
Basta leggere il resoconto dell’interrogatorio per capire che l’agente che ha sparato a Rogoredo racconta una storia lineare, coerente, del tutto incompatibile con l’idea - oggi formalmente contestata - di un omicidio volontario. Le sue dichiarazioni, raccolte nell’immediatezza dei fatti davanti al pm Giovanni Tarzia, restituiscono la fotografia di un intervento maturato in pochi secondi, in uno dei contesti più violenti e degradati della città, di certo non il ritratto di un poliziotto uscito in servizio con l’intenzione di uccidere.
Anzi, chi lo ha visto nelle ultime ore parla di una persona ancora «scossa» per quanto accaduto lunedì scorso. Anche i punti che oggi vengono indicati come da chiarire - a partire dalla possibile presenza di un’altra persona nel bosco - emergono dallo stesso racconto dell’agente: quella figura potrebbe essersi dileguata prima dello sparo o non aver visto nulla di decisivo.
Abderrahim Mansouri, per tutti «Zack», non era una persona qualunque capitata per caso in una zona sbagliata. Marocchino irregolare e con precedenti, era una figura conosciuta, abituata a muoversi con sicurezza in quell’area e a misurarsi con le divise, anche per riaffermare un controllo sul territorio davanti ai suoi gregari. Un atteggiamento che negli anni ha reso Rogoredo uno dei luoghi più difficili per gli equipaggi delle volanti. Stavolta, però, l’escalation è finita nel modo peggiore. Per di più l’agente, assistente capo del commissariato Mecenate, non era un volto nuovo in quel bosco. Al contrario. Nel verbale spiega di conoscere «abbastanza bene quel posto», di avervi trascorso «ore in appostamento» e di aver effettuato lì «circa quaranta arresti l’anno scorso e quattro quest’anno». Un operatore esperto, abituato a muoversi tra i sentieri di Rogoredo, a conoscere le dinamiche dello spaccio, i punti di accesso, i nascondigli. Ed è anche per questo che riconosce subito l’uomo che gli si ferma davanti: Zack persona nota al commissariato, appartenente a una famiglia che - come emerge dagli atti - da anni gravita stabilmente intorno a quella piazza di droga.
Il racconto dell’agente è lineare. Servizio antidroga in straordinario, appostamento iniziale e poi lo spostamento in via Impastato quando via radio apprende che l’operazione non sta dando esito. Sul posto trova i colleghi con uno spacciatore appena arrestato; lui e un altro agente in borghese entrano nel bosco, «eravamo in penombra». Qui nota due sagome, una delle quali scompare molto prima dello sparo: un possibile testimone, che potrebbe essersi allontanato o non aver assistito agli istanti decisivi. Trovarlo, ammesso che ci sia, non sarà semplice.
Quando la distanza si riduce, l’agente si qualifica e riconosce l’uomo. Poi tutto accade in pochi secondi: «Ci siamo qualificati dicendo “fermo polizia” e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro». Solo dopo si scoprirà che era una replica a salve, una Beretta 92 senza tappo rosso, indistinguibile da una vera. In quel momento, però, è una minaccia reale. L’agente spiega che la sua «idea era rincorrerlo», ma davanti all’arma reagisce ed esplode un solo colpo.
Anche la fase successiva è ricostruita con chiarezza: Mansouri viene trovato a terra, supino, con la pistola a pochi centimetri dalla mano; l’arma viene allontanata perché l’uomo rantola. I soccorsi arrivano dopo circa dieci minuti, mentre addosso al 28enne vengono trovate sostanze stupefacenti. «Non ha mai parlato», riferisce l’agente. La famiglia ha affidato la difesa agli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli; l’autopsia del 3 febbraio, affidata all’équipe di Cristina Cattaneo e affiancata da una consulenza balistica, chiarirà distanza e traiettoria dello sparo. La difesa dell’agente è seguita dall’avvocato Pietro Porciani con il consulente Dario Redaelli.
Sul piano politico, su un’area di circa 5 chilometri quadrati tra Rogoredo e San Donato, Riccardo De Corato ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere più controlli e tutele per le forze dell’ordine, riferendo di aver incontrato il poliziotto indagato: «Ha fatto il suo dovere in una delle piazze di spaccio più estese d’Europa». Matteo Salvini, invece, ha parlato di «fascicolo odioso per omicidio volontario, come se quell'agente avesse sparato per uccidere».






