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2018-05-03
Salvini crede ancora nel governo nonostante le pugnalate dei grillini
Così un bacio appassionato si trasforma in un duello con le lame. Fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio è melodramma, a dimostrazione che la ferita del governo bello e impossibile (5 stelle-Lega) non si è rimarginata e il rancore per l'abbraccio mancato diventa bile velenosa. Il leader grillino provoca duro: «Noi vogliamo tornare al voto, altri si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, hanno qualche problemino con i soldi». Si riferisce alle asfittiche casse della Lega, parla a nuora perché suocera (Silvio Berlusconi) intenda. Ma ottiene il risultato di compattare ancora di più Lega e Forza Italia, e incassa la ruvida replica del segretario del Carroccio. «Non rispondo a insulti e sciocchezze su soldi e poltrone. Per noi lealtà e coerenza valgono più dei ministeri. Voglio dare un governo agli italiani, se i grillini preferiscono litigare come bambini arroganti lo faremo da soli. Bloccare anche la partenza dei lavori delle commissioni parlamentari è da irresponsabili».
Dopo un mese di idillio e tre settimane di stizzite gelosie siamo agli stracci in cortile. Peccato, perché proprio i due vincitori delle elezioni del 4 marzo avevano ottenuto la golden share dagli italiani per provare a cambiare il Paese. Ora i destini degli ex consoli sono divergenti al massimo: mentre Di Maio sogna di tornare al voto per togliersi dal vicolo cieco, Salvini spinge per un preincarico e perché il centrodestra venga designato dal capo dello Stato a cercare in Parlamento la fiducia sul programma. Il rischio è grande, ma il leader della Lega preferisce continuare ad essere la soluzione e non il problema. Un ruolo che ha pagato in Molise, in Friuli e in immagine personale, visto che l'ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli lo indica come il potenziale premier più affidabile. Verso sera, su Facebook, il tono non cambia: «Continuo a voler costruire. Forse coerenza e lealtà sono fuori moda?». Poi la domanda diretta al suo popolo: «Che dite, insisto a cercare un dialogo (evitando Matteo Renzi e la sinistra) o è meglio tornare a votare?»
Prima dell'insinuazione di Di Maio sui soldi e sulle mani legate, l'ultimo invito di Salvini somigliava all'ennesima mano tesa. «Sono umilmente a disposizione quando e dove si vuole, con chi si vuole, a sederci attorno a un tavolo con i 5 stelle partendo dalla riforma delle pensioni, del lavoro, del sistema fiscale, del sistema giudiziario, del sistema scolastico, punto per punto, senza professoroni, per decidere come si fanno queste riforme». E se tutto andasse a rotoli «noi siamo disponibili a prendere l'attuale legge elettorale e a mettere un premio di maggioranza in due righe che garantisca a chi prende un voto in più di governare. Non vogliamo perdere due anni».
Da Euroflora a Genova aveva anche promesso di recapitare a Roma la margherita Itala, dedicata a Italo Calvino. «Un fiore resistente come me, lo porterò a Di Maio così potrà sfogliarlo: si lavora, non si lavora. Farò tutto il possibile fino all'ultimo minuto per dare un governo che duri cinque anni agli italiani e per occuparmi dell'emergenza del Paese che è il lavoro. Certo che questo, più che un governo, è un parto. Se si vuole farlo si fa e si parte. Se invece si vuole continuare a fare i capricci, proviamo a fare tutto da soli perché non ho più voglia di rispondere a insulti e fantasie».
L'idea che il centrodestra vada in Parlamento a chiedere la fiducia al buio non piace a Sergio Mattarella, preoccupato per il contraccolpo sul piano internazionale in caso di fallimento. A quel punto i mercati, fin qui sonnolenti, potrebbero entrare in fibrillazione e far pagare agli italiani l'indecisionismo di chi (non) li governa. Il presidente non desidera neppure tornare alle urne, almeno non prima di avere cambiato la legge elettorale con il premio di maggioranza. Lui spinge per un governo di tregua o di garanzia, quello che sin dal primo giorno aveva segretamente sponsorizzato Berlusconi, con un premier istituzionale come il costituzionalista Sabino Cassese, e un programma che preveda legge elettorale, finanziaria e voto a primavera 2019 in ticket con le Europee. Le consultazioni sono previste venerdì o sabato.
La Lega è contraria, non tanto per la formula che potrebbe anche avere un senso, ma per il rischio di una trappola del Quirinale. Ai vertici tutti ricordano il Ribaltone e il governo del presidente, che allora era Oscar Luigi Scalfaro: «Ci toccò Lamberto Dini che aprì la strada a cinque anni di sinistra a Palazzo Chigi». E poi il tormentone: «Ci deve andare bene il nome, sennò non se ne fa niente». In tutto ciò è singolare il silenzio del Cavaliere, impegnato in queste ore a lanciare la campagna Web per far confluire il 2x1.000 a Forza Italia. Slogan: «La legge vieta di donare più di 100.000 euro ai partiti, per questo Berlusconi non può finanziare FI come prima. Ora serve il tuo aiuto». Cerca alleati piccoli e grandi. In politica ne ha due di ferro: Mattarella e la clessidra, dove la sabbia sta finendo.
Il M5s tiene alta la tensione e ragiona sul ballottaggio
Nel 2005, i candidati sindaci del Movimento 5 stelle vinsero cinque ballottaggi su cinque. Nel 2017, ne portarono a casa otto su dieci. Poi, l'inatteso stop sulla legge elettorale a chi voleva il doppio turno anche per le elezioni politiche. Ma adesso, con Luigi Di Maio messo nell'angolo da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, e con Sergio Mattarella che sta costruendo mattoncino dopo mattoncino il «governo del presidente», i leader del Movimento ci stanno ripensando.
«Sui ballottaggi dobbiamo aprire», è la nuova linea di uno stato maggiore che ormai parla solo e unicamente di elezioni anticipate. E che per il resto, anche nel rispondere al capo della Lega, appare nuovamente in campagna elettorale. «Siamo oggettivi come Sorrentino sul bunga bunga», ridacchia un senatore tra i più esperti, alludendo a Loro, il film che ha rilanciato l'anti berlusconismo duro e puro, inteso come capacità di «comprare tutto e tutti».
E non ci vuole molta fantasia per capire a chi si riferisca Di Maio, a metà giornata, quando scaraventa prima su Twitter e poi sul Blog delle stelle la risposta all'ennesimo «invito» al dialogo del capo del Carroccio: «Si è piegato all'ex Cavaliere solo per le poltrone. Noi vogliamo andare subito al voto. Altri si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, magari hanno qualche problemino con i soldi». E Alessandro Di Battista, che gli altri leader di partito ritengono incarni un «dopo Di Maio» neppure troppo lontano, su Facebook conferma il «Tutti uniti al voto con Luigi» e rilancia un articolo di Selvaggia Lucarelli sul Fatto quotidiano in cui non solo si difende Roberto Fico per la storia della colf della sua compagna Yvonne, ma si accusa di scorrettezze Le Iene, rivelando che la donna sarebbe seriamente malata. «Insomma, macchina del fango reloaded», è il ritornello in casa pentastellata.
I toni alti, quotidianamente sempre più alti, per i capi dei 5 stelle devono servire a due scopi: far capire a Mattarella che il Movimento non sosterrà alcun governo del presidente o di tregua e far vedere a Salvini quanto il M5s sarà pronto ad approfittare in termini di consenso elettorale delle «avventure governiste» dell'unico altro partito anti sistema. «La Lega ha ben presente che chi di noi due resta all'opposizione da solo, si mangia l'altro», si ripetono i capi del Movimento.
E in piena coerenza con questa campagna elettorale permanente, ecco che torna l'attenzione sulla legge elettorale. Con una significativa apertura verso il doppio turno, che almeno ha il merito di assegnare la vittoria a qualcuno. Una fonte autorevole del Movimento riassume lo stato dell'arte di una discussione interna assai avanzata: «La nostra base di partenza è l'idea di un proporzionale con forte correzione maggioritaria, grazie a collegi molto piccoli. Ma sui ballottaggi la riflessione è aperta e non ci sono preclusioni». Di Maio e compagni ritengono che il doppio turno possa piacere molto anche a un Salvini sempre più convinto di essere il prossimo capo del centrodestra. E che soprattutto possa stroncare il sogno «macronista» di Matteo Renzi, che oggi arriverebbe terzo.
Contemporaneamente, con le urne torna il tema del vincolo sui due mandati. Un vincolo suicida per la compattezza dei gruppi parlamentari, ma che sta nel Dna del Movimento. Se si votasse a ottobre, di fronte a una legislatura di sei mesi appena, potrebbe essere però aggirato con la ripresentazione in blocco delle stesse liste del 4 marzo.
Se dunque il M5s si prepara a un'opposizione dura, tuttavia respinge l'accusa di ostruzionismo arrivata da Salvini, che parla di commissioni parlamentari bloccate dai grillini per pura ripicca. Danilo Toninelli e Giulia Grillo, i due capigruppo pentastellati, fanno notare che nel 2013 fu il Movimento a chiedere la composizione delle commissioni ancor prima che fallisse il tentativo di Pier Luigi Bersani. Ma soprattutto, sempre secondo M5s, «ci hanno sempre detto tutti quanti che è impossibile decidere persino gli uffici di presidenza di una singola commissione, se non si sa chi è in maggioranza e chi all'opposizione».
Francesco Bonazzi
Nel Pd sono arrivati alle liste di proscrizione
«Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Il tempo della propaganda è finito. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo». Questo tweet oggi potrebbe scriverlo Matteo Renzi: sintetizza in modo perfetto la posizione dell'ex rottamatore, che in molti, nel Pd, vorrebbero rottamare. Invece, lo scrisse Maurizio Martina, il 12 marzo scorso. Martina pubblicò questo tweet alle 17 e 17: se fosse stato un tantino scaramantico, il reggente dei Dem avrebbe fatto più attenzione almeno all'orario. Oggi alle 15, infatti, la direzione nazionale del Pd, convocata per esprimersi sull'avvio della trattativa di governo con il M5s, potrebbe ritrovarsi, salvo colpi di scena, a votare la «fiducia» a Martina, che si ritrova, un mese e mezzo dopo aver preso il posto di Renzi grazie a Renzi, a capitanare gli anti-Renzi del partito, e dunque a vacillare pericolosamente.
Quella di ieri è stata una giornata pesantissima per il Pd. In mattinata, i renziani hanno messo a punto un documento, che ha come primo firmatario il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, che oggi dovrebbe essere messo all'ordine del giorno della direzione. Il documento, che i capigruppo alla Camera e al Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, hanno sottoposto ai parlamentari, ha raccolto le firme di 77 deputati su 105 e di 39 senatori su 52. In totale, 120 su 209 componenti della direzione nazionale hanno aderito alla proposta di Guerini. «Crediamo dannoso», recita il documento, «fare conte interne nella direzione nazionale; crediamo che lo stallo creato dal voto del 4 marzo sia frutto dell'irresponsabilità del centrodestra e del M5s; crediamo che il Pd debba essere pronto a confrontarsi con tutti, ma partendo dal rispetto dell'esito del voto: per questo non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio. Significherebbe», si legge ancora nel testo, «infatti venire meno al mandato degli elettori democratici. È utile invece impegnarci a un lavoro comune, insieme a tutte le forze politiche, per riscrivere insieme le regole del nostro sistema politico-istituzionale».
«La conta promossa dai capigruppo per non fare la conta ancora non si era mai vista», ha subito reagito Andrea Orlando, esponente dell'ala «poltronista» del Pd, quella che pur di evitare il rischio di nuove elezioni sarebbe pronta anche a partecipare ai «vaffaday» di Beppe Grillo. Ieri pomeriggio, è stato proprio Matteo Renzi, che ha partecipato all'assemblea dei senatori del Pd, a ribadire la sua posizione. Il discorso di Renzi ai senatori è stato durissimo, in particolare in alcuni passaggi. Stando a quanto riferito da molti dei presenti, Renzi ha lamentato di essere continuamente bersagliato dall'interno del partito pur essendosi dimesso; si è detto sicuro di avere ancora dalla sua la maggioranza della direzione nazionale; ha definito «pazzesca» la pretesa dei suoi avversari interni di ridurlo al silenzio; infine, si è augurato che i suoi oppositori interni «non vogliano cogliere pretesti per rompere».
In serata, attraverso la sua newsletter, Renzi è stato ancora più esplicito: «Centrodestra e M5s», ha scritto Renzi, «si sono spartiti in modo scientifico le poltrone, ma non riescono a governare. Personalmente credo che la linea che il Pd ha tenuto, la linea del “tocca a loro", sia quella più giusta. Qualcuno dei nostri amici e compagni di partito, come Piero Fassino ieri, ha chiesto al Pd di allearsi con il M5s per un nuovo bipolarismo centrosinistra-centrodestra. A me», ha aggiunto Renzi, «sembra un errore. Chi ci ha votato, lo ha fatto sulla base di una proposta radicalmente alternativa al M5s. Un'alleanza con i grillini tradirebbe il mandato degli elettori. Credo di avere il dovere , prima ancora che il diritto, di illustrare le ragioni del mio radicale dissenso. Non ci divide», ha sottolineato Renzi, «solo una campagna elettorale basata su insulti, attacchi personali e promesse irrealizzabili: ci divide un'idea di futuro. E io che ho sempre combattuto la logica del partito-azienda di Berlusconi non credo sia nel Dna del Pd finire alleati con l'azienda-partito di Casaleggio».
Come se non ci fossero cose serie di cui discutere, ieri il Pd è riuscito a litigare anche su un sito internet realizzato da un militante, tale Alberico De Luca. Il sito, senzadime.it, riprende l'hashtag «#senzadime», parola d'ordine dei renziani contrari a un accordo con il M5s. Sul sito apparivano i nomi dei dirigenti favorevoli all'accordo con il M5s (tra i quali Dario Franceschini, Andrea Orlando, Francesco Boccia, Michele Emiliano, Piero Fassino), di quelli contrari (i renziani), e quelli di chi non si è ancora schierato (compreso Martina). Si è scatenato un tale putiferio, con dichiarazioni al vetriolo dei big antirenziani, a cominciare da Maurizio Martina, che hanno parlato di «liste di proscrizione», che i nomi sono spariti, sostituiti da «omissis». Oggi la giornata decisiva: sapremo se Renzi ha ancora in pugno il partito o se il suo progetto di dare vita a una nuova formazione politica dovrà subire una accelerazione. Si parla già, in caso di clamorosa spaccatura sulla relazione di Martina, di una assemblea nazionale il prossimo 12 maggio.
Carlo Tarallo
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Il Movimento torna provocare sui rapporti con Fi. Il lumbard Matteo Salvini non ci casca e lascia aperto uno spiraglio. Poi però avverte: «Sono pronto al preincarico». E chiede ai suoi su Facebook se tagliare del tutto i ponti. Luigi Di Maio spara: «Il Carroccio piegato al Cav per poltrone e soldi». In vista delle urne si punta su un proporzionale con doppio turno. Oggi in direzione Pd la conta sul dialogo con i pentastellati. Un documento firmato dai renziani contrari all'apertura spacca il partito. Un sito pubblica i nomi, poi oscurati, dei big favorevoli alla trattativa. Se la mozione di Maurizo Martina andrà sotto, scissione dietro l'angolo. Lo speciale contiene tre articoli. Così un bacio appassionato si trasforma in un duello con le lame. Fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio è melodramma, a dimostrazione che la ferita del governo bello e impossibile (5 stelle-Lega) non si è rimarginata e il rancore per l'abbraccio mancato diventa bile velenosa. Il leader grillino provoca duro: «Noi vogliamo tornare al voto, altri si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, hanno qualche problemino con i soldi». Si riferisce alle asfittiche casse della Lega, parla a nuora perché suocera (Silvio Berlusconi) intenda. Ma ottiene il risultato di compattare ancora di più Lega e Forza Italia, e incassa la ruvida replica del segretario del Carroccio. «Non rispondo a insulti e sciocchezze su soldi e poltrone. Per noi lealtà e coerenza valgono più dei ministeri. Voglio dare un governo agli italiani, se i grillini preferiscono litigare come bambini arroganti lo faremo da soli. Bloccare anche la partenza dei lavori delle commissioni parlamentari è da irresponsabili». Dopo un mese di idillio e tre settimane di stizzite gelosie siamo agli stracci in cortile. Peccato, perché proprio i due vincitori delle elezioni del 4 marzo avevano ottenuto la golden share dagli italiani per provare a cambiare il Paese. Ora i destini degli ex consoli sono divergenti al massimo: mentre Di Maio sogna di tornare al voto per togliersi dal vicolo cieco, Salvini spinge per un preincarico e perché il centrodestra venga designato dal capo dello Stato a cercare in Parlamento la fiducia sul programma. Il rischio è grande, ma il leader della Lega preferisce continuare ad essere la soluzione e non il problema. Un ruolo che ha pagato in Molise, in Friuli e in immagine personale, visto che l'ultimo sondaggio di Nando Pagnoncelli lo indica come il potenziale premier più affidabile. Verso sera, su Facebook, il tono non cambia: «Continuo a voler costruire. Forse coerenza e lealtà sono fuori moda?». Poi la domanda diretta al suo popolo: «Che dite, insisto a cercare un dialogo (evitando Matteo Renzi e la sinistra) o è meglio tornare a votare?» Prima dell'insinuazione di Di Maio sui soldi e sulle mani legate, l'ultimo invito di Salvini somigliava all'ennesima mano tesa. «Sono umilmente a disposizione quando e dove si vuole, con chi si vuole, a sederci attorno a un tavolo con i 5 stelle partendo dalla riforma delle pensioni, del lavoro, del sistema fiscale, del sistema giudiziario, del sistema scolastico, punto per punto, senza professoroni, per decidere come si fanno queste riforme». E se tutto andasse a rotoli «noi siamo disponibili a prendere l'attuale legge elettorale e a mettere un premio di maggioranza in due righe che garantisca a chi prende un voto in più di governare. Non vogliamo perdere due anni». Da Euroflora a Genova aveva anche promesso di recapitare a Roma la margherita Itala, dedicata a Italo Calvino. «Un fiore resistente come me, lo porterò a Di Maio così potrà sfogliarlo: si lavora, non si lavora. Farò tutto il possibile fino all'ultimo minuto per dare un governo che duri cinque anni agli italiani e per occuparmi dell'emergenza del Paese che è il lavoro. Certo che questo, più che un governo, è un parto. Se si vuole farlo si fa e si parte. Se invece si vuole continuare a fare i capricci, proviamo a fare tutto da soli perché non ho più voglia di rispondere a insulti e fantasie». L'idea che il centrodestra vada in Parlamento a chiedere la fiducia al buio non piace a Sergio Mattarella, preoccupato per il contraccolpo sul piano internazionale in caso di fallimento. A quel punto i mercati, fin qui sonnolenti, potrebbero entrare in fibrillazione e far pagare agli italiani l'indecisionismo di chi (non) li governa. Il presidente non desidera neppure tornare alle urne, almeno non prima di avere cambiato la legge elettorale con il premio di maggioranza. Lui spinge per un governo di tregua o di garanzia, quello che sin dal primo giorno aveva segretamente sponsorizzato Berlusconi, con un premier istituzionale come il costituzionalista Sabino Cassese, e un programma che preveda legge elettorale, finanziaria e voto a primavera 2019 in ticket con le Europee. Le consultazioni sono previste venerdì o sabato. La Lega è contraria, non tanto per la formula che potrebbe anche avere un senso, ma per il rischio di una trappola del Quirinale. Ai vertici tutti ricordano il Ribaltone e il governo del presidente, che allora era Oscar Luigi Scalfaro: «Ci toccò Lamberto Dini che aprì la strada a cinque anni di sinistra a Palazzo Chigi». E poi il tormentone: «Ci deve andare bene il nome, sennò non se ne fa niente». In tutto ciò è singolare il silenzio del Cavaliere, impegnato in queste ore a lanciare la campagna Web per far confluire il 2x1.000 a Forza Italia. Slogan: «La legge vieta di donare più di 100.000 euro ai partiti, per questo Berlusconi non può finanziare FI come prima. Ora serve il tuo aiuto». Cerca alleati piccoli e grandi. In politica ne ha due di ferro: Mattarella e la clessidra, dove la sabbia sta finendo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-crede-ancora-nel-governo-2565297673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-m5s-tiene-alta-la-tensione-e-ragiona-sul-ballottaggio" data-post-id="2565297673" data-published-at="1776486004" data-use-pagination="False"> Il M5s tiene alta la tensione e ragiona sul ballottaggio Nel 2005, i candidati sindaci del Movimento 5 stelle vinsero cinque ballottaggi su cinque. Nel 2017, ne portarono a casa otto su dieci. Poi, l'inatteso stop sulla legge elettorale a chi voleva il doppio turno anche per le elezioni politiche. Ma adesso, con Luigi Di Maio messo nell'angolo da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, e con Sergio Mattarella che sta costruendo mattoncino dopo mattoncino il «governo del presidente», i leader del Movimento ci stanno ripensando. «Sui ballottaggi dobbiamo aprire», è la nuova linea di uno stato maggiore che ormai parla solo e unicamente di elezioni anticipate. E che per il resto, anche nel rispondere al capo della Lega, appare nuovamente in campagna elettorale. «Siamo oggettivi come Sorrentino sul bunga bunga», ridacchia un senatore tra i più esperti, alludendo a Loro, il film che ha rilanciato l'anti berlusconismo duro e puro, inteso come capacità di «comprare tutto e tutti». E non ci vuole molta fantasia per capire a chi si riferisca Di Maio, a metà giornata, quando scaraventa prima su Twitter e poi sul Blog delle stelle la risposta all'ennesimo «invito» al dialogo del capo del Carroccio: «Si è piegato all'ex Cavaliere solo per le poltrone. Noi vogliamo andare subito al voto. Altri si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, magari hanno qualche problemino con i soldi». E Alessandro Di Battista, che gli altri leader di partito ritengono incarni un «dopo Di Maio» neppure troppo lontano, su Facebook conferma il «Tutti uniti al voto con Luigi» e rilancia un articolo di Selvaggia Lucarelli sul Fatto quotidiano in cui non solo si difende Roberto Fico per la storia della colf della sua compagna Yvonne, ma si accusa di scorrettezze Le Iene, rivelando che la donna sarebbe seriamente malata. «Insomma, macchina del fango reloaded», è il ritornello in casa pentastellata. I toni alti, quotidianamente sempre più alti, per i capi dei 5 stelle devono servire a due scopi: far capire a Mattarella che il Movimento non sosterrà alcun governo del presidente o di tregua e far vedere a Salvini quanto il M5s sarà pronto ad approfittare in termini di consenso elettorale delle «avventure governiste» dell'unico altro partito anti sistema. «La Lega ha ben presente che chi di noi due resta all'opposizione da solo, si mangia l'altro», si ripetono i capi del Movimento. E in piena coerenza con questa campagna elettorale permanente, ecco che torna l'attenzione sulla legge elettorale. Con una significativa apertura verso il doppio turno, che almeno ha il merito di assegnare la vittoria a qualcuno. Una fonte autorevole del Movimento riassume lo stato dell'arte di una discussione interna assai avanzata: «La nostra base di partenza è l'idea di un proporzionale con forte correzione maggioritaria, grazie a collegi molto piccoli. Ma sui ballottaggi la riflessione è aperta e non ci sono preclusioni». Di Maio e compagni ritengono che il doppio turno possa piacere molto anche a un Salvini sempre più convinto di essere il prossimo capo del centrodestra. E che soprattutto possa stroncare il sogno «macronista» di Matteo Renzi, che oggi arriverebbe terzo. Contemporaneamente, con le urne torna il tema del vincolo sui due mandati. Un vincolo suicida per la compattezza dei gruppi parlamentari, ma che sta nel Dna del Movimento. Se si votasse a ottobre, di fronte a una legislatura di sei mesi appena, potrebbe essere però aggirato con la ripresentazione in blocco delle stesse liste del 4 marzo. Se dunque il M5s si prepara a un'opposizione dura, tuttavia respinge l'accusa di ostruzionismo arrivata da Salvini, che parla di commissioni parlamentari bloccate dai grillini per pura ripicca. Danilo Toninelli e Giulia Grillo, i due capigruppo pentastellati, fanno notare che nel 2013 fu il Movimento a chiedere la composizione delle commissioni ancor prima che fallisse il tentativo di Pier Luigi Bersani. Ma soprattutto, sempre secondo M5s, «ci hanno sempre detto tutti quanti che è impossibile decidere persino gli uffici di presidenza di una singola commissione, se non si sa chi è in maggioranza e chi all'opposizione». Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-crede-ancora-nel-governo-2565297673.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-pd-sono-arrivati-alle-liste-di-proscrizione" data-post-id="2565297673" data-published-at="1776486004" data-use-pagination="False"> Nel Pd sono arrivati alle liste di proscrizione «Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Il tempo della propaganda è finito. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo». Questo tweet oggi potrebbe scriverlo Matteo Renzi: sintetizza in modo perfetto la posizione dell'ex rottamatore, che in molti, nel Pd, vorrebbero rottamare. Invece, lo scrisse Maurizio Martina, il 12 marzo scorso. Martina pubblicò questo tweet alle 17 e 17: se fosse stato un tantino scaramantico, il reggente dei Dem avrebbe fatto più attenzione almeno all'orario. Oggi alle 15, infatti, la direzione nazionale del Pd, convocata per esprimersi sull'avvio della trattativa di governo con il M5s, potrebbe ritrovarsi, salvo colpi di scena, a votare la «fiducia» a Martina, che si ritrova, un mese e mezzo dopo aver preso il posto di Renzi grazie a Renzi, a capitanare gli anti-Renzi del partito, e dunque a vacillare pericolosamente. Quella di ieri è stata una giornata pesantissima per il Pd. In mattinata, i renziani hanno messo a punto un documento, che ha come primo firmatario il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, che oggi dovrebbe essere messo all'ordine del giorno della direzione. Il documento, che i capigruppo alla Camera e al Senato, Graziano Delrio e Andrea Marcucci, hanno sottoposto ai parlamentari, ha raccolto le firme di 77 deputati su 105 e di 39 senatori su 52. In totale, 120 su 209 componenti della direzione nazionale hanno aderito alla proposta di Guerini. «Crediamo dannoso», recita il documento, «fare conte interne nella direzione nazionale; crediamo che lo stallo creato dal voto del 4 marzo sia frutto dell'irresponsabilità del centrodestra e del M5s; crediamo che il Pd debba essere pronto a confrontarsi con tutti, ma partendo dal rispetto dell'esito del voto: per questo non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio. Significherebbe», si legge ancora nel testo, «infatti venire meno al mandato degli elettori democratici. È utile invece impegnarci a un lavoro comune, insieme a tutte le forze politiche, per riscrivere insieme le regole del nostro sistema politico-istituzionale». «La conta promossa dai capigruppo per non fare la conta ancora non si era mai vista», ha subito reagito Andrea Orlando, esponente dell'ala «poltronista» del Pd, quella che pur di evitare il rischio di nuove elezioni sarebbe pronta anche a partecipare ai «vaffaday» di Beppe Grillo. Ieri pomeriggio, è stato proprio Matteo Renzi, che ha partecipato all'assemblea dei senatori del Pd, a ribadire la sua posizione. Il discorso di Renzi ai senatori è stato durissimo, in particolare in alcuni passaggi. Stando a quanto riferito da molti dei presenti, Renzi ha lamentato di essere continuamente bersagliato dall'interno del partito pur essendosi dimesso; si è detto sicuro di avere ancora dalla sua la maggioranza della direzione nazionale; ha definito «pazzesca» la pretesa dei suoi avversari interni di ridurlo al silenzio; infine, si è augurato che i suoi oppositori interni «non vogliano cogliere pretesti per rompere». In serata, attraverso la sua newsletter, Renzi è stato ancora più esplicito: «Centrodestra e M5s», ha scritto Renzi, «si sono spartiti in modo scientifico le poltrone, ma non riescono a governare. Personalmente credo che la linea che il Pd ha tenuto, la linea del “tocca a loro", sia quella più giusta. Qualcuno dei nostri amici e compagni di partito, come Piero Fassino ieri, ha chiesto al Pd di allearsi con il M5s per un nuovo bipolarismo centrosinistra-centrodestra. A me», ha aggiunto Renzi, «sembra un errore. Chi ci ha votato, lo ha fatto sulla base di una proposta radicalmente alternativa al M5s. Un'alleanza con i grillini tradirebbe il mandato degli elettori. Credo di avere il dovere , prima ancora che il diritto, di illustrare le ragioni del mio radicale dissenso. Non ci divide», ha sottolineato Renzi, «solo una campagna elettorale basata su insulti, attacchi personali e promesse irrealizzabili: ci divide un'idea di futuro. E io che ho sempre combattuto la logica del partito-azienda di Berlusconi non credo sia nel Dna del Pd finire alleati con l'azienda-partito di Casaleggio». Come se non ci fossero cose serie di cui discutere, ieri il Pd è riuscito a litigare anche su un sito internet realizzato da un militante, tale Alberico De Luca. Il sito, senzadime.it, riprende l'hashtag «#senzadime», parola d'ordine dei renziani contrari a un accordo con il M5s. Sul sito apparivano i nomi dei dirigenti favorevoli all'accordo con il M5s (tra i quali Dario Franceschini, Andrea Orlando, Francesco Boccia, Michele Emiliano, Piero Fassino), di quelli contrari (i renziani), e quelli di chi non si è ancora schierato (compreso Martina). Si è scatenato un tale putiferio, con dichiarazioni al vetriolo dei big antirenziani, a cominciare da Maurizio Martina, che hanno parlato di «liste di proscrizione», che i nomi sono spariti, sostituiti da «omissis». Oggi la giornata decisiva: sapremo se Renzi ha ancora in pugno il partito o se il suo progetto di dare vita a una nuova formazione politica dovrà subire una accelerazione. Si parla già, in caso di clamorosa spaccatura sulla relazione di Martina, di una assemblea nazionale il prossimo 12 maggio. Carlo Tarallo
Matthias Moser, Eurocar
L’adagio si adatta perfettamente anche alla genesi di Eurocar, il più grande distributore italiano dei marchi nella pancia del gruppo Volkswagen (Audi, Seat, Cupra, Skoda, Porsche e Lamborghini oltre a Vw) ma spezzettato, fino a un paio di settimane fa, in una miriade di insegne diverse, frutto di oltre vent’anni di acquisizione che hanno portato Eurocar, che nel 2025 ha fatturato qualcosa come 2,2 miliardi di euro, a essere presente in nove Regioni nel Nord e Centro Italia, dove si contano più di 50 sedi e ben 1.950 collaboratori. Ora, con il progetto One Eurocar, i vecchi marchi dei concessionari, alcuni storici nei territori dove hanno sede, spariscono per lasciare il posto alla nuova identità, anche digitale, del gruppo. Matthias Moser è il ceo che ha dato forma alla nuova realtà imprenditoriale, alle prese con numerose sfide: spaesamento dei clienti davanti alle nuove motorizzazioni, crisi petrolifera, crisi economica.
Vendete macchine per tutti i tipi di tasche: è quello che chiedono i clienti?
«Uno dei punti forti del nostro gruppo è sicuramente l’ampio ventaglio di possibilità in termini di brand. Il vantaggio competitivo comune di tutti questi brand è essere sotto il cappello del gruppo Vw, un brand storico, che garantisce qualità e affidabilità».
Le contorsioni dell’Ue sull’elettrificazione forzata delle auto hanno generato confusione nei clienti?
«La transizione verso la mobilità elettrica è un processo complesso e graduale. È normale che in una fase di cambiamento ci siano aggiustamenti normativi. Dal nostro osservatorio vediamo che i clienti chiedono soprattutto chiarezza e stabilità nel lungo periodo. Il nostro compito come concessionari è accompagnarli nella scelta più adatta alle loro esigenze, che sia elettrica, ibrida o termica».
Chi oggi si avvicina per comprare un’auto è consapevole di quello che trova in un salone oppure va guidato, stante la ricca offerta di motorizzazione e modelli?
«Sicuramente il cliente del 2026 è più informato, l’online offre molte risposte e l’avvento dell’Intelligenza artificiale si è integrata ampliano questa possibilità. Nonostante questo, l’auto resta un prodotto che i nostri clienti sentono sempre la necessità di vedere e provare. Inoltre, il know-how dei nostri consulenti e la loro capacità di entrare in contatto con il cliente rimane un patrimonio relazionale insostituibile».
Crescono le vendite di modelli cinesi in Europa e in Italia: porteranno davvero invadere il mercato domestico? Sono un rischio per le Case del Vecchio continente, già in crisi?
«La competizione in questo mercato c’è sempre stata, come per qualsiasi altro prodotto nell’epoca della globalizzazione. La realtà è che non possiamo avere alcun controllo sull’esterno, ma possiamo lavorare invece sull’interno, continuando a fare del nostro meglio per rimanere competitivi e fare la differenza. L’acquisto di un’auto non è mai uno shot temporaneo. È un’esperienza e il nostro obiettivo è renderla facile, fluida e coinvolgente. Inoltre, il rapporto non si chiude alla consegna, anzi, ci teniamo ad essere i compagni di viaggio per i nostri clienti per tutta il ciclo di vita di una vettura, attraverso assistenza e servizi sempre più innovativi».
Come cambierà, da qui a dieci anni, (o anche più) l’acquisto di un’auto? Sempre meno saloni fisici e più Web oppure sarà necessario un mix tra i due perché l’auto va sentita?
«I numeri parlano chiaro, l’online è la porta di ingresso più varcata, perché comoda e sempre aperta. Anche per questo abbiamo lanciato lo scorso 2 aprile il nostro nuovo sito Web eurocar.it, che per la prima volta è stato unificato (prima avevamo nove siti uguali nell’interfaccia, ma diversificati per concessionaria), con un visual totalmente nuovo e in linea con la nostra nuova corporate identity e tantissimi nuovi strumenti per rendere la navigazione per gli utenti piacevole e facile. Nonostante questa consapevolezza, siamo ancora fortemente convinti che per il prodotto che vendiamo, la soluzione ottimale sia il phygital, un ibrido tra l’online e l’offline, dove i due mondi si integrano completandosi».
La crisi in Medio Oriente, con il caro greggio e la paventata razionalizzazione dell’energia se si dovesse continuare di questo passo, può influire sulla scelta di una macchina da acquistare? Magari spostando la scelta da un motore termico a uno elettrico?
«Come dico spesso, noi siamo una semplice concessionaria. La strategia di distribuzione non dipende da noi, ma dalle diverse Case, che sono certo, come hanno sempre fatto, riusciranno a prevedere gli scenari e a trovare le migliori soluzioni per i nostri clienti».
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Cambio in casa Stellantis: il restyling dell’unico modello in gamma punta tutto sul ritorno al passato. Il mercato italiano fatica a cedere alle sirene di batterie e ibrido. E così Lancia ripropone automobili «normali» e con il pedale per la frizione.
«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
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Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Oggi saranno somministrati test psicologici ai tre bambini Trevallion e la psichiatra scelta dal tribunale per effettuare la perizia su di loro e sui genitori li incontrerà per verificarne le condizioni. Viene da chiedersi quale fotografia potrà mai emergere da queste indagini. I bambini non sono stati valutati nei loro spazi, nella quotidianità che hanno conosciuto fino allo scorso inverno. No, vengono osservati in un contesto artificiale, dopo essere stati separati prima dal padre e poi pure dalla mamma. Certo, ora anche loro sono stati messi a parte di alcune grandi conquiste della civiltà: i dolci, la televisione e gli smartphone. Il professor Tonino Cantelmi e la dottoressa Martina Aiello, consulenti della famiglia, lo hanno notato con stupore nell’ultima perizia, presentata un paio di giorni fa al tribunale. Spiegano che «le abitudini precedentemente adottate nel contesto familiare di origine non risultavano oggetto di alcuna contestazione sotto il profilo alimentare, educativo, ludico-ricreativo e organizzativo, configurandosi invece come espressione di una genitorialità attenta, coerente e virtuosa, profondamente orientata ai bisogni evolutivi, affettivi e salutistici dei minori». E aggiungono che oggi i piccoli mangiano «alimenti industriali e zuccheri processati, precedentemente assenti dalla dieta dei bambini». Cibi che questi bambini cercano in modo «compulsivo», specie quando soffrono (in particolare, cioè, dopo le videochiamate con la mamma), come «possibile modalità di compensazione di stati di malessere affettivo e tensione interna».
Secondo gli esperti, oggi i bambini possono accedere a video con «elementi espliciti e violenti, precedentemente non presenti nella vita dei minori. L’utilizzo della televisione e dei telefonini delle operatrici», scrivono Cantelmi e Aiello, «si accompagna a una marcata riduzione dell’attività fisica e del gioco attivo, con una prevalenza di attività sedentarie». Giustamente su questo punto è intervenuta ieri Marina Terragni, Garante dell’infanzia, dichiarando le che «risultano incredibili le notizie che arrivano da Palmoli, nella cui casa famiglia vivono da oltre cinque mesi i tre fratellini del bosco separati dai loro genitori». Terragni, prendendo spunto dalla perizia di Cantelmi, nota che «i bambini rischiano di ammalarsi di quegli stessi mali che oggi siamo intenti a combattere per salvaguardare la salute di tutti i minori. Come più volte detto», dice il Garante, «entrati sani in casa famiglia, i bambini rischiano di uscirne provati da quegli stessi mali che siamo impegnati quotidianamente a combattere a tutela della salute di tutti i minori. Un quadro paradossale, una riprogrammazione dai tratti orwelliani che aggiunge ulteriori elementi di problematicità a una situazione estremamente preoccupante di cui si auspica la rapida risoluzione con la riunificazione del nucleo, essendo in via di risoluzione le problematiche che hanno condotto all’allontanamento. Purtroppo il parere contrario a questo esito, espresso in queste ore dalla tutrice e dalla curatrice dei tre minori, non lascia ben sperare».
Già: incomprensibilmente, e contro il parere di tutti gli esperti che si sono pronunciati sul caso, non sembra che vi sia l’intenzione di riunire la famiglia. «L’ennesimo diniego», scrive il quotidiano Il Centro, «porta la firma della tutrice Maria Luisa Palladino e della curatrice speciale Marika Bolognese, che si sono espresse negativamente sul ricorso presentato dai Trevallion in Corte d’appello». Chiaro: non spetta a loro decidere, ma ai giudici. Però è ovvio che la loro posizione pesi. Intanto i tempi della giustizia continuano a dilatarsi. Oggi, dicevamo, ci saranno altri test. Il 21 aprile, poi, il tribunale dovrebbe acquisire le memorie delle parti, anche se a quanto pare non si terrà alcuna udienza: sarà semplicemente consegnato il materiale scritto da esaminare. A quanto sembra, dunque, a meno di clamorose sorprese, non ci saranno cambiamenti significativi per i tre piccoli.
Più i giorni passano, più i bambini soffrono e più girano voci di ogni genere sulla famiglia. Polemiche sul libro che sta per pubblicare mamma Catherine, polemiche su presunte serie tv... «Ma perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci che persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?», si interroga Tonino Cantelmi parlando con La Verità. «Sì, qualche voglia di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla mediaticità intensa che hanno generato i guai di Nathan e Cathrine».
Secondo il professore, il vero problema è esattamente lo stile di vita della famiglia del bosco, quello che esso rappresenta e le emozioni che suscita. Nathan e Catherine, dice Cantelmi, sono «una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida. Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la tv! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Cathrine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutti i pet possibili e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante vedere come va a finire questa sfida a uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
Forse il tema è proprio questo: per alcuni il modello radicalmente alternativo dei Trevallion è qualcosa da combattere con tutte le forze. Per altri, la loro vicenda è divenuta una sorta di sceneggiato. Peccato solo che di mezzo ci sia la vita - vera, verissima - di tre bambini e dei loro genitori. Una esistenza che è stata sbriciolata. E per che cosa? Per qualche cartone animato e due caramelle?
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Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».
Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco.
E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
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