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2018-04-12
Salvini e Di Maio si accordano al telefono
ANSA
Altro giro, altro centro. Quando c'è un obiettivo concreto da raggiungere con una maggioranza a due, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono infallibili tiratori da luna park. Non sbagliano un colpo e sembra che si stiano allenando a diventare davvero i primi due consoli della Terza repubblica. È bastata una telefonata fra loro per decidere chi sarà il presidente della commissione speciale della Camera, ruolo strategico per il funzionamento del Parlamento: oggi Nicola Molteni, avvocato di Cantù e deputato leghista fra i più giovani e preparati, si siederà su quella poltrona. Al Senato nella stessa posizione c'è il pentastellato Vito Crimi.
A poche ore dalle seconde consultazioni del capo dello Stato, il segnale è forte anche perché è stato suggellato da un comunicato congiunto che somiglia a una partecipazione di nozze. I due leader «si sono sentiti al telefono e con spirito di collaborazione, per rendere operativo il Parlamento al più presto, hanno concordato di votare alla presidenza della commissione speciale della Camera il deputato della Lega Nicola Molteni». Traduzione: possiamo proseguire d'amore e d'accordo, senza rendere conto a nessuno, come intuì il writer del bacio appassionato sul muro dietro Montecitorio, più lungimirante di tanti notisti politici. Dopo giorni di maretta, di «mai più» e di corteggiamento di facciata grillino al Pd, l'asse Salvini-Di Maio torna d'attualità mostrando tre punti forti e uno debole.
Quelli forti: 1) la consonanza generazionale e di freschezza politica del messaggio, visto che anche Molteni fa parte della nouvelle vague del Carroccio (42 anni) nonostante sia alla terza legislatura. Una rivoluzione che 5 stelle e Lega stanno operando in silenzio, senza rottamazioni proclamate ma con determinazione; 2) la convinzione che i lavori delle Camere debbano partire e che i vincitori delle elezioni debbano avere in mano le leve dell'ordinaria amministrazione, finora delegata agli sconfitti ridotti a fantasmi dell'opera. «Le Camere devono essere subito operative», ha sollecitato Salvini riferendosi soprattutto al Def, il documento di programmazione economica e finanziaria che entro il 30 aprile dovrà essere consegnato a Bruxelles; 3) il programma convergente e praticamente scritto sulle tasse da abbassare (flat tax al 20% e non al 15%), sugli immigrati, sull'Europa e su un reddito di cittadinanza light. Il punto debole è il solito: Di Maio vuole governare con la Lega ma senza Forza Italia per non irritare la base (il 60% dei suoi elettori è di sinistra), mentre Salvini non intende rompere con Silvio Berlusconi.
Oggi pomeriggio tutti a prendere il tè da Sergio Mattarella, con il rinnovato contatto operativo fra i due vincitori del 4 marzo e la sensazione che stia accadendo qualcosa di significativo anche dentro Forza Italia. Dopo il rinnovamento delle cariche ai vertici dei gruppi parlamentari, il partito azzurro continua nell'opera di ringiovanimento con la nomina di Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama e sorprendente trionfatore in Liguria, a portavoce unico per Camera e Senato. Una decisione presa da Berlusconi per evitare discrepanze, voci fuori sincrono, recite a soggetto come quelle del recente passato in una fase così delicata.
Il centrodestra, quindi, sale unito dal presidente della Repubblica con un Salvini rinfrancato e un Giancarlo Giorgetti con le mani libere. Lo stratega della Lega era favoritissimo per la poltrona di Molteni, ma un simile ruolo ne avrebbe limitato i margini di manovra. Così è papabile per un incarico da premier di coalizione, capace di andare a cercare i voti in parlamento grazie alla credibilità personale. E in grado di garantire non solo la Lega, ma anche Forza Italia.
Dovesse fallire il blitz, il piano B di Berlusconi - che vede affievolirsi sempre più l'ipotesi amata di un accordo con i renziani del Pd (Salvini non ne vuole neppure sentire parlare) -, sarebbe la proposta di un appoggio esterno (la frase di ieri di Salvini «pronti a governare anche da soli» sembrava lasciata in sospeso apposta).
Una posizione sulla quale Di Maio potrebbe ammorbidirsi, anche se ieri sera a Porta a Porta ha ribadito: «Questa Lega è diversa, non le chiedo parricidi o tradimenti, la coalizione è nata solo per il Rosatellum. Berlusconi lasci il compito di governare alle nuove generazioni». Meglio della bordata di Alessandro Di Battista: «È il male assoluto del nostro Paese».
In questa fase non c'è leader che dimentichi gli elettori e preveda passi azzardati. Lega e 5 stelle sono movimenti passionali; è troppo presto per i colpi di teatro poco comprensibili. Però martedì sera Nando Pagnoncelli a DiMartedì ha dato due numeri fondamentali: da un sondaggio Ipsos il 48% dei leghisti sarebbe favorevole a sganciarsi da Forza Italia e fare un governo con i 5 stelle e il 18% non si esprime. Un segnale importante almeno quanto il filo diretto ritrovato fra Salvini e Di Maio.
«Di sicuro non accadrà niente prima del 29 aprile», dicono nei corridoi di via Bellerio. Quello è il giorno delle elezioni in Friuli Venezia Giulia, dove il candidato di centrodestra Massimiliano Fedriga (Lega) può fare il pieno. I sondaggi lo danno fra il 45 e il 51%, nettamente davanti a Sergio Bolzonello (centrosinistra) e ad Alessandro Fraleoni Morgera (5 stelle). A proposito del voto regionale, ieri Salvini ha detto: «Chi vota in Molise come in Friuli sappia che può darci una mano ad accelerare la nascita del governo, votando Lega. Se la Lega e il centrodestra vinceranno queste due elezioni, vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e noi finalmente cominciamo a lavorare». Poi, citando Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Chi vuole governare non dica, Io so' io e voi nun siete un c...».
È l'ultima spintarella a Di Maio perché ammorbidisca i suoi «niet». Ma è anche un monito agli alleati, perché i numeri a disposizione di Forza Italia (fonte Demopolis) in Friuli sono da pianto. Mentre la Lega è al 30%, il partito azzurro viene dato all'8% con tendenza a scendere. Anche per questo nessuno, tranne i due consoli senza scettro, oggi ha più voglia di minacciare nuove elezioni.
Giorgio Gandola
Il Colle utilizza la carta esploratori per stanare la Lega e il Movimento
Secondo giro di consultazioni, oggi al Quirinale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrerà tutte le delegazioni dei partiti. Domani toccherà all'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al presidente della Camera, Roberto Fico e al presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. In occasione del precedente giro di consultazioni, Mattarella aveva incontrato prima le cariche istituzionali e poi i partiti. L'inversione è stata interpretata come un segnale del capo dello Stato alle forze politiche, ancora alle prese con veti e controveti: «Se mi ripeterete le stesse cose dell'altra volta», ha fatto capire Mattarella ai leader, «potrei affidare un incarico esplorativo a Fico o alla Casellati».
Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due principali protagonisti di questa fase politica, ieri si sono sentiti al telefono per dare il via libera all'elezione del leghista Nicola Molteni alla presidenza della commissione speciale della Camera. È il quarto caso di una votazione nella quale M5s e centrodestra al completo trovano l'accordo: è già accaduto per Fico (M5s) alla Camera, per la Casellati (Forza Italia) al Senato e per Vito Crimi (M5s) presidente della commissione speciale del Senato.
Dunque, Mattarella chiederà ai suoi interlocutori se siano stati fatti passi in avanti, rispetto alle precedenti consultazioni, sulla formazione di una «coalizione» (così la definì il capo dello Stato) di governo, al di là delle schermaglie pubbliche tra i leader che caratterizzano queste ore di campagna elettorale per le regionali in Molise, dove si vota il 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, dove si va alle urne il 29.
L'agenda delle consultazioni di oggi è fittissima: si parte alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10.30 tocca al gruppo misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera. Alle 11.30 debutta l'appena costituito gruppo di Liberi e uguali della Camera.
Le consultazioni entreranno nel vivo nel pomeriggio. Alle 16.30 tocca al Partito democratico: Mattarella incontrerà il segretario reggente Maurizio Martina, il presidente Matteo Orfini, i capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il Pd ribadirà a Mattarella di non essere disponibile a sostenere governi politici, ma di poter ragionare solo su eventuali esecutivi «del presidente».
Alle 17.30 sarà il turno del centrodestra unito. Ben nove i componenti della delegazione: i tre leader (Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, che secondo alcune indiscrezioni potrebbero incontrarsi in mattinata a Palazzo Grazioli per mettere a punto la strategia) e i capigruppo alla Camera e al Senato di Lega (Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio), Forza Italia (Mariastella Gelmini e Anna Maria Berini) e Fratelli d'Italia (Fabio Rampelli e Stefano Bertacco). All'uscita, parleranno ai giornalisti sia Salvini che Berlusconi e la Meloni. Il centrodestra ribadirà a Mattarella di aver vinto le elezioni e quindi di avere l'onore e la responsabilità di formare il governo. Il presidente del Consiglio, diranno i tre leader al presidente della Repubblica, spetta al centrodestra.
Incarico in vista per Salvini? Ieri il leader leghista è stato, forse per intimorire il M5s, possibilista: «Noi», ha detto Salvini, «andremo da Mattarella a dire una cosa chiara: il centrodestra è la forza che ha preso più voti dagli italiani. Si parte da questo, da una candidatura a premier di centrodestra, da un programma politico di centrodestra, disposti a ragionare con tutti, fatta eccezione per la sinistra. Sarei onorato domattina di fare il presidente del Consiglio. Mi metto a disposizione. Spero che anche quelli del M5s dimostrino di avere voglia di governare veramente. Se continuano con i veti e i capricci, siamo in grado di farlo anche da soli. E l'ultima cosa che ci spaventa», ha ammonito Salvini, «è tornare dagli italiani a chiedere consenso per governare senza scendere a patti». Un eventuale incarico a Salvini già nelle prossime ore sarebbe un colpo di scena clamoroso, poiché il leader del Carroccio non avrebbe una maggioranza certa. «Se la Lega e il centrodestra vinceranno le prossime due elezioni in Molise e in Friuli», ha sottolineato ieri Salvini, spostando in avanti di 15 giorni almeno la resa dei conti, «vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e cominciamo a lavorare».
Si chiude alle 18 e 30, con il M5s. Mattarella riceverà il leader Luigi Di Maio, e i capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli. I 5 stelle a Mattarella continueranno a chiedere la premiership per Di Maio, anche se sanno bene che questa soluzione è numericamente impossibile. «Ci sono dei passi in avanti», ha detto ieri Di Maio, a Porta a Porta su Rai 1, «che voglio esporre domani al presidente della Repubblica». Il M5s, per governare, deve rinunciare a Di Maio premier e stringere un'alleanza col centrodestra al completo, Berlusconi compreso. Ieri, Alessandro Di Battista ha attaccato pesantemente il Cavaliere. Un modo per mettere i bastoni tra le ruote alle «colombe» a 5 stelle, che pur di andare al governo ed evitare le elezioni sarebbero pronti a incontrare Berlusconi anche a villa Certosa.
Carlo Tarallo
L’intesa dà al Carroccio la commissione Def
Basta una telefonata per sancire la nuova intesa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, siglata con un comunicato congiunto. Una breve conversazione al termine della quale i due convergono sull'idea di «rendere subito operativo» il Parlamento. Tradotto: via libera al voto, oggi, del leghista Nicola Molteni alla guida della commissione speciale di Montecitorio. Smentite le indiscrezioni della vigilia che indicavano a capo di questo organismo un altro esponente del Carroccio, Giancarlo Giorgetti. Non è un dato da sottovalutare perché quest'ultimo potrebbe essere un nome spendibile nel caso in cui le trattative per la formazione del nuovo governo dovessero protrarsi oltremodo.
Molteni, 42 anni, avvocato, originario di Cantù, in provincia di Como, rieletto deputato per la terza volta, è storicamente considerato tra i più ascoltati consiglieri di Salvini. Vicino a Giorgetti, è noto, tra le altre cose, per aver firmato la proposta di legge di riforma della legittima difesa e condotto la battaglia contro lo sconto di pena per i reati più gravi (poi però affossata da Forza Italia). È il tentativo di far vacillare l'alleanza di centrodestra? Qualcuno, tra i 5 stelle ma anche tra i leghisti, pensa - o meglio spera - di sì, convinto che alla fine, se Silvio Berlusconi dovesse decidere di fare un passo indietro, si aprirebbero le porte per un governo Lega-M5s.
Alla guida della struttura (composta da 40 deputati), Molteni dovrà occuparsi non solo del Documento di economia e finanza ma anche di tutte le leggi in scadenza oltre che dei decreti legislativi lasciati in eredità dal governo Gentiloni. L'organismo non tratterà, comunque, dopo la decisione della conferenza dei capigruppo, la riforma della legge elettorale e delle carceri. In ogni caso, la commissione speciale (al Senato è guidata dal grillino Vito Crimi) può essere considerata come un ponte di collegamento tra passata e nuova legislatura e rappresenta proporzionalmente i gruppi parlamentari. Oltre ad avere la competenza di merito sui singoli provvedimenti, l'organismo assorbe le competenze di ogni altra commissione in sede consultiva, anche con riguardo agli eventuali pareri obbligatori.
L'accordo Lega-M5s su Molteni ha suscitato le proteste degli altri partiti. Dura la critica che arriva dal segretario reggente del Partito democratico, Maurizio Martina: «Salvini e Di Maio comunicano su carta intestata comune Lega-5 stelle l'accordo spartitorio dell'ennesima poltrona: quella della presidenza della commissione speciale alla Camera, dopo aver già fatto la stessa cosa al Senato. Tutto questo mentre il Paese rimane appeso ai loro litigi sulle prospettive di governo». Non meno aspro il giudizio espresso dal leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd: «Di Maio e Salvini pensano di essere due grandi strateghi della politica, e invece ci portano alla rovina».
Il leader della Lega, dal canto suo, ha anche ribadito che le forze di centrodestra oggi saliranno al Quirinale insieme per essere ascoltate nuovamente dal capo dello Stato: «Oggi (ieri per chi legge, ndr) ho chiamato Di Maio per accelerare i tempi per l'operatività di Camera e Senato. Domani (oggi, ndr) come centrodestra unito andremo al Colle dal presidente Mattarella».
Non è certo che la svolta attesa sia dietro l'angolo. Salvini non ha fatto mancare, anche ieri, l'ennesima frecciata nei confronti del leader pentastellato: «Dialogherò con tutti per dar vita a un governo per fare le cose che ci avete chiesto. Sul governo cercheremo di fare il più presto possibile, ma Di Maio deve scendere dal piedistallo, deve smettere di dire io, io, io... Lui dice io, noi diciamo noi e voi. Con umiltà, con buon senso, con la voglia di cominciare a lavorare il prima possibile».
Antonio Ricchio
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I due bisticciano a parole, poi nella sostanza trovano un nuovo accordo sulla volontà comune di «rendere operativo il Parlamento». Ma per il passo successivo bisogna aspettare le regionali. Alle quali Forza Italia, complici sondaggi choc, guarda con sempre maggior timore. Via al secondo giro di consultazioni con i partiti. Il presidente Sergio Mattarella vuole stringere i tempi e i nomi di Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico serviranno come spauracchio per i leader. Il centrodestra andrà in formazione completa con Silvio Berlusconi. Oggi il leghista Nicola Molteni sarà eletto presidente dell'organismo speciale della Camera con i voti grillini. Ad annunciarlo, un comunicato congiunto. La mossa lascia più libero Giancarlo Giorgetti, possibile premier «terzo». Altro giro, altro centro. Quando c'è un obiettivo concreto da raggiungere con una maggioranza a due, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono infallibili tiratori da luna park. Non sbagliano un colpo e sembra che si stiano allenando a diventare davvero i primi due consoli della Terza repubblica. È bastata una telefonata fra loro per decidere chi sarà il presidente della commissione speciale della Camera, ruolo strategico per il funzionamento del Parlamento: oggi Nicola Molteni, avvocato di Cantù e deputato leghista fra i più giovani e preparati, si siederà su quella poltrona. Al Senato nella stessa posizione c'è il pentastellato Vito Crimi. A poche ore dalle seconde consultazioni del capo dello Stato, il segnale è forte anche perché è stato suggellato da un comunicato congiunto che somiglia a una partecipazione di nozze. I due leader «si sono sentiti al telefono e con spirito di collaborazione, per rendere operativo il Parlamento al più presto, hanno concordato di votare alla presidenza della commissione speciale della Camera il deputato della Lega Nicola Molteni». Traduzione: possiamo proseguire d'amore e d'accordo, senza rendere conto a nessuno, come intuì il writer del bacio appassionato sul muro dietro Montecitorio, più lungimirante di tanti notisti politici. Dopo giorni di maretta, di «mai più» e di corteggiamento di facciata grillino al Pd, l'asse Salvini-Di Maio torna d'attualità mostrando tre punti forti e uno debole. Quelli forti: 1) la consonanza generazionale e di freschezza politica del messaggio, visto che anche Molteni fa parte della nouvelle vague del Carroccio (42 anni) nonostante sia alla terza legislatura. Una rivoluzione che 5 stelle e Lega stanno operando in silenzio, senza rottamazioni proclamate ma con determinazione; 2) la convinzione che i lavori delle Camere debbano partire e che i vincitori delle elezioni debbano avere in mano le leve dell'ordinaria amministrazione, finora delegata agli sconfitti ridotti a fantasmi dell'opera. «Le Camere devono essere subito operative», ha sollecitato Salvini riferendosi soprattutto al Def, il documento di programmazione economica e finanziaria che entro il 30 aprile dovrà essere consegnato a Bruxelles; 3) il programma convergente e praticamente scritto sulle tasse da abbassare (flat tax al 20% e non al 15%), sugli immigrati, sull'Europa e su un reddito di cittadinanza light. Il punto debole è il solito: Di Maio vuole governare con la Lega ma senza Forza Italia per non irritare la base (il 60% dei suoi elettori è di sinistra), mentre Salvini non intende rompere con Silvio Berlusconi. Oggi pomeriggio tutti a prendere il tè da Sergio Mattarella, con il rinnovato contatto operativo fra i due vincitori del 4 marzo e la sensazione che stia accadendo qualcosa di significativo anche dentro Forza Italia. Dopo il rinnovamento delle cariche ai vertici dei gruppi parlamentari, il partito azzurro continua nell'opera di ringiovanimento con la nomina di Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama e sorprendente trionfatore in Liguria, a portavoce unico per Camera e Senato. Una decisione presa da Berlusconi per evitare discrepanze, voci fuori sincrono, recite a soggetto come quelle del recente passato in una fase così delicata. Il centrodestra, quindi, sale unito dal presidente della Repubblica con un Salvini rinfrancato e un Giancarlo Giorgetti con le mani libere. Lo stratega della Lega era favoritissimo per la poltrona di Molteni, ma un simile ruolo ne avrebbe limitato i margini di manovra. Così è papabile per un incarico da premier di coalizione, capace di andare a cercare i voti in parlamento grazie alla credibilità personale. E in grado di garantire non solo la Lega, ma anche Forza Italia. Dovesse fallire il blitz, il piano B di Berlusconi - che vede affievolirsi sempre più l'ipotesi amata di un accordo con i renziani del Pd (Salvini non ne vuole neppure sentire parlare) -, sarebbe la proposta di un appoggio esterno (la frase di ieri di Salvini «pronti a governare anche da soli» sembrava lasciata in sospeso apposta). Una posizione sulla quale Di Maio potrebbe ammorbidirsi, anche se ieri sera a Porta a Porta ha ribadito: «Questa Lega è diversa, non le chiedo parricidi o tradimenti, la coalizione è nata solo per il Rosatellum. Berlusconi lasci il compito di governare alle nuove generazioni». Meglio della bordata di Alessandro Di Battista: «È il male assoluto del nostro Paese». In questa fase non c'è leader che dimentichi gli elettori e preveda passi azzardati. Lega e 5 stelle sono movimenti passionali; è troppo presto per i colpi di teatro poco comprensibili. Però martedì sera Nando Pagnoncelli a DiMartedì ha dato due numeri fondamentali: da un sondaggio Ipsos il 48% dei leghisti sarebbe favorevole a sganciarsi da Forza Italia e fare un governo con i 5 stelle e il 18% non si esprime. Un segnale importante almeno quanto il filo diretto ritrovato fra Salvini e Di Maio. «Di sicuro non accadrà niente prima del 29 aprile», dicono nei corridoi di via Bellerio. Quello è il giorno delle elezioni in Friuli Venezia Giulia, dove il candidato di centrodestra Massimiliano Fedriga (Lega) può fare il pieno. I sondaggi lo danno fra il 45 e il 51%, nettamente davanti a Sergio Bolzonello (centrosinistra) e ad Alessandro Fraleoni Morgera (5 stelle). A proposito del voto regionale, ieri Salvini ha detto: «Chi vota in Molise come in Friuli sappia che può darci una mano ad accelerare la nascita del governo, votando Lega. Se la Lega e il centrodestra vinceranno queste due elezioni, vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e noi finalmente cominciamo a lavorare». Poi, citando Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Chi vuole governare non dica, Io so' io e voi nun siete un c...». È l'ultima spintarella a Di Maio perché ammorbidisca i suoi «niet». Ma è anche un monito agli alleati, perché i numeri a disposizione di Forza Italia (fonte Demopolis) in Friuli sono da pianto. Mentre la Lega è al 30%, il partito azzurro viene dato all'8% con tendenza a scendere. Anche per questo nessuno, tranne i due consoli senza scettro, oggi ha più voglia di minacciare nuove elezioni. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-di-maio-intesa-telefonica-2559079318.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-colle-utilizza-la-carta-esploratori-per-stanare-la-lega-e-il-movimento" data-post-id="2559079318" data-published-at="1777013048" data-use-pagination="False"> Il Colle utilizza la carta esploratori per stanare la Lega e il Movimento Secondo giro di consultazioni, oggi al Quirinale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrerà tutte le delegazioni dei partiti. Domani toccherà all'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al presidente della Camera, Roberto Fico e al presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. In occasione del precedente giro di consultazioni, Mattarella aveva incontrato prima le cariche istituzionali e poi i partiti. L'inversione è stata interpretata come un segnale del capo dello Stato alle forze politiche, ancora alle prese con veti e controveti: «Se mi ripeterete le stesse cose dell'altra volta», ha fatto capire Mattarella ai leader, «potrei affidare un incarico esplorativo a Fico o alla Casellati». Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due principali protagonisti di questa fase politica, ieri si sono sentiti al telefono per dare il via libera all'elezione del leghista Nicola Molteni alla presidenza della commissione speciale della Camera. È il quarto caso di una votazione nella quale M5s e centrodestra al completo trovano l'accordo: è già accaduto per Fico (M5s) alla Camera, per la Casellati (Forza Italia) al Senato e per Vito Crimi (M5s) presidente della commissione speciale del Senato. Dunque, Mattarella chiederà ai suoi interlocutori se siano stati fatti passi in avanti, rispetto alle precedenti consultazioni, sulla formazione di una «coalizione» (così la definì il capo dello Stato) di governo, al di là delle schermaglie pubbliche tra i leader che caratterizzano queste ore di campagna elettorale per le regionali in Molise, dove si vota il 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, dove si va alle urne il 29. L'agenda delle consultazioni di oggi è fittissima: si parte alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10.30 tocca al gruppo misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera. Alle 11.30 debutta l'appena costituito gruppo di Liberi e uguali della Camera. Le consultazioni entreranno nel vivo nel pomeriggio. Alle 16.30 tocca al Partito democratico: Mattarella incontrerà il segretario reggente Maurizio Martina, il presidente Matteo Orfini, i capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il Pd ribadirà a Mattarella di non essere disponibile a sostenere governi politici, ma di poter ragionare solo su eventuali esecutivi «del presidente». Alle 17.30 sarà il turno del centrodestra unito. Ben nove i componenti della delegazione: i tre leader (Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, che secondo alcune indiscrezioni potrebbero incontrarsi in mattinata a Palazzo Grazioli per mettere a punto la strategia) e i capigruppo alla Camera e al Senato di Lega (Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio), Forza Italia (Mariastella Gelmini e Anna Maria Berini) e Fratelli d'Italia (Fabio Rampelli e Stefano Bertacco). All'uscita, parleranno ai giornalisti sia Salvini che Berlusconi e la Meloni. Il centrodestra ribadirà a Mattarella di aver vinto le elezioni e quindi di avere l'onore e la responsabilità di formare il governo. Il presidente del Consiglio, diranno i tre leader al presidente della Repubblica, spetta al centrodestra. Incarico in vista per Salvini? Ieri il leader leghista è stato, forse per intimorire il M5s, possibilista: «Noi», ha detto Salvini, «andremo da Mattarella a dire una cosa chiara: il centrodestra è la forza che ha preso più voti dagli italiani. Si parte da questo, da una candidatura a premier di centrodestra, da un programma politico di centrodestra, disposti a ragionare con tutti, fatta eccezione per la sinistra. Sarei onorato domattina di fare il presidente del Consiglio. Mi metto a disposizione. Spero che anche quelli del M5s dimostrino di avere voglia di governare veramente. Se continuano con i veti e i capricci, siamo in grado di farlo anche da soli. E l'ultima cosa che ci spaventa», ha ammonito Salvini, «è tornare dagli italiani a chiedere consenso per governare senza scendere a patti». Un eventuale incarico a Salvini già nelle prossime ore sarebbe un colpo di scena clamoroso, poiché il leader del Carroccio non avrebbe una maggioranza certa. «Se la Lega e il centrodestra vinceranno le prossime due elezioni in Molise e in Friuli», ha sottolineato ieri Salvini, spostando in avanti di 15 giorni almeno la resa dei conti, «vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e cominciamo a lavorare». Si chiude alle 18 e 30, con il M5s. Mattarella riceverà il leader Luigi Di Maio, e i capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli. I 5 stelle a Mattarella continueranno a chiedere la premiership per Di Maio, anche se sanno bene che questa soluzione è numericamente impossibile. «Ci sono dei passi in avanti», ha detto ieri Di Maio, a Porta a Porta su Rai 1, «che voglio esporre domani al presidente della Repubblica». Il M5s, per governare, deve rinunciare a Di Maio premier e stringere un'alleanza col centrodestra al completo, Berlusconi compreso. Ieri, Alessandro Di Battista ha attaccato pesantemente il Cavaliere. Un modo per mettere i bastoni tra le ruote alle «colombe» a 5 stelle, che pur di andare al governo ed evitare le elezioni sarebbero pronti a incontrare Berlusconi anche a villa Certosa. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-di-maio-intesa-telefonica-2559079318.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lintesa-da-al-carroccio-la-commissione-def" data-post-id="2559079318" data-published-at="1777013048" data-use-pagination="False"> L’intesa dà al Carroccio la commissione Def Basta una telefonata per sancire la nuova intesa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, siglata con un comunicato congiunto. Una breve conversazione al termine della quale i due convergono sull'idea di «rendere subito operativo» il Parlamento. Tradotto: via libera al voto, oggi, del leghista Nicola Molteni alla guida della commissione speciale di Montecitorio. Smentite le indiscrezioni della vigilia che indicavano a capo di questo organismo un altro esponente del Carroccio, Giancarlo Giorgetti. Non è un dato da sottovalutare perché quest'ultimo potrebbe essere un nome spendibile nel caso in cui le trattative per la formazione del nuovo governo dovessero protrarsi oltremodo. Molteni, 42 anni, avvocato, originario di Cantù, in provincia di Como, rieletto deputato per la terza volta, è storicamente considerato tra i più ascoltati consiglieri di Salvini. Vicino a Giorgetti, è noto, tra le altre cose, per aver firmato la proposta di legge di riforma della legittima difesa e condotto la battaglia contro lo sconto di pena per i reati più gravi (poi però affossata da Forza Italia). È il tentativo di far vacillare l'alleanza di centrodestra? Qualcuno, tra i 5 stelle ma anche tra i leghisti, pensa - o meglio spera - di sì, convinto che alla fine, se Silvio Berlusconi dovesse decidere di fare un passo indietro, si aprirebbero le porte per un governo Lega-M5s. Alla guida della struttura (composta da 40 deputati), Molteni dovrà occuparsi non solo del Documento di economia e finanza ma anche di tutte le leggi in scadenza oltre che dei decreti legislativi lasciati in eredità dal governo Gentiloni. L'organismo non tratterà, comunque, dopo la decisione della conferenza dei capigruppo, la riforma della legge elettorale e delle carceri. In ogni caso, la commissione speciale (al Senato è guidata dal grillino Vito Crimi) può essere considerata come un ponte di collegamento tra passata e nuova legislatura e rappresenta proporzionalmente i gruppi parlamentari. Oltre ad avere la competenza di merito sui singoli provvedimenti, l'organismo assorbe le competenze di ogni altra commissione in sede consultiva, anche con riguardo agli eventuali pareri obbligatori. L'accordo Lega-M5s su Molteni ha suscitato le proteste degli altri partiti. Dura la critica che arriva dal segretario reggente del Partito democratico, Maurizio Martina: «Salvini e Di Maio comunicano su carta intestata comune Lega-5 stelle l'accordo spartitorio dell'ennesima poltrona: quella della presidenza della commissione speciale alla Camera, dopo aver già fatto la stessa cosa al Senato. Tutto questo mentre il Paese rimane appeso ai loro litigi sulle prospettive di governo». Non meno aspro il giudizio espresso dal leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd: «Di Maio e Salvini pensano di essere due grandi strateghi della politica, e invece ci portano alla rovina». Il leader della Lega, dal canto suo, ha anche ribadito che le forze di centrodestra oggi saliranno al Quirinale insieme per essere ascoltate nuovamente dal capo dello Stato: «Oggi (ieri per chi legge, ndr) ho chiamato Di Maio per accelerare i tempi per l'operatività di Camera e Senato. Domani (oggi, ndr) come centrodestra unito andremo al Colle dal presidente Mattarella». Non è certo che la svolta attesa sia dietro l'angolo. Salvini non ha fatto mancare, anche ieri, l'ennesima frecciata nei confronti del leader pentastellato: «Dialogherò con tutti per dar vita a un governo per fare le cose che ci avete chiesto. Sul governo cercheremo di fare il più presto possibile, ma Di Maio deve scendere dal piedistallo, deve smettere di dire io, io, io... Lui dice io, noi diciamo noi e voi. Con umiltà, con buon senso, con la voglia di cominciare a lavorare il prima possibile». Antonio Ricchio
Navi ormeggiate a un'imbarcazione ancorata vicino alla costa a Bandar Abbas, città portuale affacciata sul Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz (Getty Images)
La crisi nello Stretto di Hormuz si intensifica in una sequenza di mosse militari, dichiarazioni politiche e operazioni sul campo che delineano uno scenario sempre più teso tra Stati Uniti e Iran. Nelle ultime ore, Washington ha rafforzato la propria postura operativa nell’area. Il Comando centrale statunitense ha confermato di aver imposto a 31 navi di invertire la rotta o rientrare in porto, nell’ambito del blocco navale contro Teheran, mentre la Marina americana ha condotto un’operazione nell’Oceano Indiano, fermando la petroliera senza bandiera M/T Majestic X, accusata di trasportare greggio iraniano. Secondo il Dipartimento della Difesa, si è trattato di un’interdizione marittima con ispezione, inserita in una strategia più ampia per interrompere le reti di commercio illegale legate all’Iran. Il Centcom ha inoltre reso noti i nomi di due delle oltre 30 navi a cui le sue forze hanno ordinato di invertire la rotta o di tornare in porto nell’ambito del blocco contro l’Iran. Le due petroliere iraniane, la Hero II e la Hedy, sono «ancorate a Chah Bahar, in Iran, dopo essere state intercettate dalle forze statunitensi all’inizio di questa settimana», ha dichiarato il Centcom, smentendo le notizie secondo cui le due navi avrebbero violato il blocco. Il messaggio di Washington è netto: le acque internazionali non possono essere utilizzate come rifugio per attività sanzionate. Il Pentagono ha ribadito l’intenzione di limitare la libertà di movimento delle navi coinvolte in traffici ritenuti illeciti, sottolineando che le operazioni proseguiranno su scala globale.
Sul piano politico, il presidente Donald Trump ha rivendicato un controllo totale sullo Stretto di Hormuz, sostenendo che nessuna imbarcazione può transitare senza autorizzazione americana. In una serie di dichiarazioni, ha inoltre ordinato alla Marina di colpire e distruggere qualsiasi mezzo sospettato di posare mine nelle acque dello stretto, senza alcuna esitazione. Lo stesso Trump ha poi annunciato il potenziamento delle operazioni di sminamento, chiedendo che le attività vengano intensificate fino a triplicarne l’intensità. Il tema delle mine è centrale nella gestione della crisi. Le operazioni di bonifica si basano su tecnologie avanzate: droni di superficie dotati di sonar, come il Common Uncrewed Surface Vessel, scandagliano il fondale marino individuando eventuali ordigni. A questi si affiancano sistemi subacquei autonomi, tra cui i modelli MK18 Mod 2 Kingfish e Knifefish, capaci di esplorare aree prestabilite e segnalare la presenza di mine. Una volta localizzate, le cariche possono essere neutralizzate attraverso robot telecomandati o mediante detonazioni controllate. In questo contesto, anche altri attori internazionali iniziano a prepararsi a un possibile coinvolgimento diretto. Il comandante della Marina tedesca, Inka von Puttkamer, ha dichiarato: «Le squadre di sminamento si preparino per essere dispiegate a Hormuz». Gli equipaggi del terzo Squadrone di dragaggio mine della Marina tedesca si stanno infatti attualmente preparando per un potenziale dispiegamento nello Stretto. La Marina tedesca dispone di «dieci cacciamine di classe Frankenthal» e un terzo delle navi e delle imbarcazioni «è sempre pronto per il dispiegamento». Le unità, secondo quanto dichiarato dal comandante, sono «equipaggiate con droni in grado di localizzare vari tipi di oggetti, come le mine, e possono esplorare in modo indipendente una specifica area del mare».
Secondo analisti militari, la fase di individuazione degli ordigni potrebbe essere relativamente rapida, mentre la loro distruzione richiede operazioni più complesse e articolate. In questo contesto, il Pentagono ha smentito le indiscrezioni secondo cui sarebbero necessari sei mesi per completare la bonifica dello Stretto. Il portavoce Sean Parnell ha definito tali valutazioni non plausibili e ha accusato parte dei media di aver diffuso informazioni distorte provenienti da briefing riservati. Sul fronte opposto, anche Teheran si muove sul piano politico ed economico. Il Parlamento iraniano e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale stanno esaminando un piano per assumere il controllo sovrano dello Stretto di Hormuz, anche se la decisione finale non è ancora stata presa. Intanto, l’Iran ha riscosso i primi introiti dai pedaggi imposti sullo Stretto di Hormuz, ha dichiarato un parlamentare iraniano. Hamid Reza Haji Babaei, vicepresidente del Parlamento, ha affermato che i fondi ricavati dal transito delle navi attraverso lo stretto sono stati depositati sul conto del Tesoro, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. L’Iran non ha specificato l’ammontare del pedaggio riscosso, che contravviene a una convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, non ratificata dall’Iran. La tensione si riflette anche negli episodi operativi registrati negli ultimi giorni. La nave Epaminondas, battente bandiera liberiana e di proprietà greca, è stata oggetto di un’azione da parte delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, che ne avevano bloccato la navigazione e condotto ispezioni a bordo. Secondo il ministro degli Esteri greco, l’imbarcazione è ora ferma e non vi sarebbero più cittadini iraniani a bordo, segno che l’operazione si è conclusa. Questi eventi si inseriscono in una dinamica più ampia di sequestri e contro-sequestri che stanno trasformando lo stretto in un punto critico del commercio globale. Le Guardie Rivoluzionarie hanno già fermato altre navi commerciali, mentre gli Stati Uniti proseguono con operazioni di interdizione.
Donald proroga la tregua sine die
L’incertezza è ancora la protagonista delle trattative tra l’Iran e gli Stati Uniti. Oltre a non esserci una data sul prossimo round di colloqui, non è dato sapere quanto tempo Washington abbia concesso a Teheran per presentare una proposta.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha infatti riferito che «il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha fissato una scadenza precisa per ricevere una proposta iraniana» e quindi anche per il cessate il fuoco. Il tycoon alla Bbc ha ribadito: «Abbiamo annientato l’Iran». E non ha ancora digerito il mancato intervento degli alleati della Nato al suo fianco: «Non ho mai avuto bisogno di loro, ma avrebbero dovuto esserci. Ho voluto vedere se volessero essere coinvolti o meno, è stato più che altro un test». Intanto Israele, insofferente alla via diplomatica, è pronto a riprendere i bombardamenti: il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha affermato che Tel Aviv «attende il via libera degli Stati Uniti per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei» e «per riportare l’Iran all’età della pietra».
Certo è che i colloqui sono in una fase di stallo. A parlarne all’emittente Al Arabiya è stato un diplomatico pachistano: «I progressi sono estremamente limitati». Ha spiegato che Washington vuole mantenere le sanzioni imposte contro l’Iran. Dall’altra parte, per Teheran, il blocco navale americano ai porti del regime «costituisce l’ostacolo alla partecipazione iraniana ai negoziati». I mediatori di Islamabad stanno quindi «cercando di convincere l’Iran a recarsi» nella capitale del Pakistan «per ottenere un allentamento del blocco navale».
Ma le dichiarazioni rilasciate ieri non mostrano flessibilità. Il parlamentare iraniano Ali Khezrian ha infatti commentato che la Guida suprema Mojtaba Khamenei «si oppone fermamente a qualsiasi prolungamento dei negoziati alle condizioni attuali». A dire che Teheran non ha intenzione di trattare è stato anche il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamidreza Haji Babaei: «Qualsiasi negoziato è vietato finché gli Stati Uniti non ammetteranno la sconfitta».
Tra l’altro, sono emersi alcuni dettagli sui motivi che hanno portato all’annullamento martedì del secondo round di colloqui. Secondo quanto riportato da Iran International, a far saltare le trattative sono state le spaccature all’interno della leadership iraniana. Si parla di tensioni tra i sostenitori del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e le figure vicine all’Ufficio di Khamenei. Pare che la delegazione iraniana fosse pronta a partire alla volta di Islamabad, ma un messaggio proveniente dall’entourage di Khamenei ha bloccato tutto: ha messo il veto alle discussioni sulla questione nucleare. E ha pure rimproverato la squadra iraniana per i colloqui precedenti. Ed ecco quindi che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha riconosciuto che sarebbe stato inutile partecipare alle trattative.
Nel frattempo, Al Arabiya ha svelato che a Islamabad sono sempre presenti le delegazioni tecniche deputate a preparare i negoziati. Che il Pakistan sia pronto a ospitare i colloqui in qualsiasi momento è evidente dalle misure di sicurezza ancora presenti nella capitale: le strade sono deserte, i negozi sono chiusi, gli impiegati lavorano da casa. Ieri, intanto, Islamabad è stata la sede dell’incontro tra il ministro dell’Interno pachistano, Mohsin Naqvi, e l’ambasciatrice statunitense Natalie Baker: i due hanno discusso «degli sforzi diplomatici» per organizzare gli eventuali negoziati.
Capo della Marina Usa silurato nel bel mezzo di un blocco navale
Nuovo scossone al Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha di fatto silurato il segretario alla Marina, John Phelan. La mossa è arrivata mentre gli Stati Uniti stanno implementando un blocco ai porti iraniani. Tutto questo, mentre ieri Donald Trump ha ordinato alle navi statunitensi di distruggere le imbarcazioni posamine che Teheran sta usando nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riferito dalla Cnn, sarebbero principalmente due le ragioni del siluramento di Phelan. Hegseth avrebbe convinto Trump della necessità del suo allontanamento a causa delle lungaggini che stanno caratterizzando le riforme della cantieristica navale. Tuttavia, più in profondità, la testata ha riferito che il capo del Pentagono non vedeva di buon occhio il rapporto diretto che Phelan, storico finanziatore di Trump, intratteneva con lo stesso inquilino della Casa Bianca. «Phelan non capiva di non essere il capo. Il suo compito è eseguire gli ordini ricevuti, non eseguire gli ordini che lui ritiene debbano essere dati», ha dichiarato una fonte ad Axios, confermando così che Hegseth si sentiva in qualche modo scavalcato dal segretario alla Marina.
Non è del resto una novità che il capo del Pentagono tema per la sua poltrona. A inizio aprile, Hegseth silurò il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George: una figura che era assai vicina all’attuale segretario all’Esercito, Dan Driscoll, il quale è a sua volta un fedelissimo del vicepresidente statunitense, JD Vance. I rapporti tra Hegseth e Driscoll erano d’altronde tesi già dallo scorso settembre: in particolare, il capo del Pentagono ha sempre temuto l’eventualità che il segretario all’Esercito potesse prima o poi fargli le scarpe. Lo scontro tra i due si è acuito con la guerra in Iran, soprattutto mentre Vance acquisiva peso nella gestione della crisi. Trump ha infatti incaricato il suo vice di supervisionare il processo diplomatico con Teheran: è d’altronde noto come il numero due della Casa Bianca fosse originariamente scettico verso un’operazione militare su larga scala contro il regime khomeinista. E infatti, all’interno dell’amministrazione statunitense, Vance è forse la voce maggiormente propensa a una soluzione diplomatica per la crisi iraniana. Di contro, Hegseth, nelle scorse settimane, ha mostrato fastidio verso le prospettive di un cessate il fuoco con Teheran e, ai vertici di Washington, rappresenta l’ala più battagliera nei confronti degli ayatollah.
Ecco che quindi il «caso Driscoll» è venuto a inserirsi in un quadro più ampio, che trascende la sola questione delle gelosie di Hegseth. E attenzione: la tensione sta aumentando. La scorsa settimana il segretario all’Esercito, parlando in audizione alla Camera, si è detto «dispiaciuto» per il siluramento di George. Una presa di posizione significativa, con cui Driscoll ha preso esplicitamente le distanze dal capo del Pentagono. Nell’occasione, secondo il Washington Post, i deputati repubblicani presenti si sarebbero schierati con il segretario all’Esercito, deplorando il licenziamento di George. Questo significa che il malumore verso Hegseth sta crescendo anche nella pattuglia parlamentare del Gop. Un segnale, questo, che è abbastanza inquietante per il capo del Pentagono. Ricordiamo che il recente siluramento di Kristi Noem da segretario per la Sicurezza interna è stato preceduto da critiche che le erano arrivate da alcuni parlamentari del Partito repubblicano. Tutto questo potrebbe aver ulteriormente alimentato i timori di Hegseth. E potrebbe anche contribuire a spiegare il licenziamento di Phelan.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Così le manovre del centrodestra sono state scritte con l’inchiostro di Bruxelles: nessuna sbavatura circa gli impegni economico/finanziari, sguardo sul contenimento della spesa pubblica, a maggior ragione dopo la riforma del Patto di stabilità votato da questo esecutivo. Poche concessioni alle promesse elettorali, se non qualcosa sul taglio delle tasse a favore dei più deboli.
Per dirla in breve, il ministro dell’Economia, Giorgetti, ha agito in linea di continuità con lo spirito di Mario Draghi, del quale è stato ministro dello Sviluppo economico ed è amico. Più gli chiedevano di allargare i cordoni della borsa e più il Mef si trincerava dietro il rigore dei conti. Chi conosce le cose interne dei Palazzi ci dice che tanto rigore nascondeva una strategia: far fieno in cascina da liberare con l’ultima manovra, quella del rush finale elettorale. «Speravamo di poter essere tranquilli per un’operazione sulla falsariga dei fuochi d’artificio tipo gli 80 euro di Renzi».
Invece, cosa è accaduto è noto: non bastando la guerra in Ucraina, si è messo pure l’«amico» Donald Trump a complicare le cose andando a bombardare l’Iran, creando lo strozzamento nello Stretto di Hormuz con quel cortocircuito che ora preoccupa imprese e famiglie. Soprattutto sul fronte energetico, cioè le bollette.
A complicare ancor più il quadro ci si è messa infine l’Unione europea con la sua intransigenza contabile, negando di derogare il Patto di stabilità. Era stato il lettone Valdis Dombrovskis, all’inizio del mese, a sbattere la porta in faccia a chi chiedeva maggiore elasticità: «Le condizioni per attivare una clausola generale di salvaguardia per sospendere il Patto di stabilità debbono avere una grave recessione economica e attualmente non siamo in questo scenario». Come a dire, siccome non siamo ancora in rianimazione, le regole non si toccano e il tabù non si infrange.
E così per un pelino contabile (un deficit pubblico leggermente superiore al 3% del Pil) ci ritroviamo ancora dentro la procedura d’infrazione e quindi ancora sotto osservazione per tutto il 2026. Noi come dieci altri Stati della Ue. Sorvegliati speciali, dicono, per un fanatismo fiscale che a Bruxelles non ammette deroghe e sbavature. Ma quel che in Europa non capiscono è che la concessione di una deroga coincideva con un rilancio dell’economia, delle imprese, delle famiglie, dei consumi. Invece no: intransigenza assoluta. Ma non è tutto. Laddove fossimo stati bravi coi conticini e quindi fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, la Commissione ci avrebbe «obbligati» a indebitarci per comprare in primis le armi e poi dare un po’ di fiato sulle bollette.
Una assurdità totale. Tanto che persino il mite e misurato Giorgetti alla fine ha perso quella pazienza trasmessa dal papà pescatore, il mitico Natale, presidente della Cooperativa. E, con eleganza, ha fatto capire le prossime intenzioni del governo nella premessa del Documento di finanza pubblica (cioè l’intesa che definisce il perimetro della prossima manovra). «I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire in maniera ancora più decisa per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa».
Una glossa in perfetto vocabolario finanziario, una bella avvertenza politica che noi gazzettieri populisti così traduciamo: al diavolo le armi. Le parole di Giorgetti rappresentano il nuovo paradigma del governo Meloni: i soldi li metteremo per alleggerire le bollette degli italiani e non per comprare armi come da intese di Ursula Von der Leyen. Da Roma il messaggio verso la Commissione sta partendo forte e chiaro: se lo capiscono bene, altrimenti si arrangiassero perché noi faremo così lo stesso. Non si può morire per andar dietro alle fisime contabili della Ue.
Mi sembra un cambio di passo notevole, una spallata a quelle regole assurde che difendono come il Sacro Graal. Non so se questa nuova dimensione è il ripristino delle vecchie regole della casa «sovranista» che tanto piacquero nel 2022 alla maggioranza degli elettori, ma è un bene che nelle stanze del Mef si siano convinti che essere troppo ligi non serve a niente e che i compitini ci hanno rovinato. Ha ragione Gabriele Guzzi, autore del prezioso libro EuroSuicidio: «Le regole di bilancio sono il simbolo massimo del suicidio dell’Europa. Negli ultimi 30 anni l’Italia ha fatto oltre 1.000 miliardi di avanzo primario per seguire queste regole, e ci hanno portato meno crescita e più debito in rapporto al Pil. Ma non sono il frutto di un errore: sono servite sempre a favorire le nazioni più potenti e la loro egemonia, anche quando venivano applicate ai nemici e condonate agli amici. Ma forse il gioco gli si sta rompendo in mano».
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Giuseppe Conte (Ansa)
Peccato che i numeri e le relazioni delle autorità finanziarie dicano altro e cioè da tempo abbiano riconosciuto che il provvedimento introdotto da Conte e da lui più volte sventolato in campagna elettorale abbia creato gravi problemi di finanza pubblica. Ve lo ricordate quando l’ex premier concludeva i comizi dicendo che grazie a lui gli italiani avevano la possibilità di ristrutturare la casa gratuitamente? Scandiva con forza l’avverbio perché avesse più presa sull’elettorato: gra-tui-ta-men-te. In realtà il bonus 110 per cento non era affatto gratuito. A pagare era lo Stato e di conseguenza i contribuenti. Così si sono scaricati sui conti pubblici gli affari di alcune centinaia di migliaia di famiglie che con il denaro statale si sono rifatti casa.
Conte si nasconde dietro la scusa che questo è servito a rilanciare l’economia nazionale dopo il Covid. Gli studi di Banca d’Italia - istituto indipendente - hanno già abbondantemente smentito questa frottola. L’aumento del Pil ottenuto con il Superbonus non solo è stato più basso di quanto viene detto, e dunque non è stato ripagato da un aumento delle entrate, ma almeno la metà dei lavori sussidiati con denaro pubblico sarebbero stati fatti ugualmente, perché i proprietari degli immobili erano già intenzionati a farli. Dunque, quello di Conte e dei 5 stelle è stato un autentico regalo, fatto utilizzando risorse che potevano essere destinate a sostenere sanità e scuola, ma anche la riduzione delle tasse. Cito non a caso settori che avrebbero potuto beneficiare dei soldi sprecati con il Superbonus, perché sono quelli su cui la coalizione giallorossa oggi all’opposizione insiste di più, accusando l’attuale maggioranza di non aver fatto nulla per migliorare istruzione, liste d’attesa negli ospedali e pressione fiscale. Che cosa sarebbe stato possibile finanziare con 120 miliardi, cifra che è pari al bilancio dell’intero settore scolastico e poco di meno di quello della salute? Aggiungo di più. Le ricerche di Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio, altra authority indipendente, hanno chiarito che il Superbonus è andato a vantaggio dei ceti più abbienti e questo mentre l’opposizione giallorossa continua a parlare di un aumento della povertà in Italia (per altro smentita dall’Istat). Quante famiglie avrebbero potuto essere aiutate con i fondi regalati a chi si è ristrutturato il castello a spese dello Stato?
Infine, due ultime osservazioni. Pagella politica, sito indipendente di fact checking, ha passato al setaccio le dichiarazioni dei leader sulla questione del Superbonus. Quella che riporto è la sintesi pubblicata a dicembre 2025: «Il peso del Superbonus continua a farsi sentire, anche se non influisce direttamente sul deficit. Lo Stato ha accumulato oltre 100 miliardi di debito aggiuntivo e dovrà gradualmente far fronte a una raccolta delle tasse più bassa a mano a mano che i crediti da ripagare maturano. È vero che lo Stato non deve più “scrivere” che ha speso un certo numero di miliardi in più, perché lo ha già fatto nel momento in cui ha concesso il credito. Ma questo non toglie che è proprio quest’anno che dovrà rinunciare a delle risorse dal punto di vista finanziario a causa delle mancate entrate fiscali».
Ultima citazione da Liberi oltre le illusioni, associazione che promuove il pensiero critico e la divulgazione scientifica: «Il Rapporto sulla politica di bilancio 2025 dell’Ufficio parlamentare di bilancio e numerose fonti indipendenti mostrano che il Superbonus è stato caratterizzato da inefficienza economica, effetti regressivi, inflazione settoriale e un’eredità fiscale pesantissima. Questa misura non è un modello da imitare, ma un caso scuola di come l’emergenza può essere usata per giustificare interventi populisti, con benefici di breve periodo e costi che ci accompagneranno per decenni».
Che altro c’è da dire? Caro Conte, basta balle, ne abbiamo sentite troppe.
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Andrea Orcel (Ansa)
Un semplice investimento in un gruppo come Generali che assicura grandi rendimenti. Sono in pochi però a crederci. Il mercato si interroga visto che, con questa iniziativa, la banca guidata da Andrea Orcel diventa il terzo azionista del colosso triestino. Generali non è una società qualunque. È il centro di gravità permanente del capitalismo italiano. Gestisce montagne di risparmio, compra debito pubblico, distribuisce potere. Chi conta in Generali, conta anche altrove. Per questo Trieste non è periferia: è centrocampo. Per decenni Enrico Cuccia l’ha presidiato con feroce determinazione. La sua eredità è il 13,2% del gruppo assicurativo di proprietà di Mediobanca. Poi c’è Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio, che presidia caselle e snodi vitali in Mps, in Mediobanca e con il 10,2% anche Generali. C’è il 6,6% di Francesco Gaetano Caltagirone, che quando entra in una partita lo fa per cambiare il gioco.
Il tempismo di Unicredit non è casuale. Solo pochi giorni fa il sistema bancario aveva assistito al nuovo ribaltone. L’assemblea di Monte dei Paschi ha confermato contro ogni pronostico Luigi Lovaglio come amministratore delegato e rimesso in movimento equilibri che molti consideravano definitivi. Ieri le nomine che segnano la vittoria della nuova governance interamente assegnata alla lista che ha vinto in assemblea: Cesare Bisoni alla presidenza e due vice, Flavia Mazzarella e Carlo Corradini. Nulla alle minoranze: Corrado Passera, considerato in pole position per una delle vicepresidenze, resta consigliere. Doveva essere il ponte fra maggioranza e minoranza. Invece nulla. Il risiko, dunque, riparte da dove si era interrotto: Siena, Milano, Trieste. Da Roma, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti osserva la scacchiera con l’aria di chi vorrebbe mettere ordine in una stanza dove tutti spostano i mobili. Il progetto preferito del Tesoro resta una qualche forma di integrazione tra Banco Bpm e Mps: dimensioni maggiori, razionalizzazione industriale, un’uscita più elegante dello Stato dal capitale del gruppo toscano Peccato che tra i desideri del governo e la realtà si frappongano fondazioni, azionisti irrequieti, personalismi, veti incrociati. E poi c’è il convitato di pietra. O meglio, di granito. Si chiama Intesa Sanpaolo. Il primo gruppo bancario del Paese osserva in apparente immobilità. l’amministratore delegato Carlo Messina ha ripetuto più volte di non voler partecipare al Far West delle aggregazioni. Ma spesso quando il leader di mercato dice di non voler ballare, probabilmente sta solo scegliendo quale musica ballare. Per ora tutti fermi e tutti in allerta.
Unicredit sale in Generali e sostiene che si tratta solo di investimento finanziario. Il mercato ascolta e annuisce con la stessa convinzione con cui a Capodanno si fanno le promesse per la dieta definitiva. Possibile, certo. Credibile, meno. Come se non bastasse, Orcel gioca su due tavoli contemporaneamente. Perché mentre entra con più decisione nel cuore del capitalismo italiano, rafforza anche la presenza in Germania. Unicredit ha infatti aumentato leggermente la partecipazione diretta con diritto di voto in Commerzbank al 26,77%, mentre la quota potenziale complessiva sale al 32,64%, grazie anche a strumenti derivati pari al 5,87% del capitale. Tradotto: mentre a casa tutti guardano Generali, Orcel allunga la mano anche su Berlino. Tutto questo perché le vecchie rendite di posizione si assottigliano, i margini si stringono, la tecnologia costa, l’Europa spinge verso campioni più grandi e il risiko non è più un capriccio da salotto: è una necessità industriale.
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