2019-02-20
«Renzi professa fiducia nella magistratura, ma bombarda l'inchiesta sui suoi genitori parlando di carte false»
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C’è una regola di ferro che governa i Paesi che hanno adottato l’euro: i conti pubblici vanno tenuti sotto controllo, il debito va domato, il limite del 3% fra deficit di bilancio e Pil non deve essere superato. A meno che non serva per acquistare un cannone. In quel caso, miracolo: le regole diventano elastiche, le eccezioni fioriscono come margherite a primavera e lo scostamento di bilancio (che significa aumentare il debito che poi peserà sul deficit) da peccato mortale, si trasforma in atto di responsabilità atlantica.
La fotografia è questa: il 31 dicembre il governo italiano ha varato una manovra prudente, poco espansiva, quasi monacale, per rientrare nei sacri parametri europei. Tirare la cinghia era doveroso. Il deficit doveva scendere sotto il 3%. Missione compiuta anche se il verdetto finale si conoscerà a marzo. Applausi sommessi. Poi, improvvisamente, la sveglia della geopolitica: bisogna riarmarsi. E per riarmarsi servono soldi. Tanti. Subito e a debito. Così la stessa Unione che predica rigore apre la porta agli europrestiti per la difesa: 14,9 miliardi per l’Italia, una cifra che fino a ieri sarebbe stata giudicata incompatibile con qualsiasi disciplina di bilancio. Oggi invece no. Oggi è «necessaria», «strategica», «inevitabile». L’importante è che siano armi. Non corsie d’ospedale, non asili nido, non salari. Armi. A spiegare il perimetro della nuova magia contabile è il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che in Parlamento chiarisce: niente spese in bilancio, ma se ci saranno - e ci saranno - servirà uno scostamento di bilancio, da far approvare alle Camere, dopo la conferma che si tratta di spese «esterne al Patto di stabilità». Tradotto: non toccano il 3%, perché Bruxelles fa finta di non vederle. Il ministro si affretta anche a mettere le mani avanti: sanità, scuola, welfare non saranno toccati. Nessun ospedale chiuderà per colpa di un carro armato, nessuna pensione verrà sacrificata sull’altare della Nato. È la formula rituale di ogni manovra impopolare: state tranquilli, non pagherete voi. Pagherà il debito. Cioè voi, ma più avanti.
Perché il punto che nessuno ama ricordare è semplice e fastidioso: lo scostamento di bilancio costa. Ogni miliardo in più di debito significa più interessi, più spesa futura, più margini compressi domani. Il debito non distingue tra un missile e una scuola: presenta il conto comunque. Solo che il missile non cura nessuno.
Giorgetti invoca clausole di flessibilità, deroghe, salvaguardie, uscite dalla procedura per disavanzo eccessivo. Tutto molto ordinato, tutto molto europeo. Si aspetta marzo, si aspettano le stime Istat, si aspetta il giudizio di Bruxelles. Nel frattempo, però, l’impegno è già scritto: aumentare gradualmente la spesa per difesa e sicurezza di circa 23 miliardi. Un sentiero già tracciato, anche se la mappa verrà consegnata più avanti.
E qui cominciano i mal di pancia. Perché se a Bruxelles il riarmo è una fede, a Roma non tutti seguono il rito. La Lega, per esempio, storce il naso. Claudio Borghi, che la manovra ha contribuito a scriverla, dice chiaro e tondo che a loro non piace. Se proprio bisogna sfruttare le deroghe europee, che siano per la sicurezza interna, per le forze dell’ordine, non per «mandare militari al fronte». È il tentativo di distinguere tra sicurezza e guerra, tra ciò che porta voti e ciò che porta solo spese. «Da qui a dire se voteremo o meno uno scostamento ce ne passa».
Dall’altra parte c’è il Movimento 5 stelle, che invece non ha dubbi. «Lo scostamento per le armi è pura follia», dice Stefano Patuanelli. E non è solo una posizione ideologica: è un’accusa politica. Dove prenderete i soldi per aumentare di oltre 23 miliardi le spese militari nei prossimi tre anni? La risposta del governo, secondo i pentastellati, è un esercizio di fumo istituzionale: si rinvia a marzo, all’Istat, alle clausole, all’europrestito che si chiama Safe, alle flessibilità. Ma intanto si ipotecano risorse enormi senza dire come verranno trovate.
E poi c’è il silenzio più rumoroso di tutti: quello del Partito democratico. Nessuna barricata, nessuna protesta, nessuna opposizione tonante. Imbarazzo. Perché votare contro una richiesta che arriva dall’Unione europea è complicato, quando sei parte integrante della maggioranza dell’Europarlamento che ha votato Ursula von der Leyen. Criticare il riarmo significa criticare Bruxelles. E criticare Bruxelles, per il Pd, è come mettere in dubbio le proprie radici.
Così il partito che si infiamma per ogni decimale di deficit quando si parla di bonus o welfare, oggi abbassa la voce quando il deficit serve a comprare armi. Coerenza europea, la chiamano.
Alla fine il paradosso è tutto qui: l’Italia ha fatto una manovra restrittiva per rassicurare l’Europa. Ora l’Europa le chiede di fare più debito. Ma solo per la guerra. Il rigore è selettivo, l’austerità è a geometria variabile, la flessibilità è armata.
Che le truppe occidentali in Ucraina fossero aria fritta, lo si era intuito. La novità è che, a trarre vantaggio dalla messinscena dei volenterosi - con Emmanuel Macron che pontifica di autonomia strategica europea, mentre Keir Starmer, previo consenso del Parlamento, non ci metterebbe più di 7.500 soldati britannici per 60.000 chilometri quadrati di territorio da sorvegliare - potrebbe essere una potenza in tutti i sensi levantina, abituata a tenere i piedi in due scarpe e a condurre la sua partita con disinvolto cinismo: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.
Ieri, un comunicato del ministero della Difesa di Ankara informava che il Paese è pronto «all’invio di una forza militare in Ucraina, una volta che sarà definita un’intesa per un cessate il fuoco». Si tratta sempre di aspettare una tregua che, al momento, non sembra tanto vicina, benché Steve Witkoff e Jared Kushner, a Parigi, abbiano visto anche il negoziatore russo, Kirill Dmitriev. I turchi, comunque, si sono detti «disponibili ad assumere la leadership nella stabilizzazione e pacificazione del Mar Nero. Obiettivi per i quali rimane centrale il trattato di Montreux, che regola il passaggio delle navi dagli stretti del Bosforo e dei Dardanelli». La convenzione, risalente al 1936, attribuiva all’ex impero ottomano prerogative speciali: la facoltà di limitare il transito delle imbarcazioni commerciali in caso di pericolo per la nazione, oltre al diritto di essere informato in anticipo del movimento di unità belliche. All’epoca, l’accordo venne sottoscritto dall’Unione sovietica - e la Russia lo ha ereditato. Ma se uno degli scopi della guerra nel Donbass, della presa di Mariupol sul Mar d’Azov, dell’occupazione della penisola di Crimea e del tentativo di annettere Odessa, è assicurare a Mosca un presidio sul Mar Nero e, quindi, uno sbocco sul Mediterraneo, dal canto suo Ankara, da sempre in rapporti ambivalenti con il vicino, intende ribadire il proprio primato su quei corridoi strategici. La mente corre alla guerra di Crimea del 1853-1856, quando Francia, Gran Bretagna, Regno di Sardegna e gli stessi ottomani arrestarono l’espansione dello zar verso il Mare Nostrum. Trascorrono i secoli, cambiano i leader e i sistemi politici, eppure il risiko internazionale si gioca attorno alle solite poste. Ed è proprio nel Mar Nero che, ieri, una petroliera, battente bandiera di Palau e diretta in Russia, ha subito l’attacco di un drone, rendendo necessario il soccorso della guardia costiera turca.
Per un Sultano che scende in campo, c’è un cancelliere che se ne tira fuori. Friedrich Merz, già subito dopo il vertice del 6 gennaio, aveva frenato sull’ipotesi di una partecipazione tedesca alla missione anglofrancese. Ieri, visti i paletti della sua Cdu e le titubanze degli alleati di governo della Spd, secondo cui è «prematuro» discutere di contingenti al fronte, ha messo la pietra tombale sull’iniziativa. «L’ordine delle azioni» per il dispiegamento della forza nazionale, ha spiegato Merz, «dev’essere il seguente: prima un cessate il fuoco, poi garanzie di sicurezza per l’Ucraina, poi un accordo di pace a lungo termine con la Russia. E tutto questo è impossibile senza il consenso della Russia, dal quale, a quanto pare, siamo ancora piuttosto lontani». Il numero uno della Germania ci ha anche tenuto a ridimensionare la grandeur transalpina: «Stiamo parlando di garanzie di sicurezza che arriveranno solo dopo la tregua», ha appunto precisato. E pure quando si smetterà di sparare, ha aggiunto Merz, non potrà agire da solo: «Servirà una decisione del governo e poi un’approvazione del Parlamento». La democrazia funziona così. Anche in Spagna, dove Pedro Sánchez, ieri, ha comunicato di essere favorevole all’invio di uomini sia in Ucraina sia in Medio Oriente. Il giorno prima, però, Madrid aveva richiesto un coinvolgimento dell’Onu, che sarebbe improbabile: nel Consiglio di Sicurezza siede, con potere di veto, la Russia stessa. Sarebbe per lo più simbolico il contributo della Lituania: si vocifera di alcune centinaia di soldati e niente più.
Mosca non condivide affatto l’idea di ritrovarsi gli occidentali a un passo dalla linea di contatto con gli ucraini. La creazione di basi militari in Ucraina, ha specificato ieri la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, sarà considerata alla stregua di un «intervento straniero» e di una «minaccia diretta». Di conseguenza, gli uomini eventualmente inviati nell’area diventeranno «obiettivi legittimi». La Zakharova ha accusato Kiev e l’Europa di aver dato vita a un «vero asse della guerra».
Volodymyr Zelensky, preoccupato per un possibile massiccio attacco nemico in nottata, ha assicurato che il testo con le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti sta per essere consegnato a Donald Trump. L’Ue ha aggiunto che «l’impegno degli Usa», finora restii a firmare alcunché, «c’è e si tratta di un cambiamento davvero significativo rispetto al passato». Non si sa se davvero gli americani fornirebbero assistenza logistica e di intelligence al contingente in Ucraina, né quanto a lungo offrirebbero assistenza in caso di nuovo attacco, in virtù della clausola stile articolo 5 Nato, suggerita dall’Italia: Trump aveva proposto 15 anni, Zelensky sperava di strapparne 50. Alla fiera dell’Est.
È l’Occidente che aveva descritto lo scrittore Michel Houellebecq: premier islamici (Humza Yousaf, ex primo ministro di Scozia), sindaci islamici (Sadiq Khan e Zohran Mamdani, primi cittadini delle metropoli occidentali più influenti e globali, Londra e New York) e adesso nella Grande Mela è sbarcato anche il canto del muezzin diffuso con l’altoparlante. Pochi giorni fa, un video girato a Midtown, a un solo isolato dal Madison Square Garden, è diventato virale: il commento fuori onda della donna che riprende la chiamata alla preghiera (Adhan, che in arabo vuol dire annuncio), talmente ad alto volume da sovrastare il trambusto del traffico newyorkese, riassume lo sconcerto di chiunque guardi quelle immagini: «Mai nella mia vita avrei immaginato di poter ascoltare l’Adhan a New York». Soprattutto a quel volume, a dispetto delle regole che stabiliscono che i dispositivi siano impostati su livelli di decibel adeguati (fino a 10, rispetto al livello sonoro).
È un po’ la replica delle immagini di due mesi fa a Times Square, dove un uomo, a favore di telecamera, ha intonato la chiamata alla preghiera davanti a centinaia di fedeli inginocchiati in mezzo ai mega billboards pubblicitari della piazza più celebre della Big Apple. Che poi: New York non è la città che ospita il più alto numero di luoghi di culto islamico negli Stati Uniti, circa 500, all’interno dei quali i fedeli potrebbero pregare a ogni ora del giorno?
New York City dal 1° gennaio è amministrata dal sindaco Zohran Mamdani, ugandese di nascita e di religione musulmana, che qualche giorno fa ha chiesto - non era mai accaduto prima - di poter giurare sul Corano. La città ospita una grande comunità musulmana che costituisce circa il 2% della popolazione, in minoranza rispetto alla comunità ebraica (stimata intorno a 1,6-1,7 milioni di cittadini, pari al 6-7% degli abitanti newyorkesi) ma in rapido aumento. È stata Minneapolis la prima grande città americana a consentire la diffusione dell’Adhan, attraverso gli altoparlanti nelle strade, ma ormai la consuetudine della chiamata alla preghiera si sta normalizzando anche a New York. Il via libera in realtà risale al 2023, quando l’ex sindaco di New York, il democratico di origini afroamericane Eric Adams, ha approvato la normativa che permette alle moschee di diffondere l’Adhan dall’esterno attraverso altoparlanti, con volumi regolamentati, riconoscendo la pratica come «un evento comunitario». Secondo le nuove regole, volte a promuovere «l’inclusività», le moschee non hanno più bisogno di richiedere permessi speciali per annunciare pubblicamente la preghiera del venerdì, fra le 12.30 e le 13.30, e all’ora del tramonto durante il Ramadan, osservato nel nono mese del calendario islamico. Ma con l’arrivo di Mamdani qualcuno deve essersi fatto prendere la mano: non è raro, infatti, camminando per le strade di New York, ascoltare l’appello alla preghiera anche negli altri giorni della settimana, più volte al giorno, cinque per la precisione: all’alba, a mezzogiorno, nel pomeriggio, all’ora del tramonto e la sera. Basta chiudere gli occhi e si ha davvero la sensazione di trovarsi in uno di quei Paesi dove la popolazione è a maggioranza musulmana, con buona pace della tradizione e delle radici cristiane dell’Occidente.
L’Adhan che risuona a New York è il segno che i musulmani non intendono praticare la propria fede religiosa nella dimensione più intima dei luoghi di culto: vogliono farsi sentire, a differenza dei cristiani, sottoposti da anni alle pressioni dei gruppi radicali che vorrebbero zittire le campane delle chiese cattoliche in nome della laicità dello Stato. Roma è la città con più chiese al mondo, circa 900, delle quali poco più di 300 sono ancora utilizzate per il culto. Ogni giorno a Roma vengono celebrate centinaia di messe (ogni parrocchia ne celebra almeno tre al giorno, fino alle otto quotidiane che si tengono nella Basilica di San Pietro). E per quanto uno dei tratti caratteristici della capitale sia proprio il rintocco delle campane, neanche a Roma vengono suonate così tante volte. Non è un caso, dunque, che i cristiani di New York abbiano accolto favorevolmente, «cristianamente» si direbbe, la decisione di amplificare i muezzin, nonostante la differenza tra il suono delle campane che ricorda ai fedeli l’inizio della messa e le parole e idee di alcuni muezzin ai confini con il wahabismo, in nome di un ritorno alla purezza delle fonti religiose attraverso un’interpretazione letterale del Corano. Lo scenario Houellebecq è ormai realtà, insomma, ma siamo noi a esserne pienamente responsabili.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 gennaio con Carlo Cambi

