«Vorrei solo che in questa città tornasse la legalità». A spiegarlo è Massimiliano Lisa, candidato sindaco nel 2027 con la lista Milano Libera e finito in meno di 24 ore al centro di un caso politico e giudiziario.
Del resto, per mesi la giunta di Beppe Sala lo ha sempre trattato come un problema. Lisa è sempre stata considerato in piazza della Scala come un imprenditore scomodo, il patron del museo Leonardo3, quello degli esposti, delle carte mandate in Procura e alla Corte dei Conti, delle accuse sulla gestione degli spazi in Galleria Vittorio Emanuele II. Tanto che alla fine, su indicazione di Christian Malangone - il direttore generale, già indagato in due filoni urbanistica e vendita di San Siro -, Palazzo Marino lo aveva anche querelato per diffamazione.
Ora però il vento ha fatto il suo giro. Perché proprio sulle concessioni degli spazi nel salotto di Milano, su cui Lisa aveva presentato un esposto lo scorso anno, la Procura ha aperto una nuova inchiesta per turbativa d’asta e corruzione. E la Guardia di Finanza è già tornata a Palazzo Marino e nella sede della Soprintendenza alle Belle arti per acquisire documenti. Un capitolo dell’inchiesta riguarda anche la pubblicità esterna. Nell’ordine di esibizione, la pm Grazia Colacicco chiede infatti le pratiche autorizzative e concessorie sulle installazioni pubblicitarie richieste da Abu Media e Digital Holding in Piazza Cantore. Anche qui l’ipotesi da verificare è la stessa: capire se gli spazi pubblici siano stati assegnati e autorizzati secondo regole trasparenti o se, al contrario, vi siano state corsie preferenziali, procedure alterate o rapporti opachi con pezzi della macchina amministrativa. Va ricordato che nel 2025 il Comune avrebbe incassato dalla Galleria circa 80 milioni di euro. Una bel tesoretto, racimolato tramite bandi soprattutto alle maison del lusso. Proprio per questo l’indagine pesa. Perché mette sotto osservazione il meccanismo con cui il Comune ha costruito uno dei suoi principali risultati economici.
Nel mirino dei pm ci sarebbero funzionari comunali, funzionari della Soprintendenza e responsabili di società private. Non è la prima volta che il business di pubblicità e concessioni sugli spazi pubblici milanesi finisce davanti ai giudici. Prima di piazza Cantore, Palazzo Marino aveva già incassato stop pesanti sui ponteggi pubblicitari di Largo Cairoli, sulla Chiesa di San Marco e sul maxi restyling di piazza Duomo. E già nel 2018 il Consiglio di Stato aveva censurato il Comune per la gestione delle concessioni in Galleria, contestando difetto di istruttoria, carenza di motivazione e disparità di trattamento. Al momento, secondo quanto risulta, non sono state ancora inviate informazioni di garanzia. Il fascicolo si aggiunge alla lunga lista di indagini che da mesi scuotono l’amministrazione milanese: prima l’urbanistica, poi la vendita dello stadio di San Siro, ora la Galleria.
A coordinare il nuovo filone è la pm Colacicco. È un dettaglio non secondario: è lo stesso magistrato che segue anche la querela per diffamazione presentata dalla giunta contro Lisa. Da una parte, dunque, il Comune denuncia l’imprenditore che aveva sollevato il caso. Dall’altra, la Procura indaga proprio sulle procedure finite al centro dei suoi esposti. «Quindi presumo che forse qualche elemento nelle mie denunce doveva esserci», precisa Lisa alla Verità. «E vorrei fare chiarezza. Perché c’è chi insinua che io abbia presentato un esposto che sarebbe stato gestito dal pm Tiziana Siciliano, che ora è candidata nella mia squadra. Nulla di più falso. Ho conosciuto il procuratore aggiunto nel gennaio del 2026, ovvero solo dopo l’uscita dalla magistratura per il suo pensionamento. Non c’entra assolutamente nulla».
Come detto, l’inchiesta nasce infatti da un esposto presentato nel 2025 da Lisa. Nella sua squadra figura come candidato vicesindaco proprio Tiziana Siciliano, fino alla fine dello scorso anno procuratrice aggiunta a capo del pool contro i reati nella Pubblica amministrazione e magistrato che ha coordinato le indagini sull’urbanistica milanese. Anche per questo, Giuseppe Sala sostiene che la vicenda «qualche connotazione politica ce l’ha».
Il sindaco, per ora, prova a tenere bassa la temperatura. «Le riflessioni politiche le farò a tempo debito», ha detto. E ancora: «Quando non sai nulla e leggi un articolo di giornale è difficile capire». Ma la cautela non basta a togliere peso al caso. Perché questa volta non si parla di un ufficio periferico o di una pratica minore. Si parla della Galleria Vittorio Emanuele II, la cassaforte del Comune, il luogo simbolo della Milano del lusso e degli affitti milionari. Gli atti acquisiti riguardano pratiche autorizzative e concessorie su eventi e spazi commerciali: dal biopic Michael su Michael Jackson a Il diavolo veste Prada 2, fino all’evento Dior all’Arco della Pace. Ma il cuore del fascicolo resta la Galleria, con le procedure per tre immobili «ex Verga» e per l’unità di via Silvio Pellico 1, dentro il sistema di valorizzazione che Palazzo Marino ha rivendicato come successo amministrativo.
Il centrodestra attacca. Riccardo Truppo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Comune, parla di una gestione del «salotto» sbandierata come vittoria della giunta ma segnata da denunce e risvolti di cronaca, anche giudiziari, e torna a chiedere le dimissioni del sindaco. La Lega chiede «chiarezza sulla gestione» e sostiene che i milanesi meritino «trasparenza immediata».



