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2021-11-09
Sbarca in Italia, accoltella agente in Francia
Ansa
Un algerino di 37 anni ha tentato ieri mattina di accoltellare due poliziotti nel centro di Cannes. L'aggressore si chiama Lakhdar Benrabah, e mentre si avventava contro gli agenti ha gridato : «Agisco in nome del profeta Maometto». I due rappresentanti delle forze dell'ordine sono usciti indenni dall'attacco: un agente si è salvato grazie al suo giubbotto antiproiettili e sarebbe illeso. Il collega nella volante ha neutralizzato l'aggressore ferendolo gravemente. La sua prognosi è riservata. Quando questa edizione de La Verità veniva chiusa, la Procura antiterrorismo francese non aveva ancora avocato a sé l'indagine. Ma già dalla mattinata, gli inquirenti avevano parlato di movente terroristico. Il ministro dell'interno Gérald Darmanin, si è precipitato nella cittadina della Costa Azzurra, per sottolineare l'attenzione del governo transalpino nei confronti della polizia, presa di mira quotidianamente da teppisti e spacciatori delle banlieue.
Nel corso della mattinata hanno iniziato a circolare le prime informazioni sul profilo dell'autore del tentato accoltellamento. Una di queste riguardava la provenienza. Il sito del quotidiano Le Figaro è stato il primo a scrivere che, prima di arrivare in Francia, l'algerino aveva vissuto molti anni in Italia.
Benrabah ha infatti un permesso di soggiorno italiano rilasciato dalla questura di Napoli nel 2011 per la sua attività di venditore ambulante. L'uomo arrivò in Italia nel 2008, sbarcando a Cagliari, (rotta comune dall'Algeria) dove è stato fotosegnalato con diverse generalità. Il permesso di soggiorno per motivi di lavoro fu convertito nel 2018 in carta di soggiorno a tempo indeterminato. Il trentasettenne non risulta avere precedenti penali o di polizia. Il suo titolo di soggiorno gli ha consentito di muoversi liberamente all'interno dell'area Schenghen e di avviare attività lavorativa anche in altri paesi. Dal 2016 risiedeva in Francia, dove lavora, e che il 22 ottobre scorso avrebbe richiesto un titolo di soggiorno alle autorità transalpine. Anche queste informazioni sono state date dall'omologo francese di Luciana Lamorgese, durante una conferenza stampa improvvisata tenutasi nella cittadina mediterranea a fine mattinata. La notizia dell'attacco di Cannes ha provocato una serie di reazioni del mondo politico sia in Italia che in Francia. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha chiesto al Viminale di confermare se l'attentato avesse effettivamente un permesso di soggiorno italiano. «Perché - ha aggiunto l'ex ministro dell'Interno - è ancora vivo il ricordo dell'attentatore di Nizza di un anno fa che era sbarcato poche settimane prima a Lampedusa». Per la deputata di Fratelli d'Italia Ylenja Lucaselli, «È doveroso che il nostro governo, nello specifico il ministro Lamorgese, chiarisca tutti gli elementi del caso, coinvolgendo le forze politiche».
Al di là delle Alpi, a parte le parole di Darmanin e del primo ministro francese, Jean Castex, la maggioranza macronista e la sinistra sono rimaste piuttosto silenti. A destra, invece, non sono mancate le prese di posizione. La presidente del Rassemblement National, Marine Le Pen, ha constatato che «questo tipo di fatti stia diventando sempre più banale» perché, secondo lei, «non si fa il necessario a monte» così «gli schedati nell'archivio Fsprt (dedicato alle segnalazioni per la prevenzione della radicalizzazione a a carattere terrosita, ndr) non vengono espulsi sistematicamente». Anche i candidati a rappresentare il partito Les Républicains, Éric Ciotti, Philippe Juvin, Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, hanno espresso solidarietà alla polizia. Invece il polemista Éric Zemmour, non ancora ufficialmente candidato alle presidenziali del 2022, ha puntato il dito contro la libera circolazione in Europa. «Quando non ci sono più frontiere - ha twittato il polemista - la polizia è l'ultima barriera contro la jihad» avvertendo che «o si chiudono le frontiere o avremo una guerra sul nostro territorio. Non c'è una terza via».
In effetti, l'attacco di ieri è il terzo subito da una località della Costa Azzurra, frontaliera con l'Italia, nel giro di cinque anni. Due di questi sono stati compiuti da immigrati nordafricani passati dall'Italia. Alla vigilia del 14 luglio 2016, sul lungomare di Nizza, il franco-tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlela aveva ammazzato ottantasei persone e ne aveva ferite altre quattrocentocinquanta. Le vittime si trovavano sulla sulla Promenade des Anglais per assistere ai fuochi d'artificio della festa nazionale francese. Il terrorista era piombato su di loro con un tir facendo una carneficina. Sempre a Nizza, Il 29 ottobre 2020 un altro tunisino, Brahim Aouissaoui, aveva sgozzato tre fedeli cristiani nella basilica di Notre-Dame. L'attentatore nordafricano era approdato poche settimane prima a Lampedusa su una barca di clandestini.
Solo ieri 700 clandestini al Sud. Ong pronta a scaricarne altri 300
Gli approdi di sbarchi autonomi che il Viminale non riesce a contrastare continuano indisturbati sui tre fronti roventi: il Salento in Puglia, la costa jonica in Calabria e Lampedusa in Sicilia. In totale ieri sono approdati in 695.
In Salento, nel piccolo porto turistico di Santa Maria di Leuca, ieri sono stati registrati cinque arrivi consecutivi: uno scafo con a bordo 68 persone (lo scafista è stato fermato), un barchino con 16, un altro intercettato nella zona di Portoselvaggio a Nardò con 17 di nazionalità turca (in tre sono stati fermati perché sospettati di essere gli scafisti), una zattera con una famiglia di quattro persone, e un motopeschereccio intercettato a circa 18 miglia dalla costa con altri 69. Per un totale di 167 persone, tutte di nazionalità pakistana, siriana, afgana e somala.
La macchina dell'accoglienza pugliese è ormai stremata. Per far fronte all'emergenza sono stati attivati anche i medici del Reparto sanità pubblica della Croce rossa italiana e sono intervenuti volontari dalla provincia di Brindisi. La rotta pugliese, poco seguita dai giornali della vulgata, è finita invece nel mirino della televisione di Stato tedesca, la Zdf, che ha mandato una troupe. Per oggi sono stati annunciati servizi da Santa Maria di Leuca che andranno in onda nel corso di due telegiornali.
Se a inizio novembre si parlava di almeno 400 arrivi in un mese in Puglia, i numeri sono schizzati a poco meno di 600 nel giro di meno di 24 ore. E siccome i centri di prima accoglienza pugliesi (Masseria Ghermi a Lecce e il don Tonino Bello a Otranto) sono in pesante esubero si valutano trasferimenti verso la Calabria. Dove, però, la situazione non è delle migliori. Altri 59 sono sbarcati nel porto di Crotone, a poche ore di distanza da un approdo di 53 persone in località Capocolonna, in entrambi i casi provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. Sono stati sistemati tutti momentaneamente nell'hotspot Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, in attesa di essere smistati in altri centri di accoglienza. Partiranno, insomma, al più presto per altri centri d'accoglienza italiani. Quello di ieri è il cinquantottesimo sbarco sulla costa crotonese dall'inizio dell'anno, il doppio rispetto allo scorso anno.
Scoppia anche Lampedusa, dove in 384, partiti dalla Libia nonostante il mare mosso, sono arrivati nel pomeriggio di ieri al molo Favaloro. Il barcone su cui viaggiavano imbarcava acqua ed è stato intercettato a circa 12 miglia dall'isola. Sono finiti tutti stipati nell'hotspot di contrada Imbriacola che, a fronte di una capienza di 250 posti, ora ospita 693 persone. Altri sei sbarchi, con un totale di 85 passeggeri, si sono registrati dopo l'approdo dei 385. Su un barchino di sei metri sono stati rintracciati 12 tunisini. Gli altri due approdi contano 29 e 22 tunisini. L'ultimo con 22 persone a bordo, tutte tunisine, è stata intercettata dagli uomini della Capitaneria di porto a circa sei miglia dalla costa.
Intanto, a largo dell'isola, attende l'indicazione di un porto sicuro di sbarco il taxi del mare Ocean Viking con a bordo 306 passeggeri. Il pressing è già cominciato. Sos Mediterranée ha fatto sapere che il quadro meteorologico è in peggioramento, mentre quello sanitario presenta passeggeri con una situazione «medicalmente complessa», che richiede «cure ospedaliere». C'è chi, fanno sapere dalla Ong, presenta nausea, debolezza e disidratazione, «sintomi frequenti dopo giorni in mare in condizioni estreme». Alcuni naufraghi, poi, presenterebbero «gravi ustioni agli arti, provocate dal carburante delle imbarcazioni di fortuna sulle quali sono fuggiti dalla Libia». Il rischio di infezioni, secondo gli attivisti, sarebbe elevatissimo. E per un taxi del mare pronto ad approdare, un altro sembra stia per salpare. Mediterranea Saving Humans, stando alle notizie riportate sul giornale della Diocesi di Padova, sembra stia raccogliendo fondi per la sua nave umanitaria e presto tornerà in mare per la sua decima missione nel Mediterraneo.
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Attacco a Cannes: un algerino ha pugnalato «in nome di Maometto» un poliziotto. L'africano arrivò nel 2008 a Cagliari e aveva un permesso di soggiorno italiano. Matteo Salvini: «Il Viminale chiarisca». Éric Zemmour: «Chiudiamo le frontiere o avremo una guerra».Calabria, Sicilia e Puglia assediate. L'Ocean Viking è in attesa davanti Lampedusa.Lo speciale contiene due articoli.Un algerino di 37 anni ha tentato ieri mattina di accoltellare due poliziotti nel centro di Cannes. L'aggressore si chiama Lakhdar Benrabah, e mentre si avventava contro gli agenti ha gridato : «Agisco in nome del profeta Maometto». I due rappresentanti delle forze dell'ordine sono usciti indenni dall'attacco: un agente si è salvato grazie al suo giubbotto antiproiettili e sarebbe illeso. Il collega nella volante ha neutralizzato l'aggressore ferendolo gravemente. La sua prognosi è riservata. Quando questa edizione de La Verità veniva chiusa, la Procura antiterrorismo francese non aveva ancora avocato a sé l'indagine. Ma già dalla mattinata, gli inquirenti avevano parlato di movente terroristico. Il ministro dell'interno Gérald Darmanin, si è precipitato nella cittadina della Costa Azzurra, per sottolineare l'attenzione del governo transalpino nei confronti della polizia, presa di mira quotidianamente da teppisti e spacciatori delle banlieue.Nel corso della mattinata hanno iniziato a circolare le prime informazioni sul profilo dell'autore del tentato accoltellamento. Una di queste riguardava la provenienza. Il sito del quotidiano Le Figaro è stato il primo a scrivere che, prima di arrivare in Francia, l'algerino aveva vissuto molti anni in Italia. Benrabah ha infatti un permesso di soggiorno italiano rilasciato dalla questura di Napoli nel 2011 per la sua attività di venditore ambulante. L'uomo arrivò in Italia nel 2008, sbarcando a Cagliari, (rotta comune dall'Algeria) dove è stato fotosegnalato con diverse generalità. Il permesso di soggiorno per motivi di lavoro fu convertito nel 2018 in carta di soggiorno a tempo indeterminato. Il trentasettenne non risulta avere precedenti penali o di polizia. Il suo titolo di soggiorno gli ha consentito di muoversi liberamente all'interno dell'area Schenghen e di avviare attività lavorativa anche in altri paesi. Dal 2016 risiedeva in Francia, dove lavora, e che il 22 ottobre scorso avrebbe richiesto un titolo di soggiorno alle autorità transalpine. Anche queste informazioni sono state date dall'omologo francese di Luciana Lamorgese, durante una conferenza stampa improvvisata tenutasi nella cittadina mediterranea a fine mattinata. La notizia dell'attacco di Cannes ha provocato una serie di reazioni del mondo politico sia in Italia che in Francia. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha chiesto al Viminale di confermare se l'attentato avesse effettivamente un permesso di soggiorno italiano. «Perché - ha aggiunto l'ex ministro dell'Interno - è ancora vivo il ricordo dell'attentatore di Nizza di un anno fa che era sbarcato poche settimane prima a Lampedusa». Per la deputata di Fratelli d'Italia Ylenja Lucaselli, «È doveroso che il nostro governo, nello specifico il ministro Lamorgese, chiarisca tutti gli elementi del caso, coinvolgendo le forze politiche».Al di là delle Alpi, a parte le parole di Darmanin e del primo ministro francese, Jean Castex, la maggioranza macronista e la sinistra sono rimaste piuttosto silenti. A destra, invece, non sono mancate le prese di posizione. La presidente del Rassemblement National, Marine Le Pen, ha constatato che «questo tipo di fatti stia diventando sempre più banale» perché, secondo lei, «non si fa il necessario a monte» così «gli schedati nell'archivio Fsprt (dedicato alle segnalazioni per la prevenzione della radicalizzazione a a carattere terrosita, ndr) non vengono espulsi sistematicamente». Anche i candidati a rappresentare il partito Les Républicains, Éric Ciotti, Philippe Juvin, Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, hanno espresso solidarietà alla polizia. Invece il polemista Éric Zemmour, non ancora ufficialmente candidato alle presidenziali del 2022, ha puntato il dito contro la libera circolazione in Europa. «Quando non ci sono più frontiere - ha twittato il polemista - la polizia è l'ultima barriera contro la jihad» avvertendo che «o si chiudono le frontiere o avremo una guerra sul nostro territorio. Non c'è una terza via». In effetti, l'attacco di ieri è il terzo subito da una località della Costa Azzurra, frontaliera con l'Italia, nel giro di cinque anni. Due di questi sono stati compiuti da immigrati nordafricani passati dall'Italia. Alla vigilia del 14 luglio 2016, sul lungomare di Nizza, il franco-tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlela aveva ammazzato ottantasei persone e ne aveva ferite altre quattrocentocinquanta. Le vittime si trovavano sulla sulla Promenade des Anglais per assistere ai fuochi d'artificio della festa nazionale francese. Il terrorista era piombato su di loro con un tir facendo una carneficina. Sempre a Nizza, Il 29 ottobre 2020 un altro tunisino, Brahim Aouissaoui, aveva sgozzato tre fedeli cristiani nella basilica di Notre-Dame. L'attentatore nordafricano era approdato poche settimane prima a Lampedusa su una barca di clandestini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sbarca-italia-accoltella-agente-francia-2655522016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-ieri-700-clandestini-al-sud-ong-pronta-a-scaricarne-altri-300" data-post-id="2655522016" data-published-at="1636401916" data-use-pagination="False"> Solo ieri 700 clandestini al Sud. Ong pronta a scaricarne altri 300 Gli approdi di sbarchi autonomi che il Viminale non riesce a contrastare continuano indisturbati sui tre fronti roventi: il Salento in Puglia, la costa jonica in Calabria e Lampedusa in Sicilia. In totale ieri sono approdati in 695. In Salento, nel piccolo porto turistico di Santa Maria di Leuca, ieri sono stati registrati cinque arrivi consecutivi: uno scafo con a bordo 68 persone (lo scafista è stato fermato), un barchino con 16, un altro intercettato nella zona di Portoselvaggio a Nardò con 17 di nazionalità turca (in tre sono stati fermati perché sospettati di essere gli scafisti), una zattera con una famiglia di quattro persone, e un motopeschereccio intercettato a circa 18 miglia dalla costa con altri 69. Per un totale di 167 persone, tutte di nazionalità pakistana, siriana, afgana e somala. La macchina dell'accoglienza pugliese è ormai stremata. Per far fronte all'emergenza sono stati attivati anche i medici del Reparto sanità pubblica della Croce rossa italiana e sono intervenuti volontari dalla provincia di Brindisi. La rotta pugliese, poco seguita dai giornali della vulgata, è finita invece nel mirino della televisione di Stato tedesca, la Zdf, che ha mandato una troupe. Per oggi sono stati annunciati servizi da Santa Maria di Leuca che andranno in onda nel corso di due telegiornali. Se a inizio novembre si parlava di almeno 400 arrivi in un mese in Puglia, i numeri sono schizzati a poco meno di 600 nel giro di meno di 24 ore. E siccome i centri di prima accoglienza pugliesi (Masseria Ghermi a Lecce e il don Tonino Bello a Otranto) sono in pesante esubero si valutano trasferimenti verso la Calabria. Dove, però, la situazione non è delle migliori. Altri 59 sono sbarcati nel porto di Crotone, a poche ore di distanza da un approdo di 53 persone in località Capocolonna, in entrambi i casi provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. Sono stati sistemati tutti momentaneamente nell'hotspot Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, in attesa di essere smistati in altri centri di accoglienza. Partiranno, insomma, al più presto per altri centri d'accoglienza italiani. Quello di ieri è il cinquantottesimo sbarco sulla costa crotonese dall'inizio dell'anno, il doppio rispetto allo scorso anno. Scoppia anche Lampedusa, dove in 384, partiti dalla Libia nonostante il mare mosso, sono arrivati nel pomeriggio di ieri al molo Favaloro. Il barcone su cui viaggiavano imbarcava acqua ed è stato intercettato a circa 12 miglia dall'isola. Sono finiti tutti stipati nell'hotspot di contrada Imbriacola che, a fronte di una capienza di 250 posti, ora ospita 693 persone. Altri sei sbarchi, con un totale di 85 passeggeri, si sono registrati dopo l'approdo dei 385. Su un barchino di sei metri sono stati rintracciati 12 tunisini. Gli altri due approdi contano 29 e 22 tunisini. L'ultimo con 22 persone a bordo, tutte tunisine, è stata intercettata dagli uomini della Capitaneria di porto a circa sei miglia dalla costa. Intanto, a largo dell'isola, attende l'indicazione di un porto sicuro di sbarco il taxi del mare Ocean Viking con a bordo 306 passeggeri. Il pressing è già cominciato. Sos Mediterranée ha fatto sapere che il quadro meteorologico è in peggioramento, mentre quello sanitario presenta passeggeri con una situazione «medicalmente complessa», che richiede «cure ospedaliere». C'è chi, fanno sapere dalla Ong, presenta nausea, debolezza e disidratazione, «sintomi frequenti dopo giorni in mare in condizioni estreme». Alcuni naufraghi, poi, presenterebbero «gravi ustioni agli arti, provocate dal carburante delle imbarcazioni di fortuna sulle quali sono fuggiti dalla Libia». Il rischio di infezioni, secondo gli attivisti, sarebbe elevatissimo. E per un taxi del mare pronto ad approdare, un altro sembra stia per salpare. Mediterranea Saving Humans, stando alle notizie riportate sul giornale della Diocesi di Padova, sembra stia raccogliendo fondi per la sua nave umanitaria e presto tornerà in mare per la sua decima missione nel Mediterraneo.
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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