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2019-03-09
Salvini si prende il weekend libero. Ma Di Maio sulla Tav agita la crisi
Ansa
A prima vista, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono davvero a pochi centimetri dal «vaffa». Già l'altra sera non se l'erano mandate a dire: Salvini da Paolo Del Debbio su Rete 4 («Vedremo chi la testa più dura»), e a stretto giro di posta la replica di Di Maio, con quella parolina («irresponsabili») che ha fatto inviperire i leghisti.
E ieri - sempre a prima vista - non è andata meglio. Di buon mattino, il ministro dell'Interno è andato a Rtl, e non ha concesso granché: «Si possono tagliare spese, strutture, è giusto chiedere più contributi all'Ue e alla Francia. Ma non si può fermare l'opera». Per chi non avesse ancora capito, Salvini è stato anche più tagliente da Myrta Merlino su La7: «Nessun vertice di governo, vado a Milano, ne parliamo lunedì. Io sono per fare non per disfare. Passerò il compleanno (ndr, oggi Salvini compie 46 anni) con i miei due figli». Battuta urticante anche sull'accusa di irresponsabilità: «Di Maio è un uomo, oggi parlo di donne. Io irresponsabile? No, sono coerente e poi Luigi parlava ai suoi. Comunque non mi scandalizzo, ho sempre lavorato per riavvicinare le posizioni, devono partire i bandi per la Tav».
Nel primo pomeriggio, è arrivata la rispostaccia di Di Maio, che si è detto «interdetto» per l'atteggiamento del collega. Tre battute pesanti. La prima: «Non è questione di testa dura, non siamo bambini». La seconda: «Non mi si può dire: “Ci rivediamo lunedì"». E la terza, quasi una provocazione: «Mi rivolgo agli elettori della Lega. Se io avessi messo in discussione la legittima difesa, voi vi sareste arrabbiati». E poi - sul versante opposto a quello leghista - una posizione altrettanto netta sui bandi: «Se c'è un'opera su cui ci si dice che sono più i costi che i benefici, allora prima ridiscuti l'opera e poi vincoli i soldi».
Come si vede (lo ripetiamo per la terza volta: a prima vista), posizioni lontanissime e toni reciprocamente sgradevoli. Ma fermo restando che, sul piano dell'immagine, nessuno può dare l'idea del cedimento, ci sono almeno tre ragioni per cui Di Maio non può permettersi la caduta del governo. In primo luogo, perché (a meno di un accordo ultrade mocristiano per rompere ma contemporaneamente convertire il decretone alla Camera) in caso di crisi salterebbe il reddito di cittadinanza. In secondo luogo, perché, nello stato di salute precario in cui si trovano i 5 stelle, alle politiche rischierebbero di arrivare terzi. E infine (in assenza di modifiche statutarie) perché Di Maio non avrebbe un terzo mandato a cui appellarsi, e gli rimarrebbe solo il ruolo di guida politica del Movimento senza la ricandidatura.
Non a caso, se si esaminano tra le righe le dichiarazioni del vicepremier grillino, danno più la sensazione del wrestling (urla e minacce, ma poche botte) che non di un sanguinoso incontro di pugilato. A più riprese, ieri Di Maio ha messo al sicuro il governo: «Siamo qui per parlare di un tema che mi ha lasciato piuttosto interdetto: il fatto che non noi, ma la Lega ieri abbia messo in discussione il governo legandolo al Tav». Come dire: io non ci penso a innescare una crisi. E ancora: «Se c'è un accordo nel governo, una strada tecnica c'è sempre». E lo conferma anche la cautela con cui Di Maio ha frenato, interpellato sulla possibilità di una conta in Consiglio dei ministri: «È una questione di accordo, non di prove di forza. In alcuni consessi il M5s potrebbe tentare la prova di forza, ma non parliamo di questo». Insomma, quel che conta è non trasmettere l'idea di essersi piegato a Salvini un'altra volta. Salvini che in serata ha detto «nessuna crisi», al contrario del sottosegretario Stefano Buffagni che ha gettato benzina sul fuoco: «La crisi c'è già». Salvo ritrattare: «C'è il week end di mezzo».
E allora vale la pena ragionare sulla ricerca delle vie d'uscita dal vicolo cieco. Su questo, proprio Di Maio e un esponente leghista hanno detto cose sovrapponibili, compatibili con la posizione francese. Armando Siri, sottosegretario del Carroccio ai Trasporti, ha suggerito: «I bandi Telt per la Tav si possono pubblicare con la clausola della dissolvenza prevista dal diritto francese: con quella clausola, nonostante la pubblicazione, possono essere revocati in qualsiasi momento». E lo stesso Di Maio ha notato: «Telt è una società di diritto francese. Tutto quello che si fa, si fa sotto il diritto francese».
Si tratta di ipotesi assolutamente compatibili con quanto proposto da Louis Besson, presidente della Commissione intergovernativa italo-francese: «I bandi sono appelli che poi vengono chiusi 15-18 mesi dopo. Quindi c'è tutto il tempo per degli scambi che si volessero approfondire tra Francia, Italia e Ue». Insomma, con un minimo di lavoro diplomatico e giuridico con Parigi (e con Bruxelles sulle quote di finanziamento dell'opera), una soluzione neanche troppo rabberciata è a portata di mano: diluire nel tempo e rendere meno perentoria la sequenza dei bandi. Così la Lega potrà dire: siamo partiti. E i grillini: siamo in grado di revocarli, nessuno ci strangola. È evidente che non è il massimo ma tant'è. E resta sullo sfondo la carta definitiva, che sarebbe resa giocabile dal tempo guadagnato con le vie legali: lasciare la parola ai cittadini in un referendum consultivo. Da abbinare a europee e regionali piemontesi, il 26 maggio. Infine una nota a margine, ma non troppo. Lo spread, preso a indicatore di crisi imminenti a ogni fiammata, ieri ha toccato uno dei livelli più bassi delle ultime settimane a 242. Vorrà dire qualcosa?
Spunta il report di Ponti a favore. E la Svizzera prova a tagliarci fuori
L'analisi costi benefici, quella che boccia la Tav e che per il M5s è un totem, è stata redatta da una commissione nominata dal ministero dei Trasporti e presieduta dal professor Marco Ponti. Bene: ieri il tg di La7 ha rivelato che esiste uno studio, commissionato dalla Commissione europea , secondo il quale invece la Tav va realizzata. La circostanza singolare è che a questo studio, che promuove la Tav, ha partecipato anche la società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti. Nessuna omonimia: trattasi dello stesso Ponti, che dunque, carta canta, quando valuta la Torino-Lione per conto dell'Europa dà parere favorevole, quando lo fa per conto del governo italiano invece dà parere contrario. Secondo il dossier commissionato dall'Europa, con il corridoio Mediterraneo, che va da Gibilterra a Budapest, nel 2030 si potrà ottenere un risparmio di tempo del 30% per i passeggeri e del 44% per le merci. Inoltre, nei prossimi dieci anni, per ogni miliardo investito nel cantiere verrebbero creati 15.000 posti di lavoro.
La notizia ha scatenato una bufera, come era prevedibile, e così il ministero dei Trasporti, guidato da Danilo Toninelli, è stato costretto a diffondere una precisazione. «Lo studio riservato sul corridoio Mediterraneo», hanno fatto sapere fonti del ministero, «commissionato dalla Ue e rivelato da La7, ha visto una partecipazione solo marginale della società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti, il quale non solo non ha firmato la ricerca, ma non ne conosce in alcun modo i contenuti». Inoltre, aggiungono le stesse fonti, «va precisato che si tratta di una analisi riconducibile a quelle di valore aggiunto, fondata sul moltiplicatore keynesiano, metodo che non ha nulla a che fare con la analisi costi-benefici effettuata sulla tratta Torino-Lione». «Quella», ha detto lo stesso Ponti a Mattino 5, «non è una analisi-costi benefici, ma sull'impatto, che si basa su analisi di valore aggiunto. Non misura i costi, ma il traffico, l'occupazione e l'impatto sulle imprese».
Intanto, la Svizzera si sta preparando a godere dei benefici di un'eventuale rinuncia dell'Italia alla realizzazione della Tav. Lo rivela l'Adnkronos: il governo elvetico è pronto a investire oltre 10 miliardi di euro per rafforzare e velocizzare la linea traffico merci da Est a Ovest, cioè da Ginevra fino a Winterthur, e ha predisposto un piano per creare una rete completamente sotterranea e automatizzata, sempre per il trasporto delle merci.
In pratica, la Svizzera punta a realizzare una linea parallela al tracciato della Tav Torino-Lione, in grado di raccogliere il traffico delle merci tra i Paesi dell'Est europeo e la Francia, tagliando completamente fuori l'Italia. Non solo: il progetto elvetico comprende anche la costruzione di una fitta rete logistica, con base a Olten, che sarà in grado di incrociare i traffici del corridoio europeo Nord-Aud con quello Est-Ovest. L'ufficio federale dei Trasporti svizzero conferma all'Adnkronos che per la prossima fase di ampliamento dell'infrastruttura fino al 2035 il governo propone circa 200 interventi per un totale di 11,9 miliardi di franchi svizzeri. «L'obiettivo di questi interventi», sottolinea l'ufficio federale dei Trasporti, «è potenziare le capacità dell'infrastruttura esistente. Verrà ampliata la rete per il traffico merci rapido nazionale, in particolare sull'asse Est-Ovest. Parallelamente, verranno ampliati gli impianti per il traffico merci».
Del resto, le infrastrutture significano sviluppo e soldi. Il progetto della Svizzera, per esempio, sarebbe un colpo gravissimo per l'interporto di Verona, che perderebbe il passaggio di 25.000 treni aggiuntivi. «Non sorprende che la Svizzera», commenta l'ex commissario del governo per la Tav, Paolo Foietta, «punti forte sul trasporto ferroviario velocizzando il trasporto merci sull'asse Est-Ovest e si prepari ad accogliere i flussi rifiutati dall'Italia. È un Paese che crede nelle infrastrutture e che sa che queste portano ricchezza».
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Il leghista: «Se ne riparla lunedì, l'opera non si ferma». Il grillino convoca la stampa: «Interdetti, noi questo fine settimana lavoreremo». La rottura, a parole, è vicinissima. La soluzione però sta in come si scriveranno i bandi.Spunta il report di Ponti a favore. E la Svizzera prova a tagliarci fuori. La società dell'autore dello studio per il governo, che boccia l'opera, la giudicò positiva per l'Ue: «Però non c'erano i costi». Da Zurigo 10 miliardi per un tracciato alternativo.Lo speciale comprende due articoli.A prima vista, Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono davvero a pochi centimetri dal «vaffa». Già l'altra sera non se l'erano mandate a dire: Salvini da Paolo Del Debbio su Rete 4 («Vedremo chi la testa più dura»), e a stretto giro di posta la replica di Di Maio, con quella parolina («irresponsabili») che ha fatto inviperire i leghisti. E ieri - sempre a prima vista - non è andata meglio. Di buon mattino, il ministro dell'Interno è andato a Rtl, e non ha concesso granché: «Si possono tagliare spese, strutture, è giusto chiedere più contributi all'Ue e alla Francia. Ma non si può fermare l'opera». Per chi non avesse ancora capito, Salvini è stato anche più tagliente da Myrta Merlino su La7: «Nessun vertice di governo, vado a Milano, ne parliamo lunedì. Io sono per fare non per disfare. Passerò il compleanno (ndr, oggi Salvini compie 46 anni) con i miei due figli». Battuta urticante anche sull'accusa di irresponsabilità: «Di Maio è un uomo, oggi parlo di donne. Io irresponsabile? No, sono coerente e poi Luigi parlava ai suoi. Comunque non mi scandalizzo, ho sempre lavorato per riavvicinare le posizioni, devono partire i bandi per la Tav».Nel primo pomeriggio, è arrivata la rispostaccia di Di Maio, che si è detto «interdetto» per l'atteggiamento del collega. Tre battute pesanti. La prima: «Non è questione di testa dura, non siamo bambini». La seconda: «Non mi si può dire: “Ci rivediamo lunedì"». E la terza, quasi una provocazione: «Mi rivolgo agli elettori della Lega. Se io avessi messo in discussione la legittima difesa, voi vi sareste arrabbiati». E poi - sul versante opposto a quello leghista - una posizione altrettanto netta sui bandi: «Se c'è un'opera su cui ci si dice che sono più i costi che i benefici, allora prima ridiscuti l'opera e poi vincoli i soldi». Come si vede (lo ripetiamo per la terza volta: a prima vista), posizioni lontanissime e toni reciprocamente sgradevoli. Ma fermo restando che, sul piano dell'immagine, nessuno può dare l'idea del cedimento, ci sono almeno tre ragioni per cui Di Maio non può permettersi la caduta del governo. In primo luogo, perché (a meno di un accordo ultrade mocristiano per rompere ma contemporaneamente convertire il decretone alla Camera) in caso di crisi salterebbe il reddito di cittadinanza. In secondo luogo, perché, nello stato di salute precario in cui si trovano i 5 stelle, alle politiche rischierebbero di arrivare terzi. E infine (in assenza di modifiche statutarie) perché Di Maio non avrebbe un terzo mandato a cui appellarsi, e gli rimarrebbe solo il ruolo di guida politica del Movimento senza la ricandidatura. Non a caso, se si esaminano tra le righe le dichiarazioni del vicepremier grillino, danno più la sensazione del wrestling (urla e minacce, ma poche botte) che non di un sanguinoso incontro di pugilato. A più riprese, ieri Di Maio ha messo al sicuro il governo: «Siamo qui per parlare di un tema che mi ha lasciato piuttosto interdetto: il fatto che non noi, ma la Lega ieri abbia messo in discussione il governo legandolo al Tav». Come dire: io non ci penso a innescare una crisi. E ancora: «Se c'è un accordo nel governo, una strada tecnica c'è sempre». E lo conferma anche la cautela con cui Di Maio ha frenato, interpellato sulla possibilità di una conta in Consiglio dei ministri: «È una questione di accordo, non di prove di forza. In alcuni consessi il M5s potrebbe tentare la prova di forza, ma non parliamo di questo». Insomma, quel che conta è non trasmettere l'idea di essersi piegato a Salvini un'altra volta. Salvini che in serata ha detto «nessuna crisi», al contrario del sottosegretario Stefano Buffagni che ha gettato benzina sul fuoco: «La crisi c'è già». Salvo ritrattare: «C'è il week end di mezzo». E allora vale la pena ragionare sulla ricerca delle vie d'uscita dal vicolo cieco. Su questo, proprio Di Maio e un esponente leghista hanno detto cose sovrapponibili, compatibili con la posizione francese. Armando Siri, sottosegretario del Carroccio ai Trasporti, ha suggerito: «I bandi Telt per la Tav si possono pubblicare con la clausola della dissolvenza prevista dal diritto francese: con quella clausola, nonostante la pubblicazione, possono essere revocati in qualsiasi momento». E lo stesso Di Maio ha notato: «Telt è una società di diritto francese. Tutto quello che si fa, si fa sotto il diritto francese».Si tratta di ipotesi assolutamente compatibili con quanto proposto da Louis Besson, presidente della Commissione intergovernativa italo-francese: «I bandi sono appelli che poi vengono chiusi 15-18 mesi dopo. Quindi c'è tutto il tempo per degli scambi che si volessero approfondire tra Francia, Italia e Ue». Insomma, con un minimo di lavoro diplomatico e giuridico con Parigi (e con Bruxelles sulle quote di finanziamento dell'opera), una soluzione neanche troppo rabberciata è a portata di mano: diluire nel tempo e rendere meno perentoria la sequenza dei bandi. Così la Lega potrà dire: siamo partiti. E i grillini: siamo in grado di revocarli, nessuno ci strangola. È evidente che non è il massimo ma tant'è. E resta sullo sfondo la carta definitiva, che sarebbe resa giocabile dal tempo guadagnato con le vie legali: lasciare la parola ai cittadini in un referendum consultivo. Da abbinare a europee e regionali piemontesi, il 26 maggio. Infine una nota a margine, ma non troppo. Lo spread, preso a indicatore di crisi imminenti a ogni fiammata, ieri ha toccato uno dei livelli più bassi delle ultime settimane a 242. 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La circostanza singolare è che a questo studio, che promuove la Tav, ha partecipato anche la società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti. Nessuna omonimia: trattasi dello stesso Ponti, che dunque, carta canta, quando valuta la Torino-Lione per conto dell'Europa dà parere favorevole, quando lo fa per conto del governo italiano invece dà parere contrario. Secondo il dossier commissionato dall'Europa, con il corridoio Mediterraneo, che va da Gibilterra a Budapest, nel 2030 si potrà ottenere un risparmio di tempo del 30% per i passeggeri e del 44% per le merci. Inoltre, nei prossimi dieci anni, per ogni miliardo investito nel cantiere verrebbero creati 15.000 posti di lavoro. La notizia ha scatenato una bufera, come era prevedibile, e così il ministero dei Trasporti, guidato da Danilo Toninelli, è stato costretto a diffondere una precisazione. «Lo studio riservato sul corridoio Mediterraneo», hanno fatto sapere fonti del ministero, «commissionato dalla Ue e rivelato da La7, ha visto una partecipazione solo marginale della società Trt trasporti e territorio, presieduta dal professor Marco Ponti, il quale non solo non ha firmato la ricerca, ma non ne conosce in alcun modo i contenuti». Inoltre, aggiungono le stesse fonti, «va precisato che si tratta di una analisi riconducibile a quelle di valore aggiunto, fondata sul moltiplicatore keynesiano, metodo che non ha nulla a che fare con la analisi costi-benefici effettuata sulla tratta Torino-Lione». «Quella», ha detto lo stesso Ponti a Mattino 5, «non è una analisi-costi benefici, ma sull'impatto, che si basa su analisi di valore aggiunto. Non misura i costi, ma il traffico, l'occupazione e l'impatto sulle imprese». Intanto, la Svizzera si sta preparando a godere dei benefici di un'eventuale rinuncia dell'Italia alla realizzazione della Tav. Lo rivela l'Adnkronos: il governo elvetico è pronto a investire oltre 10 miliardi di euro per rafforzare e velocizzare la linea traffico merci da Est a Ovest, cioè da Ginevra fino a Winterthur, e ha predisposto un piano per creare una rete completamente sotterranea e automatizzata, sempre per il trasporto delle merci. In pratica, la Svizzera punta a realizzare una linea parallela al tracciato della Tav Torino-Lione, in grado di raccogliere il traffico delle merci tra i Paesi dell'Est europeo e la Francia, tagliando completamente fuori l'Italia. Non solo: il progetto elvetico comprende anche la costruzione di una fitta rete logistica, con base a Olten, che sarà in grado di incrociare i traffici del corridoio europeo Nord-Aud con quello Est-Ovest. L'ufficio federale dei Trasporti svizzero conferma all'Adnkronos che per la prossima fase di ampliamento dell'infrastruttura fino al 2035 il governo propone circa 200 interventi per un totale di 11,9 miliardi di franchi svizzeri. «L'obiettivo di questi interventi», sottolinea l'ufficio federale dei Trasporti, «è potenziare le capacità dell'infrastruttura esistente. Verrà ampliata la rete per il traffico merci rapido nazionale, in particolare sull'asse Est-Ovest. Parallelamente, verranno ampliati gli impianti per il traffico merci». Del resto, le infrastrutture significano sviluppo e soldi. Il progetto della Svizzera, per esempio, sarebbe un colpo gravissimo per l'interporto di Verona, che perderebbe il passaggio di 25.000 treni aggiuntivi. «Non sorprende che la Svizzera», commenta l'ex commissario del governo per la Tav, Paolo Foietta, «punti forte sul trasporto ferroviario velocizzando il trasporto merci sull'asse Est-Ovest e si prepari ad accogliere i flussi rifiutati dall'Italia. È un Paese che crede nelle infrastrutture e che sa che queste portano ricchezza».
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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