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2024-02-02
Ora la Salis è l’eroina di chi prima snobbava gli italiani in catene
Ilaria Salis (Ansa)
«L’Italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia», diceva Ennio Flaiano nel secolo scorso. E le sue parole ben si addicono alle polemiche di queste ore tra destra e sinistra per il caso di Ilaria Salis, la donna in carcere in Ungheria in attesa di giudizio, accusata di aver malmenato due neonazisti che non l’hanno denunciata: rischia fino a 24 anni di detenzione secondo la legge ungherese.
Il Partito democratico è corso a presentare un’interrogazione per violazione dei diritti umani. Si mobilitano le piazze e non si parla d’altro: l’accusa è che la diplomazia italiana di non abbia fatto abbastanza per liberare l’attivista. Ma il centrosinistra, come al solito, dimostra un certo strabismo. Perché era dai tempi di Patrick Zaki, il giovane egiziano che era rinchiuso nelle carceri egiziane, che non si vedeva una tale mobilitazione politica di Pd e giornali di area. Peccato che, come al solito, dem e compagni si smuovano solo in casi particolari, per personaggi vicini alla loro area ideologica, mentre continuano a tacere su molti altri, spesso su italiani detenuti ingiustamente in altri Paesi, alcuni senza aver nemmeno affrontato un processo.
Nell’annuario del ministero degli Affari esteri del 2023, si calcola che ci siano almeno 1.924 italiani detenuti all’estero (600 in Germania e 190 in Francia, 66 in Svizzera e 35 in Brasile) di cui quasi 783 in attesa di giudizio (193 solo in Germania, 123 in Belgio e 48 in Australia) molti nelle Americhe ma anche nell’Africa subsahariana. In alcuni casi non è neppure noto a che punto sia il processo o il procedimento che pende su di loro. Sono pochissimi quelli in attesa di estradizione, appena 40, mentre i condannati sono 1.100. Con tutta probabilità, questi ultimi non potranno mai scontare la loro pena in Italia. Non c’è alcuna speranza. Anche perché non ci sono politici o mobilitazioni in loro aiuto. Succede adesso, ma è accaduto anche in passato.
Che differenza c’è, per esempio, tra la situazione di Ilaria Salis e quella dell’imprenditore Andrea Costantino? La prima ha ricevuto accuse ben precise ed è in attesa di giudizio in carcere da più di un anno (è stata anche ripresa dalle telecamere in aula durante un’udienza), il secondo fu imprigionato nelle terribili carceri di Abu Dhabi per quasi due anni senza sapere che cosa gli venisse contestato. Durante il primo anno non gli era stato neppure permesso di parlare con un avvocato. Torturato, dimagrito più di 30 chili, costretto a picchiarsi in prigione con altri detenuti tra i topi e la sporcizia, era stato messo sotto indagine per la vendita di gasolio in Yemen. Si trattava di un’accusa totalmente strumentale, funzionale però a sequestrargli il conto e tutto il suo patrimonio. Costantino faceva l’imprenditore, non aveva commesso alcun reato, ma in Italia nessuno aveva mosso un dito in suo favore. La sinistra lo ha sempre snobbato. Anzi, durante il governo giallorosso di Giuseppe Conte, l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, era riuscito a peggiorare ulteriormente la sua situazione, bloccando l’esportazione di armi negli Emirati e creando così una crisi diplomatica senza precedenti. Costantino è tornato in Italia nel 2022 grazie al governo di Giorgia Meloni e alla costante mobilitazione dell’attuale ministro dei Trasporti, Matto Salvini. Del resto, questo stesso governo è stato anche l’unico capace di liberare Zaki, altra icona della sinistra per cui il Pd e giornali come Repubblica si sono battuti per anni. Ma per lui, i loro governi avevano fatto molto poco.
Impossibile dimenticare la storia i due fucilieri di marina (i marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, impegnati in India per lavoro e sotto processo per anni. Che dire poi di Marco Zennaro, altro imprenditore rimasto quasi un anno in detenzione in Sudan. Dimenticato per mesi in Africa, accusato ingiustamente di frode, con solo pochi giornali (tra cui La Verità) a parlarne, il quarantasettenne veneziano fu liberato tra mille difficoltà diplomatiche. Anche qui, di mobilitazioni politiche da parte della sinistra non ce ne furono affatto.
Ci sono poi i casi più clamorosi di Chico Forti, detenuto ingiustamente a Miami da ormai 24 anni, vicenda che Di Maio aveva assicurato di aver sbloccato quando era al governo. «Ho una bellissima notizia da darvi: Chico Forti tornerà in Italia», diceva l’ex ministro degli Esteri pentastellato il 23 dicembre 2020. Era solo propaganda. Nel 2020, dopo la liberazione della cooperante Silvia Romano, sempre Di Maio amava spesso ripetere di come l’Italia non lasciasse indietro nessuno. Peccato che proprio in quei mesi, nel Qatar dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani (grande amico del nostro Paese e di Di Maio stesso), ci fossero altri italiani in gravi difficoltà. Come Ferruccio Cerruti, ex ufficiale della Marina militare italiana, congedato dopo la Guerra del Golfo nel 1995, impegnato in quei mesi con la sua azienda a realizzare la metropolitana di Doha. Anche lui imprenditore, era finito in un gioco di ricatti da parte degli sceicchi che lo hanno portato a perdere 10 milioni di euro. Un suo dipendente di azienda che doveva operarsi con urgenza in Italia venne persino bloccato all’aeroporto. A lui avevano ritirato il passaporto; così, era rimasto sequestrato per un anno a Doha. Grazie al suo passato da militare ha provato prima a fuggire a nuoto, senza successo, poi con un kayak che in 7 ore gli aveva permesso di arrivare in Bahrein e, da lì, in Italia. La sua storia è forse tra le più incredibili di quelle degli italiani ingiustamente trattenuti all’estero. E su cui nessuna voce politica si è mai alzata.
Il curriculum della maestra: 4 condanne, 29 denunce
Da caso giudiziario a politico il passo è breve. La vicenda di Ilaria Salis si sta trasformando sempre più da battaglia per ottenere che la trentanovenne milanese detenuta in Ungheria riceva un trattamento umanitario, consono a quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a bagarre dialettica e strumento utilizzato dalle opposizioni per sollevare polemiche e attaccare la maggioranza. Nelle ultime 48 ore, gran parte dell’attenzione mediatica si è riversata su una diatriba nata tra Matteo Salvini e Roberto Salis, il padre dell’insegnante arrestata a febbraio dell’anno scorso con l’accusa di lesioni aggravate in seguito a una presunta aggressione a due militanti di estrema destra. Una diatriba che nasce dalle dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente del Consiglio: «Contiamo su un processo giusto e veloce sperando nella sua innocenza. Ma se fosse dichiarata colpevole, sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare italiana. Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa e in Italia a picchiare e sputare alla gente?». Parole che, per onor di cronaca, vanno integrate con la premessa fatta dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: «È inaccettabile il fatto che Ilaria vada in tribunale incatenata. È fondamentale chiedere condizioni di detenzione umane e civili rispettose». Il padre di Ilaria ha risposto, dapprima definendo l’uscita di Salvini fuori luogo, poi manifestando l’intenzione di querelare il leader della Lega per diffamazione, dopo che lo stesso Salvini avrebbe accusato la Salis di un suo presunto coinvolgimento in un assalto a un chiosco della Lega a Monza del 18 febbraio 2017. Dal canto suo, il leader del Carroccio va dritto per la sua strada e, a tal proposito, la Lega ieri si è espressa con una nota: «Prendiamo atto con curiosità della scelta del padre di Ilaria Salis di querelare Matteo Salvini. La Lega, invece, rinnova l’impegno affinché i diritti della donna detenuta in Ungheria siano tutelati. E aggiunge l’auspicio che Ilaria venga assolta rapidamente da tutte le accuse, a differenza di quanto è avvenuto in altra vicenda chiusasi con sentenza di condanna confermata in Cassazione il 3 luglio 2023 per concorso morale nella resistenza a pubblico ufficiale. Certo, resta sempre la domanda: è normale che una educatrice venga fermata in una capitale europea con un manganello?». Lo scontro verbale tra il padre di Ilaria e Salvini è poi proseguito con il capo della Lega che ha detto che «se suo figlio facesse quello che fa Ilaria, di certo non sarebbe contento», e il genitore della trentanovenne detenuta a Budapest che ha replicato «augurando al figlio di Salvini di avere valori etici pari a un decimo di quelli di sua figlia». A quanto pare, però, la maestra milanese che per le forze di polizia sarebbe un’attivista di spicco dell’area anarchica lombarda, esponente del centro sociale meneghino Cuore in gola, non sarebbe nuova a guai giudiziari. Oltre all’episodio del 2017, ha riportato condanne (passate in giudicato) per accensioni ed esplosioni pericolose (avrebbe lanciato fumogeni e petardi all’interno del perimetro della struttura carceraria di Milano), per resistenza a pubblico ufficiale durante lo sgombero di attivisti anarchici da un centro sociale milanese e durante lo sgombero di uno stabile a Saronno e infine per invasione di edifici. Quattro in totale. È inoltre stata segnalata all’autorità giudiziaria in altre 29 occasioni. Ma a proposito di querele per diffamazione minacciate dal padre di Ilaria, Salvini non è l’unico finito nel mirino. Roberto Salis ha detto di voler querelare anche il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, e Giuseppe Brindisi, conduttore della trasmissione Diario del giorno, andata in onda nella serata di mercoledì 31 gennaio su Rete 4, accusati di aver teso «un ignobile attacco e un’imboscata». Il direttore di News Mediaset, Andrea Pucci, è immediatamente intervenuto con un comunicato: «Come i telespettatori hanno potuto constatare, nessun attacco e tantomeno un’imboscata è stata tesa al padre della detenuta in Ungheria, che a Diario del giorno ha potuto liberamente esprimere le proprie opinioni e perorare la causa di sua figlia in una lunga intervista».Intanto, mentre la sinistra è impegnata a rispondere a Salvini e cavalcare la polemica con il padre di Ilaria, Giorgia Meloni sta intensificando i contatti con Viktor Orbán, affinché le condizioni di detenzione della Salis migliorino. «Sin dall’inizio il governo ha fornito tutta l’assistenza possibile», ha detto il premier italiano a margine del Consiglio Ue, «anche in Ungheria c’è l’autonomia dei giudici e i governi non entrano nei processi, ma ho chiesto a Orbán che venga riservato un trattamento di dignità. Né io né Orbán possiamo entrare nel giudizio che compete la magistratura; posso solo sperare che Ilaria Salis sia in grado di dimostrare la sua innocenza in un processo veloce». Il premier ungherese ha fatto sapere che si muoverà per «garantire alla detenuta un trattamento equo» e che «Ilaria ha potuto fare delle telefonate e non è stata isolata dal mondo». Questo dopo che ieri sono state pubblicate alcune pagine del memoriale scritto da Ilaria in carcere: «Sono stata trattata come una bestia al guinzaglio. Da tre mesi sono tormentata dalle punture delle cimici nel letto».
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Dem e stampa hanno sempre ignorato i guai dei connazionali detenuti all’estero, da Chico Forti ai marò: oggi sono quasi 2.000.Giorgia Meloni: «Io e Orbán non interferiamo. Le manette si usano pure altrove». Il padre di Ilaria querela Matteo Salvini. Lo speciale contiene due articoli.«L’Italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia», diceva Ennio Flaiano nel secolo scorso. E le sue parole ben si addicono alle polemiche di queste ore tra destra e sinistra per il caso di Ilaria Salis, la donna in carcere in Ungheria in attesa di giudizio, accusata di aver malmenato due neonazisti che non l’hanno denunciata: rischia fino a 24 anni di detenzione secondo la legge ungherese. Il Partito democratico è corso a presentare un’interrogazione per violazione dei diritti umani. Si mobilitano le piazze e non si parla d’altro: l’accusa è che la diplomazia italiana di non abbia fatto abbastanza per liberare l’attivista. Ma il centrosinistra, come al solito, dimostra un certo strabismo. Perché era dai tempi di Patrick Zaki, il giovane egiziano che era rinchiuso nelle carceri egiziane, che non si vedeva una tale mobilitazione politica di Pd e giornali di area. Peccato che, come al solito, dem e compagni si smuovano solo in casi particolari, per personaggi vicini alla loro area ideologica, mentre continuano a tacere su molti altri, spesso su italiani detenuti ingiustamente in altri Paesi, alcuni senza aver nemmeno affrontato un processo.Nell’annuario del ministero degli Affari esteri del 2023, si calcola che ci siano almeno 1.924 italiani detenuti all’estero (600 in Germania e 190 in Francia, 66 in Svizzera e 35 in Brasile) di cui quasi 783 in attesa di giudizio (193 solo in Germania, 123 in Belgio e 48 in Australia) molti nelle Americhe ma anche nell’Africa subsahariana. In alcuni casi non è neppure noto a che punto sia il processo o il procedimento che pende su di loro. Sono pochissimi quelli in attesa di estradizione, appena 40, mentre i condannati sono 1.100. Con tutta probabilità, questi ultimi non potranno mai scontare la loro pena in Italia. Non c’è alcuna speranza. Anche perché non ci sono politici o mobilitazioni in loro aiuto. Succede adesso, ma è accaduto anche in passato. Che differenza c’è, per esempio, tra la situazione di Ilaria Salis e quella dell’imprenditore Andrea Costantino? La prima ha ricevuto accuse ben precise ed è in attesa di giudizio in carcere da più di un anno (è stata anche ripresa dalle telecamere in aula durante un’udienza), il secondo fu imprigionato nelle terribili carceri di Abu Dhabi per quasi due anni senza sapere che cosa gli venisse contestato. Durante il primo anno non gli era stato neppure permesso di parlare con un avvocato. Torturato, dimagrito più di 30 chili, costretto a picchiarsi in prigione con altri detenuti tra i topi e la sporcizia, era stato messo sotto indagine per la vendita di gasolio in Yemen. Si trattava di un’accusa totalmente strumentale, funzionale però a sequestrargli il conto e tutto il suo patrimonio. Costantino faceva l’imprenditore, non aveva commesso alcun reato, ma in Italia nessuno aveva mosso un dito in suo favore. La sinistra lo ha sempre snobbato. Anzi, durante il governo giallorosso di Giuseppe Conte, l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, era riuscito a peggiorare ulteriormente la sua situazione, bloccando l’esportazione di armi negli Emirati e creando così una crisi diplomatica senza precedenti. Costantino è tornato in Italia nel 2022 grazie al governo di Giorgia Meloni e alla costante mobilitazione dell’attuale ministro dei Trasporti, Matto Salvini. Del resto, questo stesso governo è stato anche l’unico capace di liberare Zaki, altra icona della sinistra per cui il Pd e giornali come Repubblica si sono battuti per anni. Ma per lui, i loro governi avevano fatto molto poco. Impossibile dimenticare la storia i due fucilieri di marina (i marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, impegnati in India per lavoro e sotto processo per anni. Che dire poi di Marco Zennaro, altro imprenditore rimasto quasi un anno in detenzione in Sudan. Dimenticato per mesi in Africa, accusato ingiustamente di frode, con solo pochi giornali (tra cui La Verità) a parlarne, il quarantasettenne veneziano fu liberato tra mille difficoltà diplomatiche. Anche qui, di mobilitazioni politiche da parte della sinistra non ce ne furono affatto.Ci sono poi i casi più clamorosi di Chico Forti, detenuto ingiustamente a Miami da ormai 24 anni, vicenda che Di Maio aveva assicurato di aver sbloccato quando era al governo. «Ho una bellissima notizia da darvi: Chico Forti tornerà in Italia», diceva l’ex ministro degli Esteri pentastellato il 23 dicembre 2020. Era solo propaganda. Nel 2020, dopo la liberazione della cooperante Silvia Romano, sempre Di Maio amava spesso ripetere di come l’Italia non lasciasse indietro nessuno. Peccato che proprio in quei mesi, nel Qatar dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani (grande amico del nostro Paese e di Di Maio stesso), ci fossero altri italiani in gravi difficoltà. Come Ferruccio Cerruti, ex ufficiale della Marina militare italiana, congedato dopo la Guerra del Golfo nel 1995, impegnato in quei mesi con la sua azienda a realizzare la metropolitana di Doha. Anche lui imprenditore, era finito in un gioco di ricatti da parte degli sceicchi che lo hanno portato a perdere 10 milioni di euro. Un suo dipendente di azienda che doveva operarsi con urgenza in Italia venne persino bloccato all’aeroporto. A lui avevano ritirato il passaporto; così, era rimasto sequestrato per un anno a Doha. Grazie al suo passato da militare ha provato prima a fuggire a nuoto, senza successo, poi con un kayak che in 7 ore gli aveva permesso di arrivare in Bahrein e, da lì, in Italia. La sua storia è forse tra le più incredibili di quelle degli italiani ingiustamente trattenuti all’estero. E su cui nessuna voce politica si è mai alzata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salis-eroina-dichi-snobbava-italiani-2667151501.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-curriculum-della-maestra-4-condanne-29-denunce" data-post-id="2667151501" data-published-at="1706863189" data-use-pagination="False"> Il curriculum della maestra: 4 condanne, 29 denunce Da caso giudiziario a politico il passo è breve. La vicenda di Ilaria Salis si sta trasformando sempre più da battaglia per ottenere che la trentanovenne milanese detenuta in Ungheria riceva un trattamento umanitario, consono a quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a bagarre dialettica e strumento utilizzato dalle opposizioni per sollevare polemiche e attaccare la maggioranza. Nelle ultime 48 ore, gran parte dell’attenzione mediatica si è riversata su una diatriba nata tra Matteo Salvini e Roberto Salis, il padre dell’insegnante arrestata a febbraio dell’anno scorso con l’accusa di lesioni aggravate in seguito a una presunta aggressione a due militanti di estrema destra. Una diatriba che nasce dalle dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente del Consiglio: «Contiamo su un processo giusto e veloce sperando nella sua innocenza. Ma se fosse dichiarata colpevole, sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare italiana. Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa e in Italia a picchiare e sputare alla gente?». Parole che, per onor di cronaca, vanno integrate con la premessa fatta dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: «È inaccettabile il fatto che Ilaria vada in tribunale incatenata. È fondamentale chiedere condizioni di detenzione umane e civili rispettose». Il padre di Ilaria ha risposto, dapprima definendo l’uscita di Salvini fuori luogo, poi manifestando l’intenzione di querelare il leader della Lega per diffamazione, dopo che lo stesso Salvini avrebbe accusato la Salis di un suo presunto coinvolgimento in un assalto a un chiosco della Lega a Monza del 18 febbraio 2017. Dal canto suo, il leader del Carroccio va dritto per la sua strada e, a tal proposito, la Lega ieri si è espressa con una nota: «Prendiamo atto con curiosità della scelta del padre di Ilaria Salis di querelare Matteo Salvini. La Lega, invece, rinnova l’impegno affinché i diritti della donna detenuta in Ungheria siano tutelati. E aggiunge l’auspicio che Ilaria venga assolta rapidamente da tutte le accuse, a differenza di quanto è avvenuto in altra vicenda chiusasi con sentenza di condanna confermata in Cassazione il 3 luglio 2023 per concorso morale nella resistenza a pubblico ufficiale. Certo, resta sempre la domanda: è normale che una educatrice venga fermata in una capitale europea con un manganello?». Lo scontro verbale tra il padre di Ilaria e Salvini è poi proseguito con il capo della Lega che ha detto che «se suo figlio facesse quello che fa Ilaria, di certo non sarebbe contento», e il genitore della trentanovenne detenuta a Budapest che ha replicato «augurando al figlio di Salvini di avere valori etici pari a un decimo di quelli di sua figlia». A quanto pare, però, la maestra milanese che per le forze di polizia sarebbe un’attivista di spicco dell’area anarchica lombarda, esponente del centro sociale meneghino Cuore in gola, non sarebbe nuova a guai giudiziari. Oltre all’episodio del 2017, ha riportato condanne (passate in giudicato) per accensioni ed esplosioni pericolose (avrebbe lanciato fumogeni e petardi all’interno del perimetro della struttura carceraria di Milano), per resistenza a pubblico ufficiale durante lo sgombero di attivisti anarchici da un centro sociale milanese e durante lo sgombero di uno stabile a Saronno e infine per invasione di edifici. Quattro in totale. È inoltre stata segnalata all’autorità giudiziaria in altre 29 occasioni. Ma a proposito di querele per diffamazione minacciate dal padre di Ilaria, Salvini non è l’unico finito nel mirino. Roberto Salis ha detto di voler querelare anche il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, e Giuseppe Brindisi, conduttore della trasmissione Diario del giorno, andata in onda nella serata di mercoledì 31 gennaio su Rete 4, accusati di aver teso «un ignobile attacco e un’imboscata». Il direttore di News Mediaset, Andrea Pucci, è immediatamente intervenuto con un comunicato: «Come i telespettatori hanno potuto constatare, nessun attacco e tantomeno un’imboscata è stata tesa al padre della detenuta in Ungheria, che a Diario del giorno ha potuto liberamente esprimere le proprie opinioni e perorare la causa di sua figlia in una lunga intervista».Intanto, mentre la sinistra è impegnata a rispondere a Salvini e cavalcare la polemica con il padre di Ilaria, Giorgia Meloni sta intensificando i contatti con Viktor Orbán, affinché le condizioni di detenzione della Salis migliorino. «Sin dall’inizio il governo ha fornito tutta l’assistenza possibile», ha detto il premier italiano a margine del Consiglio Ue, «anche in Ungheria c’è l’autonomia dei giudici e i governi non entrano nei processi, ma ho chiesto a Orbán che venga riservato un trattamento di dignità. Né io né Orbán possiamo entrare nel giudizio che compete la magistratura; posso solo sperare che Ilaria Salis sia in grado di dimostrare la sua innocenza in un processo veloce». Il premier ungherese ha fatto sapere che si muoverà per «garantire alla detenuta un trattamento equo» e che «Ilaria ha potuto fare delle telefonate e non è stata isolata dal mondo». Questo dopo che ieri sono state pubblicate alcune pagine del memoriale scritto da Ilaria in carcere: «Sono stata trattata come una bestia al guinzaglio. Da tre mesi sono tormentata dalle punture delle cimici nel letto».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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