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2019-05-15
Quando si tratta delle sue proprietà la Chiesa sa anche usare le ruspe
Ansa
Se lo avesse saputo, ne siamo certi, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, avrebbe indossato il costume da Batman e sarebbe volato a bordo della Batmobile a Prato, quel maledetto giorno del dicembre 2015. Avrebbe sguainato la sua spada mistica, e avrebbe convinto la curia a non sfrattare quel sessantacinquenne pensionato, povero in canna, che da quattro anni viveva in una casa nel complesso parrocchiale, dove vivono diversi sacerdoti: in cambio, svolgeva le funzioni di sacrestano. Il 15 novembre, l'uomo aveva ricevuto la lettera di un legale che, per conto appunto della curia, lo invitava a lasciare la casa entro 5 giorni. Quella lettera fu ritrovata due settimane dopo, affissa a un muro della casa dalla quale era stato sfrattato. Il suo cadavere, invece, fu ritrovato nel cortile della chiesa di San Francesco. L'uomo si era impiccato.
Sono migliaia, come potete verificare tutti attraverso una maccheronica ricerca sul Web, i casi in cui poveri cristi sono stati sfrattati da abitazioni di proprietà della Chiesa. Migliaia di casi in cui non solo la curia non si è prodigata per aiutare persone bisognose, ma le ha buttate in mezzo a una strada: è questo il punto debole di ogni argomentazione a difesa del gesto di Krajewski, che ha riallacciato di persona la corrente elettrica, togliendo i sigilli dal contatore che forniva uno stabile di Roma occupato dal 2013, dove da 6 anni non si pagava la bolletta della luce. È questa la prova lampante del fatto che la mossa di Krajewski sia stata un atto politico, o meglio ancora propagandistico, ad uso e consumo di tv e mass media.
Viene da chiedersi cosa faceva il Vaticano nel giugno 2011, mentre a Grosseto una donna di 23 anni, all'ottavo mese di gravidanza, veniva sfrattata da un albergo della curia, insieme ad altre cinque famiglie in difficoltà, a seguito della scadenza di una convenzione con i servizi sociali. La donna e suo marito, entrambi di origine egiziana e residenti da molti anni in Italia, vissero per due settimane in un'automobile. La donna perse il bambino che portava in grembo: «In queste due settimane», raccontò, sconvolto, l'uomo, «ho bussato a tutte le porte per trovare una soluzione, ho chiesto al sindaco un posto dove io e mia moglie potessimo andare fino alla nascita del bambino. Mi sono rivolto alla Società della Salute. Alla curia. Due giorni prima di essere sfrattati avevo trovato un lavoro come pizzaiolo a Marina di Grosseto, bastava aspettare e avrei avuto i soldi per pagare l'affitto di una casa. Invece nessuno ci ha aiutato. Adesso», aggiunse il povero cristo, «tutto è cambiato: mio figlio è morto e sono tutti gentili con noi».
Di persone, famiglie, strutture di assistenza, sfrattate dalla curia è piena zeppa la cronaca italiana degli ultimi anni. Ad Amalfi ancora ricordano quanto avvenne nel marzo 2015: la curia arcivescovile sfrattò il centro antidiabete «Fra Gerardo Sasso» dai locali dove aveva sede la struttura, che assisteva 400 diabetici, per fittare i locali a uno studio legale. Appelli, lettere aperte, proteste, caddero nel vuoto. Sempre nel 2015, il 4 settembre, la tranquilla quotidianità degli abitanti di Covo, paesino di 4.000 anime in provincia di Bergamo, fu sconvolta dalle urla disperate di una famiglia (padre, madre e due figli di cui uno minorenne): tentarono di opporsi allo sfratto ordinato dal «padrone di casa», ovvero la parrocchia del paese. Non ci fu nulla da fare: i carabinieri - insieme all'avvocato dei preti - forzarono la porta, entrarono, cambiarono la serratura e la famiglia finì in mezzo alla strada. Vane furono anche le manifestazioni di protesta.
Protestò, nel 2013, anche una famiglia del quartiere Materdei di Napoli, sfrattata per morosità da un appartamento di proprietà dell'Arciconfraternita dei pellegrini, strettamente legata alla curia partenopea. Salvatore Lubrano, all'epoca 52 anni, con moglie e cinque figli, espose anche uno striscione al balcone, con il quale si appellava a papa Francesco per non finire in mezzo a una strada. Niente da fare: le forze dell'ordine eseguirono lo sgombero dopo aver rimandato più volte l'esecuzione coatta, poiché l'inquilino, che risiedeva in quella casa da 40 anni, aveva minacciato di darsi fuoco.
A Lagaro, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, tutti ricordano quello che accadde 10 anni fa, quando furono sfrattate dagli immobili parrocchiali che occupavano, le scuole medie del paese. La parrocchia di Lagaro aveva dato in affitto al municipio, per l'appunto, uno stabile che ospitava le scuole. I problemi cominciarono nel 2008 quando la Chiesa chiese di portare il canone annuo da 11.000 a 22.000 euro, il doppio. Il Comune, da parte sua, propose la cifra di 16.000 euro o l'acquisto degli immobili. La Parrocchia rifiutò, e così, alla fine del 2012, insegnanti e alunni furono sfrattati.
Paradossale e clamorosa una vicenda assai più recente, accaduta a Salerno lo scorso gennaio. La «Banca degli abiti», una struttura dedita all'assistenza ai poveri e ai senzatetto, è stata sfrattata dalla sede che occupava, in alcuni dei locali della parrocchia Maria Santissima della Medaglia Miracolosa. I volontari si dedicavano a raccogliere e riutilizzare, donandoli ai bisognosi, abiti, culle, passeggini, corredini per neonati. Dopo due anni di attività, il parroco ha messo tutti alla porta. Si badi bene: più della metà delle circa 3.000 persone che avevano ricevuto assistenza da questo centro erano stranieri, immigrati in difficoltà economiche. Eppure, nonostante il tam tam sui social e sui giornali, la curia non ha mosso un dito: l'associazione che gestiva la «banca degli abiti» ha chiuso i battenti e il materiale che veniva custodito nei magazzini è stato spedito in Madagascar.
Associazioni, famiglie, organizzazioni di volontariato: non si contano i casi di immobili di proprietà della Chiesa i cui inquilini sono stati sfrattati senza complimenti, anche con l'ausilio delle forze dell'ordine, e messi in mezzo alla strada. Casi che sono finiti sui giornali locali, spesso e volentieri completamente trascurati dai media nazionali, perché «non fanno notizia». Casi veri, di esseri umani in carne ed ossa, per i quali nessuno ha dedicato neanche un centesimo dell'attenzione riservata al gesto dell'elemosiniere del Papa. Sarà forse perché, in questi casi, è stata proprio la Chiesa a non dimostrare alcun senso di carità cristiana, procedendo a sfrattare i propri inquilini senza che nessuno muovesse un dito.
«Riaprì l’acqua a una casa occupata da eritrei»
«Una volta riattivò l'acqua in uno stabile occupato da eritrei e ogni mese svariati milioni vengono utilizzati per sostenere famiglie in difficoltà». La dichiarazione, rilasciata al quotidiano Il Tempo, ha un peso specifico non indifferente, perché riporta le parole di Francesca Immacolata Chaouqui, membro della commissione di studio e indirizzo sull'organizzazione e le strutture economico amministrative del Vaticano, diventata famosa per essere rimasta coinvolta nel Vatileaks due, dal quale poi è venuta fuori senza ammaccature. È lei a ricordare anche un altro episodio con protagonista Konrad Krajewski, l'elemosiniere pontificio che ha riattivato la luce in un palazzo ex Inpdap, occupato dal 2013 a Roma, nel quartiere Esquilino, in via Santa Croce in Gerusalemme. E ricorda ancora un altro aneddoto, risalente a quattro o cinque anni fa: «Riempì un furgoncino bianco di pasta e insieme andammo a distribuirlo». Quindi la Chaouqui si pone come testimone oculare che ha partecipato all'azione. Il cardinale, insomma, sarebbe - per così dire - recidivo.
Poi, però, lei stessa cerca di giustificare il gesto di Krajewski che «per quanto benevolo rischia di creare una sorta di spiacevole incidente diplomatico».
E aggiunge: «A parte le mille polemiche sorte in queste ultime ore va comunque precisata una cosa, papa Bergoglio da subito ha mostrato la sua vicinanza ai poveri a prescindere dalle situazioni». Quindi per lei quell'azione rientrava nelle indicazioni del pontefice. «Pertanto», sostiene la Chaouqui, «l'elemosiniere pontificio, seguendo la linea del Papa, ha ritenuto necessario farlo per il bene di queste famiglie e l'ha fatto. Pur andando incontro, è vero, a possibili conseguenze d'ordine legale». Un aspetto che è difficile da giustificare. Matteo Salvini, infatti, ha commentato così l'accaduto: «Conto che dopo aver riattaccato la luce, paghi anche i 300.000 euro di bollette arretrate». La Chaouqui su questo aspetto, pur non glissando, prova a mettere una pezza: «Non bisogna creare precedenti ovviamente, soprattutto quando non c'è legalità, ma va detto che il sostegno ai poveri e ai più bisognosi va dato».
«L’elemosiniere si infuriò con me per l’aiuto a un clochard morente»
Facciamo luce sull'elemosiniere del Papa. «L'ho conosciuto in una circostanza assai triste, e non ne conservo un buon ricordo». A parlare è Francesco Marano, un volontario cattolico di 65 anni di Roma. Tra il dicembre 2013 e il gennaio 2014, Marano assiste un giovane clochard polacco di 31 anni, ridotto in fin di vita da due rapinatori. «Gli rubarono 20 euro e un giochetto elettronico», spiega l'uomo alla Verità. Janas Michal, così si chiamava, era ricoverato in condizioni disperate all'ospedale Gemelli. Il 28 dicembre 2013, «mi sono premurato di informare la segreteria particolare dell'allora arcivescovo Konrad Krajewski», oggi diventato famoso per aver riattaccato la corrente elettrica nel palazzo occupato di via di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. «L'ho fatto perché immaginavo che l'aggressione a un giovane polacco, suo connazionale, potesse interessargli. Conoscevo la sua vicinanza ai poveri e agli indigenti». I due si incontrano di lì a poco con la promessa di restare vicini allo sfortunato senzatetto. «Ero l'unico ad andare al Policlinico per sapere come stesse Michal. Solo in alcune circostanze, mi sono permesso di riferire all'anestesista di turno che anche l'elemosiniere del Papa attendeva notizie» su quel paziente. Ed è a questo punto che, stando al racconto del volontario cattolico, il futuro cardinale cambia completamente atteggiamento. «Mi accusò di aver speso il suo nome presso il reparto di terapia intensiva» per ottenere «informazioni riguardanti le condizioni di salute del povero Michal». Mi disse che «non mi sarei dovuto permettere» e «mi intimò di non fare più il suo nome in futuro». Eppure, ancora oggi si giustifica Marano, «non ho mai osato spendere il nome di nessuno in modo inappropriato e inopportuno, ma ho solo pensato di chiedere delle informazioni» su una persona che stava a cuore a entrambi. Michal smette di lottare dopo 19 giorni di agonia, e allora Marano ritorna dall'elemosiniere del Papa per organizzare i funerali e chiedere un piccolo aiuto economico per far arrivare la famiglia dalla Polonia per l'ultimo saluto al figlio. Il volontario ottiene però solo 250 euro a fronte dei 450 richiesti, perché «più di così non si poteva fare, ci dissero». Nemmeno per le esequie ci fu collaborazione da parte dell'arcivescovo, ricorda oggi l'uomo. È invece solo grazie a una funzionaria del Comune di Roma, che si attiva per istruire la pratica del cosiddetto «funerale dignitoso», che il povero clochard riesce a riposare in pace. «Era forse una vergogna che qualcuno al Policlinico Gemelli avesse osato dire che l'elemosiniere del Papa era preoccupato per le sorti del povero Michal? È forse un'onta alla sua immagine che il suo nome fosse stato associato alle sorti di un povero ragazzo polacco senzatetto morto ammazzato a Roma?», si chiede Marano. Il quale scriverà una lettera a Konrad Krajewski per raccontargli di essere «addolorato non tanto per il rimprovero tanto infondato quanto inammissibile» quanto per l'indifferenza al dolore in quella tragica storia. «Ricordo i titoloni sulla stampa, emittenti vaticane comprese, che dicevano: “L'elemosiniere del Papa celebra i funerali del barbone morto dopo l'aggressione". E nessuno che sapesse in realtà tutto quello che c'è stato prima, durante e dopo. Un funerale celebrato, almeno in quel caso, non certo grazie al suo impegno».
Si rivedranno ancora una volta, Francesco Marano e Konrad Krajewski. Sarà il caso a farli incontrare dopo un chiarimento telefonico. «Aveva ricevuto la mia lettera e mi chiese di tenerla riservata dicendosi dispiaciuto per com'erano andate le cose». A fine febbraio, aggiunge il volontario cattolico, «mi trovato in zona San Pietro per un appuntamento. Ero a Borgo Pio, lui mi pare che abiti nei paraggi». E che cosa successe? «Lo vidi entrare in un negozio di profumi e ci sono rimasto molto male, malissimo. E mi sono detto: guarda te, un uomo di Chiesa». Perché questa reazione? «L'elemosiniere del Papa ha comprato un profumo pagandolo cinque pezzi da 100 euro». Ne è sicuro, sono passati tanti anni? «Ero davanti all'entrata, ho visto le cinque banconote. Tutti potranno dire: sono fatti suoi. Come elemosiniere del Papa ha uno stipendio, quindi può spendere i soldi come vuole. E invece per me non funziona così». I due s'incrociano sull'uscio della profumeria. «Lui mi ha salutato, ma io gli ho risposto che sarebbe stato più giusto ignorarsi, da quel momento in poi. Sapevo che aveva comprato un profumo molto costoso, gliel'ho rinfacciato e lui è rimasto un po' così. Rosso in faccia».
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Le parrocchie non si fanno troppi problemi a sgomberare i loro locali: un sacrestano indigente si impiccò per la disperazione. Cacciati pure famiglie con bimbi, stranieri, associazioni benefiche e una scuola media. «Riaprì l'acqua a una casa occupata da eritrei». Francesca Immacolata Chaouqui su Konrad Krajewski: «Distribuimmo pasta, ma creare precedenti è sbagliato». «L'elemosiniere si infuriò con me per l'aiuto a un clochard morente». Un volontario: «Spesi il suo nome in ospedale per quel ragazzo, ma per lui era un'onta». Lo speciale comprende tre articoli. Se lo avesse saputo, ne siamo certi, il cardinale Konrad Krajewski, l'elemosiniere del Papa, avrebbe indossato il costume da Batman e sarebbe volato a bordo della Batmobile a Prato, quel maledetto giorno del dicembre 2015. Avrebbe sguainato la sua spada mistica, e avrebbe convinto la curia a non sfrattare quel sessantacinquenne pensionato, povero in canna, che da quattro anni viveva in una casa nel complesso parrocchiale, dove vivono diversi sacerdoti: in cambio, svolgeva le funzioni di sacrestano. Il 15 novembre, l'uomo aveva ricevuto la lettera di un legale che, per conto appunto della curia, lo invitava a lasciare la casa entro 5 giorni. Quella lettera fu ritrovata due settimane dopo, affissa a un muro della casa dalla quale era stato sfrattato. Il suo cadavere, invece, fu ritrovato nel cortile della chiesa di San Francesco. L'uomo si era impiccato. Sono migliaia, come potete verificare tutti attraverso una maccheronica ricerca sul Web, i casi in cui poveri cristi sono stati sfrattati da abitazioni di proprietà della Chiesa. Migliaia di casi in cui non solo la curia non si è prodigata per aiutare persone bisognose, ma le ha buttate in mezzo a una strada: è questo il punto debole di ogni argomentazione a difesa del gesto di Krajewski, che ha riallacciato di persona la corrente elettrica, togliendo i sigilli dal contatore che forniva uno stabile di Roma occupato dal 2013, dove da 6 anni non si pagava la bolletta della luce. È questa la prova lampante del fatto che la mossa di Krajewski sia stata un atto politico, o meglio ancora propagandistico, ad uso e consumo di tv e mass media. Viene da chiedersi cosa faceva il Vaticano nel giugno 2011, mentre a Grosseto una donna di 23 anni, all'ottavo mese di gravidanza, veniva sfrattata da un albergo della curia, insieme ad altre cinque famiglie in difficoltà, a seguito della scadenza di una convenzione con i servizi sociali. La donna e suo marito, entrambi di origine egiziana e residenti da molti anni in Italia, vissero per due settimane in un'automobile. La donna perse il bambino che portava in grembo: «In queste due settimane», raccontò, sconvolto, l'uomo, «ho bussato a tutte le porte per trovare una soluzione, ho chiesto al sindaco un posto dove io e mia moglie potessimo andare fino alla nascita del bambino. Mi sono rivolto alla Società della Salute. Alla curia. Due giorni prima di essere sfrattati avevo trovato un lavoro come pizzaiolo a Marina di Grosseto, bastava aspettare e avrei avuto i soldi per pagare l'affitto di una casa. Invece nessuno ci ha aiutato. Adesso», aggiunse il povero cristo, «tutto è cambiato: mio figlio è morto e sono tutti gentili con noi». Di persone, famiglie, strutture di assistenza, sfrattate dalla curia è piena zeppa la cronaca italiana degli ultimi anni. Ad Amalfi ancora ricordano quanto avvenne nel marzo 2015: la curia arcivescovile sfrattò il centro antidiabete «Fra Gerardo Sasso» dai locali dove aveva sede la struttura, che assisteva 400 diabetici, per fittare i locali a uno studio legale. Appelli, lettere aperte, proteste, caddero nel vuoto. Sempre nel 2015, il 4 settembre, la tranquilla quotidianità degli abitanti di Covo, paesino di 4.000 anime in provincia di Bergamo, fu sconvolta dalle urla disperate di una famiglia (padre, madre e due figli di cui uno minorenne): tentarono di opporsi allo sfratto ordinato dal «padrone di casa», ovvero la parrocchia del paese. Non ci fu nulla da fare: i carabinieri - insieme all'avvocato dei preti - forzarono la porta, entrarono, cambiarono la serratura e la famiglia finì in mezzo alla strada. Vane furono anche le manifestazioni di protesta. Protestò, nel 2013, anche una famiglia del quartiere Materdei di Napoli, sfrattata per morosità da un appartamento di proprietà dell'Arciconfraternita dei pellegrini, strettamente legata alla curia partenopea. Salvatore Lubrano, all'epoca 52 anni, con moglie e cinque figli, espose anche uno striscione al balcone, con il quale si appellava a papa Francesco per non finire in mezzo a una strada. Niente da fare: le forze dell'ordine eseguirono lo sgombero dopo aver rimandato più volte l'esecuzione coatta, poiché l'inquilino, che risiedeva in quella casa da 40 anni, aveva minacciato di darsi fuoco. A Lagaro, frazione del comune di Castiglione dei Pepoli, in provincia di Bologna, tutti ricordano quello che accadde 10 anni fa, quando furono sfrattate dagli immobili parrocchiali che occupavano, le scuole medie del paese. La parrocchia di Lagaro aveva dato in affitto al municipio, per l'appunto, uno stabile che ospitava le scuole. I problemi cominciarono nel 2008 quando la Chiesa chiese di portare il canone annuo da 11.000 a 22.000 euro, il doppio. Il Comune, da parte sua, propose la cifra di 16.000 euro o l'acquisto degli immobili. La Parrocchia rifiutò, e così, alla fine del 2012, insegnanti e alunni furono sfrattati. Paradossale e clamorosa una vicenda assai più recente, accaduta a Salerno lo scorso gennaio. La «Banca degli abiti», una struttura dedita all'assistenza ai poveri e ai senzatetto, è stata sfrattata dalla sede che occupava, in alcuni dei locali della parrocchia Maria Santissima della Medaglia Miracolosa. I volontari si dedicavano a raccogliere e riutilizzare, donandoli ai bisognosi, abiti, culle, passeggini, corredini per neonati. Dopo due anni di attività, il parroco ha messo tutti alla porta. Si badi bene: più della metà delle circa 3.000 persone che avevano ricevuto assistenza da questo centro erano stranieri, immigrati in difficoltà economiche. Eppure, nonostante il tam tam sui social e sui giornali, la curia non ha mosso un dito: l'associazione che gestiva la «banca degli abiti» ha chiuso i battenti e il materiale che veniva custodito nei magazzini è stato spedito in Madagascar. Associazioni, famiglie, organizzazioni di volontariato: non si contano i casi di immobili di proprietà della Chiesa i cui inquilini sono stati sfrattati senza complimenti, anche con l'ausilio delle forze dell'ordine, e messi in mezzo alla strada. Casi che sono finiti sui giornali locali, spesso e volentieri completamente trascurati dai media nazionali, perché «non fanno notizia». Casi veri, di esseri umani in carne ed ossa, per i quali nessuno ha dedicato neanche un centesimo dell'attenzione riservata al gesto dell'elemosiniere del Papa. 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Poi, però, lei stessa cerca di giustificare il gesto di Krajewski che «per quanto benevolo rischia di creare una sorta di spiacevole incidente diplomatico». E aggiunge: «A parte le mille polemiche sorte in queste ultime ore va comunque precisata una cosa, papa Bergoglio da subito ha mostrato la sua vicinanza ai poveri a prescindere dalle situazioni». Quindi per lei quell'azione rientrava nelle indicazioni del pontefice. «Pertanto», sostiene la Chaouqui, «l'elemosiniere pontificio, seguendo la linea del Papa, ha ritenuto necessario farlo per il bene di queste famiglie e l'ha fatto. Pur andando incontro, è vero, a possibili conseguenze d'ordine legale». Un aspetto che è difficile da giustificare. Matteo Salvini, infatti, ha commentato così l'accaduto: «Conto che dopo aver riattaccato la luce, paghi anche i 300.000 euro di bollette arretrate». 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Tra il dicembre 2013 e il gennaio 2014, Marano assiste un giovane clochard polacco di 31 anni, ridotto in fin di vita da due rapinatori. «Gli rubarono 20 euro e un giochetto elettronico», spiega l'uomo alla Verità. Janas Michal, così si chiamava, era ricoverato in condizioni disperate all'ospedale Gemelli. Il 28 dicembre 2013, «mi sono premurato di informare la segreteria particolare dell'allora arcivescovo Konrad Krajewski», oggi diventato famoso per aver riattaccato la corrente elettrica nel palazzo occupato di via di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma. «L'ho fatto perché immaginavo che l'aggressione a un giovane polacco, suo connazionale, potesse interessargli. Conoscevo la sua vicinanza ai poveri e agli indigenti». I due si incontrano di lì a poco con la promessa di restare vicini allo sfortunato senzatetto. «Ero l'unico ad andare al Policlinico per sapere come stesse Michal. Solo in alcune circostanze, mi sono permesso di riferire all'anestesista di turno che anche l'elemosiniere del Papa attendeva notizie» su quel paziente. Ed è a questo punto che, stando al racconto del volontario cattolico, il futuro cardinale cambia completamente atteggiamento. «Mi accusò di aver speso il suo nome presso il reparto di terapia intensiva» per ottenere «informazioni riguardanti le condizioni di salute del povero Michal». Mi disse che «non mi sarei dovuto permettere» e «mi intimò di non fare più il suo nome in futuro». Eppure, ancora oggi si giustifica Marano, «non ho mai osato spendere il nome di nessuno in modo inappropriato e inopportuno, ma ho solo pensato di chiedere delle informazioni» su una persona che stava a cuore a entrambi. Michal smette di lottare dopo 19 giorni di agonia, e allora Marano ritorna dall'elemosiniere del Papa per organizzare i funerali e chiedere un piccolo aiuto economico per far arrivare la famiglia dalla Polonia per l'ultimo saluto al figlio. Il volontario ottiene però solo 250 euro a fronte dei 450 richiesti, perché «più di così non si poteva fare, ci dissero». Nemmeno per le esequie ci fu collaborazione da parte dell'arcivescovo, ricorda oggi l'uomo. È invece solo grazie a una funzionaria del Comune di Roma, che si attiva per istruire la pratica del cosiddetto «funerale dignitoso», che il povero clochard riesce a riposare in pace. «Era forse una vergogna che qualcuno al Policlinico Gemelli avesse osato dire che l'elemosiniere del Papa era preoccupato per le sorti del povero Michal? È forse un'onta alla sua immagine che il suo nome fosse stato associato alle sorti di un povero ragazzo polacco senzatetto morto ammazzato a Roma?», si chiede Marano. Il quale scriverà una lettera a Konrad Krajewski per raccontargli di essere «addolorato non tanto per il rimprovero tanto infondato quanto inammissibile» quanto per l'indifferenza al dolore in quella tragica storia. «Ricordo i titoloni sulla stampa, emittenti vaticane comprese, che dicevano: “L'elemosiniere del Papa celebra i funerali del barbone morto dopo l'aggressione". E nessuno che sapesse in realtà tutto quello che c'è stato prima, durante e dopo. Un funerale celebrato, almeno in quel caso, non certo grazie al suo impegno». Si rivedranno ancora una volta, Francesco Marano e Konrad Krajewski. Sarà il caso a farli incontrare dopo un chiarimento telefonico. «Aveva ricevuto la mia lettera e mi chiese di tenerla riservata dicendosi dispiaciuto per com'erano andate le cose». A fine febbraio, aggiunge il volontario cattolico, «mi trovato in zona San Pietro per un appuntamento. Ero a Borgo Pio, lui mi pare che abiti nei paraggi». E che cosa successe? «Lo vidi entrare in un negozio di profumi e ci sono rimasto molto male, malissimo. E mi sono detto: guarda te, un uomo di Chiesa». Perché questa reazione? «L'elemosiniere del Papa ha comprato un profumo pagandolo cinque pezzi da 100 euro». Ne è sicuro, sono passati tanti anni? «Ero davanti all'entrata, ho visto le cinque banconote. Tutti potranno dire: sono fatti suoi. Come elemosiniere del Papa ha uno stipendio, quindi può spendere i soldi come vuole. E invece per me non funziona così». I due s'incrociano sull'uscio della profumeria. «Lui mi ha salutato, ma io gli ho risposto che sarebbe stato più giusto ignorarsi, da quel momento in poi. Sapevo che aveva comprato un profumo molto costoso, gliel'ho rinfacciato e lui è rimasto un po' così. Rosso in faccia».
Germano Dottori (Imagoeconomica)
Germano Dottori analista e consigliere scientifico di Limes, la disputa sulla Groenlandia e il suo esito, in parte ancora da scrivere, cosa ci dice? Che, come al solito, Donald Trump fa marcia indietro? O che ha utilizzato la sua solita strategia negoziale? E in finale per ottenere che cosa che già non aveva?
«Ci dice soprattutto che in questo suo secondo mandato la politica di Trump sembra riflettere due cose: l’accettazione di un mondo strutturato su sfere d’influenza più o meno esclusive e la volontà di crearne una di natura “emisferica” per gli Stati Uniti, dalla quale escludere russi e, soprattutto, cinesi. Ha sorpreso la spregiudicatezza con la quale il tycoon ha aperto un contenzioso con un alleato atlantico, ma occorre sottolineare che per Trump anche la Nato può essere messa in discussione, se fonte di vincoli non compensati da vantaggi tangibili. È un nazionalista integrale».
E propone addirittura il Board of Peace: una struttura internazionale da lui personalmente gestita. Trump sta picconando le strutture sovranazionali di cui non si fida più? E se sì perché?
«Questa diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali non è un dato del tutto nuovo nella storia americana. Gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni, che pure nacque grazie all’impulso di un loro presidente, Woodrow Wilson. E prima di dar vita all’Onu ebbero cura di prevedere che al loro interno fosse creato un Consiglio di Sicurezza soggetto al loro diritto di veto. Ciò premesso, il Board sembra poggiare su premesse inedite, di natura privatistica, con tanto di tassa di partecipazione. Difficile formulare previsioni sulla sua efficacia, ma nel peggiore dei casi sarà soltanto un tentativo ulteriore andato a vuoto come altri in precedenza. Speriamo invece che funzioni, perché il suo obiettivo è la pacificazione, interesse collettivo. Trump si è riservato al suo interno un ruolo centrale, che peraltro difficilmente verrebbe accettato una volta cessato il suo mandato alla Casa Bianca».
Mentre negozia un possibile accordo in Ucraina, Trump sembra voler smontare pezzo per pezzo il cosiddetto Sud globale. Dal Venezuela all’Iran. Una strategia di pressione per costringere Vladimir Putin ad accettare un compromesso?
«Per Trump la politica internazionale dovrebbe privilegiare i rapporti bilaterali, nei quali gli Stati Uniti possono più agevolmente far valere il peso superiore della loro potenza politica, economica e militare. Le aggregazioni costituiscono invece un problema, sia quando legano le mani a Washington costringendola a decisioni collettive, che nelle circostanze in cui sono costituite senza, o contro, gli Stati Uniti per bilanciare la loro supremazia».
La Cina è una superpotenza economica. Ma sul piano militare sono ancora gli Stati Uniti a dettare legge. Avevamo dato per morta troppo presto l’America con la sua capacità di esercitare il cosiddetto hard power?
«La Repubblica Popolare Cinese è un’immensa fabbrica ma ha dei limiti importanti. Sul piano finanziario, gli Stati Uniti rimangono significativamente superiori: se vuoi fare soldi con i soldi, è ancora all’industria finanziaria americana che occorre rivolgersi. Accende spesso la fantasia il fatto che i cinesi detengano una parte significativa dei titoli del debito sovrano statunitense, ma a ben vedere, si sono legati le mani: infatti, non possono indebolire il loro debitore senza subire perdite molto alte. Probabilmente, Pechino pensa a un condominio sul mondo, non ad affossare gli Stati Uniti. Sul piano militare, poi, la geografia rappresenta un grosso problema per i cinesi. E non può essere modificata. L’America controlla le vie marittime da cui dipende la prosperità della Repubblica Popolare. Nessuno ha dato per morti gli Stati Uniti: non per caso, il Pianeta è sempre pieno di persone che dimostrano contro la loro permanente supremazia. Anche dalle nostre parti».
Il Venezuela è il giardino di casa. E l’esfiltrazione di Nicolás Maduro rientrava sicuramente nelle capacità degli Stati Uniti. L’Iran è invece lontano. E Trump non può permettersi un conflitto del tipo di quelli promossi in passato dai neocon e dai Democratici. Che scenario dobbiamo aspettarci in Iran una volta che questo regime sarà eventualmente caduto?
«A Caracas non è stato abbattuto un regime, ma soltanto rimosso il suo leader, permettendone la sostituzione con la sua vice, che pare abbia promesso di collaborare con gli Stati Uniti, ponendo fine all’influenza che esercitavano localmente cinesi e russi. La situazione iraniana è completamente differente. È in atto una rivolta interna, innescata da una crisi idrica ed alimentare che ha fatto esplodere l’inflazione, convincendo vasti strati della popolazione a chiedere la fine della Repubblica Islamica. In Iran capiscono perfettamente che le sanzioni non potranno essere abolite fintantoché gli islamisti resteranno al potere. Più in generale, la società civile iraniana, altamente istruita e sofisticata, non accetta più le restrizioni delle libertà che la soffocano dal 1979. Il regime ha risposto con enorme violenza, uccidendo molte migliaia di persone e macchiandosi di crimini odiosi, che interrogano la coscienza di tutto l’Occidente. I dimostranti chiedono aiuto. Pur essendo certamente impressionato dalle immagini che riceve anche lui, Trump però ha finora esitato, perché è stato sorpreso ed è consapevole che ci sono dei rischi. Ha chiesto opzioni e fatto convergere forze nell’area del Golfo. Nel frattempo, le autorità iraniane lo hanno insolentito, circostanza che potrebbe bastare a motivare dei raid punitivi nei loro confronti, come accadde con il generale Soleimani. La situazione è molto fluida».
Trump di fatto prende a schiaffi l’Ue perché sa che questa non ha alternative? E soprattutto che Europa vuole Trump?
«In campo commerciale, l’unico in cui l’Europa agisca davvero come soggetto sovranazionale, l’Ue è un attore con il quale anche gli Stati Uniti son costretti a fare i conti. Al contrario di quanto comunemente si crede, gli americani guardano da tempo con preoccupazione agli sviluppi del processo d’integrazione in atto nel nostro Continente, in parte anche per colpa nostra. Qualche errore di comunicazione lo abbiamo infatti commesso anche noi, enunciando ambizioni del tutto legittime, ma che hanno generato un senso d’allarme Oltreoceano».
Innegabile che Trump abbia decisamente cambiato rotta e velocità di marcia nella politica estera americana. Ritiene questi cambiamenti irreversibili indipendentemente da chi sarà il successore di Trump?
«Non sappiamo chi gli succederà. Trump accelera anche perché sa di avere a disposizione poco tempo. Tre anni, forse meno, se i risultati delle elezioni di medio termine lo trasformeranno in un’anatra zoppa».
È corretto immaginare che sarà una sfida a due fra Rubio e Vance nel provare a raccogliere l’eredità di Trump? Che differenza c’è fra i due?
«È molto prematuro. Se la presidenza Trump sarà considerata un successo, i suoi esponenti di maggior spicco se ne contenderanno l’eredità. Ma se si concluderà in un fallimento, i repubblicani cercheranno verosimilmente qualcuno che non abbia fatto parte della sua amministrazione».
Le elezioni di mezzo termine sono tradizionalmente sfavorevoli al presidente in carica. Sul piano interno Trump ha ancora carte da giocare per provare ad evitare una sconfitta quantomeno probabile? In Minnesota sembra di assistere a una guerra civile!
«Sta provando a farlo, anche per evitare l’impeachment, spingendo sull’economia e adesso anche sull’espansione territoriale, che peraltro non convince al momento gli elettori americani».
Keir Starmer in UK e Mark Carney in Canada sono i più acerrimi avversari di Trump. Non esiste più l’anglosfera?
«L’anglosfera non è una realtà superficiale che connette dei leader. È qualcosa di molto più concreto e profondo, non congiunturale, che investe le élite ma coinvolge al massimo la stampa, l’editoria e la cultura. La comunanza linguistica è un collante fortissimo, resistente alle fluttuazioni della politica».
L’intesa fra Giorgia Meloni e Friedrich Merz ci dice che la Francia ha perso il suo ruolo di leadership in Unione europea. È un decadimento strutturale o passeggero quello di Parigi?
«L’Unione europea senza la Francia semplicemente non esiste. E la Francia è un “sistema”, a differenza nostra, dotato di un’élite coesa dalla fortissima identità nazionale e capace di immaginare progetti a lunghissimo termine. Noi siamo diversi, guardiamo più al locale che al globale, all’oggi più che al domani. L’Italia fa benissimo a sperimentare ogni geometria che ne enfatizzi la flessibilità e creatività diplomatica, ma dobbiamo essere coscienti dei nostri limiti. In altre parole, occorre realismo per tutelare i nostri interessi al meglio, con pragmatismo, senza inseguire chimere».
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Milena Gabanelli (Ansa)
Non solo, nel sottotitolo ecco la fosca previsione: «Con il decreto Caivano saranno multati i genitori, ma si taglia sulla prevenzione». Ma è davvero così? Non è compito dei giornali difendere i governi, anche perché la realtà di solito si difende benissimo da sola, ma l’esplosione della violenza giovanile è un problema talmente grave da meritare più riflessioni e meno slogan.
Cominciamo dai numeri. In base ai dati del ministero della Giustizia, i minori indagati in carico ai servizi sociali erano 20.963 nel 2019 e sono diventati 23.862 alla fine del 2025, con un aumento del 13,8%. Il governo guidato da Giorgia Meloni è in carica da settembre 2022 e in questi tre anni la crescita è stata del 9,3%. Sicuramente sulla dinamica del dato degli indagati incide anche il decreto Caivano, convertito in legge alla fine del 2023, che ha inasprito le pene e ha reso possibile l’arresto dei minori anche per lo spaccio di lieve entità, il furto aggravato e la resistenza alle forze dell’ordine. A parte l’uso discutibile di queste statistiche, comprese quelle sugli arresti preventivi, va detto che se con lo stesso metro si misurassero le politiche di contrasto ai femminicidi si sarebbe costretti ad affermare che le nuove leggi più severe non funzionano, o che l’aumento degli assassinii è colpa della Meloni e di Carlo Nordio. Sono due evidenti bestialità.
Resta aperta l’indagine sulle cause dell’aumento della violenza giovanile. E qui, a patto di sganciarlo dall’uso politico o dalla continua manipolazione dei codici, il dibattito è ovviamente benvenuto e importante. Scrive il giornale diretto da Luciano Fontana che «dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle». Una notazione interessante, ma purtroppo gli autori dell’articolo, Milena Gabanelli e Andrea Priante, non la sviluppano in alcun modo. Forse il motivo è questo, ed è un motivo che i lettori della Verità conosco bene: fin dai tempi del primo lockdown, che colpì sia i lavoratori cinquantenni sia bambini e ragazzi in età scolare, pediatri e psicologi avvertirono che si rischiava un aumento dell’aggressività dei minori. Il fenomeno fu rilevato in tempi abbastanza brevi in famiglia, a danno dei genitori, e poi si vide a scuola quando riaprirono le classi. Nulla di più facile da capire. Se prendi un ragazzino e lo rinchiudi in casa, levandogli la possibilità di socializzare e di fare sport, prima o poi esplode e te la fa pagare. Insomma, se per decreto prendi un dodicenne e lo fai vivere recluso, quando tutto intorno era chiaro che il Covid stava mietendo vittime tra persone già malate o anziane, poi non c’è da stupirsi se rischi di avere una generazione mezzo bruciata. Non per colpa sua, ovviamente. Ma certo, riflessioni del genere su giornali che hanno avallato persino il Green pass non sono ancora possibili.
Se poi si passa ai modi per contrastare questo picco di violenza, il Corriere incolpa il governo attuale (tra il 2019 e il 2022 c’erano Conte e Draghi e i bambini erano tutti buoni) e attacca sul fronte dei fondi disponibili per la prevenzione. A un certo punto scrive che «sui Comuni, sempre a corto di risorse, sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati che rappresentano la vera grande emergenza perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità». Un passaggio notevole, almeno per gli standard buonisti della narrazione democratica ed inclusiva dominante, perché riconosce l’esistenza di minori stranieri che delinquono, un fenomeno che questo giornale segnala da anni in perfetta solitudine, beccandosi anche surreali accuse di razzismo. E accorgersi oggi dei ragazzi stranieri «reclutati» dalla criminalità è fuori tempo massimo, se si pensa che a settembre 2022, quando la Verità osò scrivere di «migranti scaricati» da un porto all’altro, fu accusata di parlarne come pacchi postali. Ma a ben vedere, se si guardano le cronache quasi quotidiane dei minori migranti arrestati, si nota che ci sono molte violenze sessuali. Non è chiaro se anche gli stupri possano essere organizzati dalla criminalità nostrana, ma certo che anche parlare di una vaga, fantomatica e onnipotente «criminalità» che recluta i minori aiuta a non fare i conti con la realtà dell’immigrazione clandestina.
Il Corriere, sistemato il governo, si dedica poi alla consueta predica da barbagianni sull’uso dei telefoni cellulari e sulla violenza dei contenuti online, come se non fossero il terminale ultimo di un disastro educativo e di una disumanizzazione della società. I cellulari sono un mezzo, non un fine e neppure un inizio. Sarebbe molto più interessante ragionare su quali siano gli spazi a disposizione di questi ragazzi per sfogare e gestire la violenza. Ovviamente non è il caso di rimpiangere l’epoca in cui i giovani si prendevano a sprangate per motivi politici o calcistici, ma forse una riflessione su come evitate che tanti minorenni si sentano compressi sarebbe utile. Anche perché se la si lascia allo Stato, la risposta non può che essere in gran parte repressiva. Per il Corriere, «la repressione non serve se non è accompagnata da interventi di politiche sociali, con il diretto coinvolgimento della famiglia e soprattutto, della scuola». In quel soprattutto c’è una buona dose dei motivi per cui siamo conciati così male: il disprezzo della famiglia. E poi, finalino da incorniciare: «A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria». La non violenza ce la insegnerà lo Stato, che come scriveva Max Weber ne ha il monopolio legalizzato.
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