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2025-05-03
Sánchez nasconde la causa del blackout per non ammettere l’harakiri ecologista
Pedro Sánchez (Ansa)
Ma, secondo voi, ce la diranno la causa del blackout? Io dico di no, e per due ragioni. Intanto, perché hanno subito messo le mani avanti con una stravaganza - quella delle vibrazioni atmosferiche - che, solo a leggerla, lasciava senza parole: excusatio non petita, eccetera. Poi perché a oggi non dicono nulla: dicono che devono ancora capire. Il fatto stesso che debbano ancora capire dovrebbe giustificare le massime autorità politiche a licenziare in tronco gli ingegneri preposti al controllo della stabilità della rete. Non perché essa è stata instabile, ma perché neanche ne sanno la ragione. Siccome le massime autorità politiche iberiche non licenziano nessuno, la cosa più probabile è che esse siano state informate della causa esatta dello scompenso. E non la dicono solo perché non possono dirla. Sono ancora a cogitare una possibile «spiegazione» da fornire al popolo bue.
Qualunque sia la spiegazione che forniranno, rimane una profonda verità: su eolico e fotovoltaico deve essere messa una pietra tombale. Perché, anche quando lo scompenso elettrico causa del blackout iberico non fosse da attribuire a queste tecnologie ballerine, il fatto è che esse sono ben suscettibili a generare simili scompensi. Il sistema elettrico funziona secondo un principio fondamentale: l’equilibrio istantaneo tra domanda e produzione e la quantità di energia elettrica prodotta deve corrispondere esattamente, in ogni istante, a quella consumata. Al momento del collasso iberico, la produzione elettrica era garantita, leggo, per oltre il 70% da eolico e fotovoltaico. Naturalmente in questi casi in cui ci si affida così tanto a queste tecnologie, la possibilità di scompensi è elevata (che so, un calo di vento o un cielo che si annuvola rapidamente). Nulla di grave se si è predisposti a compensare gli scompensi. Ma come si compensa agli scompensi? Ecco, qui casca l’asino: con gli impianti che non si vogliono, cioè quelli a combustibili fossili e, specificamente, quelli a turbogas, purché siano collegati in rete e, soprattutto, purché siano già accesi. Perché solo se sono collegati e accesi lo scompenso si rimedia in pochi secondi.
Va detto che quando lo scompenso è importante, la presenza di impianti nucleari aggrava la situazione, perché questi, in presenza di scompenso si spengono automaticamente per sicurezza, cosicché lo scompenso diventa ancora più importante. Per dirla tutta, gli impianti nucleari non possono permettersi di subire un blackout perché i loro circuiti di raffreddamento funzionano con l’elettricità e, in mancanza di questa dalla rete, devono generarsela da soli con generatori diesel in loco, che devono essere perfettamente funzionanti, pena effetto Fukushima.
Allora, qui siamo a un’impasse: il Green deal di Ursula von der Leyen vuole eolico e fotovoltaico - e, per non farsi mancare niente in questo «deal» (vien da ridere a chiamarlo così) vuole anche l’autotrazione elettrica - allo scopo di azzerare l’uso dei combustibili fossili, ma eolico e fotovoltaico richiedono, per funzionare in sicurezza, tutti gli odiati impianti, massimamente quelli a turbogas (per la precisione, anche quelli idroelettrici farebbero allo scopo, ma non sempre le condizioni idrogeologiche permettono di averne a sufficienza). Inoltre, quando si ha la certa certezza che quelli alternativi non funzionano (per esempio i fotovoltaici certamente non funzionano per ben 16 ore al giorno, tra le 5 della sera e le 9 del mattino), bisogna affidarsi solo agli odiati convenzionali, e riguardo a essi, non se ne può chiudere neanche uno a fronte dell’apertura di qualcuno alternativo. Perché neanche uno? Perché quelli alternativi contribuiscono zero quando la domanda è massima.
Insomma, gli impianti odiati sono indispensabili esattamente come sono indispensabili i vigili del fuoco, cui bisogna pagare lo stipendio giornaliero anche nei giorni privi di incendi, altrimenti si licenzierebbero per un lavoro meglio pagato, e nei giorni d’incendio ci si dovrebbe attaccare al tram. Ed esattamente come i vigili del fuoco, anche i proprietari degli odiati impianti convenzionali vogliono essere pagati anche se gli impianti sono spenti ed esser pagati ancora di più se, oltre che spenti, gli impianti sono accesi e in rete, pronti come riserva calda (o «rotante», che dir si voglia) in caso di scompensi. Si può giocare d’azzardo e tenerli spenti - risparmiando sul gas - ma a giocare d’azzardo ogni tanto si perde. Successe una domenica di molti anni fa in Italia, quando lo scompenso fu causato da una repentina interruzione di energia elettrica d’importazione dalla Francia (che transitava per la Svizzera) senza che fossero pronti i necessari turbogas a compensare e quasi l’intero Paese rimase al buio. Nessuna meraviglia che questo è quel che è successo agli iberici. Ma non ce lo diranno mai, neanche sotto tortura: dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto ad aver seguito Ursula e le sue paturnie.
Intanto Madrid corre ai ripari: solare tagliato e ora a tutto gas
Red Eléctrica (Ree) sta utilizzando meno fonti rinnovabili per soddisfare la domanda fisica di energia elettrica, dopo il devastante blackout di lunedì scorso. La capacità fotovoltaica chiamata a produrre è scesa dal 54,86% del giorno del blackout (alle ore 12.30) a una più modesta forchetta 31-38% nei giorni lavorativi seguenti. Ieri, all’ora indicata, c’erano 9.457 Megawatt (Mw) in rete contro i 17.677 del giorno dell’incidente. Specularmente è aumentato l’utilizzo della capacità elettrica alimentata a gas, dal 3% del giorno del blackout (e di molti giorni precedenti) si è passati al 23% il 29 aprile, giorno di ripartenza del sistema, al 12,5% e al 15,4% nei due giorni lavorativi seguenti.
Ree sta dunque tagliando una buona parte dell’enorme produzione fotovoltaica nelle ore di picco massimo di produzione. Evidentemente, nonostante la corsa a difendere le rinnovabili dall’accusa di aver reso fragile la rete iberica, il gestore considera più sicuro affidarsi alla generazione convenzionale per evitare rischi di nuovi squilibri sulla rete.
Un nuovo tassello nella ricostruzione di quanto accaduto, che si unisce ad altri. In primis, le parole della presidente di Red Eléctrica (Ree), Beatriz Corredor. Parlando alla radio il 30 aprile l’ex ministro socialista del governo Zapatero ha difeso l’operato di Red Eléctrica. Invitando ad attendere i risultati dell’inchiesta, per la quale si prevedono tempi lunghi. Ha smentito l’ipotesi di un possibile effetto dell’energia fotovoltaica sull’evento e ha detto che la Spagna ha «il miglior sistema d’Europa». Autogol comunicativo da manuale: se il miglior sistema d’Europa crolla in quel modo, non c’è da stare allegri. Subito dopo Corredor ha detto però che Red Eléctrica ha già «più o meno individuato» la causa dell'accaduto, e che «oggi non succederà più, perché abbiamo imparato». Affermazioni sorprendenti, il cui significato è che la causa del problema è già stata identificata e corretta da Ree. Perché non dirlo apertamente, allora? Forse perché si tratta di verità scomode. La correzione potrebbe proprio essere, nell’immediato, il maggiore utilizzo di fonti convenzionali come quella a gas, che fornisce l’inerzia necessaria a mantenere stabile la frequenza. Molto probabilmente, Ree nel frattempo sta provvedendo a verificare le tipologie di inverter degli impianti fotovoltaici o a correggere la taratura delle apparecchiature.
In un’altra intervista, Corredor ha affermato che il rafforzamento dell’interconnessione elettrica con la Francia è una possibile soluzione per impedire che si verifichi un nuovo blackout, dato che la penisola è elettricamente un’isola. Dunque, al «miglior sistema d’Europa» mancano parecchie cose, in realtà.
Poi ci sono gli allarmi di Red Eléctrica, che già nel maggio 2024, in un rapporto, sollecitava l’attenzione sul problema dei piccoli generatori rinnovabili, che stavano mettendo a dura prova l’infrastruttura. Vi è poi il rapporto finanziario di Redeia, la holding che detiene Ree, che nel febbraio di quest’anno scriveva: «L’elevata penetrazione della generazione di energia rinnovabile senza le necessarie capacità tecniche per una risposta adeguata ai disturbi (piccoli generatori o generatori per autoconsumo) può portare a disconnessioni della generazione, che potrebbero essere gravi e generare uno squilibrio». Poco più oltre, Redeia diceva anche: «La chiusura delle centrali elettriche convenzionali, come quelle a carbone, a ciclo combinato e nucleari comporta una riduzione della potenza costante e della capacità di bilanciamento del sistema elettrico, nonché della sua resilienza e inerzia. Ciò potrebbe aumentare il rischio di incidenti operativi».
Poi ci sono i disservizi verificatisi nei giorni precedenti al blackout: il 22 aprile attorno a Madrid la rete ferroviaria si era bloccata per sbalzi di tensione anomali e una raffineria petrolifera era rimasta al buio. Forse questi sono casi locali legati alla rete locale di distribuzione, o forse no.
Gli strumenti hanno registrato in Europa un’oscillazione inter-area che la rete spagnola non ha gestito, afflosciandosi in cinque secondi. Ma qualunque sia la causa originaria, il fatto è che la rete spagnola non ha retto e il blackout c’è stato. Le rassicurazioni di Corredor (problema già corretto) e il successivo comportamento di Ree (meno fotovoltaico in rete) puntano in una direzione chiara. Si attende la verità ufficiale.
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Il governo iberico sa che il guaio è stato generato da un sistema sbilanciato sulle energie rinnovabili. La verità però è un tabù.Il disastro di Red Eléctrica è anche comunicativo: «Siamo i migliori di tutta Europa».Lo speciale contiene due articoliMa, secondo voi, ce la diranno la causa del blackout? Io dico di no, e per due ragioni. Intanto, perché hanno subito messo le mani avanti con una stravaganza - quella delle vibrazioni atmosferiche - che, solo a leggerla, lasciava senza parole: excusatio non petita, eccetera. Poi perché a oggi non dicono nulla: dicono che devono ancora capire. Il fatto stesso che debbano ancora capire dovrebbe giustificare le massime autorità politiche a licenziare in tronco gli ingegneri preposti al controllo della stabilità della rete. Non perché essa è stata instabile, ma perché neanche ne sanno la ragione. Siccome le massime autorità politiche iberiche non licenziano nessuno, la cosa più probabile è che esse siano state informate della causa esatta dello scompenso. E non la dicono solo perché non possono dirla. Sono ancora a cogitare una possibile «spiegazione» da fornire al popolo bue.Qualunque sia la spiegazione che forniranno, rimane una profonda verità: su eolico e fotovoltaico deve essere messa una pietra tombale. Perché, anche quando lo scompenso elettrico causa del blackout iberico non fosse da attribuire a queste tecnologie ballerine, il fatto è che esse sono ben suscettibili a generare simili scompensi. Il sistema elettrico funziona secondo un principio fondamentale: l’equilibrio istantaneo tra domanda e produzione e la quantità di energia elettrica prodotta deve corrispondere esattamente, in ogni istante, a quella consumata. Al momento del collasso iberico, la produzione elettrica era garantita, leggo, per oltre il 70% da eolico e fotovoltaico. Naturalmente in questi casi in cui ci si affida così tanto a queste tecnologie, la possibilità di scompensi è elevata (che so, un calo di vento o un cielo che si annuvola rapidamente). Nulla di grave se si è predisposti a compensare gli scompensi. Ma come si compensa agli scompensi? Ecco, qui casca l’asino: con gli impianti che non si vogliono, cioè quelli a combustibili fossili e, specificamente, quelli a turbogas, purché siano collegati in rete e, soprattutto, purché siano già accesi. Perché solo se sono collegati e accesi lo scompenso si rimedia in pochi secondi. Va detto che quando lo scompenso è importante, la presenza di impianti nucleari aggrava la situazione, perché questi, in presenza di scompenso si spengono automaticamente per sicurezza, cosicché lo scompenso diventa ancora più importante. Per dirla tutta, gli impianti nucleari non possono permettersi di subire un blackout perché i loro circuiti di raffreddamento funzionano con l’elettricità e, in mancanza di questa dalla rete, devono generarsela da soli con generatori diesel in loco, che devono essere perfettamente funzionanti, pena effetto Fukushima. Allora, qui siamo a un’impasse: il Green deal di Ursula von der Leyen vuole eolico e fotovoltaico - e, per non farsi mancare niente in questo «deal» (vien da ridere a chiamarlo così) vuole anche l’autotrazione elettrica - allo scopo di azzerare l’uso dei combustibili fossili, ma eolico e fotovoltaico richiedono, per funzionare in sicurezza, tutti gli odiati impianti, massimamente quelli a turbogas (per la precisione, anche quelli idroelettrici farebbero allo scopo, ma non sempre le condizioni idrogeologiche permettono di averne a sufficienza). Inoltre, quando si ha la certa certezza che quelli alternativi non funzionano (per esempio i fotovoltaici certamente non funzionano per ben 16 ore al giorno, tra le 5 della sera e le 9 del mattino), bisogna affidarsi solo agli odiati convenzionali, e riguardo a essi, non se ne può chiudere neanche uno a fronte dell’apertura di qualcuno alternativo. Perché neanche uno? Perché quelli alternativi contribuiscono zero quando la domanda è massima. Insomma, gli impianti odiati sono indispensabili esattamente come sono indispensabili i vigili del fuoco, cui bisogna pagare lo stipendio giornaliero anche nei giorni privi di incendi, altrimenti si licenzierebbero per un lavoro meglio pagato, e nei giorni d’incendio ci si dovrebbe attaccare al tram. Ed esattamente come i vigili del fuoco, anche i proprietari degli odiati impianti convenzionali vogliono essere pagati anche se gli impianti sono spenti ed esser pagati ancora di più se, oltre che spenti, gli impianti sono accesi e in rete, pronti come riserva calda (o «rotante», che dir si voglia) in caso di scompensi. Si può giocare d’azzardo e tenerli spenti - risparmiando sul gas - ma a giocare d’azzardo ogni tanto si perde. Successe una domenica di molti anni fa in Italia, quando lo scompenso fu causato da una repentina interruzione di energia elettrica d’importazione dalla Francia (che transitava per la Svizzera) senza che fossero pronti i necessari turbogas a compensare e quasi l’intero Paese rimase al buio. Nessuna meraviglia che questo è quel che è successo agli iberici. Ma non ce lo diranno mai, neanche sotto tortura: dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto ad aver seguito Ursula e le sue paturnie.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanchez-nasconde-causa-blackout-spagna-2671884197.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-madrid-corre-ai-ripari-solare-tagliato-e-ora-a-tutto-gas" data-post-id="2671884197" data-published-at="1746231746" data-use-pagination="False"> Intanto Madrid corre ai ripari: solare tagliato e ora a tutto gas Red Eléctrica (Ree) sta utilizzando meno fonti rinnovabili per soddisfare la domanda fisica di energia elettrica, dopo il devastante blackout di lunedì scorso. La capacità fotovoltaica chiamata a produrre è scesa dal 54,86% del giorno del blackout (alle ore 12.30) a una più modesta forchetta 31-38% nei giorni lavorativi seguenti. Ieri, all’ora indicata, c’erano 9.457 Megawatt (Mw) in rete contro i 17.677 del giorno dell’incidente. Specularmente è aumentato l’utilizzo della capacità elettrica alimentata a gas, dal 3% del giorno del blackout (e di molti giorni precedenti) si è passati al 23% il 29 aprile, giorno di ripartenza del sistema, al 12,5% e al 15,4% nei due giorni lavorativi seguenti. Ree sta dunque tagliando una buona parte dell’enorme produzione fotovoltaica nelle ore di picco massimo di produzione. Evidentemente, nonostante la corsa a difendere le rinnovabili dall’accusa di aver reso fragile la rete iberica, il gestore considera più sicuro affidarsi alla generazione convenzionale per evitare rischi di nuovi squilibri sulla rete. Un nuovo tassello nella ricostruzione di quanto accaduto, che si unisce ad altri. In primis, le parole della presidente di Red Eléctrica (Ree), Beatriz Corredor. Parlando alla radio il 30 aprile l’ex ministro socialista del governo Zapatero ha difeso l’operato di Red Eléctrica. Invitando ad attendere i risultati dell’inchiesta, per la quale si prevedono tempi lunghi. Ha smentito l’ipotesi di un possibile effetto dell’energia fotovoltaica sull’evento e ha detto che la Spagna ha «il miglior sistema d’Europa». Autogol comunicativo da manuale: se il miglior sistema d’Europa crolla in quel modo, non c’è da stare allegri. Subito dopo Corredor ha detto però che Red Eléctrica ha già «più o meno individuato» la causa dell'accaduto, e che «oggi non succederà più, perché abbiamo imparato». Affermazioni sorprendenti, il cui significato è che la causa del problema è già stata identificata e corretta da Ree. Perché non dirlo apertamente, allora? Forse perché si tratta di verità scomode. La correzione potrebbe proprio essere, nell’immediato, il maggiore utilizzo di fonti convenzionali come quella a gas, che fornisce l’inerzia necessaria a mantenere stabile la frequenza. Molto probabilmente, Ree nel frattempo sta provvedendo a verificare le tipologie di inverter degli impianti fotovoltaici o a correggere la taratura delle apparecchiature. In un’altra intervista, Corredor ha affermato che il rafforzamento dell’interconnessione elettrica con la Francia è una possibile soluzione per impedire che si verifichi un nuovo blackout, dato che la penisola è elettricamente un’isola. Dunque, al «miglior sistema d’Europa» mancano parecchie cose, in realtà. Poi ci sono gli allarmi di Red Eléctrica, che già nel maggio 2024, in un rapporto, sollecitava l’attenzione sul problema dei piccoli generatori rinnovabili, che stavano mettendo a dura prova l’infrastruttura. Vi è poi il rapporto finanziario di Redeia, la holding che detiene Ree, che nel febbraio di quest’anno scriveva: «L’elevata penetrazione della generazione di energia rinnovabile senza le necessarie capacità tecniche per una risposta adeguata ai disturbi (piccoli generatori o generatori per autoconsumo) può portare a disconnessioni della generazione, che potrebbero essere gravi e generare uno squilibrio». Poco più oltre, Redeia diceva anche: «La chiusura delle centrali elettriche convenzionali, come quelle a carbone, a ciclo combinato e nucleari comporta una riduzione della potenza costante e della capacità di bilanciamento del sistema elettrico, nonché della sua resilienza e inerzia. Ciò potrebbe aumentare il rischio di incidenti operativi». Poi ci sono i disservizi verificatisi nei giorni precedenti al blackout: il 22 aprile attorno a Madrid la rete ferroviaria si era bloccata per sbalzi di tensione anomali e una raffineria petrolifera era rimasta al buio. Forse questi sono casi locali legati alla rete locale di distribuzione, o forse no. Gli strumenti hanno registrato in Europa un’oscillazione inter-area che la rete spagnola non ha gestito, afflosciandosi in cinque secondi. Ma qualunque sia la causa originaria, il fatto è che la rete spagnola non ha retto e il blackout c’è stato. Le rassicurazioni di Corredor (problema già corretto) e il successivo comportamento di Ree (meno fotovoltaico in rete) puntano in una direzione chiara. Si attende la verità ufficiale.
Guardie della Rivoluzione (Ansa)
La discussione sulla designazione dei pasdaran come organizzazione terroristica «è in corso», ma il quadro resta frammentato. «Ci sono Paesi favorevoli, altri che hanno riserve e altri contrari. Non c’è consenso», ha spiegato un alto diplomatico europeo citato dall’Ansa, chiarendo che alla riunione dei ministri degli Esteri non sono attese decisioni su questo punto. La scelta richiederebbe infatti l’unanimità dei 27, una soglia politica che al momento appare irraggiungibile. In assenza di una decisione netta, Bruxelles si prepara ad annunciare nuove sanzioni contro Teheran, legate alle violazioni dei diritti umani e destinate a colpire anche esponenti delle Guardie della Rivoluzione.
Misure che rischiano però di avere un impatto limitato. I pasdaran sono già sottoposti a sanzioni europee e, come ammettono fonti diplomatiche, un’eventuale designazione come organizzazione terroristica avrebbe soprattutto «una natura simbolica». «Etichettare un apparato statale come terrorista non è qualcosa che si fa ogni giorno», spiegano a Bruxelles, sottolineando come una decisione del genere non possa essere presa «alla leggera». Dietro questa cautela emergono una serie di timori: le possibili ripercussioni sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e l’impatto sui delicati dossier diplomatici, a partire dal programma nucleare iraniano. Una prudenza che nei fatti si traduce in immobilismo, mentre il regime continua a reprimere nel sangue le proteste interne.
Sul fronte Usa-Iran, ieri Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran dell’invio di una «massiccia “armada”»: «Ci auguriamo che l’Iran si sieda presto al tavolo dei negoziati e accetti un accordo equo (niente armi nucleari) un’intesa che vada a beneficio di tutti. Il tempo sta per scadere. L’ho detto all’Iran già una volta: fate un accordo. Non l’hanno fatto, e c’è stata l’Operazione Midnight Hammer, con distruzioni massive. Il prossimo attacco sarebbe molto peggiore». Eppure, sul piano giuridico, le obiezioni tradizionali sembrano indebolirsi. L’Iran ha risposto che reagirà «come mai prima d’ora» in caso di attacco.
Un’analisi del servizio giuridico del Consiglio Ue individua come possibile base legale una sentenza del 2023 della Corte d’appello di Düsseldorf, che ha accertato il coinvolgimento di un ente statale iraniano in un tentato attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. Un precedente che supera la linea finora sostenuta dalle istituzioni europee, secondo cui l’inserimento di apparati del regime iraniano nella lista nera non fosse possibile senza una decisione di un tribunale nazionale.
La resistenza politica resta forte. Sotto osservazione c’è in particolare la posizione della Germania, impegnata nel tentativo di costruire un consenso europeo. Da parte sua, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che «il regime iraniano ha i giorni contati». Altri Paesi continuano a esprimere riserve, pur senza escludere formalmente alcuna opzione. Alla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri, il portavoce del governo francese Maud Bregeon ha parlato di una «riflessione in corso» sulla designazione dei pasdaran, denunciando una repressione in Iran «di una violenza senza eguali». Anche la Spagna si è pronunciata a favore dell’inclusione delle Guardie della Rivoluzione nella lista nera, allineandosi alla proposta italiana.
Una posizione che ha irritato Teheran, arrivata a definire «irresponsabile» l’iniziativa e a convocare l’ambasciatrice italiana. Resta però il paradosso europeo: l’obiettivo dichiarato di inviare a Teheran «un messaggio di fermezza», ma l’incapacità di tradurlo in una scelta politica coerente.
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La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
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In questa puntata di «Tutta la Verità» il direttore Maurizio Belpietro commenta l'episodio accaduto a Milano al Boschetto di Rogoredo, in cui un agente ha ucciso un irregolare armato di pistola che lo stava aggredendo durante un'operazione, e confronta quello che accade in Italia con i tumulti a Minneapolis.