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2021-11-09
Sbarca in Italia, accoltella agente in Francia
Ansa
Un algerino di 37 anni ha tentato ieri mattina di accoltellare due poliziotti nel centro di Cannes. L'aggressore si chiama Lakhdar Benrabah, e mentre si avventava contro gli agenti ha gridato : «Agisco in nome del profeta Maometto». I due rappresentanti delle forze dell'ordine sono usciti indenni dall'attacco: un agente si è salvato grazie al suo giubbotto antiproiettili e sarebbe illeso. Il collega nella volante ha neutralizzato l'aggressore ferendolo gravemente. La sua prognosi è riservata. Quando questa edizione de La Verità veniva chiusa, la Procura antiterrorismo francese non aveva ancora avocato a sé l'indagine. Ma già dalla mattinata, gli inquirenti avevano parlato di movente terroristico. Il ministro dell'interno Gérald Darmanin, si è precipitato nella cittadina della Costa Azzurra, per sottolineare l'attenzione del governo transalpino nei confronti della polizia, presa di mira quotidianamente da teppisti e spacciatori delle banlieue.
Nel corso della mattinata hanno iniziato a circolare le prime informazioni sul profilo dell'autore del tentato accoltellamento. Una di queste riguardava la provenienza. Il sito del quotidiano Le Figaro è stato il primo a scrivere che, prima di arrivare in Francia, l'algerino aveva vissuto molti anni in Italia.
Benrabah ha infatti un permesso di soggiorno italiano rilasciato dalla questura di Napoli nel 2011 per la sua attività di venditore ambulante. L'uomo arrivò in Italia nel 2008, sbarcando a Cagliari, (rotta comune dall'Algeria) dove è stato fotosegnalato con diverse generalità. Il permesso di soggiorno per motivi di lavoro fu convertito nel 2018 in carta di soggiorno a tempo indeterminato. Il trentasettenne non risulta avere precedenti penali o di polizia. Il suo titolo di soggiorno gli ha consentito di muoversi liberamente all'interno dell'area Schenghen e di avviare attività lavorativa anche in altri paesi. Dal 2016 risiedeva in Francia, dove lavora, e che il 22 ottobre scorso avrebbe richiesto un titolo di soggiorno alle autorità transalpine. Anche queste informazioni sono state date dall'omologo francese di Luciana Lamorgese, durante una conferenza stampa improvvisata tenutasi nella cittadina mediterranea a fine mattinata. La notizia dell'attacco di Cannes ha provocato una serie di reazioni del mondo politico sia in Italia che in Francia. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha chiesto al Viminale di confermare se l'attentato avesse effettivamente un permesso di soggiorno italiano. «Perché - ha aggiunto l'ex ministro dell'Interno - è ancora vivo il ricordo dell'attentatore di Nizza di un anno fa che era sbarcato poche settimane prima a Lampedusa». Per la deputata di Fratelli d'Italia Ylenja Lucaselli, «È doveroso che il nostro governo, nello specifico il ministro Lamorgese, chiarisca tutti gli elementi del caso, coinvolgendo le forze politiche».
Al di là delle Alpi, a parte le parole di Darmanin e del primo ministro francese, Jean Castex, la maggioranza macronista e la sinistra sono rimaste piuttosto silenti. A destra, invece, non sono mancate le prese di posizione. La presidente del Rassemblement National, Marine Le Pen, ha constatato che «questo tipo di fatti stia diventando sempre più banale» perché, secondo lei, «non si fa il necessario a monte» così «gli schedati nell'archivio Fsprt (dedicato alle segnalazioni per la prevenzione della radicalizzazione a a carattere terrosita, ndr) non vengono espulsi sistematicamente». Anche i candidati a rappresentare il partito Les Républicains, Éric Ciotti, Philippe Juvin, Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, hanno espresso solidarietà alla polizia. Invece il polemista Éric Zemmour, non ancora ufficialmente candidato alle presidenziali del 2022, ha puntato il dito contro la libera circolazione in Europa. «Quando non ci sono più frontiere - ha twittato il polemista - la polizia è l'ultima barriera contro la jihad» avvertendo che «o si chiudono le frontiere o avremo una guerra sul nostro territorio. Non c'è una terza via».
In effetti, l'attacco di ieri è il terzo subito da una località della Costa Azzurra, frontaliera con l'Italia, nel giro di cinque anni. Due di questi sono stati compiuti da immigrati nordafricani passati dall'Italia. Alla vigilia del 14 luglio 2016, sul lungomare di Nizza, il franco-tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlela aveva ammazzato ottantasei persone e ne aveva ferite altre quattrocentocinquanta. Le vittime si trovavano sulla sulla Promenade des Anglais per assistere ai fuochi d'artificio della festa nazionale francese. Il terrorista era piombato su di loro con un tir facendo una carneficina. Sempre a Nizza, Il 29 ottobre 2020 un altro tunisino, Brahim Aouissaoui, aveva sgozzato tre fedeli cristiani nella basilica di Notre-Dame. L'attentatore nordafricano era approdato poche settimane prima a Lampedusa su una barca di clandestini.
Solo ieri 700 clandestini al Sud. Ong pronta a scaricarne altri 300
Gli approdi di sbarchi autonomi che il Viminale non riesce a contrastare continuano indisturbati sui tre fronti roventi: il Salento in Puglia, la costa jonica in Calabria e Lampedusa in Sicilia. In totale ieri sono approdati in 695.
In Salento, nel piccolo porto turistico di Santa Maria di Leuca, ieri sono stati registrati cinque arrivi consecutivi: uno scafo con a bordo 68 persone (lo scafista è stato fermato), un barchino con 16, un altro intercettato nella zona di Portoselvaggio a Nardò con 17 di nazionalità turca (in tre sono stati fermati perché sospettati di essere gli scafisti), una zattera con una famiglia di quattro persone, e un motopeschereccio intercettato a circa 18 miglia dalla costa con altri 69. Per un totale di 167 persone, tutte di nazionalità pakistana, siriana, afgana e somala.
La macchina dell'accoglienza pugliese è ormai stremata. Per far fronte all'emergenza sono stati attivati anche i medici del Reparto sanità pubblica della Croce rossa italiana e sono intervenuti volontari dalla provincia di Brindisi. La rotta pugliese, poco seguita dai giornali della vulgata, è finita invece nel mirino della televisione di Stato tedesca, la Zdf, che ha mandato una troupe. Per oggi sono stati annunciati servizi da Santa Maria di Leuca che andranno in onda nel corso di due telegiornali.
Se a inizio novembre si parlava di almeno 400 arrivi in un mese in Puglia, i numeri sono schizzati a poco meno di 600 nel giro di meno di 24 ore. E siccome i centri di prima accoglienza pugliesi (Masseria Ghermi a Lecce e il don Tonino Bello a Otranto) sono in pesante esubero si valutano trasferimenti verso la Calabria. Dove, però, la situazione non è delle migliori. Altri 59 sono sbarcati nel porto di Crotone, a poche ore di distanza da un approdo di 53 persone in località Capocolonna, in entrambi i casi provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. Sono stati sistemati tutti momentaneamente nell'hotspot Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, in attesa di essere smistati in altri centri di accoglienza. Partiranno, insomma, al più presto per altri centri d'accoglienza italiani. Quello di ieri è il cinquantottesimo sbarco sulla costa crotonese dall'inizio dell'anno, il doppio rispetto allo scorso anno.
Scoppia anche Lampedusa, dove in 384, partiti dalla Libia nonostante il mare mosso, sono arrivati nel pomeriggio di ieri al molo Favaloro. Il barcone su cui viaggiavano imbarcava acqua ed è stato intercettato a circa 12 miglia dall'isola. Sono finiti tutti stipati nell'hotspot di contrada Imbriacola che, a fronte di una capienza di 250 posti, ora ospita 693 persone. Altri sei sbarchi, con un totale di 85 passeggeri, si sono registrati dopo l'approdo dei 385. Su un barchino di sei metri sono stati rintracciati 12 tunisini. Gli altri due approdi contano 29 e 22 tunisini. L'ultimo con 22 persone a bordo, tutte tunisine, è stata intercettata dagli uomini della Capitaneria di porto a circa sei miglia dalla costa.
Intanto, a largo dell'isola, attende l'indicazione di un porto sicuro di sbarco il taxi del mare Ocean Viking con a bordo 306 passeggeri. Il pressing è già cominciato. Sos Mediterranée ha fatto sapere che il quadro meteorologico è in peggioramento, mentre quello sanitario presenta passeggeri con una situazione «medicalmente complessa», che richiede «cure ospedaliere». C'è chi, fanno sapere dalla Ong, presenta nausea, debolezza e disidratazione, «sintomi frequenti dopo giorni in mare in condizioni estreme». Alcuni naufraghi, poi, presenterebbero «gravi ustioni agli arti, provocate dal carburante delle imbarcazioni di fortuna sulle quali sono fuggiti dalla Libia». Il rischio di infezioni, secondo gli attivisti, sarebbe elevatissimo. E per un taxi del mare pronto ad approdare, un altro sembra stia per salpare. Mediterranea Saving Humans, stando alle notizie riportate sul giornale della Diocesi di Padova, sembra stia raccogliendo fondi per la sua nave umanitaria e presto tornerà in mare per la sua decima missione nel Mediterraneo.
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Attacco a Cannes: un algerino ha pugnalato «in nome di Maometto» un poliziotto. L'africano arrivò nel 2008 a Cagliari e aveva un permesso di soggiorno italiano. Matteo Salvini: «Il Viminale chiarisca». Éric Zemmour: «Chiudiamo le frontiere o avremo una guerra».Calabria, Sicilia e Puglia assediate. L'Ocean Viking è in attesa davanti Lampedusa.Lo speciale contiene due articoli.Un algerino di 37 anni ha tentato ieri mattina di accoltellare due poliziotti nel centro di Cannes. L'aggressore si chiama Lakhdar Benrabah, e mentre si avventava contro gli agenti ha gridato : «Agisco in nome del profeta Maometto». I due rappresentanti delle forze dell'ordine sono usciti indenni dall'attacco: un agente si è salvato grazie al suo giubbotto antiproiettili e sarebbe illeso. Il collega nella volante ha neutralizzato l'aggressore ferendolo gravemente. La sua prognosi è riservata. Quando questa edizione de La Verità veniva chiusa, la Procura antiterrorismo francese non aveva ancora avocato a sé l'indagine. Ma già dalla mattinata, gli inquirenti avevano parlato di movente terroristico. Il ministro dell'interno Gérald Darmanin, si è precipitato nella cittadina della Costa Azzurra, per sottolineare l'attenzione del governo transalpino nei confronti della polizia, presa di mira quotidianamente da teppisti e spacciatori delle banlieue.Nel corso della mattinata hanno iniziato a circolare le prime informazioni sul profilo dell'autore del tentato accoltellamento. Una di queste riguardava la provenienza. Il sito del quotidiano Le Figaro è stato il primo a scrivere che, prima di arrivare in Francia, l'algerino aveva vissuto molti anni in Italia. Benrabah ha infatti un permesso di soggiorno italiano rilasciato dalla questura di Napoli nel 2011 per la sua attività di venditore ambulante. L'uomo arrivò in Italia nel 2008, sbarcando a Cagliari, (rotta comune dall'Algeria) dove è stato fotosegnalato con diverse generalità. Il permesso di soggiorno per motivi di lavoro fu convertito nel 2018 in carta di soggiorno a tempo indeterminato. Il trentasettenne non risulta avere precedenti penali o di polizia. Il suo titolo di soggiorno gli ha consentito di muoversi liberamente all'interno dell'area Schenghen e di avviare attività lavorativa anche in altri paesi. Dal 2016 risiedeva in Francia, dove lavora, e che il 22 ottobre scorso avrebbe richiesto un titolo di soggiorno alle autorità transalpine. Anche queste informazioni sono state date dall'omologo francese di Luciana Lamorgese, durante una conferenza stampa improvvisata tenutasi nella cittadina mediterranea a fine mattinata. La notizia dell'attacco di Cannes ha provocato una serie di reazioni del mondo politico sia in Italia che in Francia. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha chiesto al Viminale di confermare se l'attentato avesse effettivamente un permesso di soggiorno italiano. «Perché - ha aggiunto l'ex ministro dell'Interno - è ancora vivo il ricordo dell'attentatore di Nizza di un anno fa che era sbarcato poche settimane prima a Lampedusa». Per la deputata di Fratelli d'Italia Ylenja Lucaselli, «È doveroso che il nostro governo, nello specifico il ministro Lamorgese, chiarisca tutti gli elementi del caso, coinvolgendo le forze politiche».Al di là delle Alpi, a parte le parole di Darmanin e del primo ministro francese, Jean Castex, la maggioranza macronista e la sinistra sono rimaste piuttosto silenti. A destra, invece, non sono mancate le prese di posizione. La presidente del Rassemblement National, Marine Le Pen, ha constatato che «questo tipo di fatti stia diventando sempre più banale» perché, secondo lei, «non si fa il necessario a monte» così «gli schedati nell'archivio Fsprt (dedicato alle segnalazioni per la prevenzione della radicalizzazione a a carattere terrosita, ndr) non vengono espulsi sistematicamente». Anche i candidati a rappresentare il partito Les Républicains, Éric Ciotti, Philippe Juvin, Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, hanno espresso solidarietà alla polizia. Invece il polemista Éric Zemmour, non ancora ufficialmente candidato alle presidenziali del 2022, ha puntato il dito contro la libera circolazione in Europa. «Quando non ci sono più frontiere - ha twittato il polemista - la polizia è l'ultima barriera contro la jihad» avvertendo che «o si chiudono le frontiere o avremo una guerra sul nostro territorio. Non c'è una terza via». In effetti, l'attacco di ieri è il terzo subito da una località della Costa Azzurra, frontaliera con l'Italia, nel giro di cinque anni. Due di questi sono stati compiuti da immigrati nordafricani passati dall'Italia. Alla vigilia del 14 luglio 2016, sul lungomare di Nizza, il franco-tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlela aveva ammazzato ottantasei persone e ne aveva ferite altre quattrocentocinquanta. Le vittime si trovavano sulla sulla Promenade des Anglais per assistere ai fuochi d'artificio della festa nazionale francese. Il terrorista era piombato su di loro con un tir facendo una carneficina. Sempre a Nizza, Il 29 ottobre 2020 un altro tunisino, Brahim Aouissaoui, aveva sgozzato tre fedeli cristiani nella basilica di Notre-Dame. L'attentatore nordafricano era approdato poche settimane prima a Lampedusa su una barca di clandestini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sbarca-italia-accoltella-agente-francia-2655522016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-ieri-700-clandestini-al-sud-ong-pronta-a-scaricarne-altri-300" data-post-id="2655522016" data-published-at="1636401916" data-use-pagination="False"> Solo ieri 700 clandestini al Sud. Ong pronta a scaricarne altri 300 Gli approdi di sbarchi autonomi che il Viminale non riesce a contrastare continuano indisturbati sui tre fronti roventi: il Salento in Puglia, la costa jonica in Calabria e Lampedusa in Sicilia. In totale ieri sono approdati in 695. In Salento, nel piccolo porto turistico di Santa Maria di Leuca, ieri sono stati registrati cinque arrivi consecutivi: uno scafo con a bordo 68 persone (lo scafista è stato fermato), un barchino con 16, un altro intercettato nella zona di Portoselvaggio a Nardò con 17 di nazionalità turca (in tre sono stati fermati perché sospettati di essere gli scafisti), una zattera con una famiglia di quattro persone, e un motopeschereccio intercettato a circa 18 miglia dalla costa con altri 69. Per un totale di 167 persone, tutte di nazionalità pakistana, siriana, afgana e somala. La macchina dell'accoglienza pugliese è ormai stremata. Per far fronte all'emergenza sono stati attivati anche i medici del Reparto sanità pubblica della Croce rossa italiana e sono intervenuti volontari dalla provincia di Brindisi. La rotta pugliese, poco seguita dai giornali della vulgata, è finita invece nel mirino della televisione di Stato tedesca, la Zdf, che ha mandato una troupe. Per oggi sono stati annunciati servizi da Santa Maria di Leuca che andranno in onda nel corso di due telegiornali. Se a inizio novembre si parlava di almeno 400 arrivi in un mese in Puglia, i numeri sono schizzati a poco meno di 600 nel giro di meno di 24 ore. E siccome i centri di prima accoglienza pugliesi (Masseria Ghermi a Lecce e il don Tonino Bello a Otranto) sono in pesante esubero si valutano trasferimenti verso la Calabria. Dove, però, la situazione non è delle migliori. Altri 59 sono sbarcati nel porto di Crotone, a poche ore di distanza da un approdo di 53 persone in località Capocolonna, in entrambi i casi provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. Sono stati sistemati tutti momentaneamente nell'hotspot Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, in attesa di essere smistati in altri centri di accoglienza. Partiranno, insomma, al più presto per altri centri d'accoglienza italiani. Quello di ieri è il cinquantottesimo sbarco sulla costa crotonese dall'inizio dell'anno, il doppio rispetto allo scorso anno. Scoppia anche Lampedusa, dove in 384, partiti dalla Libia nonostante il mare mosso, sono arrivati nel pomeriggio di ieri al molo Favaloro. Il barcone su cui viaggiavano imbarcava acqua ed è stato intercettato a circa 12 miglia dall'isola. Sono finiti tutti stipati nell'hotspot di contrada Imbriacola che, a fronte di una capienza di 250 posti, ora ospita 693 persone. Altri sei sbarchi, con un totale di 85 passeggeri, si sono registrati dopo l'approdo dei 385. Su un barchino di sei metri sono stati rintracciati 12 tunisini. Gli altri due approdi contano 29 e 22 tunisini. L'ultimo con 22 persone a bordo, tutte tunisine, è stata intercettata dagli uomini della Capitaneria di porto a circa sei miglia dalla costa. Intanto, a largo dell'isola, attende l'indicazione di un porto sicuro di sbarco il taxi del mare Ocean Viking con a bordo 306 passeggeri. Il pressing è già cominciato. Sos Mediterranée ha fatto sapere che il quadro meteorologico è in peggioramento, mentre quello sanitario presenta passeggeri con una situazione «medicalmente complessa», che richiede «cure ospedaliere». C'è chi, fanno sapere dalla Ong, presenta nausea, debolezza e disidratazione, «sintomi frequenti dopo giorni in mare in condizioni estreme». Alcuni naufraghi, poi, presenterebbero «gravi ustioni agli arti, provocate dal carburante delle imbarcazioni di fortuna sulle quali sono fuggiti dalla Libia». Il rischio di infezioni, secondo gli attivisti, sarebbe elevatissimo. E per un taxi del mare pronto ad approdare, un altro sembra stia per salpare. Mediterranea Saving Humans, stando alle notizie riportate sul giornale della Diocesi di Padova, sembra stia raccogliendo fondi per la sua nave umanitaria e presto tornerà in mare per la sua decima missione nel Mediterraneo.
Il tribunale dei minori de L'Aquila (Ansa)
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
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Giorgia Meloni e Donald Trump a Sharm el Sheikh nell'ottobre 2025 (Ansa)
Il premier spagnolo Pedro Sánchez dice che non concederà le basi militari agli americani, che peraltro non gliele avevano chieste perché Madrid non ne ha di condivise? Qualche onorevole si sveglia la mattina e chiede a Giorgia Meloni di fare altrettanto anche se l’Italia ha da sempre accolto sul suo territorio distaccamenti di forze degli Stati Uniti. Il premier inglese nicchia nel concedere atterraggi e partenze dei caccia dell’aviazione americana dagli aeroporti gestiti dalla Raf di sua maestà britannica? Anche se poi Keir Starmer ha fatto marcia indietro, l’opposizione chiede che il capo del nostro governo faccia altrettanto.
L’ultima uscita è di ieri. Siccome una giornalista del Corriere della Sera ha raggiunto al telefono il presidente americano Donald Trump e gli ha strappato qualche frase, tra cui un paio in cui elogia Giorgia Meloni e l’Italia, il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, ha preso cappello. «Quella di Trump è un’affermazione grave e inquietante. Il presidente del Consiglio deve smentire. Gli italiani hanno diritto di sapere la verità». E che ha detto di tanto grave l’inquilino della Casa Bianca per meritare Meloni una così vibrata ingiunzione a chiarire? Niente di che. Rispondendo a Viviana Mazza, il presidente americano ha detto non solo di amare l’Italia, ma che il premier è un ottimo leader aggiungendo, a proposito dell’invio di una nave a difesa di Cipro dopo l’attacco subito da parte iraniana, che Giorgia Meloni «cerca sempre di aiutare. È una mia amica». Ebbene, che cosa c’è da smentire? Il capo del governo deve dire di non essere un’ottima leader? Oppure deve negare di essere amica di Trump? Che cosa ha fatto agitare Provenzano e compagni? La frase in cui il presidente americano dice che il capo del nostro governo è «sempre pronto ad aiutare»? E che cosa c’è di male? Per far contento il Pd, Trump doveva sostenere che Meloni si mette sempre di traverso e ostacola ogni cosa?
Ovviamente mi è ben chiaro perché a sinistra si agitano. A loro farebbe piacere che il governo impedisse decolli e atterraggi dei velivoli americani dalle basi disseminate lungo la Penisola anche se, al momento, non risulta che aerei partiti da Aviano o da Sigonella abbiano bombardato l’Iran. Anzi, se fosse possibile reclamerebbero la chiusura di tutte le basi, da Vicenza a Livorno, così da prendere le distanze dallo Zio Sam. Peccato che aeroporti e centri operativi in cui sono di stanza truppe americane esistano da decenni e che nel passato nessuno degli esponenti del Pd che si sono succeduti al governo si sia mai posto il problema di limitare l’operatività militare degli Stati Uniti sul territorio italiano. Anzi, quando Massimo D’Alema era a Palazzo Chigi, la agevolò. Ho ricordato nei giorni scorsi di quando i Tornado italiani, insieme a quelli americani e tedeschi, bombardarono Belgrado. All’epoca nessuno si indignò per l’uso e l’abuso (il Parlamento non ne sapeva nulla) delle basi americane in Italia. E nessuno chiese a D’Alema di smentire ciò che disse il suo ministro della Difesa, Carlo Scognamiglio, il quale, con una lettera al Corriere, chiarì che il governo presieduto per la prima volta da un ex comunista era nato proprio per consentire all’Alleanza atlantica di intervenire in Kosovo, cioè di bombardare la Serbia. Romano Prodi si era dimesso, ma non si poteva andare a nuove elezioni perché c’era da fare la guerra (senza dirlo agli italiani).
Queste sì erano dichiarazioni gravi e inquietanti, per usare le parole di Provenzano. Ma all’epoca nessuno a sinistra fiatò. Forse per la troppa vergogna. Che adesso evidentemente i compagni non conoscono.
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(IStock)
Se fosse così saremmo in presenza di un balzo da record delle quotazioni dell’oro nero, che spingeranno alle stelle benzina e diesel oltre i 2 euro lungo le nostre strade. «Pensavamo che i prezzi del petrolio sarebbero saliti, e così è stato. Poi ci sarà il down. Scenderanno molto velocemente», ha spiegato ieri Donald Trump ai giornalisti. Quando scenderanno però? La guerra nel Golfo continua, lo stretto di Hormuz non sarà riattraversato a breve dalle navi occidentali, nel mentre i Paesi che vivono di greggio riducono l’estrazione.
La produzione di petrolio in Iraq è diminuita di 3 milioni di barili al giorno: precisamente è scesa da 4,3 milioni di barili al giorno a 1,3 milioni di barili al giorno. Sabato anche il Kuwait ha confermato ufficialmente di aver tagliato la produzione e, prima della guerra, l’emirato produceva circa 2,8 milioni di barili di petrolio al giorno...
Gli americani in realtà non dovrebbero soffrire molto da questo calo di produzione ed esportazioni di greggio. La dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio del Golfo non è mai stata così bassa: le importazioni statunitensi sono scese a circa 500.000 barili al giorno, quasi al livello più basso mai registrato. Gli acquisti da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar sono diminuiti di 2,5 milioni di barili al giorno dal picco del 2003. Solo 9 anni fa, gli Stati Uniti ricevevano circa 2 milioni di barili al giorno dalla regione. L’attuale livello delle importazioni è ora superiore solo allo shock pandemico del 2020 e al minimo degli anni ‘80. Nel frattempo, la produzione di greggio degli Stati Uniti si attesta a circa 13,7 milioni di barili al giorno, quasi al massimo storico, con un aumento del +145% dal 2003.
Sta male soprattutto l’Asia: la Cina che dipende dalle esportazioni iraniane, l’India che beneficerà del greggio russo sanzionato grazie all’intercessione degli Usa, e pure la Corea del Sud che ha visto la propria Borsa precipitare la scorsa settimana a causa proprio dello choc energetico al punto che, per la prima volta dal 1997, Seul sta valutando l’ipotesi di imporre un tetto al prezzo del petrolio.
E poi c’è l’incubo gas, il cui prezzo in Europa è praticamente raddoppiato. Secondo una nota di Bernstein, l’interruzione delle spedizioni di Gnl (gas liquefatto) dal Qatar e le interruzioni nello Stretto di Hormuz ha però fatto salire ancora di più le quotazioni in Asia. E in tutto ciò gli analisti affermano che gli Stati Uniti potrebbero avere una capacità limitata di aumentare significativamente la fornitura di Gnl all’Europa nel breve termine. Bernstein osserva che i terminali di esportazione di gas Usa stanno già operando quasi a piena capacità, con volumi di esportazione recenti pari a circa il 94% della capacità di picco, lasciando poco spazio per incrementare ulteriormente le spedizioni.
Invece di aumentare la produzione, gli Stati Uniti potrebbero solo reindirizzare i carichi esistenti verso l’Europa che però sta attualmente perdendo questa guerra di offerte con gli asiatici, proprio perché i prezzi del Gnl in Oriente sono aumentati drasticamente, creando uno spread che rende più redditizio per le navi dirigersi verso i mercati asiatici piuttosto che verso l'Europa.
Bernstein stima che i prezzi del gas europeo potrebbero dover aumentare di un altro 40-50% per attrarre sufficienti carichi di Gnl statunitense dall'Asia, se l’interruzione delle esportazioni del Qatar dovesse durare diversi mesi.
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(Ansa)
Vivere nel bosco senza televisione, senza tablet e senza bagno è talmente grave che i giudici decidono prima di mandare tre bambini e la loro mamma, senza papà, in una «attrezzata» casa famiglia. Ma poi, visto che la mamma non è «collaborativa» e che i bambini sono diventati «aggressivi», sempre i giudici decidono di separare nuovamente il nucleo familiare rimandando la madre dal marito e spedendo i tre piccoli in un’altra casa famiglia. Più lontana, così che vedere i bambini diventa oltremodo più difficoltoso.
Hanno, invece, più vita facile figli e genitori rom anche se vanno in macchina senza patente e ammazzano una donna mentre fuggono dalle forze dell’ordine. L’incredibile e inquietante fatto di cronaca raccontato ieri sera da Fuori dal coro, la trasmissione di Rete 4 condotta da Mario Giordano, è successo a Modena. La scorsa settimana quattro giovani rom a bordo di un’auto in fuga dai carabinieri hanno travolto il veicolo su cui viaggiavano madre e figlia che erano praticamente arrivate a due passi dal casa. A causa dell’alta velocità della macchina condotta dai giovani balordi, nel violento impatto è rimasta uccisa Antonietta Berselli, di 89 anni. Il ventenne alla guida di un’Alfa Romeo era senza patente e quando ha visto i carabinieri è scappato contromano a folle velocità. Subito dopo l’impatto, i quattro rom erano scappati a piedi per rientrare nel campo abusivo in località San Matteo, alle porte della città, dove da un decennio un gruppo di famiglie stazionavano con le loro roulotte sotto il ponte della Tav. Il giovane al volante è stato poi arrestato, un altro si è costituito mentre gli altri due a bordo della vettura sono stati riaffidati alle famiglie.
Ed ecco il punto ben evidenziato dalla troupe di Mediaset. Il ventenne alla guida è andato in carcere mentre uno dei due riconsegnati alle famiglie è il fratello minorenne. Ma a quale famiglia, visto che anche il padre è in galera da alcuni anni per un reato che la moglie definisce «una cosa riservata nostra»? La madre, inoltre, ha altri quattro figli a cui badare mentre si dice «dispiaciuta» per la morte dell’anziana ma non sa se è vero, come dicono i carabinieri, che il figlio non ha la patente e che lui «non sa guidare». Del resto il ragazzino, che non frequenta una scuola da anni, all’inizio del servizio televisivo neanche dice che l’arrestato è il fratello ma afferma, invece, che è «normale scappare dai carabinieri, come fanno tutti» e manda a quel paese l’Italia e tutti gli italiani. Ma tant’è, lui e un altro amico sono tornati in famiglia e chissà se nel campo abusivo degradato quanto basta c’è l’acqua corrente e il bagno che mancano alla famiglia del bosco… Epperò c’è stata una svolta arrivata dopo la tragedia, lo smantellamento del campo perché, come detto dal sindaco Massimo Mezzetti, «occorre ripristinare la legalità e chi sbaglia deve pagare». Infatti la polizia locale insieme ai servizi sociali, hanno provveduto con i carro attrezzi a rimuovere roulotte e camper dove vivevano due famiglie. Una condizione ai margini della legalità alla quale si sommava lo stato di assoluto degrado dall’altra parte della strada, diventata una discarica a cielo aperto.
Il giudice, però, aveva scelto quel campo abusivo come domicilio per gli arresti domiciliari di uno dei componenti della famiglia. E così senza nuocere ai minorenni, anche se delinquenti, il nucleo famigliare è stato spostato presso la parrocchia di San Pancrazio, sempre nel Modenese. Una decisione che non era stata comunicata al parroco don Damiano che, contrariato ora chiede spiegazioni a Comune e diocesi in merito a tempi, spese e organizzazione: «Eravamo ignari di tutto. Vorremmo sapere per quanto tempo queste persone rimarranno qua, a chi spetteranno le spese per le utenze, chi si farà garante del decoro dell’area».
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