Salvini lancia la piazza pro Occidente. «I capetti Ue vogliono guerra, noi no»

Mentre la polenta sobbolle, il pratone di Pontida si colma di cinque, dieci, forse 20.000 militanti della Lega. Arrivano dalla Lombardia, dal Piemonte, ma anche dalla Sardegna: hanno la bandiera coi quattro mori, garrisce con quella del leone di San Marco.
Qui l’autonomia - s’incaricherà di interpretarla Roberto Calderoli che alla sinistra urla: «Ci hanno messo di mezzo anche la Corte costituzionale ma io, come mi ha insegnato Bossi, non mollo» - è ancora il collante. A Giorgia Meloni che dalla festa dei «suoi» ragazzi all’Eur dice «Kirk lo hanno ammazzato perché era pericoloso: smontava la narrazione del mainstream con la logica», risponde Matteo Salvini: «Non un minuto di silenzio ma un pensiero a Charlie Kirk e un applauso che arrivi fino all’Arizona». La platea leghista è qui anche per Charlie Kirk: è sotto il segno del «martire» Maga che si celebra il raduno delle origini, 35 anni dopo il primo appuntamento voluto da Umberto Bossi - a lui un augurio speciale di Salvini che ricorda anche Silvio Berlusconi - dove i Comuni lombardi giurarono contro l’imperatore Federico Barbarossa. Ma quel popolo è qui anche per ricordare che la Lega è una. La dipingono divisa tra Salvini, i governatori e Roberto Vannacci. In effetti, ad ascoltare gli interventi, sembra che esista una Lega di lotta, quella del generale che ha un esercito di 150 circoli e un arsenale di 500.000 voti, e una di governo, quella di Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia che schiera un bilancio pubblico risanato, e degli amministratori con in mezzo Matteo Salvini che vuole guidarla verso una lenta mutazione dell’identità.
Invece ha ragione il popolo: la Lega è una. Lo dice Giancarlo Giorgetti che pare schermare le velleità di Roberto Vannacci: «C’è il cuore che batte qui e ci lega alle nostre tradizioni che continuano e durano nel tempo, c’è un capo e ci vuole rispetto per la gerarchia altrimenti finiremo come tutti gli altri». E lo dice anche Luca Zaia. Tutti convinti che il «doge» venisse per rompere e invece insiste: «Non penso che sia lesa maestà chiedere un candidato leghista come mio successore: il nostro candidato è Alberto Stefani».
Una cosa che la Lega assolutamente non vuole è la guerra. Matteo Salvini dal palco insiste, sempre nel nome di Kirk e con alla spalle lo slogan di quest’anno che è «Senza paura», annuncia: «Il 14 febbraio faremo una grande manifestazione per i valori, i diritti, i confini e le libertà della civiltà occidentale». Il tema forte è quello dell’immigrazione e delle espulsioni che viene cavalcato anche da Vannacci. Il segretario e vicepremier ricorda che si dovrà difendere in Cassazione dal ricorso che la Procura di Palermo ha fatto contro la sua assoluzione con formula piena nel processo Open Arms. E insiste: «Il nostro obbiettivo è blindare i confini sempre che qualche magistrato politicizzato non ci fermi. Ci sono immigrati che si vogliono integrare, ma il fanatismo islamico è incompatibile con le nostre leggi». Da qui il raduno pro-Occidente.
Matteo Salvini, poi, alza e sposta il tiro: «Non asseconderemo la voglia di guerra di capetti e mezzi leader europei che parlano di guerra per nascondere i loro fallimenti. Non manderemo mai nostri figli e nipoti a combattere in Ucraina, non siamo in guerra contro nessuno. Domani», ha insistito Salvini, chiederò a tutti, nei Comuni, di depositare una mozione che ricordi che l’Italia è contro la guerra e per vedere come la pensano i partiti». Il segretario leghista ha toccato tutti i temi dell’attualità. Su Gaza ha scandito: «Due popoli due Stati è il mio auspicio ma finché ci saranno i tagliagole di Hamas è irrealizzabile». Sulla prossima manovra di bilancio insiste: «La banche, quelle grandi, che hanno guadagnato 46 miliardi e mezzo miliardo di commissioni ci devono dare una mano».
Tocca a Roberto Vannacci, durissimo sull’immigrazione, che fa una doppia provocazione: «Il giuramento di Pontida andrebbe insegnato nelle scuole, così come andrebbero insegnati ai ragazzi chi sono stati gli eroi della Decima Mas. Oggi i ragazzi non li conoscono mentre sanno chi è Greta Thunberg che, invece, non ha combinato nulla». Si attende reazione da sinistra. Numerosi gli ospiti stranieri, dal figlio di Jair Bolsonaro, Flavio, a Santiago Abascal di Vox, ma il più atteso è Jordan Bardella, presidente francese del Rassemblement national che dice: «Cercherò di parlare italiano per rendervi omaggio. Una delle battaglie che ci unisce è la libertà d’espressione contro l’odio». Andandosene, Zaia sussurra: «Vannacci va bene se fa il leghista».






