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2018-05-14
Dall'export di armi lo Stato incassa quasi tre miliardi
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Non sarà certo il mercato più pubblicizzato e chiacchierato in Italia, ma quello delle armi per il Belpaese resta un grande affare. A dirlo è la relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90 e presentata dal sottosegretario Maria Elena Boschi alla presidenza del Consiglio il 4 aprile scorso. Secondo la relazione, nel 2017 il giro d'affari del settore è stato di 10,7 miliardi di euro. Un valore importante, anche se in calo del 35% circa rispetto all'anno precedente, quando, grazie a una maxi commessa di 28 Eurofighter per il Kuwait, il mercato aveva raggiunto i 15,6 miliardi di euro. Dominano le esportazioni, che per il nostro Paese nel 2017 hanno registrato un valore di 10,34 miliardi di euro (14,9 miliardi nel 2016). Molto inferiori, invece, le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di 386,8 milioni (712,4 nel 2016).
L'Italia si conferma quindi un grande produttore ed esportatore di armi, in grado di ottenere autorizzazioni di vendita da molti Paesi. In testa ai nostri clienti c'è il Qatar. Il piccolo Stato della penisola araba ha fruttato all'Italia nel 2017 4,2 miliardi di commesse in armamenti, in grande crescita rispetto al 2016, quando erano state di 341 milioni. Il secondo Paese in classifica è il Regno Unito, che ha garantito un fatturato di 1,5 miliardi nel 2017. Nel 2016 Sua Maestà aveva permesso commesse per 2,36 miliardi. Medaglia di bronzo alla Germania con 689,9 milioni (1 miliardi nel 2016). Seguono la Spagna (439,7 milioni, stesso valore di due anni fa), gli Stati Uniti (292,2 milioni, 380 nel 2016), la Turchia (266,1, il doppio rispetto a due anni fa), la Francia (251,2 nel 2017 e 574 nel 2016), il Kenya (207,5 l'anno scorso, solo 1,8 nel 2016), la Polonia (206,4 nel 2017 e solo 28,9 due anni fa) e il Pakistan (174,1 e 97,2).
Come spiega l'Agenzia delle dogane, nel 2017 il passaggio di armi ha fruttato 2,7 miliardi di euro in dazi. Non è un caso, infatti, che il 57% dei profitti arrivi da Paesi non appartenenti all'Unione europea o alla Nato (il 48% di questi proviene dai Paesi del Medioriente e del Nord Africa continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota storicamente attorno al 45% nel precedente decennio già dal 2016). Il merito è anche della globalizzazione. Il numero di Paesi che comprano armamenti made in Italy è in continua crescita, passando da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, per arrivare a 72 nel quinquennio 2011-2015. Nel 2016 abbiamo superato quota 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.
Secondo lo studio, la gran parte del fatturato arriva dalla produzione vera e propria (elicotteri, aerei, sistemi di controllo e molto altro). Nel 2017 l'Italia ha esportato «materiali», come vengono definiti dall'indagine governativa, per 7,45 miliardi. A questi si devono aggiungere licenze sulle tecnologie (200 milioni), servizi (166 milioni) e ricambi (1,7 miliardi).
Andando più nel dettaglio abbiamo costruito e venduto 237 caccia multiruolo Eurofighter (1,2 miliardi), 12 elicotteri Eh 101 (300 milioni), 5 caccia Tornado Al Yamamah (250 milioni), 45 velivoli multituolo Jsf (76 milioni), 41 sistemi di comando e controllo Mids (80 milioni), 94 elicotteri Nh 90 (62 milioni), 20 caccia Tornado (44 milioni) e 46 caccia multruolo Efa Al Salam (46 milioni). Questi sono solo i veicoli più significativi, ma la lista potrebbe essere ancora lunga.
Ma, noi italiani, non siamo bravi solo a produrre armi. Abbiamo anche capacità nell'intermediazione sul mercato. Una vera e propria esplosione riguarda, infatti, le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1.300% a 531,8 milioni di euro dai 37,6 milioni del 2016. In poche parole si tratta delle attività legate alla negoziazione del trasferimento di beni militari, non solo da e verso l'Italia, ma anche tra Stati terzi. Praticamente, troviamo compratori per chi vuole cedere bene o servizi non più necessari oppure ne ha bisogno di nuovi.
Dalle tabelle governative, per esempio, si può notare come Mbda Italia (la parte legata al nostro Paese del principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologia per la difesa) abbia richiesto licenza di intermediazione per 178 milioni circa i missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l'intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri). Lo stesso, stando al rapporto, ha fatto Leonardo per 171 milioni per i caccia Eurofighter venduti al Kuwait. Anche in questo caso, la lista è lunga.
In Italia, dunque, il mercato degli armamenti appare di dimensioni importanti e ad alimentarlo ci pensa la necessità di sicurezza scaturita dai vari conflitti in giro per il mondo. In particolar modo la nostra industria bellica sembra dare una grossa mano a tutte le guerre in Medioriente (e non solo).
Gianluca Baldini
Senato della Repubblica.pdf
Transazioni bancarie per 4,8 miliardi: Unicredit al primo posto
GiphySe c'è un argomento di cui le banche preferiscono non parlare sono i profitti che realizzano dall'industria bellica. Una fonte di ricavi tutt'altro che trascurabile se si dà uno sguardo alla relazione governativa sull'export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017. Per quanto riguarda gli istituti di credito che mettono a disposizione propri conti e sportelli per l'incasso dei pagamenti legati al settore degli armamenti va sottolineato che nel 2017 gli importi segnalati abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Il che significa che l'anno scorso poco meno del 50% dei ricavi dell'intero settore (10,7 miliardi di euro in totale) è passato dai conti di istituti italiani.
Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è finita su conti del gruppo Unicredit. Un primato che la banca guidata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier non ha perso nemmeno nel 2016, quando fece passare sui suoi canali circa 2 miliardi legati ai proventi del settore.
In seconda posizione troviamo l'exploit di Deutsche bank. Il colosso tedesco - che si distacca molto dal risultato dell'istituto di Piazza Gae Aulenti - ha visto transitare denaro per 712 milioni, decisamente di più rispetto ai 194 milioni del 2016. In terza posizione un altro grande gruppo straniero con interessi in Italia: Bnp Paribas. Anche il gruppo transalpino nel 2017 ha incrementato il fatturato legato alle armi rispetto a due anni fa. L'anno scorso il gruppo aveva visto passare denaro per 25 milioni di euro, oltre tre volte rispetto ai 74,8 milioni del 2016. Crescono pure Barclays Bank e la Banca Popolare di Sondrio. Sui conti italiani del gruppo inglese nel 2016 sono passati 174 milioni di euro, valore salito a 211 milioni nel 2017. L'istituto valtellinese ha fatto registrato un balzo significativo: dai 12,3 milioni del 2016, è passato ai 174 del 2017.
Nonostante le dimensioni di un gruppo come Intesa Sanpaolo (la seconda banca del Paese), l'istituto guidato dall'amministratore delegato Carlo Messina ha visto passare sui suoi conti non molto denaro: 63,3 milioni nel 2016 e 137,2 nel 2017. La lista è ancora lunga, ma questi sono gli istituti che hanno ottenuto più ricavi dal mondo delle armi. Quello che si può notare è che in quasi tutti i casi analizzati dal governo, le banche ogni anno cercano di incrementare la quantità di denaro che passa dai loro conti legata agli armamenti. A testimonianza di quanto il settore in Italia sia in ottima forma.
Gianluca Baldini
Raddoppia il mercato tricolore in Africa e la Cina si muove da partner

upload.wikimedia.org
L'export italiano di armi in Africa ha realizzato un importantissimo salto tra il 2016 e il 2016.Se due anni fa i valori si aggiravano intorno ai 97 milioni di euro (un cifra che è rimasta stabile rispetto al decennio precedente), l'anno scorso l'importo complessivo è salito a 253 milioni, segnando una linea di demarcazione che secondo gli esperti dovrebbe aver segnato una sorta di scollinamento. I rapporti con i Paesi dell'Africa subsahariana stanno migliorando e si preparano a a sostituire le opportunità perse dopo l'attacco franco-europeo alla Libia nel 2011. Kenya, Cameroon e Angola si dimostrano le tre nazioni di riferimento, ma presto nel paniere italiano potrebbero entrare anche nazioni filofrancesi come il mali, il Niger. Fino a quattro anni fa il panorama africano era ancora cristallizzato secondo i vecchi schemi. Non a caso un articolo di Repubblica del 2014 citando il report del Stockholm International Peace Research Institute descriveva una spartizione tradizionale.
I dati elaborati raccontavano che tra il 2010 e il 2014 l'89% del mercato mondiale è dominato da Stati Uniti (31%), Russia (27%), Cina (5%), Germania (5%), Francia (5%), Gran Bretagna (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Ucraina (3%) e Israele (2%): questi i dieci Paesi che detengono la quasi totalità del mercato mondiale.
Nella sola Africa, in particolare nell'area nordafricana e subsahariana, un ruolo di primo piano tra il 2014 e il 2016 è stato rivestito dall'Ucraina, che ha coperto quasi 1/3 delle vendite totali dell'area, seguita da Francia, Cina e Russia (tutte con il 14%), nonché dall'Italia (con il 7%). Nella sola zona subsahariana, nell'Africa il maggior esportatore d'armi resta l'Ucraina (29%), seguita da Cina (10%) e Israele (4%). «Nell'analizzare uno tra i nuovi maggiori esportatori nel continente, si scopre che i clienti dell'Ucraina sono l'Algeria, la Repubblica Centroafricana, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, il Mali, il Marocco, il Mozambico, il Niger, la Nigeria, il Ruanda, il Sudan, la Tanzania, l'Uganda, lo Zambia, nonché un paese africano non identificato, col quale lo stato ucraino commercia in modo meno trasparente», scriveva il quotidiano Repubblica. «Un arsenale enorme di cui è possibile comprendere l'importanza strategica, motivo dello scontro in atto con la Russia di Putin, anch'essa grande acquirente delle fabbriche ucraine (nell'ultimo decennio, 264 motori, 34 aerei da trasporto, 100 missili terra-aria)».
Adesso i player sono cambiati. Silenziosamente è cresciuto e il ruolo italiano e con proporzioni diverse pure quello cinese che rappresenta oggi in alcuni Paesi come Sud Sudan, Zimbabwe un reale monopolio.
Si calcola che in Africa, da Alessandria a Città del Capo circolino circa 100 milioni di armi leggere. I Paesi produttori sono però soltanto 16 su 54 e i principali sono Sudafrica, Kenya, Zimbabwe ed Etiopia. Le mosse cinesi negli ultimi anni hanno virato nella direzione del cosiddetto «local content7. In pratica joint venture locali che permettono a nazioni come il mali di produrre armi leggere e munizioni direttamente in loco. È la nuova frontiera del business. Che rischia di rompere una volta per tutte gli equilibri precedenti. L'Italia dovràfare i conti con questo trend se vuole mantenere il proprio in crescita. Non è un caso se la delicata questione dell'intervento militare tricolore in Niger sia stato congelato dopo un brusco cambio di passo da parte della Francia. Secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe stata Pechino a sostenere la nostra presenza in loco in modo da aprire una nuova possibilità di collaborazione (non solo militare ma anche energetica, visto che i cinesi detengono tre importanti miniere d'uranio in Niger) che sul medio termine potrebbe anche fornire un definitivo boost al nostro export di armi.
Claudio Antonelli
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Nel 2017 in diminuzione il giro d'affari degli armamenti, ma solo perchè il 2016 aveva registarto la maxi commessa da 7 miliardi al Kuwait per 28 caccia Eurofighter. Dominano le esportazioni: 10,3 miliardi (14,9 miliardi nel 2016). Inferiori le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di soli 386,8 milioni (712,4 nel 2016). Nelle casse pubbliche sono finiti in dazi oltre 2,7 miliardi di euro. Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è stata gestita da Unicredit. In seconda posizione, Deutsche bank e a seguire Bnp Paribas.Il mercato africano per l'Italia da solo vale 253 milioni. Sempre più le nazioni subsahariane dove si aprono interessi comuni con la CinaLo speciale contiene tre articoli.Non sarà certo il mercato più pubblicizzato e chiacchierato in Italia, ma quello delle armi per il Belpaese resta un grande affare. A dirlo è la relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90 e presentata dal sottosegretario Maria Elena Boschi alla presidenza del Consiglio il 4 aprile scorso. Secondo la relazione, nel 2017 il giro d'affari del settore è stato di 10,7 miliardi di euro. Un valore importante, anche se in calo del 35% circa rispetto all'anno precedente, quando, grazie a una maxi commessa di 28 Eurofighter per il Kuwait, il mercato aveva raggiunto i 15,6 miliardi di euro. Dominano le esportazioni, che per il nostro Paese nel 2017 hanno registrato un valore di 10,34 miliardi di euro (14,9 miliardi nel 2016). Molto inferiori, invece, le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di 386,8 milioni (712,4 nel 2016).L'Italia si conferma quindi un grande produttore ed esportatore di armi, in grado di ottenere autorizzazioni di vendita da molti Paesi. In testa ai nostri clienti c'è il Qatar. Il piccolo Stato della penisola araba ha fruttato all'Italia nel 2017 4,2 miliardi di commesse in armamenti, in grande crescita rispetto al 2016, quando erano state di 341 milioni. Il secondo Paese in classifica è il Regno Unito, che ha garantito un fatturato di 1,5 miliardi nel 2017. Nel 2016 Sua Maestà aveva permesso commesse per 2,36 miliardi. Medaglia di bronzo alla Germania con 689,9 milioni (1 miliardi nel 2016). Seguono la Spagna (439,7 milioni, stesso valore di due anni fa), gli Stati Uniti (292,2 milioni, 380 nel 2016), la Turchia (266,1, il doppio rispetto a due anni fa), la Francia (251,2 nel 2017 e 574 nel 2016), il Kenya (207,5 l'anno scorso, solo 1,8 nel 2016), la Polonia (206,4 nel 2017 e solo 28,9 due anni fa) e il Pakistan (174,1 e 97,2).Come spiega l'Agenzia delle dogane, nel 2017 il passaggio di armi ha fruttato 2,7 miliardi di euro in dazi. Non è un caso, infatti, che il 57% dei profitti arrivi da Paesi non appartenenti all'Unione europea o alla Nato (il 48% di questi proviene dai Paesi del Medioriente e del Nord Africa continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota storicamente attorno al 45% nel precedente decennio già dal 2016). Il merito è anche della globalizzazione. Il numero di Paesi che comprano armamenti made in Italy è in continua crescita, passando da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, per arrivare a 72 nel quinquennio 2011-2015. Nel 2016 abbiamo superato quota 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.Secondo lo studio, la gran parte del fatturato arriva dalla produzione vera e propria (elicotteri, aerei, sistemi di controllo e molto altro). Nel 2017 l'Italia ha esportato «materiali», come vengono definiti dall'indagine governativa, per 7,45 miliardi. A questi si devono aggiungere licenze sulle tecnologie (200 milioni), servizi (166 milioni) e ricambi (1,7 miliardi).Andando più nel dettaglio abbiamo costruito e venduto 237 caccia multiruolo Eurofighter (1,2 miliardi), 12 elicotteri Eh 101 (300 milioni), 5 caccia Tornado Al Yamamah (250 milioni), 45 velivoli multituolo Jsf (76 milioni), 41 sistemi di comando e controllo Mids (80 milioni), 94 elicotteri Nh 90 (62 milioni), 20 caccia Tornado (44 milioni) e 46 caccia multruolo Efa Al Salam (46 milioni). Questi sono solo i veicoli più significativi, ma la lista potrebbe essere ancora lunga. Ma, noi italiani, non siamo bravi solo a produrre armi. Abbiamo anche capacità nell'intermediazione sul mercato. Una vera e propria esplosione riguarda, infatti, le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1.300% a 531,8 milioni di euro dai 37,6 milioni del 2016. In poche parole si tratta delle attività legate alla negoziazione del trasferimento di beni militari, non solo da e verso l'Italia, ma anche tra Stati terzi. Praticamente, troviamo compratori per chi vuole cedere bene o servizi non più necessari oppure ne ha bisogno di nuovi.Dalle tabelle governative, per esempio, si può notare come Mbda Italia (la parte legata al nostro Paese del principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologia per la difesa) abbia richiesto licenza di intermediazione per 178 milioni circa i missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l'intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri). Lo stesso, stando al rapporto, ha fatto Leonardo per 171 milioni per i caccia Eurofighter venduti al Kuwait. Anche in questo caso, la lista è lunga. In Italia, dunque, il mercato degli armamenti appare di dimensioni importanti e ad alimentarlo ci pensa la necessità di sicurezza scaturita dai vari conflitti in giro per il mondo. In particolar modo la nostra industria bellica sembra dare una grossa mano a tutte le guerre in Medioriente (e non solo). 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Una fonte di ricavi tutt'altro che trascurabile se si dà uno sguardo alla relazione governativa sull'export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017. Per quanto riguarda gli istituti di credito che mettono a disposizione propri conti e sportelli per l'incasso dei pagamenti legati al settore degli armamenti va sottolineato che nel 2017 gli importi segnalati abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Il che significa che l'anno scorso poco meno del 50% dei ricavi dell'intero settore (10,7 miliardi di euro in totale) è passato dai conti di istituti italiani.Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è finita su conti del gruppo Unicredit. Un primato che la banca guidata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier non ha perso nemmeno nel 2016, quando fece passare sui suoi canali circa 2 miliardi legati ai proventi del settore.In seconda posizione troviamo l'exploit di Deutsche bank. Il colosso tedesco - che si distacca molto dal risultato dell'istituto di Piazza Gae Aulenti - ha visto transitare denaro per 712 milioni, decisamente di più rispetto ai 194 milioni del 2016. In terza posizione un altro grande gruppo straniero con interessi in Italia: Bnp Paribas. Anche il gruppo transalpino nel 2017 ha incrementato il fatturato legato alle armi rispetto a due anni fa. L'anno scorso il gruppo aveva visto passare denaro per 25 milioni di euro, oltre tre volte rispetto ai 74,8 milioni del 2016. Crescono pure Barclays Bank e la Banca Popolare di Sondrio. Sui conti italiani del gruppo inglese nel 2016 sono passati 174 milioni di euro, valore salito a 211 milioni nel 2017. L'istituto valtellinese ha fatto registrato un balzo significativo: dai 12,3 milioni del 2016, è passato ai 174 del 2017.Nonostante le dimensioni di un gruppo come Intesa Sanpaolo (la seconda banca del Paese), l'istituto guidato dall'amministratore delegato Carlo Messina ha visto passare sui suoi conti non molto denaro: 63,3 milioni nel 2016 e 137,2 nel 2017. La lista è ancora lunga, ma questi sono gli istituti che hanno ottenuto più ricavi dal mondo delle armi. Quello che si può notare è che in quasi tutti i casi analizzati dal governo, le banche ogni anno cercano di incrementare la quantità di denaro che passa dai loro conti legata agli armamenti. A testimonianza di quanto il settore in Italia sia in ottima forma.Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/quanto-incassa-lostato-dalle-armi-2568146681.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="raddoppia-il-mercato-tricolore-in-africa-e-la-cina-si-muove-da-partner" data-post-id="2568146681" data-published-at="1781195459" data-use-pagination="False"> Raddoppia il mercato tricolore in Africa e la Cina si muove da partner upload.wikimedia.org L'export italiano di armi in Africa ha realizzato un importantissimo salto tra il 2016 e il 2016.Se due anni fa i valori si aggiravano intorno ai 97 milioni di euro (un cifra che è rimasta stabile rispetto al decennio precedente), l'anno scorso l'importo complessivo è salito a 253 milioni, segnando una linea di demarcazione che secondo gli esperti dovrebbe aver segnato una sorta di scollinamento. I rapporti con i Paesi dell'Africa subsahariana stanno migliorando e si preparano a a sostituire le opportunità perse dopo l'attacco franco-europeo alla Libia nel 2011. Kenya, Cameroon e Angola si dimostrano le tre nazioni di riferimento, ma presto nel paniere italiano potrebbero entrare anche nazioni filofrancesi come il mali, il Niger. Fino a quattro anni fa il panorama africano era ancora cristallizzato secondo i vecchi schemi. Non a caso un articolo di Repubblica del 2014 citando il report del Stockholm International Peace Research Institute descriveva una spartizione tradizionale. I dati elaborati raccontavano che tra il 2010 e il 2014 l'89% del mercato mondiale è dominato da Stati Uniti (31%), Russia (27%), Cina (5%), Germania (5%), Francia (5%), Gran Bretagna (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Ucraina (3%) e Israele (2%): questi i dieci Paesi che detengono la quasi totalità del mercato mondiale. Nella sola Africa, in particolare nell'area nordafricana e subsahariana, un ruolo di primo piano tra il 2014 e il 2016 è stato rivestito dall'Ucraina, che ha coperto quasi 1/3 delle vendite totali dell'area, seguita da Francia, Cina e Russia (tutte con il 14%), nonché dall'Italia (con il 7%). Nella sola zona subsahariana, nell'Africa il maggior esportatore d'armi resta l'Ucraina (29%), seguita da Cina (10%) e Israele (4%). «Nell'analizzare uno tra i nuovi maggiori esportatori nel continente, si scopre che i clienti dell'Ucraina sono l'Algeria, la Repubblica Centroafricana, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, il Mali, il Marocco, il Mozambico, il Niger, la Nigeria, il Ruanda, il Sudan, la Tanzania, l'Uganda, lo Zambia, nonché un paese africano non identificato, col quale lo stato ucraino commercia in modo meno trasparente», scriveva il quotidiano Repubblica. «Un arsenale enorme di cui è possibile comprendere l'importanza strategica, motivo dello scontro in atto con la Russia di Putin, anch'essa grande acquirente delle fabbriche ucraine (nell'ultimo decennio, 264 motori, 34 aerei da trasporto, 100 missili terra-aria)».Adesso i player sono cambiati. Silenziosamente è cresciuto e il ruolo italiano e con proporzioni diverse pure quello cinese che rappresenta oggi in alcuni Paesi come Sud Sudan, Zimbabwe un reale monopolio. Si calcola che in Africa, da Alessandria a Città del Capo circolino circa 100 milioni di armi leggere. I Paesi produttori sono però soltanto 16 su 54 e i principali sono Sudafrica, Kenya, Zimbabwe ed Etiopia. Le mosse cinesi negli ultimi anni hanno virato nella direzione del cosiddetto «local content7. In pratica joint venture locali che permettono a nazioni come il mali di produrre armi leggere e munizioni direttamente in loco. È la nuova frontiera del business. Che rischia di rompere una volta per tutte gli equilibri precedenti. L'Italia dovràfare i conti con questo trend se vuole mantenere il proprio in crescita. Non è un caso se la delicata questione dell'intervento militare tricolore in Niger sia stato congelato dopo un brusco cambio di passo da parte della Francia. Secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe stata Pechino a sostenere la nostra presenza in loco in modo da aprire una nuova possibilità di collaborazione (non solo militare ma anche energetica, visto che i cinesi detengono tre importanti miniere d'uranio in Niger) che sul medio termine potrebbe anche fornire un definitivo boost al nostro export di armi.Claudio Antonelli
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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