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Askatasuna non caccia i violenti e sfida Torino: «Avanti col corteo»

Askatasuna non caccia i violenti e sfida Torino: «Avanti col corteo»
Ansa
Il centro sociale respinge la mediazione del prefetto. Perquisite le case di due attivisti.

Nessuna mediazione. Gli attivisti del centro sociale Askatasuna hanno respinto le richieste del prefetto di Torino di sfilare in un unico corteo indetto contro lo sgombero avvenuto il 18 dicembre scorso. «Avreste dovuto pensarci prima», hanno replicato, confermando i tre cortei che marceranno sotto lo slogan «Ci riprenderemo la città». Partiranno dalle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa e a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, confluiranno in piazza Vittorio Veneto, in centro città, per poi ripartire in un unico serpentone. E proprio per l’occupazione di Palazzo Novo, ieri, il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha avuto un colloquio telefonico con la rettrice dell’Università, Cristina Prandi, alla quale ha espresso forte preoccupazione per le condizioni di sicurezza degli ambienti coinvolti, assicurando alla rettrice il pieno supporto del Ministero per affrontare una situazione definita inaccettabile: «L’università non è e non diventerà mai un centro sociale, è uno spazio di libertà e dialogo non di violenza».

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«Veruska D'Angelo? Io non vedo un’assistente sociale. Lei ne ha vista una in giro?». Sono le parole di Marco Femminella, uno dei due avvocati della famiglia del bosco, riferendosi alla professionista con cui da tempo c’è un clima di forte tensione.

Il culmine si è registrato dieci giorni fa con l’allontanamento di Catherine Trevallion dalla casa famiglia in cui sono ospitati i suoi tre figli.

«Tutta questa sovraesposizione mediatica è diventata un problema, non è più sostenibile – ha aggiunto il legale lasciando il suo studio di Chieti –. Quei poveretti sono assediati, già stanno messi come stanno».

Parlando dell’arrivo degli ispettori del Ministero della Giustizia al Tribunale per i minorenni dell'Aquila, Femminella ha sottolineato: «È un argomento che riguarda il ministero e il tribunale. Se ci sono problemi lo sanno loro. Chi ha delle responsabilità se le assume. L’importante è che su questa vicenda torni l’equilibrio».

Secondo Emanuel Pietrobon, analista di Masirax, anche il dossier sul magnate pedofilo potrebbe aver indotto Trump a iniziare una guerra contro gli ayatollah.

Molta sinistra, invece, è favorevole al Sì
Giuliano Pisapia, Carlo Calenda, Stefano Ceccanti, Arturo Parisi
Pisapia, Ceccanti, Parisi, Calenda, Minniti... Nel Partito democratico, e non solo, fingono di non vedere che tra i loro big c’è chi dice: «Non si vota sul governo Meloni ma su un tema che condividiamo». Nel gruppo pure Pina Picierno e Roberto Giachetti.

In risposta a chi dice che voteranno Sì solo massoni deviati e imputati, aumentano gli esponenti di sinistra favorevoli alla riforma Nordio.

L’esercito dei riformisti avanza spedito. L’ultimo in ordine di tempo a schierarsi dalla parte del Sì è, Arturo Parisi, promotore dell’Ulivo e delle riforme istituzionali negli anni Novanta, ex ministro della Difesa con Prodi: «Voto Sì per far avanzare una giustizia garantista. Voterò Sì guidato dalla domanda che sta al centro della riforma della separazione delle carriere dei magistrati: la necessità della terzietà del giudice tra chi accusa e chi difende».

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Da Monti a Iacchetti: il circo che vota No e non sa dire perché
Enzo Iacchetti e Mario Monti (Ansa)

Massimo D’Alema mi aveva già convinto che fosse giusto votare Sì al referendum. Se lui è contrario, mi ero detto dopo aver letto le sue motivazioni a favore del No, c’è un motivo in più per approvare la riforma della giustizia messa a punto dal ministro Nordio. In questi giorni ho però trovato altre tesi a sostegno del Sì nelle parole di chi ha deciso di votare No. Per esempio, dopo aver letto l’intervista di Mario Monti al Corriere della Sera ho capito quanto siano pretestuose le ragioni di chi si oppone alla separazione delle carriere.

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