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2025-05-03
Sánchez nasconde la causa del blackout per non ammettere l’harakiri ecologista
Pedro Sánchez (Ansa)
Ma, secondo voi, ce la diranno la causa del blackout? Io dico di no, e per due ragioni. Intanto, perché hanno subito messo le mani avanti con una stravaganza - quella delle vibrazioni atmosferiche - che, solo a leggerla, lasciava senza parole: excusatio non petita, eccetera. Poi perché a oggi non dicono nulla: dicono che devono ancora capire. Il fatto stesso che debbano ancora capire dovrebbe giustificare le massime autorità politiche a licenziare in tronco gli ingegneri preposti al controllo della stabilità della rete. Non perché essa è stata instabile, ma perché neanche ne sanno la ragione. Siccome le massime autorità politiche iberiche non licenziano nessuno, la cosa più probabile è che esse siano state informate della causa esatta dello scompenso. E non la dicono solo perché non possono dirla. Sono ancora a cogitare una possibile «spiegazione» da fornire al popolo bue.
Qualunque sia la spiegazione che forniranno, rimane una profonda verità: su eolico e fotovoltaico deve essere messa una pietra tombale. Perché, anche quando lo scompenso elettrico causa del blackout iberico non fosse da attribuire a queste tecnologie ballerine, il fatto è che esse sono ben suscettibili a generare simili scompensi. Il sistema elettrico funziona secondo un principio fondamentale: l’equilibrio istantaneo tra domanda e produzione e la quantità di energia elettrica prodotta deve corrispondere esattamente, in ogni istante, a quella consumata. Al momento del collasso iberico, la produzione elettrica era garantita, leggo, per oltre il 70% da eolico e fotovoltaico. Naturalmente in questi casi in cui ci si affida così tanto a queste tecnologie, la possibilità di scompensi è elevata (che so, un calo di vento o un cielo che si annuvola rapidamente). Nulla di grave se si è predisposti a compensare gli scompensi. Ma come si compensa agli scompensi? Ecco, qui casca l’asino: con gli impianti che non si vogliono, cioè quelli a combustibili fossili e, specificamente, quelli a turbogas, purché siano collegati in rete e, soprattutto, purché siano già accesi. Perché solo se sono collegati e accesi lo scompenso si rimedia in pochi secondi.
Va detto che quando lo scompenso è importante, la presenza di impianti nucleari aggrava la situazione, perché questi, in presenza di scompenso si spengono automaticamente per sicurezza, cosicché lo scompenso diventa ancora più importante. Per dirla tutta, gli impianti nucleari non possono permettersi di subire un blackout perché i loro circuiti di raffreddamento funzionano con l’elettricità e, in mancanza di questa dalla rete, devono generarsela da soli con generatori diesel in loco, che devono essere perfettamente funzionanti, pena effetto Fukushima.
Allora, qui siamo a un’impasse: il Green deal di Ursula von der Leyen vuole eolico e fotovoltaico - e, per non farsi mancare niente in questo «deal» (vien da ridere a chiamarlo così) vuole anche l’autotrazione elettrica - allo scopo di azzerare l’uso dei combustibili fossili, ma eolico e fotovoltaico richiedono, per funzionare in sicurezza, tutti gli odiati impianti, massimamente quelli a turbogas (per la precisione, anche quelli idroelettrici farebbero allo scopo, ma non sempre le condizioni idrogeologiche permettono di averne a sufficienza). Inoltre, quando si ha la certa certezza che quelli alternativi non funzionano (per esempio i fotovoltaici certamente non funzionano per ben 16 ore al giorno, tra le 5 della sera e le 9 del mattino), bisogna affidarsi solo agli odiati convenzionali, e riguardo a essi, non se ne può chiudere neanche uno a fronte dell’apertura di qualcuno alternativo. Perché neanche uno? Perché quelli alternativi contribuiscono zero quando la domanda è massima.
Insomma, gli impianti odiati sono indispensabili esattamente come sono indispensabili i vigili del fuoco, cui bisogna pagare lo stipendio giornaliero anche nei giorni privi di incendi, altrimenti si licenzierebbero per un lavoro meglio pagato, e nei giorni d’incendio ci si dovrebbe attaccare al tram. Ed esattamente come i vigili del fuoco, anche i proprietari degli odiati impianti convenzionali vogliono essere pagati anche se gli impianti sono spenti ed esser pagati ancora di più se, oltre che spenti, gli impianti sono accesi e in rete, pronti come riserva calda (o «rotante», che dir si voglia) in caso di scompensi. Si può giocare d’azzardo e tenerli spenti - risparmiando sul gas - ma a giocare d’azzardo ogni tanto si perde. Successe una domenica di molti anni fa in Italia, quando lo scompenso fu causato da una repentina interruzione di energia elettrica d’importazione dalla Francia (che transitava per la Svizzera) senza che fossero pronti i necessari turbogas a compensare e quasi l’intero Paese rimase al buio. Nessuna meraviglia che questo è quel che è successo agli iberici. Ma non ce lo diranno mai, neanche sotto tortura: dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto ad aver seguito Ursula e le sue paturnie.
Intanto Madrid corre ai ripari: solare tagliato e ora a tutto gas
Red Eléctrica (Ree) sta utilizzando meno fonti rinnovabili per soddisfare la domanda fisica di energia elettrica, dopo il devastante blackout di lunedì scorso. La capacità fotovoltaica chiamata a produrre è scesa dal 54,86% del giorno del blackout (alle ore 12.30) a una più modesta forchetta 31-38% nei giorni lavorativi seguenti. Ieri, all’ora indicata, c’erano 9.457 Megawatt (Mw) in rete contro i 17.677 del giorno dell’incidente. Specularmente è aumentato l’utilizzo della capacità elettrica alimentata a gas, dal 3% del giorno del blackout (e di molti giorni precedenti) si è passati al 23% il 29 aprile, giorno di ripartenza del sistema, al 12,5% e al 15,4% nei due giorni lavorativi seguenti.
Ree sta dunque tagliando una buona parte dell’enorme produzione fotovoltaica nelle ore di picco massimo di produzione. Evidentemente, nonostante la corsa a difendere le rinnovabili dall’accusa di aver reso fragile la rete iberica, il gestore considera più sicuro affidarsi alla generazione convenzionale per evitare rischi di nuovi squilibri sulla rete.
Un nuovo tassello nella ricostruzione di quanto accaduto, che si unisce ad altri. In primis, le parole della presidente di Red Eléctrica (Ree), Beatriz Corredor. Parlando alla radio il 30 aprile l’ex ministro socialista del governo Zapatero ha difeso l’operato di Red Eléctrica. Invitando ad attendere i risultati dell’inchiesta, per la quale si prevedono tempi lunghi. Ha smentito l’ipotesi di un possibile effetto dell’energia fotovoltaica sull’evento e ha detto che la Spagna ha «il miglior sistema d’Europa». Autogol comunicativo da manuale: se il miglior sistema d’Europa crolla in quel modo, non c’è da stare allegri. Subito dopo Corredor ha detto però che Red Eléctrica ha già «più o meno individuato» la causa dell'accaduto, e che «oggi non succederà più, perché abbiamo imparato». Affermazioni sorprendenti, il cui significato è che la causa del problema è già stata identificata e corretta da Ree. Perché non dirlo apertamente, allora? Forse perché si tratta di verità scomode. La correzione potrebbe proprio essere, nell’immediato, il maggiore utilizzo di fonti convenzionali come quella a gas, che fornisce l’inerzia necessaria a mantenere stabile la frequenza. Molto probabilmente, Ree nel frattempo sta provvedendo a verificare le tipologie di inverter degli impianti fotovoltaici o a correggere la taratura delle apparecchiature.
In un’altra intervista, Corredor ha affermato che il rafforzamento dell’interconnessione elettrica con la Francia è una possibile soluzione per impedire che si verifichi un nuovo blackout, dato che la penisola è elettricamente un’isola. Dunque, al «miglior sistema d’Europa» mancano parecchie cose, in realtà.
Poi ci sono gli allarmi di Red Eléctrica, che già nel maggio 2024, in un rapporto, sollecitava l’attenzione sul problema dei piccoli generatori rinnovabili, che stavano mettendo a dura prova l’infrastruttura. Vi è poi il rapporto finanziario di Redeia, la holding che detiene Ree, che nel febbraio di quest’anno scriveva: «L’elevata penetrazione della generazione di energia rinnovabile senza le necessarie capacità tecniche per una risposta adeguata ai disturbi (piccoli generatori o generatori per autoconsumo) può portare a disconnessioni della generazione, che potrebbero essere gravi e generare uno squilibrio». Poco più oltre, Redeia diceva anche: «La chiusura delle centrali elettriche convenzionali, come quelle a carbone, a ciclo combinato e nucleari comporta una riduzione della potenza costante e della capacità di bilanciamento del sistema elettrico, nonché della sua resilienza e inerzia. Ciò potrebbe aumentare il rischio di incidenti operativi».
Poi ci sono i disservizi verificatisi nei giorni precedenti al blackout: il 22 aprile attorno a Madrid la rete ferroviaria si era bloccata per sbalzi di tensione anomali e una raffineria petrolifera era rimasta al buio. Forse questi sono casi locali legati alla rete locale di distribuzione, o forse no.
Gli strumenti hanno registrato in Europa un’oscillazione inter-area che la rete spagnola non ha gestito, afflosciandosi in cinque secondi. Ma qualunque sia la causa originaria, il fatto è che la rete spagnola non ha retto e il blackout c’è stato. Le rassicurazioni di Corredor (problema già corretto) e il successivo comportamento di Ree (meno fotovoltaico in rete) puntano in una direzione chiara. Si attende la verità ufficiale.
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Il governo iberico sa che il guaio è stato generato da un sistema sbilanciato sulle energie rinnovabili. La verità però è un tabù.Il disastro di Red Eléctrica è anche comunicativo: «Siamo i migliori di tutta Europa».Lo speciale contiene due articoliMa, secondo voi, ce la diranno la causa del blackout? Io dico di no, e per due ragioni. Intanto, perché hanno subito messo le mani avanti con una stravaganza - quella delle vibrazioni atmosferiche - che, solo a leggerla, lasciava senza parole: excusatio non petita, eccetera. Poi perché a oggi non dicono nulla: dicono che devono ancora capire. Il fatto stesso che debbano ancora capire dovrebbe giustificare le massime autorità politiche a licenziare in tronco gli ingegneri preposti al controllo della stabilità della rete. Non perché essa è stata instabile, ma perché neanche ne sanno la ragione. Siccome le massime autorità politiche iberiche non licenziano nessuno, la cosa più probabile è che esse siano state informate della causa esatta dello scompenso. E non la dicono solo perché non possono dirla. Sono ancora a cogitare una possibile «spiegazione» da fornire al popolo bue.Qualunque sia la spiegazione che forniranno, rimane una profonda verità: su eolico e fotovoltaico deve essere messa una pietra tombale. Perché, anche quando lo scompenso elettrico causa del blackout iberico non fosse da attribuire a queste tecnologie ballerine, il fatto è che esse sono ben suscettibili a generare simili scompensi. Il sistema elettrico funziona secondo un principio fondamentale: l’equilibrio istantaneo tra domanda e produzione e la quantità di energia elettrica prodotta deve corrispondere esattamente, in ogni istante, a quella consumata. Al momento del collasso iberico, la produzione elettrica era garantita, leggo, per oltre il 70% da eolico e fotovoltaico. Naturalmente in questi casi in cui ci si affida così tanto a queste tecnologie, la possibilità di scompensi è elevata (che so, un calo di vento o un cielo che si annuvola rapidamente). Nulla di grave se si è predisposti a compensare gli scompensi. Ma come si compensa agli scompensi? Ecco, qui casca l’asino: con gli impianti che non si vogliono, cioè quelli a combustibili fossili e, specificamente, quelli a turbogas, purché siano collegati in rete e, soprattutto, purché siano già accesi. Perché solo se sono collegati e accesi lo scompenso si rimedia in pochi secondi. Va detto che quando lo scompenso è importante, la presenza di impianti nucleari aggrava la situazione, perché questi, in presenza di scompenso si spengono automaticamente per sicurezza, cosicché lo scompenso diventa ancora più importante. Per dirla tutta, gli impianti nucleari non possono permettersi di subire un blackout perché i loro circuiti di raffreddamento funzionano con l’elettricità e, in mancanza di questa dalla rete, devono generarsela da soli con generatori diesel in loco, che devono essere perfettamente funzionanti, pena effetto Fukushima. Allora, qui siamo a un’impasse: il Green deal di Ursula von der Leyen vuole eolico e fotovoltaico - e, per non farsi mancare niente in questo «deal» (vien da ridere a chiamarlo così) vuole anche l’autotrazione elettrica - allo scopo di azzerare l’uso dei combustibili fossili, ma eolico e fotovoltaico richiedono, per funzionare in sicurezza, tutti gli odiati impianti, massimamente quelli a turbogas (per la precisione, anche quelli idroelettrici farebbero allo scopo, ma non sempre le condizioni idrogeologiche permettono di averne a sufficienza). Inoltre, quando si ha la certa certezza che quelli alternativi non funzionano (per esempio i fotovoltaici certamente non funzionano per ben 16 ore al giorno, tra le 5 della sera e le 9 del mattino), bisogna affidarsi solo agli odiati convenzionali, e riguardo a essi, non se ne può chiudere neanche uno a fronte dell’apertura di qualcuno alternativo. Perché neanche uno? Perché quelli alternativi contribuiscono zero quando la domanda è massima. Insomma, gli impianti odiati sono indispensabili esattamente come sono indispensabili i vigili del fuoco, cui bisogna pagare lo stipendio giornaliero anche nei giorni privi di incendi, altrimenti si licenzierebbero per un lavoro meglio pagato, e nei giorni d’incendio ci si dovrebbe attaccare al tram. Ed esattamente come i vigili del fuoco, anche i proprietari degli odiati impianti convenzionali vogliono essere pagati anche se gli impianti sono spenti ed esser pagati ancora di più se, oltre che spenti, gli impianti sono accesi e in rete, pronti come riserva calda (o «rotante», che dir si voglia) in caso di scompensi. Si può giocare d’azzardo e tenerli spenti - risparmiando sul gas - ma a giocare d’azzardo ogni tanto si perde. Successe una domenica di molti anni fa in Italia, quando lo scompenso fu causato da una repentina interruzione di energia elettrica d’importazione dalla Francia (che transitava per la Svizzera) senza che fossero pronti i necessari turbogas a compensare e quasi l’intero Paese rimase al buio. Nessuna meraviglia che questo è quel che è successo agli iberici. Ma non ce lo diranno mai, neanche sotto tortura: dovrebbero ammettere di aver sbagliato tutto ad aver seguito Ursula e le sue paturnie.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanchez-nasconde-causa-blackout-spagna-2671884197.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-madrid-corre-ai-ripari-solare-tagliato-e-ora-a-tutto-gas" data-post-id="2671884197" data-published-at="1746231746" data-use-pagination="False"> Intanto Madrid corre ai ripari: solare tagliato e ora a tutto gas Red Eléctrica (Ree) sta utilizzando meno fonti rinnovabili per soddisfare la domanda fisica di energia elettrica, dopo il devastante blackout di lunedì scorso. La capacità fotovoltaica chiamata a produrre è scesa dal 54,86% del giorno del blackout (alle ore 12.30) a una più modesta forchetta 31-38% nei giorni lavorativi seguenti. Ieri, all’ora indicata, c’erano 9.457 Megawatt (Mw) in rete contro i 17.677 del giorno dell’incidente. Specularmente è aumentato l’utilizzo della capacità elettrica alimentata a gas, dal 3% del giorno del blackout (e di molti giorni precedenti) si è passati al 23% il 29 aprile, giorno di ripartenza del sistema, al 12,5% e al 15,4% nei due giorni lavorativi seguenti. Ree sta dunque tagliando una buona parte dell’enorme produzione fotovoltaica nelle ore di picco massimo di produzione. Evidentemente, nonostante la corsa a difendere le rinnovabili dall’accusa di aver reso fragile la rete iberica, il gestore considera più sicuro affidarsi alla generazione convenzionale per evitare rischi di nuovi squilibri sulla rete. Un nuovo tassello nella ricostruzione di quanto accaduto, che si unisce ad altri. In primis, le parole della presidente di Red Eléctrica (Ree), Beatriz Corredor. Parlando alla radio il 30 aprile l’ex ministro socialista del governo Zapatero ha difeso l’operato di Red Eléctrica. Invitando ad attendere i risultati dell’inchiesta, per la quale si prevedono tempi lunghi. Ha smentito l’ipotesi di un possibile effetto dell’energia fotovoltaica sull’evento e ha detto che la Spagna ha «il miglior sistema d’Europa». Autogol comunicativo da manuale: se il miglior sistema d’Europa crolla in quel modo, non c’è da stare allegri. Subito dopo Corredor ha detto però che Red Eléctrica ha già «più o meno individuato» la causa dell'accaduto, e che «oggi non succederà più, perché abbiamo imparato». Affermazioni sorprendenti, il cui significato è che la causa del problema è già stata identificata e corretta da Ree. Perché non dirlo apertamente, allora? Forse perché si tratta di verità scomode. La correzione potrebbe proprio essere, nell’immediato, il maggiore utilizzo di fonti convenzionali come quella a gas, che fornisce l’inerzia necessaria a mantenere stabile la frequenza. Molto probabilmente, Ree nel frattempo sta provvedendo a verificare le tipologie di inverter degli impianti fotovoltaici o a correggere la taratura delle apparecchiature. In un’altra intervista, Corredor ha affermato che il rafforzamento dell’interconnessione elettrica con la Francia è una possibile soluzione per impedire che si verifichi un nuovo blackout, dato che la penisola è elettricamente un’isola. Dunque, al «miglior sistema d’Europa» mancano parecchie cose, in realtà. Poi ci sono gli allarmi di Red Eléctrica, che già nel maggio 2024, in un rapporto, sollecitava l’attenzione sul problema dei piccoli generatori rinnovabili, che stavano mettendo a dura prova l’infrastruttura. Vi è poi il rapporto finanziario di Redeia, la holding che detiene Ree, che nel febbraio di quest’anno scriveva: «L’elevata penetrazione della generazione di energia rinnovabile senza le necessarie capacità tecniche per una risposta adeguata ai disturbi (piccoli generatori o generatori per autoconsumo) può portare a disconnessioni della generazione, che potrebbero essere gravi e generare uno squilibrio». Poco più oltre, Redeia diceva anche: «La chiusura delle centrali elettriche convenzionali, come quelle a carbone, a ciclo combinato e nucleari comporta una riduzione della potenza costante e della capacità di bilanciamento del sistema elettrico, nonché della sua resilienza e inerzia. Ciò potrebbe aumentare il rischio di incidenti operativi». Poi ci sono i disservizi verificatisi nei giorni precedenti al blackout: il 22 aprile attorno a Madrid la rete ferroviaria si era bloccata per sbalzi di tensione anomali e una raffineria petrolifera era rimasta al buio. Forse questi sono casi locali legati alla rete locale di distribuzione, o forse no. Gli strumenti hanno registrato in Europa un’oscillazione inter-area che la rete spagnola non ha gestito, afflosciandosi in cinque secondi. Ma qualunque sia la causa originaria, il fatto è che la rete spagnola non ha retto e il blackout c’è stato. Le rassicurazioni di Corredor (problema già corretto) e il successivo comportamento di Ree (meno fotovoltaico in rete) puntano in una direzione chiara. Si attende la verità ufficiale.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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