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2023-07-25
Sánchez tentato dagli indipendentisti. Ma Puigdemont ora rischia l’arresto
Alberto Núñez Feijóo (Ansa)
Chi lo sa se in Spagna hanno il numero di telefono di Mario Draghi: i risultati delle elezioni dell’altro ieri non hanno prodotto alcuna maggioranza al Congresso dei deputati, e così adesso occorrerà qualche alchimia parlamentare per scongiurare un ritorno alle urne. L’opzione di una ripetizione delle elezioni entro pochi mesi, diciamolo subito, è assai remota: tutto il mondo è paese, ed è molto difficile convincere i parlamentari eletti a tornarsene a casa appena insediati. Molto probabilmente prevarrà il famigerato «senso di responsabilità», che poi tradotto vuol dire la necessità di salvare le poltrone.
Il quadro è questo: il Partito popolare vince le elezioni legislative ottenendo il 33% dei voti e 136 seggi, mentre nel 2019 aveva il 20% e 89 seggi; il Partito socialista ottiene il 31,7% e 122 seggi rispetto al 28% e 120 seggi di quattro anni fa; esce ammaccato dalle urne, rispetto alle attese e in termini di parlamentari eletti, il partito sovranista Vox, che ottiene il 12,4% e 33 seggi, ben 19 di meno rispetto al parlamento uscente (nel 2019 aveva preso il 15% e 52 seggi). La sinistra di Sumar con il 12,3% ottiene 31 seggi (nel 2019 non c’era). A seguire, i partiti indipendentisti catalani Erc e Junts hanno ottenuto 7 seggi ciascuno, Eh Bildu 6 e il Partito nazionalista basco 5. In Senato, invece, il Pp può contare su una maggioranza assoluta di 143 seggi, contro i 92 dei socialisti.
Vittoria di Pirro, quella del Partito popolare guidato da Alberto Núñez Feijóo: il governatore della Galizia contava sull’alleanza con i sovranisti di Vox guidati da Santiago Abascal, che fanno parte del gruppo europeo Ecr, guidato da Giorgia Meloni (i due si sono sentiti al telefono la scorsa notte), ma il deludente risultato del partito di destra non permette all’alleanza di centrodestra di raggiungere la maggioranza al Congresso, fissata a quota 176: i due partiti insieme contano su 169 seggi.
Sul versante opposto, esulta per il pareggio il premier uscente Pedro Sánchez: il suo Psoe veniva dato in crisi dai sondaggi e aveva perso di brutto le regionali e le comunali dello scorso maggio, flop che lo aveva convinto a convocare elezioni anticipate. I socialisti invece hanno tenuto, anzi guadagnato qualche seggio, e il loro primo obiettivo, quello di evitare un governo Pp-Vox, è stato raggiunto. Per restare primo ministro, però, a Sánchez non basterà l’appoggio di Sumar, l’unione di sinistra guidata da Yolanda Diaz: le due forze politiche, seppure dovessero allearsi con i partitini che hanno sostenuto il governo Sánchez, ovvero i catalani di Erc, i nazionalisti baschi di Pnv, i baschi di sinistra radicale di Bildu e il Blocco nazionalista galiziano, si fermano a quota 172 seggi.
Sánchez ha di fronte diverse strade per tentare di restare premier, a partire da un’alleanza con i catalani di Junts, il partito di Charles Puigdemont. Particolare non trascurabile: proprio ieri l’Ufficio del procuratore della Corte suprema ha chiesto al giudice istruttore Pablo Llarena di emettere mandati di cattura internazionali contro lo stesso Puigdemont e l’ex ministro catalano Antoni Comin, esiliati in Belgio. La richiesta segue la sentenza del Tribunale dell’Unione europea che revocherà l’immunità agli europarlamentari indipendentisti catalani: Puidgemont, ricordiamolo, è deputato europeo, da ex presidente catalano fu protagonista, nel 2017, di un fallito tentativo di secessione, e da allora è ricercato dalla giustizia di Madrid. «Un giorno sei decisivo per formare un governo in Spagna», ha commentato Puigdemont su Twitter, «il giorno dopo la Spagna ordina il tuo arresto».
Sempre ieri, l’europarlamentare indipendentista catalana di Junts, Clara Ponsati, è stata arrestata al suo ritorno a Barcellona, in seguito al mandato di arresto emesso dalla Corte suprema. Junts, nelle ore immediatamente successive alla conclusione dello spoglio, ha posto come condizione per sostenere Sánchez un referendum per l’autodeterminazione della Catalogna e l’amnistia per i ricercati in seguito al fallito golpe del 2017: i vertici del Psoe hanno risposto picche, ma siamo alle schermaglie, considerato che le trattative sono già iniziate.
Il quadro è confuso, e del resto anche Feijóo non rinuncia a coltivare sogni di premierato: «È nostro dovere che non si apra un periodo di incertezza», ha detto lo stesso Feijóo «e chiedo al Psoe di non bloccare il governo della Spagna. Abbiamo vinto le elezioni e spetta a noi cercare di formare il governo». Curiosità: mentre il leader dei Popolari parlava dal palco, dalla platea si è alzato il coro «Ayuso, Ayuso!», invocazione alla presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, esponente di spicco del Pp che ha sorriso maliziosamente. «Il blocco involuzionista ha fallito», ha proclamato da parte sua Sánchez, «coloro che proponevano il machismo, la regressione dei diritti e delle libertà hanno fallito, il blocco formato dal Partito popolare e da Vox sono stati sconfitti. Siamo in molti a volere che la Spagna continui ad avanzare».
L’insediamento del nuovo Congresso è fissato per il 17 agosto; nei giorni successivi, si costituiranno i gruppi parlamentari, poi inizieranno le consultazioni di Re Felipe IV che al termine dei colloqui con i partiti potrà conferire l’incarico a un candidato per provare a formare un nuovo governo. A Madrid soffia anche aria di «larghe intese». Molti osservatori e addetti ai lavori puntano su una coalizione Popolari-Socialisti, che se le sono date di santa ragione fino a ieri ma che potrebbero dare vita a un «patto programmatico»: sarebbe il sogno della nomenklatura di Bruxelles, ma ci vorrebbe un Draghi spagnolo, o almeno un Giuseppe Conte modello gialloverde, per tenere uniti i due avversari di sempre.
Torniamo a Vox: i sondaggi che davano il partito di Santiago Abascal col vento in poppa si sono rivelati fallaci, forse a causa di una campagna molto aggressiva condotta dai Popolari contro il probabile alleato. Gli elettori spagnoli non hanno votato a sinistra, ma hanno preferito i moderati del Partito popolare rispetto ai sovranisti di Abascal, un dato che sarà oggetto inevitabilmente di analisi dei flussi elettorali, ma che sta dando fiato ai trombettieri di sinistra di tutta Europa. Manco a dirlo, il Pd di Elly Schlein si è fiondato sul risultato spagnolo: «È la dimostrazione», ha detto la Schlein, «che l’onda nera si può fermare quando non si punta ad alimentare le paure ma a risolvere i problemi concreti delle persone». L’esatto contrario di quello che sta facendo la Schlein.
La Cdu fa la retro sugli accordi coi sovranisti
In Germania il governo di Olaf Scholz è in crisi nera di consensi. La sua coalizione «semaforo» (dai colori dei tre partiti della maggioranza), infatti, non convince i tedeschi e conferma tutti i dubbi del settembre del 2021, una volta scrutinati i voti delle elezioni federali: un esecutivo di compromesso tra verdi, liberali (gialli) e socialdemocratici (rossi) molto difficilmente combinerà qualcosa di buono. E così è andata: un’armocromia uscita decisamente male.
Del calo di popolarità del governo, e soprattutto di Spd e Fdp, in teoria dovrebbe giovare la Cdu che, dopo la cura Merkel, nel 2021 ha ottenuto il peggior risultato della sua lunga storia. L’elezione del conservatore Friedrich Merz alla guida dei cristianodemocratici, del resto, sembrava aver reindirizzato l’Unione (coalizione formata dalla Cdu e dalla Csu bavarese) su un percorso più consono alle sue radici politiche, di fatto rinnegate dalla cancelliera, che aveva spostato il partito sempre più a sinistra. Eppure, nonostante il cambio di marcia, l’Unione continua a galleggiare sulle percentuali dell’ultima, catastrofica tornata elettorale.
È invece l’Afd (Alternativa per la Germania) a crescere nei sondaggi in maniera esponenziale. Stando a una recentissima rilevazione dell’istituto Insa, il partito sovranista tedesco ha raggiunto il suo massimo storico, attestandosi al 22% delle preferenze. In pratica, è la seconda forza del Paese, ben al disopra della Spd (18%). E ora sta addirittura tallonando l’Unione (26%).
Questi risultati, ovviamente, stanno mandando al manicomio l’intero apparato politico-mediatico tedesco, che continua a parlare di un improbabile «ritorno del nazismo». Un mese fa, poi, la doccia era stata particolarmente gelata: nel distretto rurale di Sonneberg, in Turingia, l’Afd ha vinto la sua prima, storica elezione: al ballottaggio con il candidato della Cdu, appoggiato da tutti gli altri partiti, l’ha infatti spuntata lo sfidante Robert Sesselmann con il 52,8% dei voti. Anche se il circondario di Sonneberg conta poco più di 50.000 anime, la stampa nazionale non ha esitato a parlare di «miracolo blu» (dal colore del partito).
A fare le spese della crescita dell’Afd, insomma, non sono solo i partiti di governo, ma anche la Cdu, che sta tentando con estrema difficoltà di riaccreditarsi presso l’elettorato di destra. È per questo motivo che si è riaperto un vecchio dibattito: è opportuno allearsi tatticamente con l’Afd, o è meglio continuare la politica del Brandmauer, del «cordone sanitario»? Domenica scorsa, durante un’intervista alla Zdf, Friedrich Merz si era mostrato possibilista. Se su un piano regionale, nazionale ed europeo, una collaborazione è esclusa, il presidente della Cdu aveva dichiarato che «nei parlamenti comunali devono essere battute nuove strade per amministrare le città e i distretti». Parole che sono state accolte con grande soddisfazione da Tino Chrupalla: «Stanno cominciando a cadere le prime pietre del muro neroverde, a tutto vantaggio dei cittadini», aveva commentato su Twitter il copresidente dell’Afd.
La seppur timida apertura di Merz, tuttavia, ha trovato di fronte a sé un vero e proprio fuoco di sbarramento: «La Cdu non lavorerà mai con un partito la cui offerta elettorale sono l’odio, la divisione e l’esclusione», ha dichiarato ad esempio il sindaco (cristianodemocratico) di Berlino, Kai Wegner. Uno, tanto per intendersi, che in questi giorni ha proposto di inserire l’«identità di genere» nella Costituzione tedesca…
Ma il primo cittadino berlinese non è certo stato l’unico: diversi esponenti della Cdu, anche autorevoli, hanno criticato molto aspramente il proprio presidente. «Che si tratti di un consiglio locale o del parlamento, i radicali di destra rimangono radicali di destra. Per i cristianodemocratici, gli estremisti di destra sono SEMPRE nemici!», ha tuonato su Twitter Yvonne Magwas, vicepresidente del Bundestag e membro del direttivo della Cdu. Di fronte a tutte queste rimostranze, Merz ha dovuto fare marcia indietro: «Per essere ancora più chiaro, con l’Afd non ci sarà alcuna collaborazione neanche a livello comunale», ha infine capitolato il presidente della Cdu.
In realtà, questo dibattito non è nuovo. Già nel 2019 molti amministratori locali del partito avevano evocato la necessità di allearsi con l’Afd per non lasciar vincere i propri avversari di sinistra. Naturalmente, per amor di ideologia, non se ne fece nulla. Ma i risultati parlano chiaro: la crisi della Cdu non solo non è stata superata, ma si è addirittura acuita. E ora i sovranisti distano solo quattro punti percentuali dalla (ormai ex) balena bianca tedesca.
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La Suprema corte stronca la velleità del premier uscente di tentare un’alleanza coi catalani di Junts. Alla coalizione di destra mancano 7 seggi, tuttavia Alberto Núñez Feijóo ci crede: abbiamo vinto, formeremo il governo.Autogol del presidente dei cristiano-democratici: prima apre all’intesa nei Comuni con Afd, po smentisce.Lo speciale contiene due articoliChi lo sa se in Spagna hanno il numero di telefono di Mario Draghi: i risultati delle elezioni dell’altro ieri non hanno prodotto alcuna maggioranza al Congresso dei deputati, e così adesso occorrerà qualche alchimia parlamentare per scongiurare un ritorno alle urne. L’opzione di una ripetizione delle elezioni entro pochi mesi, diciamolo subito, è assai remota: tutto il mondo è paese, ed è molto difficile convincere i parlamentari eletti a tornarsene a casa appena insediati. Molto probabilmente prevarrà il famigerato «senso di responsabilità», che poi tradotto vuol dire la necessità di salvare le poltrone. Il quadro è questo: il Partito popolare vince le elezioni legislative ottenendo il 33% dei voti e 136 seggi, mentre nel 2019 aveva il 20% e 89 seggi; il Partito socialista ottiene il 31,7% e 122 seggi rispetto al 28% e 120 seggi di quattro anni fa; esce ammaccato dalle urne, rispetto alle attese e in termini di parlamentari eletti, il partito sovranista Vox, che ottiene il 12,4% e 33 seggi, ben 19 di meno rispetto al parlamento uscente (nel 2019 aveva preso il 15% e 52 seggi). La sinistra di Sumar con il 12,3% ottiene 31 seggi (nel 2019 non c’era). A seguire, i partiti indipendentisti catalani Erc e Junts hanno ottenuto 7 seggi ciascuno, Eh Bildu 6 e il Partito nazionalista basco 5. In Senato, invece, il Pp può contare su una maggioranza assoluta di 143 seggi, contro i 92 dei socialisti. Vittoria di Pirro, quella del Partito popolare guidato da Alberto Núñez Feijóo: il governatore della Galizia contava sull’alleanza con i sovranisti di Vox guidati da Santiago Abascal, che fanno parte del gruppo europeo Ecr, guidato da Giorgia Meloni (i due si sono sentiti al telefono la scorsa notte), ma il deludente risultato del partito di destra non permette all’alleanza di centrodestra di raggiungere la maggioranza al Congresso, fissata a quota 176: i due partiti insieme contano su 169 seggi. Sul versante opposto, esulta per il pareggio il premier uscente Pedro Sánchez: il suo Psoe veniva dato in crisi dai sondaggi e aveva perso di brutto le regionali e le comunali dello scorso maggio, flop che lo aveva convinto a convocare elezioni anticipate. I socialisti invece hanno tenuto, anzi guadagnato qualche seggio, e il loro primo obiettivo, quello di evitare un governo Pp-Vox, è stato raggiunto. Per restare primo ministro, però, a Sánchez non basterà l’appoggio di Sumar, l’unione di sinistra guidata da Yolanda Diaz: le due forze politiche, seppure dovessero allearsi con i partitini che hanno sostenuto il governo Sánchez, ovvero i catalani di Erc, i nazionalisti baschi di Pnv, i baschi di sinistra radicale di Bildu e il Blocco nazionalista galiziano, si fermano a quota 172 seggi. Sánchez ha di fronte diverse strade per tentare di restare premier, a partire da un’alleanza con i catalani di Junts, il partito di Charles Puigdemont. Particolare non trascurabile: proprio ieri l’Ufficio del procuratore della Corte suprema ha chiesto al giudice istruttore Pablo Llarena di emettere mandati di cattura internazionali contro lo stesso Puigdemont e l’ex ministro catalano Antoni Comin, esiliati in Belgio. La richiesta segue la sentenza del Tribunale dell’Unione europea che revocherà l’immunità agli europarlamentari indipendentisti catalani: Puidgemont, ricordiamolo, è deputato europeo, da ex presidente catalano fu protagonista, nel 2017, di un fallito tentativo di secessione, e da allora è ricercato dalla giustizia di Madrid. «Un giorno sei decisivo per formare un governo in Spagna», ha commentato Puigdemont su Twitter, «il giorno dopo la Spagna ordina il tuo arresto». Sempre ieri, l’europarlamentare indipendentista catalana di Junts, Clara Ponsati, è stata arrestata al suo ritorno a Barcellona, in seguito al mandato di arresto emesso dalla Corte suprema. Junts, nelle ore immediatamente successive alla conclusione dello spoglio, ha posto come condizione per sostenere Sánchez un referendum per l’autodeterminazione della Catalogna e l’amnistia per i ricercati in seguito al fallito golpe del 2017: i vertici del Psoe hanno risposto picche, ma siamo alle schermaglie, considerato che le trattative sono già iniziate. Il quadro è confuso, e del resto anche Feijóo non rinuncia a coltivare sogni di premierato: «È nostro dovere che non si apra un periodo di incertezza», ha detto lo stesso Feijóo «e chiedo al Psoe di non bloccare il governo della Spagna. Abbiamo vinto le elezioni e spetta a noi cercare di formare il governo». Curiosità: mentre il leader dei Popolari parlava dal palco, dalla platea si è alzato il coro «Ayuso, Ayuso!», invocazione alla presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, esponente di spicco del Pp che ha sorriso maliziosamente. «Il blocco involuzionista ha fallito», ha proclamato da parte sua Sánchez, «coloro che proponevano il machismo, la regressione dei diritti e delle libertà hanno fallito, il blocco formato dal Partito popolare e da Vox sono stati sconfitti. Siamo in molti a volere che la Spagna continui ad avanzare». L’insediamento del nuovo Congresso è fissato per il 17 agosto; nei giorni successivi, si costituiranno i gruppi parlamentari, poi inizieranno le consultazioni di Re Felipe IV che al termine dei colloqui con i partiti potrà conferire l’incarico a un candidato per provare a formare un nuovo governo. A Madrid soffia anche aria di «larghe intese». Molti osservatori e addetti ai lavori puntano su una coalizione Popolari-Socialisti, che se le sono date di santa ragione fino a ieri ma che potrebbero dare vita a un «patto programmatico»: sarebbe il sogno della nomenklatura di Bruxelles, ma ci vorrebbe un Draghi spagnolo, o almeno un Giuseppe Conte modello gialloverde, per tenere uniti i due avversari di sempre. Torniamo a Vox: i sondaggi che davano il partito di Santiago Abascal col vento in poppa si sono rivelati fallaci, forse a causa di una campagna molto aggressiva condotta dai Popolari contro il probabile alleato. Gli elettori spagnoli non hanno votato a sinistra, ma hanno preferito i moderati del Partito popolare rispetto ai sovranisti di Abascal, un dato che sarà oggetto inevitabilmente di analisi dei flussi elettorali, ma che sta dando fiato ai trombettieri di sinistra di tutta Europa. Manco a dirlo, il Pd di Elly Schlein si è fiondato sul risultato spagnolo: «È la dimostrazione», ha detto la Schlein, «che l’onda nera si può fermare quando non si punta ad alimentare le paure ma a risolvere i problemi concreti delle persone». L’esatto contrario di quello che sta facendo la Schlein. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanchez-tentato-dagli-indipendentisti-ma-puigdemont-ora-rischia-larresto-2662331990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cdu-fa-la-retro-sugli-accordi-coi-sovranisti" data-post-id="2662331990" data-published-at="1690224869" data-use-pagination="False"> La Cdu fa la retro sugli accordi coi sovranisti In Germania il governo di Olaf Scholz è in crisi nera di consensi. La sua coalizione «semaforo» (dai colori dei tre partiti della maggioranza), infatti, non convince i tedeschi e conferma tutti i dubbi del settembre del 2021, una volta scrutinati i voti delle elezioni federali: un esecutivo di compromesso tra verdi, liberali (gialli) e socialdemocratici (rossi) molto difficilmente combinerà qualcosa di buono. E così è andata: un’armocromia uscita decisamente male. Del calo di popolarità del governo, e soprattutto di Spd e Fdp, in teoria dovrebbe giovare la Cdu che, dopo la cura Merkel, nel 2021 ha ottenuto il peggior risultato della sua lunga storia. L’elezione del conservatore Friedrich Merz alla guida dei cristianodemocratici, del resto, sembrava aver reindirizzato l’Unione (coalizione formata dalla Cdu e dalla Csu bavarese) su un percorso più consono alle sue radici politiche, di fatto rinnegate dalla cancelliera, che aveva spostato il partito sempre più a sinistra. Eppure, nonostante il cambio di marcia, l’Unione continua a galleggiare sulle percentuali dell’ultima, catastrofica tornata elettorale. È invece l’Afd (Alternativa per la Germania) a crescere nei sondaggi in maniera esponenziale. Stando a una recentissima rilevazione dell’istituto Insa, il partito sovranista tedesco ha raggiunto il suo massimo storico, attestandosi al 22% delle preferenze. In pratica, è la seconda forza del Paese, ben al disopra della Spd (18%). E ora sta addirittura tallonando l’Unione (26%). Questi risultati, ovviamente, stanno mandando al manicomio l’intero apparato politico-mediatico tedesco, che continua a parlare di un improbabile «ritorno del nazismo». Un mese fa, poi, la doccia era stata particolarmente gelata: nel distretto rurale di Sonneberg, in Turingia, l’Afd ha vinto la sua prima, storica elezione: al ballottaggio con il candidato della Cdu, appoggiato da tutti gli altri partiti, l’ha infatti spuntata lo sfidante Robert Sesselmann con il 52,8% dei voti. Anche se il circondario di Sonneberg conta poco più di 50.000 anime, la stampa nazionale non ha esitato a parlare di «miracolo blu» (dal colore del partito). A fare le spese della crescita dell’Afd, insomma, non sono solo i partiti di governo, ma anche la Cdu, che sta tentando con estrema difficoltà di riaccreditarsi presso l’elettorato di destra. È per questo motivo che si è riaperto un vecchio dibattito: è opportuno allearsi tatticamente con l’Afd, o è meglio continuare la politica del Brandmauer, del «cordone sanitario»? Domenica scorsa, durante un’intervista alla Zdf, Friedrich Merz si era mostrato possibilista. Se su un piano regionale, nazionale ed europeo, una collaborazione è esclusa, il presidente della Cdu aveva dichiarato che «nei parlamenti comunali devono essere battute nuove strade per amministrare le città e i distretti». Parole che sono state accolte con grande soddisfazione da Tino Chrupalla: «Stanno cominciando a cadere le prime pietre del muro neroverde, a tutto vantaggio dei cittadini», aveva commentato su Twitter il copresidente dell’Afd. La seppur timida apertura di Merz, tuttavia, ha trovato di fronte a sé un vero e proprio fuoco di sbarramento: «La Cdu non lavorerà mai con un partito la cui offerta elettorale sono l’odio, la divisione e l’esclusione», ha dichiarato ad esempio il sindaco (cristianodemocratico) di Berlino, Kai Wegner. Uno, tanto per intendersi, che in questi giorni ha proposto di inserire l’«identità di genere» nella Costituzione tedesca… Ma il primo cittadino berlinese non è certo stato l’unico: diversi esponenti della Cdu, anche autorevoli, hanno criticato molto aspramente il proprio presidente. «Che si tratti di un consiglio locale o del parlamento, i radicali di destra rimangono radicali di destra. Per i cristianodemocratici, gli estremisti di destra sono SEMPRE nemici!», ha tuonato su Twitter Yvonne Magwas, vicepresidente del Bundestag e membro del direttivo della Cdu. Di fronte a tutte queste rimostranze, Merz ha dovuto fare marcia indietro: «Per essere ancora più chiaro, con l’Afd non ci sarà alcuna collaborazione neanche a livello comunale», ha infine capitolato il presidente della Cdu. In realtà, questo dibattito non è nuovo. Già nel 2019 molti amministratori locali del partito avevano evocato la necessità di allearsi con l’Afd per non lasciar vincere i propri avversari di sinistra. Naturalmente, per amor di ideologia, non se ne fece nulla. Ma i risultati parlano chiaro: la crisi della Cdu non solo non è stata superata, ma si è addirittura acuita. E ora i sovranisti distano solo quattro punti percentuali dalla (ormai ex) balena bianca tedesca.
Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
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