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2023-10-07
La versione di Putin su Prigozhin «Giocava con una granata da ubriaco»
Vladimir Putin (Getty Images)
La verità sulla morte del leader dei mercenari della Wagner Evgenij Prigozhin non si scoprirà mai. Di ciò che è accaduto ci è concesso solo avere delle versioni, l’ultima, e forse la più bizzarra, è quella che arriva dal presidente russo Vladimir Putin. «Giocavano con una granata ed erano ubriachi». Questa la sua versione. Semplice. Troppo. E infatti è al limite del ridicolo. Sui corpi delle vittime - ha spiegato - sono stati trovati frammenti di una granata, quindi questo potrebbe far pensare ad un’esplosione accidentale. Inoltre, sempre nella sua ricostruzione, non c’è traccia di impatto esterno al velivolo. Il particolare escluderebbe così la tesi del missile, scenario ipotizzato da alcuni insieme a quello di un ordigno nascosto a bordo. Nulla di ufficiale in quanto, come spiegato dal portavoce Dmitri Peskov, gli inquirenti non hanno ancora consegnato il report finale. Il leader del Cremlino si è detto amareggiato e deluso per il fatto che non siano stati eseguiti test durante l’autopsia per accertare presenza di alcol o droghe, ricordando che durante una perquisizione nella villa di Prigozhin erano stati trovati cinque chilogrammi di cocaina. Putin chiaramente in questo modo intende alludere alla possibilità che il capo della Wagner e i suoi potessero essere sotto l’effetto di sostanze e in assenza di lucidità compiere gesti rischiosi, come il giocare con delle bombe a mano. Ennesimo tentativo di sviare e confondere le acque. Putin ha poi aggiunto che migliaia di membri della Wagner hanno firmato l’atto di sottomissione alla Difesa.
Dopo la morte dello chef di Putin, a far discutere è il terribile attentato avvenuto due giorni fa a Groza, vicino a Kupiansk, nella regione ucraina di Kharkiv. Una strage in cui sono morte 52 persone, ma nonostante l’Alto commissariato dell’Onu riferisca che «tutto suggerisce sia stato un missile russo», il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato: «Continuiamo a riaffermare che l’esercito russo non colpisce obiettivi civili, ma militari». Una squadra di otto membri dell’Alto Commissariato oggi raggiungerà Groza, per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti e far luce su quanto accaduto. «In questa fase è ovviamente molto difficile stabilire con assoluta certezza cosa sia successo» ha spiegato Elizabeth Throssell, portavoce dell’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. «Non sembrano esserci obiettivi militari nelle vicinanze, ma ovviamente ciò richiederà ulteriori esami e verifiche», ha aggiunto Throssell. In seguito a ciò che è successo Vienna ha deciso di convocare l’ambasciatore russo in Austria, Dmitri Ljubinski. «Con questo brutale attacco contro obiettivi civili, la Federazione Russa viola ancora una volta il diritto internazionale umanitario. I responsabili di questi crimini di guerra devono rispondere delle loro azioni. L’Austria continuerà a lavorare in questo senso insieme ad altri partner», ha sottolineato il ministero degli Esteri austriaco.
Gli attacchi russi sulla regione di Kharkiv proseguono. Ieri mattina un bombardamento ha danneggiato 20 edifici, decine i feriti e un morto: un bambino. «Il bambino ucciso è un maschio. Aveva dieci anni... Le mie condoglianze ai parenti e agli amici», il messaggio del presidente ucraino Volodomyr Zelensky. «Vogliono ucciderci solo perché siamo ucraini. Questa è una guerra brutale. È una lotta per la sopravvivenza della nostra nazione contro un terrorista folle il cui obiettivo è il genocidio», ha scritto su Telegram il consigliere presidenziale ucraino Andry Yermak.
Le forze russe non commentano l’attacco ma rivendicano invece di aver colpito un’auto blindata con a bordo ufficiali di alto rango dell’esercito di Kiev a Kherson. A difendere Mosca il solito presidente bielorusso Alexander Lukashenko: «L’esplosione delle tensioni e l’escalation porteranno a una situazione in cui la Russia sarà spinta a mettere il pulsante rosso sul tavolo», ha detto sottolineando che si tratta degli Stati Uniti che spingono la Russia a usare misure estreme.
La comunità internazionale insomma continua a tenere l’attenzione alta sul conflitto. Anche il presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella torna a parlare di Ucraina: «L’Unione Europea ha reagito con fedeltà e compattezza ai suoi valori. Accanto, e al di là, della doverosa solidarietà all’Ucraina, sostenendola scongiuriamo il pericolo di un conflitto dai confini imprevedibili. Se l’Ucraina cadesse assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri Paesi ai confini con la Russia e questo, come avvenne nel secolo scorso tra il 1938 e il ’39, condurrebbe a un conflitto generale e devastante. È motivo di tristezza vedere tante vite stroncate, tanta distruzione, immani risorse finanziarie bruciate in armamenti, ma quanto stiamo facendo tutela la pace mondiale. Naturalmente, l’auspicio è che si creino quanto prima le condizioni per un processo che conduca alla pace in Ucraina: una pace giusta, non effimera». Eppure nonostante il sostegno unanime il nodo dell’ingresso di Kiev nell’Unione continua a dividere. Se da una parte il premier spagnolo, Pedro Sanchez chiede che si cominci a parlare della sua integrazione, dall’altra il premier ungherese Viktor Orbán esprime delle perplessità: «Dobbiamo discuterne seriamente. Non abbiamo mai fatto alcun allargamento con un Paese che è in guerra». Preoccupa infine l’intenzione di Mosca di uscire dal Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Ctbto). Peskov ha spiegato che abbandonare il trattato avrebbe lo scopo di allinearsi alla posizione degli Stati Uniti, non quello di effettuare test.
La lista dei nazisti spaventa Trudeau
Chi l’avrebbe mai detto che un vecchio reduce della seconda guerra mondiale, alla veneranda età di 98 anni, potesse causare così tanti problemi a un primo ministro… Eppure, è proprio quello che è successo in Canada, dove il premier Justin Trudeau, insieme a Volodymyr Zelensky in visita, ha assistito alla standing ovation tributata dal Parlamento a Yaroslav Hunka, ucraino con passaporto canadese e, soprattutto, veterano delle Waffen-Ss. Cosa che, come c’era da attendersi, ha mandato su tutte le furie le associazioni ebraiche.
Mercoledì scorso, per placare gli animi, il povero Trudeau ha annunciato che alcuni alti funzionari del governo stanno riesaminando con «molta attenzione e cautela» il rapporto della Commissione Deschênes, per renderlo il più possibile accessibile al grande pubblico. Istituita dall’ex premier di centrodestra Brian Mulroney (1984-1993), questa commissione si era occupata dei reduci nazionalsocialisti che, dopo la guerra, si sono trasferiti in Canada. Pubblicato nel 1986, il rapporto era diviso in due sezioni: la prima conteneva raccomandazioni per facilitare l’estradizione dei criminali di guerra e fu subito resa pubblica; la seconda, invece, non è mai stata divulgata. È possibile che si tratti di veterani che, pur avendo servito le potenze dell’Asse, non si sono macchiati di particolari crimini e si sono poi rifatti una vita in Canada.
A spingere per la pubblicazione della seconda parte del rapporto sono soprattutto le associazioni ebraiche, come il B’nai Brith e gli Amici del Centro Simon Wiesenthal. La politica, invece, si è spaccata a livello trasversale: sia liberali che conservatori si sono divisi al loro interno sull’opportunità di declassificare il rapporto. Per alcuni, si tratta di fare definitivamente i conti con il passato, mentre per altri è ormai inutile rivangare storie antiche e ingombranti. Ad esempio, il deputato liberale del Québec Anthony Housefather, che è ebreo, ha affermato che si tratta di una questione molto delicata e che il governo «non vuole arrecare dolore a diverse comunità dell’Europa orientale». Per questo c’è da capire quali parti rivelare e quali mantenere segrete, anche perché le singole situazioni sono piuttosto differenziate: lo stesso Hunka, per dire, ha interpretato il suo servizio militare come una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina contro il totalitarismo sovietico, senza contare che la divisione di Waffen-Ss in cui combatté è tuttora commemorata dagli espatriati ucraini in tutto il mondo. La Commissione Deschênes, peraltro, sentenziò che le accuse di crimini di guerra commessi da questa divisione «non sono mai state comprovate».
Insomma, questa sorta di Norimberga 2.0, avallata da Trudeau con goffaggine, malcelati timori e imbarazzo, non aiuta a comprendere le complessità della storia. Basti guardare a quel che sta succedendo alla nutrita comunità ucraina presente in Canada. L’Università dell’Alberta, per esempio, è stata accusata da alcuni reporter di sinistra di intrattenere rapporti (anche economici) con l’Istituto canadese di studi ucraini (Cius). Il suo co-fondatore, Peter Savaryn, militò nella stessa formazione di Hunka. Questo, però, non gli impedì di essere insignito nel 1987 dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza della nazione.
Insomma, pare sia partita una singolare caccia alle streghe in salsa canadese. Con risvolti, tra l’altro, alquanto grotteschi. Infatti, uno degli autori dell’inchiesta sull’Università dell’Alberta e il Cius, Duncan Kinney, un anno fa è stato rinviato a giudizio per atti di vandalismo contro due monumenti ucraini a Edmonton: una statua in onore del nazionalista ucraino Roman Shukhevych e un memoriale per i soldati ucraini della seconda guerra mondiale. A detta degli inquirenti, Kinney avrebbe imbrattato entrambi con la vernice rossa e la scritta «nazisti».
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Il leader russo attribuisce la morte del capo della Wagner alla poca lucidità a bordo dell’aereo esploso. Giallo sulla strage di Groza: Mosca nega responsabilità. E intanto fa marcia indietro sulla messa al bando del nucleare.Dopo lo scandalo per gli onori all’ex Ss, per placare gli animi il presidente canadese si è impegnato a desecretare un rapporto sui reduci dell’Asse riparati nel Paese.Lo speciale contiene due articoli.La verità sulla morte del leader dei mercenari della Wagner Evgenij Prigozhin non si scoprirà mai. Di ciò che è accaduto ci è concesso solo avere delle versioni, l’ultima, e forse la più bizzarra, è quella che arriva dal presidente russo Vladimir Putin. «Giocavano con una granata ed erano ubriachi». Questa la sua versione. Semplice. Troppo. E infatti è al limite del ridicolo. Sui corpi delle vittime - ha spiegato - sono stati trovati frammenti di una granata, quindi questo potrebbe far pensare ad un’esplosione accidentale. Inoltre, sempre nella sua ricostruzione, non c’è traccia di impatto esterno al velivolo. Il particolare escluderebbe così la tesi del missile, scenario ipotizzato da alcuni insieme a quello di un ordigno nascosto a bordo. Nulla di ufficiale in quanto, come spiegato dal portavoce Dmitri Peskov, gli inquirenti non hanno ancora consegnato il report finale. Il leader del Cremlino si è detto amareggiato e deluso per il fatto che non siano stati eseguiti test durante l’autopsia per accertare presenza di alcol o droghe, ricordando che durante una perquisizione nella villa di Prigozhin erano stati trovati cinque chilogrammi di cocaina. Putin chiaramente in questo modo intende alludere alla possibilità che il capo della Wagner e i suoi potessero essere sotto l’effetto di sostanze e in assenza di lucidità compiere gesti rischiosi, come il giocare con delle bombe a mano. Ennesimo tentativo di sviare e confondere le acque. Putin ha poi aggiunto che migliaia di membri della Wagner hanno firmato l’atto di sottomissione alla Difesa. Dopo la morte dello chef di Putin, a far discutere è il terribile attentato avvenuto due giorni fa a Groza, vicino a Kupiansk, nella regione ucraina di Kharkiv. Una strage in cui sono morte 52 persone, ma nonostante l’Alto commissariato dell’Onu riferisca che «tutto suggerisce sia stato un missile russo», il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato: «Continuiamo a riaffermare che l’esercito russo non colpisce obiettivi civili, ma militari». Una squadra di otto membri dell’Alto Commissariato oggi raggiungerà Groza, per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti e far luce su quanto accaduto. «In questa fase è ovviamente molto difficile stabilire con assoluta certezza cosa sia successo» ha spiegato Elizabeth Throssell, portavoce dell’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. «Non sembrano esserci obiettivi militari nelle vicinanze, ma ovviamente ciò richiederà ulteriori esami e verifiche», ha aggiunto Throssell. In seguito a ciò che è successo Vienna ha deciso di convocare l’ambasciatore russo in Austria, Dmitri Ljubinski. «Con questo brutale attacco contro obiettivi civili, la Federazione Russa viola ancora una volta il diritto internazionale umanitario. I responsabili di questi crimini di guerra devono rispondere delle loro azioni. L’Austria continuerà a lavorare in questo senso insieme ad altri partner», ha sottolineato il ministero degli Esteri austriaco.Gli attacchi russi sulla regione di Kharkiv proseguono. Ieri mattina un bombardamento ha danneggiato 20 edifici, decine i feriti e un morto: un bambino. «Il bambino ucciso è un maschio. Aveva dieci anni... Le mie condoglianze ai parenti e agli amici», il messaggio del presidente ucraino Volodomyr Zelensky. «Vogliono ucciderci solo perché siamo ucraini. Questa è una guerra brutale. È una lotta per la sopravvivenza della nostra nazione contro un terrorista folle il cui obiettivo è il genocidio», ha scritto su Telegram il consigliere presidenziale ucraino Andry Yermak. Le forze russe non commentano l’attacco ma rivendicano invece di aver colpito un’auto blindata con a bordo ufficiali di alto rango dell’esercito di Kiev a Kherson. A difendere Mosca il solito presidente bielorusso Alexander Lukashenko: «L’esplosione delle tensioni e l’escalation porteranno a una situazione in cui la Russia sarà spinta a mettere il pulsante rosso sul tavolo», ha detto sottolineando che si tratta degli Stati Uniti che spingono la Russia a usare misure estreme. La comunità internazionale insomma continua a tenere l’attenzione alta sul conflitto. Anche il presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella torna a parlare di Ucraina: «L’Unione Europea ha reagito con fedeltà e compattezza ai suoi valori. Accanto, e al di là, della doverosa solidarietà all’Ucraina, sostenendola scongiuriamo il pericolo di un conflitto dai confini imprevedibili. Se l’Ucraina cadesse assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri Paesi ai confini con la Russia e questo, come avvenne nel secolo scorso tra il 1938 e il ’39, condurrebbe a un conflitto generale e devastante. È motivo di tristezza vedere tante vite stroncate, tanta distruzione, immani risorse finanziarie bruciate in armamenti, ma quanto stiamo facendo tutela la pace mondiale. Naturalmente, l’auspicio è che si creino quanto prima le condizioni per un processo che conduca alla pace in Ucraina: una pace giusta, non effimera». Eppure nonostante il sostegno unanime il nodo dell’ingresso di Kiev nell’Unione continua a dividere. Se da una parte il premier spagnolo, Pedro Sanchez chiede che si cominci a parlare della sua integrazione, dall’altra il premier ungherese Viktor Orbán esprime delle perplessità: «Dobbiamo discuterne seriamente. Non abbiamo mai fatto alcun allargamento con un Paese che è in guerra». Preoccupa infine l’intenzione di Mosca di uscire dal Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Ctbto). Peskov ha spiegato che abbandonare il trattato avrebbe lo scopo di allinearsi alla posizione degli Stati Uniti, non quello di effettuare test.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-su-prigozhin-granata-ubriaco-2665824876.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lista-dei-nazisti-spaventa-trudeau" data-post-id="2665824876" data-published-at="1696696731" data-use-pagination="False"> La lista dei nazisti spaventa Trudeau Chi l’avrebbe mai detto che un vecchio reduce della seconda guerra mondiale, alla veneranda età di 98 anni, potesse causare così tanti problemi a un primo ministro… Eppure, è proprio quello che è successo in Canada, dove il premier Justin Trudeau, insieme a Volodymyr Zelensky in visita, ha assistito alla standing ovation tributata dal Parlamento a Yaroslav Hunka, ucraino con passaporto canadese e, soprattutto, veterano delle Waffen-Ss. Cosa che, come c’era da attendersi, ha mandato su tutte le furie le associazioni ebraiche.Mercoledì scorso, per placare gli animi, il povero Trudeau ha annunciato che alcuni alti funzionari del governo stanno riesaminando con «molta attenzione e cautela» il rapporto della Commissione Deschênes, per renderlo il più possibile accessibile al grande pubblico. Istituita dall’ex premier di centrodestra Brian Mulroney (1984-1993), questa commissione si era occupata dei reduci nazionalsocialisti che, dopo la guerra, si sono trasferiti in Canada. Pubblicato nel 1986, il rapporto era diviso in due sezioni: la prima conteneva raccomandazioni per facilitare l’estradizione dei criminali di guerra e fu subito resa pubblica; la seconda, invece, non è mai stata divulgata. È possibile che si tratti di veterani che, pur avendo servito le potenze dell’Asse, non si sono macchiati di particolari crimini e si sono poi rifatti una vita in Canada.A spingere per la pubblicazione della seconda parte del rapporto sono soprattutto le associazioni ebraiche, come il B’nai Brith e gli Amici del Centro Simon Wiesenthal. La politica, invece, si è spaccata a livello trasversale: sia liberali che conservatori si sono divisi al loro interno sull’opportunità di declassificare il rapporto. Per alcuni, si tratta di fare definitivamente i conti con il passato, mentre per altri è ormai inutile rivangare storie antiche e ingombranti. Ad esempio, il deputato liberale del Québec Anthony Housefather, che è ebreo, ha affermato che si tratta di una questione molto delicata e che il governo «non vuole arrecare dolore a diverse comunità dell’Europa orientale». Per questo c’è da capire quali parti rivelare e quali mantenere segrete, anche perché le singole situazioni sono piuttosto differenziate: lo stesso Hunka, per dire, ha interpretato il suo servizio militare come una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina contro il totalitarismo sovietico, senza contare che la divisione di Waffen-Ss in cui combatté è tuttora commemorata dagli espatriati ucraini in tutto il mondo. La Commissione Deschênes, peraltro, sentenziò che le accuse di crimini di guerra commessi da questa divisione «non sono mai state comprovate».Insomma, questa sorta di Norimberga 2.0, avallata da Trudeau con goffaggine, malcelati timori e imbarazzo, non aiuta a comprendere le complessità della storia. Basti guardare a quel che sta succedendo alla nutrita comunità ucraina presente in Canada. L’Università dell’Alberta, per esempio, è stata accusata da alcuni reporter di sinistra di intrattenere rapporti (anche economici) con l’Istituto canadese di studi ucraini (Cius). Il suo co-fondatore, Peter Savaryn, militò nella stessa formazione di Hunka. Questo, però, non gli impedì di essere insignito nel 1987 dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza della nazione.Insomma, pare sia partita una singolare caccia alle streghe in salsa canadese. Con risvolti, tra l’altro, alquanto grotteschi. Infatti, uno degli autori dell’inchiesta sull’Università dell’Alberta e il Cius, Duncan Kinney, un anno fa è stato rinviato a giudizio per atti di vandalismo contro due monumenti ucraini a Edmonton: una statua in onore del nazionalista ucraino Roman Shukhevych e un memoriale per i soldati ucraini della seconda guerra mondiale. A detta degli inquirenti, Kinney avrebbe imbrattato entrambi con la vernice rossa e la scritta «nazisti».
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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