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2018-05-14
Dall'export di armi lo Stato incassa quasi tre miliardi
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Non sarà certo il mercato più pubblicizzato e chiacchierato in Italia, ma quello delle armi per il Belpaese resta un grande affare. A dirlo è la relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90 e presentata dal sottosegretario Maria Elena Boschi alla presidenza del Consiglio il 4 aprile scorso. Secondo la relazione, nel 2017 il giro d'affari del settore è stato di 10,7 miliardi di euro. Un valore importante, anche se in calo del 35% circa rispetto all'anno precedente, quando, grazie a una maxi commessa di 28 Eurofighter per il Kuwait, il mercato aveva raggiunto i 15,6 miliardi di euro. Dominano le esportazioni, che per il nostro Paese nel 2017 hanno registrato un valore di 10,34 miliardi di euro (14,9 miliardi nel 2016). Molto inferiori, invece, le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di 386,8 milioni (712,4 nel 2016).
L'Italia si conferma quindi un grande produttore ed esportatore di armi, in grado di ottenere autorizzazioni di vendita da molti Paesi. In testa ai nostri clienti c'è il Qatar. Il piccolo Stato della penisola araba ha fruttato all'Italia nel 2017 4,2 miliardi di commesse in armamenti, in grande crescita rispetto al 2016, quando erano state di 341 milioni. Il secondo Paese in classifica è il Regno Unito, che ha garantito un fatturato di 1,5 miliardi nel 2017. Nel 2016 Sua Maestà aveva permesso commesse per 2,36 miliardi. Medaglia di bronzo alla Germania con 689,9 milioni (1 miliardi nel 2016). Seguono la Spagna (439,7 milioni, stesso valore di due anni fa), gli Stati Uniti (292,2 milioni, 380 nel 2016), la Turchia (266,1, il doppio rispetto a due anni fa), la Francia (251,2 nel 2017 e 574 nel 2016), il Kenya (207,5 l'anno scorso, solo 1,8 nel 2016), la Polonia (206,4 nel 2017 e solo 28,9 due anni fa) e il Pakistan (174,1 e 97,2).
Come spiega l'Agenzia delle dogane, nel 2017 il passaggio di armi ha fruttato 2,7 miliardi di euro in dazi. Non è un caso, infatti, che il 57% dei profitti arrivi da Paesi non appartenenti all'Unione europea o alla Nato (il 48% di questi proviene dai Paesi del Medioriente e del Nord Africa continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota storicamente attorno al 45% nel precedente decennio già dal 2016). Il merito è anche della globalizzazione. Il numero di Paesi che comprano armamenti made in Italy è in continua crescita, passando da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, per arrivare a 72 nel quinquennio 2011-2015. Nel 2016 abbiamo superato quota 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.
Secondo lo studio, la gran parte del fatturato arriva dalla produzione vera e propria (elicotteri, aerei, sistemi di controllo e molto altro). Nel 2017 l'Italia ha esportato «materiali», come vengono definiti dall'indagine governativa, per 7,45 miliardi. A questi si devono aggiungere licenze sulle tecnologie (200 milioni), servizi (166 milioni) e ricambi (1,7 miliardi).
Andando più nel dettaglio abbiamo costruito e venduto 237 caccia multiruolo Eurofighter (1,2 miliardi), 12 elicotteri Eh 101 (300 milioni), 5 caccia Tornado Al Yamamah (250 milioni), 45 velivoli multituolo Jsf (76 milioni), 41 sistemi di comando e controllo Mids (80 milioni), 94 elicotteri Nh 90 (62 milioni), 20 caccia Tornado (44 milioni) e 46 caccia multruolo Efa Al Salam (46 milioni). Questi sono solo i veicoli più significativi, ma la lista potrebbe essere ancora lunga.
Ma, noi italiani, non siamo bravi solo a produrre armi. Abbiamo anche capacità nell'intermediazione sul mercato. Una vera e propria esplosione riguarda, infatti, le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1.300% a 531,8 milioni di euro dai 37,6 milioni del 2016. In poche parole si tratta delle attività legate alla negoziazione del trasferimento di beni militari, non solo da e verso l'Italia, ma anche tra Stati terzi. Praticamente, troviamo compratori per chi vuole cedere bene o servizi non più necessari oppure ne ha bisogno di nuovi.
Dalle tabelle governative, per esempio, si può notare come Mbda Italia (la parte legata al nostro Paese del principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologia per la difesa) abbia richiesto licenza di intermediazione per 178 milioni circa i missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l'intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri). Lo stesso, stando al rapporto, ha fatto Leonardo per 171 milioni per i caccia Eurofighter venduti al Kuwait. Anche in questo caso, la lista è lunga.
In Italia, dunque, il mercato degli armamenti appare di dimensioni importanti e ad alimentarlo ci pensa la necessità di sicurezza scaturita dai vari conflitti in giro per il mondo. In particolar modo la nostra industria bellica sembra dare una grossa mano a tutte le guerre in Medioriente (e non solo).
Gianluca Baldini
Senato della Repubblica.pdf
Transazioni bancarie per 4,8 miliardi: Unicredit al primo posto
GiphySe c'è un argomento di cui le banche preferiscono non parlare sono i profitti che realizzano dall'industria bellica. Una fonte di ricavi tutt'altro che trascurabile se si dà uno sguardo alla relazione governativa sull'export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017. Per quanto riguarda gli istituti di credito che mettono a disposizione propri conti e sportelli per l'incasso dei pagamenti legati al settore degli armamenti va sottolineato che nel 2017 gli importi segnalati abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Il che significa che l'anno scorso poco meno del 50% dei ricavi dell'intero settore (10,7 miliardi di euro in totale) è passato dai conti di istituti italiani.
Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è finita su conti del gruppo Unicredit. Un primato che la banca guidata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier non ha perso nemmeno nel 2016, quando fece passare sui suoi canali circa 2 miliardi legati ai proventi del settore.
In seconda posizione troviamo l'exploit di Deutsche bank. Il colosso tedesco - che si distacca molto dal risultato dell'istituto di Piazza Gae Aulenti - ha visto transitare denaro per 712 milioni, decisamente di più rispetto ai 194 milioni del 2016. In terza posizione un altro grande gruppo straniero con interessi in Italia: Bnp Paribas. Anche il gruppo transalpino nel 2017 ha incrementato il fatturato legato alle armi rispetto a due anni fa. L'anno scorso il gruppo aveva visto passare denaro per 25 milioni di euro, oltre tre volte rispetto ai 74,8 milioni del 2016. Crescono pure Barclays Bank e la Banca Popolare di Sondrio. Sui conti italiani del gruppo inglese nel 2016 sono passati 174 milioni di euro, valore salito a 211 milioni nel 2017. L'istituto valtellinese ha fatto registrato un balzo significativo: dai 12,3 milioni del 2016, è passato ai 174 del 2017.
Nonostante le dimensioni di un gruppo come Intesa Sanpaolo (la seconda banca del Paese), l'istituto guidato dall'amministratore delegato Carlo Messina ha visto passare sui suoi conti non molto denaro: 63,3 milioni nel 2016 e 137,2 nel 2017. La lista è ancora lunga, ma questi sono gli istituti che hanno ottenuto più ricavi dal mondo delle armi. Quello che si può notare è che in quasi tutti i casi analizzati dal governo, le banche ogni anno cercano di incrementare la quantità di denaro che passa dai loro conti legata agli armamenti. A testimonianza di quanto il settore in Italia sia in ottima forma.
Gianluca Baldini
Raddoppia il mercato tricolore in Africa e la Cina si muove da partner

upload.wikimedia.org
L'export italiano di armi in Africa ha realizzato un importantissimo salto tra il 2016 e il 2016.Se due anni fa i valori si aggiravano intorno ai 97 milioni di euro (un cifra che è rimasta stabile rispetto al decennio precedente), l'anno scorso l'importo complessivo è salito a 253 milioni, segnando una linea di demarcazione che secondo gli esperti dovrebbe aver segnato una sorta di scollinamento. I rapporti con i Paesi dell'Africa subsahariana stanno migliorando e si preparano a a sostituire le opportunità perse dopo l'attacco franco-europeo alla Libia nel 2011. Kenya, Cameroon e Angola si dimostrano le tre nazioni di riferimento, ma presto nel paniere italiano potrebbero entrare anche nazioni filofrancesi come il mali, il Niger. Fino a quattro anni fa il panorama africano era ancora cristallizzato secondo i vecchi schemi. Non a caso un articolo di Repubblica del 2014 citando il report del Stockholm International Peace Research Institute descriveva una spartizione tradizionale.
I dati elaborati raccontavano che tra il 2010 e il 2014 l'89% del mercato mondiale è dominato da Stati Uniti (31%), Russia (27%), Cina (5%), Germania (5%), Francia (5%), Gran Bretagna (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Ucraina (3%) e Israele (2%): questi i dieci Paesi che detengono la quasi totalità del mercato mondiale.
Nella sola Africa, in particolare nell'area nordafricana e subsahariana, un ruolo di primo piano tra il 2014 e il 2016 è stato rivestito dall'Ucraina, che ha coperto quasi 1/3 delle vendite totali dell'area, seguita da Francia, Cina e Russia (tutte con il 14%), nonché dall'Italia (con il 7%). Nella sola zona subsahariana, nell'Africa il maggior esportatore d'armi resta l'Ucraina (29%), seguita da Cina (10%) e Israele (4%). «Nell'analizzare uno tra i nuovi maggiori esportatori nel continente, si scopre che i clienti dell'Ucraina sono l'Algeria, la Repubblica Centroafricana, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, il Mali, il Marocco, il Mozambico, il Niger, la Nigeria, il Ruanda, il Sudan, la Tanzania, l'Uganda, lo Zambia, nonché un paese africano non identificato, col quale lo stato ucraino commercia in modo meno trasparente», scriveva il quotidiano Repubblica. «Un arsenale enorme di cui è possibile comprendere l'importanza strategica, motivo dello scontro in atto con la Russia di Putin, anch'essa grande acquirente delle fabbriche ucraine (nell'ultimo decennio, 264 motori, 34 aerei da trasporto, 100 missili terra-aria)».
Adesso i player sono cambiati. Silenziosamente è cresciuto e il ruolo italiano e con proporzioni diverse pure quello cinese che rappresenta oggi in alcuni Paesi come Sud Sudan, Zimbabwe un reale monopolio.
Si calcola che in Africa, da Alessandria a Città del Capo circolino circa 100 milioni di armi leggere. I Paesi produttori sono però soltanto 16 su 54 e i principali sono Sudafrica, Kenya, Zimbabwe ed Etiopia. Le mosse cinesi negli ultimi anni hanno virato nella direzione del cosiddetto «local content7. In pratica joint venture locali che permettono a nazioni come il mali di produrre armi leggere e munizioni direttamente in loco. È la nuova frontiera del business. Che rischia di rompere una volta per tutte gli equilibri precedenti. L'Italia dovràfare i conti con questo trend se vuole mantenere il proprio in crescita. Non è un caso se la delicata questione dell'intervento militare tricolore in Niger sia stato congelato dopo un brusco cambio di passo da parte della Francia. Secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe stata Pechino a sostenere la nostra presenza in loco in modo da aprire una nuova possibilità di collaborazione (non solo militare ma anche energetica, visto che i cinesi detengono tre importanti miniere d'uranio in Niger) che sul medio termine potrebbe anche fornire un definitivo boost al nostro export di armi.
Claudio Antonelli
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Nel 2017 in diminuzione il giro d'affari degli armamenti, ma solo perchè il 2016 aveva registarto la maxi commessa da 7 miliardi al Kuwait per 28 caccia Eurofighter. Dominano le esportazioni: 10,3 miliardi (14,9 miliardi nel 2016). Inferiori le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di soli 386,8 milioni (712,4 nel 2016). Nelle casse pubbliche sono finiti in dazi oltre 2,7 miliardi di euro. Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è stata gestita da Unicredit. In seconda posizione, Deutsche bank e a seguire Bnp Paribas.Il mercato africano per l'Italia da solo vale 253 milioni. Sempre più le nazioni subsahariane dove si aprono interessi comuni con la CinaLo speciale contiene tre articoli.Non sarà certo il mercato più pubblicizzato e chiacchierato in Italia, ma quello delle armi per il Belpaese resta un grande affare. A dirlo è la relazione al Parlamento prevista dalla legge 185/90 e presentata dal sottosegretario Maria Elena Boschi alla presidenza del Consiglio il 4 aprile scorso. Secondo la relazione, nel 2017 il giro d'affari del settore è stato di 10,7 miliardi di euro. Un valore importante, anche se in calo del 35% circa rispetto all'anno precedente, quando, grazie a una maxi commessa di 28 Eurofighter per il Kuwait, il mercato aveva raggiunto i 15,6 miliardi di euro. Dominano le esportazioni, che per il nostro Paese nel 2017 hanno registrato un valore di 10,34 miliardi di euro (14,9 miliardi nel 2016). Molto inferiori, invece, le importazioni che l'anno scorso hanno raggiunto un valore di 386,8 milioni (712,4 nel 2016).L'Italia si conferma quindi un grande produttore ed esportatore di armi, in grado di ottenere autorizzazioni di vendita da molti Paesi. In testa ai nostri clienti c'è il Qatar. Il piccolo Stato della penisola araba ha fruttato all'Italia nel 2017 4,2 miliardi di commesse in armamenti, in grande crescita rispetto al 2016, quando erano state di 341 milioni. Il secondo Paese in classifica è il Regno Unito, che ha garantito un fatturato di 1,5 miliardi nel 2017. Nel 2016 Sua Maestà aveva permesso commesse per 2,36 miliardi. Medaglia di bronzo alla Germania con 689,9 milioni (1 miliardi nel 2016). Seguono la Spagna (439,7 milioni, stesso valore di due anni fa), gli Stati Uniti (292,2 milioni, 380 nel 2016), la Turchia (266,1, il doppio rispetto a due anni fa), la Francia (251,2 nel 2017 e 574 nel 2016), il Kenya (207,5 l'anno scorso, solo 1,8 nel 2016), la Polonia (206,4 nel 2017 e solo 28,9 due anni fa) e il Pakistan (174,1 e 97,2).Come spiega l'Agenzia delle dogane, nel 2017 il passaggio di armi ha fruttato 2,7 miliardi di euro in dazi. Non è un caso, infatti, che il 57% dei profitti arrivi da Paesi non appartenenti all'Unione europea o alla Nato (il 48% di questi proviene dai Paesi del Medioriente e del Nord Africa continuando una tendenza che ha visto salire significativamente tale quota storicamente attorno al 45% nel precedente decennio già dal 2016). Il merito è anche della globalizzazione. Il numero di Paesi che comprano armamenti made in Italy è in continua crescita, passando da 56 nel quinquennio 1991-95 a poco più di 60 nel quinquennio 2001-2005, per arrivare a 72 nel quinquennio 2011-2015. Nel 2016 abbiamo superato quota 80: 82 Stati nel 2016 e ben 86 nel 2017.Secondo lo studio, la gran parte del fatturato arriva dalla produzione vera e propria (elicotteri, aerei, sistemi di controllo e molto altro). Nel 2017 l'Italia ha esportato «materiali», come vengono definiti dall'indagine governativa, per 7,45 miliardi. A questi si devono aggiungere licenze sulle tecnologie (200 milioni), servizi (166 milioni) e ricambi (1,7 miliardi).Andando più nel dettaglio abbiamo costruito e venduto 237 caccia multiruolo Eurofighter (1,2 miliardi), 12 elicotteri Eh 101 (300 milioni), 5 caccia Tornado Al Yamamah (250 milioni), 45 velivoli multituolo Jsf (76 milioni), 41 sistemi di comando e controllo Mids (80 milioni), 94 elicotteri Nh 90 (62 milioni), 20 caccia Tornado (44 milioni) e 46 caccia multruolo Efa Al Salam (46 milioni). Questi sono solo i veicoli più significativi, ma la lista potrebbe essere ancora lunga. Ma, noi italiani, non siamo bravi solo a produrre armi. Abbiamo anche capacità nell'intermediazione sul mercato. Una vera e propria esplosione riguarda, infatti, le autorizzazioni alle attività di intermediazione, cresciute del 1.300% a 531,8 milioni di euro dai 37,6 milioni del 2016. In poche parole si tratta delle attività legate alla negoziazione del trasferimento di beni militari, non solo da e verso l'Italia, ma anche tra Stati terzi. Praticamente, troviamo compratori per chi vuole cedere bene o servizi non più necessari oppure ne ha bisogno di nuovi.Dalle tabelle governative, per esempio, si può notare come Mbda Italia (la parte legata al nostro Paese del principale consorzio europeo costruttore di missili e tecnologia per la difesa) abbia richiesto licenza di intermediazione per 178 milioni circa i missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l'intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri). Lo stesso, stando al rapporto, ha fatto Leonardo per 171 milioni per i caccia Eurofighter venduti al Kuwait. Anche in questo caso, la lista è lunga. In Italia, dunque, il mercato degli armamenti appare di dimensioni importanti e ad alimentarlo ci pensa la necessità di sicurezza scaturita dai vari conflitti in giro per il mondo. In particolar modo la nostra industria bellica sembra dare una grossa mano a tutte le guerre in Medioriente (e non solo). 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Una fonte di ricavi tutt'altro che trascurabile se si dà uno sguardo alla relazione governativa sull'export italiano di armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017. Per quanto riguarda gli istituti di credito che mettono a disposizione propri conti e sportelli per l'incasso dei pagamenti legati al settore degli armamenti va sottolineato che nel 2017 gli importi segnalati abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Il che significa che l'anno scorso poco meno del 50% dei ricavi dell'intero settore (10,7 miliardi di euro in totale) è passato dai conti di istituti italiani.Di tutti i soldi legati al settore transitati per le banche italiane, oltre la metà (2,8 miliardi di euro) è finita su conti del gruppo Unicredit. Un primato che la banca guidata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier non ha perso nemmeno nel 2016, quando fece passare sui suoi canali circa 2 miliardi legati ai proventi del settore.In seconda posizione troviamo l'exploit di Deutsche bank. Il colosso tedesco - che si distacca molto dal risultato dell'istituto di Piazza Gae Aulenti - ha visto transitare denaro per 712 milioni, decisamente di più rispetto ai 194 milioni del 2016. In terza posizione un altro grande gruppo straniero con interessi in Italia: Bnp Paribas. Anche il gruppo transalpino nel 2017 ha incrementato il fatturato legato alle armi rispetto a due anni fa. L'anno scorso il gruppo aveva visto passare denaro per 25 milioni di euro, oltre tre volte rispetto ai 74,8 milioni del 2016. Crescono pure Barclays Bank e la Banca Popolare di Sondrio. Sui conti italiani del gruppo inglese nel 2016 sono passati 174 milioni di euro, valore salito a 211 milioni nel 2017. L'istituto valtellinese ha fatto registrato un balzo significativo: dai 12,3 milioni del 2016, è passato ai 174 del 2017.Nonostante le dimensioni di un gruppo come Intesa Sanpaolo (la seconda banca del Paese), l'istituto guidato dall'amministratore delegato Carlo Messina ha visto passare sui suoi conti non molto denaro: 63,3 milioni nel 2016 e 137,2 nel 2017. La lista è ancora lunga, ma questi sono gli istituti che hanno ottenuto più ricavi dal mondo delle armi. Quello che si può notare è che in quasi tutti i casi analizzati dal governo, le banche ogni anno cercano di incrementare la quantità di denaro che passa dai loro conti legata agli armamenti. A testimonianza di quanto il settore in Italia sia in ottima forma.Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/quanto-incassa-lostato-dalle-armi-2568146681.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="raddoppia-il-mercato-tricolore-in-africa-e-la-cina-si-muove-da-partner" data-post-id="2568146681" data-published-at="1781289028" data-use-pagination="False"> Raddoppia il mercato tricolore in Africa e la Cina si muove da partner upload.wikimedia.org L'export italiano di armi in Africa ha realizzato un importantissimo salto tra il 2016 e il 2016.Se due anni fa i valori si aggiravano intorno ai 97 milioni di euro (un cifra che è rimasta stabile rispetto al decennio precedente), l'anno scorso l'importo complessivo è salito a 253 milioni, segnando una linea di demarcazione che secondo gli esperti dovrebbe aver segnato una sorta di scollinamento. I rapporti con i Paesi dell'Africa subsahariana stanno migliorando e si preparano a a sostituire le opportunità perse dopo l'attacco franco-europeo alla Libia nel 2011. Kenya, Cameroon e Angola si dimostrano le tre nazioni di riferimento, ma presto nel paniere italiano potrebbero entrare anche nazioni filofrancesi come il mali, il Niger. Fino a quattro anni fa il panorama africano era ancora cristallizzato secondo i vecchi schemi. Non a caso un articolo di Repubblica del 2014 citando il report del Stockholm International Peace Research Institute descriveva una spartizione tradizionale. I dati elaborati raccontavano che tra il 2010 e il 2014 l'89% del mercato mondiale è dominato da Stati Uniti (31%), Russia (27%), Cina (5%), Germania (5%), Francia (5%), Gran Bretagna (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Ucraina (3%) e Israele (2%): questi i dieci Paesi che detengono la quasi totalità del mercato mondiale. Nella sola Africa, in particolare nell'area nordafricana e subsahariana, un ruolo di primo piano tra il 2014 e il 2016 è stato rivestito dall'Ucraina, che ha coperto quasi 1/3 delle vendite totali dell'area, seguita da Francia, Cina e Russia (tutte con il 14%), nonché dall'Italia (con il 7%). Nella sola zona subsahariana, nell'Africa il maggior esportatore d'armi resta l'Ucraina (29%), seguita da Cina (10%) e Israele (4%). «Nell'analizzare uno tra i nuovi maggiori esportatori nel continente, si scopre che i clienti dell'Ucraina sono l'Algeria, la Repubblica Centroafricana, il Ciad, la Repubblica Democratica del Congo, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, il Mali, il Marocco, il Mozambico, il Niger, la Nigeria, il Ruanda, il Sudan, la Tanzania, l'Uganda, lo Zambia, nonché un paese africano non identificato, col quale lo stato ucraino commercia in modo meno trasparente», scriveva il quotidiano Repubblica. «Un arsenale enorme di cui è possibile comprendere l'importanza strategica, motivo dello scontro in atto con la Russia di Putin, anch'essa grande acquirente delle fabbriche ucraine (nell'ultimo decennio, 264 motori, 34 aerei da trasporto, 100 missili terra-aria)».Adesso i player sono cambiati. Silenziosamente è cresciuto e il ruolo italiano e con proporzioni diverse pure quello cinese che rappresenta oggi in alcuni Paesi come Sud Sudan, Zimbabwe un reale monopolio. Si calcola che in Africa, da Alessandria a Città del Capo circolino circa 100 milioni di armi leggere. I Paesi produttori sono però soltanto 16 su 54 e i principali sono Sudafrica, Kenya, Zimbabwe ed Etiopia. Le mosse cinesi negli ultimi anni hanno virato nella direzione del cosiddetto «local content7. In pratica joint venture locali che permettono a nazioni come il mali di produrre armi leggere e munizioni direttamente in loco. È la nuova frontiera del business. Che rischia di rompere una volta per tutte gli equilibri precedenti. L'Italia dovràfare i conti con questo trend se vuole mantenere il proprio in crescita. Non è un caso se la delicata questione dell'intervento militare tricolore in Niger sia stato congelato dopo un brusco cambio di passo da parte della Francia. Secondo quanto risulta alla Verità, sarebbe stata Pechino a sostenere la nostra presenza in loco in modo da aprire una nuova possibilità di collaborazione (non solo militare ma anche energetica, visto che i cinesi detengono tre importanti miniere d'uranio in Niger) che sul medio termine potrebbe anche fornire un definitivo boost al nostro export di armi.Claudio Antonelli
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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