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2018-10-04
Renzi pronto per Mediaset. Anziché mezzo milione a sera si farà bastare 150.000 euro
ANSA
Su Chi ieri la notizia era un po' nascosta ed è passata quasi inosservata. Ma la «chicca di gossip» del settimanale Mondadori, informatissimo sulle questioni Mediaset (fa parte della stessa famiglia), meritava attenzione: «Maurizio Costanzo incontrerà l'ex premier Matteo Renzi che sarà ospite della trasmissione L'Intervista (domani sera su Canale 5, ndr). Renzi, a metà novembre, debutterà su Rete 4 con il suo primo programma da conduttore dedicato alla sua Firenze».
Dunque non solo Renzi si è fatto psicanalizzare da Costanzo, come avevano già fatto nelle due puntate precedenti Fedez e Massimo Giletti, ma l'ex premier avrebbe portato a casa il contratto con Mediaset che potrebbe fare di lui l'agiato quarantenne che ha sempre puntato a essere da quando ha iniziato a fare politica. Il 25 settembre ha spiegato ai suoi fan che, da quando è all'opposizione, ha iniziato a guadagnare bene grazie al fatto che «un senatore prende il doppio del premier», alle «conferenze in tutto il mondo» e alle «iniziative editoriali».
A questo bisognerà presto aggiungere gli introiti televisivi. La Verità ha verificato che la firma sotto il contratto per il documentario Firenze, secondo me non è ancora stata apposta, ma la trattativa è in via di definizione. Si era bruscamente arenata a inizio luglio, quando l'agente delle star, e di Renzi, Lucio Presta aveva chiesto a Mediaset tra 3 e 4 milioni di euro per 8 puntate di programma, cioè, nell'ipotesi più costosa, 500.000 euro a serata. A Cologno hanno considerato la richiesta uno sproposito. I confronti sono presto fatti: un prodotto di punta da prima serata su Canale 5, come Il Grande Fratello, costa circa 1 milione di euro; una fiction di quelle acchiappa share un po' meno, 800-900.000 euro. Insomma Renzi deve essersi convinto di essere una calamita per gli ascolti, una specie di Fiorello capace di fare ascolti anche in un one man show. È noto che a Matteo l'autostima non manchi, ma a Mediaset hanno ritenuto più consono un paragone con Roberto Giacobbo, conduttore e documentarista recentemente approdato su Rete 4 con il programma Freedom. E stiamo parlando di un signor professionista. «Un programma costruito intorno a un conduttore che parla può costare 100.000 euro a puntata, al massimo 150.000, ma deve essere bello», commenta un produttore. E Alberto Angela? «Lì siamo a un livello superiore, per gli standard, i tempi di realizzazione, la troupe, l'acquisto all'estero di immagini esclusive». In sostanza Renzi al massimo può aspirare a diventare il Giacobbo di Rignano sull'Arno. Chi conosce le segrete cose di Mediaset ci spiega che Presta puntava a cedere all'azienda del Biscione i diritti del programma (ecco spiegati i 4 milioni) e farglielo distribuire all'estero. Ma quella non è la ragione sociale della casa e infatti a Cologno hanno declinato l'offerta. A fine luglio, dopo la prima brusca interruzione, sono ripartite le contrattazioni a precise condizioni: acquisto del programma, ma non dei diritti, e possibilità di visionare il prodotto finito prima della chiusura del contratto. Le trattative sono condotte dall'agente in prima persona, il quale non parla direttamente con Piersilvio Berlusconi. La negoziazione si ferma un gradino sotto, al livello del capo dei contenuti delle reti.
Al momento a Cologno, a quanto ci risulta, non hanno però, ancora visto nemmeno una puntata. Per tale motivo non si è conclusa neppure la partita dei soldi, cosa che accadrà presto. I dirigenti di Mediaset, prima di siglare l'accordo, vogliono essere sicuri che non si tratti di un programma di nicchia, iperscientifico e tecnico, più adatto ai canali tematici a pagamento. Però, conoscendo Presta e Renzi, a Mediaset sono abbastanza sicuri che sarà un programma pop, di pura divulgazione. Al momento la produzione ha concluso le riprese degli interventi dell'ex premier, ma non ha ancora completato il montaggio delle sue performance, con l'aggiunta di musiche e immagini.
Alla fine sarà la società di Presta a proporre il prodotto fuori dall'Italia scommettendo sulla magia di Firenze e sull'attrattiva di un ex premier (retrocesso?) nei panni del conduttore televisivo, sebbene il fatto di essere italiano renda il cambio di mestiere meno sorprendente (immaginate l'effetto straniante di un'Angela Merkel che conduce tutta gasata un programma sulla natìa Amburgo). In Italia tutto questo è più scontato. e Renzi in tv ormai conquista share a una sola cifra. Perciò Firenze, secondo me non sarà trasmesso da Canale 5.
Rete che, però, stasera ospiterà l'intervista di Costanzo a Matteo. Nel salotto del giornalista l'ex premier ha parlato pure del suo documentario: «Quanto mi è piaciuto farlo? Un sacco, sono grato a Lucio Presta che ha accettato questa follia […] a me sembrava quasi un sogno». Durante l'intervista ha ammesso di aver pianto per la moglie Agnese e ha proseguito la sua crociata contro le presunte fake news. Le bugie che lo «mandano più fuori di testa»? «Che io vado in giro con la Lamborghini, che ho il fratello portaborse che guadagna un sacco di soldi o che io ho comprato ville dappertutto». Mea culpa? Questo: «Forse sono stato fin troppo ambizioso […] fossi stato un po' meno ambizioso probabilmente sarei ancora a Palazzo Chigi, però che stai a fare a Palazzo Chigi se non cambi le cose?». Ha pure negato di fare il «piacione» e ha lanciato il guanto di sfida per un confronto pubblico a Luigi Di Maio e Matteo Salvini. «Tornerai?» gli ha domandato sornione Costanzo e Renzi ha un po' tergiversato: «Oggi gli italiani hanno parlato in modo chiaro e hanno detto proviamo altri, cambiamo…». Ma poi ha previsto futuri disastri per M5s e Lega. Infine ha lanciato un anatema contro i traditori: «Gente che ha avuto ruoli di responsabilità che non avrebbe mai potuto immaginare di avere (…) questi fino a che sei potente ti lusingano, ti coccolano, ti accudiscono poi perdi il potere e iniziano a dire “certo io avrei fatto in un altro modo". E mi verrebbe da dire: perché non l'hai detto quando c'eri?». Chissà se in futuro pure Presta gli confesserà che la tv non era cosa sua.
Giacomo Amadori
La Boschi si ricicla fidanzatina d’Italia
Da valchiria renziana in tacco 12 a fidanzata d'Italia, tutta acqua e sapone, in jeans e ballerine. La nuova fase politica di Maria Elena Boschi, la cui ultima mossa lasciata al caso risale probabilmente all'asilo, viene annunciata per immagini su un bimestrale maschile, Maxim, in edicola oggi. Copertina con l'ex ministra delle Riforme in maglietta bianca a righe blu orizzontali e titolo ammiccante, ma anche vagamente minaccioso: «Il meglio deve ancora venire». Come cantavano Frank Sinatra e Luciano Ligabue (non insieme). Per fotografare l'ex ministra «con una faccia da Madonna», come invece avrebbe detto Fabrizio De Andrè, nientemeno che Oliviero Toscani. «Il maestro», come lo chiama lei nel video promozionale che gira su Youtube. Che coppia: lui fresco di decine di interviste per difendere la famiglia Benetton sul crollo del ponte Morandi, lei che con Banca Etruria ha fatto perdere chissà quante migliaia di voti al Pd.
Comunque un bel colpo, per la rivista diretta da Claudio Trionfera, convincere Maria Etruria a interrompere per qualche ora il suo alacre lavoro politico di rappresentante della comunità di Bolzano. Ce lo fa notare lei stessa nel breve promo, mettendo subito le mani avanti rispetto a eventuali accuse di fancazzismo: «Un'esperienza nuova per me insolita, a cominciare dall'alzataccia per arrivare da Roma qua in Toscana, dopo aver fatto le 2 e mezzo di notte, in Commissione, a lavorare». Una verifica sul prezioso sito di Openpolis conferma che ha il 79% di presenze a Montecitorio e ben 24 atti firmati, tra emendamenti, mozioni e interrogazioni (Renzi è fermo a quota zero, ma sappiamo che gira documentari).
Nei due minuti scarsi di parlato, in ogni caso, ringrazia con modestia il lavoro dei truccatori, sottolinea «non sono una modella e si vede» e spiega che, dopo aver avuto un ruolo di governo, ha voluto far vedere una parte di sé «che prima era giusto fosse in secondo piano». Il tutto inframezzato da una micidiale sequela di frasi fatte in stile calciatore a fine partita, tra un «mettersi in gioco» e «un racconto diverso», tra un'esperienza «stimolante» e un «senza prendersi troppo sul serio», concludendo con l'immancabile «ringraziamento al mister», pardon al Maestro, perché «è stato un regalo poter lavorare con Toscani».
Ma nella società dello spettacolo le immagini sottomettono gli uomini più delle parole, e non fa eccezione neppure lo spot della Boschi. Per chi se la ricorda, inquadrata per 5 anni quasi ogni sera in ogni telegiornale, la Maria Etruria che posa per Maxim è un'altra donna. La ministra aveva sempre i capelli freschi di parrucchiere, tailleur mai anonimi e anche quando indossava jeans calzava sempre scarpe con tacco assassino, spesso di colore rosso fuoco come il rossetto, alternando il pitonato al leopardato. La luminosa trentenne fotografata in una casa di campagna tra gli ulivi e il cotto toscano invece ha una maglietta a maniche lunghe a strisce orizzontali da turista olandese a Venezia, i capelli finto spettinati, trucco sapiente e quindi impercettibile agli occhi di un maschietto, jeans schiariti, sneakers o ballerine azzurre tipo quelle chi si mettono alle elementari. Fa una posa dietro le tende, ma onestamente con una malizia da undicenne. Poi, almeno nel promo, il finale da applausi: si mette a letto e si copre il viso con il bordo del lenzuolo. Sexy, direte voi. Non esattamente, a meno di essere morbosi, perché lei è vestitissima, il letto è un lettino singolo un po' rustico e le lenzuola sono chiare con il bordo rosa. È proprio questo epilogo da finta liceale che vive con i genitori a svelare la cifra dell'operazione d'immagine: Maria Elena Boschi non è la Regina cattiva del renzismo, la zarina che avrebbe portato allo sbando anche Winston Churchill, ma una ragazza semplice, zero aggressiva, che tutti vorrebbero come mogliettina o come nuora. Anche se certo, le prime reazioni su Youtube non sono state proprio carine, tra gente che la invita a trovarsi un lavoro «perché tra poco la politica sarà solo un ricordo», donne inviperite per l'inedita coppia Boschi-Toscani, fino ad accurate scansioni della sua situazione pilifera in zona mento (in effetti sfuggita ai truccatori). Ma vogliamo trovare il pelo anche nella Boschi? No, però se poi davvero si candida come segretario del Pd, per battere uno come Zingaretti le servirà eccome questo nuovo faccino. United colors of Boschi e il riciclo è assicurato.
Francesco Bonazzi
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Trattativa avanzata per la trasmissione del Bullo su Rete 4: nonostante le richieste esorbitanti, il contratto per 8 puntate potrebbe essere sottoscritto a circa 1,2 milioni.Su «Maxim» Maria Elena Boschi si fa immortalare da Oliviero Toscani fra prati all'inglese e pigiamini da collegiale per rifarsi un'immagine innocua dopo gli anni di renzismo rampante e lo scandalo Etruria. Dal Web la consigliano: «Cercati un lavoro».Lo speciale contiene due articoliSu Chi ieri la notizia era un po' nascosta ed è passata quasi inosservata. Ma la «chicca di gossip» del settimanale Mondadori, informatissimo sulle questioni Mediaset (fa parte della stessa famiglia), meritava attenzione: «Maurizio Costanzo incontrerà l'ex premier Matteo Renzi che sarà ospite della trasmissione L'Intervista (domani sera su Canale 5, ndr). Renzi, a metà novembre, debutterà su Rete 4 con il suo primo programma da conduttore dedicato alla sua Firenze».Dunque non solo Renzi si è fatto psicanalizzare da Costanzo, come avevano già fatto nelle due puntate precedenti Fedez e Massimo Giletti, ma l'ex premier avrebbe portato a casa il contratto con Mediaset che potrebbe fare di lui l'agiato quarantenne che ha sempre puntato a essere da quando ha iniziato a fare politica. Il 25 settembre ha spiegato ai suoi fan che, da quando è all'opposizione, ha iniziato a guadagnare bene grazie al fatto che «un senatore prende il doppio del premier», alle «conferenze in tutto il mondo» e alle «iniziative editoriali». A questo bisognerà presto aggiungere gli introiti televisivi. La Verità ha verificato che la firma sotto il contratto per il documentario Firenze, secondo me non è ancora stata apposta, ma la trattativa è in via di definizione. Si era bruscamente arenata a inizio luglio, quando l'agente delle star, e di Renzi, Lucio Presta aveva chiesto a Mediaset tra 3 e 4 milioni di euro per 8 puntate di programma, cioè, nell'ipotesi più costosa, 500.000 euro a serata. A Cologno hanno considerato la richiesta uno sproposito. I confronti sono presto fatti: un prodotto di punta da prima serata su Canale 5, come Il Grande Fratello, costa circa 1 milione di euro; una fiction di quelle acchiappa share un po' meno, 800-900.000 euro. Insomma Renzi deve essersi convinto di essere una calamita per gli ascolti, una specie di Fiorello capace di fare ascolti anche in un one man show. È noto che a Matteo l'autostima non manchi, ma a Mediaset hanno ritenuto più consono un paragone con Roberto Giacobbo, conduttore e documentarista recentemente approdato su Rete 4 con il programma Freedom. E stiamo parlando di un signor professionista. «Un programma costruito intorno a un conduttore che parla può costare 100.000 euro a puntata, al massimo 150.000, ma deve essere bello», commenta un produttore. E Alberto Angela? «Lì siamo a un livello superiore, per gli standard, i tempi di realizzazione, la troupe, l'acquisto all'estero di immagini esclusive». In sostanza Renzi al massimo può aspirare a diventare il Giacobbo di Rignano sull'Arno. Chi conosce le segrete cose di Mediaset ci spiega che Presta puntava a cedere all'azienda del Biscione i diritti del programma (ecco spiegati i 4 milioni) e farglielo distribuire all'estero. Ma quella non è la ragione sociale della casa e infatti a Cologno hanno declinato l'offerta. A fine luglio, dopo la prima brusca interruzione, sono ripartite le contrattazioni a precise condizioni: acquisto del programma, ma non dei diritti, e possibilità di visionare il prodotto finito prima della chiusura del contratto. Le trattative sono condotte dall'agente in prima persona, il quale non parla direttamente con Piersilvio Berlusconi. La negoziazione si ferma un gradino sotto, al livello del capo dei contenuti delle reti.Al momento a Cologno, a quanto ci risulta, non hanno però, ancora visto nemmeno una puntata. Per tale motivo non si è conclusa neppure la partita dei soldi, cosa che accadrà presto. I dirigenti di Mediaset, prima di siglare l'accordo, vogliono essere sicuri che non si tratti di un programma di nicchia, iperscientifico e tecnico, più adatto ai canali tematici a pagamento. Però, conoscendo Presta e Renzi, a Mediaset sono abbastanza sicuri che sarà un programma pop, di pura divulgazione. Al momento la produzione ha concluso le riprese degli interventi dell'ex premier, ma non ha ancora completato il montaggio delle sue performance, con l'aggiunta di musiche e immagini.Alla fine sarà la società di Presta a proporre il prodotto fuori dall'Italia scommettendo sulla magia di Firenze e sull'attrattiva di un ex premier (retrocesso?) nei panni del conduttore televisivo, sebbene il fatto di essere italiano renda il cambio di mestiere meno sorprendente (immaginate l'effetto straniante di un'Angela Merkel che conduce tutta gasata un programma sulla natìa Amburgo). In Italia tutto questo è più scontato. e Renzi in tv ormai conquista share a una sola cifra. Perciò Firenze, secondo me non sarà trasmesso da Canale 5. Rete che, però, stasera ospiterà l'intervista di Costanzo a Matteo. Nel salotto del giornalista l'ex premier ha parlato pure del suo documentario: «Quanto mi è piaciuto farlo? Un sacco, sono grato a Lucio Presta che ha accettato questa follia […] a me sembrava quasi un sogno». Durante l'intervista ha ammesso di aver pianto per la moglie Agnese e ha proseguito la sua crociata contro le presunte fake news. Le bugie che lo «mandano più fuori di testa»? «Che io vado in giro con la Lamborghini, che ho il fratello portaborse che guadagna un sacco di soldi o che io ho comprato ville dappertutto». Mea culpa? Questo: «Forse sono stato fin troppo ambizioso […] fossi stato un po' meno ambizioso probabilmente sarei ancora a Palazzo Chigi, però che stai a fare a Palazzo Chigi se non cambi le cose?». Ha pure negato di fare il «piacione» e ha lanciato il guanto di sfida per un confronto pubblico a Luigi Di Maio e Matteo Salvini. «Tornerai?» gli ha domandato sornione Costanzo e Renzi ha un po' tergiversato: «Oggi gli italiani hanno parlato in modo chiaro e hanno detto proviamo altri, cambiamo…». Ma poi ha previsto futuri disastri per M5s e Lega. Infine ha lanciato un anatema contro i traditori: «Gente che ha avuto ruoli di responsabilità che non avrebbe mai potuto immaginare di avere (…) questi fino a che sei potente ti lusingano, ti coccolano, ti accudiscono poi perdi il potere e iniziano a dire “certo io avrei fatto in un altro modo". E mi verrebbe da dire: perché non l'hai detto quando c'eri?». Chissà se in futuro pure Presta gli confesserà che la tv non era cosa sua.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-pronto-per-mediaset-anziche-mezzo-milione-a-sera-si-fara-bastare-150-000-euro-2609833705.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-boschi-si-ricicla-fidanzatina-ditalia" data-post-id="2609833705" data-published-at="1767896857" data-use-pagination="False"> La Boschi si ricicla fidanzatina d’Italia Da valchiria renziana in tacco 12 a fidanzata d'Italia, tutta acqua e sapone, in jeans e ballerine. La nuova fase politica di Maria Elena Boschi, la cui ultima mossa lasciata al caso risale probabilmente all'asilo, viene annunciata per immagini su un bimestrale maschile, Maxim, in edicola oggi. Copertina con l'ex ministra delle Riforme in maglietta bianca a righe blu orizzontali e titolo ammiccante, ma anche vagamente minaccioso: «Il meglio deve ancora venire». Come cantavano Frank Sinatra e Luciano Ligabue (non insieme). Per fotografare l'ex ministra «con una faccia da Madonna», come invece avrebbe detto Fabrizio De Andrè, nientemeno che Oliviero Toscani. «Il maestro», come lo chiama lei nel video promozionale che gira su Youtube. Che coppia: lui fresco di decine di interviste per difendere la famiglia Benetton sul crollo del ponte Morandi, lei che con Banca Etruria ha fatto perdere chissà quante migliaia di voti al Pd. Comunque un bel colpo, per la rivista diretta da Claudio Trionfera, convincere Maria Etruria a interrompere per qualche ora il suo alacre lavoro politico di rappresentante della comunità di Bolzano. Ce lo fa notare lei stessa nel breve promo, mettendo subito le mani avanti rispetto a eventuali accuse di fancazzismo: «Un'esperienza nuova per me insolita, a cominciare dall'alzataccia per arrivare da Roma qua in Toscana, dopo aver fatto le 2 e mezzo di notte, in Commissione, a lavorare». Una verifica sul prezioso sito di Openpolis conferma che ha il 79% di presenze a Montecitorio e ben 24 atti firmati, tra emendamenti, mozioni e interrogazioni (Renzi è fermo a quota zero, ma sappiamo che gira documentari). Nei due minuti scarsi di parlato, in ogni caso, ringrazia con modestia il lavoro dei truccatori, sottolinea «non sono una modella e si vede» e spiega che, dopo aver avuto un ruolo di governo, ha voluto far vedere una parte di sé «che prima era giusto fosse in secondo piano». Il tutto inframezzato da una micidiale sequela di frasi fatte in stile calciatore a fine partita, tra un «mettersi in gioco» e «un racconto diverso», tra un'esperienza «stimolante» e un «senza prendersi troppo sul serio», concludendo con l'immancabile «ringraziamento al mister», pardon al Maestro, perché «è stato un regalo poter lavorare con Toscani». Ma nella società dello spettacolo le immagini sottomettono gli uomini più delle parole, e non fa eccezione neppure lo spot della Boschi. Per chi se la ricorda, inquadrata per 5 anni quasi ogni sera in ogni telegiornale, la Maria Etruria che posa per Maxim è un'altra donna. La ministra aveva sempre i capelli freschi di parrucchiere, tailleur mai anonimi e anche quando indossava jeans calzava sempre scarpe con tacco assassino, spesso di colore rosso fuoco come il rossetto, alternando il pitonato al leopardato. La luminosa trentenne fotografata in una casa di campagna tra gli ulivi e il cotto toscano invece ha una maglietta a maniche lunghe a strisce orizzontali da turista olandese a Venezia, i capelli finto spettinati, trucco sapiente e quindi impercettibile agli occhi di un maschietto, jeans schiariti, sneakers o ballerine azzurre tipo quelle chi si mettono alle elementari. Fa una posa dietro le tende, ma onestamente con una malizia da undicenne. Poi, almeno nel promo, il finale da applausi: si mette a letto e si copre il viso con il bordo del lenzuolo. Sexy, direte voi. Non esattamente, a meno di essere morbosi, perché lei è vestitissima, il letto è un lettino singolo un po' rustico e le lenzuola sono chiare con il bordo rosa. È proprio questo epilogo da finta liceale che vive con i genitori a svelare la cifra dell'operazione d'immagine: Maria Elena Boschi non è la Regina cattiva del renzismo, la zarina che avrebbe portato allo sbando anche Winston Churchill, ma una ragazza semplice, zero aggressiva, che tutti vorrebbero come mogliettina o come nuora. Anche se certo, le prime reazioni su Youtube non sono state proprio carine, tra gente che la invita a trovarsi un lavoro «perché tra poco la politica sarà solo un ricordo», donne inviperite per l'inedita coppia Boschi-Toscani, fino ad accurate scansioni della sua situazione pilifera in zona mento (in effetti sfuggita ai truccatori). Ma vogliamo trovare il pelo anche nella Boschi? No, però se poi davvero si candida come segretario del Pd, per battere uno come Zingaretti le servirà eccome questo nuovo faccino. United colors of Boschi e il riciclo è assicurato. Francesco Bonazzi
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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