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2019-03-09
Salvini si prende il weekend libero. Ma Di Maio sulla Tav agita la crisi
Ansa
A prima vista, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono davvero a pochi centimetri dal «vaffa». Già l'altra sera non se l'erano mandate a dire: Salvini da Paolo Del Debbio su Rete 4 («Vedremo chi la testa più dura»), e a stretto giro di posta la replica di Di Maio, con quella parolina («irresponsabili») che ha fatto inviperire i leghisti.
E ieri - sempre a prima vista - non è andata meglio. Di buon mattino, il ministro dell'Interno è andato a Rtl, e non ha concesso granché: «Si possono tagliare spese, strutture, è giusto chiedere più contributi all'Ue e alla Francia. Ma non si può fermare l'opera». Per chi non avesse ancora capito, Salvini è stato anche più tagliente da Myrta Merlino su La7: «Nessun vertice di governo, vado a Milano, ne parliamo lunedì. Io sono per fare non per disfare. Passerò il compleanno (ndr, oggi Salvini compie 46 anni) con i miei due figli». Battuta urticante anche sull'accusa di irresponsabilità: «Di Maio è un uomo, oggi parlo di donne. Io irresponsabile? No, sono coerente e poi Luigi parlava ai suoi. Comunque non mi scandalizzo, ho sempre lavorato per riavvicinare le posizioni, devono partire i bandi per la Tav».
Nel primo pomeriggio, è arrivata la rispostaccia di Di Maio, che si è detto «interdetto» per l'atteggiamento del collega. Tre battute pesanti. La prima: «Non è questione di testa dura, non siamo bambini». La seconda: «Non mi si può dire: “Ci rivediamo lunedì"». E la terza, quasi una provocazione: «Mi rivolgo agli elettori della Lega. Se io avessi messo in discussione la legittima difesa, voi vi sareste arrabbiati». E poi - sul versante opposto a quello leghista - una posizione altrettanto netta sui bandi: «Se c'è un'opera su cui ci si dice che sono più i costi che i benefici, allora prima ridiscuti l'opera e poi vincoli i soldi».
Come si vede (lo ripetiamo per la terza volta: a prima vista), posizioni lontanissime e toni reciprocamente sgradevoli. Ma fermo restando che, sul piano dell'immagine, nessuno può dare l'idea del cedimento, ci sono almeno tre ragioni per cui Di Maio non può permettersi la caduta del governo. In primo luogo, perché (a meno di un accordo ultrade mocristiano per rompere ma contemporaneamente convertire il decretone alla Camera) in caso di crisi salterebbe il reddito di cittadinanza. In secondo luogo, perché, nello stato di salute precario in cui si trovano i 5 stelle, alle politiche rischierebbero di arrivare terzi. E infine (in assenza di modifiche statutarie) perché Di Maio non avrebbe un terzo mandato a cui appellarsi, e gli rimarrebbe solo il ruolo di guida politica del Movimento senza la ricandidatura.
Non a caso, se si esaminano tra le righe le dichiarazioni del vicepremier grillino, danno più la sensazione del wrestling (urla e minacce, ma poche botte) che non di un sanguinoso incontro di pugilato. A più riprese, ieri Di Maio ha messo al sicuro il governo: «Siamo qui per parlare di un tema che mi ha lasciato piuttosto interdetto: il fatto che non noi, ma la Lega ieri abbia messo in discussione il governo legandolo al Tav». Come dire: io non ci penso a innescare una crisi. E ancora: «Se c'è un accordo nel governo, una strada tecnica c'è sempre». E lo conferma anche la cautela con cui Di Maio ha frenato, interpellato sulla possibilità di una conta in Consiglio dei ministri: «È una questione di accordo, non di prove di forza. In alcuni consessi il M5s potrebbe tentare la prova di forza, ma non parliamo di questo». Insomma, quel che conta è non trasmettere l'idea di essersi piegato a Salvini un'altra volta. Salvini che in serata ha detto «nessuna crisi», al contrario del sottosegretario Stefano Buffagni che ha gettato benzina sul fuoco: «La crisi c'è già». Salvo ritrattare: «C'è il week end di mezzo».
E allora vale la pena ragionare sulla ricerca delle vie d'uscita dal vicolo cieco. Su questo, proprio Di Maio e un esponente leghista hanno detto cose sovrapponibili, compatibili con la posizione francese. Armando Siri, sottosegretario del Carroccio ai Trasporti, ha suggerito: «I bandi Telt per la Tav si possono pubblicare con la clausola della dissolvenza prevista dal diritto francese: con quella clausola, nonostante la pubblicazione, possono essere revocati in qualsiasi momento». E lo stesso Di Maio ha notato: «Telt è una società di diritto francese. Tutto quello che si fa, si fa sotto il diritto francese».
Si tratta di ipotesi assolutamente compatibili con quanto proposto da Louis Besson, presidente della Commissione intergovernativa italo-francese: «I bandi sono appelli che poi vengono chiusi 15-18 mesi dopo. Quindi c'è tutto il tempo per degli scambi che si volessero approfondire tra Francia, Italia e Ue». Insomma, con un minimo di lavoro diplomatico e giuridico con Parigi (e con Bruxelles sulle quote di finanziamento dell'opera), una soluzione neanche troppo rabberciata è a portata di mano: diluire nel tempo e rendere meno perentoria la sequenza dei bandi. Così la Lega potrà dire: siamo partiti. E i grillini: siamo in grado di revocarli, nessuno ci strangola. È evidente che non è il massimo ma tant'è. E resta sullo sfondo la carta definitiva, che sarebbe resa giocabile dal tempo guadagnato con le vie legali: lasciare la parola ai cittadini in un referendum consultivo. Da abbinare a europee e regionali piemontesi, il 26 maggio. Infine una nota a margine, ma non troppo. Lo spread, preso a indicatore di crisi imminenti a ogni fiammata, ieri ha toccato uno dei livelli più bassi delle ultime settimane a 242. Vorrà dire qualcosa?
Spunta il report di Ponti a favore. E la Svizzera prova a tagliarci fuori
L'analisi costi benefici, quella che boccia la Tav e che per il M5s è un totem, è stata redatta da una commissione nominata dal ministero dei Trasporti e presieduta dal professor Marco Ponti. Bene: ieri il tg di La7 ha rivelato che esiste uno studio, commissionato dalla Commissione europea , secondo il quale invece la Tav va realizzata. La circostanza singolare è che a questo studio, che promuove la Tav, ha partecipato anche la società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti. Nessuna omonimia: trattasi dello stesso Ponti, che dunque, carta canta, quando valuta la Torino-Lione per conto dell'Europa dà parere favorevole, quando lo fa per conto del governo italiano invece dà parere contrario. Secondo il dossier commissionato dall'Europa, con il corridoio Mediterraneo, che va da Gibilterra a Budapest, nel 2030 si potrà ottenere un risparmio di tempo del 30% per i passeggeri e del 44% per le merci. Inoltre, nei prossimi dieci anni, per ogni miliardo investito nel cantiere verrebbero creati 15.000 posti di lavoro.
La notizia ha scatenato una bufera, come era prevedibile, e così il ministero dei Trasporti, guidato da Danilo Toninelli, è stato costretto a diffondere una precisazione. «Lo studio riservato sul corridoio Mediterraneo», hanno fatto sapere fonti del ministero, «commissionato dalla Ue e rivelato da La7, ha visto una partecipazione solo marginale della società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti, il quale non solo non ha firmato la ricerca, ma non ne conosce in alcun modo i contenuti». Inoltre, aggiungono le stesse fonti, «va precisato che si tratta di una analisi riconducibile a quelle di valore aggiunto, fondata sul moltiplicatore keynesiano, metodo che non ha nulla a che fare con la analisi costi-benefici effettuata sulla tratta Torino-Lione». «Quella», ha detto lo stesso Ponti a Mattino 5, «non è una analisi-costi benefici, ma sull'impatto, che si basa su analisi di valore aggiunto. Non misura i costi, ma il traffico, l'occupazione e l'impatto sulle imprese».
Intanto, la Svizzera si sta preparando a godere dei benefici di un'eventuale rinuncia dell'Italia alla realizzazione della Tav. Lo rivela l'Adnkronos: il governo elvetico è pronto a investire oltre 10 miliardi di euro per rafforzare e velocizzare la linea traffico merci da Est a Ovest, cioè da Ginevra fino a Winterthur, e ha predisposto un piano per creare una rete completamente sotterranea e automatizzata, sempre per il trasporto delle merci.
In pratica, la Svizzera punta a realizzare una linea parallela al tracciato della Tav Torino-Lione, in grado di raccogliere il traffico delle merci tra i Paesi dell'Est europeo e la Francia, tagliando completamente fuori l'Italia. Non solo: il progetto elvetico comprende anche la costruzione di una fitta rete logistica, con base a Olten, che sarà in grado di incrociare i traffici del corridoio europeo Nord-Aud con quello Est-Ovest. L'ufficio federale dei Trasporti svizzero conferma all'Adnkronos che per la prossima fase di ampliamento dell'infrastruttura fino al 2035 il governo propone circa 200 interventi per un totale di 11,9 miliardi di franchi svizzeri. «L'obiettivo di questi interventi», sottolinea l'ufficio federale dei Trasporti, «è potenziare le capacità dell'infrastruttura esistente. Verrà ampliata la rete per il traffico merci rapido nazionale, in particolare sull'asse Est-Ovest. Parallelamente, verranno ampliati gli impianti per il traffico merci».
Del resto, le infrastrutture significano sviluppo e soldi. Il progetto della Svizzera, per esempio, sarebbe un colpo gravissimo per l'interporto di Verona, che perderebbe il passaggio di 25.000 treni aggiuntivi. «Non sorprende che la Svizzera», commenta l'ex commissario del governo per la Tav, Paolo Foietta, «punti forte sul trasporto ferroviario velocizzando il trasporto merci sull'asse Est-Ovest e si prepari ad accogliere i flussi rifiutati dall'Italia. È un Paese che crede nelle infrastrutture e che sa che queste portano ricchezza».
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Il leghista: «Se ne riparla lunedì, l'opera non si ferma». Il grillino convoca la stampa: «Interdetti, noi questo fine settimana lavoreremo». La rottura, a parole, è vicinissima. La soluzione però sta in come si scriveranno i bandi.Spunta il report di Ponti a favore. E la Svizzera prova a tagliarci fuori. La società dell'autore dello studio per il governo, che boccia l'opera, la giudicò positiva per l'Ue: «Però non c'erano i costi». Da Zurigo 10 miliardi per un tracciato alternativo.Lo speciale comprende due articoli.A prima vista, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono davvero a pochi centimetri dal «vaffa». Già l'altra sera non se l'erano mandate a dire: Salvini da Paolo Del Debbio su Rete 4 («Vedremo chi la testa più dura»), e a stretto giro di posta la replica di Di Maio, con quella parolina («irresponsabili») che ha fatto inviperire i leghisti. E ieri - sempre a prima vista - non è andata meglio. Di buon mattino, il ministro dell'Interno è andato a Rtl, e non ha concesso granché: «Si possono tagliare spese, strutture, è giusto chiedere più contributi all'Ue e alla Francia. Ma non si può fermare l'opera». Per chi non avesse ancora capito, Salvini è stato anche più tagliente da Myrta Merlino su La7: «Nessun vertice di governo, vado a Milano, ne parliamo lunedì. Io sono per fare non per disfare. Passerò il compleanno (ndr, oggi Salvini compie 46 anni) con i miei due figli». Battuta urticante anche sull'accusa di irresponsabilità: «Di Maio è un uomo, oggi parlo di donne. Io irresponsabile? No, sono coerente e poi Luigi parlava ai suoi. Comunque non mi scandalizzo, ho sempre lavorato per riavvicinare le posizioni, devono partire i bandi per la Tav».Nel primo pomeriggio, è arrivata la rispostaccia di Di Maio, che si è detto «interdetto» per l'atteggiamento del collega. Tre battute pesanti. La prima: «Non è questione di testa dura, non siamo bambini». La seconda: «Non mi si può dire: “Ci rivediamo lunedì"». E la terza, quasi una provocazione: «Mi rivolgo agli elettori della Lega. Se io avessi messo in discussione la legittima difesa, voi vi sareste arrabbiati». E poi - sul versante opposto a quello leghista - una posizione altrettanto netta sui bandi: «Se c'è un'opera su cui ci si dice che sono più i costi che i benefici, allora prima ridiscuti l'opera e poi vincoli i soldi». Come si vede (lo ripetiamo per la terza volta: a prima vista), posizioni lontanissime e toni reciprocamente sgradevoli. Ma fermo restando che, sul piano dell'immagine, nessuno può dare l'idea del cedimento, ci sono almeno tre ragioni per cui Di Maio non può permettersi la caduta del governo. In primo luogo, perché (a meno di un accordo ultrade mocristiano per rompere ma contemporaneamente convertire il decretone alla Camera) in caso di crisi salterebbe il reddito di cittadinanza. In secondo luogo, perché, nello stato di salute precario in cui si trovano i 5 stelle, alle politiche rischierebbero di arrivare terzi. E infine (in assenza di modifiche statutarie) perché Di Maio non avrebbe un terzo mandato a cui appellarsi, e gli rimarrebbe solo il ruolo di guida politica del Movimento senza la ricandidatura. Non a caso, se si esaminano tra le righe le dichiarazioni del vicepremier grillino, danno più la sensazione del wrestling (urla e minacce, ma poche botte) che non di un sanguinoso incontro di pugilato. A più riprese, ieri Di Maio ha messo al sicuro il governo: «Siamo qui per parlare di un tema che mi ha lasciato piuttosto interdetto: il fatto che non noi, ma la Lega ieri abbia messo in discussione il governo legandolo al Tav». Come dire: io non ci penso a innescare una crisi. E ancora: «Se c'è un accordo nel governo, una strada tecnica c'è sempre». E lo conferma anche la cautela con cui Di Maio ha frenato, interpellato sulla possibilità di una conta in Consiglio dei ministri: «È una questione di accordo, non di prove di forza. In alcuni consessi il M5s potrebbe tentare la prova di forza, ma non parliamo di questo». Insomma, quel che conta è non trasmettere l'idea di essersi piegato a Salvini un'altra volta. Salvini che in serata ha detto «nessuna crisi», al contrario del sottosegretario Stefano Buffagni che ha gettato benzina sul fuoco: «La crisi c'è già». Salvo ritrattare: «C'è il week end di mezzo». E allora vale la pena ragionare sulla ricerca delle vie d'uscita dal vicolo cieco. Su questo, proprio Di Maio e un esponente leghista hanno detto cose sovrapponibili, compatibili con la posizione francese. Armando Siri, sottosegretario del Carroccio ai Trasporti, ha suggerito: «I bandi Telt per la Tav si possono pubblicare con la clausola della dissolvenza prevista dal diritto francese: con quella clausola, nonostante la pubblicazione, possono essere revocati in qualsiasi momento». E lo stesso Di Maio ha notato: «Telt è una società di diritto francese. Tutto quello che si fa, si fa sotto il diritto francese».Si tratta di ipotesi assolutamente compatibili con quanto proposto da Louis Besson, presidente della Commissione intergovernativa italo-francese: «I bandi sono appelli che poi vengono chiusi 15-18 mesi dopo. Quindi c'è tutto il tempo per degli scambi che si volessero approfondire tra Francia, Italia e Ue». Insomma, con un minimo di lavoro diplomatico e giuridico con Parigi (e con Bruxelles sulle quote di finanziamento dell'opera), una soluzione neanche troppo rabberciata è a portata di mano: diluire nel tempo e rendere meno perentoria la sequenza dei bandi. Così la Lega potrà dire: siamo partiti. E i grillini: siamo in grado di revocarli, nessuno ci strangola. È evidente che non è il massimo ma tant'è. E resta sullo sfondo la carta definitiva, che sarebbe resa giocabile dal tempo guadagnato con le vie legali: lasciare la parola ai cittadini in un referendum consultivo. Da abbinare a europee e regionali piemontesi, il 26 maggio. Infine una nota a margine, ma non troppo. Lo spread, preso a indicatore di crisi imminenti a ogni fiammata, ieri ha toccato uno dei livelli più bassi delle ultime settimane a 242. 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La circostanza singolare è che a questo studio, che promuove la Tav, ha partecipato anche la società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti. Nessuna omonimia: trattasi dello stesso Ponti, che dunque, carta canta, quando valuta la Torino-Lione per conto dell'Europa dà parere favorevole, quando lo fa per conto del governo italiano invece dà parere contrario. Secondo il dossier commissionato dall'Europa, con il corridoio Mediterraneo, che va da Gibilterra a Budapest, nel 2030 si potrà ottenere un risparmio di tempo del 30% per i passeggeri e del 44% per le merci. Inoltre, nei prossimi dieci anni, per ogni miliardo investito nel cantiere verrebbero creati 15.000 posti di lavoro. La notizia ha scatenato una bufera, come era prevedibile, e così il ministero dei Trasporti, guidato da Danilo Toninelli, è stato costretto a diffondere una precisazione. «Lo studio riservato sul corridoio Mediterraneo», hanno fatto sapere fonti del ministero, «commissionato dalla Ue e rivelato da La7, ha visto una partecipazione solo marginale della società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti, il quale non solo non ha firmato la ricerca, ma non ne conosce in alcun modo i contenuti». Inoltre, aggiungono le stesse fonti, «va precisato che si tratta di una analisi riconducibile a quelle di valore aggiunto, fondata sul moltiplicatore keynesiano, metodo che non ha nulla a che fare con la analisi costi-benefici effettuata sulla tratta Torino-Lione». «Quella», ha detto lo stesso Ponti a Mattino 5, «non è una analisi-costi benefici, ma sull'impatto, che si basa su analisi di valore aggiunto. Non misura i costi, ma il traffico, l'occupazione e l'impatto sulle imprese». Intanto, la Svizzera si sta preparando a godere dei benefici di un'eventuale rinuncia dell'Italia alla realizzazione della Tav. Lo rivela l'Adnkronos: il governo elvetico è pronto a investire oltre 10 miliardi di euro per rafforzare e velocizzare la linea traffico merci da Est a Ovest, cioè da Ginevra fino a Winterthur, e ha predisposto un piano per creare una rete completamente sotterranea e automatizzata, sempre per il trasporto delle merci. In pratica, la Svizzera punta a realizzare una linea parallela al tracciato della Tav Torino-Lione, in grado di raccogliere il traffico delle merci tra i Paesi dell'Est europeo e la Francia, tagliando completamente fuori l'Italia. Non solo: il progetto elvetico comprende anche la costruzione di una fitta rete logistica, con base a Olten, che sarà in grado di incrociare i traffici del corridoio europeo Nord-Aud con quello Est-Ovest. L'ufficio federale dei Trasporti svizzero conferma all'Adnkronos che per la prossima fase di ampliamento dell'infrastruttura fino al 2035 il governo propone circa 200 interventi per un totale di 11,9 miliardi di franchi svizzeri. «L'obiettivo di questi interventi», sottolinea l'ufficio federale dei Trasporti, «è potenziare le capacità dell'infrastruttura esistente. Verrà ampliata la rete per il traffico merci rapido nazionale, in particolare sull'asse Est-Ovest. Parallelamente, verranno ampliati gli impianti per il traffico merci». Del resto, le infrastrutture significano sviluppo e soldi. Il progetto della Svizzera, per esempio, sarebbe un colpo gravissimo per l'interporto di Verona, che perderebbe il passaggio di 25.000 treni aggiuntivi. «Non sorprende che la Svizzera», commenta l'ex commissario del governo per la Tav, Paolo Foietta, «punti forte sul trasporto ferroviario velocizzando il trasporto merci sull'asse Est-Ovest e si prepari ad accogliere i flussi rifiutati dall'Italia. È un Paese che crede nelle infrastrutture e che sa che queste portano ricchezza».
Modena, i soccorsi ai feriti investiti dall'auto di Salim El Koudri (Ansa)
Le norme sono infatti troppo ambigue e troppo lasciano alla discrezionalità dei giudici, con l’aggravante che, essendo a costoro concesso di non dover rispondere delle loro azioni discrezionali, al cittadino non resta che sperare nel buon Dio. Ho posto a «Simpliciter.ia» - che non è una qualunque IA, tipo Chatgpt o Grok, ma è un servizio a pagamento, specifico per giuristi professionisti - la domanda che segue: «Un presunto terrorista investe di proposito con l’auto alcuni passanti, ne ferisce diversi e uno muore. L’auto finisce la propria corsa schiacciando a morte una donna contro un muro, l’uomo scappa a piedi brandendo un coltello e cercando di colpire altri passanti. Evoluzione a): tre cittadini lo rincorrono, gli si avventano contro per cercare di fermarlo, ma nella colluttazione uno colpisce il delinquente che batte la testa sul selciato e muore. Evoluzione b): un poliziotto che ha assistito alla strage estrae la pistola, spara, e colpisce l’uomo a morte. Orbene: che responsabilità la legge italiana addebita ai due cittadini del caso a) e al poliziotto del caso b)?».
Dico subito che in nessun caso prendo le risposte di qualunque IA per oro colato. Anzi. Comunque sia, ecco il riassunto della risposta completa e dettagliata di Simpliciter: «Secondo l’art. 52 c.p., comma 1 (legittima difesa) nonché secondo l’art. 383 c.p.p. (arresto in flagranza), i tre cittadini non sarebbero punibili; parimenti, per l’art. 53 c.p. (uso legittimo dell’arma) non sarebbe punibile il poliziotto». Nel leggere l’analisi giuridica dei casi, due perplessità nascono spontanee: primo, l’uso del condizionale e, secondo, le ragioni addotte dalla legge sulla non punibilità. Ma andiamo per gradi, e cominciamo da queste ultime.
Secondo Simpliciter, «il punto cruciale della non punibilità è la proporzionalità dell’azione difensiva: i tre hanno agito a mani nude contro uno armato di coltello; la condotta difensiva (azzuffarsi) è meno lesiva della condotta aggressiva (avere il coltello)». Ora, a mio modo di vedere, che il «punto cruciale» sia quello detto è una cosa che trovo quanto mai inquietante: i cittadini si sarebbero sottratti alla scure della legge italiana solo perché al coltello opponevano «mani nude», cosa che ha loro garantito di non travalicare la proporzionalità pretesa dalla norma. Una legge che pretende che la reazione difensiva non travalichi l’azione violenta aggressiva è, di fatto, una legge che implicitamente chiede che non ci si difenda.
E veniamo ora all’uso del condizionale nella risposta di Simpliciter, che così continua: «Se il giudice ritenesse che nella colluttazione sia stata usata una forza eccedente - ad esempio, una spinta di intensità sproporzionata - potrebbe configurarsi l’eccesso colposo (art. 55 c.p.), e i tre risponderebbero di omicidio colposo (art. 589 c.p.)».
Quanto al poliziotto, egli «godrebbe della scriminate dell’art. 53 c.p. (uso legittimo delle armi) solo se dimostra 1) che sparare era l’ultima risorsa ammissibile (Cass. pen., Sez. IV, n. 15162/2017), 2) che aveva tentato altri mezzi meno lesivi (Cass. pen., Sez. IV, n. 854/2008) e - anche qui - 3) che la sua azione era proporzionale all’offesa (Cass. pen., Sez. IV, n. 3727/2024). Queste condizioni ci stanno, perché il terrorista ha un coltello e il poliziotto non può avvicinarsi a sperimentare altri mezzi (peperoncino, etc.) senza rischiare di essere colpito. In mancanza di queste condizioni anche sul poliziotto cadrebbe la scure dell’omicidio colposo».
Per farla breve, la legge non consente ad un aggredito di presumere il peggio e cercare di evitarlo con totale libertà di reazione (e peggio per l’aggressore se quel «peggio» dovesse rivelarsi solo presunto). Per la nostra legge, l’aggredito che si difende è, innanzitutto, un imputato. Non penso di avere idee particolarmente originali; anzi, son sicuro che c’è, là fuori, una moltitudine di elettori pronti a rinunciare di rinnovare il proprio voto perché percepiscono tradite le proprie aspettative. Ci sarà pure un modo giuridicamente coerente per soddisfarle. A buon intenditor…
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Simone Venturini intanto si gode la vittoria. A Un Giorno da Pecora gli chiedono: «I leader del campo largo sono venuti tutti, pensa che qualcuno di loro le abbia dato una mano?». E lui risponde: «Conte, Schlein, Fratoianni, ma Conte più di tutti perché è stato il peggior premier degli ultimi anni». Allora viene voglia di spulciare le tabelle di Youtrend e si scopre che a Venezia, dove ha trionfato a dispetto dei sondaggi (pilotati?) Simone Venturini, metà di quelli che avevano votato 5 stelle alle europee due anni fa, ora hanno votato per lui.
A conferma che a Venezia il campo largo era sì e no un campiello, visto che a far vincere il centrodestra sarebbero stati gli elettori dell’alleanza Pd-pentastellati. Sempre attingendo alle analisi di Youtrend si apprende che, considerando i 121 Comuni al di sopra dei 15.000 abitanti e che andranno al ballottaggio il 7 e l’8 giugno -in quella data votano per il primo turno anche 149 comuni della Sardegna - il centrosinistra ha vinto al primo turno in 37 Comuni a fronte di 59 sindaci uscenti e il centrodestra in 25 a fronte di 42 uscenti, mentre in 15 Comuni hanno vinto candidati civici o di altri partiti (erano 17 nella precedente tornata). Con un rapido calcolo si vede che il centrosinistra ha confermato il 62% dei suoi sindaci e il centrodestra il 59%.
In 41 Comuni, che sono il 33% di quelli andati al voto, come detto si va al ballottaggio e la partita ai nastri di partenza è pressoché pari. Alla ricerca di una minima soddisfazione il campo largo si affida ai capoluoghi di provincia: sono stati 18 quelli andati alle urne. Nei capoluoghi il centrosinistra (che non è stato campo largo ovunque) elegge al primo turno sette sindaci, mentre il centrodestra ne promuove tre. Però si devono sottrarre al centrosinistra tanto Salerno quanto Enna.
In questi due capoluoghi i sindaci trionfatori, Vincenzo De Luca con il 57,2% dei consensi, e Mirello Crisafulli che ha avuto il 60,4% dei voti, hanno corso senza il simbolo del Pd che lo ha loro negato e contro il Movimento Cinque Stelle, che a Salerno ha schierato insieme ad Avs addirittura un suo candidato, Francesco Lanocita che si è fermato al 14,1%. Sempre restando sui capoluoghi, clamoroso è il risultato di Reggio Calabria dove Francesco Cannizzaro, uomo di vertice nazionale di Forza Italia, ha con il 65,7% dei voti letteralmente asfaltato il sindaco uscente del Pd, Domenico Donato Battaglia, fermo al 24,7%, che aveva ricevuto l’eredità del Comune da Giuseppe Falcomatà, che ha «governato» per quasi 11 anni sotto le insegne del Pd.
In questo turno evidentissimo è il balzo in avanti di Forza Italia che, sommando i suoi voti alla lista del sindaco sfiora il 19%, insieme a un arretramento altrettanto vistoso del Pd, che passa dal 10,5% di cinque anni fa al 7% di oggi. Sempre rimanendo sui risultati dei capoluoghi di provincia, vanno al ballottaggio tre Comuni rossi: Lecco, Trani e Chieti, dove il Pd ha schierato un calibro da 90, Giovanni Legnini (vicepresidente del Csm, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio) che si è però fermato al 48,4% dei voti. I Comuni di centrodestra che vanno al ballottaggio sono Arezzo e in particolare Macerata, il cui sindaco uscente, Sandro Parcaroli, imposto per il bis da Matteo Salvini e voluto fortemente da Francesco Acquaroli, dato per vincente per tutto il giorno, come Cenerentola a mezzanotte si è risvegliato con il 49,96% scoprendo di essere con 282 voti solo il sesto tra i leghisti.
Se la vedrà al ballottaggio con Giancarlo Tittarelli (41,95) del campo largo. Due Comuni sono diventati famosi. Il primo è Vigevano, dove Furio Suvilla, sostenuto da Roberto Vannacci, ha avuto il 14,1% e sarà l’ago della bilancia al ballottaggio tra Rossella Buratti (centrosinistra) e Paolo Previde Massara, sostenuto da Forza Italia. A Vigevano c’era Massimo Lovati, l’ex avvocato di Andrea Sempio, che si è fermato all’1%. L’altro Comune sotto i riflettori è Ceglie Messapica, dove va in vacanza in Puglia Giorgia Meloni. Resta sindaco di Fdi Angelo Palmisano mentre Rocco Casalino, l’ex portavoce di Giuseppe Conte è secondo e non eletto con 246 voti, con i 5 Stelle fermi al 10%.
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La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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