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2018-10-04
Renzi pronto per Mediaset. Anziché mezzo milione a sera si farà bastare 150.000 euro
ANSA
Su Chi ieri la notizia era un po' nascosta ed è passata quasi inosservata. Ma la «chicca di gossip» del settimanale Mondadori, informatissimo sulle questioni Mediaset (fa parte della stessa famiglia), meritava attenzione: «Maurizio Costanzo incontrerà l'ex premier Matteo Renzi che sarà ospite della trasmissione L'Intervista (domani sera su Canale 5, ndr). Renzi, a metà novembre, debutterà su Rete 4 con il suo primo programma da conduttore dedicato alla sua Firenze».
Dunque non solo Renzi si è fatto psicanalizzare da Costanzo, come avevano già fatto nelle due puntate precedenti Fedez e Massimo Giletti, ma l'ex premier avrebbe portato a casa il contratto con Mediaset che potrebbe fare di lui l'agiato quarantenne che ha sempre puntato a essere da quando ha iniziato a fare politica. Il 25 settembre ha spiegato ai suoi fan che, da quando è all'opposizione, ha iniziato a guadagnare bene grazie al fatto che «un senatore prende il doppio del premier», alle «conferenze in tutto il mondo» e alle «iniziative editoriali».
A questo bisognerà presto aggiungere gli introiti televisivi. La Verità ha verificato che la firma sotto il contratto per il documentario Firenze, secondo me non è ancora stata apposta, ma la trattativa è in via di definizione. Si era bruscamente arenata a inizio luglio, quando l'agente delle star, e di Renzi, Lucio Presta aveva chiesto a Mediaset tra 3 e 4 milioni di euro per 8 puntate di programma, cioè, nell'ipotesi più costosa, 500.000 euro a serata. A Cologno hanno considerato la richiesta uno sproposito. I confronti sono presto fatti: un prodotto di punta da prima serata su Canale 5, come Il Grande Fratello, costa circa 1 milione di euro; una fiction di quelle acchiappa share un po' meno, 800-900.000 euro. Insomma Renzi deve essersi convinto di essere una calamita per gli ascolti, una specie di Fiorello capace di fare ascolti anche in un one man show. È noto che a Matteo l'autostima non manchi, ma a Mediaset hanno ritenuto più consono un paragone con Roberto Giacobbo, conduttore e documentarista recentemente approdato su Rete 4 con il programma Freedom. E stiamo parlando di un signor professionista. «Un programma costruito intorno a un conduttore che parla può costare 100.000 euro a puntata, al massimo 150.000, ma deve essere bello», commenta un produttore. E Alberto Angela? «Lì siamo a un livello superiore, per gli standard, i tempi di realizzazione, la troupe, l'acquisto all'estero di immagini esclusive». In sostanza Renzi al massimo può aspirare a diventare il Giacobbo di Rignano sull'Arno. Chi conosce le segrete cose di Mediaset ci spiega che Presta puntava a cedere all'azienda del Biscione i diritti del programma (ecco spiegati i 4 milioni) e farglielo distribuire all'estero. Ma quella non è la ragione sociale della casa e infatti a Cologno hanno declinato l'offerta. A fine luglio, dopo la prima brusca interruzione, sono ripartite le contrattazioni a precise condizioni: acquisto del programma, ma non dei diritti, e possibilità di visionare il prodotto finito prima della chiusura del contratto. Le trattative sono condotte dall'agente in prima persona, il quale non parla direttamente con Piersilvio Berlusconi. La negoziazione si ferma un gradino sotto, al livello del capo dei contenuti delle reti.
Al momento a Cologno, a quanto ci risulta, non hanno però, ancora visto nemmeno una puntata. Per tale motivo non si è conclusa neppure la partita dei soldi, cosa che accadrà presto. I dirigenti di Mediaset, prima di siglare l'accordo, vogliono essere sicuri che non si tratti di un programma di nicchia, iperscientifico e tecnico, più adatto ai canali tematici a pagamento. Però, conoscendo Presta e Renzi, a Mediaset sono abbastanza sicuri che sarà un programma pop, di pura divulgazione. Al momento la produzione ha concluso le riprese degli interventi dell'ex premier, ma non ha ancora completato il montaggio delle sue performance, con l'aggiunta di musiche e immagini.
Alla fine sarà la società di Presta a proporre il prodotto fuori dall'Italia scommettendo sulla magia di Firenze e sull'attrattiva di un ex premier (retrocesso?) nei panni del conduttore televisivo, sebbene il fatto di essere italiano renda il cambio di mestiere meno sorprendente (immaginate l'effetto straniante di un'Angela Merkel che conduce tutta gasata un programma sulla natìa Amburgo). In Italia tutto questo è più scontato. e Renzi in tv ormai conquista share a una sola cifra. Perciò Firenze, secondo me non sarà trasmesso da Canale 5.
Rete che, però, stasera ospiterà l'intervista di Costanzo a Matteo. Nel salotto del giornalista l'ex premier ha parlato pure del suo documentario: «Quanto mi è piaciuto farlo? Un sacco, sono grato a Lucio Presta che ha accettato questa follia […] a me sembrava quasi un sogno». Durante l'intervista ha ammesso di aver pianto per la moglie Agnese e ha proseguito la sua crociata contro le presunte fake news. Le bugie che lo «mandano più fuori di testa»? «Che io vado in giro con la Lamborghini, che ho il fratello portaborse che guadagna un sacco di soldi o che io ho comprato ville dappertutto». Mea culpa? Questo: «Forse sono stato fin troppo ambizioso […] fossi stato un po' meno ambizioso probabilmente sarei ancora a Palazzo Chigi, però che stai a fare a Palazzo Chigi se non cambi le cose?». Ha pure negato di fare il «piacione» e ha lanciato il guanto di sfida per un confronto pubblico a Luigi Di Maio e Matteo Salvini. «Tornerai?» gli ha domandato sornione Costanzo e Renzi ha un po' tergiversato: «Oggi gli italiani hanno parlato in modo chiaro e hanno detto proviamo altri, cambiamo…». Ma poi ha previsto futuri disastri per M5s e Lega. Infine ha lanciato un anatema contro i traditori: «Gente che ha avuto ruoli di responsabilità che non avrebbe mai potuto immaginare di avere (…) questi fino a che sei potente ti lusingano, ti coccolano, ti accudiscono poi perdi il potere e iniziano a dire “certo io avrei fatto in un altro modo". E mi verrebbe da dire: perché non l'hai detto quando c'eri?». Chissà se in futuro pure Presta gli confesserà che la tv non era cosa sua.
Giacomo Amadori
La Boschi si ricicla fidanzatina d’Italia
Da valchiria renziana in tacco 12 a fidanzata d'Italia, tutta acqua e sapone, in jeans e ballerine. La nuova fase politica di Maria Elena Boschi, la cui ultima mossa lasciata al caso risale probabilmente all'asilo, viene annunciata per immagini su un bimestrale maschile, Maxim, in edicola oggi. Copertina con l'ex ministra delle Riforme in maglietta bianca a righe blu orizzontali e titolo ammiccante, ma anche vagamente minaccioso: «Il meglio deve ancora venire». Come cantavano Frank Sinatra e Luciano Ligabue (non insieme). Per fotografare l'ex ministra «con una faccia da Madonna», come invece avrebbe detto Fabrizio De Andrè, nientemeno che Oliviero Toscani. «Il maestro», come lo chiama lei nel video promozionale che gira su Youtube. Che coppia: lui fresco di decine di interviste per difendere la famiglia Benetton sul crollo del ponte Morandi, lei che con Banca Etruria ha fatto perdere chissà quante migliaia di voti al Pd.
Comunque un bel colpo, per la rivista diretta da Claudio Trionfera, convincere Maria Etruria a interrompere per qualche ora il suo alacre lavoro politico di rappresentante della comunità di Bolzano. Ce lo fa notare lei stessa nel breve promo, mettendo subito le mani avanti rispetto a eventuali accuse di fancazzismo: «Un'esperienza nuova per me insolita, a cominciare dall'alzataccia per arrivare da Roma qua in Toscana, dopo aver fatto le 2 e mezzo di notte, in Commissione, a lavorare». Una verifica sul prezioso sito di Openpolis conferma che ha il 79% di presenze a Montecitorio e ben 24 atti firmati, tra emendamenti, mozioni e interrogazioni (Renzi è fermo a quota zero, ma sappiamo che gira documentari).
Nei due minuti scarsi di parlato, in ogni caso, ringrazia con modestia il lavoro dei truccatori, sottolinea «non sono una modella e si vede» e spiega che, dopo aver avuto un ruolo di governo, ha voluto far vedere una parte di sé «che prima era giusto fosse in secondo piano». Il tutto inframezzato da una micidiale sequela di frasi fatte in stile calciatore a fine partita, tra un «mettersi in gioco» e «un racconto diverso», tra un'esperienza «stimolante» e un «senza prendersi troppo sul serio», concludendo con l'immancabile «ringraziamento al mister», pardon al Maestro, perché «è stato un regalo poter lavorare con Toscani».
Ma nella società dello spettacolo le immagini sottomettono gli uomini più delle parole, e non fa eccezione neppure lo spot della Boschi. Per chi se la ricorda, inquadrata per 5 anni quasi ogni sera in ogni telegiornale, la Maria Etruria che posa per Maxim è un'altra donna. La ministra aveva sempre i capelli freschi di parrucchiere, tailleur mai anonimi e anche quando indossava jeans calzava sempre scarpe con tacco assassino, spesso di colore rosso fuoco come il rossetto, alternando il pitonato al leopardato. La luminosa trentenne fotografata in una casa di campagna tra gli ulivi e il cotto toscano invece ha una maglietta a maniche lunghe a strisce orizzontali da turista olandese a Venezia, i capelli finto spettinati, trucco sapiente e quindi impercettibile agli occhi di un maschietto, jeans schiariti, sneakers o ballerine azzurre tipo quelle chi si mettono alle elementari. Fa una posa dietro le tende, ma onestamente con una malizia da undicenne. Poi, almeno nel promo, il finale da applausi: si mette a letto e si copre il viso con il bordo del lenzuolo. Sexy, direte voi. Non esattamente, a meno di essere morbosi, perché lei è vestitissima, il letto è un lettino singolo un po' rustico e le lenzuola sono chiare con il bordo rosa. È proprio questo epilogo da finta liceale che vive con i genitori a svelare la cifra dell'operazione d'immagine: Maria Elena Boschi non è la Regina cattiva del renzismo, la zarina che avrebbe portato allo sbando anche Winston Churchill, ma una ragazza semplice, zero aggressiva, che tutti vorrebbero come mogliettina o come nuora. Anche se certo, le prime reazioni su Youtube non sono state proprio carine, tra gente che la invita a trovarsi un lavoro «perché tra poco la politica sarà solo un ricordo», donne inviperite per l'inedita coppia Boschi-Toscani, fino ad accurate scansioni della sua situazione pilifera in zona mento (in effetti sfuggita ai truccatori). Ma vogliamo trovare il pelo anche nella Boschi? No, però se poi davvero si candida come segretario del Pd, per battere uno come Zingaretti le servirà eccome questo nuovo faccino. United colors of Boschi e il riciclo è assicurato.
Francesco Bonazzi
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Trattativa avanzata per la trasmissione del Bullo su Rete 4: nonostante le richieste esorbitanti, il contratto per 8 puntate potrebbe essere sottoscritto a circa 1,2 milioni.Su «Maxim» Maria Elena Boschi si fa immortalare da Oliviero Toscani fra prati all'inglese e pigiamini da collegiale per rifarsi un'immagine innocua dopo gli anni di renzismo rampante e lo scandalo Etruria. Dal Web la consigliano: «Cercati un lavoro».Lo speciale contiene due articoliSu Chi ieri la notizia era un po' nascosta ed è passata quasi inosservata. Ma la «chicca di gossip» del settimanale Mondadori, informatissimo sulle questioni Mediaset (fa parte della stessa famiglia), meritava attenzione: «Maurizio Costanzo incontrerà l'ex premier Matteo Renzi che sarà ospite della trasmissione L'Intervista (domani sera su Canale 5, ndr). Renzi, a metà novembre, debutterà su Rete 4 con il suo primo programma da conduttore dedicato alla sua Firenze».Dunque non solo Renzi si è fatto psicanalizzare da Costanzo, come avevano già fatto nelle due puntate precedenti Fedez e Massimo Giletti, ma l'ex premier avrebbe portato a casa il contratto con Mediaset che potrebbe fare di lui l'agiato quarantenne che ha sempre puntato a essere da quando ha iniziato a fare politica. Il 25 settembre ha spiegato ai suoi fan che, da quando è all'opposizione, ha iniziato a guadagnare bene grazie al fatto che «un senatore prende il doppio del premier», alle «conferenze in tutto il mondo» e alle «iniziative editoriali». A questo bisognerà presto aggiungere gli introiti televisivi. La Verità ha verificato che la firma sotto il contratto per il documentario Firenze, secondo me non è ancora stata apposta, ma la trattativa è in via di definizione. Si era bruscamente arenata a inizio luglio, quando l'agente delle star, e di Renzi, Lucio Presta aveva chiesto a Mediaset tra 3 e 4 milioni di euro per 8 puntate di programma, cioè, nell'ipotesi più costosa, 500.000 euro a serata. A Cologno hanno considerato la richiesta uno sproposito. I confronti sono presto fatti: un prodotto di punta da prima serata su Canale 5, come Il Grande Fratello, costa circa 1 milione di euro; una fiction di quelle acchiappa share un po' meno, 800-900.000 euro. Insomma Renzi deve essersi convinto di essere una calamita per gli ascolti, una specie di Fiorello capace di fare ascolti anche in un one man show. È noto che a Matteo l'autostima non manchi, ma a Mediaset hanno ritenuto più consono un paragone con Roberto Giacobbo, conduttore e documentarista recentemente approdato su Rete 4 con il programma Freedom. E stiamo parlando di un signor professionista. «Un programma costruito intorno a un conduttore che parla può costare 100.000 euro a puntata, al massimo 150.000, ma deve essere bello», commenta un produttore. E Alberto Angela? «Lì siamo a un livello superiore, per gli standard, i tempi di realizzazione, la troupe, l'acquisto all'estero di immagini esclusive». In sostanza Renzi al massimo può aspirare a diventare il Giacobbo di Rignano sull'Arno. Chi conosce le segrete cose di Mediaset ci spiega che Presta puntava a cedere all'azienda del Biscione i diritti del programma (ecco spiegati i 4 milioni) e farglielo distribuire all'estero. Ma quella non è la ragione sociale della casa e infatti a Cologno hanno declinato l'offerta. A fine luglio, dopo la prima brusca interruzione, sono ripartite le contrattazioni a precise condizioni: acquisto del programma, ma non dei diritti, e possibilità di visionare il prodotto finito prima della chiusura del contratto. Le trattative sono condotte dall'agente in prima persona, il quale non parla direttamente con Piersilvio Berlusconi. La negoziazione si ferma un gradino sotto, al livello del capo dei contenuti delle reti.Al momento a Cologno, a quanto ci risulta, non hanno però, ancora visto nemmeno una puntata. Per tale motivo non si è conclusa neppure la partita dei soldi, cosa che accadrà presto. I dirigenti di Mediaset, prima di siglare l'accordo, vogliono essere sicuri che non si tratti di un programma di nicchia, iperscientifico e tecnico, più adatto ai canali tematici a pagamento. Però, conoscendo Presta e Renzi, a Mediaset sono abbastanza sicuri che sarà un programma pop, di pura divulgazione. Al momento la produzione ha concluso le riprese degli interventi dell'ex premier, ma non ha ancora completato il montaggio delle sue performance, con l'aggiunta di musiche e immagini.Alla fine sarà la società di Presta a proporre il prodotto fuori dall'Italia scommettendo sulla magia di Firenze e sull'attrattiva di un ex premier (retrocesso?) nei panni del conduttore televisivo, sebbene il fatto di essere italiano renda il cambio di mestiere meno sorprendente (immaginate l'effetto straniante di un'Angela Merkel che conduce tutta gasata un programma sulla natìa Amburgo). In Italia tutto questo è più scontato. e Renzi in tv ormai conquista share a una sola cifra. Perciò Firenze, secondo me non sarà trasmesso da Canale 5. Rete che, però, stasera ospiterà l'intervista di Costanzo a Matteo. Nel salotto del giornalista l'ex premier ha parlato pure del suo documentario: «Quanto mi è piaciuto farlo? Un sacco, sono grato a Lucio Presta che ha accettato questa follia […] a me sembrava quasi un sogno». Durante l'intervista ha ammesso di aver pianto per la moglie Agnese e ha proseguito la sua crociata contro le presunte fake news. Le bugie che lo «mandano più fuori di testa»? «Che io vado in giro con la Lamborghini, che ho il fratello portaborse che guadagna un sacco di soldi o che io ho comprato ville dappertutto». Mea culpa? Questo: «Forse sono stato fin troppo ambizioso […] fossi stato un po' meno ambizioso probabilmente sarei ancora a Palazzo Chigi, però che stai a fare a Palazzo Chigi se non cambi le cose?». Ha pure negato di fare il «piacione» e ha lanciato il guanto di sfida per un confronto pubblico a Luigi Di Maio e Matteo Salvini. «Tornerai?» gli ha domandato sornione Costanzo e Renzi ha un po' tergiversato: «Oggi gli italiani hanno parlato in modo chiaro e hanno detto proviamo altri, cambiamo…». Ma poi ha previsto futuri disastri per M5s e Lega. Infine ha lanciato un anatema contro i traditori: «Gente che ha avuto ruoli di responsabilità che non avrebbe mai potuto immaginare di avere (…) questi fino a che sei potente ti lusingano, ti coccolano, ti accudiscono poi perdi il potere e iniziano a dire “certo io avrei fatto in un altro modo". E mi verrebbe da dire: perché non l'hai detto quando c'eri?». Chissà se in futuro pure Presta gli confesserà che la tv non era cosa sua.Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/renzi-pronto-per-mediaset-anziche-mezzo-milione-a-sera-si-fara-bastare-150-000-euro-2609833705.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-boschi-si-ricicla-fidanzatina-ditalia" data-post-id="2609833705" data-published-at="1767454804" data-use-pagination="False"> La Boschi si ricicla fidanzatina d’Italia Da valchiria renziana in tacco 12 a fidanzata d'Italia, tutta acqua e sapone, in jeans e ballerine. La nuova fase politica di Maria Elena Boschi, la cui ultima mossa lasciata al caso risale probabilmente all'asilo, viene annunciata per immagini su un bimestrale maschile, Maxim, in edicola oggi. Copertina con l'ex ministra delle Riforme in maglietta bianca a righe blu orizzontali e titolo ammiccante, ma anche vagamente minaccioso: «Il meglio deve ancora venire». Come cantavano Frank Sinatra e Luciano Ligabue (non insieme). Per fotografare l'ex ministra «con una faccia da Madonna», come invece avrebbe detto Fabrizio De Andrè, nientemeno che Oliviero Toscani. «Il maestro», come lo chiama lei nel video promozionale che gira su Youtube. Che coppia: lui fresco di decine di interviste per difendere la famiglia Benetton sul crollo del ponte Morandi, lei che con Banca Etruria ha fatto perdere chissà quante migliaia di voti al Pd. Comunque un bel colpo, per la rivista diretta da Claudio Trionfera, convincere Maria Etruria a interrompere per qualche ora il suo alacre lavoro politico di rappresentante della comunità di Bolzano. Ce lo fa notare lei stessa nel breve promo, mettendo subito le mani avanti rispetto a eventuali accuse di fancazzismo: «Un'esperienza nuova per me insolita, a cominciare dall'alzataccia per arrivare da Roma qua in Toscana, dopo aver fatto le 2 e mezzo di notte, in Commissione, a lavorare». Una verifica sul prezioso sito di Openpolis conferma che ha il 79% di presenze a Montecitorio e ben 24 atti firmati, tra emendamenti, mozioni e interrogazioni (Renzi è fermo a quota zero, ma sappiamo che gira documentari). Nei due minuti scarsi di parlato, in ogni caso, ringrazia con modestia il lavoro dei truccatori, sottolinea «non sono una modella e si vede» e spiega che, dopo aver avuto un ruolo di governo, ha voluto far vedere una parte di sé «che prima era giusto fosse in secondo piano». Il tutto inframezzato da una micidiale sequela di frasi fatte in stile calciatore a fine partita, tra un «mettersi in gioco» e «un racconto diverso», tra un'esperienza «stimolante» e un «senza prendersi troppo sul serio», concludendo con l'immancabile «ringraziamento al mister», pardon al Maestro, perché «è stato un regalo poter lavorare con Toscani». Ma nella società dello spettacolo le immagini sottomettono gli uomini più delle parole, e non fa eccezione neppure lo spot della Boschi. Per chi se la ricorda, inquadrata per 5 anni quasi ogni sera in ogni telegiornale, la Maria Etruria che posa per Maxim è un'altra donna. La ministra aveva sempre i capelli freschi di parrucchiere, tailleur mai anonimi e anche quando indossava jeans calzava sempre scarpe con tacco assassino, spesso di colore rosso fuoco come il rossetto, alternando il pitonato al leopardato. La luminosa trentenne fotografata in una casa di campagna tra gli ulivi e il cotto toscano invece ha una maglietta a maniche lunghe a strisce orizzontali da turista olandese a Venezia, i capelli finto spettinati, trucco sapiente e quindi impercettibile agli occhi di un maschietto, jeans schiariti, sneakers o ballerine azzurre tipo quelle chi si mettono alle elementari. Fa una posa dietro le tende, ma onestamente con una malizia da undicenne. Poi, almeno nel promo, il finale da applausi: si mette a letto e si copre il viso con il bordo del lenzuolo. Sexy, direte voi. Non esattamente, a meno di essere morbosi, perché lei è vestitissima, il letto è un lettino singolo un po' rustico e le lenzuola sono chiare con il bordo rosa. È proprio questo epilogo da finta liceale che vive con i genitori a svelare la cifra dell'operazione d'immagine: Maria Elena Boschi non è la Regina cattiva del renzismo, la zarina che avrebbe portato allo sbando anche Winston Churchill, ma una ragazza semplice, zero aggressiva, che tutti vorrebbero come mogliettina o come nuora. Anche se certo, le prime reazioni su Youtube non sono state proprio carine, tra gente che la invita a trovarsi un lavoro «perché tra poco la politica sarà solo un ricordo», donne inviperite per l'inedita coppia Boschi-Toscani, fino ad accurate scansioni della sua situazione pilifera in zona mento (in effetti sfuggita ai truccatori). Ma vogliamo trovare il pelo anche nella Boschi? No, però se poi davvero si candida come segretario del Pd, per battere uno come Zingaretti le servirà eccome questo nuovo faccino. United colors of Boschi e il riciclo è assicurato. Francesco Bonazzi
iStock
Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
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Il fumo si alza dal porto di La Guaira dopo che a Caracas, in Venezuela, sono state udite esplosioni e aerei a bassa quota (Getty Images)
Sarebbe stata colpita anche la rete di distribuzione dell'energia elettrica, con alcuni quartieri rimasti al buio, soprattutto quelli dove sono presenti le sedi dei ministeri governativi, in primis quello della Difesa e il Parlamento. Il governo venezuelano ha affermato che anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira sono stati bersagliati e che gli attacchi mirerebbero a impadronirsi degli impianti petroliferi e le delle miniere. Il resto lo hanno fatto le squadre speciali dei Navy Seal (lo stesso Corpo che ha catturato Bin Laden), trasportate dai più grandi elicotteri Boeing CH-47 Chinook, che hanno agito in coordinamento con gli agenti dell'antidroga (Dea, Drug Enforcement Administration), in quella che pare un’operazione militare speciale organizzata e condotta da manuale. Tutto è accaduto in poco più di cinque ore con un unico obiettivo reale definito da Donald Trump: rovesciare il governo di Nicolàs Maduro, ma comprendendo che non avrebbe potuto, né voluto, usare la forza contro i venezuelani in genere, ma contro un sistema definito da lui stesso un narco-Stato. Per questo da mesi la Cia e la Marina avevano intercettato, distruggendole, imbarcazioni usate per il trasporto di droga che Maduro aveva invece definito semplici pescherecci (ma dai filmati, non parevano certo lenti scafi da pesca, bensì veloci unità d'altura).
Caccia a un trafficante, non a un leader
Di fatto il presidente Trump ha impostato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una missione di sicurezza interna per la quale aveva dichiarato. «Ogni carico di droga causa milioni di dollari di danni agli Stati Uniti».
Dunque Nicolàs Maduro, che insieme alla moglie sarebbero stati portati fuori dal loro Paese, non era un bersaglio come Capo di Stato ma perché capo di un’organizzazione di criminali che distribuiva droga. Quindi non un leader da eliminare come Saddam Hussein fu per Bush, ma un trafficante da incriminare per cospirazione e narcotraffico nonché di trasporto illegale di armi pesanti verso gli Usa. Come hanno anche dichiarato le Autorità federali degli Stati di Washington, New York e Florida lo scorso marzo. In questo modo Trump era pienamente legittimato ad agire e per i Democratici del Congresso Usa sarà molto difficile additare diversamente l'operazione anche se il Congresso non ha deliberato alcun provvedimento di guerra. È innegabile che tycoon abbia ottenuto alcuni obiettivi in un unico colpo: ha rimosso il capo di un regime ostile, ha inferto un duro colpo al traffico di droga, ha dimostrato di poter risolvere un'altra situazione che si trascinava da decenni e contro la quale le amministrazioni democratiche avevano fatto poco. Infine, ha mostrato di colpire senza esitare come ha fatto nel 2025 in Iran, Yemen e Africa. Un messaggio per i Paesi solidali con Caracas: Colombia (il cui confine con il Venezuela è sotto il controllo delle milizie ELN (Ejército de Liberación Nacional, non del governo), la Bolivia, m anche Turchia. Quanto alla dimostrazione di forza, le possibili reazioni militari venezuelane non sarebbero state in grado di impedirla o arginarla, tanto che al momento non si ha notizia di perdite tra i soldati statunitensi. Quanto al fin troppo citato «diritto internazionale», certamente questa è una aggressione, ma soltanto nella sinistra nostrana si tende a dimenticare che in guerra (perché sono stati impiegati i militari), tale diritto cessa di essere applicato.
Un governo di militari divenuti petrolieri e rischio guerra civile
In Europa e in Italia dobbiamo essere realisti: l'arresto del leader di Caracas è un fatto violento ma per noi costituisce una notizia ottima come lo è per il futuro del Venezuela. Sempre che l'arresto del presidente coincida anche con la fine del suo governo, poiché la vicepresidente Delcy Rodríguez sarebbe ancora in carica e ha subito chiesto a Washington una dimostrazione sul fatto che l'ormai ex presidente e sua moglie Cilia Flores siano vivi. Lo ha fatto mentre sospendeva le garanzie istituzionali sui diritti civili derivanti dall'entrata del Paese in stato d'emergenza. Ricordiamo che il governo venezuelano è composto in larga parte da ex-militari divenuti ministri, gli stessi soggetti che dirigono gli impianti petroliferi e guadagnano da essi. C'è poi un lato meno probabile ma comunque possibile in questa vicenda: con questa operazione gli Usa potrebbero aver salvato il presidente da una popolazione inferocita e soprattutto dai capi dei narcotrafficanti che le accuse statunitensi vogliono complici e sostenitori del suo regime. Soltanto se Maduro fosse in futuro riconsegnato ai venezuelani per essere processato in patria, magari da un governo più democratico meno ostile a Washington, allora si potrà dire che l'operazione voluta da Trump sarà stata positiva. Se invece il leader rimosso sarà processato e detenuto negli Usa, ovvero questa volta sarà del tutto ignorato il diritto internazionale, allora ci sarà un doppio rischio: quello di una guerra civile in Venezuela e quello di una perdita di popolarità per il Tycoon proprio a ridosso delle elezioni di medio termine. Nelle ore subito successive ai fatti è già apparsa un fotografia che il 3 gennaio sembra la una copertina del 2026: Nicolàs Maduro stretto tra due agenti della Dea, apparentemente scesi da un jet executive a New York, un aeroplano in grado di fare viaggi intercontinentali ma non di decollare dalla portaerei Ford.
Dunque vicino alla capitale, oppure in uno stato amico degli Usa, c'era una base aerea sicura nella quale trasferire «l'obiettivo pregiato» dall'elicottero sul quale lo avevano messo i Navy Seal e gli agenti della Dea e consentire il trasferimento nelle prigioni Usa. Le prossime ore saranno fondamentali per capire che cosa accadrà al prezzo del barile di petrolio, se Putin era stato informato e se ci saranno sviluppi positivi per il nostro connazionale Alberto Trentini, cooperante in carcere da mesi senza un'accusa precisa.
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Tra Ilary Blasi e Francesco Totti (prossima udienza del processo per il divorzio a marzo) ci mancava solo la tipica lite tra padrone di casa e affittuario.
La showgirl vive a Roma in zona Eur-Torrino con i figli in una magione di 25 vani (972 metri quadrati di aree coperte), con due piscine, campi da calcetto e da padel. In questo momento Ilary è l’inquilina e Francesco il proprietario. Nella villa, a novembre, è crollato un controsoffitto (come si può vedere nel video esclusivo pubblicato dalla Verità) nella zona dove sono ubicate la sala cinema e la celebre stanza delle maglie da calcio di Totti. Un incidente che ha completamente reso inutilizzabili i locali che, come si vede nelle immagini, sembrano colpiti da un’esplosione. Il cedimento sarebbe stato causato da un’importante infiltrazione di umidità. L’intonaco, cadendo, ha svelato grandi macchie di muffa e disperso un odore insopportabile. L’inquilina Ilary ha chiesto al proprietario Francesco di mettere mano al portafogli per questo intervento di manutenzione straordinaria che, per legge, spetta al titolare dell’immobile. I due litiganti, sempre a novembre, avrebbero effettuato un sopralluogo con i rispettivi tecnici, senza trovare un accordo. Allora Ilary, tramite l’avvocato Marco De Santis dello studio Andrea Pietrolucci (specializzato anche in contrattualistica immobiliare), ha chiesto un intervento immediato, attivando un cosiddetto articolo 700 in Tribunale. Il codice di procedura civile spiega che cosa sia questo strumento: «Chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d'urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito».
In attesa della decisione del giudice Ilary avrebbe avviato, tramite i suoi legali, un accesso agli atti in Comune per verificare la regolarità urbanistica del manufatto. Infatti le stanze dovrebbero trovarsi in un’area che sarebbe accatastata come garage (C6), 150 metri quadrati che nel 2011 hanno subito una variazione nel classamento. Nello stesso anno la Bel Eur del costruttore Luca Parnasi ha venduto al Capitano la villa (all’epoca di 36 vani) in cambio di 7.911.700 euro: 2,6 sono stati versati sull’unghia, il restante tramite un mutuo acceso con Unicredit. Recentemente gli avvocati dei due litiganti (sia i civilisti Antonio Conte, Alessandro Simeone e Pompilia Rossi che i penalisti Gianluca Tognozzi e Fabio Lattanzi) hanno provato a trovare un accordo tombale, usando l’immobile come merce di scambio: la Blasi avrebbe dovuto acquistare a spese proprie un appartamento, ma avrebbe dovuto essere risarcita della spesa al momento della vendita della villa da mettere sul mercato a precise e concordate condizioni. Ma l’accordo non è stato trovato e la casa è, adesso, al centro di questa ennesima querelle.
Le immagini dei danni causati dal cedimento del controsoffitto
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