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2021-04-24
Rousseau divorzia dal Movimento litigando su chi paga gli alimenti
(Christian Minelli/NurPhoto via Getty Images)
Il divorzio tra Rousseau e M5s? Tutto un problema di alimenti. Lo strappo tra Davide Casaleggio e ciò che resta dei pentastellati si consuma ieri mattina, quando sul Blog delle Stella appare il messaggio dell'addio dell'associazione guidata dal figlio di Gianroberto al M5s: «Stare insieme deve essere una scelta reciproca», scrive l'associazione Rousseau, «e deve presupporre rispetto e assunzione di responsabilità da ambo le parti. E questo, purtroppo, non si è verificato. Partiremo con un nuovo progetto e con nuovi attori protagonisti», minaccia Davide Casaleggio, «ma non sarà facile. Dovremo risolvere tutti i pesanti problemi economico-finanziari che ci sono stati addossati e trovare strategie di sostenibilità per il futuro». Il M5s risponde con un comunicato pubblicato sui canali social: «La democrazia diretta», recita la nota, «la partecipazione, il coinvolgimento degli iscritti nelle decisioni non dipendono dal singolo strumento utilizzato ma dalla volontà del Movimento 5 stelle di affidarsi alla democrazia diretta avvalendosi prioritariamente di strumenti digitali. Questa volontà rimane invariata, il nostro cuore pulsante è la democrazia diretta, qualunque sia lo strumento utilizzato. Le scelte dell'associazione Rousseau dell'ultimo anno», aggiunge polemico il M5s, «evidenziano la volontà di quest'ultima di svolgere una parte attiva e diretta nell'attività politica. Questa volontà è incompatibile con una gestione neutrale degli strumenti che devono servire ad attuare la democrazia diretta nel Movimento. Il Movimento 5 stelle, nell'ambito del nuovo progetto politico in corso di definizione», conclude il comunicato, «ha pertanto avviato tutte le procedure necessarie per dotarsi degli strumenti digitali necessari ad assicurare la partecipazione degli iscritti ai processi decisionali».
Tutta una questione di soldi, dunque. La cronaca di un divorzio annunciato ha come tappa cruciale l'assemblea dei parlamentari pentastellati dello scorso 9 aprile, che segna la fine dei versamenti mensili da 300 euro all'associazione e le nuove regole, che prevedono un contributo di 1.500 euro al mese per le restituzioni e uno di 1.000 per le spese del M5s. Sono i denari necessari per permettere a Giuseppe Conte di portare avanti la sua rifondazione grillina. Ma c'è un ma, un ma grosso come una casa: «Moltissimi parlamentari al secondo mandato», spiega alla Verità un esponente di peso del M5s, «stanno ripetendo: perché dovrei versare mille euro al mese per finanziare il partito di Conte, che poi non mi ricandida? Difficile dar loro torto: questa operazione è partita male e sta andando avanti peggio. Lo strappo di Rousseau? Pura strategia del terrore, dal punto di vista economico». In che senso? «Semplice», aggiunge il big grillino, «Casaleggio ci sta dicendo: attenti a versare i 1.000 euro al mese per il M5s, perché partono i contenziosi legali». L'associazione Rousseau parla anche di un nuovo progetto politico… «Ah guardi», scherza la nostra fonte, «c'è la fila! Ironia a parte, questo per noi è l'ultimo dei problemi. Per fare un partito ci vogliono i voti, così funziona, e quelli stanno già scappando da noi, figuriamoci se c'è spazio per un nuovo partito. Magari Casaleggio imbarcherà qualche ex già andato via dal M5s, tutto qui».
In effetti, la diaspora dal M5s prosegue, ma non verso Casaleggio e i suoi fedelissimi: ieri la parlamentare europea Isabella Adinolfi, eletta nel 2019 in Puglia, ha detto addio ai grillini ed è passata con il Ppe, avvicinandosi a Forza Italia: «Ho incontrato Isabella Adinolfi», ha scritto su twitter il coordinatore nazionale di Fi e vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, «e Andrea Caroppo (eletto con la Lega che ha lasciato lo scorso ottobre, ndr). La prossima settimana voteremo la loro adesione al Ppe. Si rafforza la presenza della nostra delegazione nella grande famiglia dei popolari europei. Benvenuti!». Nella direzione del nuovo soggetto di Casaleggio si muovono invece, come dichiarano all'Adnkronos, due deputati ex M5s, ora esponenti di L'alternativa c'è, Andrea Colletti e Pino Cabras. Dialogo con Casaleggio? «Certo», dice Colletti, «non è giusto in questo momento storico evitare determinate personalità, non ha nessun senso logico. Gli avversari sono altri, ascoltiamo chiunque possa portare un contributo positivo»; «Sicuramente siamo disposti a dialogare anche con Casaleggio», sottolinea Cabras, «l'impostazione data al nostro progetto è quella di un luogo accogliente, pensato per aprire una nuova organizzazione dell'opposizione in Italia, che non deve essere necessariamente un partito. Siamo aperti a tante organizzazioni, compresa Rousseau, che lavora su temi vicini ai nostri».
Rammaricato il deputato M5s Francesco Berti: «La dipartita di Rousseau dal M5s», scrive Berti sui social, «è uno strappo a cui non si doveva arrivare. Il M5S rinnega una piattaforma pionieristica a livello globale, che ci ha permesso di selezionare i candidati, condividere le informazioni e, soprattutto, condividere il potere Intanto, l'autorevole deputato pentastellato Stefano Buffagni prende posizione sulle prossime comunali di Milano: «Sulle comunali di Milano», riflette Buffagni, «stiamo facendo un percorso, stiamo preparando i contenuti e delle proposte. Non credo che l'alleanza sia un tema in oggetto, credo che la strada migliore alla fine sia andare da soli rimarcando le differenze e dimostrando qual è la visione di sviluppo che abbiamo». Con tanti saluti all'alleanza giallorossa.
Giuseppi aspetta il flop elettorale
Dov'è Conte? Che fine ha fatto Giuseppi? Nel M5s si è scatenata la caccia al ciuffo: nessuno sa quando l'ex premier si degnerà di prendere il timone di una nave che, ora dopo ora, imbarca acqua e perde consensi. Lo strappo di Davide Casaleggio era previsto, e adesso che si è concretizzato Conte dovrebbe darsi una mossa, ma lui tentenna, nicchia, glissa e rinvia. Il motivo? «Semplice», spiega alla Verità una fonte di primo piano del M5s, «Conte sta prendendo tempo perché non è in grado di rispettare gli accordi presi con il Pd, e in particolare con Goffredo Bettini, per le prossime amministrative». Quali accordi? «A Roma, per esempio», aggiunge l'esponente pentastellato, «Conte ha promesso a Bettini che avrebbe sostenuto il candidato del Pd, e avrebbe scaricato Virginia Raggi. Promessa impossibile da mantenere, considerato che la Raggi tra gli attivisti ha ancora un seguito. Anche a Milano si naviga a vista. Solo a Napoli, grazie all'asse tra Luigi Di Maio e Roberto Fico, entrambi esponenti del territorio, il M5s sta lavorando seriamente in vista delle amministrative del prossimo autunno. Non è da escludere», conclude il nostro interlocutore, «che l'ex premier voglia aspettare l'estate per scendere in campo».
Altro giro, altra versione, che coincide con la prima: «Scommetto», confida alla Verità un altro big del M5s, «che Conte non si muoverà prima di giugno o luglio. C'è la questione della nuova piattaforma da mettere a punto dopo l'addio di Rousseau, poi bisognerà cambiare lo statuto, e infine Conte non ha neanche lontanamente i tempi della politica: aspetta, aspetta, tentenna, e alla fine non si muove. Questa attesa del messia», aggiunge l'esponente grillino, «fa male innanzitutto a lui. Intanto, noi ci muoviamo al buio, senza una leadership, senza una linea politica, e sembra che al governo neanche ci siamo, pur essendo la prima forza in Parlamento».
Tre indizi fanno una prova: «Mentre Conte è ancora alla finestra», argomenta un altro esponente molto noto del M5s, «il Pd ha già cambiato segretario. Quando scenderà in campo? Bisogna chiederlo a lui».
I problemi dell'alleanza Pd-M5s per le amministrative emergono chiaramente dalle affermazioni del segretario del Pd, Enrico Letta: «Per le elezioni del 2023», dice Letta a El Pais, «bisogna formare un'alleanza con il M5s di Conte. Le amministrative saranno un primo test con alcune eccezioni, come Roma, dove loro vogliono mantenere un loro candidato e noi ne vogliamo uno nostro. Per le comunali», aggiunge Letta, «nelle prossime settimane presenteremo un nostro candidato. In alcune città lo faremo con le primarie».
La strategia di Letta è fin troppo chiara: lisciare il pelo a Conte, ben conoscendo i limiti politici dell'ex premier, e tentare così di tenersi buoni i pochi elettori ancora rimasti al M5s, per portarli verso il Pd. È evidente, infatti, che dal punto di vista della tattica e della strategia politica Giuseppi è ancora un principiante: basta ricordare il modo maldestro con il quale ha tentato di restare aggrappato alla poltrona di Palazzo Chigi, reclutando improbabili responsabili, per rendersi conto dei limiti dell'ex avvocato del popolo. Le prossime amministrative dell'autunno 2021 saranno il primo banco di prova per il (quasi) futuro leader dei grillini, ma il modo con il quale il M5s si sta avvicinando all'appuntamento lasciano presagire una disfatta, che Conte non vuole in nessun modo intestarsi. Per questo, Giuseppi prende tempo, ma prima o poi i nodi verranno al pettine.
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La piattaforma per le consultazioni online si sgancia dal M5s dopo la fine dei versamenti mensili dagli eletti. Ora i soldi servono per il partito di Giuseppe Conte, ma in molti storcono il naso. Stefano Buffagni: «A Milano andremo da soli».Il leader designato per risollevare le sorti grilline resta alla finestra: non vuole intestarsi la sconfitta alle amministrative. Ma se attende troppo potrebbe trovare solo macerie.Lo speciale contiene due articoli.Il divorzio tra Rousseau e M5s? Tutto un problema di alimenti. Lo strappo tra Davide Casaleggio e ciò che resta dei pentastellati si consuma ieri mattina, quando sul Blog delle Stella appare il messaggio dell'addio dell'associazione guidata dal figlio di Gianroberto al M5s: «Stare insieme deve essere una scelta reciproca», scrive l'associazione Rousseau, «e deve presupporre rispetto e assunzione di responsabilità da ambo le parti. E questo, purtroppo, non si è verificato. Partiremo con un nuovo progetto e con nuovi attori protagonisti», minaccia Davide Casaleggio, «ma non sarà facile. Dovremo risolvere tutti i pesanti problemi economico-finanziari che ci sono stati addossati e trovare strategie di sostenibilità per il futuro». Il M5s risponde con un comunicato pubblicato sui canali social: «La democrazia diretta», recita la nota, «la partecipazione, il coinvolgimento degli iscritti nelle decisioni non dipendono dal singolo strumento utilizzato ma dalla volontà del Movimento 5 stelle di affidarsi alla democrazia diretta avvalendosi prioritariamente di strumenti digitali. Questa volontà rimane invariata, il nostro cuore pulsante è la democrazia diretta, qualunque sia lo strumento utilizzato. Le scelte dell'associazione Rousseau dell'ultimo anno», aggiunge polemico il M5s, «evidenziano la volontà di quest'ultima di svolgere una parte attiva e diretta nell'attività politica. Questa volontà è incompatibile con una gestione neutrale degli strumenti che devono servire ad attuare la democrazia diretta nel Movimento. Il Movimento 5 stelle, nell'ambito del nuovo progetto politico in corso di definizione», conclude il comunicato, «ha pertanto avviato tutte le procedure necessarie per dotarsi degli strumenti digitali necessari ad assicurare la partecipazione degli iscritti ai processi decisionali». Tutta una questione di soldi, dunque. La cronaca di un divorzio annunciato ha come tappa cruciale l'assemblea dei parlamentari pentastellati dello scorso 9 aprile, che segna la fine dei versamenti mensili da 300 euro all'associazione e le nuove regole, che prevedono un contributo di 1.500 euro al mese per le restituzioni e uno di 1.000 per le spese del M5s. Sono i denari necessari per permettere a Giuseppe Conte di portare avanti la sua rifondazione grillina. Ma c'è un ma, un ma grosso come una casa: «Moltissimi parlamentari al secondo mandato», spiega alla Verità un esponente di peso del M5s, «stanno ripetendo: perché dovrei versare mille euro al mese per finanziare il partito di Conte, che poi non mi ricandida? Difficile dar loro torto: questa operazione è partita male e sta andando avanti peggio. Lo strappo di Rousseau? Pura strategia del terrore, dal punto di vista economico». In che senso? «Semplice», aggiunge il big grillino, «Casaleggio ci sta dicendo: attenti a versare i 1.000 euro al mese per il M5s, perché partono i contenziosi legali». L'associazione Rousseau parla anche di un nuovo progetto politico… «Ah guardi», scherza la nostra fonte, «c'è la fila! Ironia a parte, questo per noi è l'ultimo dei problemi. Per fare un partito ci vogliono i voti, così funziona, e quelli stanno già scappando da noi, figuriamoci se c'è spazio per un nuovo partito. Magari Casaleggio imbarcherà qualche ex già andato via dal M5s, tutto qui». In effetti, la diaspora dal M5s prosegue, ma non verso Casaleggio e i suoi fedelissimi: ieri la parlamentare europea Isabella Adinolfi, eletta nel 2019 in Puglia, ha detto addio ai grillini ed è passata con il Ppe, avvicinandosi a Forza Italia: «Ho incontrato Isabella Adinolfi», ha scritto su twitter il coordinatore nazionale di Fi e vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, «e Andrea Caroppo (eletto con la Lega che ha lasciato lo scorso ottobre, ndr). La prossima settimana voteremo la loro adesione al Ppe. Si rafforza la presenza della nostra delegazione nella grande famiglia dei popolari europei. Benvenuti!». Nella direzione del nuovo soggetto di Casaleggio si muovono invece, come dichiarano all'Adnkronos, due deputati ex M5s, ora esponenti di L'alternativa c'è, Andrea Colletti e Pino Cabras. Dialogo con Casaleggio? «Certo», dice Colletti, «non è giusto in questo momento storico evitare determinate personalità, non ha nessun senso logico. Gli avversari sono altri, ascoltiamo chiunque possa portare un contributo positivo»; «Sicuramente siamo disposti a dialogare anche con Casaleggio», sottolinea Cabras, «l'impostazione data al nostro progetto è quella di un luogo accogliente, pensato per aprire una nuova organizzazione dell'opposizione in Italia, che non deve essere necessariamente un partito. Siamo aperti a tante organizzazioni, compresa Rousseau, che lavora su temi vicini ai nostri». Rammaricato il deputato M5s Francesco Berti: «La dipartita di Rousseau dal M5s», scrive Berti sui social, «è uno strappo a cui non si doveva arrivare. Il M5S rinnega una piattaforma pionieristica a livello globale, che ci ha permesso di selezionare i candidati, condividere le informazioni e, soprattutto, condividere il potere Intanto, l'autorevole deputato pentastellato Stefano Buffagni prende posizione sulle prossime comunali di Milano: «Sulle comunali di Milano», riflette Buffagni, «stiamo facendo un percorso, stiamo preparando i contenuti e delle proposte. Non credo che l'alleanza sia un tema in oggetto, credo che la strada migliore alla fine sia andare da soli rimarcando le differenze e dimostrando qual è la visione di sviluppo che abbiamo». 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Il motivo? «Semplice», spiega alla Verità una fonte di primo piano del M5s, «Conte sta prendendo tempo perché non è in grado di rispettare gli accordi presi con il Pd, e in particolare con Goffredo Bettini, per le prossime amministrative». Quali accordi? «A Roma, per esempio», aggiunge l'esponente pentastellato, «Conte ha promesso a Bettini che avrebbe sostenuto il candidato del Pd, e avrebbe scaricato Virginia Raggi. Promessa impossibile da mantenere, considerato che la Raggi tra gli attivisti ha ancora un seguito. Anche a Milano si naviga a vista. Solo a Napoli, grazie all'asse tra Luigi Di Maio e Roberto Fico, entrambi esponenti del territorio, il M5s sta lavorando seriamente in vista delle amministrative del prossimo autunno. Non è da escludere», conclude il nostro interlocutore, «che l'ex premier voglia aspettare l'estate per scendere in campo». Altro giro, altra versione, che coincide con la prima: «Scommetto», confida alla Verità un altro big del M5s, «che Conte non si muoverà prima di giugno o luglio. C'è la questione della nuova piattaforma da mettere a punto dopo l'addio di Rousseau, poi bisognerà cambiare lo statuto, e infine Conte non ha neanche lontanamente i tempi della politica: aspetta, aspetta, tentenna, e alla fine non si muove. Questa attesa del messia», aggiunge l'esponente grillino, «fa male innanzitutto a lui. Intanto, noi ci muoviamo al buio, senza una leadership, senza una linea politica, e sembra che al governo neanche ci siamo, pur essendo la prima forza in Parlamento». Tre indizi fanno una prova: «Mentre Conte è ancora alla finestra», argomenta un altro esponente molto noto del M5s, «il Pd ha già cambiato segretario. Quando scenderà in campo? Bisogna chiederlo a lui». I problemi dell'alleanza Pd-M5s per le amministrative emergono chiaramente dalle affermazioni del segretario del Pd, Enrico Letta: «Per le elezioni del 2023», dice Letta a El Pais, «bisogna formare un'alleanza con il M5s di Conte. Le amministrative saranno un primo test con alcune eccezioni, come Roma, dove loro vogliono mantenere un loro candidato e noi ne vogliamo uno nostro. Per le comunali», aggiunge Letta, «nelle prossime settimane presenteremo un nostro candidato. In alcune città lo faremo con le primarie». La strategia di Letta è fin troppo chiara: lisciare il pelo a Conte, ben conoscendo i limiti politici dell'ex premier, e tentare così di tenersi buoni i pochi elettori ancora rimasti al M5s, per portarli verso il Pd. È evidente, infatti, che dal punto di vista della tattica e della strategia politica Giuseppi è ancora un principiante: basta ricordare il modo maldestro con il quale ha tentato di restare aggrappato alla poltrona di Palazzo Chigi, reclutando improbabili responsabili, per rendersi conto dei limiti dell'ex avvocato del popolo. Le prossime amministrative dell'autunno 2021 saranno il primo banco di prova per il (quasi) futuro leader dei grillini, ma il modo con il quale il M5s si sta avvicinando all'appuntamento lasciano presagire una disfatta, che Conte non vuole in nessun modo intestarsi. Per questo, Giuseppi prende tempo, ma prima o poi i nodi verranno al pettine.
Sabato 28 febbraio la Casa di reclusione di Milano Bollate ospita la terza edizione dei Giochi della Speranza. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e società civile in campo insieme per una «piccola olimpiade» che usa lo sport come strumento di inclusione e speranza.
Le Olimpiadi arrivano anche dietro le sbarre. A Milano lo sport entra in carcere con la terza edizione dei Giochi della Speranza, una «piccola olimpiade» che sabato 28 febbraio porterà gare e tornei dentro la Casa di reclusione di Milano Bollate. L’iniziativa si inserisce nel clima dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026 e prova a tradurne i valori in un contesto dove il confine tra dentro e fuori è, per definizione, più netto.
Il carcere, per un giorno, diventerà un campo di gara. Non per dimenticare dove ci si trova, ma per usare lo sport come linguaggio comune, capace di accorciare le distanze e rompere schemi e abitudini. È questo lo spirito con cui i Giochi della Speranza arrivano per la prima volta a Bollate, dopo le edizioni precedenti e l’esperienza avviata a Rebibbia, a Roma.
Il progetto è promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, insieme al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al Gruppo sportivo Fiamme Azzurre e alla rete dei magistrati Sport e Legalità, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La presentazione si è svolta alla Triennale di Milano, nella sede di Casa Italia. Negli anni, i Giochi della Speranza si sono costruiti un’identità precisa: non un evento simbolico, ma un progetto educativo che mette al centro dignità della persona, giustizia e percorsi di recupero. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: creare spazi reali di incontro e responsabilità condivisa dentro gli istituti di pena, usando lo sport come terreno neutro su cui riconoscersi parte della stessa comunità.
A spiegare il senso dell’iniziativa è Daniele Pasquini, presidente della Fondazione promotrice: «Portare la speranza in carcere», dice, «significa offrire alle persone detenute un’aria di normalità, spezzare una quotidianità spesso monotona e ridare valore al tempo». Non solo una giornata di gare, quindi, ma un percorso che crea attesa, preparazione e coinvolgimento. Questa edizione milanese è organizzata in collaborazione con il Csi Milano e avrà una formula particolare: in campo scenderanno quattro delegazioni – detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile – chiamate a competere fianco a fianco, senza gerarchie. «In una città attraversata dal vento olimpico» – ha spiegato il presidente del Csi Milano Massimo Achini – «è emozionante pensare che quell’atmosfera possa scavalcare muri che di solito sono invalicabili». Una giornata che, nelle sue parole, è il punto di arrivo di un lavoro quotidiano svolto durante l’anno negli istituti di pena del territorio. Il senso più profondo dell’iniziativa lo ha riassunto Fabrizio Basei, giudice e coordinatore della rete Magistrati Sport e Legalità: «Il carcere può restare un luogo dimenticato, oppure diventare uno spazio in cui si sconta la pena ma si inizia anche un percorso nuovo, di reinserimento e di speranza. I Giochi nascono per stare da questa seconda parte».
Il programma di sabato 28 febbraio prevede una mattinata di gare, dalle 9.30 alle 13.00, dopo la cerimonia di apertura. In calendario tornei e prove sportive che vanno dal calcio alla pallavolo, dal tennis tavolo all’atletica (velocità e staffetta), fino a biliardino e scacchi. Discipline diverse, un messaggio unico: lo sport come strumento di educazione alle regole, cura della persona e responsabilizzazione.
Sul valore umano dell’iniziativa si è soffermato anche Michele Robibaro, rappresentante del Dicastero per il Servizio allo sviluppo umano integrale della Santa Sede, ricordando come «l’accompagnamento delle persone detenute sia un gesto di umanizzazione» e come «lo sport, in carcere, possa diventare un’esperienza concreta di libertà possibile». Il direttore del carcere, Giorgio Leggieri, ha parlato dell’importanza dell’attesa e di iniziative radicate nel territorio, soprattutto in un periodo segnato dalle Olimpiadi: il carcere, spesso percepito solo come luogo di separazione, può trasformarsi in uno scenario di inclusione sociale per una comunità che conta oltre 1.600 persone. Infine Irene Marotta, direttore Div. IV Gruppi Sportivi del Corpo di Polizia penitenziaria - Fiamme Azzurre, ha sottolineato come il progetto sia pensato per essere replicabile negli istituti dotati di strutture adeguate: le quattro rappresentative in campo insieme sono il simbolo di una possibile ricomposizione del conflitto attraverso lo sport.
Alle 13 sono previste le premiazioni. Ma, al di là dei risultati, l’obiettivo resta uno solo: dimostrare che anche dietro le sbarre lo sport può aprire uno spazio di incontro, responsabilità e futuro.
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(IStock)
Chiunque sia dotato di un livello minimo di buon senso sa che un bambino dai quattro anni in poi, fino alla preadolescenza e all’adolescenza, ma soprattutto nei primi anni, vive un processo molto complesso, e soprattutto molto personale, che cambia da bambino a bambino, da bambina a bambina. Un bambino può arrivare a camminare prima di un altro ma può sviluppare più tardi una certa proprietà di linguaggio e questo dimostra che non è possibile determinare, anzi predeterminare, uno sviluppo che segua rigidamente delle tappe prestabilite. Figuriamoci se è possibile, in questa fase così delicata, inserire per legge e nella scuola, neanche in famiglia, la possibilità per un bambino o una bambina di aggiungere a tutto il «peso» psicologico, ma anche diremmo alla magia di questo percorso, un ulteriore elemento e cioè quello dell’orientamento sessuale, o del gender, che andrebbe in ogni caso ad appesantire quel patrimonio di base che comunque andrà nel futuro e che è quello che costituirà le fondamenta della personalità individuale. Ci ha insegnato il grande filosofo e pedagogista Jean Piaget che esistono, nello sviluppo cognitivo, due elementi base ma fondanti che sono un insieme di funzioni dette «invarianti» che consentono, sia al bambino sia all’adulto, di avere un rapporto di scambio con l’ambiente esterno che gli consente di ottenere informazioni, comprenderle, elaborarle, memorizzarle e utilizzarle grazie proprio all’elasticità che va sviluppandosi nel processo psicologico evolutivo e che consente al bambino di adattarsi all’ambiente circostante, non solo recependo le informazioni che gli giungono, ma anche elaborandole, ognuno secondo un percorso personale, e interagire così col mondo che lo circonda. C’è poi un secondo elemento che ci indica Jean Piaget ed è costituito dalle «strutture cognitive» che si costruiscono proprio all’incrocio tra i processi mentali della persona e l’ambiente fisico e sociale esistente e nel quale è introdotta e si modificano durante la crescita per far fronte ai nuovi bisogni che sorgono con il passare dei primi anni di vita. I bambini non sono soggetti passivi, come del resto chiunque ha avuto a che fare con loro ha potuto sperimentare, ma sono soggetti che raccolgono dati attraverso l’esperienza, li classificano in schemi mentali preesistenti, ma spesso li modificano a seconda di nuove informazioni o nuove esigenze. Pensate un bambino al quale viene proposto un gioco, magari di costruzioni possibili, passerà più o meno velocemente dalle costruzioni più semplici che rappresentano figure presenti già nella sua mente a figure magari stravaganti e che non si reggono in piedi, ma che manifestano la sua possibilità di sviluppo e di adattamento, ma anche di creatività nei confronti di quel materiale da gioco che gli è stato fornito.
Cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che il bambino ha bisogno di costruire delle strutture di base che rafforzino le sue strutture cognitive secondo un ciclo che è certamente personalizzato a seconda dei diversi bambini ma che comporta alcuni passaggi essenziali a loro comuni.
Abbiamo scritto questa lunga premessa per rendere presente a quegli scellerati, colpevoli scellerati, che vogliono inserire la questione gender fin dall’età di quattro anni, che dovrebbero avere la consapevolezza che prima di far funzionare un’auto e decidere se farla svoltare a destra o a sinistra bisogna che quell’auto - ci rendiamo conto del paragone rozzo, ma vi ricorriamo consapevolmente data la rozzezza della proposta di questi folli inglesi -, ebbene, prima di decidere l’indirizzo bisogna costruire bene l’auto, bisogna che essa abbia tutto ciò che necessita per poter viaggiare tranquilla e decidere la direzione.
Vogliamo lasciare a questi bambini e bambine un tempo tranquillo nel quale sviluppare le strutture di base psicologiche che possano, un domani, momento di raggiunta maturità, portare anche a delle scelte di orientamento sessuale diverse dalla realtà biologica? Oppure riteniamo che a quattro anni si possa individuare una fenomenologia di comportamenti tale da poter decretare noi, non loro, i bambini e le bambine, che appaiono evidenti i segni di un orientamento sessuale diverso dal dato biologico? Ma siamo veramente tutti impazziti? Vogliamo arrivare al punto di dare delle pasticche per la transizione sessuale alla scuola elementare? Arriveremo forse al punto in cui i genitori, non contenti del sesso della creatura che stanno concependo, vorranno iniziare da subito una transizione voluta da loro e inflitta a queste povere creature innocenti e inconsapevoli? Vogliano arrivare al punto che partiremo da delle iniezioni intraplacentari? Dove vogliamo arrivare? Non basta quello a cui siamo arrivati che è, a mio modestissimo avviso, ampiamente oltre le offese sopportabili dal dato naturale biologico? La situazione non è disarmante, è molto peggiore, qui si scherza con la natura umana. Forse invasati dall’intelligenza artificiale si pensa che si possa a nostro piacimento manipolare l’intelligenza naturale. Non si rendono conto, questi folli, che una cosa è la scelta personale e consapevole riguardo al proprio orientamento sessuale e altra cosa è una scelta fatta da altri per bambini e bambine sul loro orientamento sessuale che, nelle prime fasi evolutive, non può che corrispondere esclusivamente al dato biologico che si restringe a due categorie: maschio e femmina.
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Kathy Ruemmler con Barack Obama nel 2014 (White House Flickr photo by Pete Souza)
«Buon compleanno! Spero che ti stia godendo la giornata con il tuo vero amore», scrive la Ruemmler a Epstein il 20 gennaio 2015. «Dicono che gli uomini di solito diano un nome al loro pene, altrimenti sarebbe inappropriato fare l’amore con un totale sconosciuto», risponde sarcastico Epstein. «Difficile credere che ci sia ancora un dibattito aperto su se gli uomini siano il genere inferiore», replica divertita la donna. In un’altra mail, questa del 12 febbraio 2016, Ruemmler scrive: «Il miglior massaggio di sempre, ma non il tuo tipo di massaggi», lasciando così intendere di sapere a che cosa alludesse Epstein con quel termine (le sue complici ufficialmente adescavano «massaggiatrici», e molte vittime riferiscono di una «stanza dei massaggi» dove venivano perpetrati gli abusi). In altre mail si riferisce al pedofilo come lo «zio Jeffrey», organizza incontri tra il finanziere e il direttore della Cia, lo ringrazia per regali di lusso e gli chiede consigli su quale tv comprare (marzo 2017), affermando di preferirne una priva dell’«opzione Cia/Nsa» (in quel periodo anche Wikileaks aveva rivelato la possibilità per i servizi di intelligence di accedere alle telecamere e ai microfoni dei dispositivi).
In quelli che sembrano appunti investigativi scritti a mano, emerge che proprio alla Ruemmler il pedofilo avrebbe rivolto una delle prime telefonate dopo l’arresto. In un altro scambio di email, i due discutono del Crime Victims’ Rights Act (Cvra), una causa federale avviata da alcune vittime per far dichiarare illegale l’accordo di non-prosecuzione del 2008 in Florida, accordo che aveva concesso l’immunità a Epstein e ai suoi co-cospiratori. La donna suggerisce o discute strategie su come gestire la vicenda, descritta come «una questione di soldi», e stigmatizza alcune delle persone attive: «Diritti delle vittime, ma fammi il piacere». Rivelati questi messaggi, la consigliera di Obama dal 2011 al 2014, oggi responsabile legale di Goldman Sachs, ha rassegnato le dimissioni.
E non solo lei: anche il miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem ha rinunciato alla carica di ad di Dp World, uno dei maggiori operatori portuali al mondo. Grazie alle pressioni di alcuni parlamentari statunitensi, si è scoperto che fu lui a inviare il «video delle torture» che tanta gioia destò in Epstein. Ripercussioni anche per un’altra figura chiave degli Epstein files, Leon Black, miliardario cofondatore dell’Apollo Global Management su cui grava l’ombra di pesanti accuse di violenze sessuali (anche su ragazze minorenni) e che è stato inserito, nei documenti dell’Fbi, tra i co-cospiratori. Attraverso la sua società di private equity è proprietario di Lifetouch, la più grande azienda di fotografia scolastica degli Usa. Dopo le notizie uscite sul suo conto, molte scuole stanno cancellando i «picture day» (la giornata delle fotografie) perché preoccupate dell’utilizzo che verrebbe fatto di queste foto.
La vicenda di Epstein sta continuando a scuotere anche il Regno Unito, dove ieri si è scoperto che il Lolita Express, l’aereo privato con cui il faccendiere andava in giro e trasportava le sue schiave sessuali, avrebbe fatto scalo anche a Buckingham Palace. Secondo il Sun, l’ex principe Andrea invitò diverse ragazze portate dal finanziere, fatte entrare spesso senza le adeguate autorizzazioni di sicurezza. L’ex premier laburista Gordon Brown ha parlato di 90 voli del Lolita Express atterrati in Uk con a bordo giovani donne provenienti da tutto il mondo. La corona britannica, inoltre, avrebbe prestato 12 milioni di sterline all’ex principe per risarcire la vittima Virgina Giuffrè, morta - ufficialmente per suicidio - l’anno scorso, ma mai un penny è stato restituito dal fratello di re Carlo. Sempre tra i file, inoltre, emerge una mail del 2002 su una gita in Perù organizzata per Andrea dalla socia di Epstein, Ghislaine Maxwell. «Qualche vista turistica, qualche vista a due gambe (leggi: intelligenti, carine, divertenti e da buone famiglie) e sarà molto felice», scrive la donna nel corpo del messaggio, specificando poi i doveri di riservatezza.
Anche il primo ministro Keir Starmer è ben lontano dall’aver risolto i suoi problemi. In una lettera che l’ambasciata del Regno Unito ha recapitato, per conto dell’Nca, all’Fbi americano, emerge che l’intelligence inglese stava indagando su Epstein già nel 2020. Poteva dunque Starmer non sapere dei suoi legami con Peter Mandelson (che, dopo aver perso il titolo di Lord a causa di questa vicenda, è stato convocato ieri a testimoniare dal Congresso americano), da lui nominato ambasciatore negli Usa? Intanto, l'ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha chiesto scusa per la sua pluriennale amicizia con il faccendiere.
Ma la saga degli orrori non è finita. Ieri, due deputate repubblicane sono andate al Dipartimento della Giustizia Usa per visionare i file e sono uscite «scioccate»: all’interno «ci sono persone famose, ricchi, persone di potere, premier, ex premier, ex presidenti e celebrità». Di questa storia sentiremo ancora parlare a lungo.
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