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2018-04-12
Salvini e Di Maio si accordano al telefono
ANSA
Altro giro, altro centro. Quando c'è un obiettivo concreto da raggiungere con una maggioranza a due, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono infallibili tiratori da luna park. Non sbagliano un colpo e sembra che si stiano allenando a diventare davvero i primi due consoli della Terza repubblica. È bastata una telefonata fra loro per decidere chi sarà il presidente della commissione speciale della Camera, ruolo strategico per il funzionamento del Parlamento: oggi Nicola Molteni, avvocato di Cantù e deputato leghista fra i più giovani e preparati, si siederà su quella poltrona. Al Senato nella stessa posizione c'è il pentastellato Vito Crimi.
A poche ore dalle seconde consultazioni del capo dello Stato, il segnale è forte anche perché è stato suggellato da un comunicato congiunto che somiglia a una partecipazione di nozze. I due leader «si sono sentiti al telefono e con spirito di collaborazione, per rendere operativo il Parlamento al più presto, hanno concordato di votare alla presidenza della commissione speciale della Camera il deputato della Lega Nicola Molteni». Traduzione: possiamo proseguire d'amore e d'accordo, senza rendere conto a nessuno, come intuì il writer del bacio appassionato sul muro dietro Montecitorio, più lungimirante di tanti notisti politici. Dopo giorni di maretta, di «mai più» e di corteggiamento di facciata grillino al Pd, l'asse Salvini-Di Maio torna d'attualità mostrando tre punti forti e uno debole.
Quelli forti: 1) la consonanza generazionale e di freschezza politica del messaggio, visto che anche Molteni fa parte della nouvelle vague del Carroccio (42 anni) nonostante sia alla terza legislatura. Una rivoluzione che 5 stelle e Lega stanno operando in silenzio, senza rottamazioni proclamate ma con determinazione; 2) la convinzione che i lavori delle Camere debbano partire e che i vincitori delle elezioni debbano avere in mano le leve dell'ordinaria amministrazione, finora delegata agli sconfitti ridotti a fantasmi dell'opera. «Le Camere devono essere subito operative», ha sollecitato Salvini riferendosi soprattutto al Def, il documento di programmazione economica e finanziaria che entro il 30 aprile dovrà essere consegnato a Bruxelles; 3) il programma convergente e praticamente scritto sulle tasse da abbassare (flat tax al 20% e non al 15%), sugli immigrati, sull'Europa e su un reddito di cittadinanza light. Il punto debole è il solito: Di Maio vuole governare con la Lega ma senza Forza Italia per non irritare la base (il 60% dei suoi elettori è di sinistra), mentre Salvini non intende rompere con Silvio Berlusconi.
Oggi pomeriggio tutti a prendere il tè da Sergio Mattarella, con il rinnovato contatto operativo fra i due vincitori del 4 marzo e la sensazione che stia accadendo qualcosa di significativo anche dentro Forza Italia. Dopo il rinnovamento delle cariche ai vertici dei gruppi parlamentari, il partito azzurro continua nell'opera di ringiovanimento con la nomina di Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama e sorprendente trionfatore in Liguria, a portavoce unico per Camera e Senato. Una decisione presa da Berlusconi per evitare discrepanze, voci fuori sincrono, recite a soggetto come quelle del recente passato in una fase così delicata.
Il centrodestra, quindi, sale unito dal presidente della Repubblica con un Salvini rinfrancato e un Giancarlo Giorgetti con le mani libere. Lo stratega della Lega era favoritissimo per la poltrona di Molteni, ma un simile ruolo ne avrebbe limitato i margini di manovra. Così è papabile per un incarico da premier di coalizione, capace di andare a cercare i voti in parlamento grazie alla credibilità personale. E in grado di garantire non solo la Lega, ma anche Forza Italia.
Dovesse fallire il blitz, il piano B di Berlusconi - che vede affievolirsi sempre più l'ipotesi amata di un accordo con i renziani del Pd (Salvini non ne vuole neppure sentire parlare) -, sarebbe la proposta di un appoggio esterno (la frase di ieri di Salvini «pronti a governare anche da soli» sembrava lasciata in sospeso apposta).
Una posizione sulla quale Di Maio potrebbe ammorbidirsi, anche se ieri sera a Porta a Porta ha ribadito: «Questa Lega è diversa, non le chiedo parricidi o tradimenti, la coalizione è nata solo per il Rosatellum. Berlusconi lasci il compito di governare alle nuove generazioni». Meglio della bordata di Alessandro Di Battista: «È il male assoluto del nostro Paese».
In questa fase non c'è leader che dimentichi gli elettori e preveda passi azzardati. Lega e 5 stelle sono movimenti passionali; è troppo presto per i colpi di teatro poco comprensibili. Però martedì sera Nando Pagnoncelli a DiMartedì ha dato due numeri fondamentali: da un sondaggio Ipsos il 48% dei leghisti sarebbe favorevole a sganciarsi da Forza Italia e fare un governo con i 5 stelle e il 18% non si esprime. Un segnale importante almeno quanto il filo diretto ritrovato fra Salvini e Di Maio.
«Di sicuro non accadrà niente prima del 29 aprile», dicono nei corridoi di via Bellerio. Quello è il giorno delle elezioni in Friuli Venezia Giulia, dove il candidato di centrodestra Massimiliano Fedriga (Lega) può fare il pieno. I sondaggi lo danno fra il 45 e il 51%, nettamente davanti a Sergio Bolzonello (centrosinistra) e ad Alessandro Fraleoni Morgera (5 stelle). A proposito del voto regionale, ieri Salvini ha detto: «Chi vota in Molise come in Friuli sappia che può darci una mano ad accelerare la nascita del governo, votando Lega. Se la Lega e il centrodestra vinceranno queste due elezioni, vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e noi finalmente cominciamo a lavorare». Poi, citando Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Chi vuole governare non dica, Io so' io e voi nun siete un c...».
È l'ultima spintarella a Di Maio perché ammorbidisca i suoi «niet». Ma è anche un monito agli alleati, perché i numeri a disposizione di Forza Italia (fonte Demopolis) in Friuli sono da pianto. Mentre la Lega è al 30%, il partito azzurro viene dato all'8% con tendenza a scendere. Anche per questo nessuno, tranne i due consoli senza scettro, oggi ha più voglia di minacciare nuove elezioni.
Giorgio Gandola
Il Colle utilizza la carta esploratori per stanare la Lega e il Movimento
Secondo giro di consultazioni, oggi al Quirinale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrerà tutte le delegazioni dei partiti. Domani toccherà all'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al presidente della Camera, Roberto Fico e al presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. In occasione del precedente giro di consultazioni, Mattarella aveva incontrato prima le cariche istituzionali e poi i partiti. L'inversione è stata interpretata come un segnale del capo dello Stato alle forze politiche, ancora alle prese con veti e controveti: «Se mi ripeterete le stesse cose dell'altra volta», ha fatto capire Mattarella ai leader, «potrei affidare un incarico esplorativo a Fico o alla Casellati».
Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due principali protagonisti di questa fase politica, ieri si sono sentiti al telefono per dare il via libera all'elezione del leghista Nicola Molteni alla presidenza della commissione speciale della Camera. È il quarto caso di una votazione nella quale M5s e centrodestra al completo trovano l'accordo: è già accaduto per Fico (M5s) alla Camera, per la Casellati (Forza Italia) al Senato e per Vito Crimi (M5s) presidente della commissione speciale del Senato.
Dunque, Mattarella chiederà ai suoi interlocutori se siano stati fatti passi in avanti, rispetto alle precedenti consultazioni, sulla formazione di una «coalizione» (così la definì il capo dello Stato) di governo, al di là delle schermaglie pubbliche tra i leader che caratterizzano queste ore di campagna elettorale per le regionali in Molise, dove si vota il 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, dove si va alle urne il 29.
L'agenda delle consultazioni di oggi è fittissima: si parte alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10.30 tocca al gruppo misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera. Alle 11.30 debutta l'appena costituito gruppo di Liberi e uguali della Camera.
Le consultazioni entreranno nel vivo nel pomeriggio. Alle 16.30 tocca al Partito democratico: Mattarella incontrerà il segretario reggente Maurizio Martina, il presidente Matteo Orfini, i capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il Pd ribadirà a Mattarella di non essere disponibile a sostenere governi politici, ma di poter ragionare solo su eventuali esecutivi «del presidente».
Alle 17.30 sarà il turno del centrodestra unito. Ben nove i componenti della delegazione: i tre leader (Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, che secondo alcune indiscrezioni potrebbero incontrarsi in mattinata a Palazzo Grazioli per mettere a punto la strategia) e i capigruppo alla Camera e al Senato di Lega (Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio), Forza Italia (Mariastella Gelmini e Anna Maria Berini) e Fratelli d'Italia (Fabio Rampelli e Stefano Bertacco). All'uscita, parleranno ai giornalisti sia Salvini che Berlusconi e la Meloni. Il centrodestra ribadirà a Mattarella di aver vinto le elezioni e quindi di avere l'onore e la responsabilità di formare il governo. Il presidente del Consiglio, diranno i tre leader al presidente della Repubblica, spetta al centrodestra.
Incarico in vista per Salvini? Ieri il leader leghista è stato, forse per intimorire il M5s, possibilista: «Noi», ha detto Salvini, «andremo da Mattarella a dire una cosa chiara: il centrodestra è la forza che ha preso più voti dagli italiani. Si parte da questo, da una candidatura a premier di centrodestra, da un programma politico di centrodestra, disposti a ragionare con tutti, fatta eccezione per la sinistra. Sarei onorato domattina di fare il presidente del Consiglio. Mi metto a disposizione. Spero che anche quelli del M5s dimostrino di avere voglia di governare veramente. Se continuano con i veti e i capricci, siamo in grado di farlo anche da soli. E l'ultima cosa che ci spaventa», ha ammonito Salvini, «è tornare dagli italiani a chiedere consenso per governare senza scendere a patti». Un eventuale incarico a Salvini già nelle prossime ore sarebbe un colpo di scena clamoroso, poiché il leader del Carroccio non avrebbe una maggioranza certa. «Se la Lega e il centrodestra vinceranno le prossime due elezioni in Molise e in Friuli», ha sottolineato ieri Salvini, spostando in avanti di 15 giorni almeno la resa dei conti, «vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e cominciamo a lavorare».
Si chiude alle 18 e 30, con il M5s. Mattarella riceverà il leader Luigi Di Maio, e i capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli. I 5 stelle a Mattarella continueranno a chiedere la premiership per Di Maio, anche se sanno bene che questa soluzione è numericamente impossibile. «Ci sono dei passi in avanti», ha detto ieri Di Maio, a Porta a Porta su Rai 1, «che voglio esporre domani al presidente della Repubblica». Il M5s, per governare, deve rinunciare a Di Maio premier e stringere un'alleanza col centrodestra al completo, Berlusconi compreso. Ieri, Alessandro Di Battista ha attaccato pesantemente il Cavaliere. Un modo per mettere i bastoni tra le ruote alle «colombe» a 5 stelle, che pur di andare al governo ed evitare le elezioni sarebbero pronti a incontrare Berlusconi anche a villa Certosa.
Carlo Tarallo
L’intesa dà al Carroccio la commissione Def
Basta una telefonata per sancire la nuova intesa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, siglata con un comunicato congiunto. Una breve conversazione al termine della quale i due convergono sull'idea di «rendere subito operativo» il Parlamento. Tradotto: via libera al voto, oggi, del leghista Nicola Molteni alla guida della commissione speciale di Montecitorio. Smentite le indiscrezioni della vigilia che indicavano a capo di questo organismo un altro esponente del Carroccio, Giancarlo Giorgetti. Non è un dato da sottovalutare perché quest'ultimo potrebbe essere un nome spendibile nel caso in cui le trattative per la formazione del nuovo governo dovessero protrarsi oltremodo.
Molteni, 42 anni, avvocato, originario di Cantù, in provincia di Como, rieletto deputato per la terza volta, è storicamente considerato tra i più ascoltati consiglieri di Salvini. Vicino a Giorgetti, è noto, tra le altre cose, per aver firmato la proposta di legge di riforma della legittima difesa e condotto la battaglia contro lo sconto di pena per i reati più gravi (poi però affossata da Forza Italia). È il tentativo di far vacillare l'alleanza di centrodestra? Qualcuno, tra i 5 stelle ma anche tra i leghisti, pensa - o meglio spera - di sì, convinto che alla fine, se Silvio Berlusconi dovesse decidere di fare un passo indietro, si aprirebbero le porte per un governo Lega-M5s.
Alla guida della struttura (composta da 40 deputati), Molteni dovrà occuparsi non solo del Documento di economia e finanza ma anche di tutte le leggi in scadenza oltre che dei decreti legislativi lasciati in eredità dal governo Gentiloni. L'organismo non tratterà, comunque, dopo la decisione della conferenza dei capigruppo, la riforma della legge elettorale e delle carceri. In ogni caso, la commissione speciale (al Senato è guidata dal grillino Vito Crimi) può essere considerata come un ponte di collegamento tra passata e nuova legislatura e rappresenta proporzionalmente i gruppi parlamentari. Oltre ad avere la competenza di merito sui singoli provvedimenti, l'organismo assorbe le competenze di ogni altra commissione in sede consultiva, anche con riguardo agli eventuali pareri obbligatori.
L'accordo Lega-M5s su Molteni ha suscitato le proteste degli altri partiti. Dura la critica che arriva dal segretario reggente del Partito democratico, Maurizio Martina: «Salvini e Di Maio comunicano su carta intestata comune Lega-5 stelle l'accordo spartitorio dell'ennesima poltrona: quella della presidenza della commissione speciale alla Camera, dopo aver già fatto la stessa cosa al Senato. Tutto questo mentre il Paese rimane appeso ai loro litigi sulle prospettive di governo». Non meno aspro il giudizio espresso dal leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd: «Di Maio e Salvini pensano di essere due grandi strateghi della politica, e invece ci portano alla rovina».
Il leader della Lega, dal canto suo, ha anche ribadito che le forze di centrodestra oggi saliranno al Quirinale insieme per essere ascoltate nuovamente dal capo dello Stato: «Oggi (ieri per chi legge, ndr) ho chiamato Di Maio per accelerare i tempi per l'operatività di Camera e Senato. Domani (oggi, ndr) come centrodestra unito andremo al Colle dal presidente Mattarella».
Non è certo che la svolta attesa sia dietro l'angolo. Salvini non ha fatto mancare, anche ieri, l'ennesima frecciata nei confronti del leader pentastellato: «Dialogherò con tutti per dar vita a un governo per fare le cose che ci avete chiesto. Sul governo cercheremo di fare il più presto possibile, ma Di Maio deve scendere dal piedistallo, deve smettere di dire io, io, io... Lui dice io, noi diciamo noi e voi. Con umiltà, con buon senso, con la voglia di cominciare a lavorare il prima possibile».
Antonio Ricchio
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I due bisticciano a parole, poi nella sostanza trovano un nuovo accordo sulla volontà comune di «rendere operativo il Parlamento». Ma per il passo successivo bisogna aspettare le regionali. Alle quali Forza Italia, complici sondaggi choc, guarda con sempre maggior timore. Via al secondo giro di consultazioni con i partiti. Il presidente Sergio Mattarella vuole stringere i tempi e i nomi di Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico serviranno come spauracchio per i leader. Il centrodestra andrà in formazione completa con Silvio Berlusconi. Oggi il leghista Nicola Molteni sarà eletto presidente dell'organismo speciale della Camera con i voti grillini. Ad annunciarlo, un comunicato congiunto. La mossa lascia più libero Giancarlo Giorgetti, possibile premier «terzo». Altro giro, altro centro. Quando c'è un obiettivo concreto da raggiungere con una maggioranza a due, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono infallibili tiratori da luna park. Non sbagliano un colpo e sembra che si stiano allenando a diventare davvero i primi due consoli della Terza repubblica. È bastata una telefonata fra loro per decidere chi sarà il presidente della commissione speciale della Camera, ruolo strategico per il funzionamento del Parlamento: oggi Nicola Molteni, avvocato di Cantù e deputato leghista fra i più giovani e preparati, si siederà su quella poltrona. Al Senato nella stessa posizione c'è il pentastellato Vito Crimi. A poche ore dalle seconde consultazioni del capo dello Stato, il segnale è forte anche perché è stato suggellato da un comunicato congiunto che somiglia a una partecipazione di nozze. I due leader «si sono sentiti al telefono e con spirito di collaborazione, per rendere operativo il Parlamento al più presto, hanno concordato di votare alla presidenza della commissione speciale della Camera il deputato della Lega Nicola Molteni». Traduzione: possiamo proseguire d'amore e d'accordo, senza rendere conto a nessuno, come intuì il writer del bacio appassionato sul muro dietro Montecitorio, più lungimirante di tanti notisti politici. Dopo giorni di maretta, di «mai più» e di corteggiamento di facciata grillino al Pd, l'asse Salvini-Di Maio torna d'attualità mostrando tre punti forti e uno debole. Quelli forti: 1) la consonanza generazionale e di freschezza politica del messaggio, visto che anche Molteni fa parte della nouvelle vague del Carroccio (42 anni) nonostante sia alla terza legislatura. Una rivoluzione che 5 stelle e Lega stanno operando in silenzio, senza rottamazioni proclamate ma con determinazione; 2) la convinzione che i lavori delle Camere debbano partire e che i vincitori delle elezioni debbano avere in mano le leve dell'ordinaria amministrazione, finora delegata agli sconfitti ridotti a fantasmi dell'opera. «Le Camere devono essere subito operative», ha sollecitato Salvini riferendosi soprattutto al Def, il documento di programmazione economica e finanziaria che entro il 30 aprile dovrà essere consegnato a Bruxelles; 3) il programma convergente e praticamente scritto sulle tasse da abbassare (flat tax al 20% e non al 15%), sugli immigrati, sull'Europa e su un reddito di cittadinanza light. Il punto debole è il solito: Di Maio vuole governare con la Lega ma senza Forza Italia per non irritare la base (il 60% dei suoi elettori è di sinistra), mentre Salvini non intende rompere con Silvio Berlusconi. Oggi pomeriggio tutti a prendere il tè da Sergio Mattarella, con il rinnovato contatto operativo fra i due vincitori del 4 marzo e la sensazione che stia accadendo qualcosa di significativo anche dentro Forza Italia. Dopo il rinnovamento delle cariche ai vertici dei gruppi parlamentari, il partito azzurro continua nell'opera di ringiovanimento con la nomina di Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama e sorprendente trionfatore in Liguria, a portavoce unico per Camera e Senato. Una decisione presa da Berlusconi per evitare discrepanze, voci fuori sincrono, recite a soggetto come quelle del recente passato in una fase così delicata. Il centrodestra, quindi, sale unito dal presidente della Repubblica con un Salvini rinfrancato e un Giancarlo Giorgetti con le mani libere. Lo stratega della Lega era favoritissimo per la poltrona di Molteni, ma un simile ruolo ne avrebbe limitato i margini di manovra. Così è papabile per un incarico da premier di coalizione, capace di andare a cercare i voti in parlamento grazie alla credibilità personale. E in grado di garantire non solo la Lega, ma anche Forza Italia. Dovesse fallire il blitz, il piano B di Berlusconi - che vede affievolirsi sempre più l'ipotesi amata di un accordo con i renziani del Pd (Salvini non ne vuole neppure sentire parlare) -, sarebbe la proposta di un appoggio esterno (la frase di ieri di Salvini «pronti a governare anche da soli» sembrava lasciata in sospeso apposta). Una posizione sulla quale Di Maio potrebbe ammorbidirsi, anche se ieri sera a Porta a Porta ha ribadito: «Questa Lega è diversa, non le chiedo parricidi o tradimenti, la coalizione è nata solo per il Rosatellum. Berlusconi lasci il compito di governare alle nuove generazioni». Meglio della bordata di Alessandro Di Battista: «È il male assoluto del nostro Paese». In questa fase non c'è leader che dimentichi gli elettori e preveda passi azzardati. Lega e 5 stelle sono movimenti passionali; è troppo presto per i colpi di teatro poco comprensibili. Però martedì sera Nando Pagnoncelli a DiMartedì ha dato due numeri fondamentali: da un sondaggio Ipsos il 48% dei leghisti sarebbe favorevole a sganciarsi da Forza Italia e fare un governo con i 5 stelle e il 18% non si esprime. Un segnale importante almeno quanto il filo diretto ritrovato fra Salvini e Di Maio. «Di sicuro non accadrà niente prima del 29 aprile», dicono nei corridoi di via Bellerio. Quello è il giorno delle elezioni in Friuli Venezia Giulia, dove il candidato di centrodestra Massimiliano Fedriga (Lega) può fare il pieno. I sondaggi lo danno fra il 45 e il 51%, nettamente davanti a Sergio Bolzonello (centrosinistra) e ad Alessandro Fraleoni Morgera (5 stelle). A proposito del voto regionale, ieri Salvini ha detto: «Chi vota in Molise come in Friuli sappia che può darci una mano ad accelerare la nascita del governo, votando Lega. Se la Lega e il centrodestra vinceranno queste due elezioni, vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e noi finalmente cominciamo a lavorare». Poi, citando Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Chi vuole governare non dica, Io so' io e voi nun siete un c...». È l'ultima spintarella a Di Maio perché ammorbidisca i suoi «niet». Ma è anche un monito agli alleati, perché i numeri a disposizione di Forza Italia (fonte Demopolis) in Friuli sono da pianto. Mentre la Lega è al 30%, il partito azzurro viene dato all'8% con tendenza a scendere. Anche per questo nessuno, tranne i due consoli senza scettro, oggi ha più voglia di minacciare nuove elezioni. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-di-maio-intesa-telefonica-2559079318.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-colle-utilizza-la-carta-esploratori-per-stanare-la-lega-e-il-movimento" data-post-id="2559079318" data-published-at="1773350880" data-use-pagination="False"> Il Colle utilizza la carta esploratori per stanare la Lega e il Movimento Secondo giro di consultazioni, oggi al Quirinale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrerà tutte le delegazioni dei partiti. Domani toccherà all'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al presidente della Camera, Roberto Fico e al presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati. In occasione del precedente giro di consultazioni, Mattarella aveva incontrato prima le cariche istituzionali e poi i partiti. L'inversione è stata interpretata come un segnale del capo dello Stato alle forze politiche, ancora alle prese con veti e controveti: «Se mi ripeterete le stesse cose dell'altra volta», ha fatto capire Mattarella ai leader, «potrei affidare un incarico esplorativo a Fico o alla Casellati». Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i due principali protagonisti di questa fase politica, ieri si sono sentiti al telefono per dare il via libera all'elezione del leghista Nicola Molteni alla presidenza della commissione speciale della Camera. È il quarto caso di una votazione nella quale M5s e centrodestra al completo trovano l'accordo: è già accaduto per Fico (M5s) alla Camera, per la Casellati (Forza Italia) al Senato e per Vito Crimi (M5s) presidente della commissione speciale del Senato. Dunque, Mattarella chiederà ai suoi interlocutori se siano stati fatti passi in avanti, rispetto alle precedenti consultazioni, sulla formazione di una «coalizione» (così la definì il capo dello Stato) di governo, al di là delle schermaglie pubbliche tra i leader che caratterizzano queste ore di campagna elettorale per le regionali in Molise, dove si vota il 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, dove si va alle urne il 29. L'agenda delle consultazioni di oggi è fittissima: si parte alle 10, con il gruppo Per le Autonomie del Senato; alle 10.30 tocca al gruppo misto del Senato; alle 11 Mattarella incontrerà il gruppo Misto della Camera. Alle 11.30 debutta l'appena costituito gruppo di Liberi e uguali della Camera. Le consultazioni entreranno nel vivo nel pomeriggio. Alle 16.30 tocca al Partito democratico: Mattarella incontrerà il segretario reggente Maurizio Martina, il presidente Matteo Orfini, i capigruppo di Camera e Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il Pd ribadirà a Mattarella di non essere disponibile a sostenere governi politici, ma di poter ragionare solo su eventuali esecutivi «del presidente». Alle 17.30 sarà il turno del centrodestra unito. Ben nove i componenti della delegazione: i tre leader (Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, che secondo alcune indiscrezioni potrebbero incontrarsi in mattinata a Palazzo Grazioli per mettere a punto la strategia) e i capigruppo alla Camera e al Senato di Lega (Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio), Forza Italia (Mariastella Gelmini e Anna Maria Berini) e Fratelli d'Italia (Fabio Rampelli e Stefano Bertacco). All'uscita, parleranno ai giornalisti sia Salvini che Berlusconi e la Meloni. Il centrodestra ribadirà a Mattarella di aver vinto le elezioni e quindi di avere l'onore e la responsabilità di formare il governo. Il presidente del Consiglio, diranno i tre leader al presidente della Repubblica, spetta al centrodestra. Incarico in vista per Salvini? Ieri il leader leghista è stato, forse per intimorire il M5s, possibilista: «Noi», ha detto Salvini, «andremo da Mattarella a dire una cosa chiara: il centrodestra è la forza che ha preso più voti dagli italiani. Si parte da questo, da una candidatura a premier di centrodestra, da un programma politico di centrodestra, disposti a ragionare con tutti, fatta eccezione per la sinistra. Sarei onorato domattina di fare il presidente del Consiglio. Mi metto a disposizione. Spero che anche quelli del M5s dimostrino di avere voglia di governare veramente. Se continuano con i veti e i capricci, siamo in grado di farlo anche da soli. E l'ultima cosa che ci spaventa», ha ammonito Salvini, «è tornare dagli italiani a chiedere consenso per governare senza scendere a patti». Un eventuale incarico a Salvini già nelle prossime ore sarebbe un colpo di scena clamoroso, poiché il leader del Carroccio non avrebbe una maggioranza certa. «Se la Lega e il centrodestra vinceranno le prossime due elezioni in Molise e in Friuli», ha sottolineato ieri Salvini, spostando in avanti di 15 giorni almeno la resa dei conti, «vedrete che il governo arriva in fretta, qualcuno abbassa la cresta e cominciamo a lavorare». Si chiude alle 18 e 30, con il M5s. Mattarella riceverà il leader Luigi Di Maio, e i capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli. I 5 stelle a Mattarella continueranno a chiedere la premiership per Di Maio, anche se sanno bene che questa soluzione è numericamente impossibile. «Ci sono dei passi in avanti», ha detto ieri Di Maio, a Porta a Porta su Rai 1, «che voglio esporre domani al presidente della Repubblica». Il M5s, per governare, deve rinunciare a Di Maio premier e stringere un'alleanza col centrodestra al completo, Berlusconi compreso. Ieri, Alessandro Di Battista ha attaccato pesantemente il Cavaliere. Un modo per mettere i bastoni tra le ruote alle «colombe» a 5 stelle, che pur di andare al governo ed evitare le elezioni sarebbero pronti a incontrare Berlusconi anche a villa Certosa. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-di-maio-intesa-telefonica-2559079318.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lintesa-da-al-carroccio-la-commissione-def" data-post-id="2559079318" data-published-at="1773350880" data-use-pagination="False"> L’intesa dà al Carroccio la commissione Def Basta una telefonata per sancire la nuova intesa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, siglata con un comunicato congiunto. Una breve conversazione al termine della quale i due convergono sull'idea di «rendere subito operativo» il Parlamento. Tradotto: via libera al voto, oggi, del leghista Nicola Molteni alla guida della commissione speciale di Montecitorio. Smentite le indiscrezioni della vigilia che indicavano a capo di questo organismo un altro esponente del Carroccio, Giancarlo Giorgetti. Non è un dato da sottovalutare perché quest'ultimo potrebbe essere un nome spendibile nel caso in cui le trattative per la formazione del nuovo governo dovessero protrarsi oltremodo. Molteni, 42 anni, avvocato, originario di Cantù, in provincia di Como, rieletto deputato per la terza volta, è storicamente considerato tra i più ascoltati consiglieri di Salvini. Vicino a Giorgetti, è noto, tra le altre cose, per aver firmato la proposta di legge di riforma della legittima difesa e condotto la battaglia contro lo sconto di pena per i reati più gravi (poi però affossata da Forza Italia). È il tentativo di far vacillare l'alleanza di centrodestra? Qualcuno, tra i 5 stelle ma anche tra i leghisti, pensa - o meglio spera - di sì, convinto che alla fine, se Silvio Berlusconi dovesse decidere di fare un passo indietro, si aprirebbero le porte per un governo Lega-M5s. Alla guida della struttura (composta da 40 deputati), Molteni dovrà occuparsi non solo del Documento di economia e finanza ma anche di tutte le leggi in scadenza oltre che dei decreti legislativi lasciati in eredità dal governo Gentiloni. L'organismo non tratterà, comunque, dopo la decisione della conferenza dei capigruppo, la riforma della legge elettorale e delle carceri. In ogni caso, la commissione speciale (al Senato è guidata dal grillino Vito Crimi) può essere considerata come un ponte di collegamento tra passata e nuova legislatura e rappresenta proporzionalmente i gruppi parlamentari. Oltre ad avere la competenza di merito sui singoli provvedimenti, l'organismo assorbe le competenze di ogni altra commissione in sede consultiva, anche con riguardo agli eventuali pareri obbligatori. L'accordo Lega-M5s su Molteni ha suscitato le proteste degli altri partiti. Dura la critica che arriva dal segretario reggente del Partito democratico, Maurizio Martina: «Salvini e Di Maio comunicano su carta intestata comune Lega-5 stelle l'accordo spartitorio dell'ennesima poltrona: quella della presidenza della commissione speciale alla Camera, dopo aver già fatto la stessa cosa al Senato. Tutto questo mentre il Paese rimane appeso ai loro litigi sulle prospettive di governo». Non meno aspro il giudizio espresso dal leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd: «Di Maio e Salvini pensano di essere due grandi strateghi della politica, e invece ci portano alla rovina». Il leader della Lega, dal canto suo, ha anche ribadito che le forze di centrodestra oggi saliranno al Quirinale insieme per essere ascoltate nuovamente dal capo dello Stato: «Oggi (ieri per chi legge, ndr) ho chiamato Di Maio per accelerare i tempi per l'operatività di Camera e Senato. Domani (oggi, ndr) come centrodestra unito andremo al Colle dal presidente Mattarella». Non è certo che la svolta attesa sia dietro l'angolo. Salvini non ha fatto mancare, anche ieri, l'ennesima frecciata nei confronti del leader pentastellato: «Dialogherò con tutti per dar vita a un governo per fare le cose che ci avete chiesto. Sul governo cercheremo di fare il più presto possibile, ma Di Maio deve scendere dal piedistallo, deve smettere di dire io, io, io... Lui dice io, noi diciamo noi e voi. Con umiltà, con buon senso, con la voglia di cominciare a lavorare il prima possibile». Antonio Ricchio
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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