True
2022-03-13
Il rialzo dei casi prova che non serve. Ma tornano i talebani del green pass
Ansa
Parli di libertà e spuntano i chiusuristi. La prossima settimana dovrebbe vedere la luce il tanto atteso decreto con la road map delle riaperture. Non si sa ancora quand’è che il Cdm ci metterà la testa: pare dopodomani, ma una data non è stata fissata. Intanto, a ridosso dell’appuntamento, già ritardato a causa dello scoppio della guerra in Ucraina, rimette la testa fuori il partito dei divieti. Dopo giorni in cui le poche pagine dei quotidiani dedicate al Covid trasmettevano un sostanziale «rompete le righe», è ricominciata la campagna sulla «prudenza».
La Stampa è stata molto esplicita: «Allarme quinta ondata», titolava ieri. Sul quotidiano è ricomparso l’irriducibile Walter Ricciardi, pronto a saltare sopra il rialzo dei contagi, per ricordare che «allentando l’attenzione si favorisce il virus». Il consulente del ministro Roberto Speranza, inossidabile propugnatore della pericolosa utopia del Covid zero, recupera dunque il classico registro minatorio: «La narrazione che tutto sia finito, che dell’obbligo vaccinale e della mascherina anche al chiuso possiamo farne a meno, non ci faranno passare un’estate tranquilla», ammonisce. Strana logica: se punturine forzate e mascherine fanno miracoli, com’è che le infezioni sono aumentate lo stesso? Solo perché i virologi sono spariti dalla tv?
Pure Cesare Cislaghi, della Società italiana di epidemiologia, sempre sulla Stampa, reagisce all’apparente resa dei rigoristi: «È sbagliato dare informazioni per tranquillizzare, perché la caduta degli atteggiamenti di prudenza sta rappresentando un grosso problema». Il potere sta sostituendo la militarizzazione alla sanitarizzazione delle coscienze. Ed è un guaio.
C’è da scommettere che la sterzata di ieri sia la premessa di una nuova inondazione di allarmismi. Le avvisaglie di un cambio di paradigma si percepiscono altresì nell’intervista di Stefania Salmaso al Corriere: «La fine dell’emergenza e il ritorno all’ordinario spero non significhi far cadere i più importanti sistemi di monitoraggio delle infezioni». Anche perché, insiste l’epidemiologa, «non è scontato che il Covid sarà stagionale».
Né è un caso che Ricciardi scelga certi bersagli. Tra le ipotesi di allentamento della gabbia pandemica, infatti, c’è l’attenuazione della disciplina sull’iniezione coatta, con l’abolizione del requisito di super green pass sul lavoro per gli over 50. Inoltre si ragiona, se non sull’eliminazione dei Dpi negli spazi interni, almeno sulla rimozione, da maggio, dell’obbligo di lasciapassare verde al chiuso (la soppressione all’aperto scatterebbe già da aprile, con il superamento dello stato d’emergenza). La ratio della campagna è inequivocabile: se Matteo Salvini ritwitta Andrea Crisanti, invocando l’abolizione immediata del green pass, scatta il soccorso rosso a Speranza, che non intende mollare l’osso e cedere al pressing della Lega (nella maggioranza) e di Fdi (all’opposizione).
Ergo, non bisogna lasciarsi ingannare dall’atteggiamento conciliante di Palazzo Chigi, tra l’altro condizionato da guerra, crisi energetica, inflazione, caro bollette e sanzioni alla Russia, elementi che non lasciano presagire una stagione estiva fastosa. In realtà, gli aspetti più deteriori dei lacci e lacciuoli stretti negli ultimi mesi sono proprio quelli destinati a durare più a lungo, mentre l’opinione pubblica viene intortata dai progressivi allentamenti di minore rilevanza. Con buona pace del Carroccio e delle Regioni, le prime a chiedere gli inasprimenti a dicembre e adesso - anime belle! - sconcertate dalla timidezza dell’esecutivo.
La cui tecnica, in sintesi, è stata la seguente: varare le regole più deliranti del mondo; tenere in piedi quelle più vessatorie; e intanto spacciare per grande conquista di libertà ogni timida tappa di fuoriuscita dalle restrizioni. Un preclaro esempio lo offre il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, che ha celebrato il ripristino, dal 10 marzo, delle visite in ospedale, come «un altro segnale concreto di ritorno alla normalità». Peccato che sia necessaria la carta verde rafforzata, mentre chi ha solo due dosi o solo la guarigione, dovrà sottoporsi al tampone. I non vaccinati sono esclusi dal privilegio di andare a trovare i parenti malati. È profilassi? Ma va: se si trattasse di limitare le possibilità di trasmissione del virus, bisognerebbe imporre il test anche a chi ha tre dosi.
Alla fin fine, ciò che davvero interessa al governo è conservare il green pass in quanto dispositivo di sorveglianza. E il modo migliore per assicurarsi che la gente lo accetti, è modularne l’impatto con un andamento a fisarmonica: via da bar e ristoranti nella bella stagione, poi d’inverno se ne riestende il raggio d’azione. Nel frattempo, lo si mantiene sui luoghi di lavoro. Tant’è che, da Roma, trapela l’intenzione di non abrogarlo prima di giugno. Con Massimo Ciccozzi che, sul Messaggero, ventila l’ipotesi della quarta dose per tutti, fa comodo avere a disposizione un mezzo per attuare l’obbligo vaccinale surrettizio. Quanto a futuri impieghi deviati del green pass, dal campo fiscale a quello della riduzione delle «impronte ecologiche», basta collegare i puntini. O farsi un giro in Cina.
Rispunta l’ossessione quarta dose
Con l’indice Rt in crescita e l’aumento di nuovi casi, e mentre il Regno Unito si prepara a un nuovo richiamo di vaccino per gli over 75, immunodepressi e ospiti delle case di riposo, da noi è ripartito il dibattito dei virologi sulla quarta dose per tutti. Ieri è stata la volta del professore Guido Rasi, ordinario di Microbiologia clinica dell’Università Tor Vergata di Roma ed ex direttore dell’Ema, a margine del convegno organizzato a Bari: «La quarta dose? Da valutare. Un monitoraggio attento ci dirà se dovremo ragionare di continuare con questo vaccino, cercarne migliori o se si possa convivere così. Ma saranno i numeri a dircelo, e saranno fondamentali quelli che raccoglieremo da adesso a giugno, per essere pronti per la stagione che tradizionalmente fa vedere una risorgenza delle infezioni. Abbiamo un’alta percentuale di vaccinati e immunizzati ma anche l’incertezza di quanto duri veramente l’immunità, soprattutto la seconda linea immunitaria, quella della memoria, che è quella su cui contiamo per ottobre».
Sul secondo booster frena Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo): «La quarta dose c’è già per gli immunodepressi in Italia. Per andare oltre queste categorie credo non ci siano evidenze sufficienti. Quindi aspettiamo un attimo, servono conferme sul fatto che serva realmente». «Sicuramente credo che sia prematuro parlare di una quarta dose per tutta la popolazione, per le persone sane che non hanno problemi» chiarisce Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, che aggiunge: «Il problema non è tanto la quarta dose, quanto il momento in cui farla: se qualcuno ha ricevuto la terza dose a ottobre, è molto probabile che prima del prossimo autunno-inverno dovrà fare una dose di richiamo. Il discorso è se farla oggi, ad aprile, maggio, giugno, o se attendere e farla più avanti, magari cercando di avere una risposta anticorpale migliore per affrontare il prossimo autunno-inverno. Sappiamo infatti che questo virus ha un andamento stagionale, quindi non vorrei che si facesse l’errore di anticipare troppo la quarta dose e che poi ci si trovasse il prossimo autunno-inverno a doverne fare una quinta. Secondo me un’eventuale nuova dose di richiamo esteso dovrà avvenire prima dell’autunno».
Massimo Ciccozzi, direttore dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare del Campus Bio-medico di Roma, pensa che dopo Omicron possano crearsi delle altre varianti, non più contagiose, ma «che possono aggirare il vaccino. Per questo credo che una quarta dose di richiamo sarà necessaria a ottobre e che la dose dovrà essere tarata sulla variante Omicron e non più sul ceppo originale di Wuhan. Oltre ai fragili, saranno i dati a dirci se dovranno essere coinvolte altre fasce della popolazione».
Intanto ieri, secondo i dati del ministero della Salute, sono stati 53.825 i nuovi casi di Covid-19, (700 più di venerdì). Le vittime sono invece 133, contro le 156 di venerdì, per un totale di 156.782 vittime da inizio pandemia. I dimessi e i guariti sono 12.180.724, con un incremento di 45.393 rispetto a venerdì. Sono 985.622 le persone attualmente positive, con un aumento di 9.143 nelle scorse 24 ore. I tamponi sono stati 417.777 tra antigenici e molecolari e la positività è risalita al 12,9% (+0,4%).
Ancora in calo i ricoveri: nelle terapie intensive sono 14 in meno (venerdì -18) con 40 ingressi arrivando a 513 ricoverati, mentre i ricoveri ordinari diminuiscono di 40 unità (venerdì -140), per un totale di 8.234.
Continua a leggereRiduci
La lieve salita dei contagi dimostra l’inutilità dei diktat. Però i rigoristi invocano prudenza e il mantenimento dei divieti. Allentamenti incerti: card abolita all’aperto da aprile, obbligo vaccinale per over 50 fino a giugno.Massimo Ciccozzi: «Probabile nuovo richiamo a ottobre per tutti». Guido Rasi: «Valuteremo a seconda dei positivi». Frenano Filippo Anelli e Matteo Bassetti: «Prematuro». Intanto, calano morti e ricoveri.Lo speciale contiene due articoli.Parli di libertà e spuntano i chiusuristi. La prossima settimana dovrebbe vedere la luce il tanto atteso decreto con la road map delle riaperture. Non si sa ancora quand’è che il Cdm ci metterà la testa: pare dopodomani, ma una data non è stata fissata. Intanto, a ridosso dell’appuntamento, già ritardato a causa dello scoppio della guerra in Ucraina, rimette la testa fuori il partito dei divieti. Dopo giorni in cui le poche pagine dei quotidiani dedicate al Covid trasmettevano un sostanziale «rompete le righe», è ricominciata la campagna sulla «prudenza». La Stampa è stata molto esplicita: «Allarme quinta ondata», titolava ieri. Sul quotidiano è ricomparso l’irriducibile Walter Ricciardi, pronto a saltare sopra il rialzo dei contagi, per ricordare che «allentando l’attenzione si favorisce il virus». Il consulente del ministro Roberto Speranza, inossidabile propugnatore della pericolosa utopia del Covid zero, recupera dunque il classico registro minatorio: «La narrazione che tutto sia finito, che dell’obbligo vaccinale e della mascherina anche al chiuso possiamo farne a meno, non ci faranno passare un’estate tranquilla», ammonisce. Strana logica: se punturine forzate e mascherine fanno miracoli, com’è che le infezioni sono aumentate lo stesso? Solo perché i virologi sono spariti dalla tv?Pure Cesare Cislaghi, della Società italiana di epidemiologia, sempre sulla Stampa, reagisce all’apparente resa dei rigoristi: «È sbagliato dare informazioni per tranquillizzare, perché la caduta degli atteggiamenti di prudenza sta rappresentando un grosso problema». Il potere sta sostituendo la militarizzazione alla sanitarizzazione delle coscienze. Ed è un guaio. C’è da scommettere che la sterzata di ieri sia la premessa di una nuova inondazione di allarmismi. Le avvisaglie di un cambio di paradigma si percepiscono altresì nell’intervista di Stefania Salmaso al Corriere: «La fine dell’emergenza e il ritorno all’ordinario spero non significhi far cadere i più importanti sistemi di monitoraggio delle infezioni». Anche perché, insiste l’epidemiologa, «non è scontato che il Covid sarà stagionale». Né è un caso che Ricciardi scelga certi bersagli. Tra le ipotesi di allentamento della gabbia pandemica, infatti, c’è l’attenuazione della disciplina sull’iniezione coatta, con l’abolizione del requisito di super green pass sul lavoro per gli over 50. Inoltre si ragiona, se non sull’eliminazione dei Dpi negli spazi interni, almeno sulla rimozione, da maggio, dell’obbligo di lasciapassare verde al chiuso (la soppressione all’aperto scatterebbe già da aprile, con il superamento dello stato d’emergenza). La ratio della campagna è inequivocabile: se Matteo Salvini ritwitta Andrea Crisanti, invocando l’abolizione immediata del green pass, scatta il soccorso rosso a Speranza, che non intende mollare l’osso e cedere al pressing della Lega (nella maggioranza) e di Fdi (all’opposizione). Ergo, non bisogna lasciarsi ingannare dall’atteggiamento conciliante di Palazzo Chigi, tra l’altro condizionato da guerra, crisi energetica, inflazione, caro bollette e sanzioni alla Russia, elementi che non lasciano presagire una stagione estiva fastosa. In realtà, gli aspetti più deteriori dei lacci e lacciuoli stretti negli ultimi mesi sono proprio quelli destinati a durare più a lungo, mentre l’opinione pubblica viene intortata dai progressivi allentamenti di minore rilevanza. Con buona pace del Carroccio e delle Regioni, le prime a chiedere gli inasprimenti a dicembre e adesso - anime belle! - sconcertate dalla timidezza dell’esecutivo.La cui tecnica, in sintesi, è stata la seguente: varare le regole più deliranti del mondo; tenere in piedi quelle più vessatorie; e intanto spacciare per grande conquista di libertà ogni timida tappa di fuoriuscita dalle restrizioni. Un preclaro esempio lo offre il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, che ha celebrato il ripristino, dal 10 marzo, delle visite in ospedale, come «un altro segnale concreto di ritorno alla normalità». Peccato che sia necessaria la carta verde rafforzata, mentre chi ha solo due dosi o solo la guarigione, dovrà sottoporsi al tampone. I non vaccinati sono esclusi dal privilegio di andare a trovare i parenti malati. È profilassi? Ma va: se si trattasse di limitare le possibilità di trasmissione del virus, bisognerebbe imporre il test anche a chi ha tre dosi. Alla fin fine, ciò che davvero interessa al governo è conservare il green pass in quanto dispositivo di sorveglianza. E il modo migliore per assicurarsi che la gente lo accetti, è modularne l’impatto con un andamento a fisarmonica: via da bar e ristoranti nella bella stagione, poi d’inverno se ne riestende il raggio d’azione. Nel frattempo, lo si mantiene sui luoghi di lavoro. Tant’è che, da Roma, trapela l’intenzione di non abrogarlo prima di giugno. Con Massimo Ciccozzi che, sul Messaggero, ventila l’ipotesi della quarta dose per tutti, fa comodo avere a disposizione un mezzo per attuare l’obbligo vaccinale surrettizio. Quanto a futuri impieghi deviati del green pass, dal campo fiscale a quello della riduzione delle «impronte ecologiche», basta collegare i puntini. O farsi un giro in Cina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rialzo-casi-prova-non-serve-greenpass-2656942691.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rispunta-lossessione-quarta-dose" data-post-id="2656942691" data-published-at="1647130832" data-use-pagination="False"> Rispunta l’ossessione quarta dose Con l’indice Rt in crescita e l’aumento di nuovi casi, e mentre il Regno Unito si prepara a un nuovo richiamo di vaccino per gli over 75, immunodepressi e ospiti delle case di riposo, da noi è ripartito il dibattito dei virologi sulla quarta dose per tutti. Ieri è stata la volta del professore Guido Rasi, ordinario di Microbiologia clinica dell’Università Tor Vergata di Roma ed ex direttore dell’Ema, a margine del convegno organizzato a Bari: «La quarta dose? Da valutare. Un monitoraggio attento ci dirà se dovremo ragionare di continuare con questo vaccino, cercarne migliori o se si possa convivere così. Ma saranno i numeri a dircelo, e saranno fondamentali quelli che raccoglieremo da adesso a giugno, per essere pronti per la stagione che tradizionalmente fa vedere una risorgenza delle infezioni. Abbiamo un’alta percentuale di vaccinati e immunizzati ma anche l’incertezza di quanto duri veramente l’immunità, soprattutto la seconda linea immunitaria, quella della memoria, che è quella su cui contiamo per ottobre». Sul secondo booster frena Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo): «La quarta dose c’è già per gli immunodepressi in Italia. Per andare oltre queste categorie credo non ci siano evidenze sufficienti. Quindi aspettiamo un attimo, servono conferme sul fatto che serva realmente». «Sicuramente credo che sia prematuro parlare di una quarta dose per tutta la popolazione, per le persone sane che non hanno problemi» chiarisce Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, che aggiunge: «Il problema non è tanto la quarta dose, quanto il momento in cui farla: se qualcuno ha ricevuto la terza dose a ottobre, è molto probabile che prima del prossimo autunno-inverno dovrà fare una dose di richiamo. Il discorso è se farla oggi, ad aprile, maggio, giugno, o se attendere e farla più avanti, magari cercando di avere una risposta anticorpale migliore per affrontare il prossimo autunno-inverno. Sappiamo infatti che questo virus ha un andamento stagionale, quindi non vorrei che si facesse l’errore di anticipare troppo la quarta dose e che poi ci si trovasse il prossimo autunno-inverno a doverne fare una quinta. Secondo me un’eventuale nuova dose di richiamo esteso dovrà avvenire prima dell’autunno». Massimo Ciccozzi, direttore dell’Unità di Statistica medica ed epidemiologia molecolare del Campus Bio-medico di Roma, pensa che dopo Omicron possano crearsi delle altre varianti, non più contagiose, ma «che possono aggirare il vaccino. Per questo credo che una quarta dose di richiamo sarà necessaria a ottobre e che la dose dovrà essere tarata sulla variante Omicron e non più sul ceppo originale di Wuhan. Oltre ai fragili, saranno i dati a dirci se dovranno essere coinvolte altre fasce della popolazione». Intanto ieri, secondo i dati del ministero della Salute, sono stati 53.825 i nuovi casi di Covid-19, (700 più di venerdì). Le vittime sono invece 133, contro le 156 di venerdì, per un totale di 156.782 vittime da inizio pandemia. I dimessi e i guariti sono 12.180.724, con un incremento di 45.393 rispetto a venerdì. Sono 985.622 le persone attualmente positive, con un aumento di 9.143 nelle scorse 24 ore. I tamponi sono stati 417.777 tra antigenici e molecolari e la positività è risalita al 12,9% (+0,4%). Ancora in calo i ricoveri: nelle terapie intensive sono 14 in meno (venerdì -18) con 40 ingressi arrivando a 513 ricoverati, mentre i ricoveri ordinari diminuiscono di 40 unità (venerdì -140), per un totale di 8.234.
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
Continua a leggereRiduci