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2021-04-24
Rousseau divorzia dal Movimento litigando su chi paga gli alimenti
(Christian Minelli/NurPhoto via Getty Images)
Il divorzio tra Rousseau e M5s? Tutto un problema di alimenti. Lo strappo tra Davide Casaleggio e ciò che resta dei pentastellati si consuma ieri mattina, quando sul Blog delle Stella appare il messaggio dell'addio dell'associazione guidata dal figlio di Gianroberto al M5s: «Stare insieme deve essere una scelta reciproca», scrive l'associazione Rousseau, «e deve presupporre rispetto e assunzione di responsabilità da ambo le parti. E questo, purtroppo, non si è verificato. Partiremo con un nuovo progetto e con nuovi attori protagonisti», minaccia Davide Casaleggio, «ma non sarà facile. Dovremo risolvere tutti i pesanti problemi economico-finanziari che ci sono stati addossati e trovare strategie di sostenibilità per il futuro». Il M5s risponde con un comunicato pubblicato sui canali social: «La democrazia diretta», recita la nota, «la partecipazione, il coinvolgimento degli iscritti nelle decisioni non dipendono dal singolo strumento utilizzato ma dalla volontà del Movimento 5 stelle di affidarsi alla democrazia diretta avvalendosi prioritariamente di strumenti digitali. Questa volontà rimane invariata, il nostro cuore pulsante è la democrazia diretta, qualunque sia lo strumento utilizzato. Le scelte dell'associazione Rousseau dell'ultimo anno», aggiunge polemico il M5s, «evidenziano la volontà di quest'ultima di svolgere una parte attiva e diretta nell'attività politica. Questa volontà è incompatibile con una gestione neutrale degli strumenti che devono servire ad attuare la democrazia diretta nel Movimento. Il Movimento 5 stelle, nell'ambito del nuovo progetto politico in corso di definizione», conclude il comunicato, «ha pertanto avviato tutte le procedure necessarie per dotarsi degli strumenti digitali necessari ad assicurare la partecipazione degli iscritti ai processi decisionali».
Tutta una questione di soldi, dunque. La cronaca di un divorzio annunciato ha come tappa cruciale l'assemblea dei parlamentari pentastellati dello scorso 9 aprile, che segna la fine dei versamenti mensili da 300 euro all'associazione e le nuove regole, che prevedono un contributo di 1.500 euro al mese per le restituzioni e uno di 1.000 per le spese del M5s. Sono i denari necessari per permettere a Giuseppe Conte di portare avanti la sua rifondazione grillina. Ma c'è un ma, un ma grosso come una casa: «Moltissimi parlamentari al secondo mandato», spiega alla Verità un esponente di peso del M5s, «stanno ripetendo: perché dovrei versare mille euro al mese per finanziare il partito di Conte, che poi non mi ricandida? Difficile dar loro torto: questa operazione è partita male e sta andando avanti peggio. Lo strappo di Rousseau? Pura strategia del terrore, dal punto di vista economico». In che senso? «Semplice», aggiunge il big grillino, «Casaleggio ci sta dicendo: attenti a versare i 1.000 euro al mese per il M5s, perché partono i contenziosi legali». L'associazione Rousseau parla anche di un nuovo progetto politico… «Ah guardi», scherza la nostra fonte, «c'è la fila! Ironia a parte, questo per noi è l'ultimo dei problemi. Per fare un partito ci vogliono i voti, così funziona, e quelli stanno già scappando da noi, figuriamoci se c'è spazio per un nuovo partito. Magari Casaleggio imbarcherà qualche ex già andato via dal M5s, tutto qui».
In effetti, la diaspora dal M5s prosegue, ma non verso Casaleggio e i suoi fedelissimi: ieri la parlamentare europea Isabella Adinolfi, eletta nel 2019 in Puglia, ha detto addio ai grillini ed è passata con il Ppe, avvicinandosi a Forza Italia: «Ho incontrato Isabella Adinolfi», ha scritto su twitter il coordinatore nazionale di Fi e vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, «e Andrea Caroppo (eletto con la Lega che ha lasciato lo scorso ottobre, ndr). La prossima settimana voteremo la loro adesione al Ppe. Si rafforza la presenza della nostra delegazione nella grande famiglia dei popolari europei. Benvenuti!». Nella direzione del nuovo soggetto di Casaleggio si muovono invece, come dichiarano all'Adnkronos, due deputati ex M5s, ora esponenti di L'alternativa c'è, Andrea Colletti e Pino Cabras. Dialogo con Casaleggio? «Certo», dice Colletti, «non è giusto in questo momento storico evitare determinate personalità, non ha nessun senso logico. Gli avversari sono altri, ascoltiamo chiunque possa portare un contributo positivo»; «Sicuramente siamo disposti a dialogare anche con Casaleggio», sottolinea Cabras, «l'impostazione data al nostro progetto è quella di un luogo accogliente, pensato per aprire una nuova organizzazione dell'opposizione in Italia, che non deve essere necessariamente un partito. Siamo aperti a tante organizzazioni, compresa Rousseau, che lavora su temi vicini ai nostri».
Rammaricato il deputato M5s Francesco Berti: «La dipartita di Rousseau dal M5s», scrive Berti sui social, «è uno strappo a cui non si doveva arrivare. Il M5S rinnega una piattaforma pionieristica a livello globale, che ci ha permesso di selezionare i candidati, condividere le informazioni e, soprattutto, condividere il potere Intanto, l'autorevole deputato pentastellato Stefano Buffagni prende posizione sulle prossime comunali di Milano: «Sulle comunali di Milano», riflette Buffagni, «stiamo facendo un percorso, stiamo preparando i contenuti e delle proposte. Non credo che l'alleanza sia un tema in oggetto, credo che la strada migliore alla fine sia andare da soli rimarcando le differenze e dimostrando qual è la visione di sviluppo che abbiamo». Con tanti saluti all'alleanza giallorossa.
Giuseppi aspetta il flop elettorale
Dov'è Conte? Che fine ha fatto Giuseppi? Nel M5s si è scatenata la caccia al ciuffo: nessuno sa quando l'ex premier si degnerà di prendere il timone di una nave che, ora dopo ora, imbarca acqua e perde consensi. Lo strappo di Davide Casaleggio era previsto, e adesso che si è concretizzato Conte dovrebbe darsi una mossa, ma lui tentenna, nicchia, glissa e rinvia. Il motivo? «Semplice», spiega alla Verità una fonte di primo piano del M5s, «Conte sta prendendo tempo perché non è in grado di rispettare gli accordi presi con il Pd, e in particolare con Goffredo Bettini, per le prossime amministrative». Quali accordi? «A Roma, per esempio», aggiunge l'esponente pentastellato, «Conte ha promesso a Bettini che avrebbe sostenuto il candidato del Pd, e avrebbe scaricato Virginia Raggi. Promessa impossibile da mantenere, considerato che la Raggi tra gli attivisti ha ancora un seguito. Anche a Milano si naviga a vista. Solo a Napoli, grazie all'asse tra Luigi Di Maio e Roberto Fico, entrambi esponenti del territorio, il M5s sta lavorando seriamente in vista delle amministrative del prossimo autunno. Non è da escludere», conclude il nostro interlocutore, «che l'ex premier voglia aspettare l'estate per scendere in campo».
Altro giro, altra versione, che coincide con la prima: «Scommetto», confida alla Verità un altro big del M5s, «che Conte non si muoverà prima di giugno o luglio. C'è la questione della nuova piattaforma da mettere a punto dopo l'addio di Rousseau, poi bisognerà cambiare lo statuto, e infine Conte non ha neanche lontanamente i tempi della politica: aspetta, aspetta, tentenna, e alla fine non si muove. Questa attesa del messia», aggiunge l'esponente grillino, «fa male innanzitutto a lui. Intanto, noi ci muoviamo al buio, senza una leadership, senza una linea politica, e sembra che al governo neanche ci siamo, pur essendo la prima forza in Parlamento».
Tre indizi fanno una prova: «Mentre Conte è ancora alla finestra», argomenta un altro esponente molto noto del M5s, «il Pd ha già cambiato segretario. Quando scenderà in campo? Bisogna chiederlo a lui».
I problemi dell'alleanza Pd-M5s per le amministrative emergono chiaramente dalle affermazioni del segretario del Pd, Enrico Letta: «Per le elezioni del 2023», dice Letta a El Pais, «bisogna formare un'alleanza con il M5s di Conte. Le amministrative saranno un primo test con alcune eccezioni, come Roma, dove loro vogliono mantenere un loro candidato e noi ne vogliamo uno nostro. Per le comunali», aggiunge Letta, «nelle prossime settimane presenteremo un nostro candidato. In alcune città lo faremo con le primarie».
La strategia di Letta è fin troppo chiara: lisciare il pelo a Conte, ben conoscendo i limiti politici dell'ex premier, e tentare così di tenersi buoni i pochi elettori ancora rimasti al M5s, per portarli verso il Pd. È evidente, infatti, che dal punto di vista della tattica e della strategia politica Giuseppi è ancora un principiante: basta ricordare il modo maldestro con il quale ha tentato di restare aggrappato alla poltrona di Palazzo Chigi, reclutando improbabili responsabili, per rendersi conto dei limiti dell'ex avvocato del popolo. Le prossime amministrative dell'autunno 2021 saranno il primo banco di prova per il (quasi) futuro leader dei grillini, ma il modo con il quale il M5s si sta avvicinando all'appuntamento lasciano presagire una disfatta, che Conte non vuole in nessun modo intestarsi. Per questo, Giuseppi prende tempo, ma prima o poi i nodi verranno al pettine.
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La piattaforma per le consultazioni online si sgancia dal M5s dopo la fine dei versamenti mensili dagli eletti. Ora i soldi servono per il partito di Giuseppe Conte, ma in molti storcono il naso. Stefano Buffagni: «A Milano andremo da soli».Il leader designato per risollevare le sorti grilline resta alla finestra: non vuole intestarsi la sconfitta alle amministrative. Ma se attende troppo potrebbe trovare solo macerie.Lo speciale contiene due articoli.Il divorzio tra Rousseau e M5s? Tutto un problema di alimenti. Lo strappo tra Davide Casaleggio e ciò che resta dei pentastellati si consuma ieri mattina, quando sul Blog delle Stella appare il messaggio dell'addio dell'associazione guidata dal figlio di Gianroberto al M5s: «Stare insieme deve essere una scelta reciproca», scrive l'associazione Rousseau, «e deve presupporre rispetto e assunzione di responsabilità da ambo le parti. E questo, purtroppo, non si è verificato. Partiremo con un nuovo progetto e con nuovi attori protagonisti», minaccia Davide Casaleggio, «ma non sarà facile. Dovremo risolvere tutti i pesanti problemi economico-finanziari che ci sono stati addossati e trovare strategie di sostenibilità per il futuro». Il M5s risponde con un comunicato pubblicato sui canali social: «La democrazia diretta», recita la nota, «la partecipazione, il coinvolgimento degli iscritti nelle decisioni non dipendono dal singolo strumento utilizzato ma dalla volontà del Movimento 5 stelle di affidarsi alla democrazia diretta avvalendosi prioritariamente di strumenti digitali. Questa volontà rimane invariata, il nostro cuore pulsante è la democrazia diretta, qualunque sia lo strumento utilizzato. Le scelte dell'associazione Rousseau dell'ultimo anno», aggiunge polemico il M5s, «evidenziano la volontà di quest'ultima di svolgere una parte attiva e diretta nell'attività politica. Questa volontà è incompatibile con una gestione neutrale degli strumenti che devono servire ad attuare la democrazia diretta nel Movimento. Il Movimento 5 stelle, nell'ambito del nuovo progetto politico in corso di definizione», conclude il comunicato, «ha pertanto avviato tutte le procedure necessarie per dotarsi degli strumenti digitali necessari ad assicurare la partecipazione degli iscritti ai processi decisionali». Tutta una questione di soldi, dunque. La cronaca di un divorzio annunciato ha come tappa cruciale l'assemblea dei parlamentari pentastellati dello scorso 9 aprile, che segna la fine dei versamenti mensili da 300 euro all'associazione e le nuove regole, che prevedono un contributo di 1.500 euro al mese per le restituzioni e uno di 1.000 per le spese del M5s. Sono i denari necessari per permettere a Giuseppe Conte di portare avanti la sua rifondazione grillina. Ma c'è un ma, un ma grosso come una casa: «Moltissimi parlamentari al secondo mandato», spiega alla Verità un esponente di peso del M5s, «stanno ripetendo: perché dovrei versare mille euro al mese per finanziare il partito di Conte, che poi non mi ricandida? Difficile dar loro torto: questa operazione è partita male e sta andando avanti peggio. Lo strappo di Rousseau? Pura strategia del terrore, dal punto di vista economico». In che senso? «Semplice», aggiunge il big grillino, «Casaleggio ci sta dicendo: attenti a versare i 1.000 euro al mese per il M5s, perché partono i contenziosi legali». L'associazione Rousseau parla anche di un nuovo progetto politico… «Ah guardi», scherza la nostra fonte, «c'è la fila! Ironia a parte, questo per noi è l'ultimo dei problemi. Per fare un partito ci vogliono i voti, così funziona, e quelli stanno già scappando da noi, figuriamoci se c'è spazio per un nuovo partito. Magari Casaleggio imbarcherà qualche ex già andato via dal M5s, tutto qui». In effetti, la diaspora dal M5s prosegue, ma non verso Casaleggio e i suoi fedelissimi: ieri la parlamentare europea Isabella Adinolfi, eletta nel 2019 in Puglia, ha detto addio ai grillini ed è passata con il Ppe, avvicinandosi a Forza Italia: «Ho incontrato Isabella Adinolfi», ha scritto su twitter il coordinatore nazionale di Fi e vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, «e Andrea Caroppo (eletto con la Lega che ha lasciato lo scorso ottobre, ndr). La prossima settimana voteremo la loro adesione al Ppe. Si rafforza la presenza della nostra delegazione nella grande famiglia dei popolari europei. Benvenuti!». Nella direzione del nuovo soggetto di Casaleggio si muovono invece, come dichiarano all'Adnkronos, due deputati ex M5s, ora esponenti di L'alternativa c'è, Andrea Colletti e Pino Cabras. Dialogo con Casaleggio? «Certo», dice Colletti, «non è giusto in questo momento storico evitare determinate personalità, non ha nessun senso logico. Gli avversari sono altri, ascoltiamo chiunque possa portare un contributo positivo»; «Sicuramente siamo disposti a dialogare anche con Casaleggio», sottolinea Cabras, «l'impostazione data al nostro progetto è quella di un luogo accogliente, pensato per aprire una nuova organizzazione dell'opposizione in Italia, che non deve essere necessariamente un partito. Siamo aperti a tante organizzazioni, compresa Rousseau, che lavora su temi vicini ai nostri». Rammaricato il deputato M5s Francesco Berti: «La dipartita di Rousseau dal M5s», scrive Berti sui social, «è uno strappo a cui non si doveva arrivare. Il M5S rinnega una piattaforma pionieristica a livello globale, che ci ha permesso di selezionare i candidati, condividere le informazioni e, soprattutto, condividere il potere Intanto, l'autorevole deputato pentastellato Stefano Buffagni prende posizione sulle prossime comunali di Milano: «Sulle comunali di Milano», riflette Buffagni, «stiamo facendo un percorso, stiamo preparando i contenuti e delle proposte. Non credo che l'alleanza sia un tema in oggetto, credo che la strada migliore alla fine sia andare da soli rimarcando le differenze e dimostrando qual è la visione di sviluppo che abbiamo». 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Il motivo? «Semplice», spiega alla Verità una fonte di primo piano del M5s, «Conte sta prendendo tempo perché non è in grado di rispettare gli accordi presi con il Pd, e in particolare con Goffredo Bettini, per le prossime amministrative». Quali accordi? «A Roma, per esempio», aggiunge l'esponente pentastellato, «Conte ha promesso a Bettini che avrebbe sostenuto il candidato del Pd, e avrebbe scaricato Virginia Raggi. Promessa impossibile da mantenere, considerato che la Raggi tra gli attivisti ha ancora un seguito. Anche a Milano si naviga a vista. Solo a Napoli, grazie all'asse tra Luigi Di Maio e Roberto Fico, entrambi esponenti del territorio, il M5s sta lavorando seriamente in vista delle amministrative del prossimo autunno. Non è da escludere», conclude il nostro interlocutore, «che l'ex premier voglia aspettare l'estate per scendere in campo». Altro giro, altra versione, che coincide con la prima: «Scommetto», confida alla Verità un altro big del M5s, «che Conte non si muoverà prima di giugno o luglio. C'è la questione della nuova piattaforma da mettere a punto dopo l'addio di Rousseau, poi bisognerà cambiare lo statuto, e infine Conte non ha neanche lontanamente i tempi della politica: aspetta, aspetta, tentenna, e alla fine non si muove. Questa attesa del messia», aggiunge l'esponente grillino, «fa male innanzitutto a lui. Intanto, noi ci muoviamo al buio, senza una leadership, senza una linea politica, e sembra che al governo neanche ci siamo, pur essendo la prima forza in Parlamento». Tre indizi fanno una prova: «Mentre Conte è ancora alla finestra», argomenta un altro esponente molto noto del M5s, «il Pd ha già cambiato segretario. Quando scenderà in campo? Bisogna chiederlo a lui». I problemi dell'alleanza Pd-M5s per le amministrative emergono chiaramente dalle affermazioni del segretario del Pd, Enrico Letta: «Per le elezioni del 2023», dice Letta a El Pais, «bisogna formare un'alleanza con il M5s di Conte. Le amministrative saranno un primo test con alcune eccezioni, come Roma, dove loro vogliono mantenere un loro candidato e noi ne vogliamo uno nostro. Per le comunali», aggiunge Letta, «nelle prossime settimane presenteremo un nostro candidato. In alcune città lo faremo con le primarie». La strategia di Letta è fin troppo chiara: lisciare il pelo a Conte, ben conoscendo i limiti politici dell'ex premier, e tentare così di tenersi buoni i pochi elettori ancora rimasti al M5s, per portarli verso il Pd. È evidente, infatti, che dal punto di vista della tattica e della strategia politica Giuseppi è ancora un principiante: basta ricordare il modo maldestro con il quale ha tentato di restare aggrappato alla poltrona di Palazzo Chigi, reclutando improbabili responsabili, per rendersi conto dei limiti dell'ex avvocato del popolo. Le prossime amministrative dell'autunno 2021 saranno il primo banco di prova per il (quasi) futuro leader dei grillini, ma il modo con il quale il M5s si sta avvicinando all'appuntamento lasciano presagire una disfatta, che Conte non vuole in nessun modo intestarsi. Per questo, Giuseppi prende tempo, ma prima o poi i nodi verranno al pettine.
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.