
La seconda seduta di colloqui tra Mosca e Kiev si farà. Lo ha confermato il capo della diplomazia russa, Sergej Lavrov, secondo il quale i lavori sul memorandum hanno «raggiunto uno stadio avanzato» e un documento verrà presto consegnato all’Ucraina, «una volta ultimato lo scambio di prigionieri» concordato a Istanbul, il più grande dal 2014. Per il momento, però, il navigato ministro degli Esteri russo ha allontanato l’ipotesi di negoziati presso la Santa Sede: sarebbe «inelegante», ha detto, per due Paesi ortodossi, discutere «in una sede cattolica delle questioni relative alla eliminazione delle cause fondamentali» del conflitto, tra cui rientra anche «il percorso di distruzione della Chiesa ortodossa ucraina» da parte delle autorità di Kiev. «Penso che non sarebbe facile per lo stesso Vaticano ricevere delegazioni di due Paesi ortodossi in queste condizioni», ha concluso.
Il riferimento alle condizioni attuali potrebbe essere letto alla luce delle parole pronunciate da Giorgia Meloni giovedì: «Siamo al lavoro in queste ore con molti dei leader europei e con gli Stati Uniti per cercare di arrivare il prima possibile a dei negoziati che possano partire da un livello tecnico e poi piano piano raggiungere anche un livello politico». Il livello politico, ha aggiunto il premier, è «quello per cui io ritengo particolarmente preziosa, soprattutto, la disponibilità del Vaticano». Un Paese che potrebbe ospitare i prossimi colloqui è, invece, la Svizzera, che secondo quanto dichiarato da Andriy Yermak, capo dell’ufficio presidenziale ucraino, ha confermato la propria disponibilità. Il Cremlino, invece, ha evidenziato che ancora nessuna decisione è stata presa sulla prossima piattaforma negoziale, inclusa la sede ospitante. Il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha affermato di non avere ancora ricevuto riscontri dalle parti in causa in merito alla disponibilità data dal Santo Padre, ma l’offerta, ha sottolineato, rimane valida.
Mosca e Kiev, intanto, hanno iniziato ad attuare quanto convenuto negli ultimi colloqui di Istanbul. «È stato appena completato un importante scambio di prigionieri fra Ucraina e Russia», ha scritto Donald Trump in un post su Truth: «Sarà effettivo a breve. Congratulazioni a entrambe le parti per questo negoziato. Potrebbe portare a qualcosa di grande?». I media ucraini poi hanno spiegato che lo scambio di prigionieri, secondo il formato 1.000 per 1.000, durerà tre giorni. Ieri è stata la volta dei primi 390 per parte: 270 militari e 120 civili, compresi alcuni residenti nella regione del Kursk sequestrati dalle truppe ucraine, sono i russi rilasciati da Kiev - secondo le agenzie di Mosca - e consegnati alla Bielorussia. «Stiamo riportando a casa la nostra gente», ha scritto invece Volodymyr Zelensky su Telegram, augurandosi che gli scambi continuino oggi e domani.
Sul presidente ucraino, il cui mandato sarebbe in teoria dovuto scadere l’anno scorso, è tornato a calcare la mano il ministro Lavrov. Dal punto di vista russo, ha dichiarato, «Zelensky non ha la legittimità» per firmare un eventuale accordo di pace e, in caso ci si arrivasse, Mosca non si sentirebbe garantita. A ben vedere, non si tratta di una questione di lana caprina per prendere tempo. L’eventuale sottoscrizione da parte di Zelensky potrebbe essere usata, da un futuro presidente, per retrocedere dagli impegni presi (come per esempio non entrare nella Nato), appellandosi all’illegittimità del firmatario. Non è del tutto impossibile, d’altra parte, che questa sia addirittura una strategia deliberata di Kiev. Ma è inverosimile che la Russia, dopo essersi impegnata in un conflitto armato di tale portata, possa accettare questo rischio. In ogni caso, alla domanda se la Russia sarebbe pronta a siglare un’intesa con l’ex comico, il ministro del Cremlino ha chiesto di non mettere «il carro davanti ai buoi»: «Prima», ha spiegato, «dobbiamo avere un trattato. Poi decideremo. Ma il presidente Zelensky, come il presidente Putin ha detto ripetutamente, non ha legittimità. Questo è riconosciuto anche in Ucraina». Il russo ha anche avanzato l’ipotesi secondo cui la Costituzione ucraina indicherebbe come possibile firmatario che Mosca accetterebbe il presidente della Verkhovna Rada, il Parlamento monocamerale ucraino. L’opzione migliore, ha però ribadito, sarebbe quella di indire nuove elezioni.
Sempre sul possibile accordo, Peskov ha rimandato al ministero della Difesa la domanda sulle dimensioni della «zona cuscinetto di sicurezza» invocata da Putin giovedì. «Questo è direttamente legato all’andamento delle operazioni militari», ha evidenziato, lasciando forse intendere l’intenzione russa di conquistare ancora terreno. Intanto, dopo tre settimane dall’accordo sui minerali, Kiev e Washington hanno concluso un’altra intesa circa la creazione di un fondo per la ricostruzione dell’Ucraina. Un «simbolo dell’impegno strategico a lungo termine» degli Usa, ha scritto su X il ministro dell’economia ucraino, Yulia Svyrydenko. Ed è senz’altro vero per un presidente Usa che parla il linguaggio del business. Dall’intelligence americana è stata invece individuata una nuova minaccia proveniente da Mosca: nuovi missili aria-aria dotati di testate nucleari, probabilmente basati su una versione modernizzata dell’R-37M.






