
Chiamatelo fattore «S» che condiziona e fa diventare la giustizia uno show costellato di errori e omissioni.«Esse» come Andrea Sempio o Alberto Stasi, «esse» soprattutto come Roberto Savi, il capo della banda della Uno bianca che dopo 30 anni di reclusione nel carcere di Bollate dove sta scontando l’ergastolo si concede a favore di telecamere a Belve Crime su Rai 2 - la rete dei delitti molti e dei castighi pochi - per farsi intervistare da Francesca Fagnani.
Il fattore «esse» è già scattato; appena spenti i televisori i pm di Bologna annunciano che vogliono interrogare di nuovo Savi così come il sindaco Matteo Lepore (Pd) - figurarsi se si perde l’occasione del «gomblotto» - tuona che «bisogna promuovere ogni approfondimento possibile dopo le rivelazioni di Savi». Garlasco chiama, Bologna risponde soprattutto se si parla di servizi segreti. Ormai siamo abituati alle «suggestioni in nero» via tubo catodico. Francesca Fagnani fa niente male il suo mestiere, ma si è dimenticata la prima fondamentale domanda. Come il maresciallo dei carabinieri Francesco Micheletto che interrogò Andrea Sempio il 18 agosto del 2007 si scordò di fargli la più elementare delle contestazioni: che faceva lei il 13 agosto quando hanno ammazzato Chiara Poggi? Così la Fagnani a Savi non ha posto la domanda-icona del programma: «Che belva si sente?». Chissà cosa avrebbe detto questo ex poliziotto che in sette anni tra Emilia e Marche ha ammazzato con i suoi complici - i suoi fratelli Alberto e Fabio Savi, Marino Occhipinti e altri due gregari - 24 persone e ne ha ferite un altro centinaio? Nonostante oggi sembri l’ombra del Rambo di paese di quarant’anni fa non ha perso il vizio di fare il bullo. Ha buttato lì una verità che pare una bomba, forse è una bufala, di certo racconta per l’ennesima volta, come già con Garlasco, che le indagini hanno seguito la via più breve. «Ci proteggevano i servizi segreti, anzi molte azioni le abbiamo fatte dietro loro richiesta», come la rapina all’armeria di via Volturno, in pieno centro a Bologna; è una di quelle strade dove tutti si conoscono, dove si vende di tutto, anche l’amore a prezzi modici. Era la mattina del 2 maggio del 1991; entrarono nel negozio e fecero fuori Licia Ansaloni e Pietro Capolongo, una sorta di commesso-esperto, ex carabiniere. Chiede la Fagnani: «Fu una rapina?». Savi spavaldo replica: «Ma va là, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevano nient’altro che pistole in quella casa. Lui era ex dei servizi particolari dei carabinieri. Volevamo una scusa, farlo fuori in qualche maniera…». Eccolo il Savi killer su commissione delle barbe finte da cui - racconta - andava a prendere ordini tutte le settimane a Roma. Ce l’avevano in particolare con i carabinieri perché l’esordio ufficiale della Uno bianca - c’era stato un prologo insignificante nel 1987 con la rapina al casello dell’A-14 a Pesaro - fu la sera del 4 gennaio del ’91. Quartiere Pilastro; una pattuglia dell’Arma accerchiata. La mattanza lasciò sul terreno Otello Stefanini, capopattuglia, e i carabinieri Andrea Moneta e Mauro Mitilini; neppure cinquant’anni in due. Loro ferirono Roberto Savi, ma furono finiti tutti e tre con un colpo alla nuca. Bologna - che troppe ne ha subite - pensò all’attacco terroristico neofascista. Qualcosa però non tornava. Lo si seppe nel ’96 con le condanne all’ergastolo. Ma c’è ancora chi non crede che quelli fossero assassini in divisa da poliziotto. Giovanni Spinosa - magistrato, è stato anche all’antimafia di Bologna - aveva avuto al suo servizio Roberto Savi senza mai sospettare di nulla e ha scritto un libro L’Italia della Uno bianca per sostenere che la «banda» era un’organizzazione sovversiva. Ecco il fattore «esse». La Procura di Bologna guidata dal dotto Paolo Guido ora intende interrogare Roberto Savi dopo l’intervista. Oggetto: i servizi segreti. Quando? Non c’è fretta perché prima i magistrati vogliono studiarsi il video dell’intervista, soprattutto nella parte in cui Savi rievoca la rapina di via Volturno e l’ordine di far fuori l’ex carabiniere Pietro Capolongo. Esattamente trentacinque anni dopo! Di conseguenza il sindaco di Bologna Matteo Lepore, quello che va a braccetto dei pro Pal anche se gli sfasciano tutto - sentenzia: «Di fronte alle gravi affermazioni di Roberto Savi voglio ribadire, a nome della comunità bolognese, la nostra sentita vicinanza ai familiari delle vittime (non l’hanno pressa benissimo e hanno protestato con la Rai ndr), che si sentono colpiti dalle rivelazioni televisive di uno dei capi della Uno bianca. Savi è responsabile di efferati delitti e la sua intervista è rilevatrice di un profilo criminale di massimo rilievo, che sicuramente non gode d’immediata affidabilità. Tuttavia, di fronte alle sue dichiarazioni, che evocano presunte connivenze e coinvolgimenti di apparati dello Stato, riteniamo necessario promuovere ogni approfondimento possibile».
Eh si facciamo piena luce, ma forse le pile sono scariche. Una cosa è sicura: i riflettori della tivvù ormai fanno diventare personaggi (negativi?) i criminali, ripropongono sul vecchio modello americano il filone noir per fare audience. Che poi si dia nuova sofferenza a chi ha avuto un marito, un fratello, una figlia ammazzati fa parte del macabro gioco, così come chi è in galera forse innocente fa un’incessante doccia scozzese di speranze e delusioni. Ma show must go on.
Ps: Chi scrive quella sera del 4 gennaio del ’91 era al Pilastro a raccontare l’esordio della Uno bianca. Ai cronisti non sono concesse le lacrime. Ma pianse.






