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2019-03-09
Salvini si prende il weekend libero. Ma Di Maio sulla Tav agita la crisi
Ansa
A prima vista, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono davvero a pochi centimetri dal «vaffa». Già l'altra sera non se l'erano mandate a dire: Salvini da Paolo Del Debbio su Rete 4 («Vedremo chi la testa più dura»), e a stretto giro di posta la replica di Di Maio, con quella parolina («irresponsabili») che ha fatto inviperire i leghisti.
E ieri - sempre a prima vista - non è andata meglio. Di buon mattino, il ministro dell'Interno è andato a Rtl, e non ha concesso granché: «Si possono tagliare spese, strutture, è giusto chiedere più contributi all'Ue e alla Francia. Ma non si può fermare l'opera». Per chi non avesse ancora capito, Salvini è stato anche più tagliente da Myrta Merlino su La7: «Nessun vertice di governo, vado a Milano, ne parliamo lunedì. Io sono per fare non per disfare. Passerò il compleanno (ndr, oggi Salvini compie 46 anni) con i miei due figli». Battuta urticante anche sull'accusa di irresponsabilità: «Di Maio è un uomo, oggi parlo di donne. Io irresponsabile? No, sono coerente e poi Luigi parlava ai suoi. Comunque non mi scandalizzo, ho sempre lavorato per riavvicinare le posizioni, devono partire i bandi per la Tav».
Nel primo pomeriggio, è arrivata la rispostaccia di Di Maio, che si è detto «interdetto» per l'atteggiamento del collega. Tre battute pesanti. La prima: «Non è questione di testa dura, non siamo bambini». La seconda: «Non mi si può dire: “Ci rivediamo lunedì"». E la terza, quasi una provocazione: «Mi rivolgo agli elettori della Lega. Se io avessi messo in discussione la legittima difesa, voi vi sareste arrabbiati». E poi - sul versante opposto a quello leghista - una posizione altrettanto netta sui bandi: «Se c'è un'opera su cui ci si dice che sono più i costi che i benefici, allora prima ridiscuti l'opera e poi vincoli i soldi».
Come si vede (lo ripetiamo per la terza volta: a prima vista), posizioni lontanissime e toni reciprocamente sgradevoli. Ma fermo restando che, sul piano dell'immagine, nessuno può dare l'idea del cedimento, ci sono almeno tre ragioni per cui Di Maio non può permettersi la caduta del governo. In primo luogo, perché (a meno di un accordo ultrade mocristiano per rompere ma contemporaneamente convertire il decretone alla Camera) in caso di crisi salterebbe il reddito di cittadinanza. In secondo luogo, perché, nello stato di salute precario in cui si trovano i 5 stelle, alle politiche rischierebbero di arrivare terzi. E infine (in assenza di modifiche statutarie) perché Di Maio non avrebbe un terzo mandato a cui appellarsi, e gli rimarrebbe solo il ruolo di guida politica del Movimento senza la ricandidatura.
Non a caso, se si esaminano tra le righe le dichiarazioni del vicepremier grillino, danno più la sensazione del wrestling (urla e minacce, ma poche botte) che non di un sanguinoso incontro di pugilato. A più riprese, ieri Di Maio ha messo al sicuro il governo: «Siamo qui per parlare di un tema che mi ha lasciato piuttosto interdetto: il fatto che non noi, ma la Lega ieri abbia messo in discussione il governo legandolo al Tav». Come dire: io non ci penso a innescare una crisi. E ancora: «Se c'è un accordo nel governo, una strada tecnica c'è sempre». E lo conferma anche la cautela con cui Di Maio ha frenato, interpellato sulla possibilità di una conta in Consiglio dei ministri: «È una questione di accordo, non di prove di forza. In alcuni consessi il M5s potrebbe tentare la prova di forza, ma non parliamo di questo». Insomma, quel che conta è non trasmettere l'idea di essersi piegato a Salvini un'altra volta. Salvini che in serata ha detto «nessuna crisi», al contrario del sottosegretario Stefano Buffagni che ha gettato benzina sul fuoco: «La crisi c'è già». Salvo ritrattare: «C'è il week end di mezzo».
E allora vale la pena ragionare sulla ricerca delle vie d'uscita dal vicolo cieco. Su questo, proprio Di Maio e un esponente leghista hanno detto cose sovrapponibili, compatibili con la posizione francese. Armando Siri, sottosegretario del Carroccio ai Trasporti, ha suggerito: «I bandi Telt per la Tav si possono pubblicare con la clausola della dissolvenza prevista dal diritto francese: con quella clausola, nonostante la pubblicazione, possono essere revocati in qualsiasi momento». E lo stesso Di Maio ha notato: «Telt è una società di diritto francese. Tutto quello che si fa, si fa sotto il diritto francese».
Si tratta di ipotesi assolutamente compatibili con quanto proposto da Louis Besson, presidente della Commissione intergovernativa italo-francese: «I bandi sono appelli che poi vengono chiusi 15-18 mesi dopo. Quindi c'è tutto il tempo per degli scambi che si volessero approfondire tra Francia, Italia e Ue». Insomma, con un minimo di lavoro diplomatico e giuridico con Parigi (e con Bruxelles sulle quote di finanziamento dell'opera), una soluzione neanche troppo rabberciata è a portata di mano: diluire nel tempo e rendere meno perentoria la sequenza dei bandi. Così la Lega potrà dire: siamo partiti. E i grillini: siamo in grado di revocarli, nessuno ci strangola. È evidente che non è il massimo ma tant'è. E resta sullo sfondo la carta definitiva, che sarebbe resa giocabile dal tempo guadagnato con le vie legali: lasciare la parola ai cittadini in un referendum consultivo. Da abbinare a europee e regionali piemontesi, il 26 maggio. Infine una nota a margine, ma non troppo. Lo spread, preso a indicatore di crisi imminenti a ogni fiammata, ieri ha toccato uno dei livelli più bassi delle ultime settimane a 242. Vorrà dire qualcosa?
Spunta il report di Ponti a favore. E la Svizzera prova a tagliarci fuori
L'analisi costi benefici, quella che boccia la Tav e che per il M5s è un totem, è stata redatta da una commissione nominata dal ministero dei Trasporti e presieduta dal professor Marco Ponti. Bene: ieri il tg di La7 ha rivelato che esiste uno studio, commissionato dalla Commissione europea , secondo il quale invece la Tav va realizzata. La circostanza singolare è che a questo studio, che promuove la Tav, ha partecipato anche la società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti. Nessuna omonimia: trattasi dello stesso Ponti, che dunque, carta canta, quando valuta la Torino-Lione per conto dell'Europa dà parere favorevole, quando lo fa per conto del governo italiano invece dà parere contrario. Secondo il dossier commissionato dall'Europa, con il corridoio Mediterraneo, che va da Gibilterra a Budapest, nel 2030 si potrà ottenere un risparmio di tempo del 30% per i passeggeri e del 44% per le merci. Inoltre, nei prossimi dieci anni, per ogni miliardo investito nel cantiere verrebbero creati 15.000 posti di lavoro.
La notizia ha scatenato una bufera, come era prevedibile, e così il ministero dei Trasporti, guidato da Danilo Toninelli, è stato costretto a diffondere una precisazione. «Lo studio riservato sul corridoio Mediterraneo», hanno fatto sapere fonti del ministero, «commissionato dalla Ue e rivelato da La7, ha visto una partecipazione solo marginale della società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti, il quale non solo non ha firmato la ricerca, ma non ne conosce in alcun modo i contenuti». Inoltre, aggiungono le stesse fonti, «va precisato che si tratta di una analisi riconducibile a quelle di valore aggiunto, fondata sul moltiplicatore keynesiano, metodo che non ha nulla a che fare con la analisi costi-benefici effettuata sulla tratta Torino-Lione». «Quella», ha detto lo stesso Ponti a Mattino 5, «non è una analisi-costi benefici, ma sull'impatto, che si basa su analisi di valore aggiunto. Non misura i costi, ma il traffico, l'occupazione e l'impatto sulle imprese».
Intanto, la Svizzera si sta preparando a godere dei benefici di un'eventuale rinuncia dell'Italia alla realizzazione della Tav. Lo rivela l'Adnkronos: il governo elvetico è pronto a investire oltre 10 miliardi di euro per rafforzare e velocizzare la linea traffico merci da Est a Ovest, cioè da Ginevra fino a Winterthur, e ha predisposto un piano per creare una rete completamente sotterranea e automatizzata, sempre per il trasporto delle merci.
In pratica, la Svizzera punta a realizzare una linea parallela al tracciato della Tav Torino-Lione, in grado di raccogliere il traffico delle merci tra i Paesi dell'Est europeo e la Francia, tagliando completamente fuori l'Italia. Non solo: il progetto elvetico comprende anche la costruzione di una fitta rete logistica, con base a Olten, che sarà in grado di incrociare i traffici del corridoio europeo Nord-Aud con quello Est-Ovest. L'ufficio federale dei Trasporti svizzero conferma all'Adnkronos che per la prossima fase di ampliamento dell'infrastruttura fino al 2035 il governo propone circa 200 interventi per un totale di 11,9 miliardi di franchi svizzeri. «L'obiettivo di questi interventi», sottolinea l'ufficio federale dei Trasporti, «è potenziare le capacità dell'infrastruttura esistente. Verrà ampliata la rete per il traffico merci rapido nazionale, in particolare sull'asse Est-Ovest. Parallelamente, verranno ampliati gli impianti per il traffico merci».
Del resto, le infrastrutture significano sviluppo e soldi. Il progetto della Svizzera, per esempio, sarebbe un colpo gravissimo per l'interporto di Verona, che perderebbe il passaggio di 25.000 treni aggiuntivi. «Non sorprende che la Svizzera», commenta l'ex commissario del governo per la Tav, Paolo Foietta, «punti forte sul trasporto ferroviario velocizzando il trasporto merci sull'asse Est-Ovest e si prepari ad accogliere i flussi rifiutati dall'Italia. È un Paese che crede nelle infrastrutture e che sa che queste portano ricchezza».
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Il leghista: «Se ne riparla lunedì, l'opera non si ferma». Il grillino convoca la stampa: «Interdetti, noi questo fine settimana lavoreremo». La rottura, a parole, è vicinissima. La soluzione però sta in come si scriveranno i bandi.Spunta il report di Ponti a favore. E la Svizzera prova a tagliarci fuori. La società dell'autore dello studio per il governo, che boccia l'opera, la giudicò positiva per l'Ue: «Però non c'erano i costi». Da Zurigo 10 miliardi per un tracciato alternativo.Lo speciale comprende due articoli.A prima vista, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono davvero a pochi centimetri dal «vaffa». Già l'altra sera non se l'erano mandate a dire: Salvini da Paolo Del Debbio su Rete 4 («Vedremo chi la testa più dura»), e a stretto giro di posta la replica di Di Maio, con quella parolina («irresponsabili») che ha fatto inviperire i leghisti. E ieri - sempre a prima vista - non è andata meglio. Di buon mattino, il ministro dell'Interno è andato a Rtl, e non ha concesso granché: «Si possono tagliare spese, strutture, è giusto chiedere più contributi all'Ue e alla Francia. Ma non si può fermare l'opera». Per chi non avesse ancora capito, Salvini è stato anche più tagliente da Myrta Merlino su La7: «Nessun vertice di governo, vado a Milano, ne parliamo lunedì. Io sono per fare non per disfare. Passerò il compleanno (ndr, oggi Salvini compie 46 anni) con i miei due figli». Battuta urticante anche sull'accusa di irresponsabilità: «Di Maio è un uomo, oggi parlo di donne. Io irresponsabile? No, sono coerente e poi Luigi parlava ai suoi. Comunque non mi scandalizzo, ho sempre lavorato per riavvicinare le posizioni, devono partire i bandi per la Tav».Nel primo pomeriggio, è arrivata la rispostaccia di Di Maio, che si è detto «interdetto» per l'atteggiamento del collega. Tre battute pesanti. La prima: «Non è questione di testa dura, non siamo bambini». La seconda: «Non mi si può dire: “Ci rivediamo lunedì"». E la terza, quasi una provocazione: «Mi rivolgo agli elettori della Lega. Se io avessi messo in discussione la legittima difesa, voi vi sareste arrabbiati». E poi - sul versante opposto a quello leghista - una posizione altrettanto netta sui bandi: «Se c'è un'opera su cui ci si dice che sono più i costi che i benefici, allora prima ridiscuti l'opera e poi vincoli i soldi». Come si vede (lo ripetiamo per la terza volta: a prima vista), posizioni lontanissime e toni reciprocamente sgradevoli. Ma fermo restando che, sul piano dell'immagine, nessuno può dare l'idea del cedimento, ci sono almeno tre ragioni per cui Di Maio non può permettersi la caduta del governo. In primo luogo, perché (a meno di un accordo ultrade mocristiano per rompere ma contemporaneamente convertire il decretone alla Camera) in caso di crisi salterebbe il reddito di cittadinanza. In secondo luogo, perché, nello stato di salute precario in cui si trovano i 5 stelle, alle politiche rischierebbero di arrivare terzi. E infine (in assenza di modifiche statutarie) perché Di Maio non avrebbe un terzo mandato a cui appellarsi, e gli rimarrebbe solo il ruolo di guida politica del Movimento senza la ricandidatura. Non a caso, se si esaminano tra le righe le dichiarazioni del vicepremier grillino, danno più la sensazione del wrestling (urla e minacce, ma poche botte) che non di un sanguinoso incontro di pugilato. A più riprese, ieri Di Maio ha messo al sicuro il governo: «Siamo qui per parlare di un tema che mi ha lasciato piuttosto interdetto: il fatto che non noi, ma la Lega ieri abbia messo in discussione il governo legandolo al Tav». Come dire: io non ci penso a innescare una crisi. E ancora: «Se c'è un accordo nel governo, una strada tecnica c'è sempre». E lo conferma anche la cautela con cui Di Maio ha frenato, interpellato sulla possibilità di una conta in Consiglio dei ministri: «È una questione di accordo, non di prove di forza. In alcuni consessi il M5s potrebbe tentare la prova di forza, ma non parliamo di questo». Insomma, quel che conta è non trasmettere l'idea di essersi piegato a Salvini un'altra volta. Salvini che in serata ha detto «nessuna crisi», al contrario del sottosegretario Stefano Buffagni che ha gettato benzina sul fuoco: «La crisi c'è già». Salvo ritrattare: «C'è il week end di mezzo». E allora vale la pena ragionare sulla ricerca delle vie d'uscita dal vicolo cieco. Su questo, proprio Di Maio e un esponente leghista hanno detto cose sovrapponibili, compatibili con la posizione francese. Armando Siri, sottosegretario del Carroccio ai Trasporti, ha suggerito: «I bandi Telt per la Tav si possono pubblicare con la clausola della dissolvenza prevista dal diritto francese: con quella clausola, nonostante la pubblicazione, possono essere revocati in qualsiasi momento». E lo stesso Di Maio ha notato: «Telt è una società di diritto francese. Tutto quello che si fa, si fa sotto il diritto francese».Si tratta di ipotesi assolutamente compatibili con quanto proposto da Louis Besson, presidente della Commissione intergovernativa italo-francese: «I bandi sono appelli che poi vengono chiusi 15-18 mesi dopo. Quindi c'è tutto il tempo per degli scambi che si volessero approfondire tra Francia, Italia e Ue». Insomma, con un minimo di lavoro diplomatico e giuridico con Parigi (e con Bruxelles sulle quote di finanziamento dell'opera), una soluzione neanche troppo rabberciata è a portata di mano: diluire nel tempo e rendere meno perentoria la sequenza dei bandi. Così la Lega potrà dire: siamo partiti. E i grillini: siamo in grado di revocarli, nessuno ci strangola. È evidente che non è il massimo ma tant'è. E resta sullo sfondo la carta definitiva, che sarebbe resa giocabile dal tempo guadagnato con le vie legali: lasciare la parola ai cittadini in un referendum consultivo. Da abbinare a europee e regionali piemontesi, il 26 maggio. Infine una nota a margine, ma non troppo. Lo spread, preso a indicatore di crisi imminenti a ogni fiammata, ieri ha toccato uno dei livelli più bassi delle ultime settimane a 242. Vorrà dire qualcosa? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-si-prende-il-weekend-libero-ma-di-maio-sulla-tav-agita-la-crisi-2631064294.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spunta-il-report-di-ponti-a-favore-e-la-svizzera-prova-a-tagliarci-fuori" data-post-id="2631064294" data-published-at="1781505486" data-use-pagination="False"> Spunta il report di Ponti a favore. E la Svizzera prova a tagliarci fuori L'analisi costi benefici, quella che boccia la Tav e che per il M5s è un totem, è stata redatta da una commissione nominata dal ministero dei Trasporti e presieduta dal professor Marco Ponti. Bene: ieri il tg di La7 ha rivelato che esiste uno studio, commissionato dalla Commissione europea , secondo il quale invece la Tav va realizzata. La circostanza singolare è che a questo studio, che promuove la Tav, ha partecipato anche la società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti. Nessuna omonimia: trattasi dello stesso Ponti, che dunque, carta canta, quando valuta la Torino-Lione per conto dell'Europa dà parere favorevole, quando lo fa per conto del governo italiano invece dà parere contrario. Secondo il dossier commissionato dall'Europa, con il corridoio Mediterraneo, che va da Gibilterra a Budapest, nel 2030 si potrà ottenere un risparmio di tempo del 30% per i passeggeri e del 44% per le merci. Inoltre, nei prossimi dieci anni, per ogni miliardo investito nel cantiere verrebbero creati 15.000 posti di lavoro. La notizia ha scatenato una bufera, come era prevedibile, e così il ministero dei Trasporti, guidato da Danilo Toninelli, è stato costretto a diffondere una precisazione. «Lo studio riservato sul corridoio Mediterraneo», hanno fatto sapere fonti del ministero, «commissionato dalla Ue e rivelato da La7, ha visto una partecipazione solo marginale della società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti, il quale non solo non ha firmato la ricerca, ma non ne conosce in alcun modo i contenuti». Inoltre, aggiungono le stesse fonti, «va precisato che si tratta di una analisi riconducibile a quelle di valore aggiunto, fondata sul moltiplicatore keynesiano, metodo che non ha nulla a che fare con la analisi costi-benefici effettuata sulla tratta Torino-Lione». «Quella», ha detto lo stesso Ponti a Mattino 5, «non è una analisi-costi benefici, ma sull'impatto, che si basa su analisi di valore aggiunto. Non misura i costi, ma il traffico, l'occupazione e l'impatto sulle imprese». Intanto, la Svizzera si sta preparando a godere dei benefici di un'eventuale rinuncia dell'Italia alla realizzazione della Tav. Lo rivela l'Adnkronos: il governo elvetico è pronto a investire oltre 10 miliardi di euro per rafforzare e velocizzare la linea traffico merci da Est a Ovest, cioè da Ginevra fino a Winterthur, e ha predisposto un piano per creare una rete completamente sotterranea e automatizzata, sempre per il trasporto delle merci. In pratica, la Svizzera punta a realizzare una linea parallela al tracciato della Tav Torino-Lione, in grado di raccogliere il traffico delle merci tra i Paesi dell'Est europeo e la Francia, tagliando completamente fuori l'Italia. Non solo: il progetto elvetico comprende anche la costruzione di una fitta rete logistica, con base a Olten, che sarà in grado di incrociare i traffici del corridoio europeo Nord-Aud con quello Est-Ovest. L'ufficio federale dei Trasporti svizzero conferma all'Adnkronos che per la prossima fase di ampliamento dell'infrastruttura fino al 2035 il governo propone circa 200 interventi per un totale di 11,9 miliardi di franchi svizzeri. «L'obiettivo di questi interventi», sottolinea l'ufficio federale dei Trasporti, «è potenziare le capacità dell'infrastruttura esistente. Verrà ampliata la rete per il traffico merci rapido nazionale, in particolare sull'asse Est-Ovest. Parallelamente, verranno ampliati gli impianti per il traffico merci». Del resto, le infrastrutture significano sviluppo e soldi. Il progetto della Svizzera, per esempio, sarebbe un colpo gravissimo per l'interporto di Verona, che perderebbe il passaggio di 25.000 treni aggiuntivi. «Non sorprende che la Svizzera», commenta l'ex commissario del governo per la Tav, Paolo Foietta, «punti forte sul trasporto ferroviario velocizzando il trasporto merci sull'asse Est-Ovest e si prepari ad accogliere i flussi rifiutati dall'Italia. È un Paese che crede nelle infrastrutture e che sa che queste portano ricchezza».
Lo scrittore israeliano Eshkol Nevo (Getty Images)
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.
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Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Come si è visto nel 2019, quando con una mossa del cavallo portò il Pd ad allearsi con i 5 stelle per dare vita al Conte bis, è nelle situazioni di incertezza che il Bullo dà il meglio di sé. Del resto, pur non avendo fatto il militare, Renzi sarebbe perfetto come capo del Genio guastatori. Non sa vincere le guerre e neppure è in grado di assicurare la stabilità necessaria una volta raggiunta una tregua, ma è bravissimo a distruggere. Dunque, non mi stupisce che adesso stia scommettendo su Vannacci. Futuro nazionale rappresenta anche il suo futuro. La strategia è chiara: Renzi vuole gettare scompiglio nelle linee nemiche. Come gli americani quando in Afghanistan diedero le armi ai Talebani nella speranza che sconfiggessero per conto loro i russi, il Rottamatore sogna che il generale sia in grado di mettere in campo una milizia che sconfigga Giorgia Meloni. Più lui cresce, è il ragionamento del senatore semplice di Rignano, più il presidente del Consiglio perde.
Fin qui nulla da dire: fa parte delle regole del gioco. E quella in cui si è specializzato Renzi è una partita spregiudicata, dove ogni sgambetto e qualsiasi giravolta valgono. Detto ciò, però io non capisco perché il centrodestra si stia dando tanto da fare per demonizzare Vannacci. Le critiche contro il generale e contro la sua banda di descamisados non credo riusciranno a ottenere il risultato che ci si aspetta. Anzi: semmai contribuiranno a rafforzare Fn, dando a Vannacci e agli straccioni (la definizione è sua) che ha raccolto, maggiore visibilità. Attaccarlo, criminalizzarlo, definirlo un utile idiota pronto ad aiutare la sinistra, non servirà a fermarlo, ma semmai a innalzarlo a nemico numero uno. Nel centrodestra dovrebbero saperlo bene, perché per anni sono stati all’opposizione. Il gioco dell’uno contro tutti, contro la sinistra perché si dicono cose controcorrente, ma anche contro la destra perché non ci si è allineati, premia.
L’attuale maggioranza ha due modi per disinnescare Vannacci. Il primo è riuscire a rinchiudere il consenso del generale in un recinto che gli impedisca di andare oltre il 4%. Il secondo è raggiungere con lui un accordo. A mio parere, la prima possibilità è ormai sfumata, perché i sondaggi danno l’ex parà della Folgore già vicino al 5% e nei prossimi mesi potrebbe ancora salire. Dunque, escluderlo dalla competizione, con una legge elettorale che fissi una soglia di sbarramento oltre il 5%, pare impossibile. A questo punto resta, perciò, una sola strada: raggiungere un’intesa affinché il nuovo partito non contribuisca involontariamente alla vittoria della sinistra.
Lo so che è molto più facile stare all’opposizione che al governo. Dire che si devono smantellare le stupide regole europee che stanno condannando il nostro Paese alla deindustrializzazione è semplicissimo: la parte difficile consiste nello stabilire come fermare le politiche green della Ue e, soprattutto, evitare le sanzioni che Bruxelles ha escogitato per impedire a ogni singolo Stato di sottrarsi alle follie comunitarie. Non comporta grandi difficoltà, salvo replicare alle polemiche e alle accuse di xenofobia, neppure parlare di remigrazione: il problema è riuscire a farla, districandosi fra norme costituzionali, regole della magistratura e impedimenti dei trattati internazionali. Quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, voleva attuare un blocco navale contro i migranti ma, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si è resa conto che la magistratura, la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, l’Europa e pure l’Onu non le avrebbero consentito nulla di tutto ciò. Dunque, si è dovuta barcamenare tra le difficoltà, riuscendo comunque a frenare gli sbarchi e ad aumentare i rimpatri. Ora, non avendo un trascorso al governo che gli possa venire rimproverato, Vannacci rilancia il blocco navale e la remigrazione, promettendo anche di dichiarare guerra all’Europa e al Green deal di Ursula von der Leyen. Nessuno sa dire come intenda fare tutto ciò e lui si guarda bene dal svelarlo. Critica la deriva woke e Lgbt, con un linguaggio che alcuni ritengono provocatorio? Ma per tre quarti e forse più è ciò che pensa l’opinione pubblica che, per quieto vivere, non si azzarda ad ammetterlo. Il generale, anche se non offre ricette concrete, sostiene ciò che gran parte dell’elettorato reputa giusto, sia in fatto di immigrazione che di transizione energetica o di politically correct.
Attaccarlo, dunque, a mio parere non serve a nulla. Anzi, rischia perfino di essere controproducente per i partiti che compongono il centrodestra, perché significa lasciare aperta a Vannacci la strada della grande prateria dei moderati, che certo vogliono la remigrazione, considerano il Green deal un suicidio e si augurano di poter fermare la propaganda Lgbt. Capisco che nella maggioranza lo considerino un populista e comprendo che qualcuno desidererebbe farlo sparire con un colpo di bacchetta magica, oppure silenziarlo (o imbavagliare i giornali) affinché smetta di parlare. Ma non è possibile. Il generale ha conquistato un’enclave nel centrodestra ed è intenzionato a difenderla con le unghie e i denti. Dunque, per non indebolire la maggioranza e perdere le elezioni (con i risultati horror di cui ho parlato ieri), resta una una sola possibilità: fare un accordo con lui. Piaccia o non piaccia (a Forza Italia o ad altri), un’altra via non c’è. Non ricordo più quale stratega lo dicesse, ma se non puoi battere l’avversario devi necessariamente scendere a patti.
Ps. La discesa in campo del generale può anche essere un’opportunità. Alla fine, si discute di remigrazione, sicurezza, Green deal, deriva woke senza più nessun timore. Paradossalmente, l’effetto Vannacci potrebbe portare allo stesso risultato visto in Ungheria, con una sfida tutta a destra che ha cancellato la sinistra.
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