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2018-10-04
Renzi pronto per Mediaset. Anziché mezzo milione a sera si farà bastare 150.000 euro
ANSA
Su Chi ieri la notizia era un po' nascosta ed è passata quasi inosservata. Ma la «chicca di gossip» del settimanale Mondadori, informatissimo sulle questioni Mediaset (fa parte della stessa famiglia), meritava attenzione: «Maurizio Costanzo incontrerà l'ex premier Matteo Renzi che sarà ospite della trasmissione L'Intervista (domani sera su Canale 5, ndr). Renzi, a metà novembre, debutterà su Rete 4 con il suo primo programma da conduttore dedicato alla sua Firenze».
Dunque non solo Renzi si è fatto psicanalizzare da Costanzo, come avevano già fatto nelle due puntate precedenti Fedez e Massimo Giletti, ma l'ex premier avrebbe portato a casa il contratto con Mediaset che potrebbe fare di lui l'agiato quarantenne che ha sempre puntato a essere da quando ha iniziato a fare politica. Il 25 settembre ha spiegato ai suoi fan che, da quando è all'opposizione, ha iniziato a guadagnare bene grazie al fatto che «un senatore prende il doppio del premier», alle «conferenze in tutto il mondo» e alle «iniziative editoriali».
A questo bisognerà presto aggiungere gli introiti televisivi. La Verità ha verificato che la firma sotto il contratto per il documentario Firenze, secondo me non è ancora stata apposta, ma la trattativa è in via di definizione. Si era bruscamente arenata a inizio luglio, quando l'agente delle star, e di Renzi, Lucio Presta aveva chiesto a Mediaset tra 3 e 4 milioni di euro per 8 puntate di programma, cioè, nell'ipotesi più costosa, 500.000 euro a serata. A Cologno hanno considerato la richiesta uno sproposito. I confronti sono presto fatti: un prodotto di punta da prima serata su Canale 5, come Il Grande Fratello, costa circa 1 milione di euro; una fiction di quelle acchiappa share un po' meno, 800-900.000 euro. Insomma Renzi deve essersi convinto di essere una calamita per gli ascolti, una specie di Fiorello capace di fare ascolti anche in un one man show. È noto che a Matteo l'autostima non manchi, ma a Mediaset hanno ritenuto più consono un paragone con Roberto Giacobbo, conduttore e documentarista recentemente approdato su Rete 4 con il programma Freedom. E stiamo parlando di un signor professionista. «Un programma costruito intorno a un conduttore che parla può costare 100.000 euro a puntata, al massimo 150.000, ma deve essere bello», commenta un produttore. E Alberto Angela? «Lì siamo a un livello superiore, per gli standard, i tempi di realizzazione, la troupe, l'acquisto all'estero di immagini esclusive». In sostanza Renzi al massimo può aspirare a diventare il Giacobbo di Rignano sull'Arno. Chi conosce le segrete cose di Mediaset ci spiega che Presta puntava a cedere all'azienda del Biscione i diritti del programma (ecco spiegati i 4 milioni) e farglielo distribuire all'estero. Ma quella non è la ragione sociale della casa e infatti a Cologno hanno declinato l'offerta. A fine luglio, dopo la prima brusca interruzione, sono ripartite le contrattazioni a precise condizioni: acquisto del programma, ma non dei diritti, e possibilità di visionare il prodotto finito prima della chiusura del contratto. Le trattative sono condotte dall'agente in prima persona, il quale non parla direttamente con Piersilvio Berlusconi. La negoziazione si ferma un gradino sotto, al livello del capo dei contenuti delle reti.
Al momento a Cologno, a quanto ci risulta, non hanno però, ancora visto nemmeno una puntata. Per tale motivo non si è conclusa neppure la partita dei soldi, cosa che accadrà presto. I dirigenti di Mediaset, prima di siglare l'accordo, vogliono essere sicuri che non si tratti di un programma di nicchia, iperscientifico e tecnico, più adatto ai canali tematici a pagamento. Però, conoscendo Presta e Renzi, a Mediaset sono abbastanza sicuri che sarà un programma pop, di pura divulgazione. Al momento la produzione ha concluso le riprese degli interventi dell'ex premier, ma non ha ancora completato il montaggio delle sue performance, con l'aggiunta di musiche e immagini.
Alla fine sarà la società di Presta a proporre il prodotto fuori dall'Italia scommettendo sulla magia di Firenze e sull'attrattiva di un ex premier (retrocesso?) nei panni del conduttore televisivo, sebbene il fatto di essere italiano renda il cambio di mestiere meno sorprendente (immaginate l'effetto straniante di un'Angela Merkel che conduce tutta gasata un programma sulla natìa Amburgo). In Italia tutto questo è più scontato. e Renzi in tv ormai conquista share a una sola cifra. Perciò Firenze, secondo me non sarà trasmesso da Canale 5.
Rete che, però, stasera ospiterà l'intervista di Costanzo a Matteo. Nel salotto del giornalista l'ex premier ha parlato pure del suo documentario: «Quanto mi è piaciuto farlo? Un sacco, sono grato a Lucio Presta che ha accettato questa follia […] a me sembrava quasi un sogno». Durante l'intervista ha ammesso di aver pianto per la moglie Agnese e ha proseguito la sua crociata contro le presunte fake news. Le bugie che lo «mandano più fuori di testa»? «Che io vado in giro con la Lamborghini, che ho il fratello portaborse che guadagna un sacco di soldi o che io ho comprato ville dappertutto». Mea culpa? Questo: «Forse sono stato fin troppo ambizioso […] fossi stato un po' meno ambizioso probabilmente sarei ancora a Palazzo Chigi, però che stai a fare a Palazzo Chigi se non cambi le cose?». Ha pure negato di fare il «piacione» e ha lanciato il guanto di sfida per un confronto pubblico a Luigi Di Maio e Matteo Salvini. «Tornerai?» gli ha domandato sornione Costanzo e Renzi ha un po' tergiversato: «Oggi gli italiani hanno parlato in modo chiaro e hanno detto proviamo altri, cambiamo…». Ma poi ha previsto futuri disastri per M5s e Lega. Infine ha lanciato un anatema contro i traditori: «Gente che ha avuto ruoli di responsabilità che non avrebbe mai potuto immaginare di avere (…) questi fino a che sei potente ti lusingano, ti coccolano, ti accudiscono poi perdi il potere e iniziano a dire “certo io avrei fatto in un altro modo". E mi verrebbe da dire: perché non l'hai detto quando c'eri?». Chissà se in futuro pure Presta gli confesserà che la tv non era cosa sua.
Giacomo Amadori
La Boschi si ricicla fidanzatina d’Italia
Da valchiria renziana in tacco 12 a fidanzata d'Italia, tutta acqua e sapone, in jeans e ballerine. La nuova fase politica di Maria Elena Boschi, la cui ultima mossa lasciata al caso risale probabilmente all'asilo, viene annunciata per immagini su un bimestrale maschile, Maxim, in edicola oggi. Copertina con l'ex ministra delle Riforme in maglietta bianca a righe blu orizzontali e titolo ammiccante, ma anche vagamente minaccioso: «Il meglio deve ancora venire». Come cantavano Frank Sinatra e Luciano Ligabue (non insieme). Per fotografare l'ex ministra «con una faccia da Madonna», come invece avrebbe detto Fabrizio De Andrè, nientemeno che Oliviero Toscani. «Il maestro», come lo chiama lei nel video promozionale che gira su Youtube. Che coppia: lui fresco di decine di interviste per difendere la famiglia Benetton sul crollo del ponte Morandi, lei che con Banca Etruria ha fatto perdere chissà quante migliaia di voti al Pd.
Comunque un bel colpo, per la rivista diretta da Claudio Trionfera, convincere Maria Etruria a interrompere per qualche ora il suo alacre lavoro politico di rappresentante della comunità di Bolzano. Ce lo fa notare lei stessa nel breve promo, mettendo subito le mani avanti rispetto a eventuali accuse di fancazzismo: «Un'esperienza nuova per me insolita, a cominciare dall'alzataccia per arrivare da Roma qua in Toscana, dopo aver fatto le 2 e mezzo di notte, in Commissione, a lavorare». Una verifica sul prezioso sito di Openpolis conferma che ha il 79% di presenze a Montecitorio e ben 24 atti firmati, tra emendamenti, mozioni e interrogazioni (Renzi è fermo a quota zero, ma sappiamo che gira documentari).
Nei due minuti scarsi di parlato, in ogni caso, ringrazia con modestia il lavoro dei truccatori, sottolinea «non sono una modella e si vede» e spiega che, dopo aver avuto un ruolo di governo, ha voluto far vedere una parte di sé «che prima era giusto fosse in secondo piano». Il tutto inframezzato da una micidiale sequela di frasi fatte in stile calciatore a fine partita, tra un «mettersi in gioco» e «un racconto diverso», tra un'esperienza «stimolante» e un «senza prendersi troppo sul serio», concludendo con l'immancabile «ringraziamento al mister», pardon al Maestro, perché «è stato un regalo poter lavorare con Toscani».
Ma nella società dello spettacolo le immagini sottomettono gli uomini più delle parole, e non fa eccezione neppure lo spot della Boschi. Per chi se la ricorda, inquadrata per 5 anni quasi ogni sera in ogni telegiornale, la Maria Etruria che posa per Maxim è un'altra donna. La ministra aveva sempre i capelli freschi di parrucchiere, tailleur mai anonimi e anche quando indossava jeans calzava sempre scarpe con tacco assassino, spesso di colore rosso fuoco come il rossetto, alternando il pitonato al leopardato. La luminosa trentenne fotografata in una casa di campagna tra gli ulivi e il cotto toscano invece ha una maglietta a maniche lunghe a strisce orizzontali da turista olandese a Venezia, i capelli finto spettinati, trucco sapiente e quindi impercettibile agli occhi di un maschietto, jeans schiariti, sneakers o ballerine azzurre tipo quelle chi si mettono alle elementari. Fa una posa dietro le tende, ma onestamente con una malizia da undicenne. Poi, almeno nel promo, il finale da applausi: si mette a letto e si copre il viso con il bordo del lenzuolo. Sexy, direte voi. Non esattamente, a meno di essere morbosi, perché lei è vestitissima, il letto è un lettino singolo un po' rustico e le lenzuola sono chiare con il bordo rosa. È proprio questo epilogo da finta liceale che vive con i genitori a svelare la cifra dell'operazione d'immagine: Maria Elena Boschi non è la Regina cattiva del renzismo, la zarina che avrebbe portato allo sbando anche Winston Churchill, ma una ragazza semplice, zero aggressiva, che tutti vorrebbero come mogliettina o come nuora. Anche se certo, le prime reazioni su Youtube non sono state proprio carine, tra gente che la invita a trovarsi un lavoro «perché tra poco la politica sarà solo un ricordo», donne inviperite per l'inedita coppia Boschi-Toscani, fino ad accurate scansioni della sua situazione pilifera in zona mento (in effetti sfuggita ai truccatori). Ma vogliamo trovare il pelo anche nella Boschi? No, però se poi davvero si candida come segretario del Pd, per battere uno come Zingaretti le servirà eccome questo nuovo faccino. United colors of Boschi e il riciclo è assicurato.
Francesco Bonazzi
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Trattativa avanzata per la trasmissione del Bullo su Rete 4: nonostante le richieste esorbitanti, il contratto per 8 puntate potrebbe essere sottoscritto a circa 1,2 milioni.Su «Maxim» Maria Elena Boschi si fa immortalare da Oliviero Toscani fra prati all'inglese e pigiamini da collegiale per rifarsi un'immagine innocua dopo gli anni di renzismo rampante e lo scandalo Etruria. Dal Web la consigliano: «Cercati un lavoro».Lo speciale contiene due articoliSu Chi ieri la notizia era un po' nascosta ed è passata quasi inosservata. Ma la «chicca di gossip» del settimanale Mondadori, informatissimo sulle questioni Mediaset (fa parte della stessa famiglia), meritava attenzione: «Maurizio Costanzo incontrerà l'ex premier Matteo Renzi che sarà ospite della trasmissione L'Intervista (domani sera su Canale 5, ndr). Renzi, a metà novembre, debutterà su Rete 4 con il suo primo programma da conduttore dedicato alla sua Firenze».Dunque non solo Renzi si è fatto psicanalizzare da Costanzo, come avevano già fatto nelle due puntate precedenti Fedez e Massimo Giletti, ma l'ex premier avrebbe portato a casa il contratto con Mediaset che potrebbe fare di lui l'agiato quarantenne che ha sempre puntato a essere da quando ha iniziato a fare politica. Il 25 settembre ha spiegato ai suoi fan che, da quando è all'opposizione, ha iniziato a guadagnare bene grazie al fatto che «un senatore prende il doppio del premier», alle «conferenze in tutto il mondo» e alle «iniziative editoriali». A questo bisognerà presto aggiungere gli introiti televisivi. La Verità ha verificato che la firma sotto il contratto per il documentario Firenze, secondo me non è ancora stata apposta, ma la trattativa è in via di definizione. Si era bruscamente arenata a inizio luglio, quando l'agente delle star, e di Renzi, Lucio Presta aveva chiesto a Mediaset tra 3 e 4 milioni di euro per 8 puntate di programma, cioè, nell'ipotesi più costosa, 500.000 euro a serata. A Cologno hanno considerato la richiesta uno sproposito. I confronti sono presto fatti: un prodotto di punta da prima serata su Canale 5, come Il Grande Fratello, costa circa 1 milione di euro; una fiction di quelle acchiappa share un po' meno, 800-900.000 euro. Insomma Renzi deve essersi convinto di essere una calamita per gli ascolti, una specie di Fiorello capace di fare ascolti anche in un one man show. È noto che a Matteo l'autostima non manchi, ma a Mediaset hanno ritenuto più consono un paragone con Roberto Giacobbo, conduttore e documentarista recentemente approdato su Rete 4 con il programma Freedom. E stiamo parlando di un signor professionista. «Un programma costruito intorno a un conduttore che parla può costare 100.000 euro a puntata, al massimo 150.000, ma deve essere bello», commenta un produttore. E Alberto Angela? «Lì siamo a un livello superiore, per gli standard, i tempi di realizzazione, la troupe, l'acquisto all'estero di immagini esclusive». In sostanza Renzi al massimo può aspirare a diventare il Giacobbo di Rignano sull'Arno. Chi conosce le segrete cose di Mediaset ci spiega che Presta puntava a cedere all'azienda del Biscione i diritti del programma (ecco spiegati i 4 milioni) e farglielo distribuire all'estero. Ma quella non è la ragione sociale della casa e infatti a Cologno hanno declinato l'offerta. A fine luglio, dopo la prima brusca interruzione, sono ripartite le contrattazioni a precise condizioni: acquisto del programma, ma non dei diritti, e possibilità di visionare il prodotto finito prima della chiusura del contratto. Le trattative sono condotte dall'agente in prima persona, il quale non parla direttamente con Piersilvio Berlusconi. La negoziazione si ferma un gradino sotto, al livello del capo dei contenuti delle reti.Al momento a Cologno, a quanto ci risulta, non hanno però, ancora visto nemmeno una puntata. Per tale motivo non si è conclusa neppure la partita dei soldi, cosa che accadrà presto. I dirigenti di Mediaset, prima di siglare l'accordo, vogliono essere sicuri che non si tratti di un programma di nicchia, iperscientifico e tecnico, più adatto ai canali tematici a pagamento. Però, conoscendo Presta e Renzi, a Mediaset sono abbastanza sicuri che sarà un programma pop, di pura divulgazione. Al momento la produzione ha concluso le riprese degli interventi dell'ex premier, ma non ha ancora completato il montaggio delle sue performance, con l'aggiunta di musiche e immagini.Alla fine sarà la società di Presta a proporre il prodotto fuori dall'Italia scommettendo sulla magia di Firenze e sull'attrattiva di un ex premier (retrocesso?) nei panni del conduttore televisivo, sebbene il fatto di essere italiano renda il cambio di mestiere meno sorprendente (immaginate l'effetto straniante di un'Angela Merkel che conduce tutta gasata un programma sulla natìa Amburgo). In Italia tutto questo è più scontato. e Renzi in tv ormai conquista share a una sola cifra. Perciò Firenze, secondo me non sarà trasmesso da Canale 5. Rete che, però, stasera ospiterà l'intervista di Costanzo a Matteo. Nel salotto del giornalista l'ex premier ha parlato pure del suo documentario: «Quanto mi è piaciuto farlo? Un sacco, sono grato a Lucio Presta che ha accettato questa follia […] a me sembrava quasi un sogno». Durante l'intervista ha ammesso di aver pianto per la moglie Agnese e ha proseguito la sua crociata contro le presunte fake news. Le bugie che lo «mandano più fuori di testa»? «Che io vado in giro con la Lamborghini, che ho il fratello portaborse che guadagna un sacco di soldi o che io ho comprato ville dappertutto». Mea culpa? Questo: «Forse sono stato fin troppo ambizioso […] fossi stato un po' meno ambizioso probabilmente sarei ancora a Palazzo Chigi, però che stai a fare a Palazzo Chigi se non cambi le cose?». Ha pure negato di fare il «piacione» e ha lanciato il guanto di sfida per un confronto pubblico a Luigi Di Maio e Matteo Salvini. «Tornerai?» gli ha domandato sornione Costanzo e Renzi ha un po' tergiversato: «Oggi gli italiani hanno parlato in modo chiaro e hanno detto proviamo altri, cambiamo…». Ma poi ha previsto futuri disastri per M5s e Lega. Infine ha lanciato un anatema contro i traditori: «Gente che ha avuto ruoli di responsabilità che non avrebbe mai potuto immaginare di avere (…) questi fino a che sei potente ti lusingano, ti coccolano, ti accudiscono poi perdi il potere e iniziano a dire “certo io avrei fatto in un altro modo". E mi verrebbe da dire: perché non l'hai detto quando c'eri?». Chissà se in futuro pure Presta gli confesserà che la tv non era cosa sua.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-pronto-per-mediaset-anziche-mezzo-milione-a-sera-si-fara-bastare-150-000-euro-2609833705.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-boschi-si-ricicla-fidanzatina-ditalia" data-post-id="2609833705" data-published-at="1777580714" data-use-pagination="False"> La Boschi si ricicla fidanzatina d’Italia Da valchiria renziana in tacco 12 a fidanzata d'Italia, tutta acqua e sapone, in jeans e ballerine. La nuova fase politica di Maria Elena Boschi, la cui ultima mossa lasciata al caso risale probabilmente all'asilo, viene annunciata per immagini su un bimestrale maschile, Maxim, in edicola oggi. Copertina con l'ex ministra delle Riforme in maglietta bianca a righe blu orizzontali e titolo ammiccante, ma anche vagamente minaccioso: «Il meglio deve ancora venire». Come cantavano Frank Sinatra e Luciano Ligabue (non insieme). Per fotografare l'ex ministra «con una faccia da Madonna», come invece avrebbe detto Fabrizio De Andrè, nientemeno che Oliviero Toscani. «Il maestro», come lo chiama lei nel video promozionale che gira su Youtube. Che coppia: lui fresco di decine di interviste per difendere la famiglia Benetton sul crollo del ponte Morandi, lei che con Banca Etruria ha fatto perdere chissà quante migliaia di voti al Pd. Comunque un bel colpo, per la rivista diretta da Claudio Trionfera, convincere Maria Etruria a interrompere per qualche ora il suo alacre lavoro politico di rappresentante della comunità di Bolzano. Ce lo fa notare lei stessa nel breve promo, mettendo subito le mani avanti rispetto a eventuali accuse di fancazzismo: «Un'esperienza nuova per me insolita, a cominciare dall'alzataccia per arrivare da Roma qua in Toscana, dopo aver fatto le 2 e mezzo di notte, in Commissione, a lavorare». Una verifica sul prezioso sito di Openpolis conferma che ha il 79% di presenze a Montecitorio e ben 24 atti firmati, tra emendamenti, mozioni e interrogazioni (Renzi è fermo a quota zero, ma sappiamo che gira documentari). Nei due minuti scarsi di parlato, in ogni caso, ringrazia con modestia il lavoro dei truccatori, sottolinea «non sono una modella e si vede» e spiega che, dopo aver avuto un ruolo di governo, ha voluto far vedere una parte di sé «che prima era giusto fosse in secondo piano». Il tutto inframezzato da una micidiale sequela di frasi fatte in stile calciatore a fine partita, tra un «mettersi in gioco» e «un racconto diverso», tra un'esperienza «stimolante» e un «senza prendersi troppo sul serio», concludendo con l'immancabile «ringraziamento al mister», pardon al Maestro, perché «è stato un regalo poter lavorare con Toscani». Ma nella società dello spettacolo le immagini sottomettono gli uomini più delle parole, e non fa eccezione neppure lo spot della Boschi. Per chi se la ricorda, inquadrata per 5 anni quasi ogni sera in ogni telegiornale, la Maria Etruria che posa per Maxim è un'altra donna. La ministra aveva sempre i capelli freschi di parrucchiere, tailleur mai anonimi e anche quando indossava jeans calzava sempre scarpe con tacco assassino, spesso di colore rosso fuoco come il rossetto, alternando il pitonato al leopardato. La luminosa trentenne fotografata in una casa di campagna tra gli ulivi e il cotto toscano invece ha una maglietta a maniche lunghe a strisce orizzontali da turista olandese a Venezia, i capelli finto spettinati, trucco sapiente e quindi impercettibile agli occhi di un maschietto, jeans schiariti, sneakers o ballerine azzurre tipo quelle chi si mettono alle elementari. Fa una posa dietro le tende, ma onestamente con una malizia da undicenne. Poi, almeno nel promo, il finale da applausi: si mette a letto e si copre il viso con il bordo del lenzuolo. Sexy, direte voi. Non esattamente, a meno di essere morbosi, perché lei è vestitissima, il letto è un lettino singolo un po' rustico e le lenzuola sono chiare con il bordo rosa. È proprio questo epilogo da finta liceale che vive con i genitori a svelare la cifra dell'operazione d'immagine: Maria Elena Boschi non è la Regina cattiva del renzismo, la zarina che avrebbe portato allo sbando anche Winston Churchill, ma una ragazza semplice, zero aggressiva, che tutti vorrebbero come mogliettina o come nuora. Anche se certo, le prime reazioni su Youtube non sono state proprio carine, tra gente che la invita a trovarsi un lavoro «perché tra poco la politica sarà solo un ricordo», donne inviperite per l'inedita coppia Boschi-Toscani, fino ad accurate scansioni della sua situazione pilifera in zona mento (in effetti sfuggita ai truccatori). Ma vogliamo trovare il pelo anche nella Boschi? No, però se poi davvero si candida come segretario del Pd, per battere uno come Zingaretti le servirà eccome questo nuovo faccino. United colors of Boschi e il riciclo è assicurato. Francesco Bonazzi
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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