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2021-12-09
Dai mercatini di Natale per produttori afro a Malcolm X: breve storia del separatismo nero
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Il manifesto del mercatino di Natale del 18° arrodissement a Parigi (Getty Images)
«Io consumo nero». Dove il «nero» non è riferito al colore dei prodotti o alla forma di pagamento. «Je Consomme Noir» è il nome di un mercatino di Natale messo in piedi nel 18° arrondissement di Parigi al fine di vendere prodotti di «creatori africani o afrodiscendenti». Ebbene sì, nella Francia del 2021, quasi 2022, è possibile allestire mercatini dalla connotazione razziale, almeno se ci si riferisce alla razza «giusta». Gli organizzatori si definiscono «una piattaforma che mira a sostenere le imprese nere». Le Figaro, colpito dalla vicenda, ha sentito il parere di Michaël Amado, un avvocato specialista in diritto commerciale, che ha gettato acqua sul fuoco: «Così come i mercatini di Natale alsaziani, provenzali o antillani, niente impedisce ai commercianti di raggrupparsi attorno a un tema, che sia quello dell'essere nero, africano o afrodiscendente. Sarebbe discriminatorio», ha aggiunto, «impedire ai consumatori di venire a comprare i prodotti con il solo pretesto che essi non fanno parte della comunità organizzatrice», cosa che nel caso specifico non è accaduta.
Ma si tratta di un modo un po' eufemistico di vedere la cosa: per capirlo, basta immaginarsi un mercatino «Io consumo bianco» che vendesse prodotti creati solo da aziende «bianche». Del resto quella «nera» non è una cultura, il nero è un colore della pelle comune agli abitanti di tantissime culture, molto diversificate fra loro. Riunirli sotto l'unica bandiera della pigmentazione dà una incontrovertibile natura razziale all'iniziativa.
Le quote razziali al mercatino di Natale sono tuttavia solo l'ultimo (e non il più eclatante) caso di una moda ideologica inquietante che si fa strada da un po': quella del separatismo etnico. Basti ricordare che, solo per fare qualche esempio, già nel 2017, nell’XI arrondissement parigino, si tenne un festival «afrofemminista» vietato ai bianchi (in questo caso, quindi, la discriminazione era esplicita). L’evento era organizzato in quattro spazi, studiati sulla base di una curiosa insiemistica etnoculturale: uno in cui era prevista la «non mescolanza per donne nere»; uno dedicato alla «non mescolanza per persone nere» indipendentemente dal sesso; un terzo per la «non mescolanza di donne che hanno subito atti di razzismo» e l’ultimo aperto a tutti e a tutte. Nel 2016, sempre in Francia, un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi è stato organizzato da Fania Noël, membro del collettivo Mwasi, vicino agli Indigeni della Repubblica, movimento che, ad onta del nome, raccoglie esponenti antirazzisti e legati al mondo dell’immigrazione. Il sito dell’evento precisava che «il campo estivo è riservato unicamente alle persone che subiscono a titolo personale il razzismo di Stato in contesto francese, anche se accetteremo qualche iscrizione da persone che subiscono il razzismo di Stato ma vivono in altri Paesi». Un modo edulcorato per spiegare che non si volevano bianchi fra i piedi.
Ma come distinguere i bianchi dai neri se, come ci ripetono in continuazione, «le razze non esistono»? In Francia hanno inventato un escamotage: usando il neologismo racisé (qualcosa come «razzizzato»), gli antirazzisti credono di riuscire a tenere in piedi la credenza che la razza sia un costrutto culturale e il riferimento a specifici gruppi che tuttavia a causa di tale costrutto sarebbero discriminati. I neri, quindi, non sono una razza, ma vengono razzizzati dallo sguardo dominatore del bianco, acquisendo in qualche modo una specifica identità in quanto gruppo oppresso. Un vero rompicapo.
Sta di fatto che, a livello non solo francese, ma mondiale, l'antirazzismo in grande spolvero dopo Black lives matter si trova sempre più spesso intrappolato tra due esigenze opposte: l'universalismo (siamo tutti uguali, le razze non esistono, i diritti sono universali) e l'identarismo (l'uomo bianco è intrinsecamente malvagio, lo sguardo non bianco sul mondo ci salverà). Una dinamica che si rinviene peraltro anche nel dibattito femminista, dove non si capisce mai se le femministe rivendichino l'uguaglianza o la differenza. In America, il separatismo nero è una realtà strutturata e capillare, seppur spesso trascurata dai media. Nel 2017, nei primi mesi dell'era Trump, quando i giornali dipingevano un Paese in mano al suprematismo bianco dilagante, l'associazione Southern Poverty Law Center fece un censimento dei vari gruppi «diffusori di odio». Vi figuravano 130 sigle orbitanti nel circuito del Ku Klux Klan, 99 gruppi neonazisti, ma 193 gruppi separatisti neri. Giova del resto ricordare che Malcolm X, il popolare leader afroamericano, fu per larga parte della sua vita separatista e razzista anti bianco, convinto che ogni bianco, per quanto progressista potesse essere, fosse in ultima istanza un demone intrinsecamente cattivo. La Nation of islam sosteneva del resto il progetto della remigrazione di tutti i neri d'America in Africa o, come piano B, la creazione di uno Stato separato per i neri in cui questi ultimi potessero autogovernarsi. Un progetto che, se mai si fosse realizzato, avrebbe posto i separatisti di fronte al dilemma di definire in modo oggettivo chi è nero e chi no. E lì, probabilmente, ne avremmo viste delle belle.
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Nel 18°arrondissement di Parigi il mercatino di Natale invita ad «acquistare nero». Sintesi di una cultura separatista che prende sempre più piede nel mondo antirazzista e che ha annoverato tra i suoi esponenti anche Malcolm X: agli africani, ora, si chiede di «separarsi» dai bianchi. Anche se le razze «non esistono».«Io consumo nero». Dove il «nero» non è riferito al colore dei prodotti o alla forma di pagamento. «Je Consomme Noir» è il nome di un mercatino di Natale messo in piedi nel 18° arrondissement di Parigi al fine di vendere prodotti di «creatori africani o afrodiscendenti». Ebbene sì, nella Francia del 2021, quasi 2022, è possibile allestire mercatini dalla connotazione razziale, almeno se ci si riferisce alla razza «giusta». Gli organizzatori si definiscono «una piattaforma che mira a sostenere le imprese nere». Le Figaro, colpito dalla vicenda, ha sentito il parere di Michaël Amado, un avvocato specialista in diritto commerciale, che ha gettato acqua sul fuoco: «Così come i mercatini di Natale alsaziani, provenzali o antillani, niente impedisce ai commercianti di raggrupparsi attorno a un tema, che sia quello dell'essere nero, africano o afrodiscendente. Sarebbe discriminatorio», ha aggiunto, «impedire ai consumatori di venire a comprare i prodotti con il solo pretesto che essi non fanno parte della comunità organizzatrice», cosa che nel caso specifico non è accaduta. Ma si tratta di un modo un po' eufemistico di vedere la cosa: per capirlo, basta immaginarsi un mercatino «Io consumo bianco» che vendesse prodotti creati solo da aziende «bianche». Del resto quella «nera» non è una cultura, il nero è un colore della pelle comune agli abitanti di tantissime culture, molto diversificate fra loro. Riunirli sotto l'unica bandiera della pigmentazione dà una incontrovertibile natura razziale all'iniziativa. Le quote razziali al mercatino di Natale sono tuttavia solo l'ultimo (e non il più eclatante) caso di una moda ideologica inquietante che si fa strada da un po': quella del separatismo etnico. Basti ricordare che, solo per fare qualche esempio, già nel 2017, nell’XI arrondissement parigino, si tenne un festival «afrofemminista» vietato ai bianchi (in questo caso, quindi, la discriminazione era esplicita). L’evento era organizzato in quattro spazi, studiati sulla base di una curiosa insiemistica etnoculturale: uno in cui era prevista la «non mescolanza per donne nere»; uno dedicato alla «non mescolanza per persone nere» indipendentemente dal sesso; un terzo per la «non mescolanza di donne che hanno subito atti di razzismo» e l’ultimo aperto a tutti e a tutte. Nel 2016, sempre in Francia, un «campo decoloniale» riservato ai non bianchi è stato organizzato da Fania Noël, membro del collettivo Mwasi, vicino agli Indigeni della Repubblica, movimento che, ad onta del nome, raccoglie esponenti antirazzisti e legati al mondo dell’immigrazione. Il sito dell’evento precisava che «il campo estivo è riservato unicamente alle persone che subiscono a titolo personale il razzismo di Stato in contesto francese, anche se accetteremo qualche iscrizione da persone che subiscono il razzismo di Stato ma vivono in altri Paesi». Un modo edulcorato per spiegare che non si volevano bianchi fra i piedi. Ma come distinguere i bianchi dai neri se, come ci ripetono in continuazione, «le razze non esistono»? In Francia hanno inventato un escamotage: usando il neologismo racisé (qualcosa come «razzizzato»), gli antirazzisti credono di riuscire a tenere in piedi la credenza che la razza sia un costrutto culturale e il riferimento a specifici gruppi che tuttavia a causa di tale costrutto sarebbero discriminati. I neri, quindi, non sono una razza, ma vengono razzizzati dallo sguardo dominatore del bianco, acquisendo in qualche modo una specifica identità in quanto gruppo oppresso. Un vero rompicapo. Sta di fatto che, a livello non solo francese, ma mondiale, l'antirazzismo in grande spolvero dopo Black lives matter si trova sempre più spesso intrappolato tra due esigenze opposte: l'universalismo (siamo tutti uguali, le razze non esistono, i diritti sono universali) e l'identarismo (l'uomo bianco è intrinsecamente malvagio, lo sguardo non bianco sul mondo ci salverà). Una dinamica che si rinviene peraltro anche nel dibattito femminista, dove non si capisce mai se le femministe rivendichino l'uguaglianza o la differenza. In America, il separatismo nero è una realtà strutturata e capillare, seppur spesso trascurata dai media. Nel 2017, nei primi mesi dell'era Trump, quando i giornali dipingevano un Paese in mano al suprematismo bianco dilagante, l'associazione Southern Poverty Law Center fece un censimento dei vari gruppi «diffusori di odio». Vi figuravano 130 sigle orbitanti nel circuito del Ku Klux Klan, 99 gruppi neonazisti, ma 193 gruppi separatisti neri. Giova del resto ricordare che Malcolm X, il popolare leader afroamericano, fu per larga parte della sua vita separatista e razzista anti bianco, convinto che ogni bianco, per quanto progressista potesse essere, fosse in ultima istanza un demone intrinsecamente cattivo. La Nation of islam sosteneva del resto il progetto della remigrazione di tutti i neri d'America in Africa o, come piano B, la creazione di uno Stato separato per i neri in cui questi ultimi potessero autogovernarsi. Un progetto che, se mai si fosse realizzato, avrebbe posto i separatisti di fronte al dilemma di definire in modo oggettivo chi è nero e chi no. E lì, probabilmente, ne avremmo viste delle belle.
Keir Starmer (Ansa)
Secondo un documento di due diligence consegnato a Downing Street nel novembre 2024, il premier britannico sarebbe stato al corrente che i rapporti tra Mandelson ed Epstein continuarono anche dopo la prima condanna di quest’ultimo nel 2008, e «proseguirono tra il 2009 e il 2011». Il file afferma che la relazione iniziò quando Mandelson era ministro del Commercio e continuò anche dopo la fine del governo laburista. Nel documento si legge inoltre che Mandelson «soggiornò nella casa di Epstein mentre questo era in prigione nel giugno 2009». Ciò significa che Starmer era stato avvertito dei legami personali tra Mandelson ed Epstein almeno fino al 2011, ma decise comunque di nominarlo.
Inoltre, il consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito, Jonathan Powell, giudicò come «stranamente affrettata» la nomina politica ad ambasciatore negli Usa di Mandelson. La dichiarazione di Powell risulta dal resoconto di una telefonata avuta a suo tempo col consulente legale del primo ministro, Mike Ostheimer. Da un documento emerge poi che Mandelson suggerì a Starmer di usare il leader del partito Reform Uk, Nigel Farage, per «migliorare i collegamenti del Regno Unito con l’amministrazione Trump».
All’epoca dei fatti Starmer fu anche informato dei legami di Mandelson con la Russia prima della sua nomina ad ambasciatore. Nel dossier viene citato un articolo del Daily Mail che ricorda come Mandelson fosse direttore non esecutivo del conglomerato russo Sistema. La società è l’azionista di maggioranza di Rti, azienda di tecnologia militare che produce radar e sistemi di comunicazione satellitare per il sistema russo di allerta precoce dei missili terrestri. Il presidente del gruppo era Yevgeny Primakov, alleato del presidente russo, Vladimir Putin, ed ex primo ministro russo. Il documento sottolinea inoltre che Mandelson rimase nel consiglio fino a giugno 2017, anni dopo l’annessione della Crimea nel 2014. Queste informazioni erano state incluse nel dossier consegnato a Downing Street prima della decisione sulla nomina.
In un file, risalente a dicembre 2024, si cita Mandelson mentre afferma, contrariamente alla politica del governo britannico, che Farage «non si può ignorare, è un membro del Parlamento eletto» e «una testa di ponte sia verso il presidente Trump sia verso Elon Musk e altri». Mandelson avrebbe aggiunto che «l’interesse nazionale viene servito nei modi più strani e meravigliosi». Il documento menziona anche interrogativi sul suo rapporto con l’ex finanziere condannato per pedofilia e traffico sessuale.
Mandelson, avrebbe organizzato nel maggio 2002 un incontro tra Epstein, e l’allora premier britannico, Tony Blair. In un memo inviato prima dell’incontro del 14 maggio 2002, il segretario privato di Blair, Matthew Rycroft, descriveva Epstein come «molto ricco» e «vicino al Duca di York», ricordando che possedeva una casa da 30 milioni di dollari a New York, un ranch di 10.000 acri nel New Mexico e una villa a Palm Beach. Come si legge nel documento, «Peter dice che Epstein ora viaggia con Clinton e Clinton vuole che tu lo incontri», ritenendo utile discutere con lui di «scienza» e di «tendenze economiche e monetarie internazionali». La nota ricordava anche i legami di Epstein con il principe Andrea, incontrato tramite Ghislaine Maxwell, e le sue visite a Sandringham e Windsor.
Ma i colpi di scena potrebbero essere solo all’inizio e potrebbero arrivare anche da oltreoceano. Un hacker straniero avrebbe tentato una sorta di Epsteinleaks, cercando di accedere ai files originali (e non censurati) dell’indagine Fbi su Epstein. L'incursione informatica è avvenuta tre anni fa presso l’ufficio di New York del Federal Bureau, secondo una fonte informata e documenti del Dipartimento di Giustizia recentemente pubblicati e visionati da Reuters. In una dichiarazione, l’Fbi ha affermato che quello che ha definito un «cyber incident» è stato «un episodio isolato».
«L’Fbi ha limitato l’accesso all’attore malevolo e ha ripristinato la rete. L’indagine rimane in corso, quindi al momento non abbiamo ulteriori commenti da fornire», è la scarna dichiarazione trapelata, ma al momento non è chiaro se e quali files l’hacker abbia trafugato. Secondo la fonte, l’intrusione sembrerebbe essere stata opera di un cybercriminale piuttosto che di un governo straniero. «Chi non cercherebbe di mettere le mani sui file Epstein se fossi i russi o qualcuno interessato al kompromat?» Ha detto Jon Lindsay, ricercatore sulle tecnologie emergenti e la sicurezza globale al Georgia Institute of Technology.
L’hackeraggio sarebbe avvenuto dopo che un server del Child Exploitation Forensic Lab dell’ufficio Fbi di New York è stato involontariamente lasciato vulnerabile dall’agente speciale Aaron Spivack, mentre cercava di orientarsi nelle procedure dell’agenzia per la gestione delle prove digitali, secondo la fonte e i documenti. Una cronologia redatta dallo stesso Spivack, inclusa nel vasto archivio di documenti su Epstein pubblicati quest’anno, indica che l’intrusione è avvenuta il 12 febbraio 2023. La violazione sarebbe stata scoperta il giorno successivo, quando l’agente ha acceso il computer e ha trovato un file testuale che avvertiva che la rete era stata compromessa.
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Imola si prepara a un weekend di adrenalina pura. Dal 17 al 19 aprile, l’Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari ospiterà la FIA WEC 6 Hours of Imola 2026, che apre quest’anno il mondiale di endurance dopo il rinvio della tappa in Qatar. Saranno 14 le case costruttrici al via tra le categorie Hypercar e LMGT3, con Ferrari pronta a giocare in casa davanti ai propri tifosi, in una stagione che si annuncia tra le più competitive degli ultimi anni.
La presentazione ufficiale dell’evento si è svolta mercoledì a Milano, nella cornice della Rinascente di piazza Duomo, scelta simbolica per raccontare un progetto che vuole andare oltre il semplice evento sportivo e mettere insieme motori, territorio e Made in Italy. Così, per il terzo anno consecutivo, il circuito romagnolo sarà teatro di una delle tappe più attese del campionato. «Il WEC sta crescendo molto», ha spiegato il Ceo Frédéric Lequien, sottolineando come la categoria endurance stia attirando sempre più marchi automobilistici e pubblico. «Oggi abbiamo una presenza di costruttori che non si era mai vista prima nel motorsport». Il format delle gare di durata – con più classi di vetture in pista e numerosi sorpassi – contribuisce a rendere lo spettacolo accessibile anche ai nuovi appassionati. «Vogliamo restare una categoria popolare», ha aggiunto Lequien, ricordando che il prezzo medio dei biglietti resta contenuto proprio per favorire la partecipazione di famiglie e giovani.
Sul fronte sportivo, i piloti del team Proton Competition, Giammarco Levorato e Stefano Gattuso, hanno anticipato le sfide del weekend: dalle strategie di endurance alle soste e al cambio pilota, fino al lavoro di squadra che trasforma ogni gara in una prova di resistenza e precisione. «Correre a Imola è un’emozione unica – ha raccontato Levorato – il circuito combina tecnica e passione, e il pubblico italiano rende ogni giro ancora più intenso». Tra le grandi case protagoniste, la più attesa sarà sicuramente la Ferrari, reduce da una stagione 2025 straordinaria nel mondiale endurance. «È stata l’annata più bella di sempre per Ferrari nell’endurance», ha ricordato Antonello Coletta, Global Head of Ferrari Endurance and Corse Clienti, citando il titolo costruttori, il successo alla 24 Ore di Le Mans e la vittoria a Imola davanti al pubblico italiano. Tornare sul circuito intitolato a Enzo e Dino Ferrari, ha aggiunto Coletta, «sarà un’emozione speciale. Correre in casa significa avere una responsabilità in più, ma anche una motivazione enorme».
Tuttavia, l’appuntamento non si limiterà alla pista. Accanto alla gara, Imola ospiterà un ricco programma di iniziative pensate per coinvolgere cittadini e visitatori. Sul piano dell'intrattenimento, infatti, il circuito emiliano non è più solo una pista: è un palcoscenico globale dove sport, tecnologia e cultura italiana si intrecciano. Dentro il tracciato, la Fan zone accoglierà appassionati di tutte le età con attività, aree food e intrattenimento. Sabato sera, a incendiare l’atmosfera ci penserà il dj e producer francese Martin Solveig, protagonista di festival e club di tutto il mondo, con il suo sound house ed elettronico.
L'evento del 17-18-19 aprile coinvolgerà inoltre tutta la città e sarà preceduto, già dal pomeriggio di giovedì 16, dalla tradizionale presentazione dei piloti nel centro storico di Imola che si trasformerà in un teatro a cielo aperto. Un appuntamento che permette al pubblico di incontrare i protagonisti del mondiale. Dal venerdì alla domenica, l’Imola Fan City Experience proporrà concerti, dj set, laboratori, simulatori di guida, esposizioni di auto storiche e show car, tour guidati tra motori e cultura, installazioni artistiche e artigianato locale. Al centro, il Made in Italy, celebrato in tutte le sue forme, dal cibo alla moda, dall’arte ai motori. «Vogliamo che chi arriva a Imola viva un’esperienza completa», ha spiegato il direttore dell’autodromo Pietro Benvenuti, sottolineando il legame tra circuito e territorio. Per il sindaco Marco Panieri, l’obiettivo è ambizioso: rendere la tappa italiana la più partecipata dell’intero mondiale. «Non è solo una sfida per Imola, ma per tutto il Paese», ha detto. «Il motorsport è una parte fondamentale della nostra identità industriale e culturale».
La conferenza stampa di presentazione ha reso chiaro quanto la città e il circuito siano legati alla Motor Valley e all’orgoglio italiano nel motorsport. Con il prologo e la prima gara della stagione concentrati nello stesso weekend, Imola diventerà il centro del mondiale endurance. Tra Hypercar, tifosi e grandi marchi dell’automotive, la stagione 2026 partirà proprio dalla Motor Valley, dove la passione per i motori è parte dell’identità del territorio.
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Marco Cappato (Imagoeconomica)
I pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, nel settembre 2023 chiedevano la non punibilità di Cappato perché aveva aiutato a suicidarsi due malati terminali «nel rispetto delle procedure», in quanto rifiutavano trattamenti di sostegno vitale. ll gip, che prima aveva sollevato la questione davanti alla Consulta, ha convenuto e archiviato. In entrambi i casi «il requisito del trattamento di sostegno vitale, nella portata precisata dalla Corte costituzionale, deve dirsi sussistente in quanto medicalmente previsto e prospettato e da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione».
La signora Elena A. non accettava di sottoporsi a un nuovo ciclo di chemioterapia, l’ex giornalista Romano N. non voleva iniziare un trattamento di nutrizione-idratazione artificiale tramite Peg, procedura endoscopica che mediante una sonda collega la cavità gastrica all’esterno. Entrambi erano morti in Svizzera, nell’agosto e nel novembre 2022, accompagnati da Coppato.
Filomena Gallo, segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, ha definito la decisione del giudice «un passaggio giuridico decisivo, già chiarito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 135 del 2024 e ribadito con la n. 66 del 2025: non può esserci discriminazione tra chi è già sottoposto a un trattamento e chi, nelle stesse condizioni cliniche, sceglie legittimamente di rifiutarlo». Per l’avvocato Gallo, sarebbe la «conferma che la via indicata dalla Corte è già oggi giuridicamente praticabile: il rifiuto di trattamenti di sostegno vitale, quando siano prescritti dal medico ma non accettati dalla persona malata, non può escludere l’accesso all’area di non punibilità delineata dalla Consulta».
In realtà la Corte, intervenendo sulla questione della depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in alcuni casi delimitati e a stringenti condizioni, con l’ultima sentenza del 2025 non allarga le maglie. Non è necessario, conferma, che ai fini dell’accesso al suicidio assistito, «il paziente sia tenuto a iniziare il trattamento», di sostegno vitale, «al solo scopo di poter poi essere aiutato a morire»; però ritiene «essenziale» il carattere «che rivestono i requisiti e le condizioni procedurali per la non punibilità dell’aiuto al suicidio».
I giudici costituzionali hanno ribadito che il suicidio assistito deve avvenire «nell’ambito di una seria assistenza medica», e che deve esserci «la concreta messa a disposizione di un percorso di cure palliative», prima di qualsiasi decisione che il paziente possa prendere. Questo, «anche nella prospettiva di prevenire e ridurre in misura molto rilevante la domanda di suicidio assistito».
L’altra condizione, evidenzia la Consulta, «è quella del necessario coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale, a garanzia di un disinteressato accertamento della sussistenza dei requisiti di liceità dell’accesso alla procedura di suicidio assistito». Inoltre, è necessario il «parere del comitato etico territorialmente competente, funzionale anche alla specifica esigenza di ottenere un parere terzo in relazione alla domanda di accesso al suicidio assistito».
Non può passare dunque il concetto che, «nella perdurante assenza di una legislazione che disciplini la materia» e con la non punibilità dell’aiuto al suicidio, risulti tollerato anzi si incentivi, la trasferta all’estero per porre fine alla propria vita dopo aver rifiutato trattamenti vitali applicati o solo prospettati.
La Corte sottolinea le condizioni per accedere al suicidio assistito: se questo, per un verso, «amplia gli spazi riconosciuti all’autonomia della persona nel decidere liberamente sul proprio destino, crea - al tempo stesso - rischi che l’ordinamento ha il dovere di evitare, in adempimento del dovere di tutela della vita umana che, esso pure, discende dall’art. 2 della Costituzione».
La Consulta mette in guardia, inoltre, sulla possibilità che «in presenza di una legislazione permissiva non accompagnata dalle necessarie garanzie sostanziali e procedimentali, si crei una “pressione sociale indiretta” su altre persone malate o semplicemente anziane e sole», che decidano di togliersi di mezzo invece di avvertire la solidarietà collettiva.
Per questo, la Corte rinnova l’appello al legislatore «affinché dia corso a un adeguato sviluppo delle reti di cure palliative e di una effettiva presa in carico da parte del sistema sanitario e sociosanitario, al fine di evitare un ricorso improprio al suicidio assistito».
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