Che cosa hanno in comune il tempio del tennis Roland Garros, i duelli aerei e la sfida tra due ingegneri, uno tedesco e uno francese? Ve lo spieghiamo in questa puntata.
La Corte suprema boccia i dazi ma Trump aggira l'ostacolo e li impone di nuovo. Le pressioni Usa fanno saltare i trafficanti messicani, mentre si prepara l'attacco all'Iran. Il caso Epstein, l'economia e la critica woke a «Cime tempestose».
Una complessa operazione delle Fiamme gialle di Senigallia ha portato alla luce una rete di 433 imprese fittizie gestite da cinesi, dedite alla frode fiscale e al riciclaggio tramite false operazioni di import-export con banche clandestine. 281 i denunciati. L'operazione «Cash Back», conclusa oggi, era iniziata nel 2023.
Si è conclusa una vasta indagine del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Ancona, coordinata dalla Procura della Repubblica di Ancona, che ha portato alla luce un articolato sistema di frodi fiscali e riciclaggio di denaro su scala nazionale ed internazionale.
L’operazione denominata Cash Back, condotta dalla Tenenza di Senigallia, ha permesso di individuare e di incidere su un sistema criminale ramificato, sofisticato e capace di muovere 5 miliardi di euro tra Italia ed estero.
L’inchiesta è cominciata nel 2023 dopo alcuni controlli fiscali avviati d’iniziativa dalle Fiamme Gialle di Senigallia nei confronti di laboratori tessili situati a Senigallia, Corinaldo e Trecastelli. Le aziende, tutte riconducibili a soggetti di nazionalità cinese, operavano nel settore della confezione di abbigliamento per conto di numerosi committenti italiani, inserendosi in un comparto strategico per l’economia della provincia di Ancona.
Fin dalle prime verifiche, i militari hanno riscontrato anomalie significative nella gestione finanziaria delle imprese controllate. In particolare, sono emersi ingenti e sistematici prelievi di denaro contante dai conti correnti aziendali, effettuati tramite sportelli Atm, in corrispondenza alla ricezione dei pagamenti delle fatture emesse. In uno dei casi più eclatanti, i prelievi hanno superato i 200 mila euro in un solo anno.
Nel tempo, si è assistito ad una vera e propria evoluzione del sistema illecito adottato per frodare il fisco ed esportare all’estero i capitali illeciti.
Originariamente, il sistema di false fatturazioni veniva gestito in house dai titolari dei laboratori tessili, che costituivano nello stesso sito produttivo più imprese cartiere intestate a familiari, dipendenti ed ex dipendenti, allo scopo di usare fatture false emesse dalle stesse imprese operanti all’interno della fabbrica.
I numerosi controlli e sequestri portavano i titolari degli stabilimenti produttivi ad adottare un sistema fraudolento più insidioso ed organizzato, ricorrendo ai servizi messi a disposizione da soggetti, collocati soprattutto nel Nord Italia, che avevano costituito una vera e propria rete di false imprese, in grado di fornire altrettanto false fatture a fronte di forti compensi, e di trasferire all’estero i relativi profitti.
Questi trasferimenti di denaro verso l’estero originariamente sono stati affidati a corrieri. A causa dei numerosi rinvenimenti e sequestri eseguiti alla frontiera ad opera dei Reparti della Guardia di Finanza, sono stati progressivamente sostituiti da bonifici bancari verso la Cina, apparentemente giustificati con documenti attestanti false operazioni di importazione.
L’approfondimento investigativo, sviluppato nel corso di diversi mesi e supportato da complesse analisi finanziarie e bancarie, ha consentito di individuare un sistema fraudolento di dimensioni ben più ampie. Gli investigatori hanno, infatti, ricostruito il sistema criminale con cui venivano create e gestite società apri e chiudi, intestate a prestanome italiani e stranieri, con sedi sparse in numerose regioni del territorio italiano, soprattutto del Nord Italia.
L’operazione Cash Back, costituisce lo sviluppo investigativo della precedente operazione Fast and Clean, sempre condotta dalla Tenenza di Senigallia su delega e sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Ancona.
Complessivamente i due filoni d’indagine hanno portato alla scoperta di 433 imprese costituite sulla carta e prive di qualsiasi struttura, domiciliate fittiziamente in grandi centri direzionali e commerciali, che nulla acquistavano e pertanto nulla potevano vendere, il cui unico scopo era quello di emettere dietro compenso fatture false. Autentici «fatturifici» che, nel giro di due o tre anni, hanno emesso documentazione falsa per un valore complessivo di 5 miliardi di euro. Società dalla vita brevissima – spesso non superiore a dodici mesi – ma capaci di generare volumi d’affari enormi, con centinaia di milioni di euro di falso fatturato concentrato in un arco temporale estremamente ristretto. Oltre 60.000 sono le imprese italiane che risultano aver utilizzato le false fatture.
Emblematico il caso di un’impresa con sede in un appartamento al sesto piano di un condominio dell’hinterland milanese, che ha emesso in un solo trimestre fatture false per oltre 69 milioni di euro, senza versare nulla all’Erario.
Nel corso delle perquisizioni effettuate, nei mesi di agosto e settembre dell’anno 2025, presso le abitazioni dei soggetti che di fatto amministravano le imprese o presso i centri di elaborazione dati che si occupavano della loro gestione contabile, le Fiamme Gialle di Senigallia hanno sequestrato numerosi documenti di identità, permessi di soggiorno, passaporti intestati a cittadini cinesi abilmente contraffatti mediante la sostituzione delle fotografie ed utilizzati per costituire società e aprire conti correnti bancari.
Sono state inoltre sequestrate molte carte di credito collegate a conti correnti cinesi, con le quali venivano effettuati pagamenti di decine di migliaia di euro per l’acquisto di beni di lusso presso prestigiosi centri commerciali, carte di credito prepagate prive di IBAN, utilizzate per l’acquisto di beni rifugio, nonché sofisticate apparecchiature elettroniche progettate per gestire simultaneamente oltre 40 account societari, elemento che ha confermato l’elevato livello tecnologico e organizzativo dell’attività criminale.
Fondamentale è risultato essere il ruolo di alcuni centri di elaborazione dati compiacenti, gestiti da soggetti italiani e cinesi, grazie ai quali, venivano emesse migliaia di fatture false, collocate sul mercato da broker anch’essi italiani e cinesi, che fungevano da intermediari con gli imprenditori clienti alla ricerca di fatture fittizie al fine di abbattere l’imponibile e ridurre il carico fiscale. Il suddetto meccanismo veniva, infatti, sfruttato anche da sodalizi che si procurano le false fatture per riciclare proventi illeciti derivanti dalle truffe portate a termine, con l’indebita percezione di bonus edilizi e la negoziazione di crediti d’imposta inesistenti, realizzandosi così una convergenza di più interessi criminali. Presso detti centri di elaborazione contabile sono state sequestrate più Carte Nazionali dei Servizi (CNS), smart card con user-id e password, che consentivano ai possessori di operare in nome e per conto di tutte le imprese fantasma.
Il sistema era collaudato ed eseguito secondo uno schema ripetitivo. In una prima fase il cliente, ovvero il destinatario ed utilizzatore, riceveva una fattura pro-forma, contenente l’indicazione dell'iban su cui effettuare il pagamento. L’oggetto della fattura veniva concordato di volta in volta, spaziando dall’acquisto di merci alle prestazioni di servizi, dalle consulenze alle ristrutturazioni edilizie o anche generiche lavorazioni. Una volta ricevuto il bonifico, la fattura veniva ufficialmente emessa e registrata nel sistema di fatturazione elettronica.
Il compenso per gli indagati era pari al 10% dell’imponibile della fattura, oltre al 22% dell'Iva. Il restante 90% dell’imponibile veniva restituito all’imprenditore utilizzatore della fattura in denaro contante, realizzando di fatto un sofisticato sistema di Cash Back illecito. Per reperire, il denaro necessario per la restituzione agli utilizzatori, gli indagati si avvalevano di una rete di connazionali incaricati di raccogliere contante proveniente da esercizi commerciali del Centro-Nord Italia, somme frutto di evasione fiscale o di altre attività illecite commesse sul territorio nazionale da soggetti di etnia cinese. Infatti, il ruolo di alcuni indagati incaricati di raccogliere il denaro contante veniva evidenziato da controlli stradali del tutto casuali che consentivano di sequestrare a loro carico denaro contante per diverse centinaia di migliaia di euro.
In questo contesto si inserisce la scoperta, avvenuta circa un anno fa nel corso del primo filone di indagine – operazione Fast and Clean – di una underground bank, una vera e propria banca fantasma allestita all’interno di un albergo di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, scoperta grazie a pedinamenti e tracciamenti satellitari effettuato nei confronti di due corrieri cinesi. I finanzieri di Senigallia riuscirono ad individuare la struttura clandestina in cui vennero sequestrati 1 milione e 800 mila euro in contanti, oltre a documenti falsi, macchine conta-soldi, computer e 20 telefoni cellulari. La scoperta rivelava, inoltre, come queste strutture clandestine possano addirittura contare su disponibilità finanziarie liquide di molto superiori a quelle detenute giornalmente da un istituto di credito.
Il sistema scoperto era organizzato anche per il trasferimento illecito di capitali all’estero: il denaro accreditato sui conti correnti delle imprese fantasma con i bonifici eseguiti dagli utilizzatori delle false fatture, veniva trasferito su conti cinesi simulando il pagamento per operazioni di importazioni dalla Cina in realtà mai avvenute.
Per sfuggire alla stringente normativa antiriciclaggio ed alle conseguenti segnalazioni per operazioni sospette da parte degli intermediari bancari, gli indagati affinavano le tecniche di trasferimento di denaro verso la Cina utilizzando Iban virtuali e temporizzati che erano solo apparentemente riconducibili a Paesi europei ma, di fatto, i conti correnti erano registrati in territorio cinese.
Le rimesse di denaro verso l’estero avevano plurimi scopi: compensare i connazionali cinesi per le somme messe a disposizione della banca clandestina e mettere al sicuro in territorio cinese i profitti illeciti realizzati dagli indagati.
Su richiesta della Procura della Repubblica di Ancona, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale dorico ha disposto nei mesi di agosto e settembre 2025 sequestri preventivi finalizzati alla confisca diretta e per equivalente per 620 milioni di euro, corrispondenti ai profitti illecitamente conseguiti dagli indagati. Il sequestro è stato infatti disposto al fine di cautelare i profitti illeciti derivanti da reati tributari di cui al Decreto Legislativo n.74/2000 (utilizzo di fatture false, omessa e infedele dichiarazione, emissione di false fatture, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e omesso versamento dell’IVA) e dal reato di auto-riciclaggio dei proventi illeciti, dirottati verso l’estero e così sottratti alle casse erariali. In esecuzione dei citati provvedimenti cautelari nei soli mesi di agosto e settembre dello scorso anno, sono stati bloccati dalla Guardia di Finanza di Senigallia, circa 600 conti correnti e sequestrate disponibilità finanziarie per oltre 11 milioni di euro, bloccando così l’illecita esportazione di capitali verso l’estero. Su un solo conto corrente operativo in un istituto di credito milanese, intestato a un cittadino rumeno, sono stati sequestrati 2,8 milioni di euro.
Nel novembre 2025 sono stati sequestrati 28 immobili per un valore complessivo di 15 milioni di euro: tra questi un albergo a Padova, una struttura ricettiva in fase di ristrutturazione a Milano, un capannone industriale con uffici in provincia di Brescia e 12 appartamenti, cinque dei quali situati nel quadrilatero della moda di Milano. Tutti gli immobili sequestrati erano intestati agli amministratori di fatto delle imprese cartiere ovvero detenuti dagli stessi, attraverso società partecipate direttamente o tramite prestanome.
Complessivamente, ad oggi, nel corso delle due operazioni Fast and Clean e Cash Back, sono state denunciate 281 persone, tre delle quali arrestate, e sono stati emessi provvedimenti di sequestro preventivo per oltre un miliardo di euro ed eseguiti con il sequestro di circa 50 milioni di euro (tra contanti, somme depositate su conti bancari, titoli, beni di lusso, immobili di pregio, complessi artigianali e industriali e automezzi).
Opere d’arte di pregio, per un valore superiore a 5 milioni di euro, sono state sequestrate presso la dimora di uno degli amministratori di fatto delle cartiere.
Sono state sequestrate, in esecuzione del provvedimento di sequestro impeditivo e, di fatto, cancellate dal registro delle imprese della Camera di Commercio 433 imprese, di cui 329 società di capitali; parallelamente sono state, altresì, cancellate le correlate partite Iva, in maniera da scongiurare ogni possibile, indebito utilizzo.
A completamento dell’attività di indagine, il GIP del Tribunale di Ancona, su richiesta della Procura della Repubblica, disponeva alla fine dello scorso mese di gennaio, il sequestro preventivo ex Decreto Legislativo n. 231/2001 per un miliardo di euro, nei confronti delle n. 329 società di capitali per la responsabilità amministrativa dell’ente dipendente dai reati tributari contestati e per l’illecito profitto conseguito attraverso il mancato pagamento delle imposte: detto provvedimento risulta essere ancora in fase di esecuzione e perfezionamento.
L’operazione rappresenta un significativo colpo all’economia sommersa e conferma l’impegno costante della Guardia di Finanza e dell’Autorità Giudiziaria nella tutela della legalità economica. Un’azione mirata a garantire la leale concorrenza sul mercato, difendendo le imprese che rispettano le regole e contrastando quelle che, attraverso pratiche fraudolente, riescono a proporre prezzi artificialmente competitivi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Futuro nazionale entra nel gruppo Esn, dove siede pure Alternative für Deutschland. Il generale: «Difenderemo le nazioni dal federalismo». Sull’esecutivo chiarisce: «È il meno peggio, non deve essere messo in pericolo».
Alla fine, l’ha fatto. Dopo l’uscita dalla Lega, l’ex generale Roberto Vannacci entra a far parte a Bruxelles del gruppo Europa delle Nazioni sovrane (Esn), il gruppo fondato nel 2024 da Alternative für Deutschland, insieme ad altri partiti di estrema destra di vari Paesi europei, per volontà degli eurodeputati espulsi dal gruppo Identità e democrazia (Id) a causa di una serie di scandali che coinvolsero il politico tedesco Maximilian Krah, in particolare per le sue dichiarazioni sulle Ss naziste.
Con Futuro nazionale il gruppo Esn, che è il più a destra ma anche il più piccolo dell’aula, conta appena otto nazionalità e 28 deputati. Si tratta di esponenti politici di partiti ultranazionalisti minoritari nei rispettivi Paesi, come il ceco Giuramento (Prísaha), il polacco Confederazione (Konfederacja), gli ungheresi di Mi Hazánk Mozgalom, i lituani del partito nazionalconservatore Tautos, i francesi di Reconquête!, i bulgari di Revival e gli slovacchi di Hnutie Republika.
E così, se ancora non si sa molto sui futuristi, è certa la loro collocazione: l’ultradestra nazionalista. L’annuncio a Bruxelles è arrivato in pompa magna direttamente dal presidente del gruppo Esn, il tedesco René Aust (Afd), che accoglie Vannacci a braccia aperte e organizza, eccezionalmente in suo onore, una conferenza stampa: «È un giorno splendido per il nostro gruppo. Puntiamo su una eccellente collaborazione». Conclude con un augurio: «Anche l’Afd all’inizio era un piccolo partito e ora siamo il più grande della Germania, auguriamo a Roberto lo stesso successo».
Vannacci risponde tronfio di gioia: «È un onore, mi riconosco totalmente nei principi, valori e ideali del gruppo Esn. Il principio che vede prevalere la sovranità nazionale sul federalismo europeo. Il fatto di avere unità di vedute, di credere fermamente che questa Europa debba cambiare e debba ritornare a essere l’Europa che ha primeggiato negli ultimi secoli, mi ha convinto a raggiungere questo gruppo e sono convinto che insieme faremo un grande lavoro».
L’obiettivo è chiaro: ripristinare la sovranità e l’autodeterminazione delle nazioni europee contro il federalismo europeo, rimuovendo il Green deal, che secondo Vannacci rappresenta «la peggiore truffa che l’Europa abbia subito dal dopoguerra a oggi, che ha desertificato le nostre industrie, le ha delocalizzate e ci ha reso più poveri e più instabili». Vede poi la sua adesione a Esn come antidoto al nazionalismo di Donald Trump che minaccia il nostro e la cui controrisposta non è certo l’Ue ma una forte coalizione sovranista in Europa. «Trump è quello che definirei un patriota e fa gli interessi della propria nazione. Questi interessi però spesso non sono coincidenti con i nostri».
Vannacci dà poi la sua definizione di immigrazione. «L’importazione di altre culture, altre civiltà che non sono compatibili con la nostra». E arriva al punto di evocare la possibilità di espellere dal Paese anche cittadini italiani di origine straniera, qualora «si dimostrassero non assimilabili al nostro sistema e al nostro ordinamento». «Se uno vuole la Sharia (legge islamica, ndr) può essere espulso perché è un sistema giudiziario non compatibile con il nostro ordinamento», dice. L’ex generale insiste sulla «remigrazione»: «Dobbiamo bloccare l’ingresso in massa dell’immigrazione clandestina e attuare il rimpatrio di chi è entrato illegalmente nella nostra nazione».
A chi gli chiede a quale coalizione appartenga in Italia, lui risponde che «al momento non faccio parte di nessuna coalizione. Futuro nazionale cammina sulle proprie gambe e da solo. Ho votato la fiducia perché questo governo è il meno peggio, ma non mi accontento del meno peggio, voglio di meglio per i miei figli e per l’Italia». E avanza critiche alla Meloni e al suo ministro degli Esteri. «Il governo non ha posizioni chiare di destra. Basti pensare che un suo esponente sta lottando per portare avanti lo Ius scholae che sicuramente non si inquadra in quella che è la posizione di una destra pura». Ogni riferimento a Antonio Tajani è puramente voluto. «Inoltre alcuni esponenti italiani del Partito popolare europeo, quindi di Forza Italia, hanno votato la risoluzione sulla donna, secondo cui i trans devono essere considerati donne a tutti gli effetti».
Vannacci il «risvegliatore di coscienze» spiega quale sia il suo vero ruolo: «Credo che sia quello di risvegliare tutte le persone che credono in una destra vera. Abbiamo il 52 per cento degli italiani che non vanno a votare: molti di loro sono di destra e non si sentono rappresentanti dall’offerta politica che oggi è presente. Voglio federare quelle realtà politiche e sociali che credono in una destra vera e possono vedere nel sottoscritto un punto di riferimento».
L’opposizione in Italia non ha tardato a stigmatizzare l’ingresso di Vannacci nel gruppo di ultradestra: «Va posto un problema politico alla Meloni: tutto bene ad avere in maggioranza un partito con tali caratteristiche?», si chiede il senatore Enrico Borghi, di Italia Viva. «Dopo aver passato anni di maquillage per tentare di mostrare un volto europeo ed europeista, l’asserito conservatorismo di Meloni affiora per ciò che è realmente: un movimento reazionario di destra».
I sondaggi però sembrano dare ragione a Vannacci. Secondo Swg per il TgLa7, Futuro nazionale è al 3,4%. Stabile Fratelli d’Italia al 29,8%, Forza Italia all’8,3%, Lega al 6,6%. «Le percentuali mi interessano fino a un certo punto, commenta Vannacci. «Non ne faccio una questione di riuscita o di fallimento, ma in qualche modo sono rincuorato».
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Friedrich Merz (Ansa)
Un pensionato del Baden-Württemberg rischia cinque anni per aver dato del Pinocchio al cancelliere. Critiche dagli Usa: «Reato di lesa maestà». Intanto l’Ue lancia il centro per la resilienza democratica. Cioè la censura.
La chiamano «resilienza democratica», perché «polizia del pensiero» sembrava brutto. Ieri, nel giorno del quarto anniversario della guerra in Ucraina, l’Ue ha lanciato il suo Centro che dovrebbe occuparsi di combattere le fake news. Ma chi pensa che si tratti solo dell’ennesimo capitolo della crociata antirussa si sbaglia. Le ambizioni sono ben più alte. «Non ci concentreremo esclusivamente sulla manipolazione delle informazioni straniere, sull’interferenza e sulla disinformazione», ha garantito Michael McGrath, che è commissario alla Democrazia, allo Stato di diritto e pure alla Giustizia.
«Ci saranno altri filoni di lavoro in cui cercheremo di investire nella resilienza democratica». Possiamo immaginare quali saranno: profilare i cittadini sui social e reprimere le opinioni scomode sull’immigrazione, su Bruxelles, sui conflitti in corso e su tutto quello che minaccia di disturbare il manovratore. È malafede? A osservare cosa già sta succedendo in diversi Paesi, c’è più di un motivo per essere diffidenti.
In Germania, ad esempio, è appena finito sotto indagine un pensionato di Heilbronn che, su Facebook, aveva osato definire «Pinocchio» Friedrich Merz. Lo scorso ottobre, l’uomo, evidentemente (e legittimamente!) adirato per il deterioramento della situazione dell’ordine pubblico in patria, aveva comunicato la propria esasperazione con un commento sotto a un post della polizia locale, diffuso in occasione di una visita del cancelliere nella città del Baden-Württemberg. L’articolo 188 del Codice penale tedesco prevede pene severe - fino a cinque anni di carcere - per le offese all’onore di politici e funzionari, se esse complicano lo svolgimento della loro attività. «Pinocchio arriva a Heilbronn»: ci credereste che un signore potrebbe finire in cella per questa frase? Nell’Europa che spaccia la sorveglianza psicopolitica per difesa della democrazia, basta poco per ritrovarsi nei guai.
Ne sanno qualcosa nel Regno Unito. La distopia laburista ha prodotto una tale quantità di pazzie, che ci si potrebbe scrivere un’enciclopedia. C’è stato il caso di Lucy Connolly, moglie di un esponente conservatore, sbattuta in galera perché su X, dopo un attentato all’arma bianca, aveva invocato l’«espulsione di massa» dei clandestini, precisando che se ne sarebbe infischiata se qualcuno l’avesse considerata razzista. Troppo ardire, per la terra che 800 anni fa promulgò la Magna charta libertatum. Keir Starmer non è stato capace di proteggere i confini dagli irregolari, però li ha interdetti all’attivista olandese Eva Vlaardingerbroek: a gennaio, è stata bandita dalla Gran Bretagna in quanto la sua presenza «non è da considerarsi favorevole al bene pubblico». Devono esserle costati cari i suoi legami con Tommy Robinson, il capofila della destra movimentista che si oppone all’invasione. D’altra parte, nella Francia di Emmanuel Macron, di recente sono stati arrestati proprio due inglesi che avrebbero incitato all’odio contro gli stranieri. Meraviglie di Internet: doveva essere il paradiso della democrazia, è diventata il mezzo per perseguire i reati d’opinione.
L’episodio surreale accaduto in Germania, intanto, ha riacceso lo scontro con gli Usa, che almeno dal discorso di JD Vance a Monaco, a febbraio 2025, strapazzano l’Europa per la sua smania censoria. Secondo il sottosegretario di Stato per la diplomazia, Sarah Rogers, l’inchiesta sull’affaire Pinocchio «somiglia a un caso di lesa maestà. La maggior parte dei tedeschi con cui ho parlato non vuole che le leggi siano applicate in questa maniera. Ma vaghe e ampie restrizioni della libertà d’espressione generano sempre casi al limite dell’abuso ed effetti raggelanti».
La Rogers è la stessa che, stando a quanto riferito alcuni giorni fa da Reuters, si sta occupando dello sviluppo di un portale online, sul quale verrebbero resi visibili i contenuti che sono stati fatti rimuovere dai governi nel Vecchio continente, o in altre parti del mondo. Il lancio del sito, che dovrebbe appartenere al dominio freedom.gov, era atteso all’ultima Conferenza di Monaco, ma per ora è stato rimandato. Sullo sfondo, c’è il serrato confronto tra Washington e Bruxelles sulle regole del Digital services act, che la Casa Bianca concepisce come una deriva oscurantista, oltre che come un tentativo di danneggiare il giro d’affari delle Big tech. Ragion per cui, negli attriti, rientra pure la partita sui dazi. Donald Trump mal sopporta anche l’analogo regolamento di Londra, l’Online safety act. E a quanto pare, non ha tutti i torti. Certo: non c’è da fidarsi ciecamente di Mark Zuckerberg e compagnia. Ma voi comprereste mai un’auto usata da chi - per il vostro bene, eh - prova a rifilarvi la «resilienza democratica»?
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