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2025-03-06
Urbanistica, arresto per corruzione. Sala s’arrende: «Stop Salva Milano»
A distanza di poco più di un anno dalle prime indagini per abuso edilizio sulla torre di piazza Aspromonte, fa capolino, nelle ormai decine di inchieste sull’urbanistica di Milano, il reato di corruzione. Fino ad ora, non se ne era mai parlato. Anzi, il sindaco Beppe Sala fino all’altro giorno continuava a ribadire come i dirigenti del Comune non fossero «accusati di corruzione.».
Ma l’arresto del dirigente comunale Giovanni Oggioni, già componente della commissione Paesaggio di Palazzo Marino nonché ex dirigente dello Sportello unico per l’edilizia, cambia il quadro della situazione. Ma, soprattutto, mette al momento una pietra tombale sul cosiddetto Salva Milano, la legge (arenata al Senato) che avrebbe dovuto condonare le pratiche edilizie milanesi, salvando gli immobili sotto sequestro e scagionando decine di indagati. Proprio ieri Palazzo Marino, in una nota, ha annunciato di «non sostenere più la necessità di proseguire nell’iter di approvazione della proposta di legge cosiddetta Salva Milano» e di volersi costituire parte civile nel processo.
D’altra parte, a detta degli inquirenti, il Salva Milano sarebbe stato confezionato («direttamente dettato») proprio da Oggioni, da Marco Cerri (già indagato e anche lui membro della commissione Paesaggio, con evidenti conflitti di interesse) e Franco Zinna (ex dirigente comunale). I tre sarebbero stati i più attivi nella stesura del testo così come degli emendamenti al disegno di legge, poi comunicati a diversi parlamentari. Non solo.
Nell’ordinanza è riportato anche uno scambio di messaggi, risalente al 23 febbraio dello scorso anno, tra l’ex assessore all’Urbanistica e avvocato, Ada Lucia De Cesaris (non indagata) e Regina De Albertis, presidente di Assimpredil (non indagata). La prima avrebbe chiesto alla seconda di organizzare un colloquio riservato con «lei», riferendosi, secondo i pm, «al presidente del Consiglio dei ministri», cioè Giorgia Meloni. L’obiettivo? Fermare l’indagine. Ma le indagini sono andate avanti. E ieri a Oggioni sono stati sequestrati ieri circa 300.000 euro: dovrà rispondere anche dei reati di falso e depistaggio. Dopo aver subito il sequestro dei cellulari, tablet e computer il 7 novembre scorso, aveva creato una nuova password per accedere agli accounts sul cloud, arrivando a cancellare l’account onedrive di Microsoft, cercando di depistare le indagini e sopprimere le prove.
Registrati nel telefono di Oggioni, si trovano i messaggi del 13 dicembre 2023 con Guido Bardelli (all’epoca semplice avvocato ma ora assessore alla Casa) dove venivano commentati negativamente gli interventi dell’assessore Giancarlo Tancredi e del direttore della Rigenerazione urbana, Simona Collarini, sul variante in discussione del Pgt di Milano, con chiari riferimenti spregiativi alle indagini della Procura. E Bardelli rincarava la dose: «Questi sono pazzi. Dobbiamo fare cadere questa giunta». Giunta che non è caduta, ma di cui Bardelli è diventato assessore pochi mesi dopo.
Non è un caso, insomma, se anche nell’ultima ordinanza di custodia cautelare, il gip Mattia Fiorentini torni a parlare di «un sistema» - quello della Milano di Sala, inebriata ancora dall’Expo 2015 - che ha portato a una «speculazione edilizia selvaggia». E questo perché è ormai «ampiamente documentato» come anche quest’ultima indagine «integra e si inserisce in un sistema di elevata pericolosità e incidenza sociale, fondato sul falso e sull’esercizio arbitrario delle funzioni pubbliche […]». D’altra parte, Oggioni era un vero e proprio dominus dentro palazzo Marino, luogo che conosce da ormai 40 anni essendoci entrato nel 1986 tramite concorso pubblico. Ha diretto l’Urban center nei primi anni 2000, è stato nel 2004 direttore del settore pianificazione. Poi, nel 2012, si butta nel privato (va in Esselunga) ma nel 2017 rientra in municipio durante la prima giunta Sala prendendosi la direzione dello Sportello unico edilizia: ci resterà fino alla pensione nel 2021 anche con una nomina a vicedirettore dell’Urbanistica.
I progetti edilizi passavano tutti dalla sua scrivania. L’ex dirigente in arresto ricorre «a manipolatorie e subdole pressioni, alla delegittimazione e a vere e proprie intimidazioni e minacce nei confronti di coloro che reputa d’ostacolo», come alcuni ex colleghi, ed «escogita manovre per condizionare la stampa, per impedire la pubblicazione di opinioni critiche sui quotidiani sfruttando le fitte relazioni e il potere di influenza di cui gode». E, secondo l’accusa, proprio grazie alla sua posizione avrebbe favorito la società Abitare In (che si dice estranea all’indagine), ottenendo in cambio l’assunzione della figlia Elena (architetto e non indagata) che è stata retribuita dalla società di sviluppo immobiliare con contratti tra il 2020 e il 2023 per oltre 124.000 euro.
Anche in questo caso il padre avrebbe «omesso di dichiarare il conflitto di interessi e di astenersi dai lavori della Commissione». Oggioni avrebbe favorito poi Assimpredil Ance, l’ente che rappresenta gli interessi delle imprese edili a Milano, per agevolare una decina di pratiche. In cambio, avrebbe ricevuto «utilità consistite in un contratto di consulenza in virtù del quale ha percepito, tra il febbraio 2022 e il novembre 2024, euro 178.884».
E la Corte dei conti calcola i danni
Non si limitava a fare pressioni sul direttore generale, Christian Malangone, sui colleghi o sui parlamentari: Giovanni Oggioni voleva fermare le indagini della Procura di Milano ma anche quelle della Corte dei conti che già da mesi avevano messo nel mirino le operazioni immobiliari dove Palazzo Marino aveva perso centinaia di milioni di euro per i mancati oneri di urbanizzazione. «Per questo occorre immediatamente la legge Salva Milano di interpretazione autentica. Speriamo che facciano questa legge, cazzo», diceva Oggioni nell’ottobre scorso, intercettato al telefono con la dirigente comunale Carla Barone (anche lei indagata) che gli aveva appena raccontato dell’accusa di danno erariale per 321.000 sulle torri di Crescenzago.
Quello che chiedeva Oggioni è quanto sosteneva da tempo il sindaco Beppe Sala, cioè una «interpretazione autentica» delle norme urbanistiche che il Comune è accusato di avere violato. Ieri il primo cittadino ha cambiato idea, con una piroetta imbarazzante. «Se uno ha sbagliato paghi e paghi anche duramente», ha detto, annunciando poi di non sostenere più il provvedimento e di volersi costituire parte civile, come se non fosse stato lui il sindaco durante questi anni. Del resto, la magistratura contabile è stata fin troppo chiara sulla situazione in cui versa il capoluogo lombardo nei giorni scorsi. E ha ribadito che, se il Salva Milano diventasse legge, i risarcimenti erariali sarebbero a rischio, con un danno non indifferente a tutta la cittadinanza che ha già subito il mancato aggiornamento degli oneri da dieci anni a questa parte.
Una linea in totale controtendenza con quella della Ragioneria generale dello Stato, dipartimento del ministero dell’Economia, che nelle scorse settimane aveva dato il via libera al Salva Milano, sostenendo che in tutta Italia non ci sarebbe stato il rischio di una riduzione delle risorse nelle casse comunali. Ma il procuratore regionale lombardo della Corte dei conti, Paolo Evangelista, alla vigilia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile, ha ribadito che sono state aperte istruttorie su «tutte le vicende per le quali è stata depositata una richiesta di rinvio a giudizio o un atto di citazione diretta a giudizio per lottizzazione abusiva». D’altra parte, dei casi su cui indagano i pm milanesi, la Procura regionale deve essere informata e ha a quel punto «l’obbligo di aprire le istruttorie e dobbiamo fare accertamenti, soprattutto per riuscire a determinare i danni erariali». Tra queste c’è anche l’inchiesta sulla Beic, vicenda che vede indagato il presidente della Triennale, Stefano Boeri, per il concorso dell’estate 2022 che ha visto l’assegnazione del progetto da 8,6 milioni per la sede della Biblioteca europea di informazione e cultura. Anche in questo caso, la Procura della Corte dei conti indaga per i danni che potrebbe aver subito l’erario. E la situazione appare abbastanza particolare.
Anche perché, a quanto risulta alla Verità, gli studi del consorzio vincitori del concorso sotto indagine, tra cui Onsitestudio, avrebbero già ricevuto una tranche di pagamento. A questo si aggiunge che i lavori sono ormai iniziati e proseguono, nonostante nei prossimi mesi potrebbero esserci delle richieste di danni da parte degli altri concorrenti (erano 44) che si erano presentati. Non era meglio rifare il concorso e fermare i lavori per evitare nuovi danni economici alla città? Intanto Boeri, ieri, ha presentato una nuova mostra in Triennale, come se nulla fosse accaduto. «Non ho mai avuto dubbi sul fatto che avremmo continuato a lavorare», ha detto all’Ansa. L’archistar andrà a processo per il Bosconavigli con lo stesso Oggioni. E presto potrebbe difendersi anche di fronte all’ex pm di Mani pulite, Gherardo Colombo, ora presidente del Comitato legalità, trasparenza ed efficienza amministrativa. Il consigliere di Fdi, Enrico Marcora, ha infatti scritto al magistrato chiedendo «se non sia opportuna una valutazione sull’opportunità di sollecitare le dimissioni dell’architetto Boeri al fine di tutelare l’immagine e la credibilità della Fondazione Triennale e del Comune di Milano».
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L’ex dirigente Giovanni Oggioni ai domiciliari: è il «papà» della proposta di legge ferma da tempo al Senato. Avrebbe favorito aziende amiche. Il futuro assessore Bardelli: «Son pazzi, facciamo cadere questa giunta».I giudici contabili avvisano: se il Parlamento dovesse approvare il colpo di spugna sugli orrori di Palazzo Marino, gli eventuali risarcimenti erariali sarebbero a rischio.Lo speciale contiene due articoli.A distanza di poco più di un anno dalle prime indagini per abuso edilizio sulla torre di piazza Aspromonte, fa capolino, nelle ormai decine di inchieste sull’urbanistica di Milano, il reato di corruzione. Fino ad ora, non se ne era mai parlato. Anzi, il sindaco Beppe Sala fino all’altro giorno continuava a ribadire come i dirigenti del Comune non fossero «accusati di corruzione.».Ma l’arresto del dirigente comunale Giovanni Oggioni, già componente della commissione Paesaggio di Palazzo Marino nonché ex dirigente dello Sportello unico per l’edilizia, cambia il quadro della situazione. Ma, soprattutto, mette al momento una pietra tombale sul cosiddetto Salva Milano, la legge (arenata al Senato) che avrebbe dovuto condonare le pratiche edilizie milanesi, salvando gli immobili sotto sequestro e scagionando decine di indagati. Proprio ieri Palazzo Marino, in una nota, ha annunciato di «non sostenere più la necessità di proseguire nell’iter di approvazione della proposta di legge cosiddetta Salva Milano» e di volersi costituire parte civile nel processo.D’altra parte, a detta degli inquirenti, il Salva Milano sarebbe stato confezionato («direttamente dettato») proprio da Oggioni, da Marco Cerri (già indagato e anche lui membro della commissione Paesaggio, con evidenti conflitti di interesse) e Franco Zinna (ex dirigente comunale). I tre sarebbero stati i più attivi nella stesura del testo così come degli emendamenti al disegno di legge, poi comunicati a diversi parlamentari. Non solo.Nell’ordinanza è riportato anche uno scambio di messaggi, risalente al 23 febbraio dello scorso anno, tra l’ex assessore all’Urbanistica e avvocato, Ada Lucia De Cesaris (non indagata) e Regina De Albertis, presidente di Assimpredil (non indagata). La prima avrebbe chiesto alla seconda di organizzare un colloquio riservato con «lei», riferendosi, secondo i pm, «al presidente del Consiglio dei ministri», cioè Giorgia Meloni. L’obiettivo? Fermare l’indagine. Ma le indagini sono andate avanti. E ieri a Oggioni sono stati sequestrati ieri circa 300.000 euro: dovrà rispondere anche dei reati di falso e depistaggio. Dopo aver subito il sequestro dei cellulari, tablet e computer il 7 novembre scorso, aveva creato una nuova password per accedere agli accounts sul cloud, arrivando a cancellare l’account onedrive di Microsoft, cercando di depistare le indagini e sopprimere le prove.Registrati nel telefono di Oggioni, si trovano i messaggi del 13 dicembre 2023 con Guido Bardelli (all’epoca semplice avvocato ma ora assessore alla Casa) dove venivano commentati negativamente gli interventi dell’assessore Giancarlo Tancredi e del direttore della Rigenerazione urbana, Simona Collarini, sul variante in discussione del Pgt di Milano, con chiari riferimenti spregiativi alle indagini della Procura. E Bardelli rincarava la dose: «Questi sono pazzi. Dobbiamo fare cadere questa giunta». Giunta che non è caduta, ma di cui Bardelli è diventato assessore pochi mesi dopo.Non è un caso, insomma, se anche nell’ultima ordinanza di custodia cautelare, il gip Mattia Fiorentini torni a parlare di «un sistema» - quello della Milano di Sala, inebriata ancora dall’Expo 2015 - che ha portato a una «speculazione edilizia selvaggia». E questo perché è ormai «ampiamente documentato» come anche quest’ultima indagine «integra e si inserisce in un sistema di elevata pericolosità e incidenza sociale, fondato sul falso e sull’esercizio arbitrario delle funzioni pubbliche […]». D’altra parte, Oggioni era un vero e proprio dominus dentro palazzo Marino, luogo che conosce da ormai 40 anni essendoci entrato nel 1986 tramite concorso pubblico. Ha diretto l’Urban center nei primi anni 2000, è stato nel 2004 direttore del settore pianificazione. Poi, nel 2012, si butta nel privato (va in Esselunga) ma nel 2017 rientra in municipio durante la prima giunta Sala prendendosi la direzione dello Sportello unico edilizia: ci resterà fino alla pensione nel 2021 anche con una nomina a vicedirettore dell’Urbanistica.I progetti edilizi passavano tutti dalla sua scrivania. L’ex dirigente in arresto ricorre «a manipolatorie e subdole pressioni, alla delegittimazione e a vere e proprie intimidazioni e minacce nei confronti di coloro che reputa d’ostacolo», come alcuni ex colleghi, ed «escogita manovre per condizionare la stampa, per impedire la pubblicazione di opinioni critiche sui quotidiani sfruttando le fitte relazioni e il potere di influenza di cui gode». E, secondo l’accusa, proprio grazie alla sua posizione avrebbe favorito la società Abitare In (che si dice estranea all’indagine), ottenendo in cambio l’assunzione della figlia Elena (architetto e non indagata) che è stata retribuita dalla società di sviluppo immobiliare con contratti tra il 2020 e il 2023 per oltre 124.000 euro.Anche in questo caso il padre avrebbe «omesso di dichiarare il conflitto di interessi e di astenersi dai lavori della Commissione». Oggioni avrebbe favorito poi Assimpredil Ance, l’ente che rappresenta gli interessi delle imprese edili a Milano, per agevolare una decina di pratiche. In cambio, avrebbe ricevuto «utilità consistite in un contratto di consulenza in virtù del quale ha percepito, tra il febbraio 2022 e il novembre 2024, euro 178.884».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salva-milano-sala-2671275647.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-la-corte-dei-conti-calcola-i-danni" data-post-id="2671275647" data-published-at="1741208349" data-use-pagination="False"> E la Corte dei conti calcola i danni Non si limitava a fare pressioni sul direttore generale, Christian Malangone, sui colleghi o sui parlamentari: Giovanni Oggioni voleva fermare le indagini della Procura di Milano ma anche quelle della Corte dei conti che già da mesi avevano messo nel mirino le operazioni immobiliari dove Palazzo Marino aveva perso centinaia di milioni di euro per i mancati oneri di urbanizzazione. «Per questo occorre immediatamente la legge Salva Milano di interpretazione autentica. Speriamo che facciano questa legge, cazzo», diceva Oggioni nell’ottobre scorso, intercettato al telefono con la dirigente comunale Carla Barone (anche lei indagata) che gli aveva appena raccontato dell’accusa di danno erariale per 321.000 sulle torri di Crescenzago. Quello che chiedeva Oggioni è quanto sosteneva da tempo il sindaco Beppe Sala, cioè una «interpretazione autentica» delle norme urbanistiche che il Comune è accusato di avere violato. Ieri il primo cittadino ha cambiato idea, con una piroetta imbarazzante. «Se uno ha sbagliato paghi e paghi anche duramente», ha detto, annunciando poi di non sostenere più il provvedimento e di volersi costituire parte civile, come se non fosse stato lui il sindaco durante questi anni. Del resto, la magistratura contabile è stata fin troppo chiara sulla situazione in cui versa il capoluogo lombardo nei giorni scorsi. E ha ribadito che, se il Salva Milano diventasse legge, i risarcimenti erariali sarebbero a rischio, con un danno non indifferente a tutta la cittadinanza che ha già subito il mancato aggiornamento degli oneri da dieci anni a questa parte. Una linea in totale controtendenza con quella della Ragioneria generale dello Stato, dipartimento del ministero dell’Economia, che nelle scorse settimane aveva dato il via libera al Salva Milano, sostenendo che in tutta Italia non ci sarebbe stato il rischio di una riduzione delle risorse nelle casse comunali. Ma il procuratore regionale lombardo della Corte dei conti, Paolo Evangelista, alla vigilia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della magistratura contabile, ha ribadito che sono state aperte istruttorie su «tutte le vicende per le quali è stata depositata una richiesta di rinvio a giudizio o un atto di citazione diretta a giudizio per lottizzazione abusiva». D’altra parte, dei casi su cui indagano i pm milanesi, la Procura regionale deve essere informata e ha a quel punto «l’obbligo di aprire le istruttorie e dobbiamo fare accertamenti, soprattutto per riuscire a determinare i danni erariali». Tra queste c’è anche l’inchiesta sulla Beic, vicenda che vede indagato il presidente della Triennale, Stefano Boeri, per il concorso dell’estate 2022 che ha visto l’assegnazione del progetto da 8,6 milioni per la sede della Biblioteca europea di informazione e cultura. Anche in questo caso, la Procura della Corte dei conti indaga per i danni che potrebbe aver subito l’erario. E la situazione appare abbastanza particolare. Anche perché, a quanto risulta alla Verità, gli studi del consorzio vincitori del concorso sotto indagine, tra cui Onsitestudio, avrebbero già ricevuto una tranche di pagamento. A questo si aggiunge che i lavori sono ormai iniziati e proseguono, nonostante nei prossimi mesi potrebbero esserci delle richieste di danni da parte degli altri concorrenti (erano 44) che si erano presentati. Non era meglio rifare il concorso e fermare i lavori per evitare nuovi danni economici alla città? Intanto Boeri, ieri, ha presentato una nuova mostra in Triennale, come se nulla fosse accaduto. «Non ho mai avuto dubbi sul fatto che avremmo continuato a lavorare», ha detto all’Ansa. L’archistar andrà a processo per il Bosconavigli con lo stesso Oggioni. E presto potrebbe difendersi anche di fronte all’ex pm di Mani pulite, Gherardo Colombo, ora presidente del Comitato legalità, trasparenza ed efficienza amministrativa. Il consigliere di Fdi, Enrico Marcora, ha infatti scritto al magistrato chiedendo «se non sia opportuna una valutazione sull’opportunità di sollecitare le dimissioni dell’architetto Boeri al fine di tutelare l’immagine e la credibilità della Fondazione Triennale e del Comune di Milano».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.