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2021-11-09
Sbarca in Italia, accoltella agente in Francia
Ansa
Un algerino di 37 anni ha tentato ieri mattina di accoltellare due poliziotti nel centro di Cannes. L'aggressore si chiama Lakhdar Benrabah, e mentre si avventava contro gli agenti ha gridato : «Agisco in nome del profeta Maometto». I due rappresentanti delle forze dell'ordine sono usciti indenni dall'attacco: un agente si è salvato grazie al suo giubbotto antiproiettili e sarebbe illeso. Il collega nella volante ha neutralizzato l'aggressore ferendolo gravemente. La sua prognosi è riservata. Quando questa edizione de La Verità veniva chiusa, la Procura antiterrorismo francese non aveva ancora avocato a sé l'indagine. Ma già dalla mattinata, gli inquirenti avevano parlato di movente terroristico. Il ministro dell'interno Gérald Darmanin, si è precipitato nella cittadina della Costa Azzurra, per sottolineare l'attenzione del governo transalpino nei confronti della polizia, presa di mira quotidianamente da teppisti e spacciatori delle banlieue.
Nel corso della mattinata hanno iniziato a circolare le prime informazioni sul profilo dell'autore del tentato accoltellamento. Una di queste riguardava la provenienza. Il sito del quotidiano Le Figaro è stato il primo a scrivere che, prima di arrivare in Francia, l'algerino aveva vissuto molti anni in Italia.
Benrabah ha infatti un permesso di soggiorno italiano rilasciato dalla questura di Napoli nel 2011 per la sua attività di venditore ambulante. L'uomo arrivò in Italia nel 2008, sbarcando a Cagliari, (rotta comune dall'Algeria) dove è stato fotosegnalato con diverse generalità. Il permesso di soggiorno per motivi di lavoro fu convertito nel 2018 in carta di soggiorno a tempo indeterminato. Il trentasettenne non risulta avere precedenti penali o di polizia. Il suo titolo di soggiorno gli ha consentito di muoversi liberamente all'interno dell'area Schenghen e di avviare attività lavorativa anche in altri paesi. Dal 2016 risiedeva in Francia, dove lavora, e che il 22 ottobre scorso avrebbe richiesto un titolo di soggiorno alle autorità transalpine. Anche queste informazioni sono state date dall'omologo francese di Luciana Lamorgese, durante una conferenza stampa improvvisata tenutasi nella cittadina mediterranea a fine mattinata. La notizia dell'attacco di Cannes ha provocato una serie di reazioni del mondo politico sia in Italia che in Francia. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha chiesto al Viminale di confermare se l'attentato avesse effettivamente un permesso di soggiorno italiano. «Perché - ha aggiunto l'ex ministro dell'Interno - è ancora vivo il ricordo dell'attentatore di Nizza di un anno fa che era sbarcato poche settimane prima a Lampedusa». Per la deputata di Fratelli d'Italia Ylenja Lucaselli, «È doveroso che il nostro governo, nello specifico il ministro Lamorgese, chiarisca tutti gli elementi del caso, coinvolgendo le forze politiche».
Al di là delle Alpi, a parte le parole di Darmanin e del primo ministro francese, Jean Castex, la maggioranza macronista e la sinistra sono rimaste piuttosto silenti. A destra, invece, non sono mancate le prese di posizione. La presidente del Rassemblement National, Marine Le Pen, ha constatato che «questo tipo di fatti stia diventando sempre più banale» perché, secondo lei, «non si fa il necessario a monte» così «gli schedati nell'archivio Fsprt (dedicato alle segnalazioni per la prevenzione della radicalizzazione a a carattere terrosita, ndr) non vengono espulsi sistematicamente». Anche i candidati a rappresentare il partito Les Républicains, Éric Ciotti, Philippe Juvin, Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, hanno espresso solidarietà alla polizia. Invece il polemista Éric Zemmour, non ancora ufficialmente candidato alle presidenziali del 2022, ha puntato il dito contro la libera circolazione in Europa. «Quando non ci sono più frontiere - ha twittato il polemista - la polizia è l'ultima barriera contro la jihad» avvertendo che «o si chiudono le frontiere o avremo una guerra sul nostro territorio. Non c'è una terza via».
In effetti, l'attacco di ieri è il terzo subito da una località della Costa Azzurra, frontaliera con l'Italia, nel giro di cinque anni. Due di questi sono stati compiuti da immigrati nordafricani passati dall'Italia. Alla vigilia del 14 luglio 2016, sul lungomare di Nizza, il franco-tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlela aveva ammazzato ottantasei persone e ne aveva ferite altre quattrocentocinquanta. Le vittime si trovavano sulla sulla Promenade des Anglais per assistere ai fuochi d'artificio della festa nazionale francese. Il terrorista era piombato su di loro con un tir facendo una carneficina. Sempre a Nizza, Il 29 ottobre 2020 un altro tunisino, Brahim Aouissaoui, aveva sgozzato tre fedeli cristiani nella basilica di Notre-Dame. L'attentatore nordafricano era approdato poche settimane prima a Lampedusa su una barca di clandestini.
Solo ieri 700 clandestini al Sud. Ong pronta a scaricarne altri 300
Gli approdi di sbarchi autonomi che il Viminale non riesce a contrastare continuano indisturbati sui tre fronti roventi: il Salento in Puglia, la costa jonica in Calabria e Lampedusa in Sicilia. In totale ieri sono approdati in 695.
In Salento, nel piccolo porto turistico di Santa Maria di Leuca, ieri sono stati registrati cinque arrivi consecutivi: uno scafo con a bordo 68 persone (lo scafista è stato fermato), un barchino con 16, un altro intercettato nella zona di Portoselvaggio a Nardò con 17 di nazionalità turca (in tre sono stati fermati perché sospettati di essere gli scafisti), una zattera con una famiglia di quattro persone, e un motopeschereccio intercettato a circa 18 miglia dalla costa con altri 69. Per un totale di 167 persone, tutte di nazionalità pakistana, siriana, afgana e somala.
La macchina dell'accoglienza pugliese è ormai stremata. Per far fronte all'emergenza sono stati attivati anche i medici del Reparto sanità pubblica della Croce rossa italiana e sono intervenuti volontari dalla provincia di Brindisi. La rotta pugliese, poco seguita dai giornali della vulgata, è finita invece nel mirino della televisione di Stato tedesca, la Zdf, che ha mandato una troupe. Per oggi sono stati annunciati servizi da Santa Maria di Leuca che andranno in onda nel corso di due telegiornali.
Se a inizio novembre si parlava di almeno 400 arrivi in un mese in Puglia, i numeri sono schizzati a poco meno di 600 nel giro di meno di 24 ore. E siccome i centri di prima accoglienza pugliesi (Masseria Ghermi a Lecce e il don Tonino Bello a Otranto) sono in pesante esubero si valutano trasferimenti verso la Calabria. Dove, però, la situazione non è delle migliori. Altri 59 sono sbarcati nel porto di Crotone, a poche ore di distanza da un approdo di 53 persone in località Capocolonna, in entrambi i casi provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. Sono stati sistemati tutti momentaneamente nell'hotspot Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, in attesa di essere smistati in altri centri di accoglienza. Partiranno, insomma, al più presto per altri centri d'accoglienza italiani. Quello di ieri è il cinquantottesimo sbarco sulla costa crotonese dall'inizio dell'anno, il doppio rispetto allo scorso anno.
Scoppia anche Lampedusa, dove in 384, partiti dalla Libia nonostante il mare mosso, sono arrivati nel pomeriggio di ieri al molo Favaloro. Il barcone su cui viaggiavano imbarcava acqua ed è stato intercettato a circa 12 miglia dall'isola. Sono finiti tutti stipati nell'hotspot di contrada Imbriacola che, a fronte di una capienza di 250 posti, ora ospita 693 persone. Altri sei sbarchi, con un totale di 85 passeggeri, si sono registrati dopo l'approdo dei 385. Su un barchino di sei metri sono stati rintracciati 12 tunisini. Gli altri due approdi contano 29 e 22 tunisini. L'ultimo con 22 persone a bordo, tutte tunisine, è stata intercettata dagli uomini della Capitaneria di porto a circa sei miglia dalla costa.
Intanto, a largo dell'isola, attende l'indicazione di un porto sicuro di sbarco il taxi del mare Ocean Viking con a bordo 306 passeggeri. Il pressing è già cominciato. Sos Mediterranée ha fatto sapere che il quadro meteorologico è in peggioramento, mentre quello sanitario presenta passeggeri con una situazione «medicalmente complessa», che richiede «cure ospedaliere». C'è chi, fanno sapere dalla Ong, presenta nausea, debolezza e disidratazione, «sintomi frequenti dopo giorni in mare in condizioni estreme». Alcuni naufraghi, poi, presenterebbero «gravi ustioni agli arti, provocate dal carburante delle imbarcazioni di fortuna sulle quali sono fuggiti dalla Libia». Il rischio di infezioni, secondo gli attivisti, sarebbe elevatissimo. E per un taxi del mare pronto ad approdare, un altro sembra stia per salpare. Mediterranea Saving Humans, stando alle notizie riportate sul giornale della Diocesi di Padova, sembra stia raccogliendo fondi per la sua nave umanitaria e presto tornerà in mare per la sua decima missione nel Mediterraneo.
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Attacco a Cannes: un algerino ha pugnalato «in nome di Maometto» un poliziotto. L'africano arrivò nel 2008 a Cagliari e aveva un permesso di soggiorno italiano. Matteo Salvini: «Il Viminale chiarisca». Éric Zemmour: «Chiudiamo le frontiere o avremo una guerra».Calabria, Sicilia e Puglia assediate. L'Ocean Viking è in attesa davanti Lampedusa.Lo speciale contiene due articoli.Un algerino di 37 anni ha tentato ieri mattina di accoltellare due poliziotti nel centro di Cannes. L'aggressore si chiama Lakhdar Benrabah, e mentre si avventava contro gli agenti ha gridato : «Agisco in nome del profeta Maometto». I due rappresentanti delle forze dell'ordine sono usciti indenni dall'attacco: un agente si è salvato grazie al suo giubbotto antiproiettili e sarebbe illeso. Il collega nella volante ha neutralizzato l'aggressore ferendolo gravemente. La sua prognosi è riservata. Quando questa edizione de La Verità veniva chiusa, la Procura antiterrorismo francese non aveva ancora avocato a sé l'indagine. Ma già dalla mattinata, gli inquirenti avevano parlato di movente terroristico. Il ministro dell'interno Gérald Darmanin, si è precipitato nella cittadina della Costa Azzurra, per sottolineare l'attenzione del governo transalpino nei confronti della polizia, presa di mira quotidianamente da teppisti e spacciatori delle banlieue.Nel corso della mattinata hanno iniziato a circolare le prime informazioni sul profilo dell'autore del tentato accoltellamento. Una di queste riguardava la provenienza. Il sito del quotidiano Le Figaro è stato il primo a scrivere che, prima di arrivare in Francia, l'algerino aveva vissuto molti anni in Italia. Benrabah ha infatti un permesso di soggiorno italiano rilasciato dalla questura di Napoli nel 2011 per la sua attività di venditore ambulante. L'uomo arrivò in Italia nel 2008, sbarcando a Cagliari, (rotta comune dall'Algeria) dove è stato fotosegnalato con diverse generalità. Il permesso di soggiorno per motivi di lavoro fu convertito nel 2018 in carta di soggiorno a tempo indeterminato. Il trentasettenne non risulta avere precedenti penali o di polizia. Il suo titolo di soggiorno gli ha consentito di muoversi liberamente all'interno dell'area Schenghen e di avviare attività lavorativa anche in altri paesi. Dal 2016 risiedeva in Francia, dove lavora, e che il 22 ottobre scorso avrebbe richiesto un titolo di soggiorno alle autorità transalpine. Anche queste informazioni sono state date dall'omologo francese di Luciana Lamorgese, durante una conferenza stampa improvvisata tenutasi nella cittadina mediterranea a fine mattinata. La notizia dell'attacco di Cannes ha provocato una serie di reazioni del mondo politico sia in Italia che in Francia. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha chiesto al Viminale di confermare se l'attentato avesse effettivamente un permesso di soggiorno italiano. «Perché - ha aggiunto l'ex ministro dell'Interno - è ancora vivo il ricordo dell'attentatore di Nizza di un anno fa che era sbarcato poche settimane prima a Lampedusa». Per la deputata di Fratelli d'Italia Ylenja Lucaselli, «È doveroso che il nostro governo, nello specifico il ministro Lamorgese, chiarisca tutti gli elementi del caso, coinvolgendo le forze politiche».Al di là delle Alpi, a parte le parole di Darmanin e del primo ministro francese, Jean Castex, la maggioranza macronista e la sinistra sono rimaste piuttosto silenti. A destra, invece, non sono mancate le prese di posizione. La presidente del Rassemblement National, Marine Le Pen, ha constatato che «questo tipo di fatti stia diventando sempre più banale» perché, secondo lei, «non si fa il necessario a monte» così «gli schedati nell'archivio Fsprt (dedicato alle segnalazioni per la prevenzione della radicalizzazione a a carattere terrosita, ndr) non vengono espulsi sistematicamente». Anche i candidati a rappresentare il partito Les Républicains, Éric Ciotti, Philippe Juvin, Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, hanno espresso solidarietà alla polizia. Invece il polemista Éric Zemmour, non ancora ufficialmente candidato alle presidenziali del 2022, ha puntato il dito contro la libera circolazione in Europa. «Quando non ci sono più frontiere - ha twittato il polemista - la polizia è l'ultima barriera contro la jihad» avvertendo che «o si chiudono le frontiere o avremo una guerra sul nostro territorio. Non c'è una terza via». In effetti, l'attacco di ieri è il terzo subito da una località della Costa Azzurra, frontaliera con l'Italia, nel giro di cinque anni. Due di questi sono stati compiuti da immigrati nordafricani passati dall'Italia. Alla vigilia del 14 luglio 2016, sul lungomare di Nizza, il franco-tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlela aveva ammazzato ottantasei persone e ne aveva ferite altre quattrocentocinquanta. Le vittime si trovavano sulla sulla Promenade des Anglais per assistere ai fuochi d'artificio della festa nazionale francese. Il terrorista era piombato su di loro con un tir facendo una carneficina. Sempre a Nizza, Il 29 ottobre 2020 un altro tunisino, Brahim Aouissaoui, aveva sgozzato tre fedeli cristiani nella basilica di Notre-Dame. L'attentatore nordafricano era approdato poche settimane prima a Lampedusa su una barca di clandestini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sbarca-italia-accoltella-agente-francia-2655522016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-ieri-700-clandestini-al-sud-ong-pronta-a-scaricarne-altri-300" data-post-id="2655522016" data-published-at="1636401916" data-use-pagination="False"> Solo ieri 700 clandestini al Sud. Ong pronta a scaricarne altri 300 Gli approdi di sbarchi autonomi che il Viminale non riesce a contrastare continuano indisturbati sui tre fronti roventi: il Salento in Puglia, la costa jonica in Calabria e Lampedusa in Sicilia. In totale ieri sono approdati in 695. In Salento, nel piccolo porto turistico di Santa Maria di Leuca, ieri sono stati registrati cinque arrivi consecutivi: uno scafo con a bordo 68 persone (lo scafista è stato fermato), un barchino con 16, un altro intercettato nella zona di Portoselvaggio a Nardò con 17 di nazionalità turca (in tre sono stati fermati perché sospettati di essere gli scafisti), una zattera con una famiglia di quattro persone, e un motopeschereccio intercettato a circa 18 miglia dalla costa con altri 69. Per un totale di 167 persone, tutte di nazionalità pakistana, siriana, afgana e somala. La macchina dell'accoglienza pugliese è ormai stremata. Per far fronte all'emergenza sono stati attivati anche i medici del Reparto sanità pubblica della Croce rossa italiana e sono intervenuti volontari dalla provincia di Brindisi. La rotta pugliese, poco seguita dai giornali della vulgata, è finita invece nel mirino della televisione di Stato tedesca, la Zdf, che ha mandato una troupe. Per oggi sono stati annunciati servizi da Santa Maria di Leuca che andranno in onda nel corso di due telegiornali. Se a inizio novembre si parlava di almeno 400 arrivi in un mese in Puglia, i numeri sono schizzati a poco meno di 600 nel giro di meno di 24 ore. E siccome i centri di prima accoglienza pugliesi (Masseria Ghermi a Lecce e il don Tonino Bello a Otranto) sono in pesante esubero si valutano trasferimenti verso la Calabria. Dove, però, la situazione non è delle migliori. Altri 59 sono sbarcati nel porto di Crotone, a poche ore di distanza da un approdo di 53 persone in località Capocolonna, in entrambi i casi provenienti da Iran, Iraq e Afghanistan. Sono stati sistemati tutti momentaneamente nell'hotspot Sant'Anna di Isola Capo Rizzuto, in attesa di essere smistati in altri centri di accoglienza. Partiranno, insomma, al più presto per altri centri d'accoglienza italiani. Quello di ieri è il cinquantottesimo sbarco sulla costa crotonese dall'inizio dell'anno, il doppio rispetto allo scorso anno. Scoppia anche Lampedusa, dove in 384, partiti dalla Libia nonostante il mare mosso, sono arrivati nel pomeriggio di ieri al molo Favaloro. Il barcone su cui viaggiavano imbarcava acqua ed è stato intercettato a circa 12 miglia dall'isola. Sono finiti tutti stipati nell'hotspot di contrada Imbriacola che, a fronte di una capienza di 250 posti, ora ospita 693 persone. Altri sei sbarchi, con un totale di 85 passeggeri, si sono registrati dopo l'approdo dei 385. Su un barchino di sei metri sono stati rintracciati 12 tunisini. Gli altri due approdi contano 29 e 22 tunisini. L'ultimo con 22 persone a bordo, tutte tunisine, è stata intercettata dagli uomini della Capitaneria di porto a circa sei miglia dalla costa. Intanto, a largo dell'isola, attende l'indicazione di un porto sicuro di sbarco il taxi del mare Ocean Viking con a bordo 306 passeggeri. Il pressing è già cominciato. Sos Mediterranée ha fatto sapere che il quadro meteorologico è in peggioramento, mentre quello sanitario presenta passeggeri con una situazione «medicalmente complessa», che richiede «cure ospedaliere». C'è chi, fanno sapere dalla Ong, presenta nausea, debolezza e disidratazione, «sintomi frequenti dopo giorni in mare in condizioni estreme». Alcuni naufraghi, poi, presenterebbero «gravi ustioni agli arti, provocate dal carburante delle imbarcazioni di fortuna sulle quali sono fuggiti dalla Libia». Il rischio di infezioni, secondo gli attivisti, sarebbe elevatissimo. E per un taxi del mare pronto ad approdare, un altro sembra stia per salpare. Mediterranea Saving Humans, stando alle notizie riportate sul giornale della Diocesi di Padova, sembra stia raccogliendo fondi per la sua nave umanitaria e presto tornerà in mare per la sua decima missione nel Mediterraneo.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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