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2019-08-22
Salvini insiste: nuovo governo senza Conte
Ansa
«Qualunque governo nasca, sarà un governo contro la Lega». Una coesione evidente, una coesione posticcia che per ora funziona e che Matteo Salvini vede chiarissima davanti a sé mentre le delegazioni cominciano a salire al Colle. Tutti contro il partito che ha vinto le europee; la suggestione annacqua anche le mosse di distensione di martedì sera (ritiro della mozione di sfiducia, proposta di un governo di scopo brevissimo prima del voto) e rende difficile ogni manovra. Anche l'ultima: la proposta di continuare l'avventura del governo del cambiamento senza Giuseppe Conte premier. L'idea è sul tavolo di Luigi Di Maio, ma nessun leghista intende spingerla con forza perché, come spiega un colonnello verde, «trattare è un pregio, mercanteggiare è un segno di debolezza».
Così si consuma la crisi di Ferragosto, mentre i leghisti raccolgono i cocci e si preparano (con la consueta, granitica unità d'intenti) alla battaglia d'autunno all'opposizione, considerandola surreale per un partito al 37% dei consensi. Il ministro dell'Interno, che rimane in carica per gli affari correnti, nota subito curiose novità nell'aria e le denuncia: «Nelle proposte del Pd c'è lo sberlone ai 5 stelle in cui scompare il taglio dei parlamentari. Noi l'abbiamo votato tre volte e anche ieri abbiamo detto di essere pronti a farlo».
Nei cinque punti di Nicola Zingaretti - europeismo incondizionato, riconoscimento della democrazia rappresentativa, ambientalismo come motore di sviluppo, cambio di gestione dei flussi migratori, svolta redistributiva delle ricette economiche e sociali (frase tremenda che evoca la patrimoniale) - il tema dei 375 parlamentari in meno non c'è più e questo potrebbe essere il primo banco di prova per una micidiale rivincita. Senza l'appoggio della Lega la riforma Fraccaro rischia di non passare. Né Pd, né Fi vedono di buon grado il taglio (i franchi tiratori hanno già la pallottola in canna), che a questo punto tornerebbe in bilico e costituirebbe una tremenda Waterloo grillina, del tutto indigesta per la base. Un inizio da paura per il governo dell'inciucio.
Difficile far finta che la Lega non esista, e la Lega lo sa. Difficile chiudere gli occhi e ripartire dal marzo 2018 anche sul tema caldo dei migranti. Un ritorno all'allegra invasione con le torte di benvenuto sulle banchine dell'accoglienza (sogno di cooperative, associazioni, Laura Boldrini e Vaticano) è lievemente difficile senza perdere immediatamente credibilità presso la maggioranza degli italiani. Nel day after Salvini tocca anche questo tasto con un post su Facebook: «Roba da matti, non hanno perso tempo. Prime prove tecniche di inciucio Pd-M5s sulla pelle degli italiani, riaprendo i porti e chiudendo un occhio sulle Ong? La Difesa ordina: siate più morbidi». L'attacco al ministro Elisabetta Trenta è frontale e non precisate fonti dello stato maggiore sono costrette immediatamente a rassicurare che «nulla cambia per quanto riguarda compiti e struttura dell'operazione Mare sicuro». Ma nella Lega sono convinti che senza la fermezza mostrata nei mesi scorsi dal Viminale è molto difficile che i porti italiani non tornino a essere un colabrodo.
Anche in economia c'è delusione. Il fronte è delicato e interessa tutti gli imprenditori del Nord. Sempre Salvini, incontrando i giornalisti fuori da Montecitorio, approccia l'argomento: «Mentre altri stanno pensando alle poltrone noi abbiamo definito la manovra economica. È pronta una manovra da 50 miliardi. Sarà fatta in deficit, ma certamente con un deficit inferiore a quello della Francia». E a chi gli chiede a bruciapelo se il futuro dell'Italia sarà dentro l'Europa risponde: «Ovviamente sì». Parla da vicepremier, forse crede ancora in un'improbabile ennesima svolta. E come se non ci fosse stato il giorno del giudizio, i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari spiegano il piano degli investimenti: «Siamo già al lavoro per costruire l'Italia del sì fondata su un taglio di tasse per 10 milioni di cittadini, investimenti pubblici, infrastrutture, processi giusti e veloci, certezza della pena e bambini che tornano a nascere. Altri stanno pensando al governo del no? Andiamo a elezioni e facciamo scegliere agli italiani. Chi scappa dalle urne ha la coscienza sporca».
Nei territori c'è perplessità e si attendono ordini. Il sentimento più diffuso è sintetizzato da Luca Zaia, governatore del Veneto, in un'intervista al Corriere della Sera: «Noi saremo come un nido di vespe nei confronti di chi andrà al governo». Quando parla di autonomia si scalda, ritiene di essere stato defraudato di qualcosa come il collega della Lombardia, Attilio Fontana. E sottolinea che «la narrazione di Conte, cioè di un gruppo di ragazzi perbene disturbati dall'iperagitato Salvini, non regge. Lui è il primo a sapere quante difficoltà gli sono state create su Tap, Tav e Olimpiadi Milano- Cortina. Qui ha sfiorato il ridicolo perché se fosse stato per il governo, addio Giochi».
Superata la frustrazione del momento, nella Lega c'è immediata volontà di rialzare la testa, di chiedere con forza le elezioni e di continuare a rappresentare quell'Italia che nonostante tutto «tira il carro con dignità e orgoglio». Sono proprio Zaia e Fontana a fotografare il panorama con lucidità: «Se la soluzione che si prospetta è un inciucio significa che la parte più produttiva del Paese, cioè il Nord, va all'opposizione». Stiamo parlando di una terra che produce più della Baviera, dove il Movimento 5 stelle praticamente non esiste. Averla contro non è una buona notizia per nessuno.
Giorgio Gandola
Gli azzurri resistono alle sirene: «Non saremo complici dell’inciucio»
Forza Italia affronta la crisi di governo da partito dilaniato, ma con una certezza: gli azzurri non faranno da stampella al governo «più a sinistra della storia» Pd-M5s-Leu.
Nessun vuole ammetterlo pubblicamente, ma all'ombra della determinazione di Silvio Berlusconi, resta comunque un'ala piuttosto consistente preoccupata dall'incognita delle elezioni subito. Il partito, nonostante i proclami, resta quindi diviso in due: l'ala lettiana e non solo (vedi Antonio Tajani e Mara Carfagna) vuole sganciarsi da Matteo Salvini; quella filoleghista, guidata fino a qualche mese fa dallo «scissionista» Giovanni Toti, vuole invece rimettere in piedi al più presto il centrodestra vecchio stile.
Ieri in serata Silvio Berlusconi è tornato a Roma riunendo lo stato maggiore azzurro con la presenza anche dell'ex coordinatrice nazionale Mara Carfagna, per provare a serrare le fila e indicare la linea da portate oggi alle consultazioni al Colle, dove Forza Italia si presterà a mezzogiorno circa. Il Cav, che vanta una lunghissima esperienza di giochi aperti su più tavoli, salirà al Quirinale per ribadire a Sergio Mattarella il suo no secco a una nuova maggioranza M5s-Pd-Leu. Una porta sbattuta in faccia al cosiddetto inciucio, per sottolineare la chiara volontà di tornare alle elezioni con un centrodestra unito. Con un'eccezione: qualora ci fosse un accorato appello del presidente della Repubblica, a partecipare «per il bene del Paese» a un esecutivo di ampio respiro, con tutti i partiti dentro (nessuno escluso), gli azzurri potrebbero dare la propria disponibilità.
In questo senso vanno lette le dichiarazioni di ieri degli esponenti azzurri. Per Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Camera e Senato, non esiste alcuna «scorciatoia, nessuna maggioranza improvvisata, men che mai un pateracchio tra Pd e 5 stelle». Forza Italia, ha sottolineato, «ritiene che la via maestra sia il voto al più presto con un centrodestra unito e compatto». Licia Ronzulli, vicepresidente dei senatori, conferma: «Forza italia vuole ridare la parola ai cittadini». Andrea Mandelli: «Vogliamo le elezioni per andare a votare con un centrodestra unito che possa affrontare i problemi del Paese, dalle clausole di salvaguardia fino all'economia e all'occupazione».
Di diverso avviso Osvaldo Napoli, che ha lamentato una crisi di governo «aperta con una tempistica surreale». Questo, secondo lui, «metterebbe in luce una volta di più la mancanza di una grande forza moderata e di equilibrio». E poi la presa di posizione: «La stagione degli estremismi, si tratti del sovranismo, del populismo o del radicalismo di sinistra ha ridotto la società italiana in un cumulo di macerie» dove i partiti continuano a «cannoneggiare per conquistare un consenso effimero sulla base di promesse irrealizzabili».
Salvini comunque ha avvertito gli azzurri: «Chi va al governo con il Pd, non va al governo con la Lega». Il leghista ha spiegato infatti che se il partito di Berlusconi entrasse nel governo Ursula «sarebbe un problema», ma non per le alleanze locali. Al momento non sembra un'ipotesi plausibile, anche se ad oggi i forzisti non sembrano poter assicurare che non ci sarà nemmeno qualche piccola fuoriuscita, più o meno stigmatizzata.
Fratelli d'Italia invece non sembra avere tentennamenti: «Lega o Pd, ai grillini basta tenere la poltrona. Altro che cambiamento».
Maria Elena Capitanio
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Il leader del Carroccio non ritira l'offerta al Movimento: ripartire cambiando inquilino a Palazzo Chigi. Anche se i pentastellati sembrano già aver voltato pagina. A costo di sacrificare il taglio dei parlamentari e di sposare la linea di Laura Boldrini sui migranti.Silvio Berlusconi dà la linea, ma non mancano i forzisti terrorizzati dal parere dei cittadini.Lo speciale contiene due articoli«Qualunque governo nasca, sarà un governo contro la Lega». Una coesione evidente, una coesione posticcia che per ora funziona e che Matteo Salvini vede chiarissima davanti a sé mentre le delegazioni cominciano a salire al Colle. Tutti contro il partito che ha vinto le europee; la suggestione annacqua anche le mosse di distensione di martedì sera (ritiro della mozione di sfiducia, proposta di un governo di scopo brevissimo prima del voto) e rende difficile ogni manovra. Anche l'ultima: la proposta di continuare l'avventura del governo del cambiamento senza Giuseppe Conte premier. L'idea è sul tavolo di Luigi Di Maio, ma nessun leghista intende spingerla con forza perché, come spiega un colonnello verde, «trattare è un pregio, mercanteggiare è un segno di debolezza».Così si consuma la crisi di Ferragosto, mentre i leghisti raccolgono i cocci e si preparano (con la consueta, granitica unità d'intenti) alla battaglia d'autunno all'opposizione, considerandola surreale per un partito al 37% dei consensi. Il ministro dell'Interno, che rimane in carica per gli affari correnti, nota subito curiose novità nell'aria e le denuncia: «Nelle proposte del Pd c'è lo sberlone ai 5 stelle in cui scompare il taglio dei parlamentari. Noi l'abbiamo votato tre volte e anche ieri abbiamo detto di essere pronti a farlo». Nei cinque punti di Nicola Zingaretti - europeismo incondizionato, riconoscimento della democrazia rappresentativa, ambientalismo come motore di sviluppo, cambio di gestione dei flussi migratori, svolta redistributiva delle ricette economiche e sociali (frase tremenda che evoca la patrimoniale) - il tema dei 375 parlamentari in meno non c'è più e questo potrebbe essere il primo banco di prova per una micidiale rivincita. Senza l'appoggio della Lega la riforma Fraccaro rischia di non passare. Né Pd, né Fi vedono di buon grado il taglio (i franchi tiratori hanno già la pallottola in canna), che a questo punto tornerebbe in bilico e costituirebbe una tremenda Waterloo grillina, del tutto indigesta per la base. Un inizio da paura per il governo dell'inciucio.Difficile far finta che la Lega non esista, e la Lega lo sa. Difficile chiudere gli occhi e ripartire dal marzo 2018 anche sul tema caldo dei migranti. Un ritorno all'allegra invasione con le torte di benvenuto sulle banchine dell'accoglienza (sogno di cooperative, associazioni, Laura Boldrini e Vaticano) è lievemente difficile senza perdere immediatamente credibilità presso la maggioranza degli italiani. Nel day after Salvini tocca anche questo tasto con un post su Facebook: «Roba da matti, non hanno perso tempo. Prime prove tecniche di inciucio Pd-M5s sulla pelle degli italiani, riaprendo i porti e chiudendo un occhio sulle Ong? La Difesa ordina: siate più morbidi». L'attacco al ministro Elisabetta Trenta è frontale e non precisate fonti dello stato maggiore sono costrette immediatamente a rassicurare che «nulla cambia per quanto riguarda compiti e struttura dell'operazione Mare sicuro». Ma nella Lega sono convinti che senza la fermezza mostrata nei mesi scorsi dal Viminale è molto difficile che i porti italiani non tornino a essere un colabrodo.Anche in economia c'è delusione. Il fronte è delicato e interessa tutti gli imprenditori del Nord. Sempre Salvini, incontrando i giornalisti fuori da Montecitorio, approccia l'argomento: «Mentre altri stanno pensando alle poltrone noi abbiamo definito la manovra economica. È pronta una manovra da 50 miliardi. Sarà fatta in deficit, ma certamente con un deficit inferiore a quello della Francia». E a chi gli chiede a bruciapelo se il futuro dell'Italia sarà dentro l'Europa risponde: «Ovviamente sì». Parla da vicepremier, forse crede ancora in un'improbabile ennesima svolta. E come se non ci fosse stato il giorno del giudizio, i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari spiegano il piano degli investimenti: «Siamo già al lavoro per costruire l'Italia del sì fondata su un taglio di tasse per 10 milioni di cittadini, investimenti pubblici, infrastrutture, processi giusti e veloci, certezza della pena e bambini che tornano a nascere. Altri stanno pensando al governo del no? Andiamo a elezioni e facciamo scegliere agli italiani. Chi scappa dalle urne ha la coscienza sporca».Nei territori c'è perplessità e si attendono ordini. Il sentimento più diffuso è sintetizzato da Luca Zaia, governatore del Veneto, in un'intervista al Corriere della Sera: «Noi saremo come un nido di vespe nei confronti di chi andrà al governo». Quando parla di autonomia si scalda, ritiene di essere stato defraudato di qualcosa come il collega della Lombardia, Attilio Fontana. E sottolinea che «la narrazione di Conte, cioè di un gruppo di ragazzi perbene disturbati dall'iperagitato Salvini, non regge. Lui è il primo a sapere quante difficoltà gli sono state create su Tap, Tav e Olimpiadi Milano- Cortina. Qui ha sfiorato il ridicolo perché se fosse stato per il governo, addio Giochi».Superata la frustrazione del momento, nella Lega c'è immediata volontà di rialzare la testa, di chiedere con forza le elezioni e di continuare a rappresentare quell'Italia che nonostante tutto «tira il carro con dignità e orgoglio». Sono proprio Zaia e Fontana a fotografare il panorama con lucidità: «Se la soluzione che si prospetta è un inciucio significa che la parte più produttiva del Paese, cioè il Nord, va all'opposizione». Stiamo parlando di una terra che produce più della Baviera, dove il Movimento 5 stelle praticamente non esiste. Averla contro non è una buona notizia per nessuno. Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-insiste-nuovo-governo-senza-conte-2639944371.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-azzurri-resistono-alle-sirene-non-saremo-complici-dellinciucio" data-post-id="2639944371" data-published-at="1774143049" data-use-pagination="False"> Gli azzurri resistono alle sirene: «Non saremo complici dell’inciucio» Forza Italia affronta la crisi di governo da partito dilaniato, ma con una certezza: gli azzurri non faranno da stampella al governo «più a sinistra della storia» Pd-M5s-Leu. Nessun vuole ammetterlo pubblicamente, ma all'ombra della determinazione di Silvio Berlusconi, resta comunque un'ala piuttosto consistente preoccupata dall'incognita delle elezioni subito. Il partito, nonostante i proclami, resta quindi diviso in due: l'ala lettiana e non solo (vedi Antonio Tajani e Mara Carfagna) vuole sganciarsi da Matteo Salvini; quella filoleghista, guidata fino a qualche mese fa dallo «scissionista» Giovanni Toti, vuole invece rimettere in piedi al più presto il centrodestra vecchio stile. Ieri in serata Silvio Berlusconi è tornato a Roma riunendo lo stato maggiore azzurro con la presenza anche dell'ex coordinatrice nazionale Mara Carfagna, per provare a serrare le fila e indicare la linea da portate oggi alle consultazioni al Colle, dove Forza Italia si presterà a mezzogiorno circa. Il Cav, che vanta una lunghissima esperienza di giochi aperti su più tavoli, salirà al Quirinale per ribadire a Sergio Mattarella il suo no secco a una nuova maggioranza M5s-Pd-Leu. Una porta sbattuta in faccia al cosiddetto inciucio, per sottolineare la chiara volontà di tornare alle elezioni con un centrodestra unito. Con un'eccezione: qualora ci fosse un accorato appello del presidente della Repubblica, a partecipare «per il bene del Paese» a un esecutivo di ampio respiro, con tutti i partiti dentro (nessuno escluso), gli azzurri potrebbero dare la propria disponibilità. In questo senso vanno lette le dichiarazioni di ieri degli esponenti azzurri. Per Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Camera e Senato, non esiste alcuna «scorciatoia, nessuna maggioranza improvvisata, men che mai un pateracchio tra Pd e 5 stelle». Forza Italia, ha sottolineato, «ritiene che la via maestra sia il voto al più presto con un centrodestra unito e compatto». Licia Ronzulli, vicepresidente dei senatori, conferma: «Forza italia vuole ridare la parola ai cittadini». Andrea Mandelli: «Vogliamo le elezioni per andare a votare con un centrodestra unito che possa affrontare i problemi del Paese, dalle clausole di salvaguardia fino all'economia e all'occupazione». Di diverso avviso Osvaldo Napoli, che ha lamentato una crisi di governo «aperta con una tempistica surreale». Questo, secondo lui, «metterebbe in luce una volta di più la mancanza di una grande forza moderata e di equilibrio». E poi la presa di posizione: «La stagione degli estremismi, si tratti del sovranismo, del populismo o del radicalismo di sinistra ha ridotto la società italiana in un cumulo di macerie» dove i partiti continuano a «cannoneggiare per conquistare un consenso effimero sulla base di promesse irrealizzabili». Salvini comunque ha avvertito gli azzurri: «Chi va al governo con il Pd, non va al governo con la Lega». Il leghista ha spiegato infatti che se il partito di Berlusconi entrasse nel governo Ursula «sarebbe un problema», ma non per le alleanze locali. Al momento non sembra un'ipotesi plausibile, anche se ad oggi i forzisti non sembrano poter assicurare che non ci sarà nemmeno qualche piccola fuoriuscita, più o meno stigmatizzata. Fratelli d'Italia invece non sembra avere tentennamenti: «Lega o Pd, ai grillini basta tenere la poltrona. Altro che cambiamento». Maria Elena Capitanio
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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