Mancano ricette per fermare il ballo dei mercati. Lo spread con i Btp a meno di 10 punti.

Un tempo si diceva che l’Ue fosse a trazione francese e tedesca. Difficile dirlo oggi, con la l’Eliseo che si trova ad affrontare una delle sue maggiori crisi di finanza pubblica degli ultimi anni con un deficit fuori controllo e un debito pubblico al 114% del Pil. Senza considerare il rischio concreto che lo spread prenda l’ascensore verso l’alto rendendo un macigno gli interessi da pagare sul debito. Ieri il differenziale tra gli Oat francesi e i bund tedeschi si è fermato a 76,59 con un andamento in salita. In Italia il divario tra i titoli tedeschi e quelli italiani ieri si è fermato a 85,7, ma la traiettoria è discendente.

Insomma, Parigi si deve abituare a dire addio alla sua consueta stabilità politica per avvicinarsi sempre più all’immagine di quella povera Italia di circa 15 anni fa con lo spread alle stelle e una pesantissima instabilità finanziaria. Ma, a volte, le porte dei mercati girano e oggi la situazione sembra essere ribaltata. Del resto, il primo a fotografare questa situazione è lo stesso primo ministro François Bayrou che spiega come la Francia non abbia un bilancio in pareggio da 51 anni con un debito che è arrivato a 3415 miliardi. «Ogni anno la Francia, produce debito per un totale di 50 miliardi di euro circa. A fronte di questi 50 miliardi, nel 2020 le annualità che dovevamo versare rappresentavano circa 30 miliardi all’anno. Nel 2024 erano salite a 60 miliardi, quest’anno a 67 miliardi. E alla fine del decennio, secondo la Corte dei Conti, a 107 miliardi», ha detto il primo ministro francese.

D’altronde, dopo aver anche superato il limite del 6% del Pil, il deficit di bilancio della Francia oggi viaggia tra il 5,8% e il 6% del Prodotto interno lordo.

Anche la tradizionale manifattura francese sta perdendo colpi. La produttività francese, un tempo punto di forza, oggi mostra segnali di stagnazione: nel 2023 è scesa dello 0,13%, dopo un lieve +0,16% nel 2022. Secondo la Banque de France resta ancora inferiore dell’8,5% rispetto al percorso previsto prima della pandemia. A incidere sono soprattutto l’aumento degli apprendisti, la crescita dell’occupazione non qualificata e alcuni effetti temporanei legati alla crisi sanitaria. Del resto, l’occupazione francese non decolla. Secondo l’Istituto di Statistica francese, nel trimestre l’occupazione dipendente è cresciuta solo lievemente (+0,2%, pari a 51.900 posti netti), dopo la sostanziale stabilità registrata nei tre mesi precedenti (-0,1%, ossia -18.800 posti). Stesso ritornello su base annua, con l’occupazione rimasta stabile (-4.500 posti).

Così, la crisi politica e finanziaria mette sotto pressione i rating creditizi della Francia. Fitch, Moody’s e S&P potrebbero procedere a un declassamento nei prossimi mesi, con Fitch attesa alla revisione del 12 settembre 2025. Un downgrade aumenterebbe il rischio percepito dagli investitori e potrebbe innescare vendite forzate di titoli. Il Fondo Monetario Internazionale, intanto, invita Parigi a varare una strategia fiscale credibile, che preveda una riduzione del deficit pari all’1,1% del PIL nel 2026 e allo 0,9% per ciascuno degli anni successivi.

Non facile, oggi, con l’indice borsistico Cac 40 che negli ultimi sei mesi ha ceduto il 3,89%. La speranza è insomma che il piano di risparmi da 44 miliardi pensato dal premier Bayrou per tagliare debito pubblico e deficit funzioni. La Francia si trova quindi davanti a un bivio storico: da un lato un debito sempre più ingombrante, una produttività in stallo e una crescita occupazionale fiacca, dall’altro la necessità di rassicurare mercati e agenzie di rating con una politica fiscale rigorosa e credibile. Il piano di risparmi potrebbe essere un primo segnale, ma resta da capire se sarà sufficiente a invertire una rotta che rischia di erodere definitivamente quel ruolo di locomotiva europea che Parigi, insieme a Berlino, ha incarnato per decenni.

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