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2019-05-15
Quando si tratta delle sue proprietà la Chiesa sa anche usare le ruspe
Ansa
Se lo avesse saputo, ne siamo certi, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, avrebbe indossato il costume da Batman e sarebbe volato a bordo della Batmobile a Prato, quel maledetto giorno del dicembre 2015. Avrebbe sguainato la sua spada mistica, e avrebbe convinto la curia a non sfrattare quel sessantacinquenne pensionato, povero in canna, che da quattro anni viveva in una casa nel complesso parrocchiale, dove vivono diversi sacerdoti: in cambio, svolgeva le funzioni di sacrestano. Il 15 novembre, l'uomo aveva ricevuto la lettera di un legale che, per conto appunto della curia, lo invitava a lasciare la casa entro 5 giorni. Quella lettera fu ritrovata due settimane dopo, affissa a un muro della casa dalla quale era stato sfrattato. Il suo cadavere, invece, fu ritrovato nel cortile della chiesa di San Francesco. L'uomo si era impiccato.
Sono migliaia, come potete verificare tutti attraverso una maccheronica ricerca sul Web, i casi in cui poveri cristi sono stati sfrattati da abitazioni di proprietà della Chiesa. Migliaia di casi in cui non solo la curia non si è prodigata per aiutare persone bisognose, ma le ha buttate in mezzo a una strada: è questo il punto debole di ogni argomentazione a difesa del gesto di Krajewski, che ha riallacciato di persona la corrente elettrica, togliendo i sigilli dal contatore che forniva uno stabile di Roma occupato dal 2013, dove da 6 anni non si pagava la bolletta della luce. È questa la prova lampante del fatto che la mossa di Krajewski sia stata un atto politico, o meglio ancora propagandistico, ad uso e consumo di tv e mass media.
Viene da chiedersi cosa faceva il Vaticano nel giugno 2011, mentre a Grosseto una donna di 23 anni, all'ottavo mese di gravidanza, veniva sfrattata da un albergo della curia, insieme ad altre cinque famiglie in difficoltà, a seguito della scadenza di una convenzione con i servizi sociali. La donna e suo marito, entrambi di origine egiziana e residenti da molti anni in Italia, vissero per due settimane in un'automobile. La donna perse il bambino che portava in grembo: «In queste due settimane», raccontò, sconvolto, l'uomo, «ho bussato a tutte le porte per trovare una soluzione, ho chiesto al sindaco un posto dove io e mia moglie potessimo andare fino alla nascita del bambino. Mi sono rivolto alla Società della Salute. Alla curia. Due giorni prima di essere sfrattati avevo trovato un lavoro come pizzaiolo a Marina di Grosseto, bastava aspettare e avrei avuto i soldi per pagare l'affitto di una casa. Invece nessuno ci ha aiutato. Adesso», aggiunse il povero cristo, «tutto è cambiato: mio figlio è morto e sono tutti gentili con noi».
Di persone, famiglie, strutture di assistenza, sfrattate dalla curia è piena zeppa la cronaca italiana degli ultimi anni. Ad Amalfi ancora ricordano quanto avvenne nel marzo 2015: la curia arcivescovile sfrattò il centro antidiabete «Fra Gerardo Sasso» dai locali dove aveva sede la struttura, che assisteva 400 diabetici, per fittare i locali a uno studio legale. Appelli, lettere aperte, proteste, caddero nel vuoto. Sempre nel 2015, il 4 settembre, la tranquilla quotidianità degli abitanti di Covo, paesino di 4.000 anime in provincia di Bergamo, fu sconvolta dalle urla disperate di una famiglia (padre, madre e due figli di cui uno minorenne): tentarono di opporsi allo sfratto ordinato dal «padrone di casa», ovvero la parrocchia del paese. Non ci fu nulla da fare: i carabinieri - insieme all'avvocato dei preti - forzarono la porta, entrarono, cambiarono la serratura e la famiglia finì in mezzo alla strada. Vane furono anche le manifestazioni di protesta.
Protestò, nel 2013, anche una famiglia del quartiere Materdei di Napoli, sfrattata per morosità da un appartamento di proprietà dell'Arciconfraternita dei pellegrini, strettamente legata alla curia partenopea. Salvatore Lubrano, all'epoca 52 anni, con moglie e cinque figli, espose anche uno striscione al balcone, con il quale si appellava a papa Francesco per non finire in mezzo a una strada. Niente da fare: le forze dell'ordine eseguirono lo sgombero dopo aver rimandato più volte l'esecuzione coatta, poiché l'inquilino, che risiedeva in quella casa da 40 anni, aveva minacciato di darsi fuoco.
A Lagaro, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, tutti ricordano quello che accadde 10 anni fa, quando furono sfrattate dagli immobili parrocchiali che occupavano, le scuole medie del paese. La parrocchia di Lagaro aveva dato in affitto al municipio, per l'appunto, uno stabile che ospitava le scuole. I problemi cominciarono nel 2008 quando la Chiesa chiese di portare il canone annuo da 11.000 a 22.000 euro, il doppio. Il Comune, da parte sua, propose la cifra di 16.000 euro o l'acquisto degli immobili. La Parrocchia rifiutò, e così, alla fine del 2012, insegnanti e alunni furono sfrattati.
Paradossale e clamorosa una vicenda assai più recente, accaduta a Salerno lo scorso gennaio. La «Banca degli abiti», una struttura dedita all'assistenza ai poveri e ai senzatetto, è stata sfrattata dalla sede che occupava, in alcuni dei locali della parrocchia Maria Santissima della Medaglia Miracolosa. I volontari si dedicavano a raccogliere e riutilizzare, donandoli ai bisognosi, abiti, culle, passeggini, corredini per neonati. Dopo due anni di attività, il parroco ha messo tutti alla porta. Si badi bene: più della metà delle circa 3.000 persone che avevano ricevuto assistenza da questo centro erano stranieri, immigrati in difficoltà economiche. Eppure, nonostante il tam tam sui social e sui giornali, la curia non ha mosso un dito: l'associazione che gestiva la «banca degli abiti» ha chiuso i battenti e il materiale che veniva custodito nei magazzini è stato spedito in Madagascar.
Associazioni, famiglie, organizzazioni di volontariato: non si contano i casi di immobili di proprietà della Chiesa i cui inquilini sono stati sfrattati senza complimenti, anche con l'ausilio delle forze dell'ordine, e messi in mezzo alla strada. Casi che sono finiti sui giornali locali, spesso e volentieri completamente trascurati dai media nazionali, perché «non fanno notizia». Casi veri, di esseri umani in carne ed ossa, per i quali nessuno ha dedicato neanche un centesimo dell'attenzione riservata al gesto dell'elemosiniere del Papa. Sarà forse perché, in questi casi, è stata proprio la Chiesa a non dimostrare alcun senso di carità cristiana, procedendo a sfrattare i propri inquilini senza che nessuno muovesse un dito.
«Riaprì l’acqua a una casa occupata da eritrei»
«Una volta riattivò l'acqua in uno stabile occupato da eritrei e ogni mese svariati milioni vengono utilizzati per sostenere famiglie in difficoltà». La dichiarazione, rilasciata al quotidiano Il Tempo, ha un peso specifico non indifferente, perché riporta le parole di Francesca Immacolata Chaouqui, membro della commissione di studio e indirizzo sull'organizzazione e le strutture economico amministrative del Vaticano, diventata famosa per essere rimasta coinvolta nel Vatileaks due, dal quale poi è venuta fuori senza ammaccature. È lei a ricordare anche un altro episodio con protagonista Konrad Krajewski, l'elemosiniere pontificio che ha riattivato la luce in un palazzo ex Inpdap, occupato dal 2013 a Roma, nel quartiere Esquilino, in via Santa Croce in Gerusalemme. E ricorda ancora un altro aneddoto, risalente a quattro o cinque anni fa: «Riempì un furgoncino bianco di pasta e insieme andammo a distribuirlo». Quindi la Chaouqui si pone come testimone oculare che ha partecipato all'azione. Il cardinale, insomma, sarebbe - per così dire - recidivo.
Poi, però, lei stessa cerca di giustificare il gesto di Krajewski che «per quanto benevolo rischia di creare una sorta di spiacevole incidente diplomatico».
E aggiunge: «A parte le mille polemiche sorte in queste ultime ore va comunque precisata una cosa, papa Bergoglio da subito ha mostrato la sua vicinanza ai poveri a prescindere dalle situazioni». Quindi per lei quell'azione rientrava nelle indicazioni del pontefice. «Pertanto», sostiene la Chaouqui, «l'elemosiniere pontificio, seguendo la linea del Papa, ha ritenuto necessario farlo per il bene di queste famiglie e l'ha fatto. Pur andando incontro, è vero, a possibili conseguenze d'ordine legale». Un aspetto che è difficile da giustificare. Matteo Salvini, infatti, ha commentato così l'accaduto: «Conto che dopo aver riattaccato la luce, paghi anche i 300.000 euro di bollette arretrate». La Chaouqui su questo aspetto, pur non glissando, prova a mettere una pezza: «Non bisogna creare precedenti ovviamente, soprattutto quando non c'è legalità, ma va detto che il sostegno ai poveri e ai più bisognosi va dato».
«L’elemosiniere si infuriò con me per l’aiuto a un clochard morente»
Facciamo luce sull'elemosiniere del Papa. «L'ho conosciuto in una circostanza assai triste, e non ne conservo un buon ricordo». A parlare è Francesco Marano, un volontario cattolico di 65 anni di Roma. Tra il dicembre 2013 e il gennaio 2014, Marano assiste un giovane clochard polacco di 31 anni, ridotto in fin di vita da due rapinatori. «Gli rubarono 20 euro e un giochetto elettronico», spiega l'uomo alla Verità. Janas Michal, così si chiamava, era ricoverato in condizioni disperate all'ospedale Gemelli. Il 28 dicembre 2013, «mi sono premurato di informare la segreteria particolare dell'allora arcivescovo Konrad Krajewski», oggi diventato famoso per aver riattaccato la corrente elettrica nel palazzo occupato di via di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. «L'ho fatto perché immaginavo che l'aggressione a un giovane polacco, suo connazionale, potesse interessargli. Conoscevo la sua vicinanza ai poveri e agli indigenti». I due si incontrano di lì a poco con la promessa di restare vicini allo sfortunato senzatetto. «Ero l'unico ad andare al Policlinico per sapere come stesse Michal. Solo in alcune circostanze, mi sono permesso di riferire all'anestesista di turno che anche l'elemosiniere del Papa attendeva notizie» su quel paziente. Ed è a questo punto che, stando al racconto del volontario cattolico, il futuro cardinale cambia completamente atteggiamento. «Mi accusò di aver speso il suo nome presso il reparto di terapia intensiva» per ottenere «informazioni riguardanti le condizioni di salute del povero Michal». Mi disse che «non mi sarei dovuto permettere» e «mi intimò di non fare più il suo nome in futuro». Eppure, ancora oggi si giustifica Marano, «non ho mai osato spendere il nome di nessuno in modo inappropriato e inopportuno, ma ho solo pensato di chiedere delle informazioni» su una persona che stava a cuore a entrambi. Michal smette di lottare dopo 19 giorni di agonia, e allora Marano ritorna dall'elemosiniere del Papa per organizzare i funerali e chiedere un piccolo aiuto economico per far arrivare la famiglia dalla Polonia per l'ultimo saluto al figlio. Il volontario ottiene però solo 250 euro a fronte dei 450 richiesti, perché «più di così non si poteva fare, ci dissero». Nemmeno per le esequie ci fu collaborazione da parte dell'arcivescovo, ricorda oggi l'uomo. È invece solo grazie a una funzionaria del Comune di Roma, che si attiva per istruire la pratica del cosiddetto «funerale dignitoso», che il povero clochard riesce a riposare in pace. «Era forse una vergogna che qualcuno al Policlinico Gemelli avesse osato dire che l'elemosiniere del Papa era preoccupato per le sorti del povero Michal? È forse un'onta alla sua immagine che il suo nome fosse stato associato alle sorti di un povero ragazzo polacco senzatetto morto ammazzato a Roma?», si chiede Marano. Il quale scriverà una lettera a Konrad Krajewski per raccontargli di essere «addolorato non tanto per il rimprovero tanto infondato quanto inammissibile» quanto per l'indifferenza al dolore in quella tragica storia. «Ricordo i titoloni sulla stampa, emittenti vaticane comprese, che dicevano: “L'elemosiniere del Papa celebra i funerali del barbone morto dopo l'aggressione". E nessuno che sapesse in realtà tutto quello che c'è stato prima, durante e dopo. Un funerale celebrato, almeno in quel caso, non certo grazie al suo impegno».
Si rivedranno ancora una volta, Francesco Marano e Konrad Krajewski. Sarà il caso a farli incontrare dopo un chiarimento telefonico. «Aveva ricevuto la mia lettera e mi chiese di tenerla riservata dicendosi dispiaciuto per com'erano andate le cose». A fine febbraio, aggiunge il volontario cattolico, «mi trovato in zona San Pietro per un appuntamento. Ero a Borgo Pio, lui mi pare che abiti nei paraggi». E che cosa successe? «Lo vidi entrare in un negozio di profumi e ci sono rimasto molto male, malissimo. E mi sono detto: guarda te, un uomo di Chiesa». Perché questa reazione? «L'elemosiniere del Papa ha comprato un profumo pagandolo cinque pezzi da 100 euro». Ne è sicuro, sono passati tanti anni? «Ero davanti all'entrata, ho visto le cinque banconote. Tutti potranno dire: sono fatti suoi. Come elemosiniere del Papa ha uno stipendio, quindi può spendere i soldi come vuole. E invece per me non funziona così». I due s'incrociano sull'uscio della profumeria. «Lui mi ha salutato, ma io gli ho risposto che sarebbe stato più giusto ignorarsi, da quel momento in poi. Sapevo che aveva comprato un profumo molto costoso, gliel'ho rinfacciato e lui è rimasto un po' così. Rosso in faccia».
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Le parrocchie non si fanno troppi problemi a sgomberare i loro locali: un sacrestano indigente si impiccò per la disperazione. Cacciati pure famiglie con bimbi, stranieri, associazioni benefiche e una scuola media. «Riaprì l'acqua a una casa occupata da eritrei». Francesca Immacolata Chaouqui su Konrad Krajewski: «Distribuimmo pasta, ma creare precedenti è sbagliato». «L'elemosiniere si infuriò con me per l'aiuto a un clochard morente». Un volontario: «Spesi il suo nome in ospedale per quel ragazzo, ma per lui era un'onta». Lo speciale comprende tre articoli. Se lo avesse saputo, ne siamo certi, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, avrebbe indossato il costume da Batman e sarebbe volato a bordo della Batmobile a Prato, quel maledetto giorno del dicembre 2015. Avrebbe sguainato la sua spada mistica, e avrebbe convinto la curia a non sfrattare quel sessantacinquenne pensionato, povero in canna, che da quattro anni viveva in una casa nel complesso parrocchiale, dove vivono diversi sacerdoti: in cambio, svolgeva le funzioni di sacrestano. Il 15 novembre, l'uomo aveva ricevuto la lettera di un legale che, per conto appunto della curia, lo invitava a lasciare la casa entro 5 giorni. Quella lettera fu ritrovata due settimane dopo, affissa a un muro della casa dalla quale era stato sfrattato. Il suo cadavere, invece, fu ritrovato nel cortile della chiesa di San Francesco. L'uomo si era impiccato. Sono migliaia, come potete verificare tutti attraverso una maccheronica ricerca sul Web, i casi in cui poveri cristi sono stati sfrattati da abitazioni di proprietà della Chiesa. Migliaia di casi in cui non solo la curia non si è prodigata per aiutare persone bisognose, ma le ha buttate in mezzo a una strada: è questo il punto debole di ogni argomentazione a difesa del gesto di Krajewski, che ha riallacciato di persona la corrente elettrica, togliendo i sigilli dal contatore che forniva uno stabile di Roma occupato dal 2013, dove da 6 anni non si pagava la bolletta della luce. È questa la prova lampante del fatto che la mossa di Krajewski sia stata un atto politico, o meglio ancora propagandistico, ad uso e consumo di tv e mass media. Viene da chiedersi cosa faceva il Vaticano nel giugno 2011, mentre a Grosseto una donna di 23 anni, all'ottavo mese di gravidanza, veniva sfrattata da un albergo della curia, insieme ad altre cinque famiglie in difficoltà, a seguito della scadenza di una convenzione con i servizi sociali. La donna e suo marito, entrambi di origine egiziana e residenti da molti anni in Italia, vissero per due settimane in un'automobile. La donna perse il bambino che portava in grembo: «In queste due settimane», raccontò, sconvolto, l'uomo, «ho bussato a tutte le porte per trovare una soluzione, ho chiesto al sindaco un posto dove io e mia moglie potessimo andare fino alla nascita del bambino. Mi sono rivolto alla Società della Salute. Alla curia. Due giorni prima di essere sfrattati avevo trovato un lavoro come pizzaiolo a Marina di Grosseto, bastava aspettare e avrei avuto i soldi per pagare l'affitto di una casa. Invece nessuno ci ha aiutato. Adesso», aggiunse il povero cristo, «tutto è cambiato: mio figlio è morto e sono tutti gentili con noi». Di persone, famiglie, strutture di assistenza, sfrattate dalla curia è piena zeppa la cronaca italiana degli ultimi anni. Ad Amalfi ancora ricordano quanto avvenne nel marzo 2015: la curia arcivescovile sfrattò il centro antidiabete «Fra Gerardo Sasso» dai locali dove aveva sede la struttura, che assisteva 400 diabetici, per fittare i locali a uno studio legale. Appelli, lettere aperte, proteste, caddero nel vuoto. Sempre nel 2015, il 4 settembre, la tranquilla quotidianità degli abitanti di Covo, paesino di 4.000 anime in provincia di Bergamo, fu sconvolta dalle urla disperate di una famiglia (padre, madre e due figli di cui uno minorenne): tentarono di opporsi allo sfratto ordinato dal «padrone di casa», ovvero la parrocchia del paese. Non ci fu nulla da fare: i carabinieri - insieme all'avvocato dei preti - forzarono la porta, entrarono, cambiarono la serratura e la famiglia finì in mezzo alla strada. Vane furono anche le manifestazioni di protesta. Protestò, nel 2013, anche una famiglia del quartiere Materdei di Napoli, sfrattata per morosità da un appartamento di proprietà dell'Arciconfraternita dei pellegrini, strettamente legata alla curia partenopea. Salvatore Lubrano, all'epoca 52 anni, con moglie e cinque figli, espose anche uno striscione al balcone, con il quale si appellava a papa Francesco per non finire in mezzo a una strada. Niente da fare: le forze dell'ordine eseguirono lo sgombero dopo aver rimandato più volte l'esecuzione coatta, poiché l'inquilino, che risiedeva in quella casa da 40 anni, aveva minacciato di darsi fuoco. A Lagaro, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, tutti ricordano quello che accadde 10 anni fa, quando furono sfrattate dagli immobili parrocchiali che occupavano, le scuole medie del paese. La parrocchia di Lagaro aveva dato in affitto al municipio, per l'appunto, uno stabile che ospitava le scuole. I problemi cominciarono nel 2008 quando la Chiesa chiese di portare il canone annuo da 11.000 a 22.000 euro, il doppio. Il Comune, da parte sua, propose la cifra di 16.000 euro o l'acquisto degli immobili. La Parrocchia rifiutò, e così, alla fine del 2012, insegnanti e alunni furono sfrattati. Paradossale e clamorosa una vicenda assai più recente, accaduta a Salerno lo scorso gennaio. La «Banca degli abiti», una struttura dedita all'assistenza ai poveri e ai senzatetto, è stata sfrattata dalla sede che occupava, in alcuni dei locali della parrocchia Maria Santissima della Medaglia Miracolosa. I volontari si dedicavano a raccogliere e riutilizzare, donandoli ai bisognosi, abiti, culle, passeggini, corredini per neonati. Dopo due anni di attività, il parroco ha messo tutti alla porta. Si badi bene: più della metà delle circa 3.000 persone che avevano ricevuto assistenza da questo centro erano stranieri, immigrati in difficoltà economiche. Eppure, nonostante il tam tam sui social e sui giornali, la curia non ha mosso un dito: l'associazione che gestiva la «banca degli abiti» ha chiuso i battenti e il materiale che veniva custodito nei magazzini è stato spedito in Madagascar. Associazioni, famiglie, organizzazioni di volontariato: non si contano i casi di immobili di proprietà della Chiesa i cui inquilini sono stati sfrattati senza complimenti, anche con l'ausilio delle forze dell'ordine, e messi in mezzo alla strada. Casi che sono finiti sui giornali locali, spesso e volentieri completamente trascurati dai media nazionali, perché «non fanno notizia». Casi veri, di esseri umani in carne ed ossa, per i quali nessuno ha dedicato neanche un centesimo dell'attenzione riservata al gesto dell'elemosiniere del Papa. 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La dichiarazione, rilasciata al quotidiano Il Tempo, ha un peso specifico non indifferente, perché riporta le parole di Francesca Immacolata Chaouqui, membro della commissione di studio e indirizzo sull'organizzazione e le strutture economico amministrative del Vaticano, diventata famosa per essere rimasta coinvolta nel Vatileaks due, dal quale poi è venuta fuori senza ammaccature. È lei a ricordare anche un altro episodio con protagonista Konrad Krajewski, l'elemosiniere pontificio che ha riattivato la luce in un palazzo ex Inpdap, occupato dal 2013 a Roma, nel quartiere Esquilino, in via Santa Croce in Gerusalemme. E ricorda ancora un altro aneddoto, risalente a quattro o cinque anni fa: «Riempì un furgoncino bianco di pasta e insieme andammo a distribuirlo». Quindi la Chaouqui si pone come testimone oculare che ha partecipato all'azione. Il cardinale, insomma, sarebbe - per così dire - recidivo. Poi, però, lei stessa cerca di giustificare il gesto di Krajewski che «per quanto benevolo rischia di creare una sorta di spiacevole incidente diplomatico». E aggiunge: «A parte le mille polemiche sorte in queste ultime ore va comunque precisata una cosa, papa Bergoglio da subito ha mostrato la sua vicinanza ai poveri a prescindere dalle situazioni». Quindi per lei quell'azione rientrava nelle indicazioni del pontefice. «Pertanto», sostiene la Chaouqui, «l'elemosiniere pontificio, seguendo la linea del Papa, ha ritenuto necessario farlo per il bene di queste famiglie e l'ha fatto. Pur andando incontro, è vero, a possibili conseguenze d'ordine legale». Un aspetto che è difficile da giustificare. Matteo Salvini, infatti, ha commentato così l'accaduto: «Conto che dopo aver riattaccato la luce, paghi anche i 300.000 euro di bollette arretrate». 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Tra il dicembre 2013 e il gennaio 2014, Marano assiste un giovane clochard polacco di 31 anni, ridotto in fin di vita da due rapinatori. «Gli rubarono 20 euro e un giochetto elettronico», spiega l'uomo alla Verità. Janas Michal, così si chiamava, era ricoverato in condizioni disperate all'ospedale Gemelli. Il 28 dicembre 2013, «mi sono premurato di informare la segreteria particolare dell'allora arcivescovo Konrad Krajewski», oggi diventato famoso per aver riattaccato la corrente elettrica nel palazzo occupato di via di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. «L'ho fatto perché immaginavo che l'aggressione a un giovane polacco, suo connazionale, potesse interessargli. Conoscevo la sua vicinanza ai poveri e agli indigenti». I due si incontrano di lì a poco con la promessa di restare vicini allo sfortunato senzatetto. «Ero l'unico ad andare al Policlinico per sapere come stesse Michal. Solo in alcune circostanze, mi sono permesso di riferire all'anestesista di turno che anche l'elemosiniere del Papa attendeva notizie» su quel paziente. Ed è a questo punto che, stando al racconto del volontario cattolico, il futuro cardinale cambia completamente atteggiamento. «Mi accusò di aver speso il suo nome presso il reparto di terapia intensiva» per ottenere «informazioni riguardanti le condizioni di salute del povero Michal». Mi disse che «non mi sarei dovuto permettere» e «mi intimò di non fare più il suo nome in futuro». Eppure, ancora oggi si giustifica Marano, «non ho mai osato spendere il nome di nessuno in modo inappropriato e inopportuno, ma ho solo pensato di chiedere delle informazioni» su una persona che stava a cuore a entrambi. Michal smette di lottare dopo 19 giorni di agonia, e allora Marano ritorna dall'elemosiniere del Papa per organizzare i funerali e chiedere un piccolo aiuto economico per far arrivare la famiglia dalla Polonia per l'ultimo saluto al figlio. Il volontario ottiene però solo 250 euro a fronte dei 450 richiesti, perché «più di così non si poteva fare, ci dissero». Nemmeno per le esequie ci fu collaborazione da parte dell'arcivescovo, ricorda oggi l'uomo. È invece solo grazie a una funzionaria del Comune di Roma, che si attiva per istruire la pratica del cosiddetto «funerale dignitoso», che il povero clochard riesce a riposare in pace. «Era forse una vergogna che qualcuno al Policlinico Gemelli avesse osato dire che l'elemosiniere del Papa era preoccupato per le sorti del povero Michal? È forse un'onta alla sua immagine che il suo nome fosse stato associato alle sorti di un povero ragazzo polacco senzatetto morto ammazzato a Roma?», si chiede Marano. Il quale scriverà una lettera a Konrad Krajewski per raccontargli di essere «addolorato non tanto per il rimprovero tanto infondato quanto inammissibile» quanto per l'indifferenza al dolore in quella tragica storia. «Ricordo i titoloni sulla stampa, emittenti vaticane comprese, che dicevano: “L'elemosiniere del Papa celebra i funerali del barbone morto dopo l'aggressione". E nessuno che sapesse in realtà tutto quello che c'è stato prima, durante e dopo. Un funerale celebrato, almeno in quel caso, non certo grazie al suo impegno». Si rivedranno ancora una volta, Francesco Marano e Konrad Krajewski. Sarà il caso a farli incontrare dopo un chiarimento telefonico. «Aveva ricevuto la mia lettera e mi chiese di tenerla riservata dicendosi dispiaciuto per com'erano andate le cose». A fine febbraio, aggiunge il volontario cattolico, «mi trovato in zona San Pietro per un appuntamento. Ero a Borgo Pio, lui mi pare che abiti nei paraggi». E che cosa successe? «Lo vidi entrare in un negozio di profumi e ci sono rimasto molto male, malissimo. E mi sono detto: guarda te, un uomo di Chiesa». Perché questa reazione? «L'elemosiniere del Papa ha comprato un profumo pagandolo cinque pezzi da 100 euro». Ne è sicuro, sono passati tanti anni? «Ero davanti all'entrata, ho visto le cinque banconote. Tutti potranno dire: sono fatti suoi. Come elemosiniere del Papa ha uno stipendio, quindi può spendere i soldi come vuole. E invece per me non funziona così». I due s'incrociano sull'uscio della profumeria. «Lui mi ha salutato, ma io gli ho risposto che sarebbe stato più giusto ignorarsi, da quel momento in poi. Sapevo che aveva comprato un profumo molto costoso, gliel'ho rinfacciato e lui è rimasto un po' così. Rosso in faccia».
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Arrivando a Venezia, se uno chiede dove si trova il palazzo della Biennale, la risposta è questa: Ca’ Giustinian è in fondo, a destra. Sicuri? Aveva promesso il governo quasi più longevo della Repubblica che l’egemonia culturale della sinistra sarebbe tramontata. Al netto che Gennaro Sangiuliano è stato fatto secco per aver osato toccare il fondo del cinema, è curioso che il suo successore abbia rischiato pure lui con i fili scoperti delle cineprese rosse e che, per ingaggiare una polemica, sia stato «colto» sul fatto da Repubblica che è diventata la tribuna da cui i maîtres à pensere della destra si scambiano fendenti parlando a un pubblico di sinistra.
Ad aprire il fuoco, ci si perdoni il calembour, è stato Pietrangelo Buttafuoco che è presidente della Fondazione Biennale di Venezia, il più importante evento al mondo per quel che riguarda le arti figurative, il quale da Repubblica a marzo ha annunciato: la Russia espone alla Biennale. Apriti cielo, manco fosse stato un concerto di Beatrice Venezi alla Fenice, che ci sia ognuno lo dice, nessun lo sa come faccia a stare in piedi se non becca una trentina di milioni di soldi dei contribuenti. Succede che 22 ministri dell’Ue scrivono a Giorgia Meloni: se fate arrivare i russi, contravvenite alle sanzioni contro Vladimir Putin e non solo togliamo i due milioni di contributi europei, ma vi esponiamo al ludibrio democratico. Giorgia Meloni, obbediente alla massima pas d’ennemies à gauche, chiama Alessandro Giuli e gli dice: occupatene. E Giuli che fa? Esecra Buttafuoco e, come i Bravi manzoniani, intima al suo «fratello sbagliato» - così lo ha etichettato ieri nell’intervista a Repubblica - che questa esposizione dei russi non s’ha da fare né domani né mai. E intanto gli manda gli ispettori ministeriali che proprio ieri hanno concluso il lavoro con una relazione che è un non luogo a procedere.
Buttafuoco tiene duro e risponde non solo che il padiglione è della Russia - lo ha costruito lo Zar ai Giardini di Castello, risale al 1914 ed è opera dell’architetto russo Alexej Shchusev - ma che lui non si piega alle censure. Nel frattempo scoppia un’altra grana: la giuria si rifiuta non solo di premiare artisti russi, ma anche israeliani. Tra questi ultimi, Belu-Simion Fainaru, sentendosi discriminato, denuncia e vuole un sacco di quattrini. A cinque giorni dall’apertura (la Biennale apre sabato), il pasticcio è infinito perché se Alessandro Giuli - come ha ribadito ieri a Repubblica avanzando giudizi non proprio lusinghieri sul «fratello sbagliato» Pietrangelo Buttafuoco- non va a inaugurarla, pure la giuria intera si è dimessa e i premi verranno assegnati dai visitatori, per i quali Russia e Israele sono, però, vietati. Ci sarebbe da dire che la Costituzione più bella del mondo, all’articolo 33, recita: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Ma evidentemente Bruxelles conta di più. Una parola di chiarimento l’hanno detta gli ispettori del ministero della Cultura. Nella loro relazione di sette pagine scrivono che «Nessun invito formale di partecipazione alla Federazione russa è stato inviato».
E per quanto concerne il taglio dei finanziamenti Ue e l’eventuale causa per danni da parte dell’artista israeliano, «nel bilancio 2025 - già approvato da autorità di vigilanza e ministero dell’Economia - è stata prudenzialmente iscritta a fondo rischi la quota dell’acconto ricevuto che si riferisce al 2026-2027». Gli ispettori smontano il caso delle dimissioni in blocco della giuria intervenute dopo che i giurati sono stati avvertiti «del personale rischio di esposizione al risarcimento dei danni». Particolarmente efficace è la spiegazione sui rapporti con la Russia: «La Federazione russa non è stata formalmente invitata dalla Fondazione e non ha sottoscritto il documento disciplinante la procedura di partecipazione, come anche altri Paesi titolari di padiglioni». La ragione? Non si tratta di una fiera a inviti - strano che il ministro Giuli non lo sappia - «sono gli Stati che decidono di partecipare». E in base alle sanzioni, «la Russia non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico» visitabile solo su invito.
Verrebbe da dire - citando William Shakespeare che amava Venezia - «tanto rumore per nulla» se non fosse che, su Repubblica, Giuli insiste: «Pietrangelo è l’inesorabile espressione di un ancien régime: isolazionista e borbonico, ma la fondazione lagunare non è uno Stato sovrano. Se ci avesse coinvolto nelle interlocuzioni che portava avanti coi russi, sarebbe stato un trionfo chiedere, in cambio della partecipazione alla Biennale, un cessate il fuoco con la liberazione di bambini ucraini».
A quel che pare, se non il cessate il fuoco, c’è almeno il Buttafuoco perché proprio di fianco al padiglione russo s’erge una gru con appeso un cervo: è l’installazione principe degli ucraini opera di Zhanna Kadyrova che proprio la Biennale ha chiesto di piazzare lì. Ah, sia detto per inciso: Giuli alla Biennale prima o poi ci andrà e forse farà pace col «fratello sbagliato».
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In arabo significa «porta delle lacrime» perché è lungo solo 33 chilometri, due in meno di quello di Hormuz. Incuneato tra Penisola arabica e Corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb è il secondo passaggio che l’Iran minaccia di bloccare. E mentre le trattative con gli Stati Uniti procedono a singhiozzo, il piccolo Stato dell’Eritrea, 1.200 chilometri di costa africana sul Mar Rosso davanti allo Yemen, in una posizione da sempre strategica e ambita, si trova al centro dei calcoli di Ue e Washington. Lo dimostrano gli ultimi colloqui di alti funzionari su entrambe le sponde dell’Oceano atlantico con le autorità dell’ex colonia italiana. Da trent’anni sotto la guida dello stesso presidente che sopravvive a guerre, sanzioni e isolamento internazionale.
Dopo lo scoppio della crisi di Hormuz, la Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Corno d’Africa Annette Weber, i primi di aprile è volata in Eritrea per discutere della sicurezza del Mar Rosso. Una visita non di routine visto il successivo rientro a Bruxelles. Da dove il suo staff ci dice che solo in un secondo tempo volerà tra Gibuti, Etiopia e Kenya.
Non solo. Sebbene l’Ue abbia una sede diplomatica nella capitale Asmara, la Rappresentante speciale non vi faceva visita da tempo. Con il governo eritreo allergico alle ingerenze esterne e l’Europa fedele alla politica di Washington che da vent’anni colpisce il piccolo Stato africano con dure sanzioni economiche. In primis quelle del 2009 per presunte connivenze con i jihadisti somali di Al Shabab, salvo poi ammettere, ma solo nel 2018, di non aver mai avuto prove.
Rapporti incrinatisi dopo che nei primi anni Novanta l’Eritrea era partner chiave della politica antiterrorismo americana. Poi, durante la guerra del ’98 con l’Etiopia, gli Usa come avamposto nel Corno d’Africa scelgono Addis Abeba, nei cui confronti mostreranno un occhio di riguardo. A partire dal mancato rispetto degli accordi di Algeri del 2000. L’occupazione dei confini eritrei da parte dell’Etiopia, non ancora del tutto risolta, dura fino al 2018. Nel completo silenzio della comunità internazionale. Che oggi però sembra voler cambiare rotta. Stando a quanto riporta il Wall Street Journal del 23 aprile, il consigliere senior del presidente Usa per gli affari arabi e mediorientali Massad Boulos avrebbe riferito a controparti straniere che gli Stati Uniti intenderebbero iniziare il processo di revoca delle sanzioni contro l’Eritrea. Il riferimento è a quelle per crimini contro l’umanità emesse da Joe Biden nel 2022 quando l’Eritrea scende in campo contro il Tplf, Fronte popolare di liberazione del Tigray, che a fine 2000 aveva sferrato un attacco contro il governo centrale etiope e lanciato razzi anche sulla capitale eritrea, ricevendo peraltro la condanna dell’allora segretario di Stato della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo.
Al momento si tratta di rumors ma che ne scriva il Wall Street Journal, solitamente in linea con gli orientamenti della Casa Bianca, non è da sottovalutare. Complice la crisi nel Golfo, visto che una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb, dove scorre il 12% del commercio mondiale, bloccherebbe il 25% delle forniture globali di petrolio portando il Brent oltre la soglia psicologica dei 200 dollari. Per uscire dai Paesi del Golfo, oggi l’oro nero può contare sull’oleodotto Est Ovest che attraversa l’Arabia fino a Yanbu di fronte al Sudan, ma non basta. E per potenziare le arterie, rendendo il Mar Rosso una vera alternativa, occorre lavorare alla stabilità della regione. Tema che con i disagi alla navigazione causati dagli Huthi era sul tavolo da mesi.
Non a caso, sia Boulos che la Weber, già a settembre avevano incontrato il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh a margine dell’assemblea generale Onu a New York. Passi avanti verso la riparazione delle relazioni dopo due decenni di rapporti tesi. Anche perché insieme a Gibuti, l’Eritrea è l’unico Paese del Corno d’Africa attualmente in pace. Il Sudan è al quarto anno di guerra civile, la Somalia alle prese con Al Shabaab mentre l’Etiopia è attraversata da conflitti etnici, con il primo ministro Abiy Ahmed accusato di genocidio dall’etnia Amhara e costantemente sul piede di guerra pur di procurarsi un porto sul Mar Rosso. «Legalmente, se possibile, militarmente se necessario» ha detto, minacciando in particolare Eritrea e Somalia. Poi c’è l’eccezione di Gibuti che con 8 basi militari, Usa e Cina comprese, è un hub politico-militare per le grandi potenze. Storia opposta a quella della vicina Eritrea, tra i pochi Paesi africani ad aver detto no a basi militari straniere oltre che a Fmi e Banca mondiale. Un’indipendenza pagata a caro prezzo, ma che l’ha senz’altro aiutata a dialogare con tutti, dagli Usa alla Russia, dalla Cina a Israele. E che oggi, anche grazie alle sue buone relazioni con i Paesi del Red Sea Council tra cui Sudan e Somalia, è un un asset per districarsi tra i vari attori attorno a Bab el Mandeb. In un complicato intreccio di proxy war e sponsor esterni. Spesso destabilizzanti
Come nel caso degli Emirati Arabi che nella ricerca di un presidio sul Mar Rosso hanno alimentato almeno tre aree di conflitto. Innanzitutto in Etiopia dove in cambio di petrodollari e armi ne stanno sobillando le mire espansionistiche verso le coste eritree e somale. E dove negli ultimi mesi hanno allestito un campo militare a 100 km dal Sudan. Da qui hanno supportato le Rapid Support Forces (Rfs) contro il governo di Abdel Fattah al Burhan in un conflitto sanguinoso dove le divisioni interne espongono a quelle esterne. Nel caos sudanese è entrato anche l’Iran fornendo armi e droni al governo centrale, sostenuto anche dall’Arabia Saudita, nella speranza, per ora vana, di stabilire le proprie navi a Port Sudan, sul Mar Rosso. Una strategia mossa dalla competizione con gli Emirati, non a caso colpiti da più raid di Israele, che a loro volta si sono appoggiati al porto di Berbera nella regione somala del Somaliland. Anche lì giocando un ruolo destabilizzante viste le spinte autonomiste interne alla Somalia.
Flussi di armi che non hanno risparmiato lo Yemen, fino allo scorso dicembre. Quando l’Arabia Saudita bombarda un carico di armi che dagli Emirati era indirizzato al Consiglio di Transizione del Sud (Stc), un gruppo separatista che come gli Huthi è in lotta contro il governo yemenita supportato da Riad. Un’operazione che si è conclusa con il ritiro di Abu Dhabi dallo Yemen e nella quale avrebbe giocato un ruolo cruciale proprio l’Eritrea con il suo leader Isaias Afewerki. Ospite del principe Bin Salman giusto due settimane prima. «Il presidente eritreo ci ha svegliati da una lunga ibernazione», ha detto l’analista politico saudita Mohammed Al-Habbabi, «quando ci aveva avvertito che gli Emirati stanno lentamente prendendo il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa».
Una mossa che Riad ha portato avanti non senza il tacito consenso di Washington con cui a novembre ha scongelato i rapporti dopo 7 anni di stallo diventando uno tra i suoi interlocutori più pragmatici. Quanto ai colloqui con l’Eritrea, un ruolo di facilitatore lo starebbe giocando anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha incontrato Boulos ad aprile e che con il leader eritreo ha ottimi rapporti. Specie da quando si sono incrinati quelli con l’Etiopia a causa della diga Gerd, la Grande diga del rinascimento etiope, che il Cairo considera una minaccia esistenziale.
Con le voci di un potenziale avvicinamento con Asmara, non sono mancati gli attacchi mediatici di chi come Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, al posto del dialogo ha riproposto la classica politica del «cambio di regime». L’opposto di quanto promesso da Trump già lo scorso luglio in una lettera al presidente eritreo dove esprimeva la volontà «di invertire le politiche della precedente amministrazione» e «ripristinare relazioni rispettose tra Usa ed Eritrea». Sintonia ravvisabile anche nel comune atteggiamento verso Usaid accusata da Trump di agire come un’entità politica autonoma e che l’Eritrea aveva bandito già nel 2005, preferendo alle politiche assistenziali quelle ispirate al reciproco interesse nazionale. Peraltro i medesimi principi ai quali è improntato il Piano Mattei che l’Italia sta cercando di portare avanti in Africa. Difficile ora prevedere se gli Usa decideranno davvero di riaprire il dialogo con l’Eritrea ma escluderla dai giochi, forse, non serve più agli interessi occidentali.
Qui passa il 27% del greggio per la Ue. Ma a pattugliare è quasi solo l’Italia
È la prima missione europea in quelli che vengono chiamati «hot theatres», scenari caldi e ad alto rischio. Come il tratto che va dal Mar Rosso, allo Stretto di Bab el Mandeb. Per proseguire con il Golfo di Aden, Mar Arabico fino al Golfo di Oman. Migliaia di chilometri di navigazione alla cui sicurezza sta pensando l’Europa con la missione EunavFor Aspides avviata a inizio 2024 in seguito agli attacchi degli Huthi contro le navi commerciali.Lo scorso febbraio il Consiglio dell’Ue l’ha estesa per un altro anno perché con la crisi di Hormuz mantenere la sicurezza dello stretto di Bab el Mandeb per l’Europa è cruciale visto che da qui passa il 27% delle proprie importazioni di petrolio e un terzo del commercio che intrattiene con la Cina. Dentro il Mar Rosso scorrono inoltre 17 cavi da cui dipende oltre il 90% del traffico dati tra Europa ed Asia. E poi c’è il grosso tema dei danni che il blocco dei fertilizzanti sta provocando all’Africa, con impennate di fame e povertà pronte a trasformarsi in ulteriori ondate migratorie. Ad oggi però, la missione europea nelle torride acque tra Africa e Penisola arabica appare come il plastico esempio di quello che l’Europa potrebbe essere ma ancora non è. A partire dalle navi. Troppo poche. Da mandato dovrebbero essere almeno tre ma nel 2025 la media è stata di 1,9 il che significa che in alcuni momenti, a pattugliare il mare da Suez allo Yemen, c’era solo una fregata. Spesso e volentieri italiana. «Ci siamo solo noi a garantire la sicurezza del Mar Rosso» ha recentemente sottolineato il ministro degli Esteri Antonio Tajani sollecitando una maggiore partecipazione da parte degli Stati membri.Altro bicchiere mezzo vuoto lo rappresenta la missione Atalanta, istituita dall’Ue nel 2008 per reprimere gli atti di pirateria lungo il Corno d’Africa. Per Aspides potrebbe rappresentare un prezioso supporto eppure l’Ue non ha predisposto un sistema di condivisione dei dati. Per comunicare devono affidarsi alle procedure Nato. Peraltro facendo riferimento a due quartier generali diversi; in Spagna quello di Atalanta, in Grecia quello di Aspides. Che come se non bastasse, ad oggi si sono opposti a eventuali tentativi di integrazione. Una serie di criticità che danno l’idea di come nonostante l’Europa, per una volta, potrebbe essere leader in uno scenario difficile, si trova indebolita dalle divisioni interne. Come quelle sul grande tema della difesa comune, che vede gli Stati membri divergere persino su forme di cooperazione militare europea quale è Aspides. Motivo per cui l’ipotesi di portare il quartier generale delle missioni a Bruxelles, un unico coordinamento sotto la bandiera europea che ne rafforzerebbe il peso pratico e politico, ad oggi è pura utopia.A complicare il tutto ci sono poi le difficoltà sul campo. Sia Aspides che Atalanta hanno la propria base logistica a Gibuti ma la cooperazione con i Paesi della regione è ancora troppo poca. Limitata per lo più a rapporti bilaterali tramite le delegazioni Ue. E quando le navi di Aspides devono fare scalo in qualche porto lungo il percorso, dall’Egitto all’Arabia Saudita fino all’Oman, ciò avviene principalmente tramite le bandiere nazionali di riferimento. Una situazione cui il Servizio europeo per l’azione esterna, Seae, sta cercando di ovviare tramite la costruzione di una piattaforma di coordinamento dei vari Paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Anche coinvolgendo organizzazioni regionali, in particolare Red Sea Council e Gcc, Consiglio di cooperazione del Golfo. Starebbe inoltre cercando di predisporre dei punti di contatto per Aspides in Eritrea, con programmi di supporto alla missione in termini di equipaggiamento generale e infrastrutture marittime. Nel tentativo poi di attivarli anche in Sudan, Somalia e Kenya. «Non è semplice poiché non tutti i Paesi desiderano un forte coinvolgimento dell’Ue» spiega alla Verità Marcel Roijen, responsabile del Seae per Gibuti, Eritrea, Igad, Sicurezza marittima e Mar Rosso. «I Paesi africani sono un po’ sospettosi di quello che facciamo, ci percepiscono ancora come una potenza coloniale e che le navi siano italiane, greche o francesi poco cambia. Del resto anche l’Europa ha le sue colpe perché non sempre è in grado di mettere da parte l’ideologia e capire le ragioni di chi ha di fronte», continua. «Confidiamo però che rendendosi conto che la nostra missione ha una funzione puramente difensiva, volta a garantire la sicurezza della navigazione, oggi più che mai interesse di tutti, la collaborazione con questi Paesi aumenti progressivamente». Ammesso che l’Europa decida di esserci davvero.
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Marco Rubio (Ansa)
In Vaticano, Rubio dovrebbe incontrare Leone XIV e il cardinale Pietro Parolin. Separatamente, il capo del dipartimento di Stato americano avrà dei faccia a faccia con Antonio Tajani e Guido Crosetto. Non è escluso un incontro con Giorgia Meloni. Ricordiamo che, nelle scorse settimane, Donald Trump aveva polemizzato tanto con il pontefice quanto con l’inquilina di Palazzo Chigi. L’imminente viaggio del segretario di Stato americano punta quindi, evidentemente, a ricomporre la duplice frattura. In tal senso, non è probabilmente un caso che il presidente statunitense abbia scelto proprio Rubio per questa delicata missione: oltre a essere cattolico, si tratta probabilmente della figura che, all’interno dell’attuale amministrazione di Washington, risulta meno fredda nei confronti della Nato e, più in generale, del Vecchio continente. Ricordiamo, inoltre, che, oltre a essere segretario di Stato, Rubio riveste anche l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che lo rende, insieme a JD Vance, probabilmente l’uomo più vicino a Trump in questo momento.
L’attuale presidente americano ha vinto nettamente il voto cattolico nel 2024 e sa di aver bisogno di questo elettorato in vista delle Midterm di novembre. In prospettiva, tale voto sarà decisivo anche per le presidenziali del 2028. Sotto questo aspetto, non è un mistero che Rubio e Vance, entrambi cattolici, puntino alla nomination del Partito repubblicano. Senza dimenticare che, entrando in rotta di collisione con Leone, Trump rischia di rafforzare indirettamente quei settori filocinesi della Chiesa che uscirono sconfitti dal conclave dell’anno scorso. Dall’altra parte, è vero che la Casa Bianca è ai ferri corti con i vescovi statunitensi su varie questioni: dall’immigrazione alla guerra in Iran. Tuttavia, è anche vero che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dei cattolici americani per Trump sarebbe aumentato da marzo ad aprile. Inoltre, fin quando non si libererà della sua ala woke, il Partito democratico statunitense farà fatica a recuperare terreno tra i fedeli alla Chiesa di Roma. Al di là delle sue politiche energicamente abortiste, l’amministrazione Biden usò l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti e gli stessi attivisti pro-life.
Veniamo, poi, al rapporto con il governo Meloni. Trump sa che la sponda con l’attuale inquilina di Palazzo Chigi gli è stata necessaria per arginare quei leader europei che, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, volevano (e vogliono ancora) imprimere a Bruxelles una svolta filocinese. Al contempo, la forza della Meloni sul piano internazionale è sempre stata in gran parte dovuta al suo stretto rapporto con gli Usa: rapporto che il premier aveva costruito già ai tempi di Joe Biden. La rottura tra Roma e Washington, significativamente celebrata da ampi settori del campo largo, è un regalo alla Francia di Macron. E questo non è certo un bene per gli interessi italiani. Tra l’altro, è indicativo che Rubio si appresti a venire nel nostro Paese proprio mentre si acuiscono le fibrillazioni tra Trump e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz.
Chiaramente la doppia ricucitura con la Santa Sede e Palazzo Chigi passerà anche da come si evolverà la crisi iraniana: uno scenario di guerra che, notoriamente, è stata alla base della rottura del presidente americano sia con Leone sia con la Meloni. Al momento, la diplomazia sembra attraversare un momento di difficoltà: Trump ha esaminato la nuova proposta iraniana e ha dichiarato di ritenerla «inaccettabile» e non ha escluso una ripresa degli attacchi, qualora gli ayatollah «si comportino male». Nel frattempo, Washington mantiene in vigore il blocco navale ai porti iraniani come strumento di pressione negoziale. «Stiamo soffocando il regime», ha detto, a tal proposito, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
Come che sia, secondo Al Jazeera, il piano iraniano prevedrebbe una prima fase, in cui, il cessate il fuoco si trasformerebbe in una pace permanente nel giro di 30 giorni. Frattanto, lo Stretto di Hormuz verrebbe gradualmente riaperto, mentre gli Usa rinuncerebbero allo sbarramento navale. Nella seconda fase, la Repubblica islamica congelerebbe l’arricchimento dell’uranio per un massimo di 15 anni, riprendendolo poi a un tasso del 3,6%. Il regime khomeinista manterrebbe gli impianti atomici, ma si impegnerebbe a ridurre gradualmente le proprie scorte di uranio arricchito. Washington, dal canto suo, sbloccherebbe man mano i fondi iraniani congelati e revocherebbe le sanzioni sulla base dei progressi in ambito nucleare. La terza fase, infine, vedrebbe l’avvio di un dialogo strategico tra Teheran e i Paesi arabi.
Ieri sera, l’Iran ha reso noto di aver ricevuto la risposta statunitense alla propria proposta. Solo i prossimi giorni ci diranno se il processo diplomatico tra americani e iraniani riuscirà a essere rilanciato.
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