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2019-08-22
Salvini insiste: nuovo governo senza Conte
Ansa
«Qualunque governo nasca, sarà un governo contro la Lega». Una coesione evidente, una coesione posticcia che per ora funziona e che Matteo Salvini vede chiarissima davanti a sé mentre le delegazioni cominciano a salire al Colle. Tutti contro il partito che ha vinto le europee; la suggestione annacqua anche le mosse di distensione di martedì sera (ritiro della mozione di sfiducia, proposta di un governo di scopo brevissimo prima del voto) e rende difficile ogni manovra. Anche l'ultima: la proposta di continuare l'avventura del governo del cambiamento senza Giuseppe Conte premier. L'idea è sul tavolo di Luigi Di Maio, ma nessun leghista intende spingerla con forza perché, come spiega un colonnello verde, «trattare è un pregio, mercanteggiare è un segno di debolezza».
Così si consuma la crisi di Ferragosto, mentre i leghisti raccolgono i cocci e si preparano (con la consueta, granitica unità d'intenti) alla battaglia d'autunno all'opposizione, considerandola surreale per un partito al 37% dei consensi. Il ministro dell'Interno, che rimane in carica per gli affari correnti, nota subito curiose novità nell'aria e le denuncia: «Nelle proposte del Pd c'è lo sberlone ai 5 stelle in cui scompare il taglio dei parlamentari. Noi l'abbiamo votato tre volte e anche ieri abbiamo detto di essere pronti a farlo».
Nei cinque punti di Nicola Zingaretti - europeismo incondizionato, riconoscimento della democrazia rappresentativa, ambientalismo come motore di sviluppo, cambio di gestione dei flussi migratori, svolta redistributiva delle ricette economiche e sociali (frase tremenda che evoca la patrimoniale) - il tema dei 375 parlamentari in meno non c'è più e questo potrebbe essere il primo banco di prova per una micidiale rivincita. Senza l'appoggio della Lega la riforma Fraccaro rischia di non passare. Né Pd, né Fi vedono di buon grado il taglio (i franchi tiratori hanno già la pallottola in canna), che a questo punto tornerebbe in bilico e costituirebbe una tremenda Waterloo grillina, del tutto indigesta per la base. Un inizio da paura per il governo dell'inciucio.
Difficile far finta che la Lega non esista, e la Lega lo sa. Difficile chiudere gli occhi e ripartire dal marzo 2018 anche sul tema caldo dei migranti. Un ritorno all'allegra invasione con le torte di benvenuto sulle banchine dell'accoglienza (sogno di cooperative, associazioni, Laura Boldrini e Vaticano) è lievemente difficile senza perdere immediatamente credibilità presso la maggioranza degli italiani. Nel day after Salvini tocca anche questo tasto con un post su Facebook: «Roba da matti, non hanno perso tempo. Prime prove tecniche di inciucio Pd-M5s sulla pelle degli italiani, riaprendo i porti e chiudendo un occhio sulle Ong? La Difesa ordina: siate più morbidi». L'attacco al ministro Elisabetta Trenta è frontale e non precisate fonti dello stato maggiore sono costrette immediatamente a rassicurare che «nulla cambia per quanto riguarda compiti e struttura dell'operazione Mare sicuro». Ma nella Lega sono convinti che senza la fermezza mostrata nei mesi scorsi dal Viminale è molto difficile che i porti italiani non tornino a essere un colabrodo.
Anche in economia c'è delusione. Il fronte è delicato e interessa tutti gli imprenditori del Nord. Sempre Salvini, incontrando i giornalisti fuori da Montecitorio, approccia l'argomento: «Mentre altri stanno pensando alle poltrone noi abbiamo definito la manovra economica. È pronta una manovra da 50 miliardi. Sarà fatta in deficit, ma certamente con un deficit inferiore a quello della Francia». E a chi gli chiede a bruciapelo se il futuro dell'Italia sarà dentro l'Europa risponde: «Ovviamente sì». Parla da vicepremier, forse crede ancora in un'improbabile ennesima svolta. E come se non ci fosse stato il giorno del giudizio, i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari spiegano il piano degli investimenti: «Siamo già al lavoro per costruire l'Italia del sì fondata su un taglio di tasse per 10 milioni di cittadini, investimenti pubblici, infrastrutture, processi giusti e veloci, certezza della pena e bambini che tornano a nascere. Altri stanno pensando al governo del no? Andiamo a elezioni e facciamo scegliere agli italiani. Chi scappa dalle urne ha la coscienza sporca».
Nei territori c'è perplessità e si attendono ordini. Il sentimento più diffuso è sintetizzato da Luca Zaia, governatore del Veneto, in un'intervista al Corriere della Sera: «Noi saremo come un nido di vespe nei confronti di chi andrà al governo». Quando parla di autonomia si scalda, ritiene di essere stato defraudato di qualcosa come il collega della Lombardia, Attilio Fontana. E sottolinea che «la narrazione di Conte, cioè di un gruppo di ragazzi perbene disturbati dall'iperagitato Salvini, non regge. Lui è il primo a sapere quante difficoltà gli sono state create su Tap, Tav e Olimpiadi Milano- Cortina. Qui ha sfiorato il ridicolo perché se fosse stato per il governo, addio Giochi».
Superata la frustrazione del momento, nella Lega c'è immediata volontà di rialzare la testa, di chiedere con forza le elezioni e di continuare a rappresentare quell'Italia che nonostante tutto «tira il carro con dignità e orgoglio». Sono proprio Zaia e Fontana a fotografare il panorama con lucidità: «Se la soluzione che si prospetta è un inciucio significa che la parte più produttiva del Paese, cioè il Nord, va all'opposizione». Stiamo parlando di una terra che produce più della Baviera, dove il Movimento 5 stelle praticamente non esiste. Averla contro non è una buona notizia per nessuno.
Giorgio Gandola
Gli azzurri resistono alle sirene: «Non saremo complici dell’inciucio»
Forza Italia affronta la crisi di governo da partito dilaniato, ma con una certezza: gli azzurri non faranno da stampella al governo «più a sinistra della storia» Pd-M5s-Leu.
Nessun vuole ammetterlo pubblicamente, ma all'ombra della determinazione di Silvio Berlusconi, resta comunque un'ala piuttosto consistente preoccupata dall'incognita delle elezioni subito. Il partito, nonostante i proclami, resta quindi diviso in due: l'ala lettiana e non solo (vedi Antonio Tajani e Mara Carfagna) vuole sganciarsi da Matteo Salvini; quella filoleghista, guidata fino a qualche mese fa dallo «scissionista» Giovanni Toti, vuole invece rimettere in piedi al più presto il centrodestra vecchio stile.
Ieri in serata Silvio Berlusconi è tornato a Roma riunendo lo stato maggiore azzurro con la presenza anche dell'ex coordinatrice nazionale Mara Carfagna, per provare a serrare le fila e indicare la linea da portate oggi alle consultazioni al Colle, dove Forza Italia si presterà a mezzogiorno circa. Il Cav, che vanta una lunghissima esperienza di giochi aperti su più tavoli, salirà al Quirinale per ribadire a Sergio Mattarella il suo no secco a una nuova maggioranza M5s-Pd-Leu. Una porta sbattuta in faccia al cosiddetto inciucio, per sottolineare la chiara volontà di tornare alle elezioni con un centrodestra unito. Con un'eccezione: qualora ci fosse un accorato appello del presidente della Repubblica, a partecipare «per il bene del Paese» a un esecutivo di ampio respiro, con tutti i partiti dentro (nessuno escluso), gli azzurri potrebbero dare la propria disponibilità.
In questo senso vanno lette le dichiarazioni di ieri degli esponenti azzurri. Per Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Camera e Senato, non esiste alcuna «scorciatoia, nessuna maggioranza improvvisata, men che mai un pateracchio tra Pd e 5 stelle». Forza Italia, ha sottolineato, «ritiene che la via maestra sia il voto al più presto con un centrodestra unito e compatto». Licia Ronzulli, vicepresidente dei senatori, conferma: «Forza italia vuole ridare la parola ai cittadini». Andrea Mandelli: «Vogliamo le elezioni per andare a votare con un centrodestra unito che possa affrontare i problemi del Paese, dalle clausole di salvaguardia fino all'economia e all'occupazione».
Di diverso avviso Osvaldo Napoli, che ha lamentato una crisi di governo «aperta con una tempistica surreale». Questo, secondo lui, «metterebbe in luce una volta di più la mancanza di una grande forza moderata e di equilibrio». E poi la presa di posizione: «La stagione degli estremismi, si tratti del sovranismo, del populismo o del radicalismo di sinistra ha ridotto la società italiana in un cumulo di macerie» dove i partiti continuano a «cannoneggiare per conquistare un consenso effimero sulla base di promesse irrealizzabili».
Salvini comunque ha avvertito gli azzurri: «Chi va al governo con il Pd, non va al governo con la Lega». Il leghista ha spiegato infatti che se il partito di Berlusconi entrasse nel governo Ursula «sarebbe un problema», ma non per le alleanze locali. Al momento non sembra un'ipotesi plausibile, anche se ad oggi i forzisti non sembrano poter assicurare che non ci sarà nemmeno qualche piccola fuoriuscita, più o meno stigmatizzata.
Fratelli d'Italia invece non sembra avere tentennamenti: «Lega o Pd, ai grillini basta tenere la poltrona. Altro che cambiamento».
Maria Elena Capitanio
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Il leader del Carroccio non ritira l'offerta al Movimento: ripartire cambiando inquilino a Palazzo Chigi. Anche se i pentastellati sembrano già aver voltato pagina. A costo di sacrificare il taglio dei parlamentari e di sposare la linea di Laura Boldrini sui migranti.Silvio Berlusconi dà la linea, ma non mancano i forzisti terrorizzati dal parere dei cittadini.Lo speciale contiene due articoli«Qualunque governo nasca, sarà un governo contro la Lega». Una coesione evidente, una coesione posticcia che per ora funziona e che Matteo Salvini vede chiarissima davanti a sé mentre le delegazioni cominciano a salire al Colle. Tutti contro il partito che ha vinto le europee; la suggestione annacqua anche le mosse di distensione di martedì sera (ritiro della mozione di sfiducia, proposta di un governo di scopo brevissimo prima del voto) e rende difficile ogni manovra. Anche l'ultima: la proposta di continuare l'avventura del governo del cambiamento senza Giuseppe Conte premier. L'idea è sul tavolo di Luigi Di Maio, ma nessun leghista intende spingerla con forza perché, come spiega un colonnello verde, «trattare è un pregio, mercanteggiare è un segno di debolezza».Così si consuma la crisi di Ferragosto, mentre i leghisti raccolgono i cocci e si preparano (con la consueta, granitica unità d'intenti) alla battaglia d'autunno all'opposizione, considerandola surreale per un partito al 37% dei consensi. Il ministro dell'Interno, che rimane in carica per gli affari correnti, nota subito curiose novità nell'aria e le denuncia: «Nelle proposte del Pd c'è lo sberlone ai 5 stelle in cui scompare il taglio dei parlamentari. Noi l'abbiamo votato tre volte e anche ieri abbiamo detto di essere pronti a farlo». Nei cinque punti di Nicola Zingaretti - europeismo incondizionato, riconoscimento della democrazia rappresentativa, ambientalismo come motore di sviluppo, cambio di gestione dei flussi migratori, svolta redistributiva delle ricette economiche e sociali (frase tremenda che evoca la patrimoniale) - il tema dei 375 parlamentari in meno non c'è più e questo potrebbe essere il primo banco di prova per una micidiale rivincita. Senza l'appoggio della Lega la riforma Fraccaro rischia di non passare. Né Pd, né Fi vedono di buon grado il taglio (i franchi tiratori hanno già la pallottola in canna), che a questo punto tornerebbe in bilico e costituirebbe una tremenda Waterloo grillina, del tutto indigesta per la base. Un inizio da paura per il governo dell'inciucio.Difficile far finta che la Lega non esista, e la Lega lo sa. Difficile chiudere gli occhi e ripartire dal marzo 2018 anche sul tema caldo dei migranti. Un ritorno all'allegra invasione con le torte di benvenuto sulle banchine dell'accoglienza (sogno di cooperative, associazioni, Laura Boldrini e Vaticano) è lievemente difficile senza perdere immediatamente credibilità presso la maggioranza degli italiani. Nel day after Salvini tocca anche questo tasto con un post su Facebook: «Roba da matti, non hanno perso tempo. Prime prove tecniche di inciucio Pd-M5s sulla pelle degli italiani, riaprendo i porti e chiudendo un occhio sulle Ong? La Difesa ordina: siate più morbidi». L'attacco al ministro Elisabetta Trenta è frontale e non precisate fonti dello stato maggiore sono costrette immediatamente a rassicurare che «nulla cambia per quanto riguarda compiti e struttura dell'operazione Mare sicuro». Ma nella Lega sono convinti che senza la fermezza mostrata nei mesi scorsi dal Viminale è molto difficile che i porti italiani non tornino a essere un colabrodo.Anche in economia c'è delusione. Il fronte è delicato e interessa tutti gli imprenditori del Nord. Sempre Salvini, incontrando i giornalisti fuori da Montecitorio, approccia l'argomento: «Mentre altri stanno pensando alle poltrone noi abbiamo definito la manovra economica. È pronta una manovra da 50 miliardi. Sarà fatta in deficit, ma certamente con un deficit inferiore a quello della Francia». E a chi gli chiede a bruciapelo se il futuro dell'Italia sarà dentro l'Europa risponde: «Ovviamente sì». Parla da vicepremier, forse crede ancora in un'improbabile ennesima svolta. E come se non ci fosse stato il giorno del giudizio, i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari spiegano il piano degli investimenti: «Siamo già al lavoro per costruire l'Italia del sì fondata su un taglio di tasse per 10 milioni di cittadini, investimenti pubblici, infrastrutture, processi giusti e veloci, certezza della pena e bambini che tornano a nascere. Altri stanno pensando al governo del no? Andiamo a elezioni e facciamo scegliere agli italiani. Chi scappa dalle urne ha la coscienza sporca».Nei territori c'è perplessità e si attendono ordini. Il sentimento più diffuso è sintetizzato da Luca Zaia, governatore del Veneto, in un'intervista al Corriere della Sera: «Noi saremo come un nido di vespe nei confronti di chi andrà al governo». Quando parla di autonomia si scalda, ritiene di essere stato defraudato di qualcosa come il collega della Lombardia, Attilio Fontana. E sottolinea che «la narrazione di Conte, cioè di un gruppo di ragazzi perbene disturbati dall'iperagitato Salvini, non regge. Lui è il primo a sapere quante difficoltà gli sono state create su Tap, Tav e Olimpiadi Milano- Cortina. Qui ha sfiorato il ridicolo perché se fosse stato per il governo, addio Giochi».Superata la frustrazione del momento, nella Lega c'è immediata volontà di rialzare la testa, di chiedere con forza le elezioni e di continuare a rappresentare quell'Italia che nonostante tutto «tira il carro con dignità e orgoglio». Sono proprio Zaia e Fontana a fotografare il panorama con lucidità: «Se la soluzione che si prospetta è un inciucio significa che la parte più produttiva del Paese, cioè il Nord, va all'opposizione». Stiamo parlando di una terra che produce più della Baviera, dove il Movimento 5 stelle praticamente non esiste. Averla contro non è una buona notizia per nessuno. Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-insiste-nuovo-governo-senza-conte-2639944371.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-azzurri-resistono-alle-sirene-non-saremo-complici-dellinciucio" data-post-id="2639944371" data-published-at="1778073304" data-use-pagination="False"> Gli azzurri resistono alle sirene: «Non saremo complici dell’inciucio» Forza Italia affronta la crisi di governo da partito dilaniato, ma con una certezza: gli azzurri non faranno da stampella al governo «più a sinistra della storia» Pd-M5s-Leu. Nessun vuole ammetterlo pubblicamente, ma all'ombra della determinazione di Silvio Berlusconi, resta comunque un'ala piuttosto consistente preoccupata dall'incognita delle elezioni subito. Il partito, nonostante i proclami, resta quindi diviso in due: l'ala lettiana e non solo (vedi Antonio Tajani e Mara Carfagna) vuole sganciarsi da Matteo Salvini; quella filoleghista, guidata fino a qualche mese fa dallo «scissionista» Giovanni Toti, vuole invece rimettere in piedi al più presto il centrodestra vecchio stile. Ieri in serata Silvio Berlusconi è tornato a Roma riunendo lo stato maggiore azzurro con la presenza anche dell'ex coordinatrice nazionale Mara Carfagna, per provare a serrare le fila e indicare la linea da portate oggi alle consultazioni al Colle, dove Forza Italia si presterà a mezzogiorno circa. Il Cav, che vanta una lunghissima esperienza di giochi aperti su più tavoli, salirà al Quirinale per ribadire a Sergio Mattarella il suo no secco a una nuova maggioranza M5s-Pd-Leu. Una porta sbattuta in faccia al cosiddetto inciucio, per sottolineare la chiara volontà di tornare alle elezioni con un centrodestra unito. Con un'eccezione: qualora ci fosse un accorato appello del presidente della Repubblica, a partecipare «per il bene del Paese» a un esecutivo di ampio respiro, con tutti i partiti dentro (nessuno escluso), gli azzurri potrebbero dare la propria disponibilità. In questo senso vanno lette le dichiarazioni di ieri degli esponenti azzurri. Per Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Camera e Senato, non esiste alcuna «scorciatoia, nessuna maggioranza improvvisata, men che mai un pateracchio tra Pd e 5 stelle». Forza Italia, ha sottolineato, «ritiene che la via maestra sia il voto al più presto con un centrodestra unito e compatto». Licia Ronzulli, vicepresidente dei senatori, conferma: «Forza italia vuole ridare la parola ai cittadini». Andrea Mandelli: «Vogliamo le elezioni per andare a votare con un centrodestra unito che possa affrontare i problemi del Paese, dalle clausole di salvaguardia fino all'economia e all'occupazione». Di diverso avviso Osvaldo Napoli, che ha lamentato una crisi di governo «aperta con una tempistica surreale». Questo, secondo lui, «metterebbe in luce una volta di più la mancanza di una grande forza moderata e di equilibrio». E poi la presa di posizione: «La stagione degli estremismi, si tratti del sovranismo, del populismo o del radicalismo di sinistra ha ridotto la società italiana in un cumulo di macerie» dove i partiti continuano a «cannoneggiare per conquistare un consenso effimero sulla base di promesse irrealizzabili». Salvini comunque ha avvertito gli azzurri: «Chi va al governo con il Pd, non va al governo con la Lega». Il leghista ha spiegato infatti che se il partito di Berlusconi entrasse nel governo Ursula «sarebbe un problema», ma non per le alleanze locali. Al momento non sembra un'ipotesi plausibile, anche se ad oggi i forzisti non sembrano poter assicurare che non ci sarà nemmeno qualche piccola fuoriuscita, più o meno stigmatizzata. Fratelli d'Italia invece non sembra avere tentennamenti: «Lega o Pd, ai grillini basta tenere la poltrona. Altro che cambiamento». Maria Elena Capitanio
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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