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2024-10-10
Da Nietzsche a Pasolini: gli scritti ritrovati di Adriano Romualdi
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Pier Paolo Pasolini e Friedrich Nietzsche. A sinistra «Scritti Ritrovati» di Adriano Romualdi a cura di Alberto Lombardo (Ansa)
Quando l’opera di un autore è così potentemente seminale e, allo stesso tempo, così manifestamente incompiuta come quella di Adriano Romualdi, il lettore appassionato si protende verso ogni frammento inedito come la pianta verso la luce solare. Giunge quindi particolarmente benvenuta la pubblicazione, per i tipi della casa editrice genovese Arya, degli Scritti ritrovati del giovane intellettuale, scomparso nel 1973, a soli 33 anni, per un incidente automobilistico. Si tratta, come spiega il titolo didascalico, di articoli inediti o poco noti di Romualdi, scovati, raccolti e curati da Andrea Lombardo, lo studioso che più di tutti, e sicuramente con maggiore attenzione filologica, si è dedicato all’opera romualdiana. I testi spaziano dal novembre 1957 ai giorni immediatamente precedenti alla morte di Adriano. Come nota Lombardo nell’introduzione, si tratta di articoli scritti in un arco di 16 anni, relativamente a un autore morto trentatreenne: praticamente, uno spaccato dell’intera vita politicamente attiva di Romualdi. Molti degli scritti raccolti nel volume comparvero per la prima volta nella rivistina Le corna del diavolo, un «mensile polemico studentesco» scritto da e diretta agli studenti delle scuole medie superiori.
Il contenuto degli articoli non sorprenderà comunque il lettore abituato alla prosa e ai temi romualdiani. Si spazia dalla politica alla cultura, passando per l’archeologia, la letteratura, la filosofia. Si bastonano i miti progressisti, ma non mancano sferzate a una destra quasi sempre approssimativa, arraffazzonata, disorganizzata, culturalmente cialtrona. Per converso, si dà alla prospettiva politica della destra un respiro millenario, con scorribande intellettuali che vanno dalle origini indoeuropee al mito futuro dell’Europa potenza.
Alcuni articoli, in particolare, sorprendono, o in altri casi confermano le intuizioni dell’autore già note attraverso altri scritti. In un testo del 1971, per esempio, Romualdi recensisce l’inizio della pubblicazione dell’opera omnia di Nietzsche presso le edizioni Adelphi. Romualdi ne riconosce correttamente la necessitò, per mettere ordine filologico nell’opera del filosofo, nei frammenti postumi, nelle lettere. Ma, allo stesso tempo, non può non sottolineare quanto l’intera operazione strizzi l’occhio alla riscrittura del messaggio nietzscheano e all’accreditamento di un presunto «vero» Nietzsche politicamente corretto.
Particolarmente attuali sono le pagine del mini-saggio Occidente e occidentalismo, apparso su Pagine Libere nel 1967 e, qualche tempo dopo in una forma parzialmente rivista, su Ordine nuovo. Qui Romualdi chiarisce la sua posizione: in termini valoriali e di visione del mondo, afferma, la parola d’ordine della destra dovrebbe essere «Europa», non «Occidente», distinguendo nettamente i due concetti. Dal punto di vista politico, tuttavia, Romualdi invitava (in piena Guerra fredda) a non lasciarsi andare a un anti americanismo frettoloso, astratto, radicale solo sulla carta, ma di fatto suicida nella realtà. Cacciare gli americani con i russi alle porte, spiegava, non avrebbe portato all’indipendenza continentale dell’Europa, ma al dilagare dell’imperialismo sovietico.
Un altro testo, pubblicato postumo, è dedicato a Pier Paolo Pasolini, e sorprende per l’acume e la mancanza di toni moralistici. Romualdi critica in Pasolini «l’avvilimento del romano», inteso come dialetto romanesco. Romualdi contesta radicalmente il preteso verismo della prosa pasoliniana, questo culto delle borgate e dei borgatari, peraltro improbabile in un autore friulano. Il risultato è «una sorta di retorica romanesca», un «gergo a un tempo barocco e sciatto, ampolloso e sporcamente dimesso». La bocciatura è senza appello: «Partito alla ricerca della lingua vera, della parola vivente, è approdato ad un’autentica lingua letteraria, nel senso peggiorativo dell’espressione, ad una maniera raffinata e boriosa». Poi, con una punta di malignità, Romualdi paragona Pasolini allo scrittore italiano che più egli detestava: Gabriele d’Annunzio. Ovviamente non dal punto di vista politico, ma per l’artificiosità della lingua. Con la differenza che nel pescarese si trattava di un’artificiosità ricercata e voluta, mentre in Pasolini il senso della finzione arrivava proprio nel momento in cui egli pretendeva di farsi fotografo della realtà cruda.
Una critica tagliente e originale, che testimonia una volta di più l’immensa perdita culturale che si è accompagnata alla perdita umana in quel maledetto agosto del 1973.
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Una raccolta appena uscita presenta al lettore alcuni degli articoli meno conosciuti dell’intellettuale scomparso prematuramente nel 1973.Quando l’opera di un autore è così potentemente seminale e, allo stesso tempo, così manifestamente incompiuta come quella di Adriano Romualdi, il lettore appassionato si protende verso ogni frammento inedito come la pianta verso la luce solare. Giunge quindi particolarmente benvenuta la pubblicazione, per i tipi della casa editrice genovese Arya, degli Scritti ritrovati del giovane intellettuale, scomparso nel 1973, a soli 33 anni, per un incidente automobilistico. Si tratta, come spiega il titolo didascalico, di articoli inediti o poco noti di Romualdi, scovati, raccolti e curati da Andrea Lombardo, lo studioso che più di tutti, e sicuramente con maggiore attenzione filologica, si è dedicato all’opera romualdiana. I testi spaziano dal novembre 1957 ai giorni immediatamente precedenti alla morte di Adriano. Come nota Lombardo nell’introduzione, si tratta di articoli scritti in un arco di 16 anni, relativamente a un autore morto trentatreenne: praticamente, uno spaccato dell’intera vita politicamente attiva di Romualdi. Molti degli scritti raccolti nel volume comparvero per la prima volta nella rivistina Le corna del diavolo, un «mensile polemico studentesco» scritto da e diretta agli studenti delle scuole medie superiori.Il contenuto degli articoli non sorprenderà comunque il lettore abituato alla prosa e ai temi romualdiani. Si spazia dalla politica alla cultura, passando per l’archeologia, la letteratura, la filosofia. Si bastonano i miti progressisti, ma non mancano sferzate a una destra quasi sempre approssimativa, arraffazzonata, disorganizzata, culturalmente cialtrona. Per converso, si dà alla prospettiva politica della destra un respiro millenario, con scorribande intellettuali che vanno dalle origini indoeuropee al mito futuro dell’Europa potenza.Alcuni articoli, in particolare, sorprendono, o in altri casi confermano le intuizioni dell’autore già note attraverso altri scritti. In un testo del 1971, per esempio, Romualdi recensisce l’inizio della pubblicazione dell’opera omnia di Nietzsche presso le edizioni Adelphi. Romualdi ne riconosce correttamente la necessitò, per mettere ordine filologico nell’opera del filosofo, nei frammenti postumi, nelle lettere. Ma, allo stesso tempo, non può non sottolineare quanto l’intera operazione strizzi l’occhio alla riscrittura del messaggio nietzscheano e all’accreditamento di un presunto «vero» Nietzsche politicamente corretto.Particolarmente attuali sono le pagine del mini-saggio Occidente e occidentalismo, apparso su Pagine Libere nel 1967 e, qualche tempo dopo in una forma parzialmente rivista, su Ordine nuovo. Qui Romualdi chiarisce la sua posizione: in termini valoriali e di visione del mondo, afferma, la parola d’ordine della destra dovrebbe essere «Europa», non «Occidente», distinguendo nettamente i due concetti. Dal punto di vista politico, tuttavia, Romualdi invitava (in piena Guerra fredda) a non lasciarsi andare a un anti americanismo frettoloso, astratto, radicale solo sulla carta, ma di fatto suicida nella realtà. Cacciare gli americani con i russi alle porte, spiegava, non avrebbe portato all’indipendenza continentale dell’Europa, ma al dilagare dell’imperialismo sovietico.Un altro testo, pubblicato postumo, è dedicato a Pier Paolo Pasolini, e sorprende per l’acume e la mancanza di toni moralistici. Romualdi critica in Pasolini «l’avvilimento del romano», inteso come dialetto romanesco. Romualdi contesta radicalmente il preteso verismo della prosa pasoliniana, questo culto delle borgate e dei borgatari, peraltro improbabile in un autore friulano. Il risultato è «una sorta di retorica romanesca», un «gergo a un tempo barocco e sciatto, ampolloso e sporcamente dimesso». La bocciatura è senza appello: «Partito alla ricerca della lingua vera, della parola vivente, è approdato ad un’autentica lingua letteraria, nel senso peggiorativo dell’espressione, ad una maniera raffinata e boriosa». Poi, con una punta di malignità, Romualdi paragona Pasolini allo scrittore italiano che più egli detestava: Gabriele d’Annunzio. Ovviamente non dal punto di vista politico, ma per l’artificiosità della lingua. Con la differenza che nel pescarese si trattava di un’artificiosità ricercata e voluta, mentre in Pasolini il senso della finzione arrivava proprio nel momento in cui egli pretendeva di farsi fotografo della realtà cruda.Una critica tagliente e originale, che testimonia una volta di più l’immensa perdita culturale che si è accompagnata alla perdita umana in quel maledetto agosto del 1973.
Il fumo si alza dopo gli attacchi aerei sui depositi di petrolio dell'8 marzo a Teheran (Getty Images)
Per la prima volta nella storia recente, gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato un attacco diretto contro l’Iran, prendendo di mira un impianto di desalinizzazione. Il raid segna un’escalation significativa nel conflitto in Medio Oriente, che vede ormai coinvolti Stati Uniti, Israele e diversi Paesi del Golfo. Abu Dhabi ha annunciato di aver intercettato la maggior parte dei missili e dei droni provenienti dall’Iran, pur confermando quattro vittime tra cittadini stranieri e feriti in un bilancio che ha incluso persone di più di una decina di nazionalità.
Il bombardamento degli Emirati arriva in una giornata già segnata da nuove tensioni sul fronte iraniano. L’Assemblea degli Esperti ha raggiunto un accordo sulla scelta del nuovo leader supremo della Repubblica Islamica dopo la morte di Ali Khamenei, aprendo uno scenario di incertezza politica interna che si intreccia con l’emergenza militare. L’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la guida» e che è stato concordato «un parere decisivo e unanime». Secondo altri membri dell’Assemblea, il candidato scelto dovrebbe essere «odiato dal nemico», citando addirittura gli Stati Uniti, che avrebbero già fatto il nome del prescelto. Il figlio di Khamenei, Mojtaba, resta tra i favoriti, ma la sua candidatura ha incontrato la ferma opposizione di Washington.
Sul terreno, la guerra si manifesta con numeri impressionanti di vittime e distruzione. Gli attacchi israeliani in Libano hanno provocato almeno 394 morti, tra cui 83 bambini e 42 donne, mentre gli scontri tra Hezbollah e Israele proseguono senza sosta. In Iran, oltre 1.200 persone sono rimaste uccise negli attacchi statunitensi e israeliani, con quasi diecimila edifici civili danneggiati o distrutti, secondo la Mezzaluna Rossa. La città di Teheran è avvolta da fumo e da una pioggia nera, contaminata dal petrolio che le bombe hanno fatto fuoriuscire dai depositi colpiti.
Il conflitto ha ormai travalicato i confini iraniani. Missili e droni iraniani hanno preso di mira Israele, la Giordania, il Kuwait e gli Emirati, causando danni materiali e morti tra civili e operatori di sicurezza. Secondo Abu Dhabi, gli attacchi dell’Iran hanno incluso 16 missili balistici e 117 droni, in gran parte intercettati dalle difese aeree locali. L’Iran, dal canto suo, dichiara di poter sostenere la guerra su vasta scala per almeno sei mesi, forte di un arsenale di missili e droni pronti all’impiego. La crisi ha provocato anche flussi di rifugiati: molti iraniani stanno attraversando il confine con la Turchia per sfuggire al conflitto, ricordando scenari già vissuti durante la guerra siriana. Il rischio di un’escalation regionale è evidente, con Paesi del Golfo vulnerabili e la produzione petrolifera in pericolo, minacciando ripercussioni globali. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammonito che «se la guerra continua, non ci sarà modo di vendere petrolio, né la capacità di produrlo nella regione».
Anche la diplomazia internazionale accelera. Il presidente francese Emmanuel Macron si recherà a Cipro per riaffermare la solidarietà europea e cercare di contribuire alla de-escalation nel Mediterraneo orientale. La Cina, attraverso il ministro degli Esteri Wang Yi, ha richiamato tutte le potenze a svolgere «un ruolo costruttivo» e a evitare che la forza diventi diritto. In questo contesto, le parole di papa Leone XIV all’Angelus domenicale risuonano come un monito: «Cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi» in Iran e in tutto il Medio Oriente, affinché la guerra non trascini nella destabilizzazione anche il Libano e i paesi circostanti.
Il conflitto sembra ormai destinato a protrarsi, con un intreccio di vendette, alleanze e interessi strategici che rende sempre più difficile prevedere il prossimo sviluppo. La prima volta degli Emirati contro Teheran non è soltanto un episodio isolato: potrebbe essere il segnale che la guerra, finora circoscritta, rischia di allargarsi a nuovi fronti.
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