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2024-02-02
Ora la Salis è l’eroina di chi prima snobbava gli italiani in catene
Ilaria Salis (Ansa)
«L’Italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia», diceva Ennio Flaiano nel secolo scorso. E le sue parole ben si addicono alle polemiche di queste ore tra destra e sinistra per il caso di Ilaria Salis, la donna in carcere in Ungheria in attesa di giudizio, accusata di aver malmenato due neonazisti che non l’hanno denunciata: rischia fino a 24 anni di detenzione secondo la legge ungherese.
Il Partito democratico è corso a presentare un’interrogazione per violazione dei diritti umani. Si mobilitano le piazze e non si parla d’altro: l’accusa è che la diplomazia italiana di non abbia fatto abbastanza per liberare l’attivista. Ma il centrosinistra, come al solito, dimostra un certo strabismo. Perché era dai tempi di Patrick Zaki, il giovane egiziano che era rinchiuso nelle carceri egiziane, che non si vedeva una tale mobilitazione politica di Pd e giornali di area. Peccato che, come al solito, dem e compagni si smuovano solo in casi particolari, per personaggi vicini alla loro area ideologica, mentre continuano a tacere su molti altri, spesso su italiani detenuti ingiustamente in altri Paesi, alcuni senza aver nemmeno affrontato un processo.
Nell’annuario del ministero degli Affari esteri del 2023, si calcola che ci siano almeno 1.924 italiani detenuti all’estero (600 in Germania e 190 in Francia, 66 in Svizzera e 35 in Brasile) di cui quasi 783 in attesa di giudizio (193 solo in Germania, 123 in Belgio e 48 in Australia) molti nelle Americhe ma anche nell’Africa subsahariana. In alcuni casi non è neppure noto a che punto sia il processo o il procedimento che pende su di loro. Sono pochissimi quelli in attesa di estradizione, appena 40, mentre i condannati sono 1.100. Con tutta probabilità, questi ultimi non potranno mai scontare la loro pena in Italia. Non c’è alcuna speranza. Anche perché non ci sono politici o mobilitazioni in loro aiuto. Succede adesso, ma è accaduto anche in passato.
Che differenza c’è, per esempio, tra la situazione di Ilaria Salis e quella dell’imprenditore Andrea Costantino? La prima ha ricevuto accuse ben precise ed è in attesa di giudizio in carcere da più di un anno (è stata anche ripresa dalle telecamere in aula durante un’udienza), il secondo fu imprigionato nelle terribili carceri di Abu Dhabi per quasi due anni senza sapere che cosa gli venisse contestato. Durante il primo anno non gli era stato neppure permesso di parlare con un avvocato. Torturato, dimagrito più di 30 chili, costretto a picchiarsi in prigione con altri detenuti tra i topi e la sporcizia, era stato messo sotto indagine per la vendita di gasolio in Yemen. Si trattava di un’accusa totalmente strumentale, funzionale però a sequestrargli il conto e tutto il suo patrimonio. Costantino faceva l’imprenditore, non aveva commesso alcun reato, ma in Italia nessuno aveva mosso un dito in suo favore. La sinistra lo ha sempre snobbato. Anzi, durante il governo giallorosso di Giuseppe Conte, l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, era riuscito a peggiorare ulteriormente la sua situazione, bloccando l’esportazione di armi negli Emirati e creando così una crisi diplomatica senza precedenti. Costantino è tornato in Italia nel 2022 grazie al governo di Giorgia Meloni e alla costante mobilitazione dell’attuale ministro dei Trasporti, Matto Salvini. Del resto, questo stesso governo è stato anche l’unico capace di liberare Zaki, altra icona della sinistra per cui il Pd e giornali come Repubblica si sono battuti per anni. Ma per lui, i loro governi avevano fatto molto poco.
Impossibile dimenticare la storia i due fucilieri di marina (i marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, impegnati in India per lavoro e sotto processo per anni. Che dire poi di Marco Zennaro, altro imprenditore rimasto quasi un anno in detenzione in Sudan. Dimenticato per mesi in Africa, accusato ingiustamente di frode, con solo pochi giornali (tra cui La Verità) a parlarne, il quarantasettenne veneziano fu liberato tra mille difficoltà diplomatiche. Anche qui, di mobilitazioni politiche da parte della sinistra non ce ne furono affatto.
Ci sono poi i casi più clamorosi di Chico Forti, detenuto ingiustamente a Miami da ormai 24 anni, vicenda che Di Maio aveva assicurato di aver sbloccato quando era al governo. «Ho una bellissima notizia da darvi: Chico Forti tornerà in Italia», diceva l’ex ministro degli Esteri pentastellato il 23 dicembre 2020. Era solo propaganda. Nel 2020, dopo la liberazione della cooperante Silvia Romano, sempre Di Maio amava spesso ripetere di come l’Italia non lasciasse indietro nessuno. Peccato che proprio in quei mesi, nel Qatar dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani (grande amico del nostro Paese e di Di Maio stesso), ci fossero altri italiani in gravi difficoltà. Come Ferruccio Cerruti, ex ufficiale della Marina militare italiana, congedato dopo la Guerra del Golfo nel 1995, impegnato in quei mesi con la sua azienda a realizzare la metropolitana di Doha. Anche lui imprenditore, era finito in un gioco di ricatti da parte degli sceicchi che lo hanno portato a perdere 10 milioni di euro. Un suo dipendente di azienda che doveva operarsi con urgenza in Italia venne persino bloccato all’aeroporto. A lui avevano ritirato il passaporto; così, era rimasto sequestrato per un anno a Doha. Grazie al suo passato da militare ha provato prima a fuggire a nuoto, senza successo, poi con un kayak che in 7 ore gli aveva permesso di arrivare in Bahrein e, da lì, in Italia. La sua storia è forse tra le più incredibili di quelle degli italiani ingiustamente trattenuti all’estero. E su cui nessuna voce politica si è mai alzata.
Il curriculum della maestra: 4 condanne, 29 denunce
Da caso giudiziario a politico il passo è breve. La vicenda di Ilaria Salis si sta trasformando sempre più da battaglia per ottenere che la trentanovenne milanese detenuta in Ungheria riceva un trattamento umanitario, consono a quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a bagarre dialettica e strumento utilizzato dalle opposizioni per sollevare polemiche e attaccare la maggioranza. Nelle ultime 48 ore, gran parte dell’attenzione mediatica si è riversata su una diatriba nata tra Matteo Salvini e Roberto Salis, il padre dell’insegnante arrestata a febbraio dell’anno scorso con l’accusa di lesioni aggravate in seguito a una presunta aggressione a due militanti di estrema destra. Una diatriba che nasce dalle dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente del Consiglio: «Contiamo su un processo giusto e veloce sperando nella sua innocenza. Ma se fosse dichiarata colpevole, sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare italiana. Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa e in Italia a picchiare e sputare alla gente?». Parole che, per onor di cronaca, vanno integrate con la premessa fatta dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: «È inaccettabile il fatto che Ilaria vada in tribunale incatenata. È fondamentale chiedere condizioni di detenzione umane e civili rispettose». Il padre di Ilaria ha risposto, dapprima definendo l’uscita di Salvini fuori luogo, poi manifestando l’intenzione di querelare il leader della Lega per diffamazione, dopo che lo stesso Salvini avrebbe accusato la Salis di un suo presunto coinvolgimento in un assalto a un chiosco della Lega a Monza del 18 febbraio 2017. Dal canto suo, il leader del Carroccio va dritto per la sua strada e, a tal proposito, la Lega ieri si è espressa con una nota: «Prendiamo atto con curiosità della scelta del padre di Ilaria Salis di querelare Matteo Salvini. La Lega, invece, rinnova l’impegno affinché i diritti della donna detenuta in Ungheria siano tutelati. E aggiunge l’auspicio che Ilaria venga assolta rapidamente da tutte le accuse, a differenza di quanto è avvenuto in altra vicenda chiusasi con sentenza di condanna confermata in Cassazione il 3 luglio 2023 per concorso morale nella resistenza a pubblico ufficiale. Certo, resta sempre la domanda: è normale che una educatrice venga fermata in una capitale europea con un manganello?». Lo scontro verbale tra il padre di Ilaria e Salvini è poi proseguito con il capo della Lega che ha detto che «se suo figlio facesse quello che fa Ilaria, di certo non sarebbe contento», e il genitore della trentanovenne detenuta a Budapest che ha replicato «augurando al figlio di Salvini di avere valori etici pari a un decimo di quelli di sua figlia». A quanto pare, però, la maestra milanese che per le forze di polizia sarebbe un’attivista di spicco dell’area anarchica lombarda, esponente del centro sociale meneghino Cuore in gola, non sarebbe nuova a guai giudiziari. Oltre all’episodio del 2017, ha riportato condanne (passate in giudicato) per accensioni ed esplosioni pericolose (avrebbe lanciato fumogeni e petardi all’interno del perimetro della struttura carceraria di Milano), per resistenza a pubblico ufficiale durante lo sgombero di attivisti anarchici da un centro sociale milanese e durante lo sgombero di uno stabile a Saronno e infine per invasione di edifici. Quattro in totale. È inoltre stata segnalata all’autorità giudiziaria in altre 29 occasioni. Ma a proposito di querele per diffamazione minacciate dal padre di Ilaria, Salvini non è l’unico finito nel mirino. Roberto Salis ha detto di voler querelare anche il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, e Giuseppe Brindisi, conduttore della trasmissione Diario del giorno, andata in onda nella serata di mercoledì 31 gennaio su Rete 4, accusati di aver teso «un ignobile attacco e un’imboscata». Il direttore di News Mediaset, Andrea Pucci, è immediatamente intervenuto con un comunicato: «Come i telespettatori hanno potuto constatare, nessun attacco e tantomeno un’imboscata è stata tesa al padre della detenuta in Ungheria, che a Diario del giorno ha potuto liberamente esprimere le proprie opinioni e perorare la causa di sua figlia in una lunga intervista».Intanto, mentre la sinistra è impegnata a rispondere a Salvini e cavalcare la polemica con il padre di Ilaria, Giorgia Meloni sta intensificando i contatti con Viktor Orbán, affinché le condizioni di detenzione della Salis migliorino. «Sin dall’inizio il governo ha fornito tutta l’assistenza possibile», ha detto il premier italiano a margine del Consiglio Ue, «anche in Ungheria c’è l’autonomia dei giudici e i governi non entrano nei processi, ma ho chiesto a Orbán che venga riservato un trattamento di dignità. Né io né Orbán possiamo entrare nel giudizio che compete la magistratura; posso solo sperare che Ilaria Salis sia in grado di dimostrare la sua innocenza in un processo veloce». Il premier ungherese ha fatto sapere che si muoverà per «garantire alla detenuta un trattamento equo» e che «Ilaria ha potuto fare delle telefonate e non è stata isolata dal mondo». Questo dopo che ieri sono state pubblicate alcune pagine del memoriale scritto da Ilaria in carcere: «Sono stata trattata come una bestia al guinzaglio. Da tre mesi sono tormentata dalle punture delle cimici nel letto».
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Dem e stampa hanno sempre ignorato i guai dei connazionali detenuti all’estero, da Chico Forti ai marò: oggi sono quasi 2.000.Giorgia Meloni: «Io e Orbán non interferiamo. Le manette si usano pure altrove». Il padre di Ilaria querela Matteo Salvini. Lo speciale contiene due articoli.«L’Italiano è mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia», diceva Ennio Flaiano nel secolo scorso. E le sue parole ben si addicono alle polemiche di queste ore tra destra e sinistra per il caso di Ilaria Salis, la donna in carcere in Ungheria in attesa di giudizio, accusata di aver malmenato due neonazisti che non l’hanno denunciata: rischia fino a 24 anni di detenzione secondo la legge ungherese. Il Partito democratico è corso a presentare un’interrogazione per violazione dei diritti umani. Si mobilitano le piazze e non si parla d’altro: l’accusa è che la diplomazia italiana di non abbia fatto abbastanza per liberare l’attivista. Ma il centrosinistra, come al solito, dimostra un certo strabismo. Perché era dai tempi di Patrick Zaki, il giovane egiziano che era rinchiuso nelle carceri egiziane, che non si vedeva una tale mobilitazione politica di Pd e giornali di area. Peccato che, come al solito, dem e compagni si smuovano solo in casi particolari, per personaggi vicini alla loro area ideologica, mentre continuano a tacere su molti altri, spesso su italiani detenuti ingiustamente in altri Paesi, alcuni senza aver nemmeno affrontato un processo.Nell’annuario del ministero degli Affari esteri del 2023, si calcola che ci siano almeno 1.924 italiani detenuti all’estero (600 in Germania e 190 in Francia, 66 in Svizzera e 35 in Brasile) di cui quasi 783 in attesa di giudizio (193 solo in Germania, 123 in Belgio e 48 in Australia) molti nelle Americhe ma anche nell’Africa subsahariana. In alcuni casi non è neppure noto a che punto sia il processo o il procedimento che pende su di loro. Sono pochissimi quelli in attesa di estradizione, appena 40, mentre i condannati sono 1.100. Con tutta probabilità, questi ultimi non potranno mai scontare la loro pena in Italia. Non c’è alcuna speranza. Anche perché non ci sono politici o mobilitazioni in loro aiuto. Succede adesso, ma è accaduto anche in passato. Che differenza c’è, per esempio, tra la situazione di Ilaria Salis e quella dell’imprenditore Andrea Costantino? La prima ha ricevuto accuse ben precise ed è in attesa di giudizio in carcere da più di un anno (è stata anche ripresa dalle telecamere in aula durante un’udienza), il secondo fu imprigionato nelle terribili carceri di Abu Dhabi per quasi due anni senza sapere che cosa gli venisse contestato. Durante il primo anno non gli era stato neppure permesso di parlare con un avvocato. Torturato, dimagrito più di 30 chili, costretto a picchiarsi in prigione con altri detenuti tra i topi e la sporcizia, era stato messo sotto indagine per la vendita di gasolio in Yemen. Si trattava di un’accusa totalmente strumentale, funzionale però a sequestrargli il conto e tutto il suo patrimonio. Costantino faceva l’imprenditore, non aveva commesso alcun reato, ma in Italia nessuno aveva mosso un dito in suo favore. La sinistra lo ha sempre snobbato. Anzi, durante il governo giallorosso di Giuseppe Conte, l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, era riuscito a peggiorare ulteriormente la sua situazione, bloccando l’esportazione di armi negli Emirati e creando così una crisi diplomatica senza precedenti. Costantino è tornato in Italia nel 2022 grazie al governo di Giorgia Meloni e alla costante mobilitazione dell’attuale ministro dei Trasporti, Matto Salvini. Del resto, questo stesso governo è stato anche l’unico capace di liberare Zaki, altra icona della sinistra per cui il Pd e giornali come Repubblica si sono battuti per anni. Ma per lui, i loro governi avevano fatto molto poco. Impossibile dimenticare la storia i due fucilieri di marina (i marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, impegnati in India per lavoro e sotto processo per anni. Che dire poi di Marco Zennaro, altro imprenditore rimasto quasi un anno in detenzione in Sudan. Dimenticato per mesi in Africa, accusato ingiustamente di frode, con solo pochi giornali (tra cui La Verità) a parlarne, il quarantasettenne veneziano fu liberato tra mille difficoltà diplomatiche. Anche qui, di mobilitazioni politiche da parte della sinistra non ce ne furono affatto.Ci sono poi i casi più clamorosi di Chico Forti, detenuto ingiustamente a Miami da ormai 24 anni, vicenda che Di Maio aveva assicurato di aver sbloccato quando era al governo. «Ho una bellissima notizia da darvi: Chico Forti tornerà in Italia», diceva l’ex ministro degli Esteri pentastellato il 23 dicembre 2020. Era solo propaganda. Nel 2020, dopo la liberazione della cooperante Silvia Romano, sempre Di Maio amava spesso ripetere di come l’Italia non lasciasse indietro nessuno. Peccato che proprio in quei mesi, nel Qatar dell’emiro Tamim bin Hamad Al Thani (grande amico del nostro Paese e di Di Maio stesso), ci fossero altri italiani in gravi difficoltà. Come Ferruccio Cerruti, ex ufficiale della Marina militare italiana, congedato dopo la Guerra del Golfo nel 1995, impegnato in quei mesi con la sua azienda a realizzare la metropolitana di Doha. Anche lui imprenditore, era finito in un gioco di ricatti da parte degli sceicchi che lo hanno portato a perdere 10 milioni di euro. Un suo dipendente di azienda che doveva operarsi con urgenza in Italia venne persino bloccato all’aeroporto. A lui avevano ritirato il passaporto; così, era rimasto sequestrato per un anno a Doha. Grazie al suo passato da militare ha provato prima a fuggire a nuoto, senza successo, poi con un kayak che in 7 ore gli aveva permesso di arrivare in Bahrein e, da lì, in Italia. La sua storia è forse tra le più incredibili di quelle degli italiani ingiustamente trattenuti all’estero. E su cui nessuna voce politica si è mai alzata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salis-eroina-dichi-snobbava-italiani-2667151501.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-curriculum-della-maestra-4-condanne-29-denunce" data-post-id="2667151501" data-published-at="1706863189" data-use-pagination="False"> Il curriculum della maestra: 4 condanne, 29 denunce Da caso giudiziario a politico il passo è breve. La vicenda di Ilaria Salis si sta trasformando sempre più da battaglia per ottenere che la trentanovenne milanese detenuta in Ungheria riceva un trattamento umanitario, consono a quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a bagarre dialettica e strumento utilizzato dalle opposizioni per sollevare polemiche e attaccare la maggioranza. Nelle ultime 48 ore, gran parte dell’attenzione mediatica si è riversata su una diatriba nata tra Matteo Salvini e Roberto Salis, il padre dell’insegnante arrestata a febbraio dell’anno scorso con l’accusa di lesioni aggravate in seguito a una presunta aggressione a due militanti di estrema destra. Una diatriba che nasce dalle dichiarazioni rilasciate dal vicepresidente del Consiglio: «Contiamo su un processo giusto e veloce sperando nella sua innocenza. Ma se fosse dichiarata colpevole, sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare italiana. Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa e in Italia a picchiare e sputare alla gente?». Parole che, per onor di cronaca, vanno integrate con la premessa fatta dal ministro delle Infrastrutture e dei trasporti: «È inaccettabile il fatto che Ilaria vada in tribunale incatenata. È fondamentale chiedere condizioni di detenzione umane e civili rispettose». Il padre di Ilaria ha risposto, dapprima definendo l’uscita di Salvini fuori luogo, poi manifestando l’intenzione di querelare il leader della Lega per diffamazione, dopo che lo stesso Salvini avrebbe accusato la Salis di un suo presunto coinvolgimento in un assalto a un chiosco della Lega a Monza del 18 febbraio 2017. Dal canto suo, il leader del Carroccio va dritto per la sua strada e, a tal proposito, la Lega ieri si è espressa con una nota: «Prendiamo atto con curiosità della scelta del padre di Ilaria Salis di querelare Matteo Salvini. La Lega, invece, rinnova l’impegno affinché i diritti della donna detenuta in Ungheria siano tutelati. E aggiunge l’auspicio che Ilaria venga assolta rapidamente da tutte le accuse, a differenza di quanto è avvenuto in altra vicenda chiusasi con sentenza di condanna confermata in Cassazione il 3 luglio 2023 per concorso morale nella resistenza a pubblico ufficiale. Certo, resta sempre la domanda: è normale che una educatrice venga fermata in una capitale europea con un manganello?». Lo scontro verbale tra il padre di Ilaria e Salvini è poi proseguito con il capo della Lega che ha detto che «se suo figlio facesse quello che fa Ilaria, di certo non sarebbe contento», e il genitore della trentanovenne detenuta a Budapest che ha replicato «augurando al figlio di Salvini di avere valori etici pari a un decimo di quelli di sua figlia». A quanto pare, però, la maestra milanese che per le forze di polizia sarebbe un’attivista di spicco dell’area anarchica lombarda, esponente del centro sociale meneghino Cuore in gola, non sarebbe nuova a guai giudiziari. Oltre all’episodio del 2017, ha riportato condanne (passate in giudicato) per accensioni ed esplosioni pericolose (avrebbe lanciato fumogeni e petardi all’interno del perimetro della struttura carceraria di Milano), per resistenza a pubblico ufficiale durante lo sgombero di attivisti anarchici da un centro sociale milanese e durante lo sgombero di uno stabile a Saronno e infine per invasione di edifici. Quattro in totale. È inoltre stata segnalata all’autorità giudiziaria in altre 29 occasioni. Ma a proposito di querele per diffamazione minacciate dal padre di Ilaria, Salvini non è l’unico finito nel mirino. Roberto Salis ha detto di voler querelare anche il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, e Giuseppe Brindisi, conduttore della trasmissione Diario del giorno, andata in onda nella serata di mercoledì 31 gennaio su Rete 4, accusati di aver teso «un ignobile attacco e un’imboscata». Il direttore di News Mediaset, Andrea Pucci, è immediatamente intervenuto con un comunicato: «Come i telespettatori hanno potuto constatare, nessun attacco e tantomeno un’imboscata è stata tesa al padre della detenuta in Ungheria, che a Diario del giorno ha potuto liberamente esprimere le proprie opinioni e perorare la causa di sua figlia in una lunga intervista».Intanto, mentre la sinistra è impegnata a rispondere a Salvini e cavalcare la polemica con il padre di Ilaria, Giorgia Meloni sta intensificando i contatti con Viktor Orbán, affinché le condizioni di detenzione della Salis migliorino. «Sin dall’inizio il governo ha fornito tutta l’assistenza possibile», ha detto il premier italiano a margine del Consiglio Ue, «anche in Ungheria c’è l’autonomia dei giudici e i governi non entrano nei processi, ma ho chiesto a Orbán che venga riservato un trattamento di dignità. Né io né Orbán possiamo entrare nel giudizio che compete la magistratura; posso solo sperare che Ilaria Salis sia in grado di dimostrare la sua innocenza in un processo veloce». Il premier ungherese ha fatto sapere che si muoverà per «garantire alla detenuta un trattamento equo» e che «Ilaria ha potuto fare delle telefonate e non è stata isolata dal mondo». Questo dopo che ieri sono state pubblicate alcune pagine del memoriale scritto da Ilaria in carcere: «Sono stata trattata come una bestia al guinzaglio. Da tre mesi sono tormentata dalle punture delle cimici nel letto».
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
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«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
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