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2021-12-20
I sequestri in Sardegna: dall'unità d'Italia a Farouk
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1967: ricerche dei Carabinieri nel Supramonte. Nel riquadro Graziano Mesina (Getty Images)
Comparivano nell’oscurità come demoni, il volto mascherato con il nero del sughero bruciato. Così apparivano i primi sequestratori sardi agli occhi dei testimoni alla seconda metà dell’ Ottocento. E così li vide il proprietario terriero Antonio Meloni Gaia di Mamoiada nella Barbagia nuorese, quando fu prelevato nei campi e sequestrato nel 1875 da un gruppo di pastori banditi. Il sequestro durò meno di un giorno perché il prigioniero riuscì a liberarsi da solo dopo che i banditi si addormentarono a seguito di un banchetto troppo abbondante. Era l’alba della pratica del sequestro su riscatto ai danni di piccoli proprietari locali. Alla fine del secolo il fenomeno si allargò e cominciarono i rapimenti di stranieri. Il primo fu il britannico Charles Vood mentre poco dopo ebbe eco sulla stampa non solo sarda ma nazionale il sequestro di due commercianti francesi, Regis Pral e Louis Jules Paty. I due furono sequestrati il 25 luglio 1894 da una banda di sette individui nel territorio di Seulo, ai piedi dei monti del Gennargentu. Per giorni non si seppe nulla della loro sorte, nonostante l’intervento di 50 carabinieri che scandagliarono il territorio impervio e costellato di anfratti. Il caso montò talmente che il primo ministro Francesco Crispi decise di intervenire personalmente nella questione. Mentre Paty sarà rilasciato il 21 agosto, Pral rimase nelle mani dei banditi. A quei briganti «sociali» che incarnavano il riscatto della popolazione più misera e i sentimenti separatisti, si dovette rivolgere lo Stato per salvare la vita al figlio del ricchissimo imprenditore di Valence. In particolare fu uno dei banditi più famosi dell’epoca a far da intermediario: Giovanni Corbeddu Salis (figlio ribelle di una famiglia agiata) fu contattato dal prefetto Marongiu che offrì 20mila lire di ricompensa se fosse riuscito a far liberare l’illustre ostaggio. Corbeddu riuscì nell’intento grazie al suo carisma tra i pastori del Gennargentu, rifiutando la ricompensa ma sottolineando il fatto di avere avuto successo là dove lo Stato italiano invasore dell’isola aveva fallito.
Nel primo dopoguerra proseguirono i rapimenti-lampo a livello locale, specialmente nella regione della Barbagia, e proseguiranno per tutto il ventennio fascista. Alcuni dei sequestri per l’esito tragico verranno ricordati e stilati dalle cronache. Quello che fece più impressione fu il rapimento di Maria Molotzu, di soli 6 anni. La bambina era figlia di un ricco industriale caseario e podestà di Bono, paese dell’entroterra sassarese. Il 7 aprile 1933, di ritorno da una cerimonia a Ozieri a bordo della propria automobile, la famiglia Molotzu è bloccata da un’imboscata nei pressi di Illorai. Con una scusa la piccola è separata dai genitori e trasportata nella sconfinata macchia montuosa, scomparendo per mesi durante i quali furono trasmesse diverse richieste di riscatto al podestà di Bono. I presunti rapitori verranno decimati in scontri con le forze dell’ordine, senza alcuna confessione. Solo uno dei latitanti sarà ferito e interrogato, senza che gli inquirenti fossero in grado di ottenere alcuna confessione. Il giorno della sentenza capitale pronunciata per l’unico arrestato fu ritrovato lo scheletro della piccola Maria. Era il 5 giugno 1935 e i banditi sardi avevano per la prima volta infranto un codice rapendo e uccidendo una bambina. Fino ad allora si erano limitati a sequestrare solo maschi adulti.
Gli anni Cinquanta e la banda dell’«Ischerbeddau» (lo scervellato) Pasquale Tandeddu
Nel secondo dopoguerra proseguirono i rapimenti a livello locale, senza una vera e propria costituzione di un’organizzazione criminale. Le prime forme associative a cui furono legati nomi di capibanda si verificarono all’alba degli anni cinquanta ed ebbero come protagonista il bandito Pasquale Tandeddu di Orgosolo (Nuoro), noto alla giustizia fin dall’adolescenza. Proprio durante uno dei richiami in tribunale quale testimone, Tandeddu decise di darsi alla macchia. Nessuno immaginò che quel giovane pastore basso e impacciato sarebbe diventato il più temuto bandito dell’isola. Nel 1950 assieme alla banda di Giovanni Battista Liandru compie il primo omicidio, uccidendo a colpi di fucile Antonio Maria Floris, dopo averne picchiato selvaggiamente la moglie. All’arresto di Liandru e del figlio Liandreddu Pasquale diventava il capobanda, uno dei più efferati e temuti in assoluto. Molte furono le rapine stradali degli anni della sua banda: la più cruenta terminò con l’uccisione di tre carabinieri di scorta ad una camionetta con i fondi dell’ente antimalarico avvenuta a pochi chilometri da Nuoro.
Mentre gli inquirenti lottavano con l’omertà della popolazione intimorita dalla ferocia della banda, si consumò il più famoso dei sequestri del gruppo di Tandeddu. L’ingegnere costruttore Davide Capra fu rapito in un suo cantiere di Orosei (Nuoro) il 5 novembre 1953 da Pasquale e dal fido membro della banda Emiliano Succu, nipote di un senatore della Dc. assieme all’ingegnere sono momentaneamente sequestrati su due autocarri tutti gli operai di Capra, rilasciati poco dopo nelle campagne. Il geometra dell’impresa, inizialmente sequestrato verrà rilasciato con le istruzioni per il riscatto, mentre i banditi con l’ostaggio sparivano negli anfratti del Supramonte. La storia finì nel sangue il 26 novembre, quando il covo di Tandeddu fu trovato in seguito a un maxirastrellamento compiuto da 2.000 uomini in divisa. Il tugurio mimetizzato dalle frasche dove era nascosto Capra si trovava a pochi chilometri dal centro di Orgosolo in località Meninfili di Sorasi. Fu Succu ad aprire il fuoco con il Beretta calibro 9 e il primo a cadere ucciso dalla risposta dei Carabinieri, mentre due saranno le vittime dell’Arma. Cessati i colpi, il corpo di Davide Capra fu trovato nella capanna ancora legato. I banditi lo avevano ucciso pochi istanti prima con sette colpi di mitra in volto perché non finisse in mano ai Carabinieri. Leggermente ferito, Tandeddu riuscì a fuggire anche in questa occasione. La morte lo attese esattamente un anno dopo, quando fu trovato cadavere il 12 novembre 1954, ucciso da ignoti. Nella sua grotta nell’entroterra di Orgosolo furono trovate incisioni che inneggiavano al Partito Comunista.
Anni Sessanta: l’era di Gratzianeddu e l’«Anonima sequestri»
Il termine «Anonima sequestri» (o «Anonima sarda») fu un invenzione giornalistica nata nei tardi anni sessanta, quando il fenomeno dei rapimenti in Sardegna registrò una netta impennata. All’inizio del decennio si colloca l’ascesa del bandito sardo più conosciuto in assoluto, Graziano Mesina detto «Gratzianeddu». Nato da un umile famiglia di Orgosolo, penultimo di undici figli, era nato il 4 aprile 1942. Sin da adolescente rivelò il suo carattere quando fu espulso dalla quarta elementare per aver picchiato il maestro. Il primo arresto è del 1956, per porto d’armi abusivo. Il carcere si aprì per lui nel 1961 quando si rese protagonista di una vendetta contro la famiglia Mereu, che aveva accusato i Messina del rapimento di Pietro Crassa, soffiata che aveva portato Graziano dietro le sbarre. Il rapimento di Crassa si era concluso tragicamente con l’assassinio dell’ostaggio, e le accuse a Graziano (uscito nel frattempo dalla prigione) e ai suoi familiari portarono a ulteriore spargimento di sangue quando, la vigilia di Natale del 1961, il bandito scaricò l’arma contro un familiare dei Mereu in un bar di Orgosolo. Cominciava così la «carriera» di Grazianeddu, tra carcere, rocambolesche evasioni, rapimenti e ancora carcere. Con lui il fenomeno del sequestro si allargò uscendo dal perimetro storico della Barbagia per approdare dapprima nei centri urbani dell’isola e quindi sul continente. In quel periodo Messina passava da un carcere all’altro, tentando più volte l’evasione durante i trasferimenti. A San Sebastiano, casa di reclusione di Sassari, Messina incontra un ex falangista e legionario disertore, lo spagnolo Miguel Atienza. Insieme riuscirono ad evadere dal penitenziario sardo dopo una calata di 7 metri lungo il muro di cinta nel settembre del 1966. Liberi, i due tornarono all’attività criminale dove pochi giorni dopo la fuga. A Vaccileddi, nei pressi di Olbia, rapirono il ventunenne Paolo Mossa. Il giorno dell’incontro con l’emissario per il pagamento del riscatto Grazianeddu e i suoi ingaggiarono uno scontro a fuoco con una pattuglia di poliziotti in borghese, riuscendo anche in questa occasione a fuggire. Poco più tardi la banda di Orgosolo, circondata dai berretti blu del reparto Celere della Polizia, ingaggerà un sanguinoso scontro ricordato come la «prima battaglia di Osposidda», dal nome dell’altura del Supramonte dove si consumò il 17 giugno 1967. Nella caccia al topo ingaggiata da un plotone di agenti rimasero sul terreno due poliziotti, Pietro Ciavola e Antonio Grassia. Dall’altra parte la battaglia costò la vita all’avventuriero e luogotenente di Mesina Miguel Atienza, il cui corpo sarà rinvenuto giorni dopo in una grotta nella quale si era consumata la sua agonia. Mesina, fuggito, sarà catturato l’anno seguente durante un normale controllo di polizia il 26 marzo 1968, senza opporre alcuna resistenza. All’atto dell’arresto, la banda aveva due ostaggi tra le mani: Nino Petretto, rapito inizialmente assieme al figlio di cinque anni e Giovanni Campus. Entrambi saranno liberati dopo l’arresto di Grazianeddu, per il quale si aprì un lungo periodo di detenzione che decretò la fine del primo periodo di ascesa dell’«Anonima sequestri».
Mesina fugge ancora: dagli anni Settanta al sequestro di Farouk Kassam
Dopo aver girato tra le carceri di massima sicurezza della penisola, il re del Supramonte riuscì a ripetersi con un’altra clamorosa evasione dal carcere di Lecce il 20 agosto 1976. Con Mesina fuggono dieci detenuti, tra cui l’esponente dei Nuclei Armati Proletari Martino Zicchitella, già protagonista di una rivolta nel carcere di Viterbo che morirà in uno scontro a fuoco nel dicembre dello stesso anno. Grazianeddu sarà nuovamente arrestato nel 1977 durante la latitanza a Caldonazzo, in provincia di Trento.
Mentre si consumava l’epopea del bandito più famoso d’Italia, i sequestri dell’Anonima videro una nuova impennata, che coinvolse anche le donne e i bambini. La prima rapita del decennio fu Assunta Calamida, liberata su riscatto di 17 milioni il 16 ottobre 1970. Il 2 aprile 1971 toccò al piccolo Agostino Ghilardi l’esperienza traumatica della prigionia, quando fu rapito assieme al padre Giovanni Maria, proprietario terreno e immobiliare di Arzachena. Fortunatamente saranno liberati dopo il pagamento di 100 milioni di riscatto e i responsabili tutti arrestati. Segnò invece la memoria collettiva il tentato rapimento di Andrea Lodo di Lanusei. Durante l’irruzione nella villa il 16 agosto 1972 si consumò una strage per il tentativo di reazione della famiglia al quale i banditi risposero uccidendo Lodo, la moglie Alda Laconi, il fratello Attilio Lodo e il nipote Aldo Salis. Il fenomeno dei rapimenti sull’isola montò talmente che si formò una commissione parlamentare d’inchiesta nello stesso 1972, nel decennio in cui il terreno dei rapimenti si mosse verso la Gallura e la Costa Smeralda, zone interessate dal rapido sviluppo del turismo d’élite. Rientrano in questa seconda grande ondata i rapimenti della famiglia dell’ingegnere inglese Rolf Schild e quello del cantautore Fabrizio De André e della moglie Dori Ghezzi. Nel primo caso il capofamiglia fu liberato con la richiesta di riscatto, mentre per mesi rimarranno sequestrate la moglie Daphne e la figlia Annabelle, liberate in due tempi dai rapitori che le avevano prelevate nella villa di Porto Raphael. La mattina del 28 agosto 1979 scompaiono dalla tenuta L’Agnata nel territorio di tempio Pausania Fabrizio de Andrè e Dori Ghezzi. La loro auto, una Citroen Dyane targata Milano, viene ritrovata nei pressi del molo di Olbia. La coppia trascorse la prigionia tra i monti di Pattada, a poca distanza da Ozieri nell’entroterra sassarese. Dopo il pagamento del riscatto di 550 milioni di lire richiesto al padre del cantante Professor Giuseppe De André (già presidente Ferrobeton e Eridania zuccheri) fu rilasciata dapprima Dori Ghezzi e quindi Fabrizio, che dedicherà all’esperienza la canzone Hotel Supramonte.
Gli anni ottanta saranno caratterizzati dall’associazione tra la pratica secolare del sequestro con le organizzazioni autonomiste sarde tra cui il Mas (Movimento Armato Sardo), che aggiungono una base politica alla tradizione del rapimento in Sardegna, sull’onda delle Brigate Rosse e del contrasto al pentitismo. Per la prima volta gli omicidi riguardano direttamente le forze dell’ordine, come racconta la storia del delitto dell’ ex appuntato dei Carabinieri Giovanni Bosco ucciso a Dorsali il 5 luglio 1983 perché testimone nel rapimento di Pasqualba Rosas. La rivendicazione dei Mas suonava come i comunicati delle Br, citando l’esecuzione in nome di un fantomatico «tribunale del popolo» attraverso un volantino fatto recapitare alla redazione de «La Nuova Sardegna». Poco dopo sono rapiti i medico condotto di Bitti con la moglie. Rilasciati poco dopo, i rapitori renderanno noto l’intento dell’uso del riscatto ai fini dell’acquisto di armi per combattere l’oppressore, l’imperialista «italoamericano» venuto dal Continente. Il 1985 fu l’anno della «seconda battaglia di Osposidda», negli stessi luoghi che videro protagonista la banda di Mesina. L’antefatto fu il rapimento dell’imprenditore edile di Oliena Tonino Caggiari avvenuto il 17 gennaio in circostanze rocambolesche, poiché il secondo rapito (un giovane dipendente) riuscì ad invocare aiuto e ad essere udito da un vicino, il quale concorse alla sua liberazione e riuscì a riconoscere la vettura dei banditi allontanarsi. Grazie anche al concorso della popolazione di Oliena, la zona del possibile covo viene circoscritta alla zona dove 18 anni prima si era consumato lo scontro a fuoco con tre morti. Il sangue scorrerà a fiumi anche in questa occasione poiché liberato l’ostaggio dai civili che avevano individuato il giaciglio, i banditi ingaggiarono un feroce conflitto a fuoco con armi automatiche e bombe a mano. Il bilancio finale sarà di cinque morti, tra cui il sovrintendente di Ps Vincenzo Marongiu, e di quattro banditi, i cui corpi saranno fatti sfilare per le vie di Oliena a sirene spiegate, fatto inedito che susciterà non poche polemiche. Ma quel che risaltò dai drammatici fatti del 1985 fu che per la prima volta una parte della popolazione di quelle zone dove il brigantaggio, il rapimento e la copertura della latitanza erano parte delle regole comuni, passò dalla parte dello Stato aiutando nelle ricerche le autorità. In questo clima mutato si inserisce uno dei rapimenti più noti del dopoguerra, quello del piccolo Farouk Kassam, figlio di proprietari alberghieri rapito a Porto Cervo il 15 gennaio 1992 e per il cui rilascio tornerà alla ribalta Grazianeddu Mesina, in quel periodo libero e residente in provincia di Asti, che si offrì come intermediario. Gli sviluppi del rapimento non impedirono la mutilazione di parte dell’orecchio sinistro del bimbo, fatto trovare agli inquirenti in una busta al bivio stradale tra Dorgali e Nuoro. Il rapimento di Farouk terrà l’Italia con il fiato sospeso per 176 giorni fino a quando non fu liberato dalla sua prigione nel territorio di Lula (Nuoro) l’11 luglio 1992. Le versioni sulla sua liberazione discordano. Secondo Mesina lo Stato pagò almeno parte del riscatto, avocando a sé il ruolo chiave di intermediatore che avrebbe portato alla liberazione del bambino. A supporto della sua tesi Grazianeddu indicò i contatti avuti con il giornalista del Tg1 Pino Scaccia anticipando l’imminente liberazione. Gli inquirenti hanno sempre negato la tesi del re del Supramonte, che nel 2004 chiederà ed otterrà la grazia dall’allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Dal rapimento del piccolo Farouk si verificò un netto declino della pratica del rapimento a scopo estorsivo, anche perché raccolse i suoi frutti la legge sul congelamento dei beni dei familiari dei rapiti, (82/1991), l'inasprimento delle pene già innalzate in seguito al caso Moro e alla costituzione di reparti speciaizzati interforze in grado di operare in modo più incisivo e immediato. L'ultimo clamoroso rapimento degli anni Novanta fu quello di una donna, Silvia Melis. Uno dei sequestri più lunghi della storia (265 giorni) portò con se una serie di ambiguità sulla liberazione della donna avvenuto l'11 luglio 1997. La versione ufficiale vuole che la Melis fosse riuscita a fuggire da sola, mentre Nicola Grauso (imprenditore e editore de «L'Unione Sarda») sostenne di aver pagato il riscatto. Altri sostennero che a pagare i malviventi fosse stato il Sisde, affermazione sempre respinta dall'allora Ministro dell'Interno Giorgio Napolitano. La notte del 17 dicembre 2021 ha chiuso il cerchio la fine dell'ennesima latitanza di Graziano Mesina, oggi settantanovenne, arrestato a poca distanza dai luoghi che fecero la storia dell'Anonima, dal campo di battaglia chiamato Osposidda e da quel ciglio stradale dove Silvia Melis camminò dopo la sua liberazione.
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Un fenomeno endemico e ciclico quello dei sequestri nell'isola, nato dalle dure condizioni della popolazione agropastorale dell'interno. Dall'unità d'Italia all'«Anonima sequestri» negli anni di Graziano Mesina, fino al declino dopo il rapimento del piccolo Farouk Kassam. Comparivano nell’oscurità come demoni, il volto mascherato con il nero del sughero bruciato. Così apparivano i primi sequestratori sardi agli occhi dei testimoni alla seconda metà dell’ Ottocento. E così li vide il proprietario terriero Antonio Meloni Gaia di Mamoiada nella Barbagia nuorese, quando fu prelevato nei campi e sequestrato nel 1875 da un gruppo di pastori banditi. Il sequestro durò meno di un giorno perché il prigioniero riuscì a liberarsi da solo dopo che i banditi si addormentarono a seguito di un banchetto troppo abbondante. Era l’alba della pratica del sequestro su riscatto ai danni di piccoli proprietari locali. Alla fine del secolo il fenomeno si allargò e cominciarono i rapimenti di stranieri. Il primo fu il britannico Charles Vood mentre poco dopo ebbe eco sulla stampa non solo sarda ma nazionale il sequestro di due commercianti francesi, Regis Pral e Louis Jules Paty. I due furono sequestrati il 25 luglio 1894 da una banda di sette individui nel territorio di Seulo, ai piedi dei monti del Gennargentu. Per giorni non si seppe nulla della loro sorte, nonostante l’intervento di 50 carabinieri che scandagliarono il territorio impervio e costellato di anfratti. Il caso montò talmente che il primo ministro Francesco Crispi decise di intervenire personalmente nella questione. Mentre Paty sarà rilasciato il 21 agosto, Pral rimase nelle mani dei banditi. A quei briganti «sociali» che incarnavano il riscatto della popolazione più misera e i sentimenti separatisti, si dovette rivolgere lo Stato per salvare la vita al figlio del ricchissimo imprenditore di Valence. In particolare fu uno dei banditi più famosi dell’epoca a far da intermediario: Giovanni Corbeddu Salis (figlio ribelle di una famiglia agiata) fu contattato dal prefetto Marongiu che offrì 20mila lire di ricompensa se fosse riuscito a far liberare l’illustre ostaggio. Corbeddu riuscì nell’intento grazie al suo carisma tra i pastori del Gennargentu, rifiutando la ricompensa ma sottolineando il fatto di avere avuto successo là dove lo Stato italiano invasore dell’isola aveva fallito. Nel primo dopoguerra proseguirono i rapimenti-lampo a livello locale, specialmente nella regione della Barbagia, e proseguiranno per tutto il ventennio fascista. Alcuni dei sequestri per l’esito tragico verranno ricordati e stilati dalle cronache. Quello che fece più impressione fu il rapimento di Maria Molotzu, di soli 6 anni. La bambina era figlia di un ricco industriale caseario e podestà di Bono, paese dell’entroterra sassarese. Il 7 aprile 1933, di ritorno da una cerimonia a Ozieri a bordo della propria automobile, la famiglia Molotzu è bloccata da un’imboscata nei pressi di Illorai. Con una scusa la piccola è separata dai genitori e trasportata nella sconfinata macchia montuosa, scomparendo per mesi durante i quali furono trasmesse diverse richieste di riscatto al podestà di Bono. I presunti rapitori verranno decimati in scontri con le forze dell’ordine, senza alcuna confessione. Solo uno dei latitanti sarà ferito e interrogato, senza che gli inquirenti fossero in grado di ottenere alcuna confessione. Il giorno della sentenza capitale pronunciata per l’unico arrestato fu ritrovato lo scheletro della piccola Maria. Era il 5 giugno 1935 e i banditi sardi avevano per la prima volta infranto un codice rapendo e uccidendo una bambina. Fino ad allora si erano limitati a sequestrare solo maschi adulti. Gli anni Cinquanta e la banda dell’«Ischerbeddau» (lo scervellato) Pasquale Tandeddu Nel secondo dopoguerra proseguirono i rapimenti a livello locale, senza una vera e propria costituzione di un’organizzazione criminale. Le prime forme associative a cui furono legati nomi di capibanda si verificarono all’alba degli anni cinquanta ed ebbero come protagonista il bandito Pasquale Tandeddu di Orgosolo (Nuoro), noto alla giustizia fin dall’adolescenza. Proprio durante uno dei richiami in tribunale quale testimone, Tandeddu decise di darsi alla macchia. Nessuno immaginò che quel giovane pastore basso e impacciato sarebbe diventato il più temuto bandito dell’isola. Nel 1950 assieme alla banda di Giovanni Battista Liandru compie il primo omicidio, uccidendo a colpi di fucile Antonio Maria Floris, dopo averne picchiato selvaggiamente la moglie. All’arresto di Liandru e del figlio Liandreddu Pasquale diventava il capobanda, uno dei più efferati e temuti in assoluto. Molte furono le rapine stradali degli anni della sua banda: la più cruenta terminò con l’uccisione di tre carabinieri di scorta ad una camionetta con i fondi dell’ente antimalarico avvenuta a pochi chilometri da Nuoro. Mentre gli inquirenti lottavano con l’omertà della popolazione intimorita dalla ferocia della banda, si consumò il più famoso dei sequestri del gruppo di Tandeddu. L’ingegnere costruttore Davide Capra fu rapito in un suo cantiere di Orosei (Nuoro) il 5 novembre 1953 da Pasquale e dal fido membro della banda Emiliano Succu, nipote di un senatore della Dc. assieme all’ingegnere sono momentaneamente sequestrati su due autocarri tutti gli operai di Capra, rilasciati poco dopo nelle campagne. Il geometra dell’impresa, inizialmente sequestrato verrà rilasciato con le istruzioni per il riscatto, mentre i banditi con l’ostaggio sparivano negli anfratti del Supramonte. La storia finì nel sangue il 26 novembre, quando il covo di Tandeddu fu trovato in seguito a un maxirastrellamento compiuto da 2.000 uomini in divisa. Il tugurio mimetizzato dalle frasche dove era nascosto Capra si trovava a pochi chilometri dal centro di Orgosolo in località Meninfili di Sorasi. Fu Succu ad aprire il fuoco con il Beretta calibro 9 e il primo a cadere ucciso dalla risposta dei Carabinieri, mentre due saranno le vittime dell’Arma. Cessati i colpi, il corpo di Davide Capra fu trovato nella capanna ancora legato. I banditi lo avevano ucciso pochi istanti prima con sette colpi di mitra in volto perché non finisse in mano ai Carabinieri. Leggermente ferito, Tandeddu riuscì a fuggire anche in questa occasione. La morte lo attese esattamente un anno dopo, quando fu trovato cadavere il 12 novembre 1954, ucciso da ignoti. Nella sua grotta nell’entroterra di Orgosolo furono trovate incisioni che inneggiavano al Partito Comunista. Anni Sessanta: l’era di Gratzianeddu e l’«Anonima sequestri» Il termine «Anonima sequestri» (o «Anonima sarda») fu un invenzione giornalistica nata nei tardi anni sessanta, quando il fenomeno dei rapimenti in Sardegna registrò una netta impennata. All’inizio del decennio si colloca l’ascesa del bandito sardo più conosciuto in assoluto, Graziano Mesina detto «Gratzianeddu». Nato da un umile famiglia di Orgosolo, penultimo di undici figli, era nato il 4 aprile 1942. Sin da adolescente rivelò il suo carattere quando fu espulso dalla quarta elementare per aver picchiato il maestro. Il primo arresto è del 1956, per porto d’armi abusivo. Il carcere si aprì per lui nel 1961 quando si rese protagonista di una vendetta contro la famiglia Mereu, che aveva accusato i Messina del rapimento di Pietro Crassa, soffiata che aveva portato Graziano dietro le sbarre. Il rapimento di Crassa si era concluso tragicamente con l’assassinio dell’ostaggio, e le accuse a Graziano (uscito nel frattempo dalla prigione) e ai suoi familiari portarono a ulteriore spargimento di sangue quando, la vigilia di Natale del 1961, il bandito scaricò l’arma contro un familiare dei Mereu in un bar di Orgosolo. Cominciava così la «carriera» di Grazianeddu, tra carcere, rocambolesche evasioni, rapimenti e ancora carcere. Con lui il fenomeno del sequestro si allargò uscendo dal perimetro storico della Barbagia per approdare dapprima nei centri urbani dell’isola e quindi sul continente. In quel periodo Messina passava da un carcere all’altro, tentando più volte l’evasione durante i trasferimenti. A San Sebastiano, casa di reclusione di Sassari, Messina incontra un ex falangista e legionario disertore, lo spagnolo Miguel Atienza. Insieme riuscirono ad evadere dal penitenziario sardo dopo una calata di 7 metri lungo il muro di cinta nel settembre del 1966. Liberi, i due tornarono all’attività criminale dove pochi giorni dopo la fuga. A Vaccileddi, nei pressi di Olbia, rapirono il ventunenne Paolo Mossa. Il giorno dell’incontro con l’emissario per il pagamento del riscatto Grazianeddu e i suoi ingaggiarono uno scontro a fuoco con una pattuglia di poliziotti in borghese, riuscendo anche in questa occasione a fuggire. Poco più tardi la banda di Orgosolo, circondata dai berretti blu del reparto Celere della Polizia, ingaggerà un sanguinoso scontro ricordato come la «prima battaglia di Osposidda», dal nome dell’altura del Supramonte dove si consumò il 17 giugno 1967. Nella caccia al topo ingaggiata da un plotone di agenti rimasero sul terreno due poliziotti, Pietro Ciavola e Antonio Grassia. Dall’altra parte la battaglia costò la vita all’avventuriero e luogotenente di Mesina Miguel Atienza, il cui corpo sarà rinvenuto giorni dopo in una grotta nella quale si era consumata la sua agonia. Mesina, fuggito, sarà catturato l’anno seguente durante un normale controllo di polizia il 26 marzo 1968, senza opporre alcuna resistenza. All’atto dell’arresto, la banda aveva due ostaggi tra le mani: Nino Petretto, rapito inizialmente assieme al figlio di cinque anni e Giovanni Campus. Entrambi saranno liberati dopo l’arresto di Grazianeddu, per il quale si aprì un lungo periodo di detenzione che decretò la fine del primo periodo di ascesa dell’«Anonima sequestri». Mesina fugge ancora: dagli anni Settanta al sequestro di Farouk Kassam Dopo aver girato tra le carceri di massima sicurezza della penisola, il re del Supramonte riuscì a ripetersi con un’altra clamorosa evasione dal carcere di Lecce il 20 agosto 1976. Con Mesina fuggono dieci detenuti, tra cui l’esponente dei Nuclei Armati Proletari Martino Zicchitella, già protagonista di una rivolta nel carcere di Viterbo che morirà in uno scontro a fuoco nel dicembre dello stesso anno. Grazianeddu sarà nuovamente arrestato nel 1977 durante la latitanza a Caldonazzo, in provincia di Trento. Mentre si consumava l’epopea del bandito più famoso d’Italia, i sequestri dell’Anonima videro una nuova impennata, che coinvolse anche le donne e i bambini. La prima rapita del decennio fu Assunta Calamida, liberata su riscatto di 17 milioni il 16 ottobre 1970. Il 2 aprile 1971 toccò al piccolo Agostino Ghilardi l’esperienza traumatica della prigionia, quando fu rapito assieme al padre Giovanni Maria, proprietario terreno e immobiliare di Arzachena. Fortunatamente saranno liberati dopo il pagamento di 100 milioni di riscatto e i responsabili tutti arrestati. Segnò invece la memoria collettiva il tentato rapimento di Andrea Lodo di Lanusei. Durante l’irruzione nella villa il 16 agosto 1972 si consumò una strage per il tentativo di reazione della famiglia al quale i banditi risposero uccidendo Lodo, la moglie Alda Laconi, il fratello Attilio Lodo e il nipote Aldo Salis. Il fenomeno dei rapimenti sull’isola montò talmente che si formò una commissione parlamentare d’inchiesta nello stesso 1972, nel decennio in cui il terreno dei rapimenti si mosse verso la Gallura e la Costa Smeralda, zone interessate dal rapido sviluppo del turismo d’élite. Rientrano in questa seconda grande ondata i rapimenti della famiglia dell’ingegnere inglese Rolf Schild e quello del cantautore Fabrizio De André e della moglie Dori Ghezzi. Nel primo caso il capofamiglia fu liberato con la richiesta di riscatto, mentre per mesi rimarranno sequestrate la moglie Daphne e la figlia Annabelle, liberate in due tempi dai rapitori che le avevano prelevate nella villa di Porto Raphael. La mattina del 28 agosto 1979 scompaiono dalla tenuta L’Agnata nel territorio di tempio Pausania Fabrizio de Andrè e Dori Ghezzi. La loro auto, una Citroen Dyane targata Milano, viene ritrovata nei pressi del molo di Olbia. La coppia trascorse la prigionia tra i monti di Pattada, a poca distanza da Ozieri nell’entroterra sassarese. Dopo il pagamento del riscatto di 550 milioni di lire richiesto al padre del cantante Professor Giuseppe De André (già presidente Ferrobeton e Eridania zuccheri) fu rilasciata dapprima Dori Ghezzi e quindi Fabrizio, che dedicherà all’esperienza la canzone Hotel Supramonte. Gli anni ottanta saranno caratterizzati dall’associazione tra la pratica secolare del sequestro con le organizzazioni autonomiste sarde tra cui il Mas (Movimento Armato Sardo), che aggiungono una base politica alla tradizione del rapimento in Sardegna, sull’onda delle Brigate Rosse e del contrasto al pentitismo. Per la prima volta gli omicidi riguardano direttamente le forze dell’ordine, come racconta la storia del delitto dell’ ex appuntato dei Carabinieri Giovanni Bosco ucciso a Dorsali il 5 luglio 1983 perché testimone nel rapimento di Pasqualba Rosas. La rivendicazione dei Mas suonava come i comunicati delle Br, citando l’esecuzione in nome di un fantomatico «tribunale del popolo» attraverso un volantino fatto recapitare alla redazione de «La Nuova Sardegna». Poco dopo sono rapiti i medico condotto di Bitti con la moglie. Rilasciati poco dopo, i rapitori renderanno noto l’intento dell’uso del riscatto ai fini dell’acquisto di armi per combattere l’oppressore, l’imperialista «italoamericano» venuto dal Continente. Il 1985 fu l’anno della «seconda battaglia di Osposidda», negli stessi luoghi che videro protagonista la banda di Mesina. L’antefatto fu il rapimento dell’imprenditore edile di Oliena Tonino Caggiari avvenuto il 17 gennaio in circostanze rocambolesche, poiché il secondo rapito (un giovane dipendente) riuscì ad invocare aiuto e ad essere udito da un vicino, il quale concorse alla sua liberazione e riuscì a riconoscere la vettura dei banditi allontanarsi. Grazie anche al concorso della popolazione di Oliena, la zona del possibile covo viene circoscritta alla zona dove 18 anni prima si era consumato lo scontro a fuoco con tre morti. Il sangue scorrerà a fiumi anche in questa occasione poiché liberato l’ostaggio dai civili che avevano individuato il giaciglio, i banditi ingaggiarono un feroce conflitto a fuoco con armi automatiche e bombe a mano. Il bilancio finale sarà di cinque morti, tra cui il sovrintendente di Ps Vincenzo Marongiu, e di quattro banditi, i cui corpi saranno fatti sfilare per le vie di Oliena a sirene spiegate, fatto inedito che susciterà non poche polemiche. Ma quel che risaltò dai drammatici fatti del 1985 fu che per la prima volta una parte della popolazione di quelle zone dove il brigantaggio, il rapimento e la copertura della latitanza erano parte delle regole comuni, passò dalla parte dello Stato aiutando nelle ricerche le autorità. In questo clima mutato si inserisce uno dei rapimenti più noti del dopoguerra, quello del piccolo Farouk Kassam, figlio di proprietari alberghieri rapito a Porto Cervo il 15 gennaio 1992 e per il cui rilascio tornerà alla ribalta Grazianeddu Mesina, in quel periodo libero e residente in provincia di Asti, che si offrì come intermediario. Gli sviluppi del rapimento non impedirono la mutilazione di parte dell’orecchio sinistro del bimbo, fatto trovare agli inquirenti in una busta al bivio stradale tra Dorgali e Nuoro. Il rapimento di Farouk terrà l’Italia con il fiato sospeso per 176 giorni fino a quando non fu liberato dalla sua prigione nel territorio di Lula (Nuoro) l’11 luglio 1992. Le versioni sulla sua liberazione discordano. Secondo Mesina lo Stato pagò almeno parte del riscatto, avocando a sé il ruolo chiave di intermediatore che avrebbe portato alla liberazione del bambino. A supporto della sua tesi Grazianeddu indicò i contatti avuti con il giornalista del Tg1 Pino Scaccia anticipando l’imminente liberazione. Gli inquirenti hanno sempre negato la tesi del re del Supramonte, che nel 2004 chiederà ed otterrà la grazia dall’allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Dal rapimento del piccolo Farouk si verificò un netto declino della pratica del rapimento a scopo estorsivo, anche perché raccolse i suoi frutti la legge sul congelamento dei beni dei familiari dei rapiti, (82/1991), l'inasprimento delle pene già innalzate in seguito al caso Moro e alla costituzione di reparti speciaizzati interforze in grado di operare in modo più incisivo e immediato. L'ultimo clamoroso rapimento degli anni Novanta fu quello di una donna, Silvia Melis. Uno dei sequestri più lunghi della storia (265 giorni) portò con se una serie di ambiguità sulla liberazione della donna avvenuto l'11 luglio 1997. La versione ufficiale vuole che la Melis fosse riuscita a fuggire da sola, mentre Nicola Grauso (imprenditore e editore de «L'Unione Sarda») sostenne di aver pagato il riscatto. Altri sostennero che a pagare i malviventi fosse stato il Sisde, affermazione sempre respinta dall'allora Ministro dell'Interno Giorgio Napolitano. La notte del 17 dicembre 2021 ha chiuso il cerchio la fine dell'ennesima latitanza di Graziano Mesina, oggi settantanovenne, arrestato a poca distanza dai luoghi che fecero la storia dell'Anonima, dal campo di battaglia chiamato Osposidda e da quel ciglio stradale dove Silvia Melis camminò dopo la sua liberazione.
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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