2023-04-15
Reportage Ucraina, le evacuazioni dei civili organizzate dai volontari
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I soldi, come sempre, aiutano a capire le vere dinamiche di potere, anche e soprattutto in guerra. Ieri la Bce, spiegando la sua decisione di lasciare invariati i tassi d’interesse, ha osservato che «il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici».
In fondo quel furbone di Volodymyr Zelensky l’aveva capito subito: Medio Oriente e Ucraina sono due facce della stessa guerra. «Per Mosca, gli attacchi iraniani sono un fronte della sua guerra», aveva buttato lì su «X» lo scorso 9 marzo. E nei giorni seguenti era corso a Parigi da Emmanuel Macron a sincerarsi che il conflitto scatenato da Netanyahu e Donald Trump in Medio Oriente «non eclissasse» quello in Ucraina. Parlava pro domo sua, ma ogni giorno che passa emerge che la guerra è una, come dimostrano i prezzi impazziti del gas naturale e del petrolio e la marcia trionfale, in Borsa, dei colossi mondiali della Difesa. Con tanti saluti a chi, specie nell’Unione europea, si sforzava di giustificare la guerra contro Mosca e di criticare quella in Medio Oriente.
Il dibattito sulla situazione in Medio Oriente è del medesimo tenore di quello che era partito dal febbraio del 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin. Le sanzioni Ue contro il gas e il petrolio di Mosca non hanno minato i fondamentali dell’economia russa, che ha venduto più energia a India e Cina, in cambio di sempre più tecnologia. E come ben sa il comandante Zelensky, molti droni piovuti in Ucraina erano di fabbricazione iraniana.
Ora la guerra tra Iran e Israele sta facendo schizzare in alto i prezzi del petrolio, che potrebbero arrivare a 200 dollari al barile, innescando una pesante inflazione. In Europa, molti Paesi vorrebbero riprendere gli acquisti di gas russo, ma il tema è ancora tabù. Vince ancora la linea di Macron, che era pronto a spedire i ragazzi francesi a morire al fronte in Ucraina, ma non accetta l’attacco al regime degli ayatollah. Eppure, la guerra è ormai una sola, come dicono le Borse e i mercati delle materie prime.
E la rappresentazione plastica di questa situazione è arrivata sei giorni fa, quando il governo di Teheran ha reagito così all’offerta di aiuto di Kiev ai suoi nemici: «Adesso l’Ucraina diventa un nostro obiettivo legittimo».
Kaja Kallas, Alto rappresentante Ue, ieri ancora notava che «poiché al momento la guerra in Iran non ha una base di diritto internazionale, i Paesi dell’Ue non hanno alcuna intenzione di entrare in guerra». Pesano ancora due elementi: Trump non ha consultato nessuno, in Europa, e nessuno sa che obiettivi abbiano gli attacchi. Se ancora conta il diritto internazionale, o quel che ne resta, in una fase in cui tutto sembra deciso tra Washington e Tel Aviv, va detto che l’aggressione russa all’Ucraina era fuori dalle regole. Ma forse, anche la soluzione di finta «non guerra» adottata dall’Ue, ovvero mandare soldi (senza i quali Kiev sarebbe già caduta) e spedire armi (facendo finta che fossero solo difensive) non è stata proprio il massimo della coerenza.
E a proposito di soldi, se i vasi comunicanti della guerra portano più dollari nelle casse di Putin grazie all’aumento del petrolio, sui fondi Ue per l’Ucraina ieri è scesa l’incertezza. Ieri c’era il Consiglio europeo a Bruxelles e Zelensky si è lamentato in videoconferenza: «Ormai da tre mesi, la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l’Ucraina da parte dell’Europa non funziona: il pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per quest’anno e il prossimo. Per noi è fondamentale». Nei prossimi giorni potrebbero riprendere i colloqui di pace e l’Ucraina teme che la Russia si presenti al tavolo rafforzata da queste nubi. Non solo, ma al Consiglio Ue si è parlato del rischio che le difese aree schierate in Medio Oriente possano ridurre l’arsenale missilistico a disposizione dell’Ucraina. Sui 90 miliardi, comunque, altra fumata nera perché l’Ungheria continua a opporsi. Come ha spiegato il presidente Viktor Orbán, «abbiamo diritto di dire no al prestito a Kiev finché non passa nuovamente il petrolio» nei gasdotti ucraini. E tutte le strade del petrolio portano ovviamente alla Casa Bianca, che secondo Axios avrebbe chiesto a Israele di risparmiare almeno i giacimenti di gas iraniani. Negli Stati Uniti, comunque, ferve il dibattito tra analisti ed economisti e c’è chi prevede una carenza globale prolungata di gas, che potrebbe durare parecchi mesi. Così non è un caso che Trump, dopo aver allentato le sanzioni sul petrolio russo, nelle ultime ore abbia allargato la manica anche su quello venezuelano. I vasi comunicanti temuti da Zelensky oggi sono una realtà. E valgono anche per le armi. Che siano cinesi, iraniani, russi o israeliani, droni, missili e aerei da guerra possono essere spostati nell’Europa dell’Est come in Medio Oriente, anche perché non sono infiniti, come non sono infiniti i soldi dei bilanci pubblici. Dieci giorni fa, il presidente ucraino aveva avvertito che «il mondo non è pronto per una Terza Guerra Mondiale», pensando di fermare così la guerra in Medio Oriente. In realtà, si sono unificate due guerre per il petrolio e il gas, quantomeno.
L’allargamento del conflitto, l’intensificarsi degli attacchi al Qatar con gli impianti di gas entrati nel mirino dell’Iran, scuote l’Europa. Teheran ha colpito Ras Laffan, il più grande impianto di Gnl del mondo. Il Qatar potrebbe chiudere da un momento all’altro i rubinetti del gas e allora all’Italia verrebbe a mancare circa il 40% delle forniture. Basta questa percentuale per dare l’idea della gravità dello scenario e della difficoltà di azzardare qualsiasi previsione sull’andamento delle quotazioni dei prodotti energetici. L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, ha dichiarato a Reuters che due dei suoi 14 impianti di liquefazione del gas naturale (Gnl) e uno dei due impianti di gas-to-liquids (Gtl) sono stati danneggiati negli attacchi. Ciò che ne potrebbe seguire rischia di rivoluzionare i mercati. «Potremmo dover dichiarare la forza maggiore sui contratti a lungo termine, cioè l’esonero dalla responsabilità contrattuale, per un periodo fino a cinque anni per le forniture di Gnl verso Italia, Belgio, Corea e Cina», ha detto il manager. Le riparazioni degli impianti danneggiati, ha spiegato il Ceo, metteranno fuori uso 12,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per un periodo compreso tra tre e cinque anni. Poi ha sottolineato che l’attacco iraniano ha colpito il 17% della capacità di Gnl del Qatar, causando una perdita di entrate annuali stimata in 20 miliardi di dollari. Il primo ministro e capo della diplomazia del Paese, Mohammed bin Abdelrahmane Al Thani, ha detto che l’attacco iraniano all’impianto di gas avrà «gravi ripercussioni sull’approvvigionamento energetico».
Secondo dati ufficiali, quasi il 40% del Gnl arrivato in Italia proveniva dal Qatar, pari a circa 6,6 miliardi di metri cubi; e secondo Snam, nel 2025 il Gnl ha coperto circa un terzo della domanda nazionale di gas. Il taglio delle forniture e il conseguente aumento del prezzo ha un impatto sull’energia elettrica giacché questa viene prodotta per circa la metà utilizzando il gas che per il nostro Paese è una fonte vitale. Il Gme, il Gestore dei mercati energetici, stima che oggi il prezzo dell’elettricità arriverà a toccare quota 157 euro/Mwh contro una media 2026 di 128 euro. Alle 20 è previsto il massimo a 212 euro/Mwh. E si tratta di un livello che non contempla ancora il boom del Ttf di ieri, per cui è molto probabile che la luce salirà a 170-180 euro/Mwh.
Gli economisti della Bce hanno stimato che nello scenario più grave il petrolio potrebbe arrivare fino a 150 dollari e il gas a 110 euro/Mwh nel secondo trimestre del 2026. Non solo. la crescita del Pil dell’Eurozona scenderebbe quest’anno allo 0,4%, mentre l’inflazione salirebbe al 4,4%, per poi arrivare fino al 4,8% nel 2027 in caso di choc energetico persistente. L’impatto dipende dalla durata e dall’intensità dello choc energetico e dalla sua trasmissione all’economia reale. In questo scenario il decreto Bollette appare insufficiente e andrebbe irrobustito. Intanto Gas Intensive, la società consortile promossa da otto associazioni di settore di Confindustria, che rappresenta il più grande consumatore industriale di gas naturale in Italia, lancia l’allarme. Per il presidente, Aldo Chiarini, «è necessario agire con la stessa determinazione dimostrata nel recente intervento sulle accise sui carburanti. Servono misure simili anche sul fronte del gas naturale». Il presidente di Assocarta, Lorenzo Poli, avverte: «La situazione era già critica dopo lo scoppio del conflitto a fine febbraio, ma oggi ci troviamo a fronteggiare un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio il settore industriale italiano. Non possiamo permetterci una nuova crisi dei costi del gas come quella vissuta nel biennio 2021-2022». Per Marco Ravasi, presidente di Assovetro, «è evidente che l’approccio emergenziale non è più sufficiente. L’Europa deve fare un passo avanti: serve una strategia comune e strutturale in materia di energia, capace di garantire stabilità e sicurezza per l’economia continentale. Solo con un’azione coordinata a livello europeo possiamo difendere il nostro sistema industriale e i milioni di posti di lavoro che ne dipendono». Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica, sottolinea: «Nessuno vuole rivivere i livelli estremi raggiunti dal prezzo del gas nel 2022, ma la situazione attuale non è meno allarmante».
Le quotazioni delle fonti energetiche alle stelle rischiano di compromettere la crescita. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha sottolineato che già in un anno l’Europa ha perso un milione di posti di lavoro. «E il trend sta continuando». Il pericolo viene dalla Cina, che «ha incrementato del 32% le esportazioni verso il Vecchio Continente. La deindustrializzazione d’Europa, per alcuni Paesi che stanno cedendo un’industria di base alla Cina, per noi è una preoccupazione». È un tema che si aggiunge alla crisi energetica e impone alla Ue «un cambio di passo». Per Orsini, «sulla competitività europea oggi è l’ultima chiamata, l’ultimo treno che passa».
Riassunto delle puntate precedenti. Il premier, Giorgia Meloni, a sorpresa, riunisce il Consiglio dei ministri alle 19 per dare il via libera a un decreto legge che le opposizioni invocano dall’inizio della guerra in Iran. La cosa buffa è che, ora che il taglio delle accise c’è, alla sinistra non va bene lo stesso perché è arrivato a tre giorni dal referendum e quindi ha «un sapore elettorale».
Il provvedimento che introduce un taglio di 25 centesimi al litro sul prezzo dei carburanti (per 20 giorni con conseguente calo dell’Iva) è scattato ieri. Una mossa anti speculazione per contenere i costi alle stelle dei rifornimenti che prevede anche ulteriori misure aggiuntive contro i rincari ingiustificati da discutere in un altro cdm straordinario, atteso, forse, nei prossimi giorni.
Il pacchetto comprende anche un credito d’imposta sul gasolio per gli autotrasportatori e del 20% per i pescherecci da marzo a maggio; nonché un rafforzamento dei controlli in tutta Italia, affidati a Mister Prezzi (il Garante per la sorveglianza dei prezzi del ministero delle Imprese), alla Guardia di finanza e all’Antitrust. Mister Prezzi ieri ha già trasmesso alla Finanza la lista dei distributori furbetti che non hanno ancora adeguato i prezzi al decreto. Sono previste sanzioni e pure denunce alla magistratura per verificare la sussistenza di manovre speculative. Il governo è anche pronto ad allungare la durata delle misure, se la crisi nel Golfo non dovesse terminare a breve.
Le opposizioni però lamentano lo stesso un intervento tardivo e limitato, chiedendo un taglio delle accise come nel 2022 con il governo Draghi, sostenuto da tutta l’attuale opposizione. Ignorando che anche quello, peraltro più basso di quello attuale, fu temporaneo e gli effetti sui prezzi al distributore arrivarono solo quattro giorni dopo il decreto. Favoloso il Pd che mercoledì incalzava il governo: «Gli italiani spendono 16 milioni e mezzo in più al giorno di carburanti. Sono passati dieci giorni dalla nostra proposta di abbassare le accise: il governo si deve sbrigare», sbraitavano i compagni. Sempre quel giorno, quel baffetto rampante di Sandro Ruotolo, ex giornalista, europarlamentare e membro della segreteria pd, aggiungeva spavaldo: «Se le donne e gli uomini del nostro Paese sono più poveri, al presidente Meloni non sembra interessare. Bisogna abbassare subito il prezzo dei carburanti». Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sempre mercoledì, assaltava: «Questo governo a dicembre ha aumentato le accise e, dopo 20 giorni, con questi sbalzi, non è ancora intervenuto».
Mercoledì sera però, Meloni, al Tg1 delle 20, annunciava il tanto agognato taglio. Un tempismo perfetto, si direbbe. E invece no, il Pd cambia idea. La capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, parla di «una misura fragile. È solo improvvisazione, uno spot elettorale». Il tesoriere del Pd, nonché sconosciuto senatore, Michele Fina, accende le sue luci della ribalta per buttarla sul referendum: «Quando arriverà questa diminuzione, sarà del tutto insufficiente. Il No al referendum sarà anche un No a un governo che se ne frega di chi non arriva alla fine del mese». Occasione persa per continuare a stare zitto.
Chi, invece, è anche troppo conosciuto, ma non ci pensa proprio a tacere, neppure per dire bischerate, è Matteo Renzi: «Meloni è incredibile: abbassa oggi le accise per i prossimi 20 giorni dopo aver fatto una legge di Bilancio per alzarle per i prossimi sei anni», scrive nella sua newsletter. Renzi però si dimentica di dire che l’ultima volta che qualcuno ha aumentato le accise in Italia, era il 2013, al governo c’era Enrico Letta e lui era a capo del Pd.
Il leader di Italia viva spara anche verso quello che negli ultimi tempi è diventato il suo bersaglio preferito, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che si è sempre professato contrario al taglio delle accise: «La figura di palta più straordinaria è di Urso che era venuto in Senato a dire che tagliare le accise era un errore perché avvantaggiava i ricchi».
Il presidente dei senatori di Fdi, Lucio Malan, replica: «Faziosi, spudorati e disonesti gli attacchi della sinistra. Sono passati dalle accuse all’esecutivo perché non era ancora intervenuto alle accuse perché è intervenuto».
Il 15% del nostro metano è a rischio in seguito agli attacchi. I prezzi volano, compresi quelli dell’elettricità. Dopo il taglio delle accise, tocca intervenire sulle bollette. A Bruxelles, invece di aprire il portafogli, difendono le tasse green. E la Lagarde medita di alzare i tassi.
L’altra mattina, su Canale 5, mi è capitato di discutere con un giornalista ucraino della situazione creata dal blocco dello Stretto di Hormuz e delle ricadute che potrebbe avere sulla guerra in Ucraina. Come i lettori sanno, dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele penso che sia meglio rivedere lo stop all’importazione di gas e petrolio da Mosca. Se lo scopo dell’Europa è non avvantaggiare Vladimir Putin, confermare le sanzioni sulle forniture russe rischia non solo di essere inutile, ma anche di trasformarsi in un boomerang, perché gli stessi Paesi Ue stanno pagando a caro prezzo la crisi energetica.
«Tornare ad acquistare combustibili russi equivale non soltanto a finanziare la guerra, provocando nel giro di un anno la sconfitta dell’Ucraina», ha ribattuto Vladislav Maistrouk, «ma anche a favorire un esodo di milioni di profughi, che inevitabilmente si riverserebbero alle frontiere europee». E per rendere meglio il concetto, il collega ucraino ha citato un vecchio aforisma attribuito a Lenin (ma anche a Marx e a Stalin): «L’ultimo capitalista sarà impiccato con la corda che lui stesso venderà ai propri aguzzini». Morale della favola, comprare greggio e gas dalla Russia equivale a impiccarsi e la corda sarebbe l’onda migratoria che si abbatterebbe sull’Europa. Lasciamo perdere il fatto che 6 o 7 milioni di ucraini sono scappati quattro anni fa, allo scoppio della guerra e l’Europa li ha accolti, offrendo loro ospitalità e spesso un lavoro. E lasciamo pure perdere che, visti gli aiuti ricevuti da Kiev e pagati dai contribuenti europei, minacciare un’invasione per convincere la Ue a non cambiare strategia è un bell’esempio di quanto gli ucraini siano grati per il sostegno ricevuto. Dimentichiamo insomma ciò che finora hanno fatto l’Italia e i suoi partner per difenderli e concentriamoci sul tema principale: conviene o no ripensare le sanzioni? È utile o inutile insistere con lo stop ai combustibili fossili di Mosca?
La risposta è semplice, perché basta osservare la realtà senza pregiudizio. Dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, la fiammata dei prezzi di greggio e gas dovuta allo stop delle esportazioni sta facendo incassare a Putin 150 milioni in più al giorno. Nell’arco di un mese l’extragettito che la Russia potrebbe guadagnare potrebbe sfiorare i 5 miliardi. Dunque, se persisterà la chiusura al passaggio delle petroliere in uscita dal Golfo Persico, la decisione della Ue di non rifornirsi da Mosca per evitare di finanziare l’invasione dell’Ucraina si rivelerà inutile. Anche perché, come è noto, ci sono Paesi che continuano a fare affari con la Russia, in barba alle sanzioni. La Cina è sicuramente uno di questi. La guerra, infatti, ha consentito a Pechino, proprio a seguito delle misure adottate da Bruxelles, di beneficiare di combustibili a un prezzo più basso per l’eccesso di offerta. Secondo alcune stime, le «riserve» galleggianti della flotta ombra di Putin ammontano a centinaia di milioni di barili, messi in commercio attraverso raffinerie compiacenti che riciclano il greggio russo. Dunque, l’Europa continua la politica inflessibile di contrasto a Mosca e gli altri ne traggono beneficio, lasciando alle industrie della Ue i costi del rigore.
E però non è tutto. Perché mentre da un lato Bruxelles fa la faccia feroce, dall’altro continua sottobanco ad acquistare gas naturale liquefatto, importando tutto il Gnl estratto nella penisola russa di Yamal. Non ci credete? A gennaio, come ha scritto Mattia Feltri sulla Stampa, aveva comprato il 93 per cento della produzione. Del resto, l’export russo di prodotti petroliferi è in continuo aumento: 21 milioni di tonnellate nel gennaio 2025, 22 in agosto, 23 a settembre. Nel 2025 l’Unione europea ha importato dalla Russia quasi 41 milioni di metri cubi di gas. Tanto per intenderci dall’Azerbaijan abbiamo acquistato 12,4 miliardi di metri cubi e dal Qatar 12. Greggio e gas che non sono commercializzati di nascosto ma sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno provveda a fermare petroliere o gasdotti. Insomma, tanto vale togliere le sanzioni, mettendo fine a una grande ipocrisia. A maggior ragione se chi diciamo di voler aiutare, a prezzo di sacrifici della nostra industria e delle nostre famiglie, minaccia di invaderci con 10 milioni di profughi, provando a intimorirci con l’idea che se cediamo a Putin saremo impiccati con la nostra stessa corda.
Aggiungo un’ultima annotazione: meglio avere a che fare con 10 milioni di profughi ucraini che con 10 milioni di altri profughi difficilmente integrabili in arrivo dall’Africa o dal Far East.
La scrivo in italiano, ma lei ovviamente l’ha detta in dialetto. Ha la terza elementare, però vuole prendere ogni decisione con scienza e coscienza. Si informa e vuole essere informata. Chiaramente, ha chiesto a suo fratello notizie sul referendum e a un certo punto, mentre le davo spiegazioni, dice: «Ma io ho visto in televisione parlare un politico e parlare un magistrato, ma avrà sicuramente più ragione il magistrato». E ha pure aggiunto: «C’ha sempre più ragione lu prete che lu sacrestano». Ha sempre più ragione il prete che il sacrestano.
Il senso era questo: io non ci capisco nulla di questa storia, ma il magistrato avrà ragione se dice che con il Sì la magistratura finirebbe sotto la politica. In Italia i politici di destra e di sinistra non vengono creduti dagli elettori che la pensano diversamente da loro. Ma il magistrato, il notaio e il prete sono figure che, per la loro storia, vengono credute a priori della gente semplice, che poi rappresenta il 90% delle persone.
Allora ho sentito il dovere di reagire perché un magistrato non può indurre in errore i cittadini raccontando cose false, portandoli a votare diversamente da come potrebbero fare se fossero correttamente informati. Non si può dire che la riforma, con il Sì, metterebbe la magistratura sotto la politica, perché questo nella norma non c’è scritto.
Io, a mia sorella, ho fatto questo esempio: «Hai presente il nostro vicino di casa, quel signore che è calvo? Ecco, di quel signore tu puoi dire che è brutto o bello, ma non puoi dire che sia capellone».
Un fatto raccontato da un magistrato in modo falso è doppiamente grave e direi che è un peccato, non solo una scorrettezza, è proprio un peccato, perché induce in errore i cittadini che credono a quella funzione in quanto tale, per merito di tanti altri magistrati che ci hanno rimesso pure la vita per dare credibilità alla magistratura. È un tradimento che mi ha offeso.
Perciò mi sono detto: «Nel mio piccolo voglio andare in giro a spiegare che anche i magistrati mentono quando si tratta di interessi personali, ideologici, di corrente, insomma di parte». Anche il magistrato è un peccatore.
Questa campagna non la sto facendo per conto del partito A, del partito B o del partito C, la sto facendo come persona informata sui fatti.
In questi 40 anni ho avuto modo di assistere e condividere tutti i ruoli, ad eccezione di quella di condannato. Ho fatto il poliziotto, il pubblico ministero, l’indagato, l’imputato, la parte lesa, la parte civile, il testimone.
Sono riuscito a non farmi condannare perché ho fatto il magistrato e quindi avevo strumenti tecnici, economici e conoscenza effettiva delle procedure per riuscire a non essere condannato, perché altrimenti un cittadino normale non poteva uscire dall’inferno in cui ero stato spedito io.
In Mani Pulite, come tutte le persone che fanno qualcosa, posso aver sbagliato ma in buona fede. Io sicuramente ho sbagliato, ho ancora sulla coscienza il suicidio di Raul Gardini, l’ho scritto nel recente libro La giustizia vista da vicino (Edizioni Piemme).
Ho sempre paragonato l’attività del pubblico ministero all’attività del becchino che arriva quando qualcuno è morto. Il pubblico ministero per legge non può arrivare prima che un reato sia stato commesso.
Prima deve arrivare il reato e poi il pubblico ministero. Che ha un solo compito: verificare se il fatto sia effettivamente un reato e chi l’abbia commesso. Ma negli ultimi 40 anni, si è via via distorta la funzione del pubblico ministero, sicché ce lo siamo trovati sempre più spesso come il becchino fuori dalla porta prima che ci fosse il morto.
Invece di cercare chi abbia commesso il reato, sempre più spesso il pubblico ministero cerca se una persona esposta (sui media, in politica, economicamente o finanziariamente) abbia commesso reati; si è passati dallo Stato di diritto allo Stato di polizia, perché lo scopo non è più cercare chi ha commesso il reato ma, diciamo così, cercare la realizzazione del pm facendo vedere che è riuscito a spogliare una persona per vedergli il pelo fuori posto.
Vanno di moda le cosiddette pesche a strascico. Alla fine il pm dice: «Cavolo, hai visto? Ne ho presi un centinaio». Ma ai dieci innocenti che gli andiamo a raccontare? Ormai si va a caccia per gruppi familiari, per area territoriale, per legami d’amicizia, ma la responsabilità penale è personale. È un po’ come quando mi accusavano di non indagare sul Partito comunista. A parte il fatto che ne ho presi 500-600, io rispondevo: «Pci, nato a…? Il…?», perché l’indagine penale deve avere un nome, un cognome e un nesso di causalità fra fatto commesso e persona che l’ha commesso.
Invece, sempre più spesso, assisto a indagini, come ho detto, avviate per capire se qualcuno mediaticamente esposto possa avere commesso un reato. In questi anni ho assistito a una grande degenerazione del ruolo del pm.
La caratteristica principale del sistema accusatorio è che si tratta di una partita in due tempi. Tutti ci focalizziamo sul secondo tempo, che è il dibattimento, ma in realtà il risultato si decide in gran parte nel primo tempo e nel secondo si va soltanto a certificare ciò che si è fatto nel primo.
Il primo tempo è quello delle indagini preliminari. Lì non c’è l’avvocato difensore. C’è soltanto un cacciatore, il pm, che cerca chi ha commesso il reato e deve esserci un guardacaccia che gli dice «attenzione che stai andando fuori strada, stai facendo intercettazioni che non devi fare, stai chiedendo misure cautelari che non puoi domandare, stai usando una norma di legge che non puoi applicare».
Nel sistema accusatorio il ruolo del giudice dell’indagine preliminare è fondamentale. Il gip è una specie di semaforo per le investigazioni. In 40 anni di esperienza di giudizio accusatorio mi sono reso conto che il rosso non ha funzionato bene, anzi per niente. Il giallo così così, mentre il verde è praticamente sempre acceso.
Il fatto che quasi il 50% dei processi finiscano con assoluzioni dimostra che il filtro, in assenza dell’avvocato, non funziona quasi mai. A decidere in beata solitudine sono soltanto due fratelli di sangue, il pm e il gip, che fanno il concorso insieme e insieme stabiliscono le rispettive carriere, destinazioni e promozioni, le valutazioni disciplinari.
Quello che dovrebbe fare il guardacaccia, diventa l’accompagnatore. Il giudice, in questi 40 anni, si è quasi sempre sentito in dovere di appoggiare il pm nella ricerca del colpevole, ma il suo ruolo dovrebbe essere di garante.
Ma questo è il compito esclusivo del pm, mentre il gip dovrebbe controllare che l’accusa rispetti le leggi e le regole d’ingaggio.
Qualcuno dice che le assoluzioni sarebbero lì a dimostrare che il sistema funziona e che lo Stato è capace di riconoscere all’imputato che è stato vittima di una violenza, al punto da prevedere i risarcimenti.
Sì, magari ho avuto la soddisfazione di essere riconosciuto come vittima di violenza, ma nel frattempo l’ho presa nel c…o, Ok, alla fine mi dai ragione, però la coltellata me l’ha già data.
Separare la carriera di giudici e pm significa tagliare quel cordone ombelicale e culturale che ha portato il gip a non essere il guardalinee di questa partita, in cui, nel primo tempo, c’è in campo una sola squadra che indaga e non c’è neanche l’arbitro, ma solo il gip che non alza la bandierina per il fuorigioco.
Poi quando si va a dibattimento il risultato è in gran parte deciso, perché le prove principali sono state già raccolte.
Il mio Sì è proprio per ridare credibilità alla magistratura nel suo complesso e per stabilire una distinzione fisica, tagliare quel cordone ombelicale fra magistrati che al momento si associano nella caccia al colpevole. Si tratta di cambiare un modello culturale sbagliato.
In questi ultimi due mesi, per il solo fatto che se ne parla, abbiamo avuto gip più attenti. Ciò vuol dire che prima lo erano meno.
Le parti si devono trovare davanti a un giudice terzo. Questo dice l’articolo 111 e questo succede nel secondo tempo. Ma è nel primo che, spesso, si decide la partita, quando si gioca a una sola porta. E, per di più, non funziona il semaforo.
Per quanto riguarda l’Alta Corte, bisogna ammettere che nel settore disciplinare, sino a oggi, abbiamo assistito troppo spesso a errori e omissioni marchiani dei magistrati puniti in modo blando, dal momento che i magistrati tendono a proteggersi reciprocamente. Al punto che chi viene condannato per avere nascosto prove favorevoli agli imputati, come è successo nel caso del processo Eni, viene lasciato al suo posto a fare lo stesso lavoro che faceva prima.
Questo è un dramma che ho sperimentato sulla mia pelle. Mi sono trovato inquisito decine di volte da un pubblico ministero che non poteva indagare su di me perché io stavo per arrestare suo fratello. Eppure lui si è intestardito e io sono stato prosciolto, ma quando l’ho segnalato al Csm gli hanno dato il buffetto della censura.
C’è una copertura reciproca che induce alla sfiducia il cittadino.
Mi indispone che nel dibattito referendario certi professoroni, soprattutto del centrosinistra, buttino sempre la palla fuori campo. Io, invece, ho fatto una scelta di campo. Fra il testo e il contesto loro scelgono il contesto, del testo non gliene frega niente.
Dicono che il magistrato non potrebbe più fare l’indagine per mafia, per corruzione e io rispondo che il magistrato ha una forza tale, visto che sopra di sé ha solo la legge, che se vuole indagare, può farlo a tutti i livelli. Se non vuole non ha bisogno di questa riforma per riuscirci. Ma a mia sorella resta il dilemma, che è lo stesso di tante sorelle d’Italia: «Se lo dice il magistrato sarà vero…».
E io rispondo sempre che a volte ha più ragione il sacrestano del prete.
In tanti dibattiti mi chiedono conto anche del sorteggio. Il Fronte del No dice: «Così ci togliete il diritto di sceglierci i nostri rappresentanti al Csm». Dice anche: «Scegliereste il vostro amministratore di condominio tramite sorteggio?». Il problema di fondo è che ci si confonde su chi siano i condomini dell’Italia. I condomini di cui si deve occupare il Csm non sono i magistrati, ma noi cittadini. Scegliere il procuratore di Roma o il procuratore di Milano significa scegliere chi dovrà fare o non fare indagini sulla l’economia o sulla politica.
Quando le correnti scelgono procuratori e presidenti di Tribunali su base ideologica impongono una politica giudiziaria di un certo tenore.
Non vi è dubbio che la legge vada interpretata, ma va fatto secondo legge. Sempre più spesso ci si affida alla cosiddetta giurisprudenza creativa: a volte si dà alle norme un’interpretazione che stravolge il senso della legge, applicandola in modo opposto rispetto al senso letterale del testo. In questo modo la magistratura, come ha evidenziato su questo giornale ieri il professor Augusto Barbera, si fa legislatore. La Costituzione ci ha detto che i tre poteri dello Stato sono sullo stesso piano, ma se il magistrato diventa legislatore andiamo verso una dittatura della magistratura.
Non può essere un Tribunale a decidere se una nave possa o non possa attraccare nei porti italiani. Se il governo, nel suo insieme, ha deciso che quel natante non attracca, non può diventare un reato, questa è una valutazione politica.
Si può essere d’accordo o meno, ma saranno i cittadini a decidere se confermare o mandare a casa il governo che non vuole accogliere le navi con i clandestini.
Se l’esecutivo sceglie di aprire un centro d’espulsione in Albania è la decisione di un potere dello Stato diverso dalla magistratura. Non c’azzecca niente con il reato, perché altrimenti facciamo diventare delitti le scelte politiche. Io la penso così e per questo voterò Sì.

