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2023-07-25
Sánchez tentato dagli indipendentisti. Ma Puigdemont ora rischia l’arresto
Alberto Núñez Feijóo (Ansa)
Chi lo sa se in Spagna hanno il numero di telefono di Mario Draghi: i risultati delle elezioni dell’altro ieri non hanno prodotto alcuna maggioranza al Congresso dei deputati, e così adesso occorrerà qualche alchimia parlamentare per scongiurare un ritorno alle urne. L’opzione di una ripetizione delle elezioni entro pochi mesi, diciamolo subito, è assai remota: tutto il mondo è paese, ed è molto difficile convincere i parlamentari eletti a tornarsene a casa appena insediati. Molto probabilmente prevarrà il famigerato «senso di responsabilità», che poi tradotto vuol dire la necessità di salvare le poltrone.
Il quadro è questo: il Partito popolare vince le elezioni legislative ottenendo il 33% dei voti e 136 seggi, mentre nel 2019 aveva il 20% e 89 seggi; il Partito socialista ottiene il 31,7% e 122 seggi rispetto al 28% e 120 seggi di quattro anni fa; esce ammaccato dalle urne, rispetto alle attese e in termini di parlamentari eletti, il partito sovranista Vox, che ottiene il 12,4% e 33 seggi, ben 19 di meno rispetto al parlamento uscente (nel 2019 aveva preso il 15% e 52 seggi). La sinistra di Sumar con il 12,3% ottiene 31 seggi (nel 2019 non c’era). A seguire, i partiti indipendentisti catalani Erc e Junts hanno ottenuto 7 seggi ciascuno, Eh Bildu 6 e il Partito nazionalista basco 5. In Senato, invece, il Pp può contare su una maggioranza assoluta di 143 seggi, contro i 92 dei socialisti.
Vittoria di Pirro, quella del Partito popolare guidato da Alberto Núñez Feijóo: il governatore della Galizia contava sull’alleanza con i sovranisti di Vox guidati da Santiago Abascal, che fanno parte del gruppo europeo Ecr, guidato da Giorgia Meloni (i due si sono sentiti al telefono la scorsa notte), ma il deludente risultato del partito di destra non permette all’alleanza di centrodestra di raggiungere la maggioranza al Congresso, fissata a quota 176: i due partiti insieme contano su 169 seggi.
Sul versante opposto, esulta per il pareggio il premier uscente Pedro Sánchez: il suo Psoe veniva dato in crisi dai sondaggi e aveva perso di brutto le regionali e le comunali dello scorso maggio, flop che lo aveva convinto a convocare elezioni anticipate. I socialisti invece hanno tenuto, anzi guadagnato qualche seggio, e il loro primo obiettivo, quello di evitare un governo Pp-Vox, è stato raggiunto. Per restare primo ministro, però, a Sánchez non basterà l’appoggio di Sumar, l’unione di sinistra guidata da Yolanda Diaz: le due forze politiche, seppure dovessero allearsi con i partitini che hanno sostenuto il governo Sánchez, ovvero i catalani di Erc, i nazionalisti baschi di Pnv, i baschi di sinistra radicale di Bildu e il Blocco nazionalista galiziano, si fermano a quota 172 seggi.
Sánchez ha di fronte diverse strade per tentare di restare premier, a partire da un’alleanza con i catalani di Junts, il partito di Charles Puigdemont. Particolare non trascurabile: proprio ieri l’Ufficio del procuratore della Corte suprema ha chiesto al giudice istruttore Pablo Llarena di emettere mandati di cattura internazionali contro lo stesso Puigdemont e l’ex ministro catalano Antoni Comin, esiliati in Belgio. La richiesta segue la sentenza del Tribunale dell’Unione europea che revocherà l’immunità agli europarlamentari indipendentisti catalani: Puidgemont, ricordiamolo, è deputato europeo, da ex presidente catalano fu protagonista, nel 2017, di un fallito tentativo di secessione, e da allora è ricercato dalla giustizia di Madrid. «Un giorno sei decisivo per formare un governo in Spagna», ha commentato Puigdemont su Twitter, «il giorno dopo la Spagna ordina il tuo arresto».
Sempre ieri, l’europarlamentare indipendentista catalana di Junts, Clara Ponsati, è stata arrestata al suo ritorno a Barcellona, in seguito al mandato di arresto emesso dalla Corte suprema. Junts, nelle ore immediatamente successive alla conclusione dello spoglio, ha posto come condizione per sostenere Sánchez un referendum per l’autodeterminazione della Catalogna e l’amnistia per i ricercati in seguito al fallito golpe del 2017: i vertici del Psoe hanno risposto picche, ma siamo alle schermaglie, considerato che le trattative sono già iniziate.
Il quadro è confuso, e del resto anche Feijóo non rinuncia a coltivare sogni di premierato: «È nostro dovere che non si apra un periodo di incertezza», ha detto lo stesso Feijóo «e chiedo al Psoe di non bloccare il governo della Spagna. Abbiamo vinto le elezioni e spetta a noi cercare di formare il governo». Curiosità: mentre il leader dei Popolari parlava dal palco, dalla platea si è alzato il coro «Ayuso, Ayuso!», invocazione alla presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, esponente di spicco del Pp che ha sorriso maliziosamente. «Il blocco involuzionista ha fallito», ha proclamato da parte sua Sánchez, «coloro che proponevano il machismo, la regressione dei diritti e delle libertà hanno fallito, il blocco formato dal Partito popolare e da Vox sono stati sconfitti. Siamo in molti a volere che la Spagna continui ad avanzare».
L’insediamento del nuovo Congresso è fissato per il 17 agosto; nei giorni successivi, si costituiranno i gruppi parlamentari, poi inizieranno le consultazioni di Re Felipe IV che al termine dei colloqui con i partiti potrà conferire l’incarico a un candidato per provare a formare un nuovo governo. A Madrid soffia anche aria di «larghe intese». Molti osservatori e addetti ai lavori puntano su una coalizione Popolari-Socialisti, che se le sono date di santa ragione fino a ieri ma che potrebbero dare vita a un «patto programmatico»: sarebbe il sogno della nomenklatura di Bruxelles, ma ci vorrebbe un Draghi spagnolo, o almeno un Giuseppe Conte modello gialloverde, per tenere uniti i due avversari di sempre.
Torniamo a Vox: i sondaggi che davano il partito di Santiago Abascal col vento in poppa si sono rivelati fallaci, forse a causa di una campagna molto aggressiva condotta dai Popolari contro il probabile alleato. Gli elettori spagnoli non hanno votato a sinistra, ma hanno preferito i moderati del Partito popolare rispetto ai sovranisti di Abascal, un dato che sarà oggetto inevitabilmente di analisi dei flussi elettorali, ma che sta dando fiato ai trombettieri di sinistra di tutta Europa. Manco a dirlo, il Pd di Elly Schlein si è fiondato sul risultato spagnolo: «È la dimostrazione», ha detto la Schlein, «che l’onda nera si può fermare quando non si punta ad alimentare le paure ma a risolvere i problemi concreti delle persone». L’esatto contrario di quello che sta facendo la Schlein.
La Cdu fa la retro sugli accordi coi sovranisti
In Germania il governo di Olaf Scholz è in crisi nera di consensi. La sua coalizione «semaforo» (dai colori dei tre partiti della maggioranza), infatti, non convince i tedeschi e conferma tutti i dubbi del settembre del 2021, una volta scrutinati i voti delle elezioni federali: un esecutivo di compromesso tra verdi, liberali (gialli) e socialdemocratici (rossi) molto difficilmente combinerà qualcosa di buono. E così è andata: un’armocromia uscita decisamente male.
Del calo di popolarità del governo, e soprattutto di Spd e Fdp, in teoria dovrebbe giovare la Cdu che, dopo la cura Merkel, nel 2021 ha ottenuto il peggior risultato della sua lunga storia. L’elezione del conservatore Friedrich Merz alla guida dei cristianodemocratici, del resto, sembrava aver reindirizzato l’Unione (coalizione formata dalla Cdu e dalla Csu bavarese) su un percorso più consono alle sue radici politiche, di fatto rinnegate dalla cancelliera, che aveva spostato il partito sempre più a sinistra. Eppure, nonostante il cambio di marcia, l’Unione continua a galleggiare sulle percentuali dell’ultima, catastrofica tornata elettorale.
È invece l’Afd (Alternativa per la Germania) a crescere nei sondaggi in maniera esponenziale. Stando a una recentissima rilevazione dell’istituto Insa, il partito sovranista tedesco ha raggiunto il suo massimo storico, attestandosi al 22% delle preferenze. In pratica, è la seconda forza del Paese, ben al disopra della Spd (18%). E ora sta addirittura tallonando l’Unione (26%).
Questi risultati, ovviamente, stanno mandando al manicomio l’intero apparato politico-mediatico tedesco, che continua a parlare di un improbabile «ritorno del nazismo». Un mese fa, poi, la doccia era stata particolarmente gelata: nel distretto rurale di Sonneberg, in Turingia, l’Afd ha vinto la sua prima, storica elezione: al ballottaggio con il candidato della Cdu, appoggiato da tutti gli altri partiti, l’ha infatti spuntata lo sfidante Robert Sesselmann con il 52,8% dei voti. Anche se il circondario di Sonneberg conta poco più di 50.000 anime, la stampa nazionale non ha esitato a parlare di «miracolo blu» (dal colore del partito).
A fare le spese della crescita dell’Afd, insomma, non sono solo i partiti di governo, ma anche la Cdu, che sta tentando con estrema difficoltà di riaccreditarsi presso l’elettorato di destra. È per questo motivo che si è riaperto un vecchio dibattito: è opportuno allearsi tatticamente con l’Afd, o è meglio continuare la politica del Brandmauer, del «cordone sanitario»? Domenica scorsa, durante un’intervista alla Zdf, Friedrich Merz si era mostrato possibilista. Se su un piano regionale, nazionale ed europeo, una collaborazione è esclusa, il presidente della Cdu aveva dichiarato che «nei parlamenti comunali devono essere battute nuove strade per amministrare le città e i distretti». Parole che sono state accolte con grande soddisfazione da Tino Chrupalla: «Stanno cominciando a cadere le prime pietre del muro neroverde, a tutto vantaggio dei cittadini», aveva commentato su Twitter il copresidente dell’Afd.
La seppur timida apertura di Merz, tuttavia, ha trovato di fronte a sé un vero e proprio fuoco di sbarramento: «La Cdu non lavorerà mai con un partito la cui offerta elettorale sono l’odio, la divisione e l’esclusione», ha dichiarato ad esempio il sindaco (cristianodemocratico) di Berlino, Kai Wegner. Uno, tanto per intendersi, che in questi giorni ha proposto di inserire l’«identità di genere» nella Costituzione tedesca…
Ma il primo cittadino berlinese non è certo stato l’unico: diversi esponenti della Cdu, anche autorevoli, hanno criticato molto aspramente il proprio presidente. «Che si tratti di un consiglio locale o del parlamento, i radicali di destra rimangono radicali di destra. Per i cristianodemocratici, gli estremisti di destra sono SEMPRE nemici!», ha tuonato su Twitter Yvonne Magwas, vicepresidente del Bundestag e membro del direttivo della Cdu. Di fronte a tutte queste rimostranze, Merz ha dovuto fare marcia indietro: «Per essere ancora più chiaro, con l’Afd non ci sarà alcuna collaborazione neanche a livello comunale», ha infine capitolato il presidente della Cdu.
In realtà, questo dibattito non è nuovo. Già nel 2019 molti amministratori locali del partito avevano evocato la necessità di allearsi con l’Afd per non lasciar vincere i propri avversari di sinistra. Naturalmente, per amor di ideologia, non se ne fece nulla. Ma i risultati parlano chiaro: la crisi della Cdu non solo non è stata superata, ma si è addirittura acuita. E ora i sovranisti distano solo quattro punti percentuali dalla (ormai ex) balena bianca tedesca.
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La Suprema corte stronca la velleità del premier uscente di tentare un’alleanza coi catalani di Junts. Alla coalizione di destra mancano 7 seggi, tuttavia Alberto Núñez Feijóo ci crede: abbiamo vinto, formeremo il governo.Autogol del presidente dei cristiano-democratici: prima apre all’intesa nei Comuni con Afd, po smentisce.Lo speciale contiene due articoliChi lo sa se in Spagna hanno il numero di telefono di Mario Draghi: i risultati delle elezioni dell’altro ieri non hanno prodotto alcuna maggioranza al Congresso dei deputati, e così adesso occorrerà qualche alchimia parlamentare per scongiurare un ritorno alle urne. L’opzione di una ripetizione delle elezioni entro pochi mesi, diciamolo subito, è assai remota: tutto il mondo è paese, ed è molto difficile convincere i parlamentari eletti a tornarsene a casa appena insediati. Molto probabilmente prevarrà il famigerato «senso di responsabilità», che poi tradotto vuol dire la necessità di salvare le poltrone. Il quadro è questo: il Partito popolare vince le elezioni legislative ottenendo il 33% dei voti e 136 seggi, mentre nel 2019 aveva il 20% e 89 seggi; il Partito socialista ottiene il 31,7% e 122 seggi rispetto al 28% e 120 seggi di quattro anni fa; esce ammaccato dalle urne, rispetto alle attese e in termini di parlamentari eletti, il partito sovranista Vox, che ottiene il 12,4% e 33 seggi, ben 19 di meno rispetto al parlamento uscente (nel 2019 aveva preso il 15% e 52 seggi). La sinistra di Sumar con il 12,3% ottiene 31 seggi (nel 2019 non c’era). A seguire, i partiti indipendentisti catalani Erc e Junts hanno ottenuto 7 seggi ciascuno, Eh Bildu 6 e il Partito nazionalista basco 5. In Senato, invece, il Pp può contare su una maggioranza assoluta di 143 seggi, contro i 92 dei socialisti. Vittoria di Pirro, quella del Partito popolare guidato da Alberto Núñez Feijóo: il governatore della Galizia contava sull’alleanza con i sovranisti di Vox guidati da Santiago Abascal, che fanno parte del gruppo europeo Ecr, guidato da Giorgia Meloni (i due si sono sentiti al telefono la scorsa notte), ma il deludente risultato del partito di destra non permette all’alleanza di centrodestra di raggiungere la maggioranza al Congresso, fissata a quota 176: i due partiti insieme contano su 169 seggi. Sul versante opposto, esulta per il pareggio il premier uscente Pedro Sánchez: il suo Psoe veniva dato in crisi dai sondaggi e aveva perso di brutto le regionali e le comunali dello scorso maggio, flop che lo aveva convinto a convocare elezioni anticipate. I socialisti invece hanno tenuto, anzi guadagnato qualche seggio, e il loro primo obiettivo, quello di evitare un governo Pp-Vox, è stato raggiunto. Per restare primo ministro, però, a Sánchez non basterà l’appoggio di Sumar, l’unione di sinistra guidata da Yolanda Diaz: le due forze politiche, seppure dovessero allearsi con i partitini che hanno sostenuto il governo Sánchez, ovvero i catalani di Erc, i nazionalisti baschi di Pnv, i baschi di sinistra radicale di Bildu e il Blocco nazionalista galiziano, si fermano a quota 172 seggi. Sánchez ha di fronte diverse strade per tentare di restare premier, a partire da un’alleanza con i catalani di Junts, il partito di Charles Puigdemont. Particolare non trascurabile: proprio ieri l’Ufficio del procuratore della Corte suprema ha chiesto al giudice istruttore Pablo Llarena di emettere mandati di cattura internazionali contro lo stesso Puigdemont e l’ex ministro catalano Antoni Comin, esiliati in Belgio. La richiesta segue la sentenza del Tribunale dell’Unione europea che revocherà l’immunità agli europarlamentari indipendentisti catalani: Puidgemont, ricordiamolo, è deputato europeo, da ex presidente catalano fu protagonista, nel 2017, di un fallito tentativo di secessione, e da allora è ricercato dalla giustizia di Madrid. «Un giorno sei decisivo per formare un governo in Spagna», ha commentato Puigdemont su Twitter, «il giorno dopo la Spagna ordina il tuo arresto». Sempre ieri, l’europarlamentare indipendentista catalana di Junts, Clara Ponsati, è stata arrestata al suo ritorno a Barcellona, in seguito al mandato di arresto emesso dalla Corte suprema. Junts, nelle ore immediatamente successive alla conclusione dello spoglio, ha posto come condizione per sostenere Sánchez un referendum per l’autodeterminazione della Catalogna e l’amnistia per i ricercati in seguito al fallito golpe del 2017: i vertici del Psoe hanno risposto picche, ma siamo alle schermaglie, considerato che le trattative sono già iniziate. Il quadro è confuso, e del resto anche Feijóo non rinuncia a coltivare sogni di premierato: «È nostro dovere che non si apra un periodo di incertezza», ha detto lo stesso Feijóo «e chiedo al Psoe di non bloccare il governo della Spagna. Abbiamo vinto le elezioni e spetta a noi cercare di formare il governo». Curiosità: mentre il leader dei Popolari parlava dal palco, dalla platea si è alzato il coro «Ayuso, Ayuso!», invocazione alla presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, esponente di spicco del Pp che ha sorriso maliziosamente. «Il blocco involuzionista ha fallito», ha proclamato da parte sua Sánchez, «coloro che proponevano il machismo, la regressione dei diritti e delle libertà hanno fallito, il blocco formato dal Partito popolare e da Vox sono stati sconfitti. Siamo in molti a volere che la Spagna continui ad avanzare». L’insediamento del nuovo Congresso è fissato per il 17 agosto; nei giorni successivi, si costituiranno i gruppi parlamentari, poi inizieranno le consultazioni di Re Felipe IV che al termine dei colloqui con i partiti potrà conferire l’incarico a un candidato per provare a formare un nuovo governo. A Madrid soffia anche aria di «larghe intese». Molti osservatori e addetti ai lavori puntano su una coalizione Popolari-Socialisti, che se le sono date di santa ragione fino a ieri ma che potrebbero dare vita a un «patto programmatico»: sarebbe il sogno della nomenklatura di Bruxelles, ma ci vorrebbe un Draghi spagnolo, o almeno un Giuseppe Conte modello gialloverde, per tenere uniti i due avversari di sempre. Torniamo a Vox: i sondaggi che davano il partito di Santiago Abascal col vento in poppa si sono rivelati fallaci, forse a causa di una campagna molto aggressiva condotta dai Popolari contro il probabile alleato. Gli elettori spagnoli non hanno votato a sinistra, ma hanno preferito i moderati del Partito popolare rispetto ai sovranisti di Abascal, un dato che sarà oggetto inevitabilmente di analisi dei flussi elettorali, ma che sta dando fiato ai trombettieri di sinistra di tutta Europa. Manco a dirlo, il Pd di Elly Schlein si è fiondato sul risultato spagnolo: «È la dimostrazione», ha detto la Schlein, «che l’onda nera si può fermare quando non si punta ad alimentare le paure ma a risolvere i problemi concreti delle persone». L’esatto contrario di quello che sta facendo la Schlein. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanchez-tentato-dagli-indipendentisti-ma-puigdemont-ora-rischia-larresto-2662331990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cdu-fa-la-retro-sugli-accordi-coi-sovranisti" data-post-id="2662331990" data-published-at="1690224869" data-use-pagination="False"> La Cdu fa la retro sugli accordi coi sovranisti In Germania il governo di Olaf Scholz è in crisi nera di consensi. La sua coalizione «semaforo» (dai colori dei tre partiti della maggioranza), infatti, non convince i tedeschi e conferma tutti i dubbi del settembre del 2021, una volta scrutinati i voti delle elezioni federali: un esecutivo di compromesso tra verdi, liberali (gialli) e socialdemocratici (rossi) molto difficilmente combinerà qualcosa di buono. E così è andata: un’armocromia uscita decisamente male. Del calo di popolarità del governo, e soprattutto di Spd e Fdp, in teoria dovrebbe giovare la Cdu che, dopo la cura Merkel, nel 2021 ha ottenuto il peggior risultato della sua lunga storia. L’elezione del conservatore Friedrich Merz alla guida dei cristianodemocratici, del resto, sembrava aver reindirizzato l’Unione (coalizione formata dalla Cdu e dalla Csu bavarese) su un percorso più consono alle sue radici politiche, di fatto rinnegate dalla cancelliera, che aveva spostato il partito sempre più a sinistra. Eppure, nonostante il cambio di marcia, l’Unione continua a galleggiare sulle percentuali dell’ultima, catastrofica tornata elettorale. È invece l’Afd (Alternativa per la Germania) a crescere nei sondaggi in maniera esponenziale. Stando a una recentissima rilevazione dell’istituto Insa, il partito sovranista tedesco ha raggiunto il suo massimo storico, attestandosi al 22% delle preferenze. In pratica, è la seconda forza del Paese, ben al disopra della Spd (18%). E ora sta addirittura tallonando l’Unione (26%). Questi risultati, ovviamente, stanno mandando al manicomio l’intero apparato politico-mediatico tedesco, che continua a parlare di un improbabile «ritorno del nazismo». Un mese fa, poi, la doccia era stata particolarmente gelata: nel distretto rurale di Sonneberg, in Turingia, l’Afd ha vinto la sua prima, storica elezione: al ballottaggio con il candidato della Cdu, appoggiato da tutti gli altri partiti, l’ha infatti spuntata lo sfidante Robert Sesselmann con il 52,8% dei voti. Anche se il circondario di Sonneberg conta poco più di 50.000 anime, la stampa nazionale non ha esitato a parlare di «miracolo blu» (dal colore del partito). A fare le spese della crescita dell’Afd, insomma, non sono solo i partiti di governo, ma anche la Cdu, che sta tentando con estrema difficoltà di riaccreditarsi presso l’elettorato di destra. È per questo motivo che si è riaperto un vecchio dibattito: è opportuno allearsi tatticamente con l’Afd, o è meglio continuare la politica del Brandmauer, del «cordone sanitario»? Domenica scorsa, durante un’intervista alla Zdf, Friedrich Merz si era mostrato possibilista. Se su un piano regionale, nazionale ed europeo, una collaborazione è esclusa, il presidente della Cdu aveva dichiarato che «nei parlamenti comunali devono essere battute nuove strade per amministrare le città e i distretti». Parole che sono state accolte con grande soddisfazione da Tino Chrupalla: «Stanno cominciando a cadere le prime pietre del muro neroverde, a tutto vantaggio dei cittadini», aveva commentato su Twitter il copresidente dell’Afd. La seppur timida apertura di Merz, tuttavia, ha trovato di fronte a sé un vero e proprio fuoco di sbarramento: «La Cdu non lavorerà mai con un partito la cui offerta elettorale sono l’odio, la divisione e l’esclusione», ha dichiarato ad esempio il sindaco (cristianodemocratico) di Berlino, Kai Wegner. Uno, tanto per intendersi, che in questi giorni ha proposto di inserire l’«identità di genere» nella Costituzione tedesca… Ma il primo cittadino berlinese non è certo stato l’unico: diversi esponenti della Cdu, anche autorevoli, hanno criticato molto aspramente il proprio presidente. «Che si tratti di un consiglio locale o del parlamento, i radicali di destra rimangono radicali di destra. Per i cristianodemocratici, gli estremisti di destra sono SEMPRE nemici!», ha tuonato su Twitter Yvonne Magwas, vicepresidente del Bundestag e membro del direttivo della Cdu. Di fronte a tutte queste rimostranze, Merz ha dovuto fare marcia indietro: «Per essere ancora più chiaro, con l’Afd non ci sarà alcuna collaborazione neanche a livello comunale», ha infine capitolato il presidente della Cdu. In realtà, questo dibattito non è nuovo. Già nel 2019 molti amministratori locali del partito avevano evocato la necessità di allearsi con l’Afd per non lasciar vincere i propri avversari di sinistra. Naturalmente, per amor di ideologia, non se ne fece nulla. Ma i risultati parlano chiaro: la crisi della Cdu non solo non è stata superata, ma si è addirittura acuita. E ora i sovranisti distano solo quattro punti percentuali dalla (ormai ex) balena bianca tedesca.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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