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2019-03-17
Quando spara un bianco i mandanti si trovano
Ansa
- Per i giornali la colpa è di Steve Bannon e Matteo Salvini. Se invece l'attentatore è islamico il Corano non c'entra nulla.
- Il terrorista australiano fa il bullo in tribunale mostrando simboli suprematisti. Processo al via il 5 aprile per la strage di 49 persone. Brenton Tarrant Harrison ha colpito un santuario che in passato ha reclutato miliziani jihadisti.
Lo speciale contiene due articoli
Marine Le Pen, Giorgia Meloni e via destreggiando. Repubblica non ha dubbi: Tarrant rappresenta «l'avanguardia armata sovranista». In pratica è il braccio violento della Lega. L'attentatore neozelandese può contare sul sostegno di «una platea complice, pronta a condividere le sue idee se non addirittura portare avanti la missione di morte». Tale platea è «una comunità senza confini, unita da un unico elemento: l'intolleranza verso lo straniero». È un fronte composto da «chi crede nell'utopia di un'Europa pura che combatte l'infedele, intonando il credo “Dio, patria e famiglia"». Dunque dobbiamo supporre che tra i complici dello sparatore di ci siano pure i cattolici (e non) che si riuniranno presto a Verona per difendere la famiglia.
A motivare Tarrant, prosegue Repubblica, sono stati gli «slogan xenofobi che tengono banco nei tweet di Donald Trump e dei suoi emuli europei: l'humus che sta facendo sorgere “un'internazionale suprematista", per citare la definizione di Ezio Mauro». Forse non lo sapevate, ma esiste «una rete un tempo sotterranea che ora si scopre legittimata». Questa rete di pericolosi razzisti e terroristi «sente che le sue parole d'ordine sono le stesse di Matteo Salvini e di cento leader politici, pronti a cavalcare la paura nei confronti dello straniero per spianare la strada all'uso sempre più esteso delle armi, alla chiusura di ogni confine, alla riscoperta di un nazionalismo fuori dal tempo».
Anche al Corriere della Sera la pensano nello stesso modo. Ieri Antonio Polito ha scritto che alcune delle idee di Brenton Tarrant «sembrano appena uscite dal telegiornale della sera, sono cioè parte quotidiana del dibattito pubblico che si svolge da anni nei Paesi europei e negli Stati Uniti».
Già: chi crede che le Ong facciano servizio taxi per l'invasione è un potenziale stragista; chi sostiene la Brexit è un Tarrant sotto mentite spoglie; chi si preoccupa per l'inverno demografico europeo è chiaramente un suprematista pronto a premere il grilletto. Insomma, tutto è chiaro: ora che abbiamo trovato i veri responsabili (i sovranisti e le destre) basta eliminarli e ogni futura esplosione di violenza sarà evitata.
Continua a sorprendere, tuttavia, che gli editorialisti così lesti nel puntare il dito contro Salvini e soci non siano stati altrettanto solerti nel denunciare i mandanti - morali e materiali - del terrorismo islamico. Nelle dichiarazioni pubbliche dei leader leghisti, nei discorsi di Viktor Orbán, negli scritti di Steve Bannon, nel libro La grande sostituzione del francese Renaud Camus non compare alcun invito a imbracciare le armi e a sterminare i nemici.
Nel Corano, al contrario, si spiega più volte che gli infedeli vanno spazzati via dalla faccia della Terra. Eppure, guarda un po', collegare islam e terrorismo è proibito. Però si può dire che è colpa dei sovranisti e di Salvini se un estremista fa un macello in Nuova Zelanda. E, vedrete, non saranno in molti oggi a dire che l'islam c'entra qualcosa nella brutta storia del marocchino di Vercelli che investe la figlia in auto perché non gradisce i suoi costumi troppo occidentali. Del resto, sono pochi anche gli editorialisti che vergano articoli indignati quando a essere massacrati sono i cristiani in varie parti del mondo.
Intendiamoci: non vogliamo togliere un grammo di gravità all'abominio compiuto da Brenton Tarrant. Il punto è che qui si sta facendo il solito gioco sporco: si utilizza la strage per delegittimare un pensiero e per mettere a tacere istanze più che legittime. Porre un freno all'immigrazione, per esempio, non è un modo per alimentare l'odio, semmai è una via per contenerlo. E non si può utilizzare un bastardo che preme il grilletto per colpire chi vuole difendere - pacificamente - il proprio Paese. A differenza del mondo islamico, l'Europa ha sempre fatto i conti con i propri demoni. Ha saputo affrontare ed esaminare i Breivik, i Traini e i (pochissimi) altri violenti: li ha sempre condannati, mai giustificati, e continuerà a farlo.
Dalle nostre parti - riguardo al terrore e al razzismo (vero) - non ci sono ambiguità. Ecco perché possiamo permetterci di combattere l'immigrazione selvaggia e la sottomissione con la coscienza pulita.
Riccardo Torrescura
Il bastardo ha fatto tutto da solo. Scelta la moschea che aiutò Al Qaida
Scalzo. Tunica bianca da detenuto. Le manette alle mani e ai piedi. Sguardo fiero. Di sfida. Brenton Tarrant Harrison, 28 anni, il suprematista australiano autore della caccia al musulmano terminata in una mattanza a Christchurch, in Nuova Zelanda, ieri è stato accompagnato in tribunale. È accusato di omicidio per la strage di 49 persone, tra cui donne e bambini. Il giudice ha ordinato la detenzione cautelare provvisoria fino a quando non verrà nuovamente riportato in tribunale, il 5 aprile, per il processo. Le autorità neozelandesi, però, nel frattempo potrebbero formulare ulteriori capi di accusa. Tarrant non aveva precedenti penali, ma era ossessionato dall'idea che i musulmani stessero invadendo il mondo.
Frapposto tra lui e l'aula c'era un vetro antisfondamento. I due poliziotti che l'hanno accompagnato non l'hanno mollato per un istante. È rimasto in silenzio. Ma ha comunicato tutto con un gesto: il saluto dei suprematisti bianchi, usato anche dai troll razzisti sul Web. Lo ha fatto proprio mentre il giudice leggeva i capi d'accusa. Un Ok capovolto. Lo stesso che a partire dal 2015 è stato usato anche dai sostenitori di Donald Trump o da cospirazionisti come Milo Yiannopoulos e Mike Cernovich. Il significato del gesto starebbe nel comporre con le dita una W e una P rudimentali, ovvero le iniziali di «white power», potere bianco.
Un'altra foto ritrae Tarrant con le due mani unite e le dita intrecciate tra loro. Anche questo è un simbolo utilizzato dai suprematisti bianchi. Le interpretazioni, insomma, si sprecano. La stampa locale, ad esempio, lo ha bollato come un gesto di scherno ai fotografi.
Il suo avvocato d'ufficio non ha presentato la richiesta di libertà su cauzione. La premier neozelandese, Jacinda Ardern, ha annunciato che il governo ha innalzato al massimo il suo livello di minaccia alla sicurezza interna. La Ardern ha spiegato che l'incensurato Tarrant era in possesso di cinque armi: due fucili semiautomatici e due pistole acquistate con regolare permesso nel novembre del 2017.
Il capo della polizia, Mike Bush, invece, ha riferito che l'arsenale del suprematista era composto da armi acquistabili legalmente con una licenza di categoria A, il primo livello del porto d'armi nel Paese, tanto che non è obbligatorio dichiararne il possesso alla polizia, nonostante si possa scegliere tra oltre 2.000 modelli di pistole e fucili. Tarrant, però, aveva taroccato quelle armi aggiungendo, tra le altre cose, un caricatore più capiente (acquistabile legalmente ma separatamente), aumentando la potenza di fuoco.
La premier ha quindi promesso una pronta risposta da parte del governo e ha sottolineato che il divieto di possedere armi semiautomatiche è «senza dubbio una delle questioni» che valuterà «con effetto immediato». Si teme l'effetto emulazione. Una preoccupazione che non ha lasciato indifferente l'Italia. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che subito dopo la strage è stato attaccato dagli ultrà di sinistra per l'affermazione «l'estremismo pericoloso è quello islamico», ieri mattina ha partecipato alla riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo. Secondo fonti del Viminale nella riunione si sono discusse direttive per una «rinnovata attività di monitoraggio» che miri a evitare il rischio di emulazione e l'eventualità di ritorsioni provenienti da ambienti radicali. Le direttive sono state impartite alle forze di polizia italiane che hanno garantito massima collaborazione internazionale nell'ambito delle attività di intelligence e prevenzione. «Non sono emersi legami tra l'attentatore e l'Italia», ha detto al termine della riunione il ministro, «ma i nostri apparati di sicurezza restano vigili per monitorare la situazione. Abbiamo la fortuna di contare su forze di polizia e intelligence tra le migliori al mondo, ma non abbassiamo la guardia». Durante il briefing è stata analizzata la storia personale del terrorista Tarrant, il cui nominativo non era mai stato trattato dagli apparati di sicurezza italiani. E anche dopo un ulteriore approfondimento dei suoi contatti all'estero non sono emersi collegamenti. L'analisi era stata richiesta anche dall'intelligence neozelandase, che da ieri sta cercando di capire se dietro Tarrant ci sia una internazionale di suprematisti. Lui ha affermato di aver agito da solo. La polizia, però, è alla ricerca di collegamenti e complici. Il quotidiano britannico The Independent, citando fonti della sicurezza, sostiene che Tarrant, durante i suoi numerosi viaggi all'estero, avrebbe stabilito contatti con elementi dell'estrema destra xenofoba europea. E ipotizza che esistano relazioni piuttosto solide anche con organizzazioni attive sia in Asia sia Stati Uniti. Dei suoi presunti complici, invece, uno è stato rilasciato dopo poche ore. La posizione degli altri due fermati, anche loro senza precedenti penali e non presenti nelle watchlist sui terroristi, invece, è ancora in fase di approfondimento investigativo. Per questo motivo non sono ancora stati portati davanti al giudice. Nei siti del Paese considerati sensibili sono stati dispiegati agenti armati. Presenza massiccia della polizia anche nell'ospedale in cui sono ricoverati i feriti. Undici di loro rimangono in terapia intensiva. Tra le vittime, invece, ci sono almeno quattro palestinesi, tutti assassinati nella moschea di Al Noor. Probabilmente Tarrant ha deciso di colpire lì perché in passato erano emersi collegamenti, riportati dalla stampa locale in diversi articoli, con estremisti combattenti legati ad Al Qaida. In un servizio pubblicato da News hub, infatti, si sostiene che due di loro, poi uccisi in Yemen, si siano radicalizzati proprio nella moschea di Al Noor. Fatto sta che Tarrant è partito da lì. Dieci minuti prima dell'attacco ha inviato una mail con il Manifesto anti islamico intitolato The great replacement (La grande sostituzione) al governo neozelandese e subito dopo è entrato in scena. Il quotidiano New Zealand herald ha ricostruito che Tarrant ha inviato la mail, oltre che alla premier Ardern, anche ad altre istituzioni e ai media (sono stati calcolati circa 70 destinatari), descrivendo la strage come un fatto già accaduto.
Fabio Amendolara
Per i giornali la colpa è di Steve Bannon e Matteo Salvini. Se invece l'attentatore è islamico il Corano non c'entra nulla.Il terrorista australiano fa il bullo in tribunale mostrando simboli suprematisti. Processo al via il 5 aprile per la strage di 49 persone. Brenton Tarrant Harrison ha colpito un santuario che in passato ha reclutato miliziani jihadisti.Lo speciale contiene due articoliMarine Le Pen, Giorgia Meloni e via destreggiando. Repubblica non ha dubbi: Tarrant rappresenta «l'avanguardia armata sovranista». In pratica è il braccio violento della Lega. L'attentatore neozelandese può contare sul sostegno di «una platea complice, pronta a condividere le sue idee se non addirittura portare avanti la missione di morte». Tale platea è «una comunità senza confini, unita da un unico elemento: l'intolleranza verso lo straniero». È un fronte composto da «chi crede nell'utopia di un'Europa pura che combatte l'infedele, intonando il credo “Dio, patria e famiglia"». Dunque dobbiamo supporre che tra i complici dello sparatore di ci siano pure i cattolici (e non) che si riuniranno presto a Verona per difendere la famiglia. A motivare Tarrant, prosegue Repubblica, sono stati gli «slogan xenofobi che tengono banco nei tweet di Donald Trump e dei suoi emuli europei: l'humus che sta facendo sorgere “un'internazionale suprematista", per citare la definizione di Ezio Mauro». Forse non lo sapevate, ma esiste «una rete un tempo sotterranea che ora si scopre legittimata». Questa rete di pericolosi razzisti e terroristi «sente che le sue parole d'ordine sono le stesse di Matteo Salvini e di cento leader politici, pronti a cavalcare la paura nei confronti dello straniero per spianare la strada all'uso sempre più esteso delle armi, alla chiusura di ogni confine, alla riscoperta di un nazionalismo fuori dal tempo». Anche al Corriere della Sera la pensano nello stesso modo. Ieri Antonio Polito ha scritto che alcune delle idee di Brenton Tarrant «sembrano appena uscite dal telegiornale della sera, sono cioè parte quotidiana del dibattito pubblico che si svolge da anni nei Paesi europei e negli Stati Uniti». Già: chi crede che le Ong facciano servizio taxi per l'invasione è un potenziale stragista; chi sostiene la Brexit è un Tarrant sotto mentite spoglie; chi si preoccupa per l'inverno demografico europeo è chiaramente un suprematista pronto a premere il grilletto. Insomma, tutto è chiaro: ora che abbiamo trovato i veri responsabili (i sovranisti e le destre) basta eliminarli e ogni futura esplosione di violenza sarà evitata. Continua a sorprendere, tuttavia, che gli editorialisti così lesti nel puntare il dito contro Salvini e soci non siano stati altrettanto solerti nel denunciare i mandanti - morali e materiali - del terrorismo islamico. Nelle dichiarazioni pubbliche dei leader leghisti, nei discorsi di Viktor Orbán, negli scritti di Steve Bannon, nel libro La grande sostituzione del francese Renaud Camus non compare alcun invito a imbracciare le armi e a sterminare i nemici. Nel Corano, al contrario, si spiega più volte che gli infedeli vanno spazzati via dalla faccia della Terra. Eppure, guarda un po', collegare islam e terrorismo è proibito. Però si può dire che è colpa dei sovranisti e di Salvini se un estremista fa un macello in Nuova Zelanda. E, vedrete, non saranno in molti oggi a dire che l'islam c'entra qualcosa nella brutta storia del marocchino di Vercelli che investe la figlia in auto perché non gradisce i suoi costumi troppo occidentali. Del resto, sono pochi anche gli editorialisti che vergano articoli indignati quando a essere massacrati sono i cristiani in varie parti del mondo. Intendiamoci: non vogliamo togliere un grammo di gravità all'abominio compiuto da Brenton Tarrant. Il punto è che qui si sta facendo il solito gioco sporco: si utilizza la strage per delegittimare un pensiero e per mettere a tacere istanze più che legittime. Porre un freno all'immigrazione, per esempio, non è un modo per alimentare l'odio, semmai è una via per contenerlo. E non si può utilizzare un bastardo che preme il grilletto per colpire chi vuole difendere - pacificamente - il proprio Paese. A differenza del mondo islamico, l'Europa ha sempre fatto i conti con i propri demoni. Ha saputo affrontare ed esaminare i Breivik, i Traini e i (pochissimi) altri violenti: li ha sempre condannati, mai giustificati, e continuerà a farlo. Dalle nostre parti - riguardo al terrore e al razzismo (vero) - non ci sono ambiguità. Ecco perché possiamo permetterci di combattere l'immigrazione selvaggia e la sottomissione con la coscienza pulita. Riccardo Torrescura<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/quando-spara-un-bianco-i-mandanti-si-trovano-2631856079.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-bastardo-ha-fatto-tutto-da-solo-scelta-la-moschea-che-aiuto-al-qaida" data-post-id="2631856079" data-published-at="1778110735" data-use-pagination="False"> Il bastardo ha fatto tutto da solo. Scelta la moschea che aiutò Al Qaida Scalzo. Tunica bianca da detenuto. Le manette alle mani e ai piedi. Sguardo fiero. Di sfida. Brenton Tarrant Harrison, 28 anni, il suprematista australiano autore della caccia al musulmano terminata in una mattanza a Christchurch, in Nuova Zelanda, ieri è stato accompagnato in tribunale. È accusato di omicidio per la strage di 49 persone, tra cui donne e bambini. Il giudice ha ordinato la detenzione cautelare provvisoria fino a quando non verrà nuovamente riportato in tribunale, il 5 aprile, per il processo. Le autorità neozelandesi, però, nel frattempo potrebbero formulare ulteriori capi di accusa. Tarrant non aveva precedenti penali, ma era ossessionato dall'idea che i musulmani stessero invadendo il mondo. Frapposto tra lui e l'aula c'era un vetro antisfondamento. I due poliziotti che l'hanno accompagnato non l'hanno mollato per un istante. È rimasto in silenzio. Ma ha comunicato tutto con un gesto: il saluto dei suprematisti bianchi, usato anche dai troll razzisti sul Web. Lo ha fatto proprio mentre il giudice leggeva i capi d'accusa. Un Ok capovolto. Lo stesso che a partire dal 2015 è stato usato anche dai sostenitori di Donald Trump o da cospirazionisti come Milo Yiannopoulos e Mike Cernovich. Il significato del gesto starebbe nel comporre con le dita una W e una P rudimentali, ovvero le iniziali di «white power», potere bianco. Un'altra foto ritrae Tarrant con le due mani unite e le dita intrecciate tra loro. Anche questo è un simbolo utilizzato dai suprematisti bianchi. Le interpretazioni, insomma, si sprecano. La stampa locale, ad esempio, lo ha bollato come un gesto di scherno ai fotografi. Il suo avvocato d'ufficio non ha presentato la richiesta di libertà su cauzione. La premier neozelandese, Jacinda Ardern, ha annunciato che il governo ha innalzato al massimo il suo livello di minaccia alla sicurezza interna. La Ardern ha spiegato che l'incensurato Tarrant era in possesso di cinque armi: due fucili semiautomatici e due pistole acquistate con regolare permesso nel novembre del 2017. Il capo della polizia, Mike Bush, invece, ha riferito che l'arsenale del suprematista era composto da armi acquistabili legalmente con una licenza di categoria A, il primo livello del porto d'armi nel Paese, tanto che non è obbligatorio dichiararne il possesso alla polizia, nonostante si possa scegliere tra oltre 2.000 modelli di pistole e fucili. Tarrant, però, aveva taroccato quelle armi aggiungendo, tra le altre cose, un caricatore più capiente (acquistabile legalmente ma separatamente), aumentando la potenza di fuoco. La premier ha quindi promesso una pronta risposta da parte del governo e ha sottolineato che il divieto di possedere armi semiautomatiche è «senza dubbio una delle questioni» che valuterà «con effetto immediato». Si teme l'effetto emulazione. Una preoccupazione che non ha lasciato indifferente l'Italia. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che subito dopo la strage è stato attaccato dagli ultrà di sinistra per l'affermazione «l'estremismo pericoloso è quello islamico», ieri mattina ha partecipato alla riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo. Secondo fonti del Viminale nella riunione si sono discusse direttive per una «rinnovata attività di monitoraggio» che miri a evitare il rischio di emulazione e l'eventualità di ritorsioni provenienti da ambienti radicali. Le direttive sono state impartite alle forze di polizia italiane che hanno garantito massima collaborazione internazionale nell'ambito delle attività di intelligence e prevenzione. «Non sono emersi legami tra l'attentatore e l'Italia», ha detto al termine della riunione il ministro, «ma i nostri apparati di sicurezza restano vigili per monitorare la situazione. Abbiamo la fortuna di contare su forze di polizia e intelligence tra le migliori al mondo, ma non abbassiamo la guardia». Durante il briefing è stata analizzata la storia personale del terrorista Tarrant, il cui nominativo non era mai stato trattato dagli apparati di sicurezza italiani. E anche dopo un ulteriore approfondimento dei suoi contatti all'estero non sono emersi collegamenti. L'analisi era stata richiesta anche dall'intelligence neozelandase, che da ieri sta cercando di capire se dietro Tarrant ci sia una internazionale di suprematisti. Lui ha affermato di aver agito da solo. La polizia, però, è alla ricerca di collegamenti e complici. Il quotidiano britannico The Independent, citando fonti della sicurezza, sostiene che Tarrant, durante i suoi numerosi viaggi all'estero, avrebbe stabilito contatti con elementi dell'estrema destra xenofoba europea. E ipotizza che esistano relazioni piuttosto solide anche con organizzazioni attive sia in Asia sia Stati Uniti. Dei suoi presunti complici, invece, uno è stato rilasciato dopo poche ore. La posizione degli altri due fermati, anche loro senza precedenti penali e non presenti nelle watchlist sui terroristi, invece, è ancora in fase di approfondimento investigativo. Per questo motivo non sono ancora stati portati davanti al giudice. Nei siti del Paese considerati sensibili sono stati dispiegati agenti armati. Presenza massiccia della polizia anche nell'ospedale in cui sono ricoverati i feriti. Undici di loro rimangono in terapia intensiva. Tra le vittime, invece, ci sono almeno quattro palestinesi, tutti assassinati nella moschea di Al Noor. Probabilmente Tarrant ha deciso di colpire lì perché in passato erano emersi collegamenti, riportati dalla stampa locale in diversi articoli, con estremisti combattenti legati ad Al Qaida. In un servizio pubblicato da News hub, infatti, si sostiene che due di loro, poi uccisi in Yemen, si siano radicalizzati proprio nella moschea di Al Noor. Fatto sta che Tarrant è partito da lì. Dieci minuti prima dell'attacco ha inviato una mail con il Manifesto anti islamico intitolato The great replacement (La grande sostituzione) al governo neozelandese e subito dopo è entrato in scena. Il quotidiano New Zealand herald ha ricostruito che Tarrant ha inviato la mail, oltre che alla premier Ardern, anche ad altre istituzioni e ai media (sono stati calcolati circa 70 destinatari), descrivendo la strage come un fatto già accaduto. Fabio Amendolara
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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