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2019-08-22
Salvini insiste: nuovo governo senza Conte
Ansa
«Qualunque governo nasca, sarà un governo contro la Lega». Una coesione evidente, una coesione posticcia che per ora funziona e che Matteo Salvini vede chiarissima davanti a sé mentre le delegazioni cominciano a salire al Colle. Tutti contro il partito che ha vinto le europee; la suggestione annacqua anche le mosse di distensione di martedì sera (ritiro della mozione di sfiducia, proposta di un governo di scopo brevissimo prima del voto) e rende difficile ogni manovra. Anche l'ultima: la proposta di continuare l'avventura del governo del cambiamento senza Giuseppe Conte premier. L'idea è sul tavolo di Luigi Di Maio, ma nessun leghista intende spingerla con forza perché, come spiega un colonnello verde, «trattare è un pregio, mercanteggiare è un segno di debolezza».
Così si consuma la crisi di Ferragosto, mentre i leghisti raccolgono i cocci e si preparano (con la consueta, granitica unità d'intenti) alla battaglia d'autunno all'opposizione, considerandola surreale per un partito al 37% dei consensi. Il ministro dell'Interno, che rimane in carica per gli affari correnti, nota subito curiose novità nell'aria e le denuncia: «Nelle proposte del Pd c'è lo sberlone ai 5 stelle in cui scompare il taglio dei parlamentari. Noi l'abbiamo votato tre volte e anche ieri abbiamo detto di essere pronti a farlo».
Nei cinque punti di Nicola Zingaretti - europeismo incondizionato, riconoscimento della democrazia rappresentativa, ambientalismo come motore di sviluppo, cambio di gestione dei flussi migratori, svolta redistributiva delle ricette economiche e sociali (frase tremenda che evoca la patrimoniale) - il tema dei 375 parlamentari in meno non c'è più e questo potrebbe essere il primo banco di prova per una micidiale rivincita. Senza l'appoggio della Lega la riforma Fraccaro rischia di non passare. Né Pd, né Fi vedono di buon grado il taglio (i franchi tiratori hanno già la pallottola in canna), che a questo punto tornerebbe in bilico e costituirebbe una tremenda Waterloo grillina, del tutto indigesta per la base. Un inizio da paura per il governo dell'inciucio.
Difficile far finta che la Lega non esista, e la Lega lo sa. Difficile chiudere gli occhi e ripartire dal marzo 2018 anche sul tema caldo dei migranti. Un ritorno all'allegra invasione con le torte di benvenuto sulle banchine dell'accoglienza (sogno di cooperative, associazioni, Laura Boldrini e Vaticano) è lievemente difficile senza perdere immediatamente credibilità presso la maggioranza degli italiani. Nel day after Salvini tocca anche questo tasto con un post su Facebook: «Roba da matti, non hanno perso tempo. Prime prove tecniche di inciucio Pd-M5s sulla pelle degli italiani, riaprendo i porti e chiudendo un occhio sulle Ong? La Difesa ordina: siate più morbidi». L'attacco al ministro Elisabetta Trenta è frontale e non precisate fonti dello stato maggiore sono costrette immediatamente a rassicurare che «nulla cambia per quanto riguarda compiti e struttura dell'operazione Mare sicuro». Ma nella Lega sono convinti che senza la fermezza mostrata nei mesi scorsi dal Viminale è molto difficile che i porti italiani non tornino a essere un colabrodo.
Anche in economia c'è delusione. Il fronte è delicato e interessa tutti gli imprenditori del Nord. Sempre Salvini, incontrando i giornalisti fuori da Montecitorio, approccia l'argomento: «Mentre altri stanno pensando alle poltrone noi abbiamo definito la manovra economica. È pronta una manovra da 50 miliardi. Sarà fatta in deficit, ma certamente con un deficit inferiore a quello della Francia». E a chi gli chiede a bruciapelo se il futuro dell'Italia sarà dentro l'Europa risponde: «Ovviamente sì». Parla da vicepremier, forse crede ancora in un'improbabile ennesima svolta. E come se non ci fosse stato il giorno del giudizio, i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari spiegano il piano degli investimenti: «Siamo già al lavoro per costruire l'Italia del sì fondata su un taglio di tasse per 10 milioni di cittadini, investimenti pubblici, infrastrutture, processi giusti e veloci, certezza della pena e bambini che tornano a nascere. Altri stanno pensando al governo del no? Andiamo a elezioni e facciamo scegliere agli italiani. Chi scappa dalle urne ha la coscienza sporca».
Nei territori c'è perplessità e si attendono ordini. Il sentimento più diffuso è sintetizzato da Luca Zaia, governatore del Veneto, in un'intervista al Corriere della Sera: «Noi saremo come un nido di vespe nei confronti di chi andrà al governo». Quando parla di autonomia si scalda, ritiene di essere stato defraudato di qualcosa come il collega della Lombardia, Attilio Fontana. E sottolinea che «la narrazione di Conte, cioè di un gruppo di ragazzi perbene disturbati dall'iperagitato Salvini, non regge. Lui è il primo a sapere quante difficoltà gli sono state create su Tap, Tav e Olimpiadi Milano- Cortina. Qui ha sfiorato il ridicolo perché se fosse stato per il governo, addio Giochi».
Superata la frustrazione del momento, nella Lega c'è immediata volontà di rialzare la testa, di chiedere con forza le elezioni e di continuare a rappresentare quell'Italia che nonostante tutto «tira il carro con dignità e orgoglio». Sono proprio Zaia e Fontana a fotografare il panorama con lucidità: «Se la soluzione che si prospetta è un inciucio significa che la parte più produttiva del Paese, cioè il Nord, va all'opposizione». Stiamo parlando di una terra che produce più della Baviera, dove il Movimento 5 stelle praticamente non esiste. Averla contro non è una buona notizia per nessuno.
Giorgio Gandola
Gli azzurri resistono alle sirene: «Non saremo complici dell’inciucio»
Forza Italia affronta la crisi di governo da partito dilaniato, ma con una certezza: gli azzurri non faranno da stampella al governo «più a sinistra della storia» Pd-M5s-Leu.
Nessun vuole ammetterlo pubblicamente, ma all'ombra della determinazione di Silvio Berlusconi, resta comunque un'ala piuttosto consistente preoccupata dall'incognita delle elezioni subito. Il partito, nonostante i proclami, resta quindi diviso in due: l'ala lettiana e non solo (vedi Antonio Tajani e Mara Carfagna) vuole sganciarsi da Matteo Salvini; quella filoleghista, guidata fino a qualche mese fa dallo «scissionista» Giovanni Toti, vuole invece rimettere in piedi al più presto il centrodestra vecchio stile.
Ieri in serata Silvio Berlusconi è tornato a Roma riunendo lo stato maggiore azzurro con la presenza anche dell'ex coordinatrice nazionale Mara Carfagna, per provare a serrare le fila e indicare la linea da portate oggi alle consultazioni al Colle, dove Forza Italia si presterà a mezzogiorno circa. Il Cav, che vanta una lunghissima esperienza di giochi aperti su più tavoli, salirà al Quirinale per ribadire a Sergio Mattarella il suo no secco a una nuova maggioranza M5s-Pd-Leu. Una porta sbattuta in faccia al cosiddetto inciucio, per sottolineare la chiara volontà di tornare alle elezioni con un centrodestra unito. Con un'eccezione: qualora ci fosse un accorato appello del presidente della Repubblica, a partecipare «per il bene del Paese» a un esecutivo di ampio respiro, con tutti i partiti dentro (nessuno escluso), gli azzurri potrebbero dare la propria disponibilità.
In questo senso vanno lette le dichiarazioni di ieri degli esponenti azzurri. Per Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Camera e Senato, non esiste alcuna «scorciatoia, nessuna maggioranza improvvisata, men che mai un pateracchio tra Pd e 5 stelle». Forza Italia, ha sottolineato, «ritiene che la via maestra sia il voto al più presto con un centrodestra unito e compatto». Licia Ronzulli, vicepresidente dei senatori, conferma: «Forza italia vuole ridare la parola ai cittadini». Andrea Mandelli: «Vogliamo le elezioni per andare a votare con un centrodestra unito che possa affrontare i problemi del Paese, dalle clausole di salvaguardia fino all'economia e all'occupazione».
Di diverso avviso Osvaldo Napoli, che ha lamentato una crisi di governo «aperta con una tempistica surreale». Questo, secondo lui, «metterebbe in luce una volta di più la mancanza di una grande forza moderata e di equilibrio». E poi la presa di posizione: «La stagione degli estremismi, si tratti del sovranismo, del populismo o del radicalismo di sinistra ha ridotto la società italiana in un cumulo di macerie» dove i partiti continuano a «cannoneggiare per conquistare un consenso effimero sulla base di promesse irrealizzabili».
Salvini comunque ha avvertito gli azzurri: «Chi va al governo con il Pd, non va al governo con la Lega». Il leghista ha spiegato infatti che se il partito di Berlusconi entrasse nel governo Ursula «sarebbe un problema», ma non per le alleanze locali. Al momento non sembra un'ipotesi plausibile, anche se ad oggi i forzisti non sembrano poter assicurare che non ci sarà nemmeno qualche piccola fuoriuscita, più o meno stigmatizzata.
Fratelli d'Italia invece non sembra avere tentennamenti: «Lega o Pd, ai grillini basta tenere la poltrona. Altro che cambiamento».
Maria Elena Capitanio
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Il leader del Carroccio non ritira l'offerta al Movimento: ripartire cambiando inquilino a Palazzo Chigi. Anche se i pentastellati sembrano già aver voltato pagina. A costo di sacrificare il taglio dei parlamentari e di sposare la linea di Laura Boldrini sui migranti.Silvio Berlusconi dà la linea, ma non mancano i forzisti terrorizzati dal parere dei cittadini.Lo speciale contiene due articoli«Qualunque governo nasca, sarà un governo contro la Lega». Una coesione evidente, una coesione posticcia che per ora funziona e che Matteo Salvini vede chiarissima davanti a sé mentre le delegazioni cominciano a salire al Colle. Tutti contro il partito che ha vinto le europee; la suggestione annacqua anche le mosse di distensione di martedì sera (ritiro della mozione di sfiducia, proposta di un governo di scopo brevissimo prima del voto) e rende difficile ogni manovra. Anche l'ultima: la proposta di continuare l'avventura del governo del cambiamento senza Giuseppe Conte premier. L'idea è sul tavolo di Luigi Di Maio, ma nessun leghista intende spingerla con forza perché, come spiega un colonnello verde, «trattare è un pregio, mercanteggiare è un segno di debolezza».Così si consuma la crisi di Ferragosto, mentre i leghisti raccolgono i cocci e si preparano (con la consueta, granitica unità d'intenti) alla battaglia d'autunno all'opposizione, considerandola surreale per un partito al 37% dei consensi. Il ministro dell'Interno, che rimane in carica per gli affari correnti, nota subito curiose novità nell'aria e le denuncia: «Nelle proposte del Pd c'è lo sberlone ai 5 stelle in cui scompare il taglio dei parlamentari. Noi l'abbiamo votato tre volte e anche ieri abbiamo detto di essere pronti a farlo». Nei cinque punti di Nicola Zingaretti - europeismo incondizionato, riconoscimento della democrazia rappresentativa, ambientalismo come motore di sviluppo, cambio di gestione dei flussi migratori, svolta redistributiva delle ricette economiche e sociali (frase tremenda che evoca la patrimoniale) - il tema dei 375 parlamentari in meno non c'è più e questo potrebbe essere il primo banco di prova per una micidiale rivincita. Senza l'appoggio della Lega la riforma Fraccaro rischia di non passare. Né Pd, né Fi vedono di buon grado il taglio (i franchi tiratori hanno già la pallottola in canna), che a questo punto tornerebbe in bilico e costituirebbe una tremenda Waterloo grillina, del tutto indigesta per la base. Un inizio da paura per il governo dell'inciucio.Difficile far finta che la Lega non esista, e la Lega lo sa. Difficile chiudere gli occhi e ripartire dal marzo 2018 anche sul tema caldo dei migranti. Un ritorno all'allegra invasione con le torte di benvenuto sulle banchine dell'accoglienza (sogno di cooperative, associazioni, Laura Boldrini e Vaticano) è lievemente difficile senza perdere immediatamente credibilità presso la maggioranza degli italiani. Nel day after Salvini tocca anche questo tasto con un post su Facebook: «Roba da matti, non hanno perso tempo. Prime prove tecniche di inciucio Pd-M5s sulla pelle degli italiani, riaprendo i porti e chiudendo un occhio sulle Ong? La Difesa ordina: siate più morbidi». L'attacco al ministro Elisabetta Trenta è frontale e non precisate fonti dello stato maggiore sono costrette immediatamente a rassicurare che «nulla cambia per quanto riguarda compiti e struttura dell'operazione Mare sicuro». Ma nella Lega sono convinti che senza la fermezza mostrata nei mesi scorsi dal Viminale è molto difficile che i porti italiani non tornino a essere un colabrodo.Anche in economia c'è delusione. Il fronte è delicato e interessa tutti gli imprenditori del Nord. Sempre Salvini, incontrando i giornalisti fuori da Montecitorio, approccia l'argomento: «Mentre altri stanno pensando alle poltrone noi abbiamo definito la manovra economica. È pronta una manovra da 50 miliardi. Sarà fatta in deficit, ma certamente con un deficit inferiore a quello della Francia». E a chi gli chiede a bruciapelo se il futuro dell'Italia sarà dentro l'Europa risponde: «Ovviamente sì». Parla da vicepremier, forse crede ancora in un'improbabile ennesima svolta. E come se non ci fosse stato il giorno del giudizio, i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari spiegano il piano degli investimenti: «Siamo già al lavoro per costruire l'Italia del sì fondata su un taglio di tasse per 10 milioni di cittadini, investimenti pubblici, infrastrutture, processi giusti e veloci, certezza della pena e bambini che tornano a nascere. Altri stanno pensando al governo del no? Andiamo a elezioni e facciamo scegliere agli italiani. Chi scappa dalle urne ha la coscienza sporca».Nei territori c'è perplessità e si attendono ordini. Il sentimento più diffuso è sintetizzato da Luca Zaia, governatore del Veneto, in un'intervista al Corriere della Sera: «Noi saremo come un nido di vespe nei confronti di chi andrà al governo». Quando parla di autonomia si scalda, ritiene di essere stato defraudato di qualcosa come il collega della Lombardia, Attilio Fontana. E sottolinea che «la narrazione di Conte, cioè di un gruppo di ragazzi perbene disturbati dall'iperagitato Salvini, non regge. Lui è il primo a sapere quante difficoltà gli sono state create su Tap, Tav e Olimpiadi Milano- Cortina. Qui ha sfiorato il ridicolo perché se fosse stato per il governo, addio Giochi».Superata la frustrazione del momento, nella Lega c'è immediata volontà di rialzare la testa, di chiedere con forza le elezioni e di continuare a rappresentare quell'Italia che nonostante tutto «tira il carro con dignità e orgoglio». Sono proprio Zaia e Fontana a fotografare il panorama con lucidità: «Se la soluzione che si prospetta è un inciucio significa che la parte più produttiva del Paese, cioè il Nord, va all'opposizione». Stiamo parlando di una terra che produce più della Baviera, dove il Movimento 5 stelle praticamente non esiste. Averla contro non è una buona notizia per nessuno. 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Il partito, nonostante i proclami, resta quindi diviso in due: l'ala lettiana e non solo (vedi Antonio Tajani e Mara Carfagna) vuole sganciarsi da Matteo Salvini; quella filoleghista, guidata fino a qualche mese fa dallo «scissionista» Giovanni Toti, vuole invece rimettere in piedi al più presto il centrodestra vecchio stile. Ieri in serata Silvio Berlusconi è tornato a Roma riunendo lo stato maggiore azzurro con la presenza anche dell'ex coordinatrice nazionale Mara Carfagna, per provare a serrare le fila e indicare la linea da portate oggi alle consultazioni al Colle, dove Forza Italia si presterà a mezzogiorno circa. Il Cav, che vanta una lunghissima esperienza di giochi aperti su più tavoli, salirà al Quirinale per ribadire a Sergio Mattarella il suo no secco a una nuova maggioranza M5s-Pd-Leu. Una porta sbattuta in faccia al cosiddetto inciucio, per sottolineare la chiara volontà di tornare alle elezioni con un centrodestra unito. Con un'eccezione: qualora ci fosse un accorato appello del presidente della Repubblica, a partecipare «per il bene del Paese» a un esecutivo di ampio respiro, con tutti i partiti dentro (nessuno escluso), gli azzurri potrebbero dare la propria disponibilità. In questo senso vanno lette le dichiarazioni di ieri degli esponenti azzurri. Per Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Camera e Senato, non esiste alcuna «scorciatoia, nessuna maggioranza improvvisata, men che mai un pateracchio tra Pd e 5 stelle». Forza Italia, ha sottolineato, «ritiene che la via maestra sia il voto al più presto con un centrodestra unito e compatto». Licia Ronzulli, vicepresidente dei senatori, conferma: «Forza italia vuole ridare la parola ai cittadini». Andrea Mandelli: «Vogliamo le elezioni per andare a votare con un centrodestra unito che possa affrontare i problemi del Paese, dalle clausole di salvaguardia fino all'economia e all'occupazione». Di diverso avviso Osvaldo Napoli, che ha lamentato una crisi di governo «aperta con una tempistica surreale». Questo, secondo lui, «metterebbe in luce una volta di più la mancanza di una grande forza moderata e di equilibrio». E poi la presa di posizione: «La stagione degli estremismi, si tratti del sovranismo, del populismo o del radicalismo di sinistra ha ridotto la società italiana in un cumulo di macerie» dove i partiti continuano a «cannoneggiare per conquistare un consenso effimero sulla base di promesse irrealizzabili». Salvini comunque ha avvertito gli azzurri: «Chi va al governo con il Pd, non va al governo con la Lega». Il leghista ha spiegato infatti che se il partito di Berlusconi entrasse nel governo Ursula «sarebbe un problema», ma non per le alleanze locali. Al momento non sembra un'ipotesi plausibile, anche se ad oggi i forzisti non sembrano poter assicurare che non ci sarà nemmeno qualche piccola fuoriuscita, più o meno stigmatizzata. Fratelli d'Italia invece non sembra avere tentennamenti: «Lega o Pd, ai grillini basta tenere la poltrona. Altro che cambiamento». Maria Elena Capitanio
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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