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2023-02-07
Rushdie ritorna dopo l’attentato con una favola indiana femminista
Salman Rushdie (Ansa)
Salman Rushdie è vivo. Lo è nel senso in cui lo siamo tutti noi, dato che, fortunatamente, è sopravvissuto all’accoltellamento del 12 agosto, quando a Chautauqua, nello stato di New York, l’estremista musulmano Hadi Matar lo ha attaccato in quanto nemico dell’islam. Ha perso un occhio e non ha sensibilità in alcune dita della mano, «ma, considerando quello che è successo, non sto poi così male», ha confessato in questi giorni al New Yorker. Ma, soprattutto, Rushdie è vivo nel senso più pieno in cui può esserlo uno scrittore, ovvero attraverso la propria opera.
Oggi esce infatti La città della vittoria, il suo ultimo romanzo, edito in Italia da Mondadori. Un testo completato prima dell’accoltellamento (dal quale, psicologicamente, lo scrittore sta cercando di riprendersi: «Mi siedo per scrivere e non succede nulla», ha confessato nella medesima intervista). E certo l’uscita di un romanzo con un titolo così sfolgorante è un bel segnale contro le intolleranze di ogni genere. Dopo il ritratto di Maometto nei Versetti satanici che gli costò la fatwa da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni - che in realtà cercava solo di rubare la scena ai sunniti afghani che proprio in quei giorni cacciavano i russi atei dal loro Paese - Rushdie inizia il suo romanzo ancora con una polemica religiosa. Stavolta, tuttavia, per quanto siano bellicosi gli induisti radicali, la cosa non gli costerà una condanna a morte. All’inizio de La città della vittoria troviamo infatti una fila di donne pronte per il sati, l’antica pratica indù, oggi proibita, secondo cui, una volta morto il marito, la vedova doveva gettarsi viva sulla sua pira funeraria. Siamo nell’India del XIV secolo e la giovane Pampa Kampana assiste attonita al sacrificio della madre. In quel momento prende la decisione della sua vita: «Avrebbe riso in faccia alla morte e si sarebbe rivolta verso la vita. Non avrebbe sacrificato il proprio corpo solo per seguire nell’aldilà degli uomini morti». Si è già capito dove andremo a parare: la piccola Pampa in quel momento si fonde con la dea Parvati, acquisisce enormi poteri, una straordinaria longevità e mira a costruire una grande città chiamata Bisnaga (letteralmente la «città della vittoria», appunto), in cui le donne saranno uguali agli uomini. Rilettura fantastica dell’impero Vijayanagar, La città della vittoria è anche una risposta al libro di V. S. Naipaul, Una civiltà ferita: l’India, in cui l’invasione musulmana viene aspramente criticata con toni che sono stati fatti propri dal movimento nazionalista Hindutva e dal premier Narendra Modi. E che dire di altre suggestioni politiche, come quando nel romanzo fanno irruzione le misteriose e temibili scimmie rosa: «Dicono che le scimmie rosa non hanno quasi peli sul corpo, e che la pelle nuda è di un orribile colore pallido. Dicono che le scimmie rosa sono grosse e ostili e si muovono in grandi gruppi e vogliono impadronirsi della foresta». Non solo: «A quanto pare non ci sono scimmie femmine. È un esercito di soli maschi». Scimmie senza peli, di colore rosa, che si impadroniscono di terre altrui e hanno un branco di soli maschi: un misto di critica al colonialismo e all’«eteropatriarcato» che fa molto «intersezionale». Occhio, però: tra Rushdie e la nuova sinistra woke non corre buon sangue.
Nel 2015, dopo gli attentati di Parigi, disse sconsolato in un’intervista: «Se I versetti satanici fosse pubblicato oggi sarebbero in molti a dire che è un libro che offende una minoranza. Avrei tante più difficoltà». Per poi rincarare la dose: «Una parte della sinistra in Inghilterra e in Europa è alleata dell’islamismo, ed è un bel problema». Nel 2020, Rushdie, insieme ad altri scrittori come Margaret Atwood e JK Rowling, è stato tra i firmatari di una lettera aperta pubblicata sulla rivista Harper’s Magazine contro la cancel culture. Anche lui, del resto, ha avuto il suo piccolo Me too, quando l’ex moglie Padma Lakshmi lo ha descritto come «ossessionato dal sesso, geloso e molto insicuro». Mascolinità tossica in purezza, secondo il gergo della nuova sinistra. Al conflitto tra i liberal classici alla Rushdie e i loro nipotini scemi woke non va tuttavia dato il senso di un autentico conflitto valoriale. Si tratta, semmai, di una contraddizione interna alla sinistra.
Da sempre vicino ai democratici americani, nonché loro elettore da quando, nel 2016, ha acquisito la cittadinanza statunitense, Rushdie ha sostenuto la guerra alla Serbia e quella all’Afghanistan, con qualche riserva solo per quella all’Iraq, pur auspicando la rimozione di Saddam Hussein. Eventi in seguito ai quali il Kosovo è divenuto un focolaio islamista in piena Europa, l’Iraq ha cessato di essere uno Stato laico e l’Afghanistan… è tornato esattamente al punto di partenza. È stato vicino al movimento Occupy, che ha segnato profondamente l’immaginario della stessa sinistra woke. E il suo sogno femminista e multiculturale sembra la versione educata dell’incubo propugnato in modo sgrammaticato dalla cancel culture. La città della vittoria è stato definito un romanzo sul «potere delle parole». Ma è proprio nella convinzione che le parole facciano le cose che i nuovi censori accenderebbero roghi per chi sbaglia un pronome.
Gadda soldato: altro che Hemingway
«La demenza, l’orrore, il male, la povertà, la fame, l’asservimento alle leggi brutali sono oggi il collegio de’ miei compagni; le ore passano nel desiderio atroce del cibo, nella rapida voluttà del deglutire, nell’orrore della fame insaziata, nel freddo dell’inverno nordico, nella solitudine tra la folla». Questa è la Grande guerra, narrata senza filtri e ricami romanzeschi edulcorati fino all’infingimento, cui non si sottrasse neanche Hemingway. Alla sua voce americana, retorica e sopravvalutata, si sovrappone la prepotenza iperrealista di Carlo Emilio Gadda in Giornale di guerra e di prigionia, giustamente riproposto dalla Adelphi oggi che incombono la memoria di un conflitto successivo a quello che per venti anni fu considerato unico e il rischio attuale di un terzo, che non lascerebbe tracce dell’umanità.Il conflitto che inaugurò il Novecento fu lo spartiacque non solo tra il XIX e il XX secolo, ma anche tra il passato pieno di aspettative positiviste di «magnifiche sorti e progressive» e un futuro dalle tinte dell’apocalisse. Gadda vi fu direttamente coinvolto per rispondere al richiamo patriottico che nel 1915 trasformò l’Italia fresca di unificazione in potenza militare, capace di intervenire di propria iniziativa alla conquista di uno spazio geopolitico Il ricorrere del termine «orrore» non può non rimandare ad Apocalypse Now. Con sessant’anni di anticipo su Francis Ford Coppola, Gadda cattura nello sguardo e soprattutto nella carne, l’atrocità della guerra. Non c’è epica, ancora meno vanagloria posticcia, nel suo vivere dentro l’inane e immane tragedia del soldato contro soldato.L’insieme compone una sorta di enciclopedia autobiografica. Gadda la riempie di nomi, circostanze, dibattiti ideali, osservazioni su entrambi i fronti. Non solo il nemico germanico. Anche il contingente nazionale, con precisione di dettagli: «Il mio reparto, 89º, è costituito dal 5º. Reggimento, ma è amministrato dal Deposito del 5º. – Consta di elemento lombardi (comaschi bergamaschi, bresciani) che formano la mia sezione, di elementi veneti che formano la sezione Iº. (Ten. Venier); la 3ª. Sez. (Sottotenente Musizza) è mista. Il comandante è il Cap. Mario Ciresi proveniente dalla truppe coloniali eritree. –»Precisione che conserva negli scorci d’azione: «Si fa fuoco la notte sui lavori di trinceramento e d’apprestamento nemici: è questo una specie di tiro d’interdizione: ogni dieci-quindici minuti si spara, con la macchina precisamente puntata, una breve serie di colpi a fuoco lento». È la guerra di trincea raccontata con nessun indugio spettacolare e ritoccato. L’esposizione sotto forma di cronaca. Fanno da contrappunto le mappe, gli schizzi disegnati da Gadda, gli incidenti fortuiti, i malanni («questo fottuto mal di pancia), le lettere da e a casa, i riferimenti familiari, la quotidianità di uno stato bellico dall’apparenza di prolungarsi all’infinito.In queste pagine, Gadda spunta alla letteratura con una prosa già compiuta e nello stesso tempo in via di divenire. E lo fa con un affondo viscerale nel cuore di tenebra dello scontro diretto, da soldato a soldato. Omesse anche certe divagazioni soverchie di Emilio Lussu in Un anno sull’Altopiano, senza cui Francesco Rosi non avrebbe mai potuto trarne nel il film Uomini contro.Se Giacomo Debenedetti poté a ragione parlare della «cattedrale Proust», la stessa metafora architettonica si applica a Carlo Emilio Gadda. Dalla decomposizione del giallo in Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana alla reinvenzione fantastica del Nordovest italiano de La cognizione del dolore, composta quasi in parallelo con quella del nordest de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, per finire con la satira del pamphlet Eros e Priapo: da furore a cenere, composto nel 1945 ma uscito nel 1967, l’estensione letteraria dell’autore milanese, già in questa rassegna tutt’altro che esauriente, non concede requie al lettore avido di perdersi, appunto, fra le navate di un intelletto creativo. Il Giornale di guerra e di prigionia è già di per sé un contenitore multimediale, composto di parole scaturite non dalla mente ma dalla corporeità narrativa di Gadda.Sul piano editoriale, il testo è suddiviso per annate e date specifiche, lungo l’arco che va dal 1915 al 1919, con un corredo fotografico utilissimo a accrescere la concretezza del racconto. E quando per Gadda arriva la prigionia, è lapidario: «Io gettai anche la mia rivoltella e tutti lasciarono i fucili, lì dov’erano…»Non vi sarà riscatto da Caporetto e dagli errori di strategia del comando italiano. Ma Gadda non vi si attarda per sterile antimilitarismo. Rapporta ogni cosa al proprio ruolo di cellula dell’immensa massa tumorale che si propagava a metastasi nelle trincee e sui campi dell’Europa, divorando vincitori e vinti.All’inizio di Morte nel pomeriggio, Hemingway scrive che per un narratore non c’è di meglio che formarsi alla vista della violenza e del sangue, e li cerca nelle arene delle corride. Diversamente da lui, Gadda li trovò malgré soi.
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Lo scrittore, accoltellato da un fanatico musulmano la scorsa estate, di nuovo in libreria con un romanzo. Critico nei confronti della sinistra woke, in realtà non fa che ripeterne le medesime idee in modo educato. Adelphi ripubblica il «Giornale di guerra e di prigionia», in cui rivive l’esperienza del primo conflitto mondiale con una prosa viva che anticipa «Apocalypse now».Lo speciale contiene due articoli. Salman Rushdie è vivo. Lo è nel senso in cui lo siamo tutti noi, dato che, fortunatamente, è sopravvissuto all’accoltellamento del 12 agosto, quando a Chautauqua, nello stato di New York, l’estremista musulmano Hadi Matar lo ha attaccato in quanto nemico dell’islam. Ha perso un occhio e non ha sensibilità in alcune dita della mano, «ma, considerando quello che è successo, non sto poi così male», ha confessato in questi giorni al New Yorker. Ma, soprattutto, Rushdie è vivo nel senso più pieno in cui può esserlo uno scrittore, ovvero attraverso la propria opera. Oggi esce infatti La città della vittoria, il suo ultimo romanzo, edito in Italia da Mondadori. Un testo completato prima dell’accoltellamento (dal quale, psicologicamente, lo scrittore sta cercando di riprendersi: «Mi siedo per scrivere e non succede nulla», ha confessato nella medesima intervista). E certo l’uscita di un romanzo con un titolo così sfolgorante è un bel segnale contro le intolleranze di ogni genere. Dopo il ritratto di Maometto nei Versetti satanici che gli costò la fatwa da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni - che in realtà cercava solo di rubare la scena ai sunniti afghani che proprio in quei giorni cacciavano i russi atei dal loro Paese - Rushdie inizia il suo romanzo ancora con una polemica religiosa. Stavolta, tuttavia, per quanto siano bellicosi gli induisti radicali, la cosa non gli costerà una condanna a morte. All’inizio de La città della vittoria troviamo infatti una fila di donne pronte per il sati, l’antica pratica indù, oggi proibita, secondo cui, una volta morto il marito, la vedova doveva gettarsi viva sulla sua pira funeraria. Siamo nell’India del XIV secolo e la giovane Pampa Kampana assiste attonita al sacrificio della madre. In quel momento prende la decisione della sua vita: «Avrebbe riso in faccia alla morte e si sarebbe rivolta verso la vita. Non avrebbe sacrificato il proprio corpo solo per seguire nell’aldilà degli uomini morti». Si è già capito dove andremo a parare: la piccola Pampa in quel momento si fonde con la dea Parvati, acquisisce enormi poteri, una straordinaria longevità e mira a costruire una grande città chiamata Bisnaga (letteralmente la «città della vittoria», appunto), in cui le donne saranno uguali agli uomini. Rilettura fantastica dell’impero Vijayanagar, La città della vittoria è anche una risposta al libro di V. S. Naipaul, Una civiltà ferita: l’India, in cui l’invasione musulmana viene aspramente criticata con toni che sono stati fatti propri dal movimento nazionalista Hindutva e dal premier Narendra Modi. E che dire di altre suggestioni politiche, come quando nel romanzo fanno irruzione le misteriose e temibili scimmie rosa: «Dicono che le scimmie rosa non hanno quasi peli sul corpo, e che la pelle nuda è di un orribile colore pallido. Dicono che le scimmie rosa sono grosse e ostili e si muovono in grandi gruppi e vogliono impadronirsi della foresta». Non solo: «A quanto pare non ci sono scimmie femmine. È un esercito di soli maschi». Scimmie senza peli, di colore rosa, che si impadroniscono di terre altrui e hanno un branco di soli maschi: un misto di critica al colonialismo e all’«eteropatriarcato» che fa molto «intersezionale». Occhio, però: tra Rushdie e la nuova sinistra woke non corre buon sangue. Nel 2015, dopo gli attentati di Parigi, disse sconsolato in un’intervista: «Se I versetti satanici fosse pubblicato oggi sarebbero in molti a dire che è un libro che offende una minoranza. Avrei tante più difficoltà». Per poi rincarare la dose: «Una parte della sinistra in Inghilterra e in Europa è alleata dell’islamismo, ed è un bel problema». Nel 2020, Rushdie, insieme ad altri scrittori come Margaret Atwood e JK Rowling, è stato tra i firmatari di una lettera aperta pubblicata sulla rivista Harper’s Magazine contro la cancel culture. Anche lui, del resto, ha avuto il suo piccolo Me too, quando l’ex moglie Padma Lakshmi lo ha descritto come «ossessionato dal sesso, geloso e molto insicuro». Mascolinità tossica in purezza, secondo il gergo della nuova sinistra. Al conflitto tra i liberal classici alla Rushdie e i loro nipotini scemi woke non va tuttavia dato il senso di un autentico conflitto valoriale. Si tratta, semmai, di una contraddizione interna alla sinistra.Da sempre vicino ai democratici americani, nonché loro elettore da quando, nel 2016, ha acquisito la cittadinanza statunitense, Rushdie ha sostenuto la guerra alla Serbia e quella all’Afghanistan, con qualche riserva solo per quella all’Iraq, pur auspicando la rimozione di Saddam Hussein. Eventi in seguito ai quali il Kosovo è divenuto un focolaio islamista in piena Europa, l’Iraq ha cessato di essere uno Stato laico e l’Afghanistan… è tornato esattamente al punto di partenza. È stato vicino al movimento Occupy, che ha segnato profondamente l’immaginario della stessa sinistra woke. E il suo sogno femminista e multiculturale sembra la versione educata dell’incubo propugnato in modo sgrammaticato dalla cancel culture. La città della vittoria è stato definito un romanzo sul «potere delle parole». Ma è proprio nella convinzione che le parole facciano le cose che i nuovi censori accenderebbero roghi per chi sbaglia un pronome.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rushdie-ritorna-favola-indiana-femminista-2659381541.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gadda-soldato-altro-che-hemingway" data-post-id="2659381541" data-published-at="1675767232" data-use-pagination="False"> Gadda soldato: altro che Hemingway «La demenza, l’orrore, il male, la povertà, la fame, l’asservimento alle leggi brutali sono oggi il collegio de’ miei compagni; le ore passano nel desiderio atroce del cibo, nella rapida voluttà del deglutire, nell’orrore della fame insaziata, nel freddo dell’inverno nordico, nella solitudine tra la folla». Questa è la Grande guerra, narrata senza filtri e ricami romanzeschi edulcorati fino all’infingimento, cui non si sottrasse neanche Hemingway. Alla sua voce americana, retorica e sopravvalutata, si sovrappone la prepotenza iperrealista di Carlo Emilio Gadda in Giornale di guerra e di prigionia, giustamente riproposto dalla Adelphi oggi che incombono la memoria di un conflitto successivo a quello che per venti anni fu considerato unico e il rischio attuale di un terzo, che non lascerebbe tracce dell’umanità.Il conflitto che inaugurò il Novecento fu lo spartiacque non solo tra il XIX e il XX secolo, ma anche tra il passato pieno di aspettative positiviste di «magnifiche sorti e progressive» e un futuro dalle tinte dell’apocalisse. Gadda vi fu direttamente coinvolto per rispondere al richiamo patriottico che nel 1915 trasformò l’Italia fresca di unificazione in potenza militare, capace di intervenire di propria iniziativa alla conquista di uno spazio geopolitico Il ricorrere del termine «orrore» non può non rimandare ad Apocalypse Now. Con sessant’anni di anticipo su Francis Ford Coppola, Gadda cattura nello sguardo e soprattutto nella carne, l’atrocità della guerra. Non c’è epica, ancora meno vanagloria posticcia, nel suo vivere dentro l’inane e immane tragedia del soldato contro soldato.L’insieme compone una sorta di enciclopedia autobiografica. Gadda la riempie di nomi, circostanze, dibattiti ideali, osservazioni su entrambi i fronti. Non solo il nemico germanico. Anche il contingente nazionale, con precisione di dettagli: «Il mio reparto, 89º, è costituito dal 5º. Reggimento, ma è amministrato dal Deposito del 5º. – Consta di elemento lombardi (comaschi bergamaschi, bresciani) che formano la mia sezione, di elementi veneti che formano la sezione Iº. (Ten. Venier); la 3ª. Sez. (Sottotenente Musizza) è mista. Il comandante è il Cap. Mario Ciresi proveniente dalla truppe coloniali eritree. –»Precisione che conserva negli scorci d’azione: «Si fa fuoco la notte sui lavori di trinceramento e d’apprestamento nemici: è questo una specie di tiro d’interdizione: ogni dieci-quindici minuti si spara, con la macchina precisamente puntata, una breve serie di colpi a fuoco lento». È la guerra di trincea raccontata con nessun indugio spettacolare e ritoccato. L’esposizione sotto forma di cronaca. Fanno da contrappunto le mappe, gli schizzi disegnati da Gadda, gli incidenti fortuiti, i malanni («questo fottuto mal di pancia), le lettere da e a casa, i riferimenti familiari, la quotidianità di uno stato bellico dall’apparenza di prolungarsi all’infinito.In queste pagine, Gadda spunta alla letteratura con una prosa già compiuta e nello stesso tempo in via di divenire. E lo fa con un affondo viscerale nel cuore di tenebra dello scontro diretto, da soldato a soldato. Omesse anche certe divagazioni soverchie di Emilio Lussu in Un anno sull’Altopiano, senza cui Francesco Rosi non avrebbe mai potuto trarne nel il film Uomini contro.Se Giacomo Debenedetti poté a ragione parlare della «cattedrale Proust», la stessa metafora architettonica si applica a Carlo Emilio Gadda. Dalla decomposizione del giallo in Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana alla reinvenzione fantastica del Nordovest italiano de La cognizione del dolore, composta quasi in parallelo con quella del nordest de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, per finire con la satira del pamphlet Eros e Priapo: da furore a cenere, composto nel 1945 ma uscito nel 1967, l’estensione letteraria dell’autore milanese, già in questa rassegna tutt’altro che esauriente, non concede requie al lettore avido di perdersi, appunto, fra le navate di un intelletto creativo. Il Giornale di guerra e di prigionia è già di per sé un contenitore multimediale, composto di parole scaturite non dalla mente ma dalla corporeità narrativa di Gadda.Sul piano editoriale, il testo è suddiviso per annate e date specifiche, lungo l’arco che va dal 1915 al 1919, con un corredo fotografico utilissimo a accrescere la concretezza del racconto. E quando per Gadda arriva la prigionia, è lapidario: «Io gettai anche la mia rivoltella e tutti lasciarono i fucili, lì dov’erano…»Non vi sarà riscatto da Caporetto e dagli errori di strategia del comando italiano. Ma Gadda non vi si attarda per sterile antimilitarismo. Rapporta ogni cosa al proprio ruolo di cellula dell’immensa massa tumorale che si propagava a metastasi nelle trincee e sui campi dell’Europa, divorando vincitori e vinti.All’inizio di Morte nel pomeriggio, Hemingway scrive che per un narratore non c’è di meglio che formarsi alla vista della violenza e del sangue, e li cerca nelle arene delle corride. Diversamente da lui, Gadda li trovò malgré soi.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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