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2018-05-14
Dall'export di armi lo Stato incassa quasi tre miliardi
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Non sarà certo il mercato più pubblicizzato e chiacchierato in Italia, ma quello delle armi per il Belpaese resta un grande affare. A dirlo è la relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90 e presentata dal sottosegretario Maria Elena Boschi alla presidenza del Consiglio il 4 aprile scorso. Secondo la relazione, nel 2017 il giro d'affari del settore è stato di 10,7 miliardi di euro. Un valore importante, anche se in calo del 35% circa rispetto all'anno precedente, quando, grazie a una maxi commessa di 28 Eurofighter per il Kuwait, il mercato aveva raggiunto i 15,6 miliardi di euro. Dominano le esportazioni, che per il nostro Paese nel 2017 hanno registrato un valore di 10,34 miliardi di euro (14,9 miliardi nel 2016). Molto inferiori, invece, le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di 386,8 milioni (712,4 nel 2016).
L'Italia si conferma quindi un grande produttore ed esportatore di armi, in grado di ottenere autorizzazioni di vendita da molti Paesi. In testa ai nostri clienti c'è il Qatar. Il piccolo Stato della penisola araba ha fruttato all'Italia nel 2017 4,2 miliardi di commesse in armamenti, in grande crescita rispetto al 2016, quando erano state di 341 milioni. Il secondo Paese in classifica è il Regno Unito, che ha garantito un fatturato di 1,5 miliardi nel 2017. Nel 2016 Sua Maestà aveva permesso commesse per 2,36 miliardi. Medaglia di bronzo alla Germania con 689,9 milioni (1 miliardi nel 2016). Seguono la Spagna (439,7 milioni, stesso valore di due anni fa), gli Stati Uniti (292,2 milioni, 380 nel 2016), la Turchia (266,1, il doppio rispetto a due anni fa), la Francia (251,2 nel 2017 e 574 nel 2016), il Kenya (207,5 l'anno scorso, solo 1,8 nel 2016), la Polonia (206,4 nel 2017 e solo 28,9 due anni fa) e il Pakistan (174,1 e 97,2).
Come spiega l'Agenzia delle dogane, nel 2017 il passaggio di armi ha fruttato 2,7 miliardi di euro in dazi. Non è un caso, infatti, che il 57% dei profitti arrivi da Paesi non appartenenti all'Unione europea o alla Nato (il 48% di questi proviene dai Paesi del Medioriente e del Nord Africa continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota storicamente attorno al 45% nel precedente decennio già dal 2016). Il merito è anche della globalizzazione. Il numero di Paesi che comprano armamenti made in Italy è in continua crescita, passando da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, per arrivare a 72 nel quinquennio 2011-2015. Nel 2016 abbiamo superato quota 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.
Secondo lo studio, la gran parte del fatturato arriva dalla produzione vera e propria (elicotteri, aerei, sistemi di controllo e molto altro). Nel 2017 l'Italia ha esportato «materiali», come vengono definiti dall'indagine governativa, per 7,45 miliardi. A questi si devono aggiungere licenze sulle tecnologie (200 milioni), servizi (166 milioni) e ricambi (1,7 miliardi).
Andando più nel dettaglio abbiamo costruito e venduto 237 caccia multiruolo Eurofighter (1,2 miliardi), 12 elicotteri Eh 101 (300 milioni), 5 caccia Tornado Al Yamamah (250 milioni), 45 velivoli multituolo Jsf (76 milioni), 41 sistemi di comando e controllo Mids (80 milioni), 94 elicotteri Nh 90 (62 milioni), 20 caccia Tornado (44 milioni) e 46 caccia multruolo Efa Al Salam (46 milioni). Questi sono solo i veicoli più significativi, ma la lista potrebbe essere ancora lunga.
Ma, noi italiani, non siamo bravi solo a produrre armi. Abbiamo anche capacità nell'intermediazione sul mercato. Una vera e propria esplosione riguarda, infatti, le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1.300% a 531,8 milioni di euro dai 37,6 milioni del 2016. In poche parole si tratta delle attività legate alla negoziazione del trasferimento di beni militari, non solo da e verso l'Italia, ma anche tra Stati terzi. Praticamente, troviamo compratori per chi vuole cedere bene o servizi non più necessari oppure ne ha bisogno di nuovi.
Dalle tabelle governative, per esempio, si può notare come Mbda Italia (la parte legata al nostro Paese del principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologia per la difesa) abbia richiesto licenza di intermediazione per 178 milioni circa i missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l'intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri). Lo stesso, stando al rapporto, ha fatto Leonardo per 171 milioni per i caccia Eurofighter venduti al Kuwait. Anche in questo caso, la lista è lunga.
In Italia, dunque, il mercato degli armamenti appare di dimensioni importanti e ad alimentarlo ci pensa la necessità di sicurezza scaturita dai vari conflitti in giro per il mondo. In particolar modo la nostra industria bellica sembra dare una grossa mano a tutte le guerre in Medioriente (e non solo).
Gianluca Baldini
Senato della Repubblica.pdf
Transazioni bancarie per 4,8 miliardi: Unicredit al primo posto
GiphySe c'è un argomento di cui le banche preferiscono non parlare sono i profitti che realizzano dall'industria bellica. Una fonte di ricavi tutt'altro che trascurabile se si dà uno sguardo alla relazione governativa sull'export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017. Per quanto riguarda gli istituti di credito che mettono a disposizione propri conti e sportelli per l'incasso dei pagamenti legati al settore degli armamenti va sottolineato che nel 2017 gli importi segnalati abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Il che significa che l'anno scorso poco meno del 50% dei ricavi dell'intero settore (10,7 miliardi di euro in totale) è passato dai conti di istituti italiani.
Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è finita su conti del gruppo Unicredit. Un primato che la banca guidata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier non ha perso nemmeno nel 2016, quando fece passare sui suoi canali circa 2 miliardi legati ai proventi del settore.
In seconda posizione troviamo l'exploit di Deutsche bank. Il colosso tedesco - che si distacca molto dal risultato dell'istituto di Piazza Gae Aulenti - ha visto transitare denaro per 712 milioni, decisamente di più rispetto ai 194 milioni del 2016. In terza posizione un altro grande gruppo straniero con interessi in Italia: Bnp Paribas. Anche il gruppo transalpino nel 2017 ha incrementato il fatturato legato alle armi rispetto a due anni fa. L'anno scorso il gruppo aveva visto passare denaro per 25 milioni di euro, oltre tre volte rispetto ai 74,8 milioni del 2016. Crescono pure Barclays Bank e la Banca Popolare di Sondrio. Sui conti italiani del gruppo inglese nel 2016 sono passati 174 milioni di euro, valore salito a 211 milioni nel 2017. L'istituto valtellinese ha fatto registrato un balzo significativo: dai 12,3 milioni del 2016, è passato ai 174 del 2017.
Nonostante le dimensioni di un gruppo come Intesa Sanpaolo (la seconda banca del Paese), l'istituto guidato dall'amministratore delegato Carlo Messina ha visto passare sui suoi conti non molto denaro: 63,3 milioni nel 2016 e 137,2 nel 2017. La lista è ancora lunga, ma questi sono gli istituti che hanno ottenuto più ricavi dal mondo delle armi. Quello che si può notare è che in quasi tutti i casi analizzati dal governo, le banche ogni anno cercano di incrementare la quantità di denaro che passa dai loro conti legata agli armamenti. A testimonianza di quanto il settore in Italia sia in ottima forma.
Gianluca Baldini
Raddoppia il mercato tricolore in Africa e la Cina si muove da partner

upload.wikimedia.org
L'export italiano di armi in Africa ha realizzato un importantissimo salto tra il 2016 e il 2016.Se due anni fa i valori si aggiravano intorno ai 97 milioni di euro (un cifra che è rimasta stabile rispetto al decennio precedente), l'anno scorso l'importo complessivo è salito a 253 milioni, segnando una linea di demarcazione che secondo gli esperti dovrebbe aver segnato una sorta di scollinamento. I rapporti con i Paesi dell'Africa subsahariana stanno migliorando e si preparano a a sostituire le opportunità perse dopo l'attacco franco-europeo alla Libia nel 2011. Kenya, Cameroon e Angola si dimostrano le tre nazioni di riferimento, ma presto nel paniere italiano potrebbero entrare anche nazioni filofrancesi come il mali, il Niger. Fino a quattro anni fa il panorama africano era ancora cristallizzato secondo i vecchi schemi. Non a caso un articolo di Repubblica del 2014 citando il report del Stockholm International Peace Research Institute descriveva una spartizione tradizionale.
I dati elaborati raccontavano che tra il 2010 e il 2014 l'89% del mercato mondiale è dominato da Stati Uniti (31%), Russia (27%), Cina (5%), Germania (5%), Francia (5%), Gran Bretagna (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Ucraina (3%) e Israele (2%): questi i dieci Paesi che detengono la quasi totalità del mercato mondiale.
Nella sola Africa, in particolare nell'area nordafricana e subsahariana, un ruolo di primo piano tra il 2014 e il 2016 è stato rivestito dall'Ucraina, che ha coperto quasi 1/3 delle vendite totali dell'area, seguita da Francia, Cina e Russia (tutte con il 14%), nonché dall'Italia (con il 7%). Nella sola zona subsahariana, nell'Africa il maggior esportatore d'armi resta l'Ucraina (29%), seguita da Cina (10%) e Israele (4%). «Nell'analizzare uno tra i nuovi maggiori esportatori nel continente, si scopre che i clienti dell'Ucraina sono l'Algeria, la Repubblica Centroafricana, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, il Mali, il Marocco, il Mozambico, il Niger, la Nigeria, il Ruanda, il Sudan, la Tanzania, l'Uganda, lo Zambia, nonché un paese africano non identificato, col quale lo stato ucraino commercia in modo meno trasparente», scriveva il quotidiano Repubblica. «Un arsenale enorme di cui è possibile comprendere l'importanza strategica, motivo dello scontro in atto con la Russia di Putin, anch'essa grande acquirente delle fabbriche ucraine (nell'ultimo decennio, 264 motori, 34 aerei da trasporto, 100 missili terra-aria)».
Adesso i player sono cambiati. Silenziosamente è cresciuto e il ruolo italiano e con proporzioni diverse pure quello cinese che rappresenta oggi in alcuni Paesi come Sud Sudan, Zimbabwe un reale monopolio.
Si calcola che in Africa, da Alessandria a Città del Capo circolino circa 100 milioni di armi leggere. I Paesi produttori sono però soltanto 16 su 54 e i principali sono Sudafrica, Kenya, Zimbabwe ed Etiopia. Le mosse cinesi negli ultimi anni hanno virato nella direzione del cosiddetto «local content7. In pratica joint venture locali che permettono a nazioni come il mali di produrre armi leggere e munizioni direttamente in loco. È la nuova frontiera del business. Che rischia di rompere una volta per tutte gli equilibri precedenti. L'Italia dovràfare i conti con questo trend se vuole mantenere il proprio in crescita. Non è un caso se la delicata questione dell'intervento militare tricolore in Niger sia stato congelato dopo un brusco cambio di passo da parte della Francia. Secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe stata Pechino a sostenere la nostra presenza in loco in modo da aprire una nuova possibilità di collaborazione (non solo militare ma anche energetica, visto che i cinesi detengono tre importanti miniere d'uranio in Niger) che sul medio termine potrebbe anche fornire un definitivo boost al nostro export di armi.
Claudio Antonelli
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Nel 2017 in diminuzione il giro d'affari degli armamenti, ma solo perchè il 2016 aveva registarto la maxi commessa da 7 miliardi al Kuwait per 28 caccia Eurofighter. Dominano le esportazioni: 10,3 miliardi (14,9 miliardi nel 2016). Inferiori le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di soli 386,8 milioni (712,4 nel 2016). Nelle casse pubbliche sono finiti in dazi oltre 2,7 miliardi di euro. Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è stata gestita da Unicredit. In seconda posizione, Deutsche bank e a seguire Bnp Paribas.Il mercato africano per l'Italia da solo vale 253 milioni. Sempre più le nazioni subsahariane dove si aprono interessi comuni con la CinaLo speciale contiene tre articoli.Non sarà certo il mercato più pubblicizzato e chiacchierato in Italia, ma quello delle armi per il Belpaese resta un grande affare. A dirlo è la relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90 e presentata dal sottosegretario Maria Elena Boschi alla presidenza del Consiglio il 4 aprile scorso. Secondo la relazione, nel 2017 il giro d'affari del settore è stato di 10,7 miliardi di euro. Un valore importante, anche se in calo del 35% circa rispetto all'anno precedente, quando, grazie a una maxi commessa di 28 Eurofighter per il Kuwait, il mercato aveva raggiunto i 15,6 miliardi di euro. Dominano le esportazioni, che per il nostro Paese nel 2017 hanno registrato un valore di 10,34 miliardi di euro (14,9 miliardi nel 2016). Molto inferiori, invece, le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di 386,8 milioni (712,4 nel 2016).L'Italia si conferma quindi un grande produttore ed esportatore di armi, in grado di ottenere autorizzazioni di vendita da molti Paesi. In testa ai nostri clienti c'è il Qatar. Il piccolo Stato della penisola araba ha fruttato all'Italia nel 2017 4,2 miliardi di commesse in armamenti, in grande crescita rispetto al 2016, quando erano state di 341 milioni. Il secondo Paese in classifica è il Regno Unito, che ha garantito un fatturato di 1,5 miliardi nel 2017. Nel 2016 Sua Maestà aveva permesso commesse per 2,36 miliardi. Medaglia di bronzo alla Germania con 689,9 milioni (1 miliardi nel 2016). Seguono la Spagna (439,7 milioni, stesso valore di due anni fa), gli Stati Uniti (292,2 milioni, 380 nel 2016), la Turchia (266,1, il doppio rispetto a due anni fa), la Francia (251,2 nel 2017 e 574 nel 2016), il Kenya (207,5 l'anno scorso, solo 1,8 nel 2016), la Polonia (206,4 nel 2017 e solo 28,9 due anni fa) e il Pakistan (174,1 e 97,2).Come spiega l'Agenzia delle dogane, nel 2017 il passaggio di armi ha fruttato 2,7 miliardi di euro in dazi. Non è un caso, infatti, che il 57% dei profitti arrivi da Paesi non appartenenti all'Unione europea o alla Nato (il 48% di questi proviene dai Paesi del Medioriente e del Nord Africa continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota storicamente attorno al 45% nel precedente decennio già dal 2016). Il merito è anche della globalizzazione. Il numero di Paesi che comprano armamenti made in Italy è in continua crescita, passando da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, per arrivare a 72 nel quinquennio 2011-2015. Nel 2016 abbiamo superato quota 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.Secondo lo studio, la gran parte del fatturato arriva dalla produzione vera e propria (elicotteri, aerei, sistemi di controllo e molto altro). Nel 2017 l'Italia ha esportato «materiali», come vengono definiti dall'indagine governativa, per 7,45 miliardi. A questi si devono aggiungere licenze sulle tecnologie (200 milioni), servizi (166 milioni) e ricambi (1,7 miliardi).Andando più nel dettaglio abbiamo costruito e venduto 237 caccia multiruolo Eurofighter (1,2 miliardi), 12 elicotteri Eh 101 (300 milioni), 5 caccia Tornado Al Yamamah (250 milioni), 45 velivoli multituolo Jsf (76 milioni), 41 sistemi di comando e controllo Mids (80 milioni), 94 elicotteri Nh 90 (62 milioni), 20 caccia Tornado (44 milioni) e 46 caccia multruolo Efa Al Salam (46 milioni). Questi sono solo i veicoli più significativi, ma la lista potrebbe essere ancora lunga. Ma, noi italiani, non siamo bravi solo a produrre armi. Abbiamo anche capacità nell'intermediazione sul mercato. Una vera e propria esplosione riguarda, infatti, le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1.300% a 531,8 milioni di euro dai 37,6 milioni del 2016. In poche parole si tratta delle attività legate alla negoziazione del trasferimento di beni militari, non solo da e verso l'Italia, ma anche tra Stati terzi. Praticamente, troviamo compratori per chi vuole cedere bene o servizi non più necessari oppure ne ha bisogno di nuovi.Dalle tabelle governative, per esempio, si può notare come Mbda Italia (la parte legata al nostro Paese del principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologia per la difesa) abbia richiesto licenza di intermediazione per 178 milioni circa i missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l'intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri). Lo stesso, stando al rapporto, ha fatto Leonardo per 171 milioni per i caccia Eurofighter venduti al Kuwait. Anche in questo caso, la lista è lunga. In Italia, dunque, il mercato degli armamenti appare di dimensioni importanti e ad alimentarlo ci pensa la necessità di sicurezza scaturita dai vari conflitti in giro per il mondo. In particolar modo la nostra industria bellica sembra dare una grossa mano a tutte le guerre in Medioriente (e non solo). 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Una fonte di ricavi tutt'altro che trascurabile se si dà uno sguardo alla relazione governativa sull'export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017. Per quanto riguarda gli istituti di credito che mettono a disposizione propri conti e sportelli per l'incasso dei pagamenti legati al settore degli armamenti va sottolineato che nel 2017 gli importi segnalati abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Il che significa che l'anno scorso poco meno del 50% dei ricavi dell'intero settore (10,7 miliardi di euro in totale) è passato dai conti di istituti italiani.Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è finita su conti del gruppo Unicredit. Un primato che la banca guidata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier non ha perso nemmeno nel 2016, quando fece passare sui suoi canali circa 2 miliardi legati ai proventi del settore.In seconda posizione troviamo l'exploit di Deutsche bank. Il colosso tedesco - che si distacca molto dal risultato dell'istituto di Piazza Gae Aulenti - ha visto transitare denaro per 712 milioni, decisamente di più rispetto ai 194 milioni del 2016. In terza posizione un altro grande gruppo straniero con interessi in Italia: Bnp Paribas. Anche il gruppo transalpino nel 2017 ha incrementato il fatturato legato alle armi rispetto a due anni fa. L'anno scorso il gruppo aveva visto passare denaro per 25 milioni di euro, oltre tre volte rispetto ai 74,8 milioni del 2016. Crescono pure Barclays Bank e la Banca Popolare di Sondrio. Sui conti italiani del gruppo inglese nel 2016 sono passati 174 milioni di euro, valore salito a 211 milioni nel 2017. L'istituto valtellinese ha fatto registrato un balzo significativo: dai 12,3 milioni del 2016, è passato ai 174 del 2017.Nonostante le dimensioni di un gruppo come Intesa Sanpaolo (la seconda banca del Paese), l'istituto guidato dall'amministratore delegato Carlo Messina ha visto passare sui suoi conti non molto denaro: 63,3 milioni nel 2016 e 137,2 nel 2017. La lista è ancora lunga, ma questi sono gli istituti che hanno ottenuto più ricavi dal mondo delle armi. Quello che si può notare è che in quasi tutti i casi analizzati dal governo, le banche ogni anno cercano di incrementare la quantità di denaro che passa dai loro conti legata agli armamenti. A testimonianza di quanto il settore in Italia sia in ottima forma.Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/quanto-incassa-lostato-dalle-armi-2568146681.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="raddoppia-il-mercato-tricolore-in-africa-e-la-cina-si-muove-da-partner" data-post-id="2568146681" data-published-at="1779937317" data-use-pagination="False"> Raddoppia il mercato tricolore in Africa e la Cina si muove da partner upload.wikimedia.org L'export italiano di armi in Africa ha realizzato un importantissimo salto tra il 2016 e il 2016.Se due anni fa i valori si aggiravano intorno ai 97 milioni di euro (un cifra che è rimasta stabile rispetto al decennio precedente), l'anno scorso l'importo complessivo è salito a 253 milioni, segnando una linea di demarcazione che secondo gli esperti dovrebbe aver segnato una sorta di scollinamento. I rapporti con i Paesi dell'Africa subsahariana stanno migliorando e si preparano a a sostituire le opportunità perse dopo l'attacco franco-europeo alla Libia nel 2011. Kenya, Cameroon e Angola si dimostrano le tre nazioni di riferimento, ma presto nel paniere italiano potrebbero entrare anche nazioni filofrancesi come il mali, il Niger. Fino a quattro anni fa il panorama africano era ancora cristallizzato secondo i vecchi schemi. Non a caso un articolo di Repubblica del 2014 citando il report del Stockholm International Peace Research Institute descriveva una spartizione tradizionale. I dati elaborati raccontavano che tra il 2010 e il 2014 l'89% del mercato mondiale è dominato da Stati Uniti (31%), Russia (27%), Cina (5%), Germania (5%), Francia (5%), Gran Bretagna (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Ucraina (3%) e Israele (2%): questi i dieci Paesi che detengono la quasi totalità del mercato mondiale. Nella sola Africa, in particolare nell'area nordafricana e subsahariana, un ruolo di primo piano tra il 2014 e il 2016 è stato rivestito dall'Ucraina, che ha coperto quasi 1/3 delle vendite totali dell'area, seguita da Francia, Cina e Russia (tutte con il 14%), nonché dall'Italia (con il 7%). Nella sola zona subsahariana, nell'Africa il maggior esportatore d'armi resta l'Ucraina (29%), seguita da Cina (10%) e Israele (4%). «Nell'analizzare uno tra i nuovi maggiori esportatori nel continente, si scopre che i clienti dell'Ucraina sono l'Algeria, la Repubblica Centroafricana, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, il Mali, il Marocco, il Mozambico, il Niger, la Nigeria, il Ruanda, il Sudan, la Tanzania, l'Uganda, lo Zambia, nonché un paese africano non identificato, col quale lo stato ucraino commercia in modo meno trasparente», scriveva il quotidiano Repubblica. «Un arsenale enorme di cui è possibile comprendere l'importanza strategica, motivo dello scontro in atto con la Russia di Putin, anch'essa grande acquirente delle fabbriche ucraine (nell'ultimo decennio, 264 motori, 34 aerei da trasporto, 100 missili terra-aria)».Adesso i player sono cambiati. Silenziosamente è cresciuto e il ruolo italiano e con proporzioni diverse pure quello cinese che rappresenta oggi in alcuni Paesi come Sud Sudan, Zimbabwe un reale monopolio. Si calcola che in Africa, da Alessandria a Città del Capo circolino circa 100 milioni di armi leggere. I Paesi produttori sono però soltanto 16 su 54 e i principali sono Sudafrica, Kenya, Zimbabwe ed Etiopia. Le mosse cinesi negli ultimi anni hanno virato nella direzione del cosiddetto «local content7. In pratica joint venture locali che permettono a nazioni come il mali di produrre armi leggere e munizioni direttamente in loco. È la nuova frontiera del business. Che rischia di rompere una volta per tutte gli equilibri precedenti. L'Italia dovràfare i conti con questo trend se vuole mantenere il proprio in crescita. Non è un caso se la delicata questione dell'intervento militare tricolore in Niger sia stato congelato dopo un brusco cambio di passo da parte della Francia. Secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe stata Pechino a sostenere la nostra presenza in loco in modo da aprire una nuova possibilità di collaborazione (non solo militare ma anche energetica, visto che i cinesi detengono tre importanti miniere d'uranio in Niger) che sul medio termine potrebbe anche fornire un definitivo boost al nostro export di armi.Claudio Antonelli
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Zohran Mamdani, sindaco di New York (Ansa)
Il sindaco di Seattle, la socialista dichiarata Katie Wilson, quando ha saputo che Jeff Bezos e tutto l’indotto di Amazon si sarebbero trasferiti in Florida a causa dell’aumento delle tasse «contro i ricchi», ha fatto un discorso alla Seattle University per dire che nessuno sentirà la loro mancanza: «Ciao ciao Jeff, vai pure». La base imponibile a bilancio, in una città con un debito di 500 milioni di dollari, è ora sovrastimata del 30%, il 36% degli uffici sono attualmente sfitti, si sono persi in un giorno 2.400 posti di lavoro, le licenze commerciali sono in calo del 40% e le persone in stato di povertà aumentate del 26%. Lo stesso esodo di ricchi si sta verificando nella New York di Zohran Mamdani il quale ha pensato bene di attuare la politica di «tolleranza sociale» nei confronti del crimine diffuso e, allo stesso tempo, ha aperto due enormi supermercati comunali a prezzi calmierati; il risultato è stata la fuga sia dei piccoli negozi, per l’impennata di furti, sia delle grandi catene che non ritengono più New York una città sostenibile.
Da anni le aziende della Silicon Valley stanno abbandonando la California di Gavin Newsom per il Texas e le ultime proposte di considerare «ad alto reddito» persone con un patrimonio personale complessivo di un milione di dollari ha provocato addirittura la protesta di alcune star di Hollywood. I casi citati non sono casuali: essi rappresentano le tre aree storicamente amministrate dalla sinistra, una volta liberal e oggi woke, dalle quali gli americani se ne stanno andando per dirigersi in stati governati dai repubblicani.
Questo fenomeno caratterizza da sempre la società americana e prende il nome di «votare con le ruote»: nella nazione della «nuova frontiera», le persone ritengono fondamentale il poter scegliere il luogo migliore dove vivere senza indulgere eccessivamente nell’idea di radici territoriali. Ci troviamo, però, di fronte non solo a una forte accentuazione del fenomeno bensì a un vero e proprio cambio del suo significato. Nell’attuale assetto postdemocratico, le istituzioni formali persistono ma il potere decisionale effettivo si mostra in maniera sempre più immediata nelle élite che detengono il reale potere. In questo quadro il meccanismo di partecipazione perde di significato non solo reale ma anche simbolico e diviene, così, centrale il ricorso a una scelta che sappia fornire al cittadino un tangibile risultato politico.
Secondo il modello di Albert O. Hirschman, quando la credibilità si erode e la partecipazione si rivela inefficace, gli attori razionali scelgono l’«uscita», cioè il disimpegno, la delusione, il distacco, la disillusione, in una sola parola: l’astensione. Ma i corpi elettorali ridotti alla metà degli aventi diritto avevano senso quando ancora nell’elettorato esisteva la fiducia in una sorta di «rete costituzionale» o culturale che garantiva gli elementi minimi di appartenenza alla società. Se l’imposizione fiscale diviene talmente pesante da rendere impossibile il proseguimento della propria attività ecco che anche l’ultima fiducia alla base della coesione sociale viene meno ed il cittadino ricorre all’unico atto realmente politico a sua disposizione: se ne va. Lo spostamento geografico, residenziale o aziendale, diviene così il vero voto, l’unico segnale capace di produrre conseguenze immediate sulla propria vita, superando di fatto i limiti intrinseci del circuito rappresentativo democratico di tipo novecentesco. Di fronte a una prospettiva politica che si rifà in pratica al socialismo reale, basata sull’odio dei ricchi e tassazioni dichiaratamente punitive, il clima ideologico percepito diviene quello dell’esproprio proletario e dell’abolizione della proprietà privata, tutte cose, del resto, di cui Mamdani ha parlato in campagna elettorale.
In assenza di coercizione totalitaria, tuttavia, in assenza di un «muro di Berlino» che impedisca la messa in salvo, ecco che i cittadini semplicemente esercitano l’unica arma politica rimasta a loro disposizione, quella dello spostamento. Apparentemente non si tratta di una novità, da sempre le persone si sono spostate per cercare migliori condizioni fiscali, solo che si è sempre trattato dei ricchi. La grande novità sta, oggi, nell’estensione a tutte le fasce popolari di questa opzione: il livello raggiunto dall’ideologia progressista ha esteso l’arma dello spostamento ben oltre la sfera economica. Scuole permeate da priorità woke e gender, con programmi scolastici che condannano le competenze cognitive a favore di approcci inclusivi, politiche «a favore delle minoranze» che altro non sono che discriminazione antibianca, tolleranza selettiva della criminalità e dinamiche di immigrazione di massa vissute come sostituzione demografica e culturale, obbligano chiunque, a prescindere dal proprio ceto, a valutare lo spostamento verso contesti semplicemente «normali».
Ancora una volta assistiamo alle dinamiche dei due mondi: dopo l’instaurazione e il riconoscimento ci troviamo ora nella fase della separazione grazie alla quale vedremo quale dei due mondi è destinato a sopravvivere.
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Un gemellaggio virtuale all’ombra del raggiungimento di due traguardi storici.
Conseguiti con il fiato sospeso all’ultimo miglio, l’ultima giornata di campionato.
I lariani disputeranno infatti per la prima volta la Champions, avendo agganciato il quarto posto con una goleada sul campo della Cremonese (4-1), così condannata all’inferno della retrocessione.
Ventesima vittoria, altro record, esattamente come il Milan, una in più dei bianconeri.
I leccesi hanno tagliato il traguardo della quarta «salvezza» consecutiva, risultato mai raggiunto nella storia ultracentenaria della società salentina.
Il legame tra le due squadre è passato proprio attraverso la sconfitta della Cremonese, che è arrivata all’ultimo appuntamento in campo separata da un solo punto dal Lecce, coltivando la speranza di un sorpasso al fotofinish.
Illusione che si è infranta per colpa del poker calato dagli undici allenati da Cesc Fàbregas.
Como.
Lecce.
La zona alta della classifica, e quella dove si lotta con il coltello tra i denti.
Simbolo delle cosiddette «provinciali», termine che non evoca l’opera di Blaise Pascal ma designa le squadre figlie di un dio minore, quelle che non possono aspirare a uno stabile posto in Paradiso perché fuori dal circuito delle compagini più blasonate, non avendo mai vinto un titolo italiano e non essendo neppure capoluogo di regione.
Ma realtà che con le loro imprese ci ricordano che un altro calcio è possibile, basato sull’entusiasmo, sulla mentalità e la voglia di arrivare, sui giovani atleti semi (o del tutto) sconosciuti, sugli investimenti sapientemente amministrati.
Con una equilibrata gestione delle risorse che non possono di certo competere con quelle impiegate, per esempio, da Juve, Inter e Milan (76 scudetti in tre).
È la favola del Cagliari, che vince lo scudetto nel 1969-70, schierando un certo Gigi Riva «rombo di tuono» (peraltro l’anno prima il tricolore era finito sulle maglie della Fiorentina, che non è certo una città di provincia ma che nel calcio è arrivata prima solo due volte, la precedente era stata nel 1955-56).
È l’epopea del Verona, l’ultima provinciale a imporsi al vertice del campionato 1984-85, in panchina un signore chiamato Osvaldo Bagnoli. In seguito, a spezzare l’opprimente predominio delle tre sorelle, Inter, Milan, Juventus, arriveranno il Napoli (con quattro scudetti) la Sampdoria (nel 90-91), la Lazio (nel 99-2000, dopo il 73-74), la Roma (2000-2001, dopo l’82-83), che non fanno parte della categoria di Como e Lecce perché espressioni di città «di peso», per storia, tradizione, dimensioni, avendo in più lo status di capoluogo di regione.
Ma come dimenticare il «miracolo Chievo» di Luigi Delneri, che nel 2000-2001 viene promossa per la prima volta in serie A, e nella stagione successiva arriva quinta guadagnandosi l’accesso alla Coppa Uefa (dal 2009 Europa League)?
E vogliamo parlare dell’Atalanta, la Dea «regina delle provinciali», perché quella con il maggior numero di partecipazioni in serie A? In questa stagione, la prima dopo l’era di Gian Piero Gasperini, allenatore dal 2016 al 2025, si è piazzata al settimo posto. Ma proprio con Gasp in panchina è arrivata a disputare tre finali di Coppa Italia e a vincere l’Europa League, finendo in sei campionati su nove tra le prime quattro.
Ecco perché i numeri macinati dal Como dovrebbero consolare tutti gli appassionati, indipendentemente dalla fede calcistica professata.
Ha chiuso infatti con il secondo miglior attacco del campionato (65 reti fatte, dietro l’Inter con 89) e con la miglior difesa (29 reti subite).
Il Lecce ha saputo fare le nozze con i fichi secchi, sotto la presidenza di Saverio Sticchi Damiani, professore di diritto amministrativo e avvocato cassazionista (suo zio è l’ex presidente dell’Aci Angelo Sticchi Damiani, a Roma ha come vicina di studio Giulia Buongiorno, nella stessa palazzina di piazza San Lorenzo in Lucina dove aveva l’ufficio Giulio Andreotti), ai vertici della società dal 2017.
Ha scommesso su un tecnico come Eusebio Di Francesco, reduce da due retrocessioni consecutive, con il Frosinone e il Venezia, ma pur sempre l’allenatore con cui la Roma è stata l’ultima volta in Champions, nel 2019.
E si è affidato alle scelte mirate di Pantaleo Corvino, già direttore sportivo della squadra leccese dal 1998 al 2005, e di nuovo responsabile dell’area tecnica dal 2020, conosciuto come «il signore delle plusvalenze»: ha ingaggiato per esempio Morten Hjulmand, Patrick Dorgu, Marin Pongracic, Valentin Gendrey, le cui cessioni hanno portato nelle casse del club oltre 70 milioni di euro, a fronte di un investimento iniziale di 5.
Il successo genera invidie, come è noto, quindi nei confronti del Como fioccano le illazioni.
Come farà con il cosiddetto fairplay finanziario, visto che spende troppo rispetto al fatturato?
E vogliamo parlare dello stadio, il Sinigaglia che si affaccia sul lago, che non è da Champions?
E poi: il suo trionfo non è un primato italiano, visto che la proprietà è della famiglia di miliardari indonesiani Hartono, e in campo vanno solo stranieri (come se questa circostanza, che sicuramente non favorisce il rilancio della Nazionale, non facendo crescere talenti nostrani, riguardasse solo il Como).
E soprattutto: chissà quanto durerà.
Ma andate a da' via i ciapp, replica il comasco di nascita, «mezzo terrone» di sangue e tutto interista che sono.
E che fa proprie le parole del Corriere dello Sport: «Ammettiamolo serenamente, tutti quanti senza paraocchi e bandiere: il Como - bello e spensierato - è la più divertente consolazione espressa da un campionato rachitico e incarognito».
Amen.
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Gabriele D'Annunzio (Getty Images)
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
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