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2022-02-02
Saviano completa il Festival del marketing
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Roberto Saviano (Ansa)
Adesso le caselle sono tutte piene, i tasselli sono tutti occupati. L’ultimo ancora vuoto era quello sotto l’insegna Impegno civile. Ma con l’annuncio di ieri di Amadeus, il cartellone è completato: «A trent’anni dalla strage di Capaci, ricorderemo questo evento con Roberto Saviano, sono felice e onorato della sua presenza». Parole scolpite e ribadite per i distratti, senza lesinare l’enfasi: «Saviano a Sanremo, accadrà nella sera di giovedì», fruscio in sottofondo di mani che si sfregano.
La fantasia è quella che è. Mancando Roberto Benigni e non riuscendo a convincere Greta Thunberg, non restava che la spalla di Fabio Fazio. Ciò che conta è il tabellone finito, il puzzle terminato. Il Festival di Sanremo è un grande gioco di società, con tante caselle da colorare una per una. Si canta, si balla, si esibiscono lustrini e paillettes, si gioca e si trasgredisce sui generi non solo musicali, ma alla fine i conti devono tornare anche in assenza di Tim, il main sponsor che grazie alla creatività di Luca Josi, direttore brand strategy, e alla versatilità di Mina, aveva punteggiato con leggerezza le ultime edizioni.
E devono tornare pure gli ascolti - ne sapremo qualcosa già stamattina - per sfatare la maledizione che un anno fa, dopo le accuse di flop all’edizione in corso senza pubblico, il talismano Fiorello inviò ai futuri conduttori del 2022: «Dovrà essere un festival pieno di gente, ma deve andare malissimo. Ma male, male, male. Ve lo auguro con tutto il cuore», sbottò allora lo showman. Grazie a Dio presente anche quest’anno in quota Unodinoi (insieme a lui anche Sabrina Ferilli).
Dunque, eccoci con la pila dei manuali di marketing sulla scrivania della direzione artistica per comporre il mosaico e rastrellare ogni piccola zolla ai quattro angoli dell’Auditel. Non c’è neanche bisogno di un filo conduttore, ci penseranno i telespettatori e i dottori della critica a cercarlo… In realtà, non è nemmeno indispensabile che lo trovino. Alla nutrita squadra di autori basta assemblare, accumulare, coprire tutti gli spazi. La tv generalista nella sua massima espressione è questo. Che cosa tiene insieme Achille Lauro, il primo a uscire sul palco ieri sera per inaugurare la gara, e Matteo Berrettini reduce dagli Australian open di tennis? Che cosa accomuna i Måneskin vincitori del Festival di un anno fa e Ornella Muti che, ancora sensuale e in totale controllo, ha affiancato Amadeus sul palco? Il marketing. Le quote. La rappresentanza delle community. Di rado una dichiarazione apparentemente innocua è stata densa di contenuti come quella fatta lunedì da Stefano Coletta, ancora direttore di Rai 1 fino a fine febbraio quando, nonostante i demeriti, assumerà l’incarico di capo dell’Area intrattenimento: «Sarà davvero il Festival di tutti, ancora più degli altri anni», ha chiosato.
Tanti pubblici fanno il grande pubblico, il corpaccione unico e strabordante del popolo di Sanremo. Perciò, si inseguono scientificamente le diverse comunità in cerca di riconoscimento e legittimazione. Mettendosi così anche al riparo da possibili e fastidiose proteste delle varie minoranze, più o meno presumibilmente trascurate. Accontentare tutti è il verbo del settantaduesimo Festival di Sanremo. Siamo o no nell’era della (quasi) unità nazionale?
Dopo la casella dedicata all’Impegno civile riempita da Saviano a trent’anni dalla strage di Capaci (che per la verità cadrebbero il 23 maggio, ma non cavilliamo), la seconda quota è intitolata alla Fluidità. Detto dei Måneskin e di Achille Lauro, proprio la sera del monologo dell’ombroso autore di Gomorra, insieme ad Amadeus, toccherà alla garrula Drusilla Foer fare gli onori del palco. Vederli uno accanto all’altra, pur così lontani per immagine e sensibilità, sarà l’apoteosi del mainstream. Sanremo mixa e metabolizza tutto nel suo calderone, carrozzone, caleidoscopio. La coppia composta da Blanco e Mahmood, già favorita della critica, occupa il riquadro intitolato Integrazione. Nella quale è iscritta anche Lorena Cesarini, l’attrice nata a Dakar, cresciuta a Roma, consacrata dalla serie Suburra e co-conduttrice stasera, quando gli ospiti saranno Laura Pausini, in quota Perché Sanremo è Sanremo, e Checco Zalone, si spera titolare della casella Comicità scorretta.
Corposissima la sezione intestata alla Fiction della casa, rappresentata da un’overdose di volti della rete, da Nino Frassica a Raoul Bova, da Claudio Gioè a Maria Chiara Giannetta, partner del direttore artistico nella serata di venerdì. Quanto ai concorrenti, ce n’è per tutti i palati, rapper, melodici, pop, cantautori. Con un’avvertenza: giusta l’attenzione alla Generazione Z (nati dal 1997 al 2012) con concorrenti come Rkomi e Sangiovanni. Ma senza trascurare il pubblico più stagionato che un anno fa si dimostrò tiepido. Non è un caso che per soddisfare le preferenze dei Telemorenti (Dagospia) siano stati richiamati in servizio Gianni Morandi, Massimo Ranieri e Iva Zanicchi. Signore e signori, ecco a voi il Festival tuttifrutti. Nella stagione della maggioranza macedonia, tenuta insieme con sommo sforzo da Draghi, il Sanremo buono per (quasi) tutti i pubblici è servito.
Tutte le anticipazioni della seconda serata del Festival
Il ciclone Checco Zalone sta per abbattersi su Sanremo. Sarà lui il mattatore della seconda serata del Festival, quella di mercoledì 2 febbraio: la Rai non fa in tempo a godersi gli ottimi ascolti del debutto, miglior debutto degli ultimi diciassette anni – in media10.911.000 telespettatori con il 54,7% di share, con dati inaspettatamente clamorosi sui target giovani, sopra il 65%–che già si pensa a cos’accadrà questa sera. Puntata dinamiche per tenere alto il ritmo e lo share, con uno sguardo al futuro prossimo e all’Eurovision 2022: l’arrivo di Laura Pausini, in promozione per il suo ultimo singolo, sarà propedeutica per lanciare la sua conduzione e quella di Mika e Alessandro Cattelan. Ecco chi ci sarà.
Sanremo 2022, Zalone e la Pausini super ospiti
Un’incursione nell’attualità e, forse, un nuovo brano per ironizzare sulla pandemia. Checco Zalone arriverà e spariglierà i giochi, pare con un’incursione corposa e molto lunga: in tv non ci va mai e l’effetto sorpresa è tra le chicche di questa edizione. Laura Pausini canterà invece la sua nuova canzone, Scatola, e lancerà in grande stile l’Eurovision Song Contest 2022, in onda a maggio da Torino.
Chi canta nella seconda serata
I seconditredici cantanti in gara saranno: Elisa(O forse sei tu), Sangiovanni(Farfalle), Giovanni Truppi(Tuo padre, mia madre, Lucia), Le Vibrazioni(Tantissimo), Ditonellapiaga e Rettore(Chimica), Iva Zanicchi(Voglio amarti), Highsnob & Hu(Abbi cura di te), Fabrizio Moro(Sei tu), Irama(Ovunque sei), Aka7Seven(Perfetta così), Tananai(Sesso occasionale), Matteo Romano(Virale), Emma(Ogni volta è così). A votare sarà ancora la giuria della Sala Stampa.
Gli altri ospiti e la co-conduttrice
È l’attrice Lorena Cesarini, lanciata da Suburra, la seconda co-conduttrice di Sanremo. Tra gli ospiti anche Gaia Girace e Margherita Mazzucco, per lanciare la serie L’amica geniale 2, Ermal Meta (che canterà della nave Costa Azzurra) e poi Arisa e Malika Ayane per una sfida sull’inno delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026.
Dopo mesi di intenzioni, scommesse e paure, Amadeus è passato alla cassa: il ritorno alla quasi normalità coincide con un balzo inaspettato degli ascolti e il miglior debutto degli ultimi diciassette anni
10.911.000 telespettatori con il 54,7% di share. Nel dettaglio la prima parte, in onda dalle 21:23 alle 23:38, è vista da 13.805.000 spettatori con il 54.51% di share mentre la seconda parte, dalle 23:43 alle 1:12, con lo showman sul palco dell’Ariston davanti alla tv ci sono 16.517.000 telespettatori con il 57.8% di share nella fascia 15-34 anni 61% dal 2021 dal 40.7 al 70.1 («dato che fa paura») nella fascia 15-19 anni dove sfonda il 70% di share.
Bene anche su RaiPlay, con performance digitali straordinarie che battono pure i numeri del 2021: è l’evento più visto dall’avvio della misurazione Auditel on line, 200 mila ascolti nel minuto medio, con 1,2 milioni di visualizzazioni(+40%), 1 su 5 a meno di 25 anni. Festa anche sui social, dov’è l’evento più commentatodell’ultimo anno (anche più degli eventi sportivi): 5,3 milioni di interazioni per la prima puntata
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Sanremo tuttifrutti è perfetto per la stagione della maggioranza macedonia. C’è il guru in quota Impegno civile, Drusilla Foer per soddisfare la nouvelle vague della Fluidità. Non mancano poi l’usato sicuro per il pubblico più stagionato e i rapper per la Gen Z.Da Checco Zalone a Laura Pausini. Ecco cosa ci aspetta nella seconda serata di Festival.Lo speciale comprende due articoli. Adesso le caselle sono tutte piene, i tasselli sono tutti occupati. L’ultimo ancora vuoto era quello sotto l’insegna Impegno civile. Ma con l’annuncio di ieri di Amadeus, il cartellone è completato: «A trent’anni dalla strage di Capaci, ricorderemo questo evento con Roberto Saviano, sono felice e onorato della sua presenza». Parole scolpite e ribadite per i distratti, senza lesinare l’enfasi: «Saviano a Sanremo, accadrà nella sera di giovedì», fruscio in sottofondo di mani che si sfregano.La fantasia è quella che è. Mancando Roberto Benigni e non riuscendo a convincere Greta Thunberg, non restava che la spalla di Fabio Fazio. Ciò che conta è il tabellone finito, il puzzle terminato. Il Festival di Sanremo è un grande gioco di società, con tante caselle da colorare una per una. Si canta, si balla, si esibiscono lustrini e paillettes, si gioca e si trasgredisce sui generi non solo musicali, ma alla fine i conti devono tornare anche in assenza di Tim, il main sponsor che grazie alla creatività di Luca Josi, direttore brand strategy, e alla versatilità di Mina, aveva punteggiato con leggerezza le ultime edizioni.E devono tornare pure gli ascolti - ne sapremo qualcosa già stamattina - per sfatare la maledizione che un anno fa, dopo le accuse di flop all’edizione in corso senza pubblico, il talismano Fiorello inviò ai futuri conduttori del 2022: «Dovrà essere un festival pieno di gente, ma deve andare malissimo. Ma male, male, male. Ve lo auguro con tutto il cuore», sbottò allora lo showman. Grazie a Dio presente anche quest’anno in quota Unodinoi (insieme a lui anche Sabrina Ferilli).Dunque, eccoci con la pila dei manuali di marketing sulla scrivania della direzione artistica per comporre il mosaico e rastrellare ogni piccola zolla ai quattro angoli dell’Auditel. Non c’è neanche bisogno di un filo conduttore, ci penseranno i telespettatori e i dottori della critica a cercarlo… In realtà, non è nemmeno indispensabile che lo trovino. Alla nutrita squadra di autori basta assemblare, accumulare, coprire tutti gli spazi. La tv generalista nella sua massima espressione è questo. Che cosa tiene insieme Achille Lauro, il primo a uscire sul palco ieri sera per inaugurare la gara, e Matteo Berrettini reduce dagli Australian open di tennis? Che cosa accomuna i Måneskin vincitori del Festival di un anno fa e Ornella Muti che, ancora sensuale e in totale controllo, ha affiancato Amadeus sul palco? Il marketing. Le quote. La rappresentanza delle community. Di rado una dichiarazione apparentemente innocua è stata densa di contenuti come quella fatta lunedì da Stefano Coletta, ancora direttore di Rai 1 fino a fine febbraio quando, nonostante i demeriti, assumerà l’incarico di capo dell’Area intrattenimento: «Sarà davvero il Festival di tutti, ancora più degli altri anni», ha chiosato.Tanti pubblici fanno il grande pubblico, il corpaccione unico e strabordante del popolo di Sanremo. Perciò, si inseguono scientificamente le diverse comunità in cerca di riconoscimento e legittimazione. Mettendosi così anche al riparo da possibili e fastidiose proteste delle varie minoranze, più o meno presumibilmente trascurate. Accontentare tutti è il verbo del settantaduesimo Festival di Sanremo. Siamo o no nell’era della (quasi) unità nazionale?Dopo la casella dedicata all’Impegno civile riempita da Saviano a trent’anni dalla strage di Capaci (che per la verità cadrebbero il 23 maggio, ma non cavilliamo), la seconda quota è intitolata alla Fluidità. Detto dei Måneskin e di Achille Lauro, proprio la sera del monologo dell’ombroso autore di Gomorra, insieme ad Amadeus, toccherà alla garrula Drusilla Foer fare gli onori del palco. Vederli uno accanto all’altra, pur così lontani per immagine e sensibilità, sarà l’apoteosi del mainstream. Sanremo mixa e metabolizza tutto nel suo calderone, carrozzone, caleidoscopio. La coppia composta da Blanco e Mahmood, già favorita della critica, occupa il riquadro intitolato Integrazione. Nella quale è iscritta anche Lorena Cesarini, l’attrice nata a Dakar, cresciuta a Roma, consacrata dalla serie Suburra e co-conduttrice stasera, quando gli ospiti saranno Laura Pausini, in quota Perché Sanremo è Sanremo, e Checco Zalone, si spera titolare della casella Comicità scorretta. Corposissima la sezione intestata alla Fiction della casa, rappresentata da un’overdose di volti della rete, da Nino Frassica a Raoul Bova, da Claudio Gioè a Maria Chiara Giannetta, partner del direttore artistico nella serata di venerdì. Quanto ai concorrenti, ce n’è per tutti i palati, rapper, melodici, pop, cantautori. Con un’avvertenza: giusta l’attenzione alla Generazione Z (nati dal 1997 al 2012) con concorrenti come Rkomi e Sangiovanni. Ma senza trascurare il pubblico più stagionato che un anno fa si dimostrò tiepido. Non è un caso che per soddisfare le preferenze dei Telemorenti (Dagospia) siano stati richiamati in servizio Gianni Morandi, Massimo Ranieri e Iva Zanicchi. Signore e signori, ecco a voi il Festival tuttifrutti. Nella stagione della maggioranza macedonia, tenuta insieme con sommo sforzo da Draghi, il Sanremo buono per (quasi) tutti i pubblici è servito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/saviano-completa-il-festival-del-marketing-2656528052.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutte-le-anticipazioni-della-seconda-serata-del-festival" data-post-id="2656528052" data-published-at="1643805245" data-use-pagination="False"> Tutte le anticipazioni della seconda serata del Festival Il ciclone Checco Zalone sta per abbattersi su Sanremo. Sarà lui il mattatore della seconda serata del Festival, quella di mercoledì 2 febbraio: la Rai non fa in tempo a godersi gli ottimi ascolti del debutto, miglior debutto degli ultimi diciassette anni – in media10.911.000 telespettatori con il 54,7% di share, con dati inaspettatamente clamorosi sui target giovani, sopra il 65%–che già si pensa a cos’accadrà questa sera. Puntata dinamiche per tenere alto il ritmo e lo share, con uno sguardo al futuro prossimo e all’Eurovision 2022: l’arrivo di Laura Pausini, in promozione per il suo ultimo singolo, sarà propedeutica per lanciare la sua conduzione e quella di Mika e Alessandro Cattelan. Ecco chi ci sarà.Sanremo 2022, Zalone e la Pausini super ospiti Un’incursione nell’attualità e, forse, un nuovo brano per ironizzare sulla pandemia. Checco Zalone arriverà e spariglierà i giochi, pare con un’incursione corposa e molto lunga: in tv non ci va mai e l’effetto sorpresa è tra le chicche di questa edizione. Laura Pausini canterà invece la sua nuova canzone, Scatola, e lancerà in grande stile l’Eurovision Song Contest 2022, in onda a maggio da Torino. Chi canta nella seconda serataI seconditredici cantanti in gara saranno: Elisa(O forse sei tu), Sangiovanni(Farfalle), Giovanni Truppi(Tuo padre, mia madre, Lucia), Le Vibrazioni(Tantissimo), Ditonellapiaga e Rettore(Chimica), Iva Zanicchi(Voglio amarti), Highsnob & Hu(Abbi cura di te), Fabrizio Moro(Sei tu), Irama(Ovunque sei), Aka7Seven(Perfetta così), Tananai(Sesso occasionale), Matteo Romano(Virale), Emma(Ogni volta è così). A votare sarà ancora la giuria della Sala Stampa. Gli altri ospiti e la co-conduttriceÈ l’attrice Lorena Cesarini, lanciata da Suburra, la seconda co-conduttrice di Sanremo. Tra gli ospiti anche Gaia Girace e Margherita Mazzucco, per lanciare la serie L’amica geniale 2, Ermal Meta (che canterà della nave Costa Azzurra) e poi Arisa e Malika Ayane per una sfida sull’inno delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026.Dopo mesi di intenzioni, scommesse e paure, Amadeus è passato alla cassa: il ritorno alla quasi normalità coincide con un balzo inaspettato degli ascolti e il miglior debutto degli ultimi diciassette anni 10.911.000 telespettatori con il 54,7% di share. Nel dettaglio la prima parte, in onda dalle 21:23 alle 23:38, è vista da 13.805.000 spettatori con il 54.51% di share mentre la seconda parte, dalle 23:43 alle 1:12, con lo showman sul palco dell’Ariston davanti alla tv ci sono 16.517.000 telespettatori con il 57.8% di share nella fascia 15-34 anni 61% dal 2021 dal 40.7 al 70.1 («dato che fa paura») nella fascia 15-19 anni dove sfonda il 70% di share.Bene anche su RaiPlay, con performance digitali straordinarie che battono pure i numeri del 2021: è l’evento più visto dall’avvio della misurazione Auditel on line, 200 mila ascolti nel minuto medio, con 1,2 milioni di visualizzazioni(+40%), 1 su 5 a meno di 25 anni. Festa anche sui social, dov’è l’evento più commentatodell’ultimo anno (anche più degli eventi sportivi): 5,3 milioni di interazioni per la prima puntata
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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