- Il presidente del Pse, Sergei Stanishev, ha in mente per rilanciare il partito in Europa e immagina l’ex premier al posto di Jean Claude Juncker. In Italia gli eredi di Pci e Ds la prendono male. D’altronde gli eredi della Dc di sinistra sono entrati nel partito nel 2008 grazie a Walter Veltroni e da allora si sono presi tutto ciò che conta. Compreso il Colle.
- In vista delle elezioni di maggio partono gli inciuci all’Europarlamento. Emmanuel Macron spera di prendersi l’ala socialista e poter chiudere un accordo con il Ppe per evitare che l’attuale establishment cada sotto il voto populista.
- I 73 deputati inglesi saranno rimpiazzati da alotri Stati: guida agli equilibri di voto tra Belgio, Germania e Paesi dell’Est
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C’è disperazione tra le fila del Pse, il Partito del socialismo europeo, in vista delle prossime elezioni del maggio 2019. In questi giorni, ma l’idea va avanti da mesi, è tornato in auge il nome dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni come possibile candidato alla presidenza della Commissione. Dopo la stagione fallimentare di Jean Claude Juncker, attaccato ogni giorno dal vicepremier Matteo Salvini, potrebbe essere quindi l’ex esponente della Margherita il nome che il presidente del Pse Sergei Stanishev ha in mente per rilanciare i socialisti in Europa.
L’ipotesi è stata accolta con una certa freddezza da quel che rimane della sinistra in Italia, o meglio tra gli eredi di Pci e Ds. In primo luogo Gentiloni fu insieme con Matteo Richetti, da poco candidato alla segreteria del Pd, uno dei due astenuti alla votazione del 2014 per l’entrata dei dem nella famiglia socialista europea. Quella decisione, benedetta sotto la segreteria di Matteo Renzi e con il benestare di Massimo D’Alema, contò persino il voto contrario di un esponente doc della Margherita, ovvero Giuseppe Fioroni.
In pratica gli ex Dc di sinistra entrati con la benedizione di Walter Veltroni nel Pd nel 2008, oltre ad aver fagocitato lo Stato profondo italiano, tra Quirinale con Sergio Mattarella e alte cariche strategiche della burocrazia, ora si apprestato a conquistare anche gli ultimi scranni di Bruxelles, per di più in un parlamento che, stando ai sondaggi, potrebbe essere a trazione sovranista e anti Ue. La decisione di Stanishev arriva dopo che il commissario Ue agli affari economici, il francese Pierre Moscovici ha annunciato di non volersi più candidare. Del resto Gentiloni potrebbe intercettare anche i consensi del Ppe. Ma l’ex presidente del Consiglio prende tempo. E non lo fa a caso.

La situazione interna al Pd è in continua evoluzione. Al momento le candidature sono tre, Richetti, Nicola Zingaretti e Cesare Damiano. Ma dietro continua a muoversi nell’ombra Matteo Renzi, l’ex segretario che prepara un ritorno in grande stile, a cominciare dal 19 ottobre, giorno della Leopolda numero 9. L’ex presidente del Consiglio ha un altro punto di vista sulla prossima Europa, dove pensa a un agglomerato europeista che dovrebbe variare da Emmanuel Macron in Francia a Alexis Tsipras in Grecia. L’idea è stata lanciata da Massimo Cacciari e Massimo D’Alema, ma al momento è solo sulla carta, anche perché il leader francese appare sempre più debole in patria. Per questo motivo c’è chi sostiene che la mossa Gentiloni alla commissione Ue possa essere una carta per limitare le prossime decisioni Renzi. Si vedrà.
Di certo c’è che il progetto del Partito Democratico appare sempre più fallimentare. I sondaggi danno il Nazareno ancora al 17% (Nando Pagnoncelli sul Corriere del 6 ottobre), ma la vicenda Verona, dove il capogruppo dem Carla Padovani ha votato a favore di una mozione anti aborto proposta dalla Lega, testimoniano che la convivenza tra ex Dc e sinistra è sempre più difficile. Maurizio Martina, attuale segretario, ne ha preso le distanza. Andrea Orlando, ex ministro di Grazia e Giustizia, ha chiesto l’espulsione. Ma un vecchio comunista come Emanuele Macaluso, storico amico dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, proprio ieri commentava in questo modo la vicenda. «Devo dire che non mi stupisce il fatto che Carla Padovani, capogruppo del Pd in Consiglio, abbia votato la mozione. Questa signora viene dall’Udc e ha le sue convinzioni sul tema che, certamente, non cambia dopo aver aderito al Pd. Il quale Pd, tra l’altro, non dispone di un asse politico-culturale cui fare riferimento. Quindi, la Padovani può fare la presidente del gruppo consiliare. E può avere anche le sue idee e sostenere i finanziamenti alle associazioni di cui abbiamo parlato. Però, osservo che una visione un po’ laica avrebbe suggerito alla Padovani di rispettare anche le idee degli altri consiglieri del Pd, cioè avrebbe dovuto chiedere finanziamenti anche alle associazioni che assistono chi abortisce e opporsi alla definizione di “Verona città della vita”. Non lo ha fatto: vuol dire che ha una visione integralista e ha sbagliato chi l’ha eletta capogruppo».
Alessandro Da Rold
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