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2023-07-25
Sánchez tentato dagli indipendentisti. Ma Puigdemont ora rischia l’arresto
Alberto Núñez Feijóo (Ansa)
Chi lo sa se in Spagna hanno il numero di telefono di Mario Draghi: i risultati delle elezioni dell’altro ieri non hanno prodotto alcuna maggioranza al Congresso dei deputati, e così adesso occorrerà qualche alchimia parlamentare per scongiurare un ritorno alle urne. L’opzione di una ripetizione delle elezioni entro pochi mesi, diciamolo subito, è assai remota: tutto il mondo è paese, ed è molto difficile convincere i parlamentari eletti a tornarsene a casa appena insediati. Molto probabilmente prevarrà il famigerato «senso di responsabilità», che poi tradotto vuol dire la necessità di salvare le poltrone.
Il quadro è questo: il Partito popolare vince le elezioni legislative ottenendo il 33% dei voti e 136 seggi, mentre nel 2019 aveva il 20% e 89 seggi; il Partito socialista ottiene il 31,7% e 122 seggi rispetto al 28% e 120 seggi di quattro anni fa; esce ammaccato dalle urne, rispetto alle attese e in termini di parlamentari eletti, il partito sovranista Vox, che ottiene il 12,4% e 33 seggi, ben 19 di meno rispetto al parlamento uscente (nel 2019 aveva preso il 15% e 52 seggi). La sinistra di Sumar con il 12,3% ottiene 31 seggi (nel 2019 non c’era). A seguire, i partiti indipendentisti catalani Erc e Junts hanno ottenuto 7 seggi ciascuno, Eh Bildu 6 e il Partito nazionalista basco 5. In Senato, invece, il Pp può contare su una maggioranza assoluta di 143 seggi, contro i 92 dei socialisti.
Vittoria di Pirro, quella del Partito popolare guidato da Alberto Núñez Feijóo: il governatore della Galizia contava sull’alleanza con i sovranisti di Vox guidati da Santiago Abascal, che fanno parte del gruppo europeo Ecr, guidato da Giorgia Meloni (i due si sono sentiti al telefono la scorsa notte), ma il deludente risultato del partito di destra non permette all’alleanza di centrodestra di raggiungere la maggioranza al Congresso, fissata a quota 176: i due partiti insieme contano su 169 seggi.
Sul versante opposto, esulta per il pareggio il premier uscente Pedro Sánchez: il suo Psoe veniva dato in crisi dai sondaggi e aveva perso di brutto le regionali e le comunali dello scorso maggio, flop che lo aveva convinto a convocare elezioni anticipate. I socialisti invece hanno tenuto, anzi guadagnato qualche seggio, e il loro primo obiettivo, quello di evitare un governo Pp-Vox, è stato raggiunto. Per restare primo ministro, però, a Sánchez non basterà l’appoggio di Sumar, l’unione di sinistra guidata da Yolanda Diaz: le due forze politiche, seppure dovessero allearsi con i partitini che hanno sostenuto il governo Sánchez, ovvero i catalani di Erc, i nazionalisti baschi di Pnv, i baschi di sinistra radicale di Bildu e il Blocco nazionalista galiziano, si fermano a quota 172 seggi.
Sánchez ha di fronte diverse strade per tentare di restare premier, a partire da un’alleanza con i catalani di Junts, il partito di Charles Puigdemont. Particolare non trascurabile: proprio ieri l’Ufficio del procuratore della Corte suprema ha chiesto al giudice istruttore Pablo Llarena di emettere mandati di cattura internazionali contro lo stesso Puigdemont e l’ex ministro catalano Antoni Comin, esiliati in Belgio. La richiesta segue la sentenza del Tribunale dell’Unione europea che revocherà l’immunità agli europarlamentari indipendentisti catalani: Puidgemont, ricordiamolo, è deputato europeo, da ex presidente catalano fu protagonista, nel 2017, di un fallito tentativo di secessione, e da allora è ricercato dalla giustizia di Madrid. «Un giorno sei decisivo per formare un governo in Spagna», ha commentato Puigdemont su Twitter, «il giorno dopo la Spagna ordina il tuo arresto».
Sempre ieri, l’europarlamentare indipendentista catalana di Junts, Clara Ponsati, è stata arrestata al suo ritorno a Barcellona, in seguito al mandato di arresto emesso dalla Corte suprema. Junts, nelle ore immediatamente successive alla conclusione dello spoglio, ha posto come condizione per sostenere Sánchez un referendum per l’autodeterminazione della Catalogna e l’amnistia per i ricercati in seguito al fallito golpe del 2017: i vertici del Psoe hanno risposto picche, ma siamo alle schermaglie, considerato che le trattative sono già iniziate.
Il quadro è confuso, e del resto anche Feijóo non rinuncia a coltivare sogni di premierato: «È nostro dovere che non si apra un periodo di incertezza», ha detto lo stesso Feijóo «e chiedo al Psoe di non bloccare il governo della Spagna. Abbiamo vinto le elezioni e spetta a noi cercare di formare il governo». Curiosità: mentre il leader dei Popolari parlava dal palco, dalla platea si è alzato il coro «Ayuso, Ayuso!», invocazione alla presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, esponente di spicco del Pp che ha sorriso maliziosamente. «Il blocco involuzionista ha fallito», ha proclamato da parte sua Sánchez, «coloro che proponevano il machismo, la regressione dei diritti e delle libertà hanno fallito, il blocco formato dal Partito popolare e da Vox sono stati sconfitti. Siamo in molti a volere che la Spagna continui ad avanzare».
L’insediamento del nuovo Congresso è fissato per il 17 agosto; nei giorni successivi, si costituiranno i gruppi parlamentari, poi inizieranno le consultazioni di Re Felipe IV che al termine dei colloqui con i partiti potrà conferire l’incarico a un candidato per provare a formare un nuovo governo. A Madrid soffia anche aria di «larghe intese». Molti osservatori e addetti ai lavori puntano su una coalizione Popolari-Socialisti, che se le sono date di santa ragione fino a ieri ma che potrebbero dare vita a un «patto programmatico»: sarebbe il sogno della nomenklatura di Bruxelles, ma ci vorrebbe un Draghi spagnolo, o almeno un Giuseppe Conte modello gialloverde, per tenere uniti i due avversari di sempre.
Torniamo a Vox: i sondaggi che davano il partito di Santiago Abascal col vento in poppa si sono rivelati fallaci, forse a causa di una campagna molto aggressiva condotta dai Popolari contro il probabile alleato. Gli elettori spagnoli non hanno votato a sinistra, ma hanno preferito i moderati del Partito popolare rispetto ai sovranisti di Abascal, un dato che sarà oggetto inevitabilmente di analisi dei flussi elettorali, ma che sta dando fiato ai trombettieri di sinistra di tutta Europa. Manco a dirlo, il Pd di Elly Schlein si è fiondato sul risultato spagnolo: «È la dimostrazione», ha detto la Schlein, «che l’onda nera si può fermare quando non si punta ad alimentare le paure ma a risolvere i problemi concreti delle persone». L’esatto contrario di quello che sta facendo la Schlein.
La Cdu fa la retro sugli accordi coi sovranisti
In Germania il governo di Olaf Scholz è in crisi nera di consensi. La sua coalizione «semaforo» (dai colori dei tre partiti della maggioranza), infatti, non convince i tedeschi e conferma tutti i dubbi del settembre del 2021, una volta scrutinati i voti delle elezioni federali: un esecutivo di compromesso tra verdi, liberali (gialli) e socialdemocratici (rossi) molto difficilmente combinerà qualcosa di buono. E così è andata: un’armocromia uscita decisamente male.
Del calo di popolarità del governo, e soprattutto di Spd e Fdp, in teoria dovrebbe giovare la Cdu che, dopo la cura Merkel, nel 2021 ha ottenuto il peggior risultato della sua lunga storia. L’elezione del conservatore Friedrich Merz alla guida dei cristianodemocratici, del resto, sembrava aver reindirizzato l’Unione (coalizione formata dalla Cdu e dalla Csu bavarese) su un percorso più consono alle sue radici politiche, di fatto rinnegate dalla cancelliera, che aveva spostato il partito sempre più a sinistra. Eppure, nonostante il cambio di marcia, l’Unione continua a galleggiare sulle percentuali dell’ultima, catastrofica tornata elettorale.
È invece l’Afd (Alternativa per la Germania) a crescere nei sondaggi in maniera esponenziale. Stando a una recentissima rilevazione dell’istituto Insa, il partito sovranista tedesco ha raggiunto il suo massimo storico, attestandosi al 22% delle preferenze. In pratica, è la seconda forza del Paese, ben al disopra della Spd (18%). E ora sta addirittura tallonando l’Unione (26%).
Questi risultati, ovviamente, stanno mandando al manicomio l’intero apparato politico-mediatico tedesco, che continua a parlare di un improbabile «ritorno del nazismo». Un mese fa, poi, la doccia era stata particolarmente gelata: nel distretto rurale di Sonneberg, in Turingia, l’Afd ha vinto la sua prima, storica elezione: al ballottaggio con il candidato della Cdu, appoggiato da tutti gli altri partiti, l’ha infatti spuntata lo sfidante Robert Sesselmann con il 52,8% dei voti. Anche se il circondario di Sonneberg conta poco più di 50.000 anime, la stampa nazionale non ha esitato a parlare di «miracolo blu» (dal colore del partito).
A fare le spese della crescita dell’Afd, insomma, non sono solo i partiti di governo, ma anche la Cdu, che sta tentando con estrema difficoltà di riaccreditarsi presso l’elettorato di destra. È per questo motivo che si è riaperto un vecchio dibattito: è opportuno allearsi tatticamente con l’Afd, o è meglio continuare la politica del Brandmauer, del «cordone sanitario»? Domenica scorsa, durante un’intervista alla Zdf, Friedrich Merz si era mostrato possibilista. Se su un piano regionale, nazionale ed europeo, una collaborazione è esclusa, il presidente della Cdu aveva dichiarato che «nei parlamenti comunali devono essere battute nuove strade per amministrare le città e i distretti». Parole che sono state accolte con grande soddisfazione da Tino Chrupalla: «Stanno cominciando a cadere le prime pietre del muro neroverde, a tutto vantaggio dei cittadini», aveva commentato su Twitter il copresidente dell’Afd.
La seppur timida apertura di Merz, tuttavia, ha trovato di fronte a sé un vero e proprio fuoco di sbarramento: «La Cdu non lavorerà mai con un partito la cui offerta elettorale sono l’odio, la divisione e l’esclusione», ha dichiarato ad esempio il sindaco (cristianodemocratico) di Berlino, Kai Wegner. Uno, tanto per intendersi, che in questi giorni ha proposto di inserire l’«identità di genere» nella Costituzione tedesca…
Ma il primo cittadino berlinese non è certo stato l’unico: diversi esponenti della Cdu, anche autorevoli, hanno criticato molto aspramente il proprio presidente. «Che si tratti di un consiglio locale o del parlamento, i radicali di destra rimangono radicali di destra. Per i cristianodemocratici, gli estremisti di destra sono SEMPRE nemici!», ha tuonato su Twitter Yvonne Magwas, vicepresidente del Bundestag e membro del direttivo della Cdu. Di fronte a tutte queste rimostranze, Merz ha dovuto fare marcia indietro: «Per essere ancora più chiaro, con l’Afd non ci sarà alcuna collaborazione neanche a livello comunale», ha infine capitolato il presidente della Cdu.
In realtà, questo dibattito non è nuovo. Già nel 2019 molti amministratori locali del partito avevano evocato la necessità di allearsi con l’Afd per non lasciar vincere i propri avversari di sinistra. Naturalmente, per amor di ideologia, non se ne fece nulla. Ma i risultati parlano chiaro: la crisi della Cdu non solo non è stata superata, ma si è addirittura acuita. E ora i sovranisti distano solo quattro punti percentuali dalla (ormai ex) balena bianca tedesca.
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La Suprema corte stronca la velleità del premier uscente di tentare un’alleanza coi catalani di Junts. Alla coalizione di destra mancano 7 seggi, tuttavia Alberto Núñez Feijóo ci crede: abbiamo vinto, formeremo il governo.Autogol del presidente dei cristiano-democratici: prima apre all’intesa nei Comuni con Afd, po smentisce.Lo speciale contiene due articoliChi lo sa se in Spagna hanno il numero di telefono di Mario Draghi: i risultati delle elezioni dell’altro ieri non hanno prodotto alcuna maggioranza al Congresso dei deputati, e così adesso occorrerà qualche alchimia parlamentare per scongiurare un ritorno alle urne. L’opzione di una ripetizione delle elezioni entro pochi mesi, diciamolo subito, è assai remota: tutto il mondo è paese, ed è molto difficile convincere i parlamentari eletti a tornarsene a casa appena insediati. Molto probabilmente prevarrà il famigerato «senso di responsabilità», che poi tradotto vuol dire la necessità di salvare le poltrone. Il quadro è questo: il Partito popolare vince le elezioni legislative ottenendo il 33% dei voti e 136 seggi, mentre nel 2019 aveva il 20% e 89 seggi; il Partito socialista ottiene il 31,7% e 122 seggi rispetto al 28% e 120 seggi di quattro anni fa; esce ammaccato dalle urne, rispetto alle attese e in termini di parlamentari eletti, il partito sovranista Vox, che ottiene il 12,4% e 33 seggi, ben 19 di meno rispetto al parlamento uscente (nel 2019 aveva preso il 15% e 52 seggi). La sinistra di Sumar con il 12,3% ottiene 31 seggi (nel 2019 non c’era). A seguire, i partiti indipendentisti catalani Erc e Junts hanno ottenuto 7 seggi ciascuno, Eh Bildu 6 e il Partito nazionalista basco 5. In Senato, invece, il Pp può contare su una maggioranza assoluta di 143 seggi, contro i 92 dei socialisti. Vittoria di Pirro, quella del Partito popolare guidato da Alberto Núñez Feijóo: il governatore della Galizia contava sull’alleanza con i sovranisti di Vox guidati da Santiago Abascal, che fanno parte del gruppo europeo Ecr, guidato da Giorgia Meloni (i due si sono sentiti al telefono la scorsa notte), ma il deludente risultato del partito di destra non permette all’alleanza di centrodestra di raggiungere la maggioranza al Congresso, fissata a quota 176: i due partiti insieme contano su 169 seggi. Sul versante opposto, esulta per il pareggio il premier uscente Pedro Sánchez: il suo Psoe veniva dato in crisi dai sondaggi e aveva perso di brutto le regionali e le comunali dello scorso maggio, flop che lo aveva convinto a convocare elezioni anticipate. I socialisti invece hanno tenuto, anzi guadagnato qualche seggio, e il loro primo obiettivo, quello di evitare un governo Pp-Vox, è stato raggiunto. Per restare primo ministro, però, a Sánchez non basterà l’appoggio di Sumar, l’unione di sinistra guidata da Yolanda Diaz: le due forze politiche, seppure dovessero allearsi con i partitini che hanno sostenuto il governo Sánchez, ovvero i catalani di Erc, i nazionalisti baschi di Pnv, i baschi di sinistra radicale di Bildu e il Blocco nazionalista galiziano, si fermano a quota 172 seggi. Sánchez ha di fronte diverse strade per tentare di restare premier, a partire da un’alleanza con i catalani di Junts, il partito di Charles Puigdemont. Particolare non trascurabile: proprio ieri l’Ufficio del procuratore della Corte suprema ha chiesto al giudice istruttore Pablo Llarena di emettere mandati di cattura internazionali contro lo stesso Puigdemont e l’ex ministro catalano Antoni Comin, esiliati in Belgio. La richiesta segue la sentenza del Tribunale dell’Unione europea che revocherà l’immunità agli europarlamentari indipendentisti catalani: Puidgemont, ricordiamolo, è deputato europeo, da ex presidente catalano fu protagonista, nel 2017, di un fallito tentativo di secessione, e da allora è ricercato dalla giustizia di Madrid. «Un giorno sei decisivo per formare un governo in Spagna», ha commentato Puigdemont su Twitter, «il giorno dopo la Spagna ordina il tuo arresto». Sempre ieri, l’europarlamentare indipendentista catalana di Junts, Clara Ponsati, è stata arrestata al suo ritorno a Barcellona, in seguito al mandato di arresto emesso dalla Corte suprema. Junts, nelle ore immediatamente successive alla conclusione dello spoglio, ha posto come condizione per sostenere Sánchez un referendum per l’autodeterminazione della Catalogna e l’amnistia per i ricercati in seguito al fallito golpe del 2017: i vertici del Psoe hanno risposto picche, ma siamo alle schermaglie, considerato che le trattative sono già iniziate. Il quadro è confuso, e del resto anche Feijóo non rinuncia a coltivare sogni di premierato: «È nostro dovere che non si apra un periodo di incertezza», ha detto lo stesso Feijóo «e chiedo al Psoe di non bloccare il governo della Spagna. Abbiamo vinto le elezioni e spetta a noi cercare di formare il governo». Curiosità: mentre il leader dei Popolari parlava dal palco, dalla platea si è alzato il coro «Ayuso, Ayuso!», invocazione alla presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, esponente di spicco del Pp che ha sorriso maliziosamente. «Il blocco involuzionista ha fallito», ha proclamato da parte sua Sánchez, «coloro che proponevano il machismo, la regressione dei diritti e delle libertà hanno fallito, il blocco formato dal Partito popolare e da Vox sono stati sconfitti. Siamo in molti a volere che la Spagna continui ad avanzare». L’insediamento del nuovo Congresso è fissato per il 17 agosto; nei giorni successivi, si costituiranno i gruppi parlamentari, poi inizieranno le consultazioni di Re Felipe IV che al termine dei colloqui con i partiti potrà conferire l’incarico a un candidato per provare a formare un nuovo governo. A Madrid soffia anche aria di «larghe intese». Molti osservatori e addetti ai lavori puntano su una coalizione Popolari-Socialisti, che se le sono date di santa ragione fino a ieri ma che potrebbero dare vita a un «patto programmatico»: sarebbe il sogno della nomenklatura di Bruxelles, ma ci vorrebbe un Draghi spagnolo, o almeno un Giuseppe Conte modello gialloverde, per tenere uniti i due avversari di sempre. Torniamo a Vox: i sondaggi che davano il partito di Santiago Abascal col vento in poppa si sono rivelati fallaci, forse a causa di una campagna molto aggressiva condotta dai Popolari contro il probabile alleato. Gli elettori spagnoli non hanno votato a sinistra, ma hanno preferito i moderati del Partito popolare rispetto ai sovranisti di Abascal, un dato che sarà oggetto inevitabilmente di analisi dei flussi elettorali, ma che sta dando fiato ai trombettieri di sinistra di tutta Europa. Manco a dirlo, il Pd di Elly Schlein si è fiondato sul risultato spagnolo: «È la dimostrazione», ha detto la Schlein, «che l’onda nera si può fermare quando non si punta ad alimentare le paure ma a risolvere i problemi concreti delle persone». L’esatto contrario di quello che sta facendo la Schlein. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanchez-tentato-dagli-indipendentisti-ma-puigdemont-ora-rischia-larresto-2662331990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cdu-fa-la-retro-sugli-accordi-coi-sovranisti" data-post-id="2662331990" data-published-at="1690224869" data-use-pagination="False"> La Cdu fa la retro sugli accordi coi sovranisti In Germania il governo di Olaf Scholz è in crisi nera di consensi. La sua coalizione «semaforo» (dai colori dei tre partiti della maggioranza), infatti, non convince i tedeschi e conferma tutti i dubbi del settembre del 2021, una volta scrutinati i voti delle elezioni federali: un esecutivo di compromesso tra verdi, liberali (gialli) e socialdemocratici (rossi) molto difficilmente combinerà qualcosa di buono. E così è andata: un’armocromia uscita decisamente male. Del calo di popolarità del governo, e soprattutto di Spd e Fdp, in teoria dovrebbe giovare la Cdu che, dopo la cura Merkel, nel 2021 ha ottenuto il peggior risultato della sua lunga storia. L’elezione del conservatore Friedrich Merz alla guida dei cristianodemocratici, del resto, sembrava aver reindirizzato l’Unione (coalizione formata dalla Cdu e dalla Csu bavarese) su un percorso più consono alle sue radici politiche, di fatto rinnegate dalla cancelliera, che aveva spostato il partito sempre più a sinistra. Eppure, nonostante il cambio di marcia, l’Unione continua a galleggiare sulle percentuali dell’ultima, catastrofica tornata elettorale. È invece l’Afd (Alternativa per la Germania) a crescere nei sondaggi in maniera esponenziale. Stando a una recentissima rilevazione dell’istituto Insa, il partito sovranista tedesco ha raggiunto il suo massimo storico, attestandosi al 22% delle preferenze. In pratica, è la seconda forza del Paese, ben al disopra della Spd (18%). E ora sta addirittura tallonando l’Unione (26%). Questi risultati, ovviamente, stanno mandando al manicomio l’intero apparato politico-mediatico tedesco, che continua a parlare di un improbabile «ritorno del nazismo». Un mese fa, poi, la doccia era stata particolarmente gelata: nel distretto rurale di Sonneberg, in Turingia, l’Afd ha vinto la sua prima, storica elezione: al ballottaggio con il candidato della Cdu, appoggiato da tutti gli altri partiti, l’ha infatti spuntata lo sfidante Robert Sesselmann con il 52,8% dei voti. Anche se il circondario di Sonneberg conta poco più di 50.000 anime, la stampa nazionale non ha esitato a parlare di «miracolo blu» (dal colore del partito). A fare le spese della crescita dell’Afd, insomma, non sono solo i partiti di governo, ma anche la Cdu, che sta tentando con estrema difficoltà di riaccreditarsi presso l’elettorato di destra. È per questo motivo che si è riaperto un vecchio dibattito: è opportuno allearsi tatticamente con l’Afd, o è meglio continuare la politica del Brandmauer, del «cordone sanitario»? Domenica scorsa, durante un’intervista alla Zdf, Friedrich Merz si era mostrato possibilista. Se su un piano regionale, nazionale ed europeo, una collaborazione è esclusa, il presidente della Cdu aveva dichiarato che «nei parlamenti comunali devono essere battute nuove strade per amministrare le città e i distretti». Parole che sono state accolte con grande soddisfazione da Tino Chrupalla: «Stanno cominciando a cadere le prime pietre del muro neroverde, a tutto vantaggio dei cittadini», aveva commentato su Twitter il copresidente dell’Afd. La seppur timida apertura di Merz, tuttavia, ha trovato di fronte a sé un vero e proprio fuoco di sbarramento: «La Cdu non lavorerà mai con un partito la cui offerta elettorale sono l’odio, la divisione e l’esclusione», ha dichiarato ad esempio il sindaco (cristianodemocratico) di Berlino, Kai Wegner. Uno, tanto per intendersi, che in questi giorni ha proposto di inserire l’«identità di genere» nella Costituzione tedesca… Ma il primo cittadino berlinese non è certo stato l’unico: diversi esponenti della Cdu, anche autorevoli, hanno criticato molto aspramente il proprio presidente. «Che si tratti di un consiglio locale o del parlamento, i radicali di destra rimangono radicali di destra. Per i cristianodemocratici, gli estremisti di destra sono SEMPRE nemici!», ha tuonato su Twitter Yvonne Magwas, vicepresidente del Bundestag e membro del direttivo della Cdu. Di fronte a tutte queste rimostranze, Merz ha dovuto fare marcia indietro: «Per essere ancora più chiaro, con l’Afd non ci sarà alcuna collaborazione neanche a livello comunale», ha infine capitolato il presidente della Cdu. In realtà, questo dibattito non è nuovo. Già nel 2019 molti amministratori locali del partito avevano evocato la necessità di allearsi con l’Afd per non lasciar vincere i propri avversari di sinistra. Naturalmente, per amor di ideologia, non se ne fece nulla. Ma i risultati parlano chiaro: la crisi della Cdu non solo non è stata superata, ma si è addirittura acuita. E ora i sovranisti distano solo quattro punti percentuali dalla (ormai ex) balena bianca tedesca.
Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.
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Da sinistra, Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e dietro Keir Starmer (Ansa)
E proprio nel giorno in cui sono iniziate le esercitazioni aeree Ramstein flag 2026, che fino al 19 giugno impegneranno 150 aerei da combattimento dell’Alleanza atlantica in Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, in gran parte presso i confini della Russia. Tra l’altro il governo lettone è caduto neanche un mese fa a causa di un velivolo senza pilota ucraino che si era schiantato sul territorio.
Il drone non è stato definito per quello che era, cioè ucraino, ma, pudicamente, «straniero», dal comunicato del ministero della Difesa lettone. Si è comunque incolpata Mosca asserendo che la deviazione dalla sua rotta era dovuta a interferenze elettroniche, il classico «jamming», attuate dai russi, anziché da ipotetici errori del sistema di guida. Riga ha diramato: «Nello spazio aereo lettone, sulla regione della Latgallia, caccia della missione Nato Baltic air policing hanno abbattuto un veicolo aereo senza pilota straniero entrato in Lettonia a seguito di guerra elettromagnetica russa. I caccia erano stati fatti decollare in risposta alla minaccia nello spazio aereo lettone». L’allarme era accompagnato da un avviso specifico per gli abitanti dei comuni di Ludza, Balvi e Aluksne, ai confini orientali.
Ad abbattere il drone è stato un caccia francese Dassault Rafale del contingente alleato che, a rotazione, assicura la difesa aerea delle Repubbliche baltiche nell’ambito della Baltic air policing. Poiché i Paesi baltici non hanno caccia supersonici, le squadriglie di altre nazioni Nato s’avvicendano a turno sulle loro basi, pronte su allarme. Il Rafale era decollato dalla base di Siauliai, nella vicina Lituania, dove sono stanziati anche F-16 rumeni, mentre in Estonia ci sono F-16 portoghesi. In Estonia è terminata solo due mesi fa una missione dell’Aeronautica italiana, la Baltic eagle III, che ha visto schierati da agosto 2025 ad aprile 2026 caccia F-35 ed Eurofighter italiani, uno dei quali aveva intercettato lo scorso 18 marzo un caccia russo Su-30 sconfinato presso l’isola di Vaindloo.
Ieri un altro drone, pare ucraino, è finito fuori rotta entrando nello spazio aereo della Moldavia e schiantandosi in un campo senza fare danni né vittime. Tutto ciò mentre dal vertice fra il presidente ucraino Volodymir Zelensky, il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si ribadiva la richiesta di un dialogo con la Russia, ma a condizione di «cessate il fuoco immediato, congelamento dell’attuale linea del fronte, garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina e congelamento degli asset russi fino a risarcimento dei danni di guerra». I Paesi E3 hanno promesso a Zelensky che nei prossimi vertici, il G7 di Evian il 15-17 giugno, il vertice Nato di Ankara il 7-8 luglio e il summit dei Paesi «volenterosi» di Parigi il 14 luglio, si discuterà l’intensificazione del sostegno militare all’Ucraina, con l’aumento di produzione di sistemi di difesa e sviluppo congiunto di capacità antimissile e di attacco a lungo raggio. Da Mosca il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha già definito irricevibili le condizioni: «È difficile immaginare accordi con Kiev in queste condizioni». Ha definito «incoerenti» le posizioni emerse a Londra: «Parlano di pace e allo stesso tempo evidenziano la loro intenzione di aiutare il regime di Kiev a produrre nuovi tipi di armi per continuare la guerra».
Ma il summit E3-Ucraina è anche legato alle polemiche contro il governo di Giorgia Meloni sulla mancata presenza dell’Italia, che invece sarà in prima fila al G7, al vertice Nato e a quello dei volenterosi. Una risposta l’ha data la Germania, col portavoce Stefan Kornelius, che ha assicurato che l’Italia e la Polonia non sono da meno degli altri: «Polonia e Italia sono anch’esse coinvolte nel processo. V’è uno scambio costante con tutti i partner europei. Il formato E3 è un formato consolidato e collaudato. Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi s’è dimostrato più volte vantaggioso preparare i vari passaggi anche in una cerchia ristretta. Ciò non significa che gli altri partner europei non siano coinvolti».
Intanto la guerra macina distruzione. Ieri la Russia ha lanciato sull’Ucraina «155 droni, di cui 124 abbattuti», sostiene l’aviazione di Kiev. Alcuni ordigni hanno colpito una fermata d’autobus a Zaporizhzhia, uccidendo due persone e ferendone 15. Un raid su Konotop, nell’area di Sumy, ha causato la morte di una donna e il ferimento di tre persone. Ieri il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, ha rivelato che è stato collaudato un sistema di droni da intercettazione, denominato Brave1, in grado di centrare autonomamente i droni d’attacco russi Shahed.
Anche gli ucraini attaccano in profondità. Un drone di Kiev ha colpito il treno Mosca-Simferopoli, uccidendo un passeggero e ferendone un altro. Sempre vicino a Simferopoli i velivoli senza pilota ucraini hanno incendiato un deposito di petrolio, inoltre altre cisterne di greggio sono state colpite a Grushevaya Balka, presso Novorossiysk, come parte della strategia di lungo periodo mirata a logorare il settore energetico russo. Il ministero della Difesa di Mosca ha sostenuto che nelle ore precedenti erano stati «neutralizzati 300 droni ucraini». Di essi, almeno sette erano diretti sulla capitale, ma secondo il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanyan, sono stati abbattuti, sebbene l’allarme abbia causato la chiusura dell’aeroporto.
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