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2024-02-02
Ora la Salis è l’eroina di chi prima snobbava gli italiani in catene
Ilaria Salis (Ansa)
«L’Italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia», diceva Ennio Flaiano nel secolo scorso. E le sue parole ben si addicono alle polemiche di queste ore tra destra e sinistra per il caso di Ilaria Salis, la donna in carcere in Ungheria in attesa di giudizio, accusata di aver malmenato due neonazisti che non l’hanno denunciata: rischia fino a 24 anni di detenzione secondo la legge ungherese.
Il Partito democratico è corso a presentare un’interrogazione per violazione dei diritti umani. Si mobilitano le piazze e non si parla d’altro: l’accusa è che la diplomazia italiana di non abbia fatto abbastanza per liberare l’attivista. Ma il centrosinistra, come al solito, dimostra un certo strabismo. Perché era dai tempi di Patrick Zaki, il giovane egiziano che era rinchiuso nelle carceri egiziane, che non si vedeva una tale mobilitazione politica di Pd e giornali di area. Peccato che, come al solito, dem e compagni si smuovano solo in casi particolari, per personaggi vicini alla loro area ideologica, mentre continuano a tacere su molti altri, spesso su italiani detenuti ingiustamente in altri Paesi, alcuni senza aver nemmeno affrontato un processo.
Nell’annuario del ministero degli Affari esteri del 2023, si calcola che ci siano almeno 1.924 italiani detenuti all’estero (600 in Germania e 190 in Francia, 66 in Svizzera e 35 in Brasile) di cui quasi 783 in attesa di giudizio (193 solo in Germania, 123 in Belgio e 48 in Australia) molti nelle Americhe ma anche nell’Africa subsahariana. In alcuni casi non è neppure noto a che punto sia il processo o il procedimento che pende su di loro. Sono pochissimi quelli in attesa di estradizione, appena 40, mentre i condannati sono 1.100. Con tutta probabilità, questi ultimi non potranno mai scontare la loro pena in Italia. Non c’è alcuna speranza. Anche perché non ci sono politici o mobilitazioni in loro aiuto. Succede adesso, ma è accaduto anche in passato.
Che differenza c’è, per esempio, tra la situazione di Ilaria Salis e quella dell’imprenditore Andrea Costantino? La prima ha ricevuto accuse ben precise ed è in attesa di giudizio in carcere da più di un anno (è stata anche ripresa dalle telecamere in aula durante un’udienza), il secondo fu imprigionato nelle terribili carceri di Abu Dhabi per quasi due anni senza sapere che cosa gli venisse contestato. Durante il primo anno non gli era stato neppure permesso di parlare con un avvocato. Torturato, dimagrito più di 30 chili, costretto a picchiarsi in prigione con altri detenuti tra i topi e la sporcizia, era stato messo sotto indagine per la vendita di gasolio in Yemen. Si trattava di un’accusa totalmente strumentale, funzionale però a sequestrargli il conto e tutto il suo patrimonio. Costantino faceva l’imprenditore, non aveva commesso alcun reato, ma in Italia nessuno aveva mosso un dito in suo favore. La sinistra lo ha sempre snobbato. Anzi, durante il governo giallorosso di Giuseppe Conte, l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, era riuscito a peggiorare ulteriormente la sua situazione, bloccando l’esportazione di armi negli Emirati e creando così una crisi diplomatica senza precedenti. Costantino è tornato in Italia nel 2022 grazie al governo di Giorgia Meloni e alla costante mobilitazione dell’attuale ministro dei Trasporti, Matto Salvini. Del resto, questo stesso governo è stato anche l’unico capace di liberare Zaki, altra icona della sinistra per cui il Pd e giornali come Repubblica si sono battuti per anni. Ma per lui, i loro governi avevano fatto molto poco.
Impossibile dimenticare la storia i due fucilieri di marina (i marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, impegnati in India per lavoro e sotto processo per anni. Che dire poi di Marco Zennaro, altro imprenditore rimasto quasi un anno in detenzione in Sudan. Dimenticato per mesi in Africa, accusato ingiustamente di frode, con solo pochi giornali (tra cui La Verità) a parlarne, il quarantasettenne veneziano fu liberato tra mille difficoltà diplomatiche. Anche qui, di mobilitazioni politiche da parte della sinistra non ce ne furono affatto.
Ci sono poi i casi più clamorosi di Chico Forti, detenuto ingiustamente a Miami da ormai 24 anni, vicenda che Di Maio aveva assicurato di aver sbloccato quando era al governo. «Ho una bellissima notizia da darvi: Chico Forti tornerà in Italia», diceva l’ex ministro degli Esteri pentastellato il 23 dicembre 2020. Era solo propaganda. Nel 2020, dopo la liberazione della cooperante Silvia Romano, sempre Di Maio amava spesso ripetere di come l’Italia non lasciasse indietro nessuno. Peccato che proprio in quei mesi, nel Qatar dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani (grande amico del nostro Paese e di Di Maio stesso), ci fossero altri italiani in gravi difficoltà. Come Ferruccio Cerruti, ex ufficiale della Marina militare italiana, congedato dopo la Guerra del Golfo nel 1995, impegnato in quei mesi con la sua azienda a realizzare la metropolitana di Doha. Anche lui imprenditore, era finito in un gioco di ricatti da parte degli sceicchi che lo hanno portato a perdere 10 milioni di euro. Un suo dipendente di azienda che doveva operarsi con urgenza in Italia venne persino bloccato all’aeroporto. A lui avevano ritirato il passaporto; così, era rimasto sequestrato per un anno a Doha. Grazie al suo passato da militare ha provato prima a fuggire a nuoto, senza successo, poi con un kayak che in 7 ore gli aveva permesso di arrivare in Bahrein e, da lì, in Italia. La sua storia è forse tra le più incredibili di quelle degli italiani ingiustamente trattenuti all’estero. E su cui nessuna voce politica si è mai alzata.
Il curriculum della maestra: 4 condanne, 29 denunce
Da caso giudiziario a politico il passo è breve. La vicenda di Ilaria Salis si sta trasformando sempre più da battaglia per ottenere che la trentanovenne milanese detenuta in Ungheria riceva un trattamento umanitario, consono a quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a bagarre dialettica e strumento utilizzato dalle opposizioni per sollevare polemiche e attaccare la maggioranza. Nelle ultime 48 ore, gran parte dell’attenzione mediatica si è riversata su una diatriba nata tra Matteo Salvini e Roberto Salis, il padre dell’insegnante arrestata a febbraio dell’anno scorso con l’accusa di lesioni aggravate in seguito a una presunta aggressione a due militanti di estrema destra. Una diatriba che nasce dalle dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente del Consiglio: «Contiamo su un processo giusto e veloce sperando nella sua innocenza. Ma se fosse dichiarata colpevole, sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare italiana. Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa e in Italia a picchiare e sputare alla gente?». Parole che, per onor di cronaca, vanno integrate con la premessa fatta dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: «È inaccettabile il fatto che Ilaria vada in tribunale incatenata. È fondamentale chiedere condizioni di detenzione umane e civili rispettose». Il padre di Ilaria ha risposto, dapprima definendo l’uscita di Salvini fuori luogo, poi manifestando l’intenzione di querelare il leader della Lega per diffamazione, dopo che lo stesso Salvini avrebbe accusato la Salis di un suo presunto coinvolgimento in un assalto a un chiosco della Lega a Monza del 18 febbraio 2017. Dal canto suo, il leader del Carroccio va dritto per la sua strada e, a tal proposito, la Lega ieri si è espressa con una nota: «Prendiamo atto con curiosità della scelta del padre di Ilaria Salis di querelare Matteo Salvini. La Lega, invece, rinnova l’impegno affinché i diritti della donna detenuta in Ungheria siano tutelati. E aggiunge l’auspicio che Ilaria venga assolta rapidamente da tutte le accuse, a differenza di quanto è avvenuto in altra vicenda chiusasi con sentenza di condanna confermata in Cassazione il 3 luglio 2023 per concorso morale nella resistenza a pubblico ufficiale. Certo, resta sempre la domanda: è normale che una educatrice venga fermata in una capitale europea con un manganello?». Lo scontro verbale tra il padre di Ilaria e Salvini è poi proseguito con il capo della Lega che ha detto che «se suo figlio facesse quello che fa Ilaria, di certo non sarebbe contento», e il genitore della trentanovenne detenuta a Budapest che ha replicato «augurando al figlio di Salvini di avere valori etici pari a un decimo di quelli di sua figlia». A quanto pare, però, la maestra milanese che per le forze di polizia sarebbe un’attivista di spicco dell’area anarchica lombarda, esponente del centro sociale meneghino Cuore in gola, non sarebbe nuova a guai giudiziari. Oltre all’episodio del 2017, ha riportato condanne (passate in giudicato) per accensioni ed esplosioni pericolose (avrebbe lanciato fumogeni e petardi all’interno del perimetro della struttura carceraria di Milano), per resistenza a pubblico ufficiale durante lo sgombero di attivisti anarchici da un centro sociale milanese e durante lo sgombero di uno stabile a Saronno e infine per invasione di edifici. Quattro in totale. È inoltre stata segnalata all’autorità giudiziaria in altre 29 occasioni. Ma a proposito di querele per diffamazione minacciate dal padre di Ilaria, Salvini non è l’unico finito nel mirino. Roberto Salis ha detto di voler querelare anche il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, e Giuseppe Brindisi, conduttore della trasmissione Diario del giorno, andata in onda nella serata di mercoledì 31 gennaio su Rete 4, accusati di aver teso «un ignobile attacco e un’imboscata». Il direttore di News Mediaset, Andrea Pucci, è immediatamente intervenuto con un comunicato: «Come i telespettatori hanno potuto constatare, nessun attacco e tantomeno un’imboscata è stata tesa al padre della detenuta in Ungheria, che a Diario del giorno ha potuto liberamente esprimere le proprie opinioni e perorare la causa di sua figlia in una lunga intervista».Intanto, mentre la sinistra è impegnata a rispondere a Salvini e cavalcare la polemica con il padre di Ilaria, Giorgia Meloni sta intensificando i contatti con Viktor Orbán, affinché le condizioni di detenzione della Salis migliorino. «Sin dall’inizio il governo ha fornito tutta l’assistenza possibile», ha detto il premier italiano a margine del Consiglio Ue, «anche in Ungheria c’è l’autonomia dei giudici e i governi non entrano nei processi, ma ho chiesto a Orbán che venga riservato un trattamento di dignità. Né io né Orbán possiamo entrare nel giudizio che compete la magistratura; posso solo sperare che Ilaria Salis sia in grado di dimostrare la sua innocenza in un processo veloce». Il premier ungherese ha fatto sapere che si muoverà per «garantire alla detenuta un trattamento equo» e che «Ilaria ha potuto fare delle telefonate e non è stata isolata dal mondo». Questo dopo che ieri sono state pubblicate alcune pagine del memoriale scritto da Ilaria in carcere: «Sono stata trattata come una bestia al guinzaglio. Da tre mesi sono tormentata dalle punture delle cimici nel letto».
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Dem e stampa hanno sempre ignorato i guai dei connazionali detenuti all’estero, da Chico Forti ai marò: oggi sono quasi 2.000.Giorgia Meloni: «Io e Orbán non interferiamo. Le manette si usano pure altrove». Il padre di Ilaria querela Matteo Salvini. Lo speciale contiene due articoli.«L’Italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia», diceva Ennio Flaiano nel secolo scorso. E le sue parole ben si addicono alle polemiche di queste ore tra destra e sinistra per il caso di Ilaria Salis, la donna in carcere in Ungheria in attesa di giudizio, accusata di aver malmenato due neonazisti che non l’hanno denunciata: rischia fino a 24 anni di detenzione secondo la legge ungherese. Il Partito democratico è corso a presentare un’interrogazione per violazione dei diritti umani. Si mobilitano le piazze e non si parla d’altro: l’accusa è che la diplomazia italiana di non abbia fatto abbastanza per liberare l’attivista. Ma il centrosinistra, come al solito, dimostra un certo strabismo. Perché era dai tempi di Patrick Zaki, il giovane egiziano che era rinchiuso nelle carceri egiziane, che non si vedeva una tale mobilitazione politica di Pd e giornali di area. Peccato che, come al solito, dem e compagni si smuovano solo in casi particolari, per personaggi vicini alla loro area ideologica, mentre continuano a tacere su molti altri, spesso su italiani detenuti ingiustamente in altri Paesi, alcuni senza aver nemmeno affrontato un processo.Nell’annuario del ministero degli Affari esteri del 2023, si calcola che ci siano almeno 1.924 italiani detenuti all’estero (600 in Germania e 190 in Francia, 66 in Svizzera e 35 in Brasile) di cui quasi 783 in attesa di giudizio (193 solo in Germania, 123 in Belgio e 48 in Australia) molti nelle Americhe ma anche nell’Africa subsahariana. In alcuni casi non è neppure noto a che punto sia il processo o il procedimento che pende su di loro. Sono pochissimi quelli in attesa di estradizione, appena 40, mentre i condannati sono 1.100. Con tutta probabilità, questi ultimi non potranno mai scontare la loro pena in Italia. Non c’è alcuna speranza. Anche perché non ci sono politici o mobilitazioni in loro aiuto. Succede adesso, ma è accaduto anche in passato. Che differenza c’è, per esempio, tra la situazione di Ilaria Salis e quella dell’imprenditore Andrea Costantino? La prima ha ricevuto accuse ben precise ed è in attesa di giudizio in carcere da più di un anno (è stata anche ripresa dalle telecamere in aula durante un’udienza), il secondo fu imprigionato nelle terribili carceri di Abu Dhabi per quasi due anni senza sapere che cosa gli venisse contestato. Durante il primo anno non gli era stato neppure permesso di parlare con un avvocato. Torturato, dimagrito più di 30 chili, costretto a picchiarsi in prigione con altri detenuti tra i topi e la sporcizia, era stato messo sotto indagine per la vendita di gasolio in Yemen. Si trattava di un’accusa totalmente strumentale, funzionale però a sequestrargli il conto e tutto il suo patrimonio. Costantino faceva l’imprenditore, non aveva commesso alcun reato, ma in Italia nessuno aveva mosso un dito in suo favore. La sinistra lo ha sempre snobbato. Anzi, durante il governo giallorosso di Giuseppe Conte, l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, era riuscito a peggiorare ulteriormente la sua situazione, bloccando l’esportazione di armi negli Emirati e creando così una crisi diplomatica senza precedenti. Costantino è tornato in Italia nel 2022 grazie al governo di Giorgia Meloni e alla costante mobilitazione dell’attuale ministro dei Trasporti, Matto Salvini. Del resto, questo stesso governo è stato anche l’unico capace di liberare Zaki, altra icona della sinistra per cui il Pd e giornali come Repubblica si sono battuti per anni. Ma per lui, i loro governi avevano fatto molto poco. Impossibile dimenticare la storia i due fucilieri di marina (i marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, impegnati in India per lavoro e sotto processo per anni. Che dire poi di Marco Zennaro, altro imprenditore rimasto quasi un anno in detenzione in Sudan. Dimenticato per mesi in Africa, accusato ingiustamente di frode, con solo pochi giornali (tra cui La Verità) a parlarne, il quarantasettenne veneziano fu liberato tra mille difficoltà diplomatiche. Anche qui, di mobilitazioni politiche da parte della sinistra non ce ne furono affatto.Ci sono poi i casi più clamorosi di Chico Forti, detenuto ingiustamente a Miami da ormai 24 anni, vicenda che Di Maio aveva assicurato di aver sbloccato quando era al governo. «Ho una bellissima notizia da darvi: Chico Forti tornerà in Italia», diceva l’ex ministro degli Esteri pentastellato il 23 dicembre 2020. Era solo propaganda. Nel 2020, dopo la liberazione della cooperante Silvia Romano, sempre Di Maio amava spesso ripetere di come l’Italia non lasciasse indietro nessuno. Peccato che proprio in quei mesi, nel Qatar dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani (grande amico del nostro Paese e di Di Maio stesso), ci fossero altri italiani in gravi difficoltà. Come Ferruccio Cerruti, ex ufficiale della Marina militare italiana, congedato dopo la Guerra del Golfo nel 1995, impegnato in quei mesi con la sua azienda a realizzare la metropolitana di Doha. Anche lui imprenditore, era finito in un gioco di ricatti da parte degli sceicchi che lo hanno portato a perdere 10 milioni di euro. Un suo dipendente di azienda che doveva operarsi con urgenza in Italia venne persino bloccato all’aeroporto. A lui avevano ritirato il passaporto; così, era rimasto sequestrato per un anno a Doha. Grazie al suo passato da militare ha provato prima a fuggire a nuoto, senza successo, poi con un kayak che in 7 ore gli aveva permesso di arrivare in Bahrein e, da lì, in Italia. La sua storia è forse tra le più incredibili di quelle degli italiani ingiustamente trattenuti all’estero. E su cui nessuna voce politica si è mai alzata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salis-eroina-dichi-snobbava-italiani-2667151501.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-curriculum-della-maestra-4-condanne-29-denunce" data-post-id="2667151501" data-published-at="1706863189" data-use-pagination="False"> Il curriculum della maestra: 4 condanne, 29 denunce Da caso giudiziario a politico il passo è breve. La vicenda di Ilaria Salis si sta trasformando sempre più da battaglia per ottenere che la trentanovenne milanese detenuta in Ungheria riceva un trattamento umanitario, consono a quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a bagarre dialettica e strumento utilizzato dalle opposizioni per sollevare polemiche e attaccare la maggioranza. Nelle ultime 48 ore, gran parte dell’attenzione mediatica si è riversata su una diatriba nata tra Matteo Salvini e Roberto Salis, il padre dell’insegnante arrestata a febbraio dell’anno scorso con l’accusa di lesioni aggravate in seguito a una presunta aggressione a due militanti di estrema destra. Una diatriba che nasce dalle dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente del Consiglio: «Contiamo su un processo giusto e veloce sperando nella sua innocenza. Ma se fosse dichiarata colpevole, sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare italiana. Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa e in Italia a picchiare e sputare alla gente?». Parole che, per onor di cronaca, vanno integrate con la premessa fatta dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: «È inaccettabile il fatto che Ilaria vada in tribunale incatenata. È fondamentale chiedere condizioni di detenzione umane e civili rispettose». Il padre di Ilaria ha risposto, dapprima definendo l’uscita di Salvini fuori luogo, poi manifestando l’intenzione di querelare il leader della Lega per diffamazione, dopo che lo stesso Salvini avrebbe accusato la Salis di un suo presunto coinvolgimento in un assalto a un chiosco della Lega a Monza del 18 febbraio 2017. Dal canto suo, il leader del Carroccio va dritto per la sua strada e, a tal proposito, la Lega ieri si è espressa con una nota: «Prendiamo atto con curiosità della scelta del padre di Ilaria Salis di querelare Matteo Salvini. La Lega, invece, rinnova l’impegno affinché i diritti della donna detenuta in Ungheria siano tutelati. E aggiunge l’auspicio che Ilaria venga assolta rapidamente da tutte le accuse, a differenza di quanto è avvenuto in altra vicenda chiusasi con sentenza di condanna confermata in Cassazione il 3 luglio 2023 per concorso morale nella resistenza a pubblico ufficiale. Certo, resta sempre la domanda: è normale che una educatrice venga fermata in una capitale europea con un manganello?». Lo scontro verbale tra il padre di Ilaria e Salvini è poi proseguito con il capo della Lega che ha detto che «se suo figlio facesse quello che fa Ilaria, di certo non sarebbe contento», e il genitore della trentanovenne detenuta a Budapest che ha replicato «augurando al figlio di Salvini di avere valori etici pari a un decimo di quelli di sua figlia». A quanto pare, però, la maestra milanese che per le forze di polizia sarebbe un’attivista di spicco dell’area anarchica lombarda, esponente del centro sociale meneghino Cuore in gola, non sarebbe nuova a guai giudiziari. Oltre all’episodio del 2017, ha riportato condanne (passate in giudicato) per accensioni ed esplosioni pericolose (avrebbe lanciato fumogeni e petardi all’interno del perimetro della struttura carceraria di Milano), per resistenza a pubblico ufficiale durante lo sgombero di attivisti anarchici da un centro sociale milanese e durante lo sgombero di uno stabile a Saronno e infine per invasione di edifici. Quattro in totale. È inoltre stata segnalata all’autorità giudiziaria in altre 29 occasioni. Ma a proposito di querele per diffamazione minacciate dal padre di Ilaria, Salvini non è l’unico finito nel mirino. Roberto Salis ha detto di voler querelare anche il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, e Giuseppe Brindisi, conduttore della trasmissione Diario del giorno, andata in onda nella serata di mercoledì 31 gennaio su Rete 4, accusati di aver teso «un ignobile attacco e un’imboscata». Il direttore di News Mediaset, Andrea Pucci, è immediatamente intervenuto con un comunicato: «Come i telespettatori hanno potuto constatare, nessun attacco e tantomeno un’imboscata è stata tesa al padre della detenuta in Ungheria, che a Diario del giorno ha potuto liberamente esprimere le proprie opinioni e perorare la causa di sua figlia in una lunga intervista».Intanto, mentre la sinistra è impegnata a rispondere a Salvini e cavalcare la polemica con il padre di Ilaria, Giorgia Meloni sta intensificando i contatti con Viktor Orbán, affinché le condizioni di detenzione della Salis migliorino. «Sin dall’inizio il governo ha fornito tutta l’assistenza possibile», ha detto il premier italiano a margine del Consiglio Ue, «anche in Ungheria c’è l’autonomia dei giudici e i governi non entrano nei processi, ma ho chiesto a Orbán che venga riservato un trattamento di dignità. Né io né Orbán possiamo entrare nel giudizio che compete la magistratura; posso solo sperare che Ilaria Salis sia in grado di dimostrare la sua innocenza in un processo veloce». Il premier ungherese ha fatto sapere che si muoverà per «garantire alla detenuta un trattamento equo» e che «Ilaria ha potuto fare delle telefonate e non è stata isolata dal mondo». Questo dopo che ieri sono state pubblicate alcune pagine del memoriale scritto da Ilaria in carcere: «Sono stata trattata come una bestia al guinzaglio. Da tre mesi sono tormentata dalle punture delle cimici nel letto».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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