True
2019-11-06
Ilva, voltafaccia del Bullo: governo in bilico
Ansa
Ormai da giorni i segugi dem di Largo del Nazareno cercavano di fiutare e ispezionare il terreno per scoprire in anticipo - e, speravano, per disinnescare - la mina che, in poco tempo, avrebbe potuto o potrebbe far saltare in aria il Conte due. Tutto l'entourage di Nicola Zingaretti si interrogava sull'«incidente» - doloso o colposo - in grado di porre termine all'esperienza dell'esecutivo giallorosso.
La notizia di ieri è che le ricerche possono essere sospese, perché l'ordigno è stato trovato, e ora è sotto gli occhi di tutti, senza però alcuna certezza sul fatto che gli «artificieri» riescano a evitare il peggio: si tratta dell'emendamento renziano per reintrodurre una qualche forma di scudo legale a favore del management Ilva.
Intendiamoci: non c'è da congratularsi con Italia viva per l'inesistente prova di coerenza. Semmai, come (in questo caso, del tutto giustamente) rinfaccia a Renzi Carlo Calenda, anche i renziani hanno contribuito a generare il caos, concorrendo con Pd e grillini, un paio di settimane fa, a votare in commissione lo sciagurato emendamento di Barbara Lezzi che ha privato Arcelormittal dell'immunità, ribadendo poi in Aula il via al decreto Salva imprese privo di quella copertura. Che ora si presentino come rammendatori proprio coloro che hanno contribuito a determinare lo strappo, è parte di un vaudeville parlamentare davvero poco edificante.
Ma, sulla giostra del tatticismo renziano, siamo a questo: ora sarà proprio Italia viva a proporre di rimettere ciò che gli stessi renziani hanno co-deciso di cancellare. E la cosa può avere un effetto dirompente, per la banale ragione che il centrodestra dirà compattamente sì. Morale: quell'emendamento, al Senato, ha fortissime chance di passare.
A questo punto, riavvolgiamo il nastro. La scorsa estate, all'esecutivo gialloblu fu fatale, prim'ancora dello scontro finale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio da un lato e Matteo Salvini dall'altro, un gesto politicamente grave ma dal punto di vista normativo assai più tenue compiuto dai grillini. Ricorderete la rissa sul dossier Tav: a un certo punto, pressato dall'evidenza, e dall'insostenibilità delle eventuali penali da pagare, Conte annunciò il sì alla prosecuzione dell'opera. Persa la partita politica sulla decisione, M5s si rifugiò in un atto simbolico: la presentazione, il 7 agosto, di una mozione anti Tav dichiaratamente minoritaria, e che infatti fu respinta dall'Aula di Palazzo Madama, con contestuale approvazione delle mozioni favorevoli degli altri gruppi.
Da un punto di vista normativo e di sostanza - diciamolo chiaramente - la cosa non aveva un gran rilievo: la decisione pro Tav era già stata presa dal governo. E di tutta evidenza il tentativo dei grillini era solo quello di «scaricarsi la coscienza» dinanzi ai propri tifosi anti Tav più ideologici. Eppure, politicamente parlando, si trattò di un atto deflagrante: una specie di sfiducia del partito di maggioranza relativa nei confronti di una decisione del suo premier. E la Lega ne trasse le conseguenze, constatando l'insostenibilità della situazione, e accelerando verso la crisi. Ecco, se poco più di tre mesi fa una circostanza del genere innescò una crisi, figurarsi cosa potrebbe accadere adesso davanti a uno strumento normativo cogente (un emendamento al dl fisco) e in presenza di un governo già fragile, sfilacciato, sfibrato. Per altro, ieri Fdi ha annunciato un emendamento simile, mentre il leader Pd Nicola Zingaretti - sempre più all'angolo - è costretto a inseguire: «Chi inquina paga ma chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue. Proporremo iniziative parlamentari in questo senso».
È per questo che nelle ultime ore, nel Pd e nei palazzi romani, è scattato il panico. E in diversi cercano di trovare un escamotage che consenta di disinnescare la mina. Come? Tentando di imbastire in fretta e furia una ripresa di trattativa con Arcelor Mittal; rendendo il governo protagonista di un'opera di rammendo. Ma il terreno è sdrucciolevole: non solo per la comprensibilissima mancanza di fiducia dell'azienda nei confronti di un governo che ha cambiato le carte in tavola. Ma anche perché il gruppo senatoriale grillino è una polveriera: e lo sa meglio di tutti l'attuale titolare del Mise, Stefano Patuanelli, che, prima dell'attuale incarico, presiedeva quella tumultuosa comitiva.
La Verità lo aveva raccontato prim'ancora del famigerato voto nelle commissioni congiunte Lavoro e Industria che, intervenendo sul decreto sulle crisi aziendali, aveva fatto a pezzi lo scudo legale: amplissimi settori del gruppo senatoriale grillino avevano fatto sapere che, se le commissioni non avessero votato a favore dell'emendamento Lezzi, sarebbero stati pronti, in Aula, il giorno dopo, a votare contro il decreto, con tutte le conseguenze del caso. Morale: quand'anche, per anticipare e svuotare l'incursione emendativa renziana (realisticamente, sostenuta dal centrodestra), Patuanelli e il governo tentassero di mettere una pezza nella medesima direzione, sarebbe immaginabile una reazione furiosa dei pasdaran grillini: avendo detto no allo scudo un paio di settimane fa, non è realistico che dicano sì adesso, e meno che mai che lo facciano rispetto a una norma generale ed astratta che potrebbe essere applicata anche ad altri casi, oltre all'Ilva. Ecco perché l'ordigno renziano conserva intatta tutta la sua carica esplosiva.
Ma il piano B del Bullo è Jindal
Inutile girarci intorno: la gran voglia di Matteo Renzi, dopo aver concorso allo sciagurato voto parlamentare che ha spogliato Arcelor Mittal dello scudo legale, è quella di presentarsi come il cavaliere bianco che risolve la crisi dell'Ilva: l'uomo delle soluzioni, il facilitatore, il ricostruttore. Con una strategia principale, che sembrava naufragata nella giornata di ieri (e che però Renzi ha provato a rilanciare in serata come piano B), oltre che con la reintroduzione dello scudo legale via emendamento di cui parliamo sopra.
In prima battuta, ieri, pensando forse di poter decidere anche per Cassa depositi e prestiti, ambienti del Giglio magico avevano fatto trapelare su alcuni quotidiani l'intenzione di portare una nuova cordata. E quale? Una riedizione della combinazione tra Cdp, il gruppo indiano Jindal ed eventuali altri interlocutori: in altre parole, una riproposizione della cordata uscita a suo tempo sconfitta nella gara con Arcelormittal.
Tra l'altro, anche in un'altra occasione la storia di Jindal aveva già incrociato i dem, con l'acquisizione degli stabilimenti di Piombino, e anche con un ruolo giocato da Marco Carrai, prima nella veste di advisor e poi di membro del cda del gruppo. L'ingresso degli indiani fu politicamente benedetto dal governo di Paolo Gentiloni (al Mise c'era Carlo Calenda). Presto, però, la dura realtà di un mercato difficile come quello dell'acciaio si è manifestata: difficoltà di elaborare un piano industriale convincente, 1.500 persone in cassa integrazione. Insomma, un quadro delicatissimo raccontato e analizzato a più riprese da La Verità.
Ma - lasciando Piombino e tornando a Taranto - ieri il piano A elaborato dai renziani si è scontrato con una evidenza. In Cdp al momento non c'è alcun dossier Ilva. E del resto non sarebbe configurabile un intervento di Cdp rispetto a una situazione in cui si è celebrata una gara, c'è un aggiudicatario, e - adesso - un contenzioso aperto. E meno che mai sarebbe immaginabile un intervento della Cassa rispetto a un investimento incerto, con un partner industriale da trovare (e il cui nome non andrebbe - diciamo - appreso dai quotidiani), in un contesto la cui solidità e sostenibilità sarebbero da verificare, in un mercato tutt'altro che facile.
Di più: ci sono altre tre ragioni che rendono quello scenario non praticabile, almeno per ora. Primo: Cdp non è una nuova Efim, il vecchio ente delle partecipazioni statali che, nella Prima repubblica, si faceva carico di situazioni decotte. Secondo: lo statuto di Cdp pone paletti non superabili rispetto a eventuali interventi in contesti di crisi. Terzo: Cdp ha un cda, uno statuto, delle regole, dei processi da rispettare. Così, davanti a questa sequenza di evidenze, fatte filtrare indirettamente da Cdp, i renziani hanno ripiegato nella giornata di ieri su un piano B: l'emendamento di cui parliamo in questa stessa pagina.
Tra l'altro, c'è un elemento che non va dimenticato. Poniamo pure - per ipotesi astratta - che il piano A renziano avesse avuto un qualche seguito, con il coinvolgimento di altri investitori. Questi ultimi, per prima cosa, avrebbero preteso (e probabilmente ottenuto) lo scudo legale. E a quel punto, sarebbe stata inevitabile una mega causa (vincente, anzi stravincente) di Arcelor Mittal, che avrebbe avuto buon gioco a contestare la concessione ad altri di ciò che è stato negato all'attuale aggiudicatario, cioè a loro stessi.
Eppure, nella serata di ieri, Renzi ha provato a resuscitare il piano A, diventato quindi B, sostenendo la tesi secondo cui «nessuno di noi fa nascere cordate, ma se si arrivasse al recesso, essendo Arcelormittal il primo, se saltasse il loro impegno, subentrerebbe il secondo arrivato», ovvero Jindal.
Continua a leggereRiduci
Italia viva, dopo aver votato contro la tutela legale sull'acciaieria, annuncia un emendamento per riproporla che avrebbe i voti del centrodestra. Nascerebbe una maggioranza senza il M5s, e con il Pd messo all'angolo.Matteo si tiene le mani libere e apre alla società proprietaria dell'ex Lucchini (e nel cui cda c'è Carrai), sconfitta nella gara per Taranto: «Con il recesso rientrano in ballo loro».Lo speciale contiene due articoli.Ormai da giorni i segugi dem di Largo del Nazareno cercavano di fiutare e ispezionare il terreno per scoprire in anticipo - e, speravano, per disinnescare - la mina che, in poco tempo, avrebbe potuto o potrebbe far saltare in aria il Conte due. Tutto l'entourage di Nicola Zingaretti si interrogava sull'«incidente» - doloso o colposo - in grado di porre termine all'esperienza dell'esecutivo giallorosso. La notizia di ieri è che le ricerche possono essere sospese, perché l'ordigno è stato trovato, e ora è sotto gli occhi di tutti, senza però alcuna certezza sul fatto che gli «artificieri» riescano a evitare il peggio: si tratta dell'emendamento renziano per reintrodurre una qualche forma di scudo legale a favore del management Ilva. Intendiamoci: non c'è da congratularsi con Italia viva per l'inesistente prova di coerenza. Semmai, come (in questo caso, del tutto giustamente) rinfaccia a Renzi Carlo Calenda, anche i renziani hanno contribuito a generare il caos, concorrendo con Pd e grillini, un paio di settimane fa, a votare in commissione lo sciagurato emendamento di Barbara Lezzi che ha privato Arcelormittal dell'immunità, ribadendo poi in Aula il via al decreto Salva imprese privo di quella copertura. Che ora si presentino come rammendatori proprio coloro che hanno contribuito a determinare lo strappo, è parte di un vaudeville parlamentare davvero poco edificante. Ma, sulla giostra del tatticismo renziano, siamo a questo: ora sarà proprio Italia viva a proporre di rimettere ciò che gli stessi renziani hanno co-deciso di cancellare. E la cosa può avere un effetto dirompente, per la banale ragione che il centrodestra dirà compattamente sì. Morale: quell'emendamento, al Senato, ha fortissime chance di passare.A questo punto, riavvolgiamo il nastro. La scorsa estate, all'esecutivo gialloblu fu fatale, prim'ancora dello scontro finale tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio da un lato e Matteo Salvini dall'altro, un gesto politicamente grave ma dal punto di vista normativo assai più tenue compiuto dai grillini. Ricorderete la rissa sul dossier Tav: a un certo punto, pressato dall'evidenza, e dall'insostenibilità delle eventuali penali da pagare, Conte annunciò il sì alla prosecuzione dell'opera. Persa la partita politica sulla decisione, M5s si rifugiò in un atto simbolico: la presentazione, il 7 agosto, di una mozione anti Tav dichiaratamente minoritaria, e che infatti fu respinta dall'Aula di Palazzo Madama, con contestuale approvazione delle mozioni favorevoli degli altri gruppi. Da un punto di vista normativo e di sostanza - diciamolo chiaramente - la cosa non aveva un gran rilievo: la decisione pro Tav era già stata presa dal governo. E di tutta evidenza il tentativo dei grillini era solo quello di «scaricarsi la coscienza» dinanzi ai propri tifosi anti Tav più ideologici. Eppure, politicamente parlando, si trattò di un atto deflagrante: una specie di sfiducia del partito di maggioranza relativa nei confronti di una decisione del suo premier. E la Lega ne trasse le conseguenze, constatando l'insostenibilità della situazione, e accelerando verso la crisi. Ecco, se poco più di tre mesi fa una circostanza del genere innescò una crisi, figurarsi cosa potrebbe accadere adesso davanti a uno strumento normativo cogente (un emendamento al dl fisco) e in presenza di un governo già fragile, sfilacciato, sfibrato. Per altro, ieri Fdi ha annunciato un emendamento simile, mentre il leader Pd Nicola Zingaretti - sempre più all'angolo - è costretto a inseguire: «Chi inquina paga ma chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue. Proporremo iniziative parlamentari in questo senso». È per questo che nelle ultime ore, nel Pd e nei palazzi romani, è scattato il panico. E in diversi cercano di trovare un escamotage che consenta di disinnescare la mina. Come? Tentando di imbastire in fretta e furia una ripresa di trattativa con Arcelor Mittal; rendendo il governo protagonista di un'opera di rammendo. Ma il terreno è sdrucciolevole: non solo per la comprensibilissima mancanza di fiducia dell'azienda nei confronti di un governo che ha cambiato le carte in tavola. Ma anche perché il gruppo senatoriale grillino è una polveriera: e lo sa meglio di tutti l'attuale titolare del Mise, Stefano Patuanelli, che, prima dell'attuale incarico, presiedeva quella tumultuosa comitiva.La Verità lo aveva raccontato prim'ancora del famigerato voto nelle commissioni congiunte Lavoro e Industria che, intervenendo sul decreto sulle crisi aziendali, aveva fatto a pezzi lo scudo legale: amplissimi settori del gruppo senatoriale grillino avevano fatto sapere che, se le commissioni non avessero votato a favore dell'emendamento Lezzi, sarebbero stati pronti, in Aula, il giorno dopo, a votare contro il decreto, con tutte le conseguenze del caso. Morale: quand'anche, per anticipare e svuotare l'incursione emendativa renziana (realisticamente, sostenuta dal centrodestra), Patuanelli e il governo tentassero di mettere una pezza nella medesima direzione, sarebbe immaginabile una reazione furiosa dei pasdaran grillini: avendo detto no allo scudo un paio di settimane fa, non è realistico che dicano sì adesso, e meno che mai che lo facciano rispetto a una norma generale ed astratta che potrebbe essere applicata anche ad altri casi, oltre all'Ilva. Ecco perché l'ordigno renziano conserva intatta tutta la sua carica esplosiva. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-svergognato-rivuole-lo-scudo-lesecutivo-puo-esplodere-sullilva-2641228525.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-piano-b-del-bullo-e-jindal" data-post-id="2641228525" data-published-at="1779626854" data-use-pagination="False"> Ma il piano B del Bullo è Jindal Inutile girarci intorno: la gran voglia di Matteo Renzi, dopo aver concorso allo sciagurato voto parlamentare che ha spogliato Arcelor Mittal dello scudo legale, è quella di presentarsi come il cavaliere bianco che risolve la crisi dell'Ilva: l'uomo delle soluzioni, il facilitatore, il ricostruttore. Con una strategia principale, che sembrava naufragata nella giornata di ieri (e che però Renzi ha provato a rilanciare in serata come piano B), oltre che con la reintroduzione dello scudo legale via emendamento di cui parliamo sopra. In prima battuta, ieri, pensando forse di poter decidere anche per Cassa depositi e prestiti, ambienti del Giglio magico avevano fatto trapelare su alcuni quotidiani l'intenzione di portare una nuova cordata. E quale? Una riedizione della combinazione tra Cdp, il gruppo indiano Jindal ed eventuali altri interlocutori: in altre parole, una riproposizione della cordata uscita a suo tempo sconfitta nella gara con Arcelormittal. Tra l'altro, anche in un'altra occasione la storia di Jindal aveva già incrociato i dem, con l'acquisizione degli stabilimenti di Piombino, e anche con un ruolo giocato da Marco Carrai, prima nella veste di advisor e poi di membro del cda del gruppo. L'ingresso degli indiani fu politicamente benedetto dal governo di Paolo Gentiloni (al Mise c'era Carlo Calenda). Presto, però, la dura realtà di un mercato difficile come quello dell'acciaio si è manifestata: difficoltà di elaborare un piano industriale convincente, 1.500 persone in cassa integrazione. Insomma, un quadro delicatissimo raccontato e analizzato a più riprese da La Verità. Ma - lasciando Piombino e tornando a Taranto - ieri il piano A elaborato dai renziani si è scontrato con una evidenza. In Cdp al momento non c'è alcun dossier Ilva. E del resto non sarebbe configurabile un intervento di Cdp rispetto a una situazione in cui si è celebrata una gara, c'è un aggiudicatario, e - adesso - un contenzioso aperto. E meno che mai sarebbe immaginabile un intervento della Cassa rispetto a un investimento incerto, con un partner industriale da trovare (e il cui nome non andrebbe - diciamo - appreso dai quotidiani), in un contesto la cui solidità e sostenibilità sarebbero da verificare, in un mercato tutt'altro che facile. Di più: ci sono altre tre ragioni che rendono quello scenario non praticabile, almeno per ora. Primo: Cdp non è una nuova Efim, il vecchio ente delle partecipazioni statali che, nella Prima repubblica, si faceva carico di situazioni decotte. Secondo: lo statuto di Cdp pone paletti non superabili rispetto a eventuali interventi in contesti di crisi. Terzo: Cdp ha un cda, uno statuto, delle regole, dei processi da rispettare. Così, davanti a questa sequenza di evidenze, fatte filtrare indirettamente da Cdp, i renziani hanno ripiegato nella giornata di ieri su un piano B: l'emendamento di cui parliamo in questa stessa pagina. Tra l'altro, c'è un elemento che non va dimenticato. Poniamo pure - per ipotesi astratta - che il piano A renziano avesse avuto un qualche seguito, con il coinvolgimento di altri investitori. Questi ultimi, per prima cosa, avrebbero preteso (e probabilmente ottenuto) lo scudo legale. E a quel punto, sarebbe stata inevitabile una mega causa (vincente, anzi stravincente) di Arcelor Mittal, che avrebbe avuto buon gioco a contestare la concessione ad altri di ciò che è stato negato all'attuale aggiudicatario, cioè a loro stessi. Eppure, nella serata di ieri, Renzi ha provato a resuscitare il piano A, diventato quindi B, sostenendo la tesi secondo cui «nessuno di noi fa nascere cordate, ma se si arrivasse al recesso, essendo Arcelormittal il primo, se saltasse il loro impegno, subentrerebbe il secondo arrivato», ovvero Jindal.
Attimi di panico nei pressi della Casa Bianca: un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service prima di essere ucciso. Ferita gravemente una persona presente nella zona. Giornalisti costretti a interrompere le dirette e a mettersi al riparo.
Momenti di tensione a Washington, nei pressi della Casa Bianca, dove un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service a uno dei checkpoint dell’area di sicurezza. L’aggressore è stato colpito durante lo scontro a fuoco ed è morto poco dopo in ospedale.
Secondo le prime informazioni diffuse dalle autorità, nella sparatoria è rimasta ferita gravemente anche una persona che si trovava casualmente nei dintorni. L’uomo armato, identificato come il 21enne Nasir Best, era già noto agli agenti per precedenti episodi. L’allarme è scattato intorno alle 18.10 locali, mentre alcuni giornalisti stavano effettuando collegamenti in diretta dai giardini della Casa Bianca. Nei video si sentono chiaramente numerosi colpi di arma da fuoco, con i cronisti costretti a interrompere le trasmissioni e a cercare immediatamente riparo all’interno della briefing room.
Continua a leggereRiduci
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
Continua a leggereRiduci