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2023-10-07
La versione di Putin su Prigozhin «Giocava con una granata da ubriaco»
Vladimir Putin (Getty Images)
La verità sulla morte del leader dei mercenari della Wagner Evgenij Prigozhin non si scoprirà mai. Di ciò che è accaduto ci è concesso solo avere delle versioni, l’ultima, e forse la più bizzarra, è quella che arriva dal presidente russo Vladimir Putin. «Giocavano con una granata ed erano ubriachi». Questa la sua versione. Semplice. Troppo. E infatti è al limite del ridicolo. Sui corpi delle vittime - ha spiegato - sono stati trovati frammenti di una granata, quindi questo potrebbe far pensare ad un’esplosione accidentale. Inoltre, sempre nella sua ricostruzione, non c’è traccia di impatto esterno al velivolo. Il particolare escluderebbe così la tesi del missile, scenario ipotizzato da alcuni insieme a quello di un ordigno nascosto a bordo. Nulla di ufficiale in quanto, come spiegato dal portavoce Dmitri Peskov, gli inquirenti non hanno ancora consegnato il report finale. Il leader del Cremlino si è detto amareggiato e deluso per il fatto che non siano stati eseguiti test durante l’autopsia per accertare presenza di alcol o droghe, ricordando che durante una perquisizione nella villa di Prigozhin erano stati trovati cinque chilogrammi di cocaina. Putin chiaramente in questo modo intende alludere alla possibilità che il capo della Wagner e i suoi potessero essere sotto l’effetto di sostanze e in assenza di lucidità compiere gesti rischiosi, come il giocare con delle bombe a mano. Ennesimo tentativo di sviare e confondere le acque. Putin ha poi aggiunto che migliaia di membri della Wagner hanno firmato l’atto di sottomissione alla Difesa.
Dopo la morte dello chef di Putin, a far discutere è il terribile attentato avvenuto due giorni fa a Groza, vicino a Kupiansk, nella regione ucraina di Kharkiv. Una strage in cui sono morte 52 persone, ma nonostante l’Alto commissariato dell’Onu riferisca che «tutto suggerisce sia stato un missile russo», il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato: «Continuiamo a riaffermare che l’esercito russo non colpisce obiettivi civili, ma militari». Una squadra di otto membri dell’Alto Commissariato oggi raggiungerà Groza, per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti e far luce su quanto accaduto. «In questa fase è ovviamente molto difficile stabilire con assoluta certezza cosa sia successo» ha spiegato Elizabeth Throssell, portavoce dell’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. «Non sembrano esserci obiettivi militari nelle vicinanze, ma ovviamente ciò richiederà ulteriori esami e verifiche», ha aggiunto Throssell. In seguito a ciò che è successo Vienna ha deciso di convocare l’ambasciatore russo in Austria, Dmitri Ljubinski. «Con questo brutale attacco contro obiettivi civili, la Federazione Russa viola ancora una volta il diritto internazionale umanitario. I responsabili di questi crimini di guerra devono rispondere delle loro azioni. L’Austria continuerà a lavorare in questo senso insieme ad altri partner», ha sottolineato il ministero degli Esteri austriaco.
Gli attacchi russi sulla regione di Kharkiv proseguono. Ieri mattina un bombardamento ha danneggiato 20 edifici, decine i feriti e un morto: un bambino. «Il bambino ucciso è un maschio. Aveva dieci anni... Le mie condoglianze ai parenti e agli amici», il messaggio del presidente ucraino Volodomyr Zelensky. «Vogliono ucciderci solo perché siamo ucraini. Questa è una guerra brutale. È una lotta per la sopravvivenza della nostra nazione contro un terrorista folle il cui obiettivo è il genocidio», ha scritto su Telegram il consigliere presidenziale ucraino Andry Yermak.
Le forze russe non commentano l’attacco ma rivendicano invece di aver colpito un’auto blindata con a bordo ufficiali di alto rango dell’esercito di Kiev a Kherson. A difendere Mosca il solito presidente bielorusso Alexander Lukashenko: «L’esplosione delle tensioni e l’escalation porteranno a una situazione in cui la Russia sarà spinta a mettere il pulsante rosso sul tavolo», ha detto sottolineando che si tratta degli Stati Uniti che spingono la Russia a usare misure estreme.
La comunità internazionale insomma continua a tenere l’attenzione alta sul conflitto. Anche il presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella torna a parlare di Ucraina: «L’Unione Europea ha reagito con fedeltà e compattezza ai suoi valori. Accanto, e al di là, della doverosa solidarietà all’Ucraina, sostenendola scongiuriamo il pericolo di un conflitto dai confini imprevedibili. Se l’Ucraina cadesse assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri Paesi ai confini con la Russia e questo, come avvenne nel secolo scorso tra il 1938 e il ’39, condurrebbe a un conflitto generale e devastante. È motivo di tristezza vedere tante vite stroncate, tanta distruzione, immani risorse finanziarie bruciate in armamenti, ma quanto stiamo facendo tutela la pace mondiale. Naturalmente, l’auspicio è che si creino quanto prima le condizioni per un processo che conduca alla pace in Ucraina: una pace giusta, non effimera». Eppure nonostante il sostegno unanime il nodo dell’ingresso di Kiev nell’Unione continua a dividere. Se da una parte il premier spagnolo, Pedro Sanchez chiede che si cominci a parlare della sua integrazione, dall’altra il premier ungherese Viktor Orbán esprime delle perplessità: «Dobbiamo discuterne seriamente. Non abbiamo mai fatto alcun allargamento con un Paese che è in guerra». Preoccupa infine l’intenzione di Mosca di uscire dal Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Ctbto). Peskov ha spiegato che abbandonare il trattato avrebbe lo scopo di allinearsi alla posizione degli Stati Uniti, non quello di effettuare test.
La lista dei nazisti spaventa Trudeau
Chi l’avrebbe mai detto che un vecchio reduce della seconda guerra mondiale, alla veneranda età di 98 anni, potesse causare così tanti problemi a un primo ministro… Eppure, è proprio quello che è successo in Canada, dove il premier Justin Trudeau, insieme a Volodymyr Zelensky in visita, ha assistito alla standing ovation tributata dal Parlamento a Yaroslav Hunka, ucraino con passaporto canadese e, soprattutto, veterano delle Waffen-Ss. Cosa che, come c’era da attendersi, ha mandato su tutte le furie le associazioni ebraiche.
Mercoledì scorso, per placare gli animi, il povero Trudeau ha annunciato che alcuni alti funzionari del governo stanno riesaminando con «molta attenzione e cautela» il rapporto della Commissione Deschênes, per renderlo il più possibile accessibile al grande pubblico. Istituita dall’ex premier di centrodestra Brian Mulroney (1984-1993), questa commissione si era occupata dei reduci nazionalsocialisti che, dopo la guerra, si sono trasferiti in Canada. Pubblicato nel 1986, il rapporto era diviso in due sezioni: la prima conteneva raccomandazioni per facilitare l’estradizione dei criminali di guerra e fu subito resa pubblica; la seconda, invece, non è mai stata divulgata. È possibile che si tratti di veterani che, pur avendo servito le potenze dell’Asse, non si sono macchiati di particolari crimini e si sono poi rifatti una vita in Canada.
A spingere per la pubblicazione della seconda parte del rapporto sono soprattutto le associazioni ebraiche, come il B’nai Brith e gli Amici del Centro Simon Wiesenthal. La politica, invece, si è spaccata a livello trasversale: sia liberali che conservatori si sono divisi al loro interno sull’opportunità di declassificare il rapporto. Per alcuni, si tratta di fare definitivamente i conti con il passato, mentre per altri è ormai inutile rivangare storie antiche e ingombranti. Ad esempio, il deputato liberale del Québec Anthony Housefather, che è ebreo, ha affermato che si tratta di una questione molto delicata e che il governo «non vuole arrecare dolore a diverse comunità dell’Europa orientale». Per questo c’è da capire quali parti rivelare e quali mantenere segrete, anche perché le singole situazioni sono piuttosto differenziate: lo stesso Hunka, per dire, ha interpretato il suo servizio militare come una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina contro il totalitarismo sovietico, senza contare che la divisione di Waffen-Ss in cui combatté è tuttora commemorata dagli espatriati ucraini in tutto il mondo. La Commissione Deschênes, peraltro, sentenziò che le accuse di crimini di guerra commessi da questa divisione «non sono mai state comprovate».
Insomma, questa sorta di Norimberga 2.0, avallata da Trudeau con goffaggine, malcelati timori e imbarazzo, non aiuta a comprendere le complessità della storia. Basti guardare a quel che sta succedendo alla nutrita comunità ucraina presente in Canada. L’Università dell’Alberta, per esempio, è stata accusata da alcuni reporter di sinistra di intrattenere rapporti (anche economici) con l’Istituto canadese di studi ucraini (Cius). Il suo co-fondatore, Peter Savaryn, militò nella stessa formazione di Hunka. Questo, però, non gli impedì di essere insignito nel 1987 dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza della nazione.
Insomma, pare sia partita una singolare caccia alle streghe in salsa canadese. Con risvolti, tra l’altro, alquanto grotteschi. Infatti, uno degli autori dell’inchiesta sull’Università dell’Alberta e il Cius, Duncan Kinney, un anno fa è stato rinviato a giudizio per atti di vandalismo contro due monumenti ucraini a Edmonton: una statua in onore del nazionalista ucraino Roman Shukhevych e un memoriale per i soldati ucraini della seconda guerra mondiale. A detta degli inquirenti, Kinney avrebbe imbrattato entrambi con la vernice rossa e la scritta «nazisti».
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Il leader russo attribuisce la morte del capo della Wagner alla poca lucidità a bordo dell’aereo esploso. Giallo sulla strage di Groza: Mosca nega responsabilità. E intanto fa marcia indietro sulla messa al bando del nucleare.Dopo lo scandalo per gli onori all’ex Ss, per placare gli animi il presidente canadese si è impegnato a desecretare un rapporto sui reduci dell’Asse riparati nel Paese.Lo speciale contiene due articoli.La verità sulla morte del leader dei mercenari della Wagner Evgenij Prigozhin non si scoprirà mai. Di ciò che è accaduto ci è concesso solo avere delle versioni, l’ultima, e forse la più bizzarra, è quella che arriva dal presidente russo Vladimir Putin. «Giocavano con una granata ed erano ubriachi». Questa la sua versione. Semplice. Troppo. E infatti è al limite del ridicolo. Sui corpi delle vittime - ha spiegato - sono stati trovati frammenti di una granata, quindi questo potrebbe far pensare ad un’esplosione accidentale. Inoltre, sempre nella sua ricostruzione, non c’è traccia di impatto esterno al velivolo. Il particolare escluderebbe così la tesi del missile, scenario ipotizzato da alcuni insieme a quello di un ordigno nascosto a bordo. Nulla di ufficiale in quanto, come spiegato dal portavoce Dmitri Peskov, gli inquirenti non hanno ancora consegnato il report finale. Il leader del Cremlino si è detto amareggiato e deluso per il fatto che non siano stati eseguiti test durante l’autopsia per accertare presenza di alcol o droghe, ricordando che durante una perquisizione nella villa di Prigozhin erano stati trovati cinque chilogrammi di cocaina. Putin chiaramente in questo modo intende alludere alla possibilità che il capo della Wagner e i suoi potessero essere sotto l’effetto di sostanze e in assenza di lucidità compiere gesti rischiosi, come il giocare con delle bombe a mano. Ennesimo tentativo di sviare e confondere le acque. Putin ha poi aggiunto che migliaia di membri della Wagner hanno firmato l’atto di sottomissione alla Difesa. Dopo la morte dello chef di Putin, a far discutere è il terribile attentato avvenuto due giorni fa a Groza, vicino a Kupiansk, nella regione ucraina di Kharkiv. Una strage in cui sono morte 52 persone, ma nonostante l’Alto commissariato dell’Onu riferisca che «tutto suggerisce sia stato un missile russo», il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato: «Continuiamo a riaffermare che l’esercito russo non colpisce obiettivi civili, ma militari». Una squadra di otto membri dell’Alto Commissariato oggi raggiungerà Groza, per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti e far luce su quanto accaduto. «In questa fase è ovviamente molto difficile stabilire con assoluta certezza cosa sia successo» ha spiegato Elizabeth Throssell, portavoce dell’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. «Non sembrano esserci obiettivi militari nelle vicinanze, ma ovviamente ciò richiederà ulteriori esami e verifiche», ha aggiunto Throssell. In seguito a ciò che è successo Vienna ha deciso di convocare l’ambasciatore russo in Austria, Dmitri Ljubinski. «Con questo brutale attacco contro obiettivi civili, la Federazione Russa viola ancora una volta il diritto internazionale umanitario. I responsabili di questi crimini di guerra devono rispondere delle loro azioni. L’Austria continuerà a lavorare in questo senso insieme ad altri partner», ha sottolineato il ministero degli Esteri austriaco.Gli attacchi russi sulla regione di Kharkiv proseguono. Ieri mattina un bombardamento ha danneggiato 20 edifici, decine i feriti e un morto: un bambino. «Il bambino ucciso è un maschio. Aveva dieci anni... Le mie condoglianze ai parenti e agli amici», il messaggio del presidente ucraino Volodomyr Zelensky. «Vogliono ucciderci solo perché siamo ucraini. Questa è una guerra brutale. È una lotta per la sopravvivenza della nostra nazione contro un terrorista folle il cui obiettivo è il genocidio», ha scritto su Telegram il consigliere presidenziale ucraino Andry Yermak. Le forze russe non commentano l’attacco ma rivendicano invece di aver colpito un’auto blindata con a bordo ufficiali di alto rango dell’esercito di Kiev a Kherson. A difendere Mosca il solito presidente bielorusso Alexander Lukashenko: «L’esplosione delle tensioni e l’escalation porteranno a una situazione in cui la Russia sarà spinta a mettere il pulsante rosso sul tavolo», ha detto sottolineando che si tratta degli Stati Uniti che spingono la Russia a usare misure estreme. La comunità internazionale insomma continua a tenere l’attenzione alta sul conflitto. Anche il presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella torna a parlare di Ucraina: «L’Unione Europea ha reagito con fedeltà e compattezza ai suoi valori. Accanto, e al di là, della doverosa solidarietà all’Ucraina, sostenendola scongiuriamo il pericolo di un conflitto dai confini imprevedibili. Se l’Ucraina cadesse assisteremmo a una deriva di aggressioni ad altri Paesi ai confini con la Russia e questo, come avvenne nel secolo scorso tra il 1938 e il ’39, condurrebbe a un conflitto generale e devastante. È motivo di tristezza vedere tante vite stroncate, tanta distruzione, immani risorse finanziarie bruciate in armamenti, ma quanto stiamo facendo tutela la pace mondiale. Naturalmente, l’auspicio è che si creino quanto prima le condizioni per un processo che conduca alla pace in Ucraina: una pace giusta, non effimera». Eppure nonostante il sostegno unanime il nodo dell’ingresso di Kiev nell’Unione continua a dividere. Se da una parte il premier spagnolo, Pedro Sanchez chiede che si cominci a parlare della sua integrazione, dall’altra il premier ungherese Viktor Orbán esprime delle perplessità: «Dobbiamo discuterne seriamente. Non abbiamo mai fatto alcun allargamento con un Paese che è in guerra». Preoccupa infine l’intenzione di Mosca di uscire dal Trattato per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Ctbto). Peskov ha spiegato che abbandonare il trattato avrebbe lo scopo di allinearsi alla posizione degli Stati Uniti, non quello di effettuare test.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/putin-su-prigozhin-granata-ubriaco-2665824876.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-lista-dei-nazisti-spaventa-trudeau" data-post-id="2665824876" data-published-at="1696696731" data-use-pagination="False"> La lista dei nazisti spaventa Trudeau Chi l’avrebbe mai detto che un vecchio reduce della seconda guerra mondiale, alla veneranda età di 98 anni, potesse causare così tanti problemi a un primo ministro… Eppure, è proprio quello che è successo in Canada, dove il premier Justin Trudeau, insieme a Volodymyr Zelensky in visita, ha assistito alla standing ovation tributata dal Parlamento a Yaroslav Hunka, ucraino con passaporto canadese e, soprattutto, veterano delle Waffen-Ss. Cosa che, come c’era da attendersi, ha mandato su tutte le furie le associazioni ebraiche.Mercoledì scorso, per placare gli animi, il povero Trudeau ha annunciato che alcuni alti funzionari del governo stanno riesaminando con «molta attenzione e cautela» il rapporto della Commissione Deschênes, per renderlo il più possibile accessibile al grande pubblico. Istituita dall’ex premier di centrodestra Brian Mulroney (1984-1993), questa commissione si era occupata dei reduci nazionalsocialisti che, dopo la guerra, si sono trasferiti in Canada. Pubblicato nel 1986, il rapporto era diviso in due sezioni: la prima conteneva raccomandazioni per facilitare l’estradizione dei criminali di guerra e fu subito resa pubblica; la seconda, invece, non è mai stata divulgata. È possibile che si tratti di veterani che, pur avendo servito le potenze dell’Asse, non si sono macchiati di particolari crimini e si sono poi rifatti una vita in Canada.A spingere per la pubblicazione della seconda parte del rapporto sono soprattutto le associazioni ebraiche, come il B’nai Brith e gli Amici del Centro Simon Wiesenthal. La politica, invece, si è spaccata a livello trasversale: sia liberali che conservatori si sono divisi al loro interno sull’opportunità di declassificare il rapporto. Per alcuni, si tratta di fare definitivamente i conti con il passato, mentre per altri è ormai inutile rivangare storie antiche e ingombranti. Ad esempio, il deputato liberale del Québec Anthony Housefather, che è ebreo, ha affermato che si tratta di una questione molto delicata e che il governo «non vuole arrecare dolore a diverse comunità dell’Europa orientale». Per questo c’è da capire quali parti rivelare e quali mantenere segrete, anche perché le singole situazioni sono piuttosto differenziate: lo stesso Hunka, per dire, ha interpretato il suo servizio militare come una lotta per l’indipendenza dell’Ucraina contro il totalitarismo sovietico, senza contare che la divisione di Waffen-Ss in cui combatté è tuttora commemorata dagli espatriati ucraini in tutto il mondo. La Commissione Deschênes, peraltro, sentenziò che le accuse di crimini di guerra commessi da questa divisione «non sono mai state comprovate».Insomma, questa sorta di Norimberga 2.0, avallata da Trudeau con goffaggine, malcelati timori e imbarazzo, non aiuta a comprendere le complessità della storia. Basti guardare a quel che sta succedendo alla nutrita comunità ucraina presente in Canada. L’Università dell’Alberta, per esempio, è stata accusata da alcuni reporter di sinistra di intrattenere rapporti (anche economici) con l’Istituto canadese di studi ucraini (Cius). Il suo co-fondatore, Peter Savaryn, militò nella stessa formazione di Hunka. Questo, però, non gli impedì di essere insignito nel 1987 dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza della nazione.Insomma, pare sia partita una singolare caccia alle streghe in salsa canadese. Con risvolti, tra l’altro, alquanto grotteschi. Infatti, uno degli autori dell’inchiesta sull’Università dell’Alberta e il Cius, Duncan Kinney, un anno fa è stato rinviato a giudizio per atti di vandalismo contro due monumenti ucraini a Edmonton: una statua in onore del nazionalista ucraino Roman Shukhevych e un memoriale per i soldati ucraini della seconda guerra mondiale. A detta degli inquirenti, Kinney avrebbe imbrattato entrambi con la vernice rossa e la scritta «nazisti».
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.