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2023-10-07
La versione di Putin su Prigozhin «Giocava con una granata da ubriaco»
Vladimir Putin (Getty Images)
La verità sulla morte del leader dei mercenari della Wagner Evgenij Prigozhin non si scoprirà mai. Di ciò che è accaduto ci è concesso solo avere delle versioni, l’ultima, e forse la più bizzarra, è quella che arriva dal presidente russo Vladimir Putin. «Giocavano con una granata ed erano ubriachi». Questa la sua versione. Semplice. Troppo. E infatti è al limite del ridicolo. Sui corpi delle vittime - ha spiegato - sono stati trovati frammenti di una granata, quindi questo potrebbe far pensare ad un’esplosione accidentale. Inoltre, sempre nella sua ricostruzione, non c’è traccia di impatto esterno al velivolo. Il particolare escluderebbe così la tesi del missile, scenario ipotizzato da alcuni insieme a quello di un ordigno nascosto a bordo. Nulla di ufficiale in quanto, come spiegato dal portavoce Dmitri Peskov, gli inquirenti non hanno ancora consegnato il report finale. Il leader del Cremlino si è detto amareggiato e deluso per il fatto che non siano stati eseguiti test durante l’autopsia per accertare presenza di alcol o droghe, ricordando che durante una perquisizione nella villa di Prigozhin erano stati trovati cinque chilogrammi di cocaina. Putin chiaramente in questo modo intende alludere alla possibilità che il capo della Wagner e i suoi potessero essere sotto l’effetto di sostanze e in assenza di lucidità compiere gesti rischiosi, come il giocare con delle bombe a mano. Ennesimo tentativo di sviare e confondere le acque. Putin ha poi aggiunto che migliaia di membri della Wagner hanno firmato l’atto di sottomissione alla Difesa.
Dopo la morte dello chef di Putin, a far discutere è il terribile attentato avvenuto due giorni fa a Groza, vicino a Kupiansk, nella regione ucraina di Kharkiv. Una strage in cui sono morte 52 persone, ma nonostante l’Alto commissariato dell’Onu riferisca che «tutto suggerisce sia stato un missile russo», il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato: «Continuiamo a riaffermare che l’esercito russo non colpisce obiettivi civili, ma militari». Una squadra di otto membri dell’Alto Commissariato oggi raggiungerà Groza, per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti e far luce su quanto accaduto. «In questa fase è ovviamente molto difficile stabilire con assoluta certezza cosa sia successo» ha spiegato Elizabeth Throssell, portavoce dell’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. «Non sembrano esserci obiettivi militari nelle vicinanze, ma ovviamente ciò richiederà ulteriori esami e verifiche», ha aggiunto Throssell. In seguito a ciò che è successo Vienna ha deciso di convocare l’ambasciatore russo in Austria, Dmitri Ljubinski. «Con questo brutale attacco contro obiettivi civili, la Federazione Russa viola ancora una volta il diritto internazionale umanitario. I responsabili di questi crimini di guerra devono rispondere delle loro azioni. L’Austria continuerà a lavorare in questo senso insieme ad altri partner», ha sottolineato il ministero degli Esteri austriaco.
Gli attacchi russi sulla regione di Kharkiv proseguono. Ieri mattina un bombardamento ha danneggiato 20 edifici, decine i feriti e un morto: un bambino. «Il bambino ucciso è un maschio. Aveva dieci anni... Le mie condoglianze ai parenti e agli amici», il messaggio del presidente ucraino Volodomyr Zelensky. «Vogliono ucciderci solo perché siamo ucraini. Questa è una guerra brutale. È una lotta per la sopravvivenza della nostra nazione contro un terrorista folle il cui obiettivo è il genocidio», ha scritto su Telegram il consigliere presidenziale ucraino Andry Yermak.
Le forze russe non commentano l’attacco ma rivendicano invece di aver colpito un’auto blindata con a bordo ufficiali di alto rango dell’esercito di Kiev a Kherson. A difendere Mosca il solito presidente bielorusso Alexander Lukashenko: «L’esplosione delle tensioni e l’escalation porteranno a una situazione in cui la Russia sarà spinta a mettere il pulsante rosso sul tavolo», ha detto sottolineando che si tratta degli Stati Uniti che spingono la Russia a usare misure estreme.
La comunità internazionale insomma continua a tenere l’attenzione alta sul conflitto. Anche il presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella torna a parlare di Ucraina: «L’Unione Europea ha reagito con fedeltà e compattezza ai suoi valori. Accanto, e al di là, della doverosa solidarietà all’Ucraina, sostenendola scongiuriamo il pericolo di un conflitto dai confini imprevedibili. Se l’Ucraina cadesse assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri Paesi ai confini con la Russia e questo, come avvenne nel secolo scorso tra il 1938 e il ’39, condurrebbe a un conflitto generale e devastante. È motivo di tristezza vedere tante vite stroncate, tanta distruzione, immani risorse finanziarie bruciate in armamenti, ma quanto stiamo facendo tutela la pace mondiale. Naturalmente, l’auspicio è che si creino quanto prima le condizioni per un processo che conduca alla pace in Ucraina: una pace giusta, non effimera». Eppure nonostante il sostegno unanime il nodo dell’ingresso di Kiev nell’Unione continua a dividere. Se da una parte il premier spagnolo, Pedro Sanchez chiede che si cominci a parlare della sua integrazione, dall’altra il premier ungherese Viktor Orbán esprime delle perplessità: «Dobbiamo discuterne seriamente. Non abbiamo mai fatto alcun allargamento con un Paese che è in guerra». Preoccupa infine l’intenzione di Mosca di uscire dal Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Ctbto). Peskov ha spiegato che abbandonare il trattato avrebbe lo scopo di allinearsi alla posizione degli Stati Uniti, non quello di effettuare test.
La lista dei nazisti spaventa Trudeau
Chi l’avrebbe mai detto che un vecchio reduce della seconda guerra mondiale, alla veneranda età di 98 anni, potesse causare così tanti problemi a un primo ministro… Eppure, è proprio quello che è successo in Canada, dove il premier Justin Trudeau, insieme a Volodymyr Zelensky in visita, ha assistito alla standing ovation tributata dal Parlamento a Yaroslav Hunka, ucraino con passaporto canadese e, soprattutto, veterano delle Waffen-Ss. Cosa che, come c’era da attendersi, ha mandato su tutte le furie le associazioni ebraiche.
Mercoledì scorso, per placare gli animi, il povero Trudeau ha annunciato che alcuni alti funzionari del governo stanno riesaminando con «molta attenzione e cautela» il rapporto della Commissione Deschênes, per renderlo il più possibile accessibile al grande pubblico. Istituita dall’ex premier di centrodestra Brian Mulroney (1984-1993), questa commissione si era occupata dei reduci nazionalsocialisti che, dopo la guerra, si sono trasferiti in Canada. Pubblicato nel 1986, il rapporto era diviso in due sezioni: la prima conteneva raccomandazioni per facilitare l’estradizione dei criminali di guerra e fu subito resa pubblica; la seconda, invece, non è mai stata divulgata. È possibile che si tratti di veterani che, pur avendo servito le potenze dell’Asse, non si sono macchiati di particolari crimini e si sono poi rifatti una vita in Canada.
A spingere per la pubblicazione della seconda parte del rapporto sono soprattutto le associazioni ebraiche, come il B’nai Brith e gli Amici del Centro Simon Wiesenthal. La politica, invece, si è spaccata a livello trasversale: sia liberali che conservatori si sono divisi al loro interno sull’opportunità di declassificare il rapporto. Per alcuni, si tratta di fare definitivamente i conti con il passato, mentre per altri è ormai inutile rivangare storie antiche e ingombranti. Ad esempio, il deputato liberale del Québec Anthony Housefather, che è ebreo, ha affermato che si tratta di una questione molto delicata e che il governo «non vuole arrecare dolore a diverse comunità dell’Europa orientale». Per questo c’è da capire quali parti rivelare e quali mantenere segrete, anche perché le singole situazioni sono piuttosto differenziate: lo stesso Hunka, per dire, ha interpretato il suo servizio militare come una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina contro il totalitarismo sovietico, senza contare che la divisione di Waffen-Ss in cui combatté è tuttora commemorata dagli espatriati ucraini in tutto il mondo. La Commissione Deschênes, peraltro, sentenziò che le accuse di crimini di guerra commessi da questa divisione «non sono mai state comprovate».
Insomma, questa sorta di Norimberga 2.0, avallata da Trudeau con goffaggine, malcelati timori e imbarazzo, non aiuta a comprendere le complessità della storia. Basti guardare a quel che sta succedendo alla nutrita comunità ucraina presente in Canada. L’Università dell’Alberta, per esempio, è stata accusata da alcuni reporter di sinistra di intrattenere rapporti (anche economici) con l’Istituto canadese di studi ucraini (Cius). Il suo co-fondatore, Peter Savaryn, militò nella stessa formazione di Hunka. Questo, però, non gli impedì di essere insignito nel 1987 dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza della nazione.
Insomma, pare sia partita una singolare caccia alle streghe in salsa canadese. Con risvolti, tra l’altro, alquanto grotteschi. Infatti, uno degli autori dell’inchiesta sull’Università dell’Alberta e il Cius, Duncan Kinney, un anno fa è stato rinviato a giudizio per atti di vandalismo contro due monumenti ucraini a Edmonton: una statua in onore del nazionalista ucraino Roman Shukhevych e un memoriale per i soldati ucraini della seconda guerra mondiale. A detta degli inquirenti, Kinney avrebbe imbrattato entrambi con la vernice rossa e la scritta «nazisti».
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Il leader russo attribuisce la morte del capo della Wagner alla poca lucidità a bordo dell’aereo esploso. Giallo sulla strage di Groza: Mosca nega responsabilità. E intanto fa marcia indietro sulla messa al bando del nucleare.Dopo lo scandalo per gli onori all’ex Ss, per placare gli animi il presidente canadese si è impegnato a desecretare un rapporto sui reduci dell’Asse riparati nel Paese.Lo speciale contiene due articoli.La verità sulla morte del leader dei mercenari della Wagner Evgenij Prigozhin non si scoprirà mai. Di ciò che è accaduto ci è concesso solo avere delle versioni, l’ultima, e forse la più bizzarra, è quella che arriva dal presidente russo Vladimir Putin. «Giocavano con una granata ed erano ubriachi». Questa la sua versione. Semplice. Troppo. E infatti è al limite del ridicolo. Sui corpi delle vittime - ha spiegato - sono stati trovati frammenti di una granata, quindi questo potrebbe far pensare ad un’esplosione accidentale. Inoltre, sempre nella sua ricostruzione, non c’è traccia di impatto esterno al velivolo. Il particolare escluderebbe così la tesi del missile, scenario ipotizzato da alcuni insieme a quello di un ordigno nascosto a bordo. Nulla di ufficiale in quanto, come spiegato dal portavoce Dmitri Peskov, gli inquirenti non hanno ancora consegnato il report finale. Il leader del Cremlino si è detto amareggiato e deluso per il fatto che non siano stati eseguiti test durante l’autopsia per accertare presenza di alcol o droghe, ricordando che durante una perquisizione nella villa di Prigozhin erano stati trovati cinque chilogrammi di cocaina. Putin chiaramente in questo modo intende alludere alla possibilità che il capo della Wagner e i suoi potessero essere sotto l’effetto di sostanze e in assenza di lucidità compiere gesti rischiosi, come il giocare con delle bombe a mano. Ennesimo tentativo di sviare e confondere le acque. Putin ha poi aggiunto che migliaia di membri della Wagner hanno firmato l’atto di sottomissione alla Difesa. Dopo la morte dello chef di Putin, a far discutere è il terribile attentato avvenuto due giorni fa a Groza, vicino a Kupiansk, nella regione ucraina di Kharkiv. Una strage in cui sono morte 52 persone, ma nonostante l’Alto commissariato dell’Onu riferisca che «tutto suggerisce sia stato un missile russo», il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato: «Continuiamo a riaffermare che l’esercito russo non colpisce obiettivi civili, ma militari». Una squadra di otto membri dell’Alto Commissariato oggi raggiungerà Groza, per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti e far luce su quanto accaduto. «In questa fase è ovviamente molto difficile stabilire con assoluta certezza cosa sia successo» ha spiegato Elizabeth Throssell, portavoce dell’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. «Non sembrano esserci obiettivi militari nelle vicinanze, ma ovviamente ciò richiederà ulteriori esami e verifiche», ha aggiunto Throssell. In seguito a ciò che è successo Vienna ha deciso di convocare l’ambasciatore russo in Austria, Dmitri Ljubinski. «Con questo brutale attacco contro obiettivi civili, la Federazione Russa viola ancora una volta il diritto internazionale umanitario. I responsabili di questi crimini di guerra devono rispondere delle loro azioni. L’Austria continuerà a lavorare in questo senso insieme ad altri partner», ha sottolineato il ministero degli Esteri austriaco.Gli attacchi russi sulla regione di Kharkiv proseguono. Ieri mattina un bombardamento ha danneggiato 20 edifici, decine i feriti e un morto: un bambino. «Il bambino ucciso è un maschio. Aveva dieci anni... Le mie condoglianze ai parenti e agli amici», il messaggio del presidente ucraino Volodomyr Zelensky. «Vogliono ucciderci solo perché siamo ucraini. Questa è una guerra brutale. È una lotta per la sopravvivenza della nostra nazione contro un terrorista folle il cui obiettivo è il genocidio», ha scritto su Telegram il consigliere presidenziale ucraino Andry Yermak. Le forze russe non commentano l’attacco ma rivendicano invece di aver colpito un’auto blindata con a bordo ufficiali di alto rango dell’esercito di Kiev a Kherson. A difendere Mosca il solito presidente bielorusso Alexander Lukashenko: «L’esplosione delle tensioni e l’escalation porteranno a una situazione in cui la Russia sarà spinta a mettere il pulsante rosso sul tavolo», ha detto sottolineando che si tratta degli Stati Uniti che spingono la Russia a usare misure estreme. La comunità internazionale insomma continua a tenere l’attenzione alta sul conflitto. Anche il presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella torna a parlare di Ucraina: «L’Unione Europea ha reagito con fedeltà e compattezza ai suoi valori. Accanto, e al di là, della doverosa solidarietà all’Ucraina, sostenendola scongiuriamo il pericolo di un conflitto dai confini imprevedibili. Se l’Ucraina cadesse assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri Paesi ai confini con la Russia e questo, come avvenne nel secolo scorso tra il 1938 e il ’39, condurrebbe a un conflitto generale e devastante. È motivo di tristezza vedere tante vite stroncate, tanta distruzione, immani risorse finanziarie bruciate in armamenti, ma quanto stiamo facendo tutela la pace mondiale. Naturalmente, l’auspicio è che si creino quanto prima le condizioni per un processo che conduca alla pace in Ucraina: una pace giusta, non effimera». Eppure nonostante il sostegno unanime il nodo dell’ingresso di Kiev nell’Unione continua a dividere. Se da una parte il premier spagnolo, Pedro Sanchez chiede che si cominci a parlare della sua integrazione, dall’altra il premier ungherese Viktor Orbán esprime delle perplessità: «Dobbiamo discuterne seriamente. Non abbiamo mai fatto alcun allargamento con un Paese che è in guerra». Preoccupa infine l’intenzione di Mosca di uscire dal Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Ctbto). Peskov ha spiegato che abbandonare il trattato avrebbe lo scopo di allinearsi alla posizione degli Stati Uniti, non quello di effettuare test.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-su-prigozhin-granata-ubriaco-2665824876.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lista-dei-nazisti-spaventa-trudeau" data-post-id="2665824876" data-published-at="1696696731" data-use-pagination="False"> La lista dei nazisti spaventa Trudeau Chi l’avrebbe mai detto che un vecchio reduce della seconda guerra mondiale, alla veneranda età di 98 anni, potesse causare così tanti problemi a un primo ministro… Eppure, è proprio quello che è successo in Canada, dove il premier Justin Trudeau, insieme a Volodymyr Zelensky in visita, ha assistito alla standing ovation tributata dal Parlamento a Yaroslav Hunka, ucraino con passaporto canadese e, soprattutto, veterano delle Waffen-Ss. Cosa che, come c’era da attendersi, ha mandato su tutte le furie le associazioni ebraiche.Mercoledì scorso, per placare gli animi, il povero Trudeau ha annunciato che alcuni alti funzionari del governo stanno riesaminando con «molta attenzione e cautela» il rapporto della Commissione Deschênes, per renderlo il più possibile accessibile al grande pubblico. Istituita dall’ex premier di centrodestra Brian Mulroney (1984-1993), questa commissione si era occupata dei reduci nazionalsocialisti che, dopo la guerra, si sono trasferiti in Canada. Pubblicato nel 1986, il rapporto era diviso in due sezioni: la prima conteneva raccomandazioni per facilitare l’estradizione dei criminali di guerra e fu subito resa pubblica; la seconda, invece, non è mai stata divulgata. È possibile che si tratti di veterani che, pur avendo servito le potenze dell’Asse, non si sono macchiati di particolari crimini e si sono poi rifatti una vita in Canada.A spingere per la pubblicazione della seconda parte del rapporto sono soprattutto le associazioni ebraiche, come il B’nai Brith e gli Amici del Centro Simon Wiesenthal. La politica, invece, si è spaccata a livello trasversale: sia liberali che conservatori si sono divisi al loro interno sull’opportunità di declassificare il rapporto. Per alcuni, si tratta di fare definitivamente i conti con il passato, mentre per altri è ormai inutile rivangare storie antiche e ingombranti. Ad esempio, il deputato liberale del Québec Anthony Housefather, che è ebreo, ha affermato che si tratta di una questione molto delicata e che il governo «non vuole arrecare dolore a diverse comunità dell’Europa orientale». Per questo c’è da capire quali parti rivelare e quali mantenere segrete, anche perché le singole situazioni sono piuttosto differenziate: lo stesso Hunka, per dire, ha interpretato il suo servizio militare come una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina contro il totalitarismo sovietico, senza contare che la divisione di Waffen-Ss in cui combatté è tuttora commemorata dagli espatriati ucraini in tutto il mondo. La Commissione Deschênes, peraltro, sentenziò che le accuse di crimini di guerra commessi da questa divisione «non sono mai state comprovate».Insomma, questa sorta di Norimberga 2.0, avallata da Trudeau con goffaggine, malcelati timori e imbarazzo, non aiuta a comprendere le complessità della storia. Basti guardare a quel che sta succedendo alla nutrita comunità ucraina presente in Canada. L’Università dell’Alberta, per esempio, è stata accusata da alcuni reporter di sinistra di intrattenere rapporti (anche economici) con l’Istituto canadese di studi ucraini (Cius). Il suo co-fondatore, Peter Savaryn, militò nella stessa formazione di Hunka. Questo, però, non gli impedì di essere insignito nel 1987 dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza della nazione.Insomma, pare sia partita una singolare caccia alle streghe in salsa canadese. Con risvolti, tra l’altro, alquanto grotteschi. Infatti, uno degli autori dell’inchiesta sull’Università dell’Alberta e il Cius, Duncan Kinney, un anno fa è stato rinviato a giudizio per atti di vandalismo contro due monumenti ucraini a Edmonton: una statua in onore del nazionalista ucraino Roman Shukhevych e un memoriale per i soldati ucraini della seconda guerra mondiale. A detta degli inquirenti, Kinney avrebbe imbrattato entrambi con la vernice rossa e la scritta «nazisti».
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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