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2020-03-21
Record di morti: 627 in un giorno. L’infezione adesso picchia pure a Sud
Ansa
Da quando è cominciata l'emergenza, quello registrato ieri è il numero di vittime più alto: 627. Ora i pazienti morti «con il coronavirus» sono 4.032. Mentre non c'è ancora un dato preciso sui morti «da» coronavirus. Nella conta dei decessi, infatti, rientrano tutti i pazienti che presentavano anche altre gravi patologie. Con i 4.670 casi di ieri l'incedere del coronavirus in Italia ora conta 37.860 contagiati. Il totale dei casi, morti e guariti compresi, sfiora oramai, a distanza di 10 giorni dal decreto del governo per contenere la diffusione del Covid-19, i 50.000 contagi. Il bollettino diffuso dal capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, anche ieri non ha mostrato numeri che suggeriscano successi nel contenimento. E le terapie intensive continuano a scoppiare, con 2.655 pazienti da accudire.
Sono 16.020 i ricoverati con sintomi. In 19.185 si trovano, invece, in isolamento domiciliare. I guariti sono 5.129, 689 in più rispetto a giovedì. A Vo' Euganeo, il primo focolaio di coronavirus in Veneto, a preoccupare i cittadini è un nuovo caso di contagio registrato nella notte di giovedì dopo giorni in cui il bilancio segnava zero. Dal report della Regione, i positivi nella cittadina padovana sono 83 dall'inizio dell'epidemia. Padova è la provincia con più casi (943, 42 in più rispetto a giovedì), seguita da Verona (784, 66 in più) e Treviso (719, 49 in più). Fatta eccezione per Codogno e Lodi (dove il numero dei contagi si è fermato, «confermando l'efficacia delle misure di contenimento più stringenti», sottolinea il governatore lombardo Attilio Fontana), la crescita in Lombardia è costante: sono 22.264 i positivi, 2.380 in più di giovedì. I ricoverati sono 7.735, con un aumento di 348 pazienti. Ieri sono stati trasferiti in terapia intensiva in 44. In totale i ricoverati che hanno bisogno della ventilazione forzata sono 1.050. I morti hanno raggiunto quota 2.549, 381 in in 24 ore. Ieri è stato chiuso un supermercato Simply Market di Brescia, a causa della morte di una dipendente risultata positiva al coronavirus. Si tratta di una cassiera di 48 anni che era a casa da inizio settimana con febbre alta. Le sue condizioni si sono aggravate nella notte di giovedì e ieri mattina è deceduta a casa. È morto anche un carabiniere a Bergamo, era la voce che rispondeva al centralino del 112. E sempre a Bergamo è caccia all'uomo, dopo la fuga di un paziente positivo dall'ospedale San Giovanni Bianco in Valle Brambana. È più moderata la crescita rispetto a giovedì a Milano e provincia: sono positive 3.804 persone, 526 in più di giovedì, un aumento minore rispetto ai 638 del giorno precedente. A Milano città il dato è di 1.550 positivi. «Molti nuovi casi di contagio», ha spiegato l'assessore al Welfare lombardo Giulio Gallera, «sono legati alle folle in giro nel weekend dell'8 marzo». Mentre al Sud preoccupano i rientri. Fino a mercoledì in Puglia ne hanno contati 22.947, 907 dei quali in un giorno solo. In Basilicata sono 700. In Calabria oltre 2.000. E si tratta di quelli censiti. Poi c'è il sommerso. La fuga dal Nord comincia a generare i casi di infezione da coronavirus. Perché i giovani rientrati, pur restando in quarantena in casa, hanno finito per contagiare genitori e, in alcuni casi, i nonni. Alcuni di questi pazienti sono ricoverati nel reparto di Malattie infettive del Policlinico di Bari. Al momento non è quantificato il numero di pazienti contagiati da chi è rientrato. Ma dalla Puglia fanno sapere che sono in corso verifiche. E ci sono già dei focolai: nell'ospedale Perinei di Altamura 15 sanitari e tre pazienti sono risultati positivi al coronavirus. E anche a Castellaneta, in provincia di Taranto, dove un medico sarebbe rientrato da Milano con sintomi da coronavirus ma sarebbe andato comunque a lavorare. Il bilancio: sette sanitari, tra medici e infermieri, contagiati. In Basilicata (dove negli ultimi due giorni il numero dei positivi è salito in modo notevole) il governatore Vito Bardi ha messo in quarantena un comune, Moliterno, in provincia di Potenza, dove si è registrata la più alta incidenza di contagi. «In Campania», ritiene il presidente della Regione Vincenzo De Luca, «entro aprile ci saranno 3.000 contagiati». Per ora sono 750, 79 dei quali in terapia intensiva. La previsione che fanno i tecnici è questa: entro il 29 marzo la curva salirà fino a 1.500 contagi ed entro inizio aprile ci saranno 3.000 persone positive. E anche per De Luca il contagio è cresciuto a causa dei rientri dal Nord. Il governatore ha blindato i cinque comuni ritenuti focolaio. Uno di questi è Ariano Irpino, dove ieri è deceduto il parroco, don Antonio Di Stasio. Aveva 85 anni ed era ricoverato all'ospedale Moscati dopo essere risultato positivo al Covid-19. Alle richieste più restrittive avanzate da alcune Regioni, però, il governo non ha ancora risposto. E nel frattempo si comincia a morire anche nelle fabbriche. Ieri è toccato a un capo officina dello stabilimento Fincantieri del Muggiano (La Spezia): è morto all'ospedale Sant'Andrea della Spezia per coronavirus. Era risultato positivo anche un altro capo officina, adesso in condizioni stabili. La notizia di un primo contagio tra i dipendenti aveva fatto scattare uno sciopero di otto ore. È deceduto anche uno dei quattro cittadini di Pomigliano d'Arco (Napoli) positivi al Covid-19. È il dipendente di una ditta di rifiuti di San Vitaliano. Aveva 54 anni.
La bomba dei contagiati di ritorno
Se non sei carne da telecamere, non rientri dai nostri nuovi amici cinesi e non c'è il ministro Luigi Di Maio ad attenderti all'aeroporto militare, la tua vita vale pochino. È quello che hanno pensato decine di italiani rientrati ieri da Marrakech con un volo organizzato dalla Farnesina. In aereo e all'aeroporto di Milano Malpensa non hanno trovato alcuna misura protettiva, sono stati esposti al possibile contagio, non hanno fruito di alcun percorso protetto, non sono stati visitati manco da un infermiere. «Quelli che arrivano qui con i barconi sono trattati meglio», racconta alla Verità, allibita, la signora S.M. Il tema dei rientri ad alto rischio dall'estero è oggetto di attenzione schizoide dai media e dalle istituzioni italiane. Ci si emoziona per le singole storie, come quella del medico che era stato in Cina, o quella del neonato riportato in Italia dal generoso viceministro della Salute Pierpaolo Sileri (poi risultato positivo a Covid-19) o, da ultimo, quella del diciasettenne di Grado che ha lasciato Wuhan al terzo tentativo e a Roma ha trovato le fanfare. Ma poi, quasi ogni giorno, rientrano a fatica tanti italiani da ogni parte del mondo e vengono trattati senza alcuna precauzione e, in alcuni casi, senza alcun rispetto.
Specie chi ritorna dall'Africa, ormai cinesizzata e con standard sanitari discutibili, capita che non sia neppure controllato. Alla Verità è arrivato anche il video di questi connazionali tornati dal Marocco con volo Neos organizzato dalla Farnesina, in fila a Malpensa, tutti accalcati (altro che metro di distanza), una buona metà senza neppure una mascherina, «ostaggi» di un aeroporto che aveva lasciato solo due operatori al controllo passaporti. Potenzialmente, sarebbero tutti bombe a orologeria, ma come racconta un passeggero, «non abbiamo visto nessuna misura protettiva, siamo stati esposti al contagio reciproco per 10 ore filate e all'arrivo a Malpensa ci hanno messo tutti in uno stanzone per due ore». Pur sapendo da dove arrivavano e perché, né la Farnesina, né lo scalo, né la Protezione civile avevano pensato a un percorso protetto, a visite mediche nell'interesse di tutti. La signora S.N. spiega che non vuole fare polemica, ma spera che «in futuro, per i prossimi rientri, non si ripetano scene del genere». Incredibile anche la risposta ricevuta dai passeggeri, prima di imbarcarsi, quando hanno chiesto che livello di protezione avrebbe avuto il rientro. La risposta è stata: le hostess avranno le mascherine. Come al supermercato.
Insomma, non sempre tutto va in scena alla grande come per Niccolò, lo studente diciasettenne di Grado, in Friuli, che era andato a studiare proprio a Wuham, epicentro cinese dell'epidemia coronavirus. Tornato in Italia il 15 febbraio, ha immediatamente dichiarato che appena potrà tornerà subito in Cina, nonostante le autorità locali lo abbiano trattato con una certa severità, respingendolo due volte da sotto la fusoliera per pochi decimetri di grado di febbre. Per lui si è battuto mezzo governo, Di Maio ne ha fatto un punto d'onore di «salvarlo», sono stati usati un volo militare e la fanfara dei tg della sera. A Pratica di Mare, quel giorno, lo hanno accolto come un capo di Stato e lo hanno portato subito in ospedale. Nulla di male, per carità, ma quelle immagini hanno fatto il giro del web e gli italiani tornati l'altro ieri a Malpensa ci sono rimasti un po' male. Del resto, siamo sempre la patria del diritto e del suo rovescio: se si porta il cane a fare i suoi bisogni nel momento sbagliato e con i vigili sbagliati, si rischia una segnalazione penale. Se rientri dal Marocco in comitiva, ti guardano giusto i timbri sul passaporto.
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Registrate 4.670 nuove positività. La linea del fronte resta la Lombardia (2.380 casi in più), però emergono i primi effetti delle «fughe» in meridione: in Puglia è boom di malati fra i parenti dei ragazzi rientrati dal Nord.Farnesina nel caos: centinaia di italiani in arrivo dall'estero, comprese nazioni invase dal Covid-19, stipati in aereo e senza le minime procedure per la sicurezza.Lo speciale contiene due articoli. Da quando è cominciata l'emergenza, quello registrato ieri è il numero di vittime più alto: 627. Ora i pazienti morti «con il coronavirus» sono 4.032. Mentre non c'è ancora un dato preciso sui morti «da» coronavirus. Nella conta dei decessi, infatti, rientrano tutti i pazienti che presentavano anche altre gravi patologie. Con i 4.670 casi di ieri l'incedere del coronavirus in Italia ora conta 37.860 contagiati. Il totale dei casi, morti e guariti compresi, sfiora oramai, a distanza di 10 giorni dal decreto del governo per contenere la diffusione del Covid-19, i 50.000 contagi. Il bollettino diffuso dal capo dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, anche ieri non ha mostrato numeri che suggeriscano successi nel contenimento. E le terapie intensive continuano a scoppiare, con 2.655 pazienti da accudire.Sono 16.020 i ricoverati con sintomi. In 19.185 si trovano, invece, in isolamento domiciliare. I guariti sono 5.129, 689 in più rispetto a giovedì. A Vo' Euganeo, il primo focolaio di coronavirus in Veneto, a preoccupare i cittadini è un nuovo caso di contagio registrato nella notte di giovedì dopo giorni in cui il bilancio segnava zero. Dal report della Regione, i positivi nella cittadina padovana sono 83 dall'inizio dell'epidemia. Padova è la provincia con più casi (943, 42 in più rispetto a giovedì), seguita da Verona (784, 66 in più) e Treviso (719, 49 in più). Fatta eccezione per Codogno e Lodi (dove il numero dei contagi si è fermato, «confermando l'efficacia delle misure di contenimento più stringenti», sottolinea il governatore lombardo Attilio Fontana), la crescita in Lombardia è costante: sono 22.264 i positivi, 2.380 in più di giovedì. I ricoverati sono 7.735, con un aumento di 348 pazienti. Ieri sono stati trasferiti in terapia intensiva in 44. In totale i ricoverati che hanno bisogno della ventilazione forzata sono 1.050. I morti hanno raggiunto quota 2.549, 381 in in 24 ore. Ieri è stato chiuso un supermercato Simply Market di Brescia, a causa della morte di una dipendente risultata positiva al coronavirus. Si tratta di una cassiera di 48 anni che era a casa da inizio settimana con febbre alta. Le sue condizioni si sono aggravate nella notte di giovedì e ieri mattina è deceduta a casa. È morto anche un carabiniere a Bergamo, era la voce che rispondeva al centralino del 112. E sempre a Bergamo è caccia all'uomo, dopo la fuga di un paziente positivo dall'ospedale San Giovanni Bianco in Valle Brambana. È più moderata la crescita rispetto a giovedì a Milano e provincia: sono positive 3.804 persone, 526 in più di giovedì, un aumento minore rispetto ai 638 del giorno precedente. A Milano città il dato è di 1.550 positivi. «Molti nuovi casi di contagio», ha spiegato l'assessore al Welfare lombardo Giulio Gallera, «sono legati alle folle in giro nel weekend dell'8 marzo». Mentre al Sud preoccupano i rientri. Fino a mercoledì in Puglia ne hanno contati 22.947, 907 dei quali in un giorno solo. In Basilicata sono 700. In Calabria oltre 2.000. E si tratta di quelli censiti. Poi c'è il sommerso. La fuga dal Nord comincia a generare i casi di infezione da coronavirus. Perché i giovani rientrati, pur restando in quarantena in casa, hanno finito per contagiare genitori e, in alcuni casi, i nonni. Alcuni di questi pazienti sono ricoverati nel reparto di Malattie infettive del Policlinico di Bari. Al momento non è quantificato il numero di pazienti contagiati da chi è rientrato. Ma dalla Puglia fanno sapere che sono in corso verifiche. E ci sono già dei focolai: nell'ospedale Perinei di Altamura 15 sanitari e tre pazienti sono risultati positivi al coronavirus. E anche a Castellaneta, in provincia di Taranto, dove un medico sarebbe rientrato da Milano con sintomi da coronavirus ma sarebbe andato comunque a lavorare. Il bilancio: sette sanitari, tra medici e infermieri, contagiati. In Basilicata (dove negli ultimi due giorni il numero dei positivi è salito in modo notevole) il governatore Vito Bardi ha messo in quarantena un comune, Moliterno, in provincia di Potenza, dove si è registrata la più alta incidenza di contagi. «In Campania», ritiene il presidente della Regione Vincenzo De Luca, «entro aprile ci saranno 3.000 contagiati». Per ora sono 750, 79 dei quali in terapia intensiva. La previsione che fanno i tecnici è questa: entro il 29 marzo la curva salirà fino a 1.500 contagi ed entro inizio aprile ci saranno 3.000 persone positive. E anche per De Luca il contagio è cresciuto a causa dei rientri dal Nord. Il governatore ha blindato i cinque comuni ritenuti focolaio. Uno di questi è Ariano Irpino, dove ieri è deceduto il parroco, don Antonio Di Stasio. Aveva 85 anni ed era ricoverato all'ospedale Moscati dopo essere risultato positivo al Covid-19. Alle richieste più restrittive avanzate da alcune Regioni, però, il governo non ha ancora risposto. E nel frattempo si comincia a morire anche nelle fabbriche. Ieri è toccato a un capo officina dello stabilimento Fincantieri del Muggiano (La Spezia): è morto all'ospedale Sant'Andrea della Spezia per coronavirus. Era risultato positivo anche un altro capo officina, adesso in condizioni stabili. La notizia di un primo contagio tra i dipendenti aveva fatto scattare uno sciopero di otto ore. È deceduto anche uno dei quattro cittadini di Pomigliano d'Arco (Napoli) positivi al Covid-19. È il dipendente di una ditta di rifiuti di San Vitaliano. Aveva 54 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/record-di-morti-627-in-un-giorno-linfezione-adesso-picchia-pure-a-sud-2645552750.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-bomba-dei-contagiati-di-ritorno" data-post-id="2645552750" data-published-at="1778870427" data-use-pagination="False"> La bomba dei contagiati di ritorno Se non sei carne da telecamere, non rientri dai nostri nuovi amici cinesi e non c'è il ministro Luigi Di Maio ad attenderti all'aeroporto militare, la tua vita vale pochino. È quello che hanno pensato decine di italiani rientrati ieri da Marrakech con un volo organizzato dalla Farnesina. In aereo e all'aeroporto di Milano Malpensa non hanno trovato alcuna misura protettiva, sono stati esposti al possibile contagio, non hanno fruito di alcun percorso protetto, non sono stati visitati manco da un infermiere. «Quelli che arrivano qui con i barconi sono trattati meglio», racconta alla Verità, allibita, la signora S.M. Il tema dei rientri ad alto rischio dall'estero è oggetto di attenzione schizoide dai media e dalle istituzioni italiane. Ci si emoziona per le singole storie, come quella del medico che era stato in Cina, o quella del neonato riportato in Italia dal generoso viceministro della Salute Pierpaolo Sileri (poi risultato positivo a Covid-19) o, da ultimo, quella del diciasettenne di Grado che ha lasciato Wuhan al terzo tentativo e a Roma ha trovato le fanfare. Ma poi, quasi ogni giorno, rientrano a fatica tanti italiani da ogni parte del mondo e vengono trattati senza alcuna precauzione e, in alcuni casi, senza alcun rispetto. Specie chi ritorna dall'Africa, ormai cinesizzata e con standard sanitari discutibili, capita che non sia neppure controllato. Alla Verità è arrivato anche il video di questi connazionali tornati dal Marocco con volo Neos organizzato dalla Farnesina, in fila a Malpensa, tutti accalcati (altro che metro di distanza), una buona metà senza neppure una mascherina, «ostaggi» di un aeroporto che aveva lasciato solo due operatori al controllo passaporti. Potenzialmente, sarebbero tutti bombe a orologeria, ma come racconta un passeggero, «non abbiamo visto nessuna misura protettiva, siamo stati esposti al contagio reciproco per 10 ore filate e all'arrivo a Malpensa ci hanno messo tutti in uno stanzone per due ore». Pur sapendo da dove arrivavano e perché, né la Farnesina, né lo scalo, né la Protezione civile avevano pensato a un percorso protetto, a visite mediche nell'interesse di tutti. La signora S.N. spiega che non vuole fare polemica, ma spera che «in futuro, per i prossimi rientri, non si ripetano scene del genere». Incredibile anche la risposta ricevuta dai passeggeri, prima di imbarcarsi, quando hanno chiesto che livello di protezione avrebbe avuto il rientro. La risposta è stata: le hostess avranno le mascherine. Come al supermercato. Insomma, non sempre tutto va in scena alla grande come per Niccolò, lo studente diciasettenne di Grado, in Friuli, che era andato a studiare proprio a Wuham, epicentro cinese dell'epidemia coronavirus. Tornato in Italia il 15 febbraio, ha immediatamente dichiarato che appena potrà tornerà subito in Cina, nonostante le autorità locali lo abbiano trattato con una certa severità, respingendolo due volte da sotto la fusoliera per pochi decimetri di grado di febbre. Per lui si è battuto mezzo governo, Di Maio ne ha fatto un punto d'onore di «salvarlo», sono stati usati un volo militare e la fanfara dei tg della sera. A Pratica di Mare, quel giorno, lo hanno accolto come un capo di Stato e lo hanno portato subito in ospedale. Nulla di male, per carità, ma quelle immagini hanno fatto il giro del web e gli italiani tornati l'altro ieri a Malpensa ci sono rimasti un po' male. Del resto, siamo sempre la patria del diritto e del suo rovescio: se si porta il cane a fare i suoi bisogni nel momento sbagliato e con i vigili sbagliati, si rischia una segnalazione penale. Se rientri dal Marocco in comitiva, ti guardano giusto i timbri sul passaporto.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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