True
2019-11-06
Ilva, voltafaccia del Bullo: governo in bilico
Ansa
Ormai da giorni i segugi dem di Largo del Nazareno cercavano di fiutare e ispezionare il terreno per scoprire in anticipo - e, speravano, per disinnescare - la mina che, in poco tempo, avrebbe potuto o potrebbe far saltare in aria il Conte due. Tutto l'entourage di Nicola Zingaretti si interrogava sull'«incidente» - doloso o colposo - in grado di porre termine all'esperienza dell'esecutivo giallorosso.
La notizia di ieri è che le ricerche possono essere sospese, perché l'ordigno è stato trovato, e ora è sotto gli occhi di tutti, senza però alcuna certezza sul fatto che gli «artificieri» riescano a evitare il peggio: si tratta dell'emendamento renziano per reintrodurre una qualche forma di scudo legale a favore del management Ilva.
Intendiamoci: non c'è da congratularsi con Italia viva per l'inesistente prova di coerenza. Semmai, come (in questo caso, del tutto giustamente) rinfaccia a Renzi Carlo Calenda, anche i renziani hanno contribuito a generare il caos, concorrendo con Pd e grillini, un paio di settimane fa, a votare in commissione lo sciagurato emendamento di Barbara Lezzi che ha privato Arcelormittal dell'immunità, ribadendo poi in Aula il via al decreto Salva imprese privo di quella copertura. Che ora si presentino come rammendatori proprio coloro che hanno contribuito a determinare lo strappo, è parte di un vaudeville parlamentare davvero poco edificante.
Ma, sulla giostra del tatticismo renziano, siamo a questo: ora sarà proprio Italia viva a proporre di rimettere ciò che gli stessi renziani hanno co-deciso di cancellare. E la cosa può avere un effetto dirompente, per la banale ragione che il centrodestra dirà compattamente sì. Morale: quell'emendamento, al Senato, ha fortissime chance di passare.
A questo punto, riavvolgiamo il nastro. La scorsa estate, all'esecutivo gialloblu fu fatale, prim'ancora dello scontro finale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio da un lato e Matteo Salvini dall'altro, un gesto politicamente grave ma dal punto di vista normativo assai più tenue compiuto dai grillini. Ricorderete la rissa sul dossier Tav: a un certo punto, pressato dall'evidenza, e dall'insostenibilità delle eventuali penali da pagare, Conte annunciò il sì alla prosecuzione dell'opera. Persa la partita politica sulla decisione, M5s si rifugiò in un atto simbolico: la presentazione, il 7 agosto, di una mozione anti Tav dichiaratamente minoritaria, e che infatti fu respinta dall'Aula di Palazzo Madama, con contestuale approvazione delle mozioni favorevoli degli altri gruppi.
Da un punto di vista normativo e di sostanza - diciamolo chiaramente - la cosa non aveva un gran rilievo: la decisione pro Tav era già stata presa dal governo. E di tutta evidenza il tentativo dei grillini era solo quello di «scaricarsi la coscienza» dinanzi ai propri tifosi anti Tav più ideologici. Eppure, politicamente parlando, si trattò di un atto deflagrante: una specie di sfiducia del partito di maggioranza relativa nei confronti di una decisione del suo premier. E la Lega ne trasse le conseguenze, constatando l'insostenibilità della situazione, e accelerando verso la crisi. Ecco, se poco più di tre mesi fa una circostanza del genere innescò una crisi, figurarsi cosa potrebbe accadere adesso davanti a uno strumento normativo cogente (un emendamento al dl fisco) e in presenza di un governo già fragile, sfilacciato, sfibrato. Per altro, ieri Fdi ha annunciato un emendamento simile, mentre il leader Pd Nicola Zingaretti - sempre più all'angolo - è costretto a inseguire: «Chi inquina paga ma chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue. Proporremo iniziative parlamentari in questo senso».
È per questo che nelle ultime ore, nel Pd e nei palazzi romani, è scattato il panico. E in diversi cercano di trovare un escamotage che consenta di disinnescare la mina. Come? Tentando di imbastire in fretta e furia una ripresa di trattativa con Arcelor Mittal; rendendo il governo protagonista di un'opera di rammendo. Ma il terreno è sdrucciolevole: non solo per la comprensibilissima mancanza di fiducia dell'azienda nei confronti di un governo che ha cambiato le carte in tavola. Ma anche perché il gruppo senatoriale grillino è una polveriera: e lo sa meglio di tutti l'attuale titolare del Mise, Stefano Patuanelli, che, prima dell'attuale incarico, presiedeva quella tumultuosa comitiva.
La Verità lo aveva raccontato prim'ancora del famigerato voto nelle commissioni congiunte Lavoro e Industria che, intervenendo sul decreto sulle crisi aziendali, aveva fatto a pezzi lo scudo legale: amplissimi settori del gruppo senatoriale grillino avevano fatto sapere che, se le commissioni non avessero votato a favore dell'emendamento Lezzi, sarebbero stati pronti, in Aula, il giorno dopo, a votare contro il decreto, con tutte le conseguenze del caso. Morale: quand'anche, per anticipare e svuotare l'incursione emendativa renziana (realisticamente, sostenuta dal centrodestra), Patuanelli e il governo tentassero di mettere una pezza nella medesima direzione, sarebbe immaginabile una reazione furiosa dei pasdaran grillini: avendo detto no allo scudo un paio di settimane fa, non è realistico che dicano sì adesso, e meno che mai che lo facciano rispetto a una norma generale ed astratta che potrebbe essere applicata anche ad altri casi, oltre all'Ilva. Ecco perché l'ordigno renziano conserva intatta tutta la sua carica esplosiva.
Ma il piano B del Bullo è Jindal
Inutile girarci intorno: la gran voglia di Matteo Renzi, dopo aver concorso allo sciagurato voto parlamentare che ha spogliato Arcelor Mittal dello scudo legale, è quella di presentarsi come il cavaliere bianco che risolve la crisi dell'Ilva: l'uomo delle soluzioni, il facilitatore, il ricostruttore. Con una strategia principale, che sembrava naufragata nella giornata di ieri (e che però Renzi ha provato a rilanciare in serata come piano B), oltre che con la reintroduzione dello scudo legale via emendamento di cui parliamo sopra.
In prima battuta, ieri, pensando forse di poter decidere anche per Cassa depositi e prestiti, ambienti del Giglio magico avevano fatto trapelare su alcuni quotidiani l'intenzione di portare una nuova cordata. E quale? Una riedizione della combinazione tra Cdp, il gruppo indiano Jindal ed eventuali altri interlocutori: in altre parole, una riproposizione della cordata uscita a suo tempo sconfitta nella gara con Arcelormittal.
Tra l'altro, anche in un'altra occasione la storia di Jindal aveva già incrociato i dem, con l'acquisizione degli stabilimenti di Piombino, e anche con un ruolo giocato da Marco Carrai, prima nella veste di advisor e poi di membro del cda del gruppo. L'ingresso degli indiani fu politicamente benedetto dal governo di Paolo Gentiloni (al Mise c'era Carlo Calenda). Presto, però, la dura realtà di un mercato difficile come quello dell'acciaio si è manifestata: difficoltà di elaborare un piano industriale convincente, 1.500 persone in cassa integrazione. Insomma, un quadro delicatissimo raccontato e analizzato a più riprese da La Verità.
Ma - lasciando Piombino e tornando a Taranto - ieri il piano A elaborato dai renziani si è scontrato con una evidenza. In Cdp al momento non c'è alcun dossier Ilva. E del resto non sarebbe configurabile un intervento di Cdp rispetto a una situazione in cui si è celebrata una gara, c'è un aggiudicatario, e - adesso - un contenzioso aperto. E meno che mai sarebbe immaginabile un intervento della Cassa rispetto a un investimento incerto, con un partner industriale da trovare (e il cui nome non andrebbe - diciamo - appreso dai quotidiani), in un contesto la cui solidità e sostenibilità sarebbero da verificare, in un mercato tutt'altro che facile.
Di più: ci sono altre tre ragioni che rendono quello scenario non praticabile, almeno per ora. Primo: Cdp non è una nuova Efim, il vecchio ente delle partecipazioni statali che, nella Prima repubblica, si faceva carico di situazioni decotte. Secondo: lo statuto di Cdp pone paletti non superabili rispetto a eventuali interventi in contesti di crisi. Terzo: Cdp ha un cda, uno statuto, delle regole, dei processi da rispettare. Così, davanti a questa sequenza di evidenze, fatte filtrare indirettamente da Cdp, i renziani hanno ripiegato nella giornata di ieri su un piano B: l'emendamento di cui parliamo in questa stessa pagina.
Tra l'altro, c'è un elemento che non va dimenticato. Poniamo pure - per ipotesi astratta - che il piano A renziano avesse avuto un qualche seguito, con il coinvolgimento di altri investitori. Questi ultimi, per prima cosa, avrebbero preteso (e probabilmente ottenuto) lo scudo legale. E a quel punto, sarebbe stata inevitabile una mega causa (vincente, anzi stravincente) di Arcelor Mittal, che avrebbe avuto buon gioco a contestare la concessione ad altri di ciò che è stato negato all'attuale aggiudicatario, cioè a loro stessi.
Eppure, nella serata di ieri, Renzi ha provato a resuscitare il piano A, diventato quindi B, sostenendo la tesi secondo cui «nessuno di noi fa nascere cordate, ma se si arrivasse al recesso, essendo Arcelormittal il primo, se saltasse il loro impegno, subentrerebbe il secondo arrivato», ovvero Jindal.
Continua a leggereRiduci
Italia viva, dopo aver votato contro la tutela legale sull'acciaieria, annuncia un emendamento per riproporla che avrebbe i voti del centrodestra. Nascerebbe una maggioranza senza il M5s, e con il Pd messo all'angolo.Matteo si tiene le mani libere e apre alla società proprietaria dell'ex Lucchini (e nel cui cda c'è Carrai), sconfitta nella gara per Taranto: «Con il recesso rientrano in ballo loro».Lo speciale contiene due articoli.Ormai da giorni i segugi dem di Largo del Nazareno cercavano di fiutare e ispezionare il terreno per scoprire in anticipo - e, speravano, per disinnescare - la mina che, in poco tempo, avrebbe potuto o potrebbe far saltare in aria il Conte due. Tutto l'entourage di Nicola Zingaretti si interrogava sull'«incidente» - doloso o colposo - in grado di porre termine all'esperienza dell'esecutivo giallorosso. La notizia di ieri è che le ricerche possono essere sospese, perché l'ordigno è stato trovato, e ora è sotto gli occhi di tutti, senza però alcuna certezza sul fatto che gli «artificieri» riescano a evitare il peggio: si tratta dell'emendamento renziano per reintrodurre una qualche forma di scudo legale a favore del management Ilva. Intendiamoci: non c'è da congratularsi con Italia viva per l'inesistente prova di coerenza. Semmai, come (in questo caso, del tutto giustamente) rinfaccia a Renzi Carlo Calenda, anche i renziani hanno contribuito a generare il caos, concorrendo con Pd e grillini, un paio di settimane fa, a votare in commissione lo sciagurato emendamento di Barbara Lezzi che ha privato Arcelormittal dell'immunità, ribadendo poi in Aula il via al decreto Salva imprese privo di quella copertura. Che ora si presentino come rammendatori proprio coloro che hanno contribuito a determinare lo strappo, è parte di un vaudeville parlamentare davvero poco edificante. Ma, sulla giostra del tatticismo renziano, siamo a questo: ora sarà proprio Italia viva a proporre di rimettere ciò che gli stessi renziani hanno co-deciso di cancellare. E la cosa può avere un effetto dirompente, per la banale ragione che il centrodestra dirà compattamente sì. Morale: quell'emendamento, al Senato, ha fortissime chance di passare.A questo punto, riavvolgiamo il nastro. La scorsa estate, all'esecutivo gialloblu fu fatale, prim'ancora dello scontro finale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio da un lato e Matteo Salvini dall'altro, un gesto politicamente grave ma dal punto di vista normativo assai più tenue compiuto dai grillini. Ricorderete la rissa sul dossier Tav: a un certo punto, pressato dall'evidenza, e dall'insostenibilità delle eventuali penali da pagare, Conte annunciò il sì alla prosecuzione dell'opera. Persa la partita politica sulla decisione, M5s si rifugiò in un atto simbolico: la presentazione, il 7 agosto, di una mozione anti Tav dichiaratamente minoritaria, e che infatti fu respinta dall'Aula di Palazzo Madama, con contestuale approvazione delle mozioni favorevoli degli altri gruppi. Da un punto di vista normativo e di sostanza - diciamolo chiaramente - la cosa non aveva un gran rilievo: la decisione pro Tav era già stata presa dal governo. E di tutta evidenza il tentativo dei grillini era solo quello di «scaricarsi la coscienza» dinanzi ai propri tifosi anti Tav più ideologici. Eppure, politicamente parlando, si trattò di un atto deflagrante: una specie di sfiducia del partito di maggioranza relativa nei confronti di una decisione del suo premier. E la Lega ne trasse le conseguenze, constatando l'insostenibilità della situazione, e accelerando verso la crisi. Ecco, se poco più di tre mesi fa una circostanza del genere innescò una crisi, figurarsi cosa potrebbe accadere adesso davanti a uno strumento normativo cogente (un emendamento al dl fisco) e in presenza di un governo già fragile, sfilacciato, sfibrato. Per altro, ieri Fdi ha annunciato un emendamento simile, mentre il leader Pd Nicola Zingaretti - sempre più all'angolo - è costretto a inseguire: «Chi inquina paga ma chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue. Proporremo iniziative parlamentari in questo senso». È per questo che nelle ultime ore, nel Pd e nei palazzi romani, è scattato il panico. E in diversi cercano di trovare un escamotage che consenta di disinnescare la mina. Come? Tentando di imbastire in fretta e furia una ripresa di trattativa con Arcelor Mittal; rendendo il governo protagonista di un'opera di rammendo. Ma il terreno è sdrucciolevole: non solo per la comprensibilissima mancanza di fiducia dell'azienda nei confronti di un governo che ha cambiato le carte in tavola. Ma anche perché il gruppo senatoriale grillino è una polveriera: e lo sa meglio di tutti l'attuale titolare del Mise, Stefano Patuanelli, che, prima dell'attuale incarico, presiedeva quella tumultuosa comitiva.La Verità lo aveva raccontato prim'ancora del famigerato voto nelle commissioni congiunte Lavoro e Industria che, intervenendo sul decreto sulle crisi aziendali, aveva fatto a pezzi lo scudo legale: amplissimi settori del gruppo senatoriale grillino avevano fatto sapere che, se le commissioni non avessero votato a favore dell'emendamento Lezzi, sarebbero stati pronti, in Aula, il giorno dopo, a votare contro il decreto, con tutte le conseguenze del caso. Morale: quand'anche, per anticipare e svuotare l'incursione emendativa renziana (realisticamente, sostenuta dal centrodestra), Patuanelli e il governo tentassero di mettere una pezza nella medesima direzione, sarebbe immaginabile una reazione furiosa dei pasdaran grillini: avendo detto no allo scudo un paio di settimane fa, non è realistico che dicano sì adesso, e meno che mai che lo facciano rispetto a una norma generale ed astratta che potrebbe essere applicata anche ad altri casi, oltre all'Ilva. Ecco perché l'ordigno renziano conserva intatta tutta la sua carica esplosiva. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-svergognato-rivuole-lo-scudo-lesecutivo-puo-esplodere-sullilva-2641228525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-piano-b-del-bullo-e-jindal" data-post-id="2641228525" data-published-at="1769805536" data-use-pagination="False"> Ma il piano B del Bullo è Jindal Inutile girarci intorno: la gran voglia di Matteo Renzi, dopo aver concorso allo sciagurato voto parlamentare che ha spogliato Arcelor Mittal dello scudo legale, è quella di presentarsi come il cavaliere bianco che risolve la crisi dell'Ilva: l'uomo delle soluzioni, il facilitatore, il ricostruttore. Con una strategia principale, che sembrava naufragata nella giornata di ieri (e che però Renzi ha provato a rilanciare in serata come piano B), oltre che con la reintroduzione dello scudo legale via emendamento di cui parliamo sopra. In prima battuta, ieri, pensando forse di poter decidere anche per Cassa depositi e prestiti, ambienti del Giglio magico avevano fatto trapelare su alcuni quotidiani l'intenzione di portare una nuova cordata. E quale? Una riedizione della combinazione tra Cdp, il gruppo indiano Jindal ed eventuali altri interlocutori: in altre parole, una riproposizione della cordata uscita a suo tempo sconfitta nella gara con Arcelormittal. Tra l'altro, anche in un'altra occasione la storia di Jindal aveva già incrociato i dem, con l'acquisizione degli stabilimenti di Piombino, e anche con un ruolo giocato da Marco Carrai, prima nella veste di advisor e poi di membro del cda del gruppo. L'ingresso degli indiani fu politicamente benedetto dal governo di Paolo Gentiloni (al Mise c'era Carlo Calenda). Presto, però, la dura realtà di un mercato difficile come quello dell'acciaio si è manifestata: difficoltà di elaborare un piano industriale convincente, 1.500 persone in cassa integrazione. Insomma, un quadro delicatissimo raccontato e analizzato a più riprese da La Verità. Ma - lasciando Piombino e tornando a Taranto - ieri il piano A elaborato dai renziani si è scontrato con una evidenza. In Cdp al momento non c'è alcun dossier Ilva. E del resto non sarebbe configurabile un intervento di Cdp rispetto a una situazione in cui si è celebrata una gara, c'è un aggiudicatario, e - adesso - un contenzioso aperto. E meno che mai sarebbe immaginabile un intervento della Cassa rispetto a un investimento incerto, con un partner industriale da trovare (e il cui nome non andrebbe - diciamo - appreso dai quotidiani), in un contesto la cui solidità e sostenibilità sarebbero da verificare, in un mercato tutt'altro che facile. Di più: ci sono altre tre ragioni che rendono quello scenario non praticabile, almeno per ora. Primo: Cdp non è una nuova Efim, il vecchio ente delle partecipazioni statali che, nella Prima repubblica, si faceva carico di situazioni decotte. Secondo: lo statuto di Cdp pone paletti non superabili rispetto a eventuali interventi in contesti di crisi. Terzo: Cdp ha un cda, uno statuto, delle regole, dei processi da rispettare. Così, davanti a questa sequenza di evidenze, fatte filtrare indirettamente da Cdp, i renziani hanno ripiegato nella giornata di ieri su un piano B: l'emendamento di cui parliamo in questa stessa pagina. Tra l'altro, c'è un elemento che non va dimenticato. Poniamo pure - per ipotesi astratta - che il piano A renziano avesse avuto un qualche seguito, con il coinvolgimento di altri investitori. Questi ultimi, per prima cosa, avrebbero preteso (e probabilmente ottenuto) lo scudo legale. E a quel punto, sarebbe stata inevitabile una mega causa (vincente, anzi stravincente) di Arcelor Mittal, che avrebbe avuto buon gioco a contestare la concessione ad altri di ciò che è stato negato all'attuale aggiudicatario, cioè a loro stessi. Eppure, nella serata di ieri, Renzi ha provato a resuscitare il piano A, diventato quindi B, sostenendo la tesi secondo cui «nessuno di noi fa nascere cordate, ma se si arrivasse al recesso, essendo Arcelormittal il primo, se saltasse il loro impegno, subentrerebbe il secondo arrivato», ovvero Jindal.
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
Continua a leggereRiduci
iStock
Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
Continua a leggereRiduci