo aveva promesso a breve una soluzione alla causa in corso sulle concessioni magari con annesso riassetto azionario di Aspi e Atlantia.
La situazione è in alto mare e difficilmente quaglierà prima di settembre. Se la comunità finanziaria è impegnata a discutere del futuro di Generali, la cui porta d'ingresso si chiama Mediobanca, sarà più facile per il governo far passare sotto silenzio l'ulteriore slittamento e l'ennesima promessa non mantenuta. Discutere del futuro di Generali permetterà anche a Intesa di gestire la partita Ubi sotto traccia senza che un giorno sì e un giorno no i vertici della banca bergamasca finiscano con il dichiarare qualcosa sulle colonne dei quotidiani. Fatta la doverosa premessa, erano anni che i salotti, o quel che resta di essi, non erano così in fibrillazione. Consolidamento bancario e assicurativo in un solo colpo. Riassetto delle autostrade italiane e pure della rete di telecomunicazioni in vista del 5G. Appare comprensibile, dunque, che le mosse di Del Vecchio attraverso Delfin sembrino mirate non tanto a rilanciare le attività di Mediobanca, ma a fare di Piazzetta Cuccia una banca a sua immagine per poi passare a contare di più in Generali.
Per farlo, il patron di Luxottica dovrà affrontare lo schieramento di Alberto Nagel e di Carlo Messina che in questa partita si muovono allineati e godono pure del sostegno (indiretto) di Carlo Cimbri, le cui assicurazioni Unipolsai potrebbero non apprezzare un cambio imprevisto negli equilibri delle polizze italiane. Stiamo parlando della stessa compagnia di via Stalingrado che è scesa al fianco di Intesa nell'Ops su Ubi. Perché l'Italia è sempre stata piccola e il consolidamento sta riavvicinando i salotti che contano. Motivo in più per accendere i fari sulla grande cassaforte di Generali. Del Vecchio porta con sé qualcosa in più di un pregiudizio, porta con sé l'alleanza strategica con i francesi. Cosa che ha subito fatto scattare l'allarme da parte del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
«Recenti notizie accentuano le preoccupazioni già espresse dal Copasir in merito al possibile controllo fuori dai confini nazionali di primari istituti bancari e assicurativi già riconosciuti per altro tra i maggiori detentori di debito sovrano italiano», ha commentato ieri il presidente, Raffaele Volpi, aggiungendo che «essendo le notizie pubbliche pensiamo possa esservi una autonoma attivazione degli organismi di controllo. Non si può depauperare il sistema Paese di capisaldi strategici in favore di attori che proseguono interessi diversi da quelli nazionali», ha concluso. Della stessa idea esponenti di Fratelli D'Italia, come Adolfo Urso, e della Lega. «Dobbiamo valorizzare i nostri asset strategici che sono Mediobanca e Generali», ha detto il tesoriere del Carroccio Giulio Centemero chiudendo il cerchio del centro destra. Nel frattempo, a muoversi con una certa assiduità al governo c'è la figura di Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. A lui si deve l'inserimento nel dl Liquidità della nuova versione del golden power, il veto di governo sulle aziende sensibili, e pure la pubblicazione del recentissimo Dpcm che estende il medesimo scudo anti scalate a una serie di settori (energia, acqua e infrastrutture) e alle società quotate.
La vera novità sta nella possibilità di imporre uno stop (al momento di un anno) anche a investitori comunitari. Tradotto: francesi. Eppure non si può non notare che gli unici esponenti politici che hanno fiatato a favore di Mediobanca e di conseguenza del Leone di Trieste sono stati quelli dell'opposizione. Il governo da un lato rafforza le difese (seguendo i consigli dell'intelligence), ma dall'altro sembra tacere sulla partita. Pd e 5 stelle non vogliono esprimersi. Forse vedono in Del Vecchio un possibile partner per uscire dalle mille secche in cui si sono cacciati. Alitalia è in coma, Arcelor Mittal è pronta ad andarsene e pagherà un cippino di 1 miliardo. E Taranto seppur nazionalizzata avrà bisogno di nuovi capitali oltre che di un partner cosiddetto industriale. Nel 2016 Il patron di Luxottica era in campo assieme ad Arvedi nella cordata opposta ad Arcelor. Chissà se la maggioranza tace su Generali e Mediobanca perché spera di poter chiedere aiuto a Del Vecchio altrove. Giuseppe Conte dovrebbe però fare due conti opportunistici. Saprà sicuramente che la banca di sistema è una sola e che assieme al nuovo asse finanziario contribuisce alla stabilità del debito pubblico. E di rimando della sua poltrona. Se sulla partita Generali avesse idee esterofile, prima o poi dovrà dirlo. Non si può tenere il piede in due scarpe troppo a lungo.
Dentro la partita finanziaria si riapre il gioco dell’editoria. Occhi puntati sul «Corriere»
Anni fa un docente universitario chiese a Giovanni Bazoli quale fosse stata la bussola della sua attività di banchiere. Il professore bresciano rispose, senza esitazione, di essere stato guidato dall'obiettivo di far rinascere e crescere l'istituto che gli era stato affidato, ma anche, nello stesso tempo, dall'intento di concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese. Sviluppo che è passato anche dalle pagine del Corriere della Sera, il quotidiano della borghesia lombarda, e dal destino del gruppo Rizzoli, poi diventato Rcs, specchio della storia dell'ultimo trentennio, tra appetiti, scontri politici e finanziari, trappole evitate e subite, come se tutto il capitalismo italico ruotasse intorno a questo eterno oggetto del desiderio. Il controllo della Rizzoli - e soprattutto i debiti - facevano parte della pesante eredità del Banco Ambrosiano che Bazoli doveva rilanciare nel suo doppio ruolo di primo azionista ma anche di principale creditore. Per salvare la casa editrice dalla bancarotta il banchiere chiese, e ottenne, l'aiuto della Fiat e di Gianni Agnelli con cui instaurò un rapporto significativo. Tanto da ricevere dall'Avvocato, poche settimane prima della sua morte avvenuta a gennaio 2003, una sorta di «mandato morale» per vigilare sulle sorti del Corriere. «Ascoltate anche in futuro quello che vi propone il professor Bazoli», disse Agnelli al suo legale di fiducia, Franzo Grande Stevens. E così è stato. Quasi 13 anni dopo, nell'estate del 2016, l'Intesa presieduta da Bazoli e guidata da Carlo Messina è scesa in campo per finanziare l'Opa lanciata dalla Cairo communication di Urbano Cairo contro la cordata antagonista di cui facevano parte Mediobanca, Unipol, Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera.
Oggi gli equilibri sono profondamente cambiati: Fiat, diventata Fca, è uscita da Rcs e ha negoziato con Intesa un maxi prestito da 6,3 miliardi garantito dalla Sace per sostenere la filiera italiana dell'automotive, e nel frattempo il nipote dell'avvocato, John Elkann, ha preso il controllo di Repubblica, Espresso e Stampa con il gruppo Gedi. Non solo. Intesa ha Mediobanca e Unipol come alleate nell'Ops su Ubi che però tenta di guadagnare tempo portando l'offerta in tribunale per altro seguendo le strategie legali dell'avvocato d'affari Sergio Erede che ai tempi dell'Opa del 2016 giocava invece con il team di Intesa. Lo stesso Erede che, come ha ricordato un articolo della Verità a fine febbraio, per conto di Cairo adesso sta combattendo anche la battaglia contro il fondo americano Blackstone sulla vendita della sede del Corriere della Sera in via Solferino e che al fianco di Leonardo Del Vecchio sta gestendo l'avanzata del patron di Luxottica su Mediobanca.
Il mondo è cambiato, alcuni attori delle sfide finanziarie di un tempo sono finiti a bordo pista oppure giocano con una nuova maglia e appetiti stranieri si affacciano all'orizzonte. Eppure Rcs resta un crocevia dei nuovi assetti di potere – non solo editoriale - in questo Paese che nuove alleanze possono condizionare, soprattutto alla luce delle ultime grandi manovre sul fronte bancario e assicurativo. In molti hanno notato il titolone sfornato da Repubblica in prima pagina sulla richiesta inviata formalmente da Del Vecchio alla Bce per poter salire al 20% di Mediobanca in chiave «non ostile» verso l'ad Alberto Nagel ma con un occhio alle Generali. Notizia gustosa, sia chiaro, e data in anteprima. Ma le mosse dell'imprenditore veneto su Piazzetta Cuccia erano note da mesi, perché dargli così tanta evidenza aprendoci addirittura il giornale? Di certo, nell'attuale scacchiere delle relazioni, gli Elkann sono gemellati con il «team Messina» cui può far comodo se l'attenzione mediatica si sposta dalla partita su Brescia a quella di Del Vecchio su Trieste. Tenendo d'occhio l'altra corazzata editoriale, ovvero il Corriere, di cui Intesa è ancora creditore per 30 milioni sui 100 di debito. L'indebitamento finanziario netto consolidato dell'intero gruppo Cairo communication è infatti di 108,9 milioni ed è riferibile a Rcs per 108,1 milioni.
I rapporti tra Urbano Cairo e Messina non sarebbero più saldi come un tempo. E l'imprenditore, secondo indiscrezioni raccolte in ambienti finanziari, starebbe valutando un possibile disimpegno da Rcs per rafforzarsi sul mercato televisivo con La 7 e tenersi le mani più libere come editore. Solo rumors? Chissà. Sta di fatto che, negli accordi presi con Intesa in cambio del finanziamento dell'Opa del 2016, è previsto il rimborso anticipato della linea di credito concessa dalla banca «qualora Cairo communication cessi di detenere, direttamente o indirettamente, una partecipazione almeno pari al 35% del capitale sociale di Rcs». Insomma, se davvero l'imprenditore volesse uscire dal Corriere, dovrebbe prima saldare i debiti. E comunque fare i conti con le reazioni di Messina e Nanni Bazoli, ora presidente emerito di Intesa, deciso a mantenere la promessa fatta anni fa all'Avvocato. Il patron del Torino è pronto a finire in guerra contro Intesa, Elkann, che pur essendo editore concorrente segue le orme del nonno, e pure contro Mediobanca? Cairo è avvisato.
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L'opposizione insorge a difesa anche di Generali, Pd e M5s tacciono: potrebbero pensare a un aiuto dell'imprenditore per i dossier Ilva e Alitalia. Il Copasir intanto si muove grazie al nuovo golden powerUrbano Cairo, impegnato contro Blackstone, pensa di cedere Rcs per concentrarsi sulle tv, ma prima deve restituire a Intesa 30 milioni di fido. Gli Elkann stanno alla finestra.Lo speciale contiene due articoliNiente è più inedito di quanto già scritto, si dice nel giornalismo. E questo è un po' il caso del tentativo di scalata di Leonardo Del Vecchio al fortino di Mediobanca (che ieri in Borsa ha chiuso a +8%). Intendiamoci, la notizia riportata da Repubblica in prima pagina è uno scoop, sebbene atteso da più di sei mesi. Lo mossa era già stata anticipata dal diretto interessato, ma i modi e le tempistiche con cui viene rimessa al centro delle cronache finanziarie insegnano tante cose. Le prime due riguardano l'agenda della settimana. Due grossi eventi in vista. Il primo coinvolge il governo e la famiglia Benetton. Il governo aveva promesso a breve una soluzione alla causa in corso sulle concessioni magari con annesso riassetto azionario di Aspi e Atlantia. La situazione è in alto mare e difficilmente quaglierà prima di settembre. Se la comunità finanziaria è impegnata a discutere del futuro di Generali, la cui porta d'ingresso si chiama Mediobanca, sarà più facile per il governo far passare sotto silenzio l'ulteriore slittamento e l'ennesima promessa non mantenuta. Discutere del futuro di Generali permetterà anche a Intesa di gestire la partita Ubi sotto traccia senza che un giorno sì e un giorno no i vertici della banca bergamasca finiscano con il dichiarare qualcosa sulle colonne dei quotidiani. Fatta la doverosa premessa, erano anni che i salotti, o quel che resta di essi, non erano così in fibrillazione. Consolidamento bancario e assicurativo in un solo colpo. Riassetto delle autostrade italiane e pure della rete di telecomunicazioni in vista del 5G. Appare comprensibile, dunque, che le mosse di Del Vecchio attraverso Delfin sembrino mirate non tanto a rilanciare le attività di Mediobanca, ma a fare di Piazzetta Cuccia una banca a sua immagine per poi passare a contare di più in Generali. Per farlo, il patron di Luxottica dovrà affrontare lo schieramento di Alberto Nagel e di Carlo Messina che in questa partita si muovono allineati e godono pure del sostegno (indiretto) di Carlo Cimbri, le cui assicurazioni Unipolsai potrebbero non apprezzare un cambio imprevisto negli equilibri delle polizze italiane. Stiamo parlando della stessa compagnia di via Stalingrado che è scesa al fianco di Intesa nell'Ops su Ubi. Perché l'Italia è sempre stata piccola e il consolidamento sta riavvicinando i salotti che contano. Motivo in più per accendere i fari sulla grande cassaforte di Generali. Del Vecchio porta con sé qualcosa in più di un pregiudizio, porta con sé l'alleanza strategica con i francesi. Cosa che ha subito fatto scattare l'allarme da parte del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. «Recenti notizie accentuano le preoccupazioni già espresse dal Copasir in merito al possibile controllo fuori dai confini nazionali di primari istituti bancari e assicurativi già riconosciuti per altro tra i maggiori detentori di debito sovrano italiano», ha commentato ieri il presidente, Raffaele Volpi, aggiungendo che «essendo le notizie pubbliche pensiamo possa esservi una autonoma attivazione degli organismi di controllo. Non si può depauperare il sistema Paese di capisaldi strategici in favore di attori che proseguono interessi diversi da quelli nazionali», ha concluso. Della stessa idea esponenti di Fratelli D'Italia, come Adolfo Urso, e della Lega. «Dobbiamo valorizzare i nostri asset strategici che sono Mediobanca e Generali», ha detto il tesoriere del Carroccio Giulio Centemero chiudendo il cerchio del centro destra. Nel frattempo, a muoversi con una certa assiduità al governo c'è la figura di Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. A lui si deve l'inserimento nel dl Liquidità della nuova versione del golden power, il veto di governo sulle aziende sensibili, e pure la pubblicazione del recentissimo Dpcm che estende il medesimo scudo anti scalate a una serie di settori (energia, acqua e infrastrutture) e alle società quotate. La vera novità sta nella possibilità di imporre uno stop (al momento di un anno) anche a investitori comunitari. Tradotto: francesi. Eppure non si può non notare che gli unici esponenti politici che hanno fiatato a favore di Mediobanca e di conseguenza del Leone di Trieste sono stati quelli dell'opposizione. Il governo da un lato rafforza le difese (seguendo i consigli dell'intelligence), ma dall'altro sembra tacere sulla partita. Pd e 5 stelle non vogliono esprimersi. Forse vedono in Del Vecchio un possibile partner per uscire dalle mille secche in cui si sono cacciati. Alitalia è in coma, Arcelor Mittal è pronta ad andarsene e pagherà un cippino di 1 miliardo. E Taranto seppur nazionalizzata avrà bisogno di nuovi capitali oltre che di un partner cosiddetto industriale. Nel 2016 Il patron di Luxottica era in campo assieme ad Arvedi nella cordata opposta ad Arcelor. Chissà se la maggioranza tace su Generali e Mediobanca perché spera di poter chiedere aiuto a Del Vecchio altrove. Giuseppe Conte dovrebbe però fare due conti opportunistici. Saprà sicuramente che la banca di sistema è una sola e che assieme al nuovo asse finanziario contribuisce alla stabilità del debito pubblico. E di rimando della sua poltrona. Se sulla partita Generali avesse idee esterofile, prima o poi dovrà dirlo. Non si può tenere il piede in due scarpe troppo a lungo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scalata-di-del-vecchio-a-mediobanca-e-i-giallorossi-restano-in-silenzio-2646147052.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dentro-la-partita-finanziaria-si-riapre-il-gioco-delleditoria-occhi-puntati-sul-corriere" data-post-id="2646147052" data-published-at="1591086627" data-use-pagination="False"> Dentro la partita finanziaria si riapre il gioco dell’editoria. Occhi puntati sul «Corriere» Anni fa un docente universitario chiese a Giovanni Bazoli quale fosse stata la bussola della sua attività di banchiere. Il professore bresciano rispose, senza esitazione, di essere stato guidato dall'obiettivo di far rinascere e crescere l'istituto che gli era stato affidato, ma anche, nello stesso tempo, dall'intento di concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese. Sviluppo che è passato anche dalle pagine del Corriere della Sera, il quotidiano della borghesia lombarda, e dal destino del gruppo Rizzoli, poi diventato Rcs, specchio della storia dell'ultimo trentennio, tra appetiti, scontri politici e finanziari, trappole evitate e subite, come se tutto il capitalismo italico ruotasse intorno a questo eterno oggetto del desiderio. Il controllo della Rizzoli - e soprattutto i debiti - facevano parte della pesante eredità del Banco Ambrosiano che Bazoli doveva rilanciare nel suo doppio ruolo di primo azionista ma anche di principale creditore. Per salvare la casa editrice dalla bancarotta il banchiere chiese, e ottenne, l'aiuto della Fiat e di Gianni Agnelli con cui instaurò un rapporto significativo. Tanto da ricevere dall'Avvocato, poche settimane prima della sua morte avvenuta a gennaio 2003, una sorta di «mandato morale» per vigilare sulle sorti del Corriere. «Ascoltate anche in futuro quello che vi propone il professor Bazoli», disse Agnelli al suo legale di fiducia, Franzo Grande Stevens. E così è stato. Quasi 13 anni dopo, nell'estate del 2016, l'Intesa presieduta da Bazoli e guidata da Carlo Messina è scesa in campo per finanziare l'Opa lanciata dalla Cairo communication di Urbano Cairo contro la cordata antagonista di cui facevano parte Mediobanca, Unipol, Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera. Oggi gli equilibri sono profondamente cambiati: Fiat, diventata Fca, è uscita da Rcs e ha negoziato con Intesa un maxi prestito da 6,3 miliardi garantito dalla Sace per sostenere la filiera italiana dell'automotive, e nel frattempo il nipote dell'avvocato, John Elkann, ha preso il controllo di Repubblica, Espresso e Stampa con il gruppo Gedi. Non solo. Intesa ha Mediobanca e Unipol come alleate nell'Ops su Ubi che però tenta di guadagnare tempo portando l'offerta in tribunale per altro seguendo le strategie legali dell'avvocato d'affari Sergio Erede che ai tempi dell'Opa del 2016 giocava invece con il team di Intesa. Lo stesso Erede che, come ha ricordato un articolo della Verità a fine febbraio, per conto di Cairo adesso sta combattendo anche la battaglia contro il fondo americano Blackstone sulla vendita della sede del Corriere della Sera in via Solferino e che al fianco di Leonardo Del Vecchio sta gestendo l'avanzata del patron di Luxottica su Mediobanca. Il mondo è cambiato, alcuni attori delle sfide finanziarie di un tempo sono finiti a bordo pista oppure giocano con una nuova maglia e appetiti stranieri si affacciano all'orizzonte. Eppure Rcs resta un crocevia dei nuovi assetti di potere – non solo editoriale - in questo Paese che nuove alleanze possono condizionare, soprattutto alla luce delle ultime grandi manovre sul fronte bancario e assicurativo. In molti hanno notato il titolone sfornato da Repubblica in prima pagina sulla richiesta inviata formalmente da Del Vecchio alla Bce per poter salire al 20% di Mediobanca in chiave «non ostile» verso l'ad Alberto Nagel ma con un occhio alle Generali. Notizia gustosa, sia chiaro, e data in anteprima. Ma le mosse dell'imprenditore veneto su Piazzetta Cuccia erano note da mesi, perché dargli così tanta evidenza aprendoci addirittura il giornale? Di certo, nell'attuale scacchiere delle relazioni, gli Elkann sono gemellati con il «team Messina» cui può far comodo se l'attenzione mediatica si sposta dalla partita su Brescia a quella di Del Vecchio su Trieste. Tenendo d'occhio l'altra corazzata editoriale, ovvero il Corriere, di cui Intesa è ancora creditore per 30 milioni sui 100 di debito. L'indebitamento finanziario netto consolidato dell'intero gruppo Cairo communication è infatti di 108,9 milioni ed è riferibile a Rcs per 108,1 milioni. I rapporti tra Urbano Cairo e Messina non sarebbero più saldi come un tempo. E l'imprenditore, secondo indiscrezioni raccolte in ambienti finanziari, starebbe valutando un possibile disimpegno da Rcs per rafforzarsi sul mercato televisivo con La 7 e tenersi le mani più libere come editore. Solo rumors? Chissà. Sta di fatto che, negli accordi presi con Intesa in cambio del finanziamento dell'Opa del 2016, è previsto il rimborso anticipato della linea di credito concessa dalla banca «qualora Cairo communication cessi di detenere, direttamente o indirettamente, una partecipazione almeno pari al 35% del capitale sociale di Rcs». Insomma, se davvero l'imprenditore volesse uscire dal Corriere, dovrebbe prima saldare i debiti. E comunque fare i conti con le reazioni di Messina e Nanni Bazoli, ora presidente emerito di Intesa, deciso a mantenere la promessa fatta anni fa all'Avvocato. Il patron del Torino è pronto a finire in guerra contro Intesa, Elkann, che pur essendo editore concorrente segue le orme del nonno, e pure contro Mediobanca? Cairo è avvisato.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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