True
2018-05-14
Dall'export di armi lo Stato incassa quasi tre miliardi
True
Non sarà certo il mercato più pubblicizzato e chiacchierato in Italia, ma quello delle armi per il Belpaese resta un grande affare. A dirlo è la relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90 e presentata dal sottosegretario Maria Elena Boschi alla presidenza del Consiglio il 4 aprile scorso. Secondo la relazione, nel 2017 il giro d'affari del settore è stato di 10,7 miliardi di euro. Un valore importante, anche se in calo del 35% circa rispetto all'anno precedente, quando, grazie a una maxi commessa di 28 Eurofighter per il Kuwait, il mercato aveva raggiunto i 15,6 miliardi di euro. Dominano le esportazioni, che per il nostro Paese nel 2017 hanno registrato un valore di 10,34 miliardi di euro (14,9 miliardi nel 2016). Molto inferiori, invece, le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di 386,8 milioni (712,4 nel 2016).
L'Italia si conferma quindi un grande produttore ed esportatore di armi, in grado di ottenere autorizzazioni di vendita da molti Paesi. In testa ai nostri clienti c'è il Qatar. Il piccolo Stato della penisola araba ha fruttato all'Italia nel 2017 4,2 miliardi di commesse in armamenti, in grande crescita rispetto al 2016, quando erano state di 341 milioni. Il secondo Paese in classifica è il Regno Unito, che ha garantito un fatturato di 1,5 miliardi nel 2017. Nel 2016 Sua Maestà aveva permesso commesse per 2,36 miliardi. Medaglia di bronzo alla Germania con 689,9 milioni (1 miliardi nel 2016). Seguono la Spagna (439,7 milioni, stesso valore di due anni fa), gli Stati Uniti (292,2 milioni, 380 nel 2016), la Turchia (266,1, il doppio rispetto a due anni fa), la Francia (251,2 nel 2017 e 574 nel 2016), il Kenya (207,5 l'anno scorso, solo 1,8 nel 2016), la Polonia (206,4 nel 2017 e solo 28,9 due anni fa) e il Pakistan (174,1 e 97,2).
Come spiega l'Agenzia delle dogane, nel 2017 il passaggio di armi ha fruttato 2,7 miliardi di euro in dazi. Non è un caso, infatti, che il 57% dei profitti arrivi da Paesi non appartenenti all'Unione europea o alla Nato (il 48% di questi proviene dai Paesi del Medioriente e del Nord Africa continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota storicamente attorno al 45% nel precedente decennio già dal 2016). Il merito è anche della globalizzazione. Il numero di Paesi che comprano armamenti made in Italy è in continua crescita, passando da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, per arrivare a 72 nel quinquennio 2011-2015. Nel 2016 abbiamo superato quota 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.
Secondo lo studio, la gran parte del fatturato arriva dalla produzione vera e propria (elicotteri, aerei, sistemi di controllo e molto altro). Nel 2017 l'Italia ha esportato «materiali», come vengono definiti dall'indagine governativa, per 7,45 miliardi. A questi si devono aggiungere licenze sulle tecnologie (200 milioni), servizi (166 milioni) e ricambi (1,7 miliardi).
Andando più nel dettaglio abbiamo costruito e venduto 237 caccia multiruolo Eurofighter (1,2 miliardi), 12 elicotteri Eh 101 (300 milioni), 5 caccia Tornado Al Yamamah (250 milioni), 45 velivoli multituolo Jsf (76 milioni), 41 sistemi di comando e controllo Mids (80 milioni), 94 elicotteri Nh 90 (62 milioni), 20 caccia Tornado (44 milioni) e 46 caccia multruolo Efa Al Salam (46 milioni). Questi sono solo i veicoli più significativi, ma la lista potrebbe essere ancora lunga.
Ma, noi italiani, non siamo bravi solo a produrre armi. Abbiamo anche capacità nell'intermediazione sul mercato. Una vera e propria esplosione riguarda, infatti, le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1.300% a 531,8 milioni di euro dai 37,6 milioni del 2016. In poche parole si tratta delle attività legate alla negoziazione del trasferimento di beni militari, non solo da e verso l'Italia, ma anche tra Stati terzi. Praticamente, troviamo compratori per chi vuole cedere bene o servizi non più necessari oppure ne ha bisogno di nuovi.
Dalle tabelle governative, per esempio, si può notare come Mbda Italia (la parte legata al nostro Paese del principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologia per la difesa) abbia richiesto licenza di intermediazione per 178 milioni circa i missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l'intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri). Lo stesso, stando al rapporto, ha fatto Leonardo per 171 milioni per i caccia Eurofighter venduti al Kuwait. Anche in questo caso, la lista è lunga.
In Italia, dunque, il mercato degli armamenti appare di dimensioni importanti e ad alimentarlo ci pensa la necessità di sicurezza scaturita dai vari conflitti in giro per il mondo. In particolar modo la nostra industria bellica sembra dare una grossa mano a tutte le guerre in Medioriente (e non solo).
Gianluca Baldini
Senato della Repubblica.pdf
Transazioni bancarie per 4,8 miliardi: Unicredit al primo posto
GiphySe c'è un argomento di cui le banche preferiscono non parlare sono i profitti che realizzano dall'industria bellica. Una fonte di ricavi tutt'altro che trascurabile se si dà uno sguardo alla relazione governativa sull'export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017. Per quanto riguarda gli istituti di credito che mettono a disposizione propri conti e sportelli per l'incasso dei pagamenti legati al settore degli armamenti va sottolineato che nel 2017 gli importi segnalati abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Il che significa che l'anno scorso poco meno del 50% dei ricavi dell'intero settore (10,7 miliardi di euro in totale) è passato dai conti di istituti italiani.
Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è finita su conti del gruppo Unicredit. Un primato che la banca guidata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier non ha perso nemmeno nel 2016, quando fece passare sui suoi canali circa 2 miliardi legati ai proventi del settore.
In seconda posizione troviamo l'exploit di Deutsche bank. Il colosso tedesco - che si distacca molto dal risultato dell'istituto di Piazza Gae Aulenti - ha visto transitare denaro per 712 milioni, decisamente di più rispetto ai 194 milioni del 2016. In terza posizione un altro grande gruppo straniero con interessi in Italia: Bnp Paribas. Anche il gruppo transalpino nel 2017 ha incrementato il fatturato legato alle armi rispetto a due anni fa. L'anno scorso il gruppo aveva visto passare denaro per 25 milioni di euro, oltre tre volte rispetto ai 74,8 milioni del 2016. Crescono pure Barclays Bank e la Banca Popolare di Sondrio. Sui conti italiani del gruppo inglese nel 2016 sono passati 174 milioni di euro, valore salito a 211 milioni nel 2017. L'istituto valtellinese ha fatto registrato un balzo significativo: dai 12,3 milioni del 2016, è passato ai 174 del 2017.
Nonostante le dimensioni di un gruppo come Intesa Sanpaolo (la seconda banca del Paese), l'istituto guidato dall'amministratore delegato Carlo Messina ha visto passare sui suoi conti non molto denaro: 63,3 milioni nel 2016 e 137,2 nel 2017. La lista è ancora lunga, ma questi sono gli istituti che hanno ottenuto più ricavi dal mondo delle armi. Quello che si può notare è che in quasi tutti i casi analizzati dal governo, le banche ogni anno cercano di incrementare la quantità di denaro che passa dai loro conti legata agli armamenti. A testimonianza di quanto il settore in Italia sia in ottima forma.
Gianluca Baldini
Raddoppia il mercato tricolore in Africa e la Cina si muove da partner

upload.wikimedia.org
L'export italiano di armi in Africa ha realizzato un importantissimo salto tra il 2016 e il 2016.Se due anni fa i valori si aggiravano intorno ai 97 milioni di euro (un cifra che è rimasta stabile rispetto al decennio precedente), l'anno scorso l'importo complessivo è salito a 253 milioni, segnando una linea di demarcazione che secondo gli esperti dovrebbe aver segnato una sorta di scollinamento. I rapporti con i Paesi dell'Africa subsahariana stanno migliorando e si preparano a a sostituire le opportunità perse dopo l'attacco franco-europeo alla Libia nel 2011. Kenya, Cameroon e Angola si dimostrano le tre nazioni di riferimento, ma presto nel paniere italiano potrebbero entrare anche nazioni filofrancesi come il mali, il Niger. Fino a quattro anni fa il panorama africano era ancora cristallizzato secondo i vecchi schemi. Non a caso un articolo di Repubblica del 2014 citando il report del Stockholm International Peace Research Institute descriveva una spartizione tradizionale.
I dati elaborati raccontavano che tra il 2010 e il 2014 l'89% del mercato mondiale è dominato da Stati Uniti (31%), Russia (27%), Cina (5%), Germania (5%), Francia (5%), Gran Bretagna (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Ucraina (3%) e Israele (2%): questi i dieci Paesi che detengono la quasi totalità del mercato mondiale.
Nella sola Africa, in particolare nell'area nordafricana e subsahariana, un ruolo di primo piano tra il 2014 e il 2016 è stato rivestito dall'Ucraina, che ha coperto quasi 1/3 delle vendite totali dell'area, seguita da Francia, Cina e Russia (tutte con il 14%), nonché dall'Italia (con il 7%). Nella sola zona subsahariana, nell'Africa il maggior esportatore d'armi resta l'Ucraina (29%), seguita da Cina (10%) e Israele (4%). «Nell'analizzare uno tra i nuovi maggiori esportatori nel continente, si scopre che i clienti dell'Ucraina sono l'Algeria, la Repubblica Centroafricana, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, il Mali, il Marocco, il Mozambico, il Niger, la Nigeria, il Ruanda, il Sudan, la Tanzania, l'Uganda, lo Zambia, nonché un paese africano non identificato, col quale lo stato ucraino commercia in modo meno trasparente», scriveva il quotidiano Repubblica. «Un arsenale enorme di cui è possibile comprendere l'importanza strategica, motivo dello scontro in atto con la Russia di Putin, anch'essa grande acquirente delle fabbriche ucraine (nell'ultimo decennio, 264 motori, 34 aerei da trasporto, 100 missili terra-aria)».
Adesso i player sono cambiati. Silenziosamente è cresciuto e il ruolo italiano e con proporzioni diverse pure quello cinese che rappresenta oggi in alcuni Paesi come Sud Sudan, Zimbabwe un reale monopolio.
Si calcola che in Africa, da Alessandria a Città del Capo circolino circa 100 milioni di armi leggere. I Paesi produttori sono però soltanto 16 su 54 e i principali sono Sudafrica, Kenya, Zimbabwe ed Etiopia. Le mosse cinesi negli ultimi anni hanno virato nella direzione del cosiddetto «local content7. In pratica joint venture locali che permettono a nazioni come il mali di produrre armi leggere e munizioni direttamente in loco. È la nuova frontiera del business. Che rischia di rompere una volta per tutte gli equilibri precedenti. L'Italia dovràfare i conti con questo trend se vuole mantenere il proprio in crescita. Non è un caso se la delicata questione dell'intervento militare tricolore in Niger sia stato congelato dopo un brusco cambio di passo da parte della Francia. Secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe stata Pechino a sostenere la nostra presenza in loco in modo da aprire una nuova possibilità di collaborazione (non solo militare ma anche energetica, visto che i cinesi detengono tre importanti miniere d'uranio in Niger) che sul medio termine potrebbe anche fornire un definitivo boost al nostro export di armi.
Claudio Antonelli
Continua a leggereRiduci
Nel 2017 in diminuzione il giro d'affari degli armamenti, ma solo perchè il 2016 aveva registarto la maxi commessa da 7 miliardi al Kuwait per 28 caccia Eurofighter. Dominano le esportazioni: 10,3 miliardi (14,9 miliardi nel 2016). Inferiori le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di soli 386,8 milioni (712,4 nel 2016). Nelle casse pubbliche sono finiti in dazi oltre 2,7 miliardi di euro. Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è stata gestita da Unicredit. In seconda posizione, Deutsche bank e a seguire Bnp Paribas.Il mercato africano per l'Italia da solo vale 253 milioni. Sempre più le nazioni subsahariane dove si aprono interessi comuni con la CinaLo speciale contiene tre articoli.Non sarà certo il mercato più pubblicizzato e chiacchierato in Italia, ma quello delle armi per il Belpaese resta un grande affare. A dirlo è la relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90 e presentata dal sottosegretario Maria Elena Boschi alla presidenza del Consiglio il 4 aprile scorso. Secondo la relazione, nel 2017 il giro d'affari del settore è stato di 10,7 miliardi di euro. Un valore importante, anche se in calo del 35% circa rispetto all'anno precedente, quando, grazie a una maxi commessa di 28 Eurofighter per il Kuwait, il mercato aveva raggiunto i 15,6 miliardi di euro. Dominano le esportazioni, che per il nostro Paese nel 2017 hanno registrato un valore di 10,34 miliardi di euro (14,9 miliardi nel 2016). Molto inferiori, invece, le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di 386,8 milioni (712,4 nel 2016).L'Italia si conferma quindi un grande produttore ed esportatore di armi, in grado di ottenere autorizzazioni di vendita da molti Paesi. In testa ai nostri clienti c'è il Qatar. Il piccolo Stato della penisola araba ha fruttato all'Italia nel 2017 4,2 miliardi di commesse in armamenti, in grande crescita rispetto al 2016, quando erano state di 341 milioni. Il secondo Paese in classifica è il Regno Unito, che ha garantito un fatturato di 1,5 miliardi nel 2017. Nel 2016 Sua Maestà aveva permesso commesse per 2,36 miliardi. Medaglia di bronzo alla Germania con 689,9 milioni (1 miliardi nel 2016). Seguono la Spagna (439,7 milioni, stesso valore di due anni fa), gli Stati Uniti (292,2 milioni, 380 nel 2016), la Turchia (266,1, il doppio rispetto a due anni fa), la Francia (251,2 nel 2017 e 574 nel 2016), il Kenya (207,5 l'anno scorso, solo 1,8 nel 2016), la Polonia (206,4 nel 2017 e solo 28,9 due anni fa) e il Pakistan (174,1 e 97,2).Come spiega l'Agenzia delle dogane, nel 2017 il passaggio di armi ha fruttato 2,7 miliardi di euro in dazi. Non è un caso, infatti, che il 57% dei profitti arrivi da Paesi non appartenenti all'Unione europea o alla Nato (il 48% di questi proviene dai Paesi del Medioriente e del Nord Africa continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota storicamente attorno al 45% nel precedente decennio già dal 2016). Il merito è anche della globalizzazione. Il numero di Paesi che comprano armamenti made in Italy è in continua crescita, passando da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, per arrivare a 72 nel quinquennio 2011-2015. Nel 2016 abbiamo superato quota 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.Secondo lo studio, la gran parte del fatturato arriva dalla produzione vera e propria (elicotteri, aerei, sistemi di controllo e molto altro). Nel 2017 l'Italia ha esportato «materiali», come vengono definiti dall'indagine governativa, per 7,45 miliardi. A questi si devono aggiungere licenze sulle tecnologie (200 milioni), servizi (166 milioni) e ricambi (1,7 miliardi).Andando più nel dettaglio abbiamo costruito e venduto 237 caccia multiruolo Eurofighter (1,2 miliardi), 12 elicotteri Eh 101 (300 milioni), 5 caccia Tornado Al Yamamah (250 milioni), 45 velivoli multituolo Jsf (76 milioni), 41 sistemi di comando e controllo Mids (80 milioni), 94 elicotteri Nh 90 (62 milioni), 20 caccia Tornado (44 milioni) e 46 caccia multruolo Efa Al Salam (46 milioni). Questi sono solo i veicoli più significativi, ma la lista potrebbe essere ancora lunga. Ma, noi italiani, non siamo bravi solo a produrre armi. Abbiamo anche capacità nell'intermediazione sul mercato. Una vera e propria esplosione riguarda, infatti, le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1.300% a 531,8 milioni di euro dai 37,6 milioni del 2016. In poche parole si tratta delle attività legate alla negoziazione del trasferimento di beni militari, non solo da e verso l'Italia, ma anche tra Stati terzi. Praticamente, troviamo compratori per chi vuole cedere bene o servizi non più necessari oppure ne ha bisogno di nuovi.Dalle tabelle governative, per esempio, si può notare come Mbda Italia (la parte legata al nostro Paese del principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologia per la difesa) abbia richiesto licenza di intermediazione per 178 milioni circa i missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l'intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri). Lo stesso, stando al rapporto, ha fatto Leonardo per 171 milioni per i caccia Eurofighter venduti al Kuwait. Anche in questo caso, la lista è lunga. In Italia, dunque, il mercato degli armamenti appare di dimensioni importanti e ad alimentarlo ci pensa la necessità di sicurezza scaturita dai vari conflitti in giro per il mondo. In particolar modo la nostra industria bellica sembra dare una grossa mano a tutte le guerre in Medioriente (e non solo). Gianluca BaldiniSenato della Repubblica.pdf!function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/quanto-incassa-lostato-dalle-armi-2568146681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="transazioni-bancarie-per-48-miliardi-unicredit-al-primo-posto" data-post-id="2568146681" data-published-at="1769040394" data-use-pagination="False"> Transazioni bancarie per 4,8 miliardi: Unicredit al primo posto Giphy Se c'è un argomento di cui le banche preferiscono non parlare sono i profitti che realizzano dall'industria bellica. Una fonte di ricavi tutt'altro che trascurabile se si dà uno sguardo alla relazione governativa sull'export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017. Per quanto riguarda gli istituti di credito che mettono a disposizione propri conti e sportelli per l'incasso dei pagamenti legati al settore degli armamenti va sottolineato che nel 2017 gli importi segnalati abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Il che significa che l'anno scorso poco meno del 50% dei ricavi dell'intero settore (10,7 miliardi di euro in totale) è passato dai conti di istituti italiani.Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è finita su conti del gruppo Unicredit. Un primato che la banca guidata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier non ha perso nemmeno nel 2016, quando fece passare sui suoi canali circa 2 miliardi legati ai proventi del settore.In seconda posizione troviamo l'exploit di Deutsche bank. Il colosso tedesco - che si distacca molto dal risultato dell'istituto di Piazza Gae Aulenti - ha visto transitare denaro per 712 milioni, decisamente di più rispetto ai 194 milioni del 2016. In terza posizione un altro grande gruppo straniero con interessi in Italia: Bnp Paribas. Anche il gruppo transalpino nel 2017 ha incrementato il fatturato legato alle armi rispetto a due anni fa. L'anno scorso il gruppo aveva visto passare denaro per 25 milioni di euro, oltre tre volte rispetto ai 74,8 milioni del 2016. Crescono pure Barclays Bank e la Banca Popolare di Sondrio. Sui conti italiani del gruppo inglese nel 2016 sono passati 174 milioni di euro, valore salito a 211 milioni nel 2017. L'istituto valtellinese ha fatto registrato un balzo significativo: dai 12,3 milioni del 2016, è passato ai 174 del 2017.Nonostante le dimensioni di un gruppo come Intesa Sanpaolo (la seconda banca del Paese), l'istituto guidato dall'amministratore delegato Carlo Messina ha visto passare sui suoi conti non molto denaro: 63,3 milioni nel 2016 e 137,2 nel 2017. La lista è ancora lunga, ma questi sono gli istituti che hanno ottenuto più ricavi dal mondo delle armi. Quello che si può notare è che in quasi tutti i casi analizzati dal governo, le banche ogni anno cercano di incrementare la quantità di denaro che passa dai loro conti legata agli armamenti. A testimonianza di quanto il settore in Italia sia in ottima forma.Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/quanto-incassa-lostato-dalle-armi-2568146681.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="raddoppia-il-mercato-tricolore-in-africa-e-la-cina-si-muove-da-partner" data-post-id="2568146681" data-published-at="1769040394" data-use-pagination="False"> Raddoppia il mercato tricolore in Africa e la Cina si muove da partner upload.wikimedia.org L'export italiano di armi in Africa ha realizzato un importantissimo salto tra il 2016 e il 2016.Se due anni fa i valori si aggiravano intorno ai 97 milioni di euro (un cifra che è rimasta stabile rispetto al decennio precedente), l'anno scorso l'importo complessivo è salito a 253 milioni, segnando una linea di demarcazione che secondo gli esperti dovrebbe aver segnato una sorta di scollinamento. I rapporti con i Paesi dell'Africa subsahariana stanno migliorando e si preparano a a sostituire le opportunità perse dopo l'attacco franco-europeo alla Libia nel 2011. Kenya, Cameroon e Angola si dimostrano le tre nazioni di riferimento, ma presto nel paniere italiano potrebbero entrare anche nazioni filofrancesi come il mali, il Niger. Fino a quattro anni fa il panorama africano era ancora cristallizzato secondo i vecchi schemi. Non a caso un articolo di Repubblica del 2014 citando il report del Stockholm International Peace Research Institute descriveva una spartizione tradizionale. I dati elaborati raccontavano che tra il 2010 e il 2014 l'89% del mercato mondiale è dominato da Stati Uniti (31%), Russia (27%), Cina (5%), Germania (5%), Francia (5%), Gran Bretagna (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Ucraina (3%) e Israele (2%): questi i dieci Paesi che detengono la quasi totalità del mercato mondiale. Nella sola Africa, in particolare nell'area nordafricana e subsahariana, un ruolo di primo piano tra il 2014 e il 2016 è stato rivestito dall'Ucraina, che ha coperto quasi 1/3 delle vendite totali dell'area, seguita da Francia, Cina e Russia (tutte con il 14%), nonché dall'Italia (con il 7%). Nella sola zona subsahariana, nell'Africa il maggior esportatore d'armi resta l'Ucraina (29%), seguita da Cina (10%) e Israele (4%). «Nell'analizzare uno tra i nuovi maggiori esportatori nel continente, si scopre che i clienti dell'Ucraina sono l'Algeria, la Repubblica Centroafricana, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, il Mali, il Marocco, il Mozambico, il Niger, la Nigeria, il Ruanda, il Sudan, la Tanzania, l'Uganda, lo Zambia, nonché un paese africano non identificato, col quale lo stato ucraino commercia in modo meno trasparente», scriveva il quotidiano Repubblica. «Un arsenale enorme di cui è possibile comprendere l'importanza strategica, motivo dello scontro in atto con la Russia di Putin, anch'essa grande acquirente delle fabbriche ucraine (nell'ultimo decennio, 264 motori, 34 aerei da trasporto, 100 missili terra-aria)».Adesso i player sono cambiati. Silenziosamente è cresciuto e il ruolo italiano e con proporzioni diverse pure quello cinese che rappresenta oggi in alcuni Paesi come Sud Sudan, Zimbabwe un reale monopolio. Si calcola che in Africa, da Alessandria a Città del Capo circolino circa 100 milioni di armi leggere. I Paesi produttori sono però soltanto 16 su 54 e i principali sono Sudafrica, Kenya, Zimbabwe ed Etiopia. Le mosse cinesi negli ultimi anni hanno virato nella direzione del cosiddetto «local content7. In pratica joint venture locali che permettono a nazioni come il mali di produrre armi leggere e munizioni direttamente in loco. È la nuova frontiera del business. Che rischia di rompere una volta per tutte gli equilibri precedenti. L'Italia dovràfare i conti con questo trend se vuole mantenere il proprio in crescita. Non è un caso se la delicata questione dell'intervento militare tricolore in Niger sia stato congelato dopo un brusco cambio di passo da parte della Francia. Secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe stata Pechino a sostenere la nostra presenza in loco in modo da aprire una nuova possibilità di collaborazione (non solo militare ma anche energetica, visto che i cinesi detengono tre importanti miniere d'uranio in Niger) che sul medio termine potrebbe anche fornire un definitivo boost al nostro export di armi.Claudio Antonelli
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
Continua a leggereRiduci
La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
Continua a leggereRiduci