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2018-10-08
La Margherita dopo il Pd punta a prendere la Commissione Ue. Solo che il candidato è Gentiloni
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ANSA
C'è disperazione tra le fila del Pse, il Partito del socialismo europeo, in vista delle prossime elezioni del maggio 2019. In questi giorni, ma l'idea va avanti da mesi, è tornato in auge il nome dell'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni come possibile candidato alla presidenza della Commissione. Dopo la stagione fallimentare di Jean Claude Juncker, attaccato ogni giorno dal vicepremier Matteo Salvini, potrebbe essere quindi l'ex esponente della Margherita il nome che il presidente del Pse Sergei Stanishev ha in mente per rilanciare i socialisti in Europa.
L'ipotesi è stata accolta con una certa freddezza da quel che rimane della sinistra in Italia, o meglio tra gli eredi di Pci e Ds. In primo luogo Gentiloni fu insieme con Matteo Richetti, da poco candidato alla segreteria del Pd, uno dei due astenuti alla votazione del 2014 per l'entrata dei dem nella famiglia socialista europea. Quella decisione, benedetta sotto la segreteria di Matteo Renzi e con il benestare di Massimo D'Alema, contò persino il voto contrario di un esponente doc della Margherita, ovvero Giuseppe Fioroni.
In pratica gli ex Dc di sinistra entrati con la benedizione di Walter Veltroni nel Pd nel 2008, oltre ad aver fagocitato lo Stato profondo italiano, tra Quirinale con Sergio Mattarella e alte cariche strategiche della burocrazia, ora si apprestato a conquistare anche gli ultimi scranni di Bruxelles, per di più in un parlamento che, stando ai sondaggi, potrebbe essere a trazione sovranista e anti Ue. La decisione di Stanishev arriva dopo che il commissario Ue agli affari economici, il francese Pierre Moscovici ha annunciato di non volersi più candidare. Del resto Gentiloni potrebbe intercettare anche i consensi del Ppe. Ma l'ex presidente del Consiglio prende tempo. E non lo fa a caso.
LaPresse
La situazione interna al Pd è in continua evoluzione. Al momento le candidature sono tre, Richetti, Nicola Zingaretti e Cesare Damiano. Ma dietro continua a muoversi nell'ombra Matteo Renzi, l'ex segretario che prepara un ritorno in grande stile, a cominciare dal 19 ottobre, giorno della Leopolda numero 9. L'ex presidente del Consiglio ha un altro punto di vista sulla prossima Europa, dove pensa a un agglomerato europeista che dovrebbe variare da Emmanuel Macron in Francia a Alexis Tsipras in Grecia. L'idea è stata lanciata da Massimo Cacciari e Massimo D'Alema, ma al momento è solo sulla carta, anche perché il leader francese appare sempre più debole in patria. Per questo motivo c'è chi sostiene che la mossa Gentiloni alla commissione Ue possa essere una carta per limitare le prossime decisioni Renzi. Si vedrà.
Di certo c'è che il progetto del Partito Democratico appare sempre più fallimentare. I sondaggi danno il Nazareno ancora al 17% (Nando Pagnoncelli sul Corriere del 6 ottobre), ma la vicenda Verona, dove il capogruppo dem Carla Padovani ha votato a favore di una mozione anti aborto proposta dalla Lega, testimoniano che la convivenza tra ex Dc e sinistra è sempre più difficile. Maurizio Martina, attuale segretario, ne ha preso le distanza. Andrea Orlando, ex ministro di Grazia e Giustizia, ha chiesto l'espulsione. Ma un vecchio comunista come Emanuele Macaluso, storico amico dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, proprio ieri commentava in questo modo la vicenda. «Devo dire che non mi stupisce il fatto che Carla Padovani, capogruppo del Pd in Consiglio, abbia votato la mozione. Questa signora viene dall'Udc e ha le sue convinzioni sul tema che, certamente, non cambia dopo aver aderito al Pd. Il quale Pd, tra l'altro, non dispone di un asse politico-culturale cui fare riferimento. Quindi, la Padovani può fare la presidente del gruppo consiliare. E può avere anche le sue idee e sostenere i finanziamenti alle associazioni di cui abbiamo parlato. Però, osservo che una visione un po' laica avrebbe suggerito alla Padovani di rispettare anche le idee degli altri consiglieri del Pd, cioè avrebbe dovuto chiedere finanziamenti anche alle associazioni che assistono chi abortisce e opporsi alla definizione di "Verona città della vita". Non lo ha fatto: vuol dire che ha una visione integralista e ha sbagliato chi l'ha eletta capogruppo».
Alessandro Da Rold
Macron e Verhofstadt nettono le mani sul Pse: promette male. Caos anche nel Ppe

LaPresse
Dopo il 26 maggio 2019, data delle prossime elezioni europee, l'emiciclo di Bruxelles e Strasburgo (incredibilmente, infatti, persiste l'assurdità della doppia sede del Parlamento europeo, con relativa duplicazione di costi) avrà un aspetto profondamente diverso dall'attuale. E non solo per la prevedibile affermazione dei partiti populisti e sovranisti, ma anche per gli effetti che i mutati rapporti di forza determineranno nella costituzione dei gruppi parlamentari.
Cominciamo con un po' di numeri: attualmente il Parlamento europeo è formato da 751 eletti, sulla base di un sistema cosiddetto «proporzionale regressivo», concepito cioè per consentire anche ai Paesi più piccoli di avere almeno 6 eurodeputati (la Germania, invece, che ha la rappresentanza più ampia, ne ha 96). Com'è noto, a seguito del referendum Brexit, verranno meno gli eurodeputati britannici. La proposta più ragionevole sarebbe stata quella di sopprimere puramente e semplicemente quei 73 seggi, ma l'attuale Europarlamento ha invece deciso di tagliarne solo alcuni. Il nuovo Parlamento avrà dunque 705 posti, con una leggera redistribuzione tra i 26 paesi rimasti (l'Italia ad esempio passerà da 73 a 76 seggi).
Attualmente, in quest'ultimo scorcio di legislatura europea, i gruppi parlamentari sono otto, più il gruppo misto (definito gruppo dei «non iscritti»): i popolari del Ppe, i socialisti del Pse (in realtà il nome è spaventosamente complesso: Alleanza progressista di socialisti e democratici), i conservatori e riformisti Ecr (il partito euroscettico e thatcheriano storicamente guidato dai Tories inglesi), i liberali ultraeuropeisti dell'Alde, i Verdi, un gruppo di sinistra estrema (con dentro gli spagnoli di Podemos e altre formazioni nordiche), il gruppo Europa della libertà e della democrazia diretta (dove si trova oggi il M5s), e il gruppo Enf-Europa delle nazioni e della libertà (con Lega e lepenisti francesi).
Proviamo a fare qualche previsione e a delineare alcuni possibili scenari per i gruppi maggiori. Con una premessa: diversamente dagli auspici di alcuni osservatori, che speravano in una campagna elettorale con già tutte le appartenenze preventivamente definite, l'impressione è che i giochi veri si faranno soltanto dopo il voto. Soprattutto le forze in maggiore ascesa - Paese per Paese - puntano infatti a fare il pieno di eurodeputati in patria, per poi usare il loro potere contrattuale solo al momento della formazione dei gruppi. Con l'obiettivo principale di pesare nella determinazione della maggioranza parlamentare e nella conseguente scelta del nuovo Presidente della Commissione, e con un obiettivo laterale (da non sottovalutare) di pesare di più (in termini di numeri e risorse) nella costituzione dei gruppi per la legislatura 2019-2024.
L'incognita maggiore è a sinistra. Il Pse, già oggi meno numeroso del Ppe (con cui è tuttavia strettissimo alleato su posizioni di difesa dell'attuale assetto europeo di regole, parametri, e con una chiara egemonia franco-tedesca), perderà forza: e non solo per il venir meno dei Laburisti inglesi, ma anche per il prevedibile indebolimento dei socialisti francesi e dei socialdemocratici tedeschi. È in questo cuneo che puntava a infilarsi Emmanuel Macron nei mesi scorsi, quando il suo astro sembrava brillare. L'obiettivo di Macron era (e sarebbe ancora) cogliere un successo personale e eleggere un forte gruzzolo di deputati del suo movimento En Marche, e farne il soggetto egemone di una nuova alleanza tra due attuali gruppi, il Pse e l'Alde (che di liberale classico ha molto poco: sotto la guida del belga Guy Verhofstadt è essenzialmente un gruppo ultraeuropeista, scatenato contro sovranisti e euroscettici). E questa nuova formazione Pse-Alde a guida macronista dovrebbe, nei desideri del Presidente francese, trattare alla pari con il Ppe ai fini di una rinnovata alleanza «eurolirica».
Anche il Ppe vive incertezze enormi. E non solo perché la Cdu della Merkel perderà terreno in Germania, così come Forza Italia nel nostro Paese. Ma soprattutto perché il recente voto dell'Europarlamento contro il Governo ungherese ha fatto esplodere il caso del partito di Viktor Orban, che del Ppe sarebbe tuttora formalmente membro. La realtà è che dentro l'attuale Ppe convivono un'ala dura sull'immigrazione (Orban e l'austriaco Kurz) ma anche una fazione allineata all'europeismo più spinto. In occasione del voto sull'Ungheria, il gruppo Ppe non ha saputo scegliere compattamente, si è spaccato, e il capogruppo, il tedesco Manfred Weber, che pure teneva a presentarsi come uomo di frontiera e di cerniera tra popolari e populisti, ha annunciato il suo voto anti-Orban.
Situazione in divenire anche per il gruppo Ecr, oggi guidato dai Conservatori inglesi (in uscita dall'Europarlamento). È un gruppo euroscettico, pro mercato e liberalconservatore, attualmente il terzo gruppo per numero, e conta una numerosa delegazione polacca (del partito attualmente al potere a Varsavia), oltre che delegazioni sovraniste scandinave. Ma in realtà, a ben vedere, saranno proprio le due forze al governo in Italia a essere al centro di molte partite, anche ai fini della formaizone dei nuovi gruppi. Da un lato, i 5stelle, che un anno fa avevano tentato l'ingresso nell'Alde, ma poi sono rimasti in un gruppo separato: al momento i grillini non hanno una destinazione certa per il futuro, né hanno individuato un perno programmatico per la loro campagna elettorale. Cosa che negli ambienti 5 stelle determina una certa ansia, rispetto alla Lega.
La quale Lega, invece, ha un posizionamento politico chiarissimo (netta contrarietà a questa Europa), è in predicato di ottenere un notevolissimo numero di eletti (c'è chi pronostica 20 eurodeputati), ha aderito al think-tank di Steve Bannon, The Movement (lo ha fatto in modo distinto anche Giorgia Meloni), e si riserva di compiere le scelte sul gruppo dopo il voto. Salvini, da mesi, parla di una «Lega delle Leghe», di un nuovo contenitore per populisti e sovranisti. Resta da capire - alla fine - quanti gruppi ci saranno a destra del Ppe nel nuovo emiciclo: se uno soltanto, o almeno due.
Da questi giochi, e ovviamente dai numeri, potrebbero uscir fuori due tipi di maggioranza: o una replica (sia pure più striminzita e ristretta) dell'attuale maggioranza Ppe-Pse (con guida macronista contorno ultraeuropeista di Alde), o un'alleanza di destra-centro con sovranisti, conservatori e una parte consistente di Ppe. Ma saranno solo gli elettori a decidere i «dosaggi».
Daniele Capezzone
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Il presidente del Pse, Sergei Stanishev, ha in mente per rilanciare il partito in Europa e immagina l'ex premier al posto di Jean Claude Juncker. In Italia gli eredi di Pci e Ds la prendono male. D'altronde gli eredi della Dc di sinistra sono entrati nel partito nel 2008 grazie a Walter Veltroni e da allora si sono presi tutto ciò che conta. Compreso il Colle.In vista delle elezioni di maggio partono gli inciuci all'Europarlamento. Emmanuel Macron spera di prendersi l'ala socialista e poter chiudere un accordo con il Ppe per evitare che l'attuale establishment cada sotto il voto populista. I 73 deputati inglesi saranno rimpiazzati da alotri Stati: guida agli equilibri di voto tra Belgio, Germania e Paesi dell'EstLo speciale contiene due articoliC'è disperazione tra le fila del Pse, il Partito del socialismo europeo, in vista delle prossime elezioni del maggio 2019. In questi giorni, ma l'idea va avanti da mesi, è tornato in auge il nome dell'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni come possibile candidato alla presidenza della Commissione. Dopo la stagione fallimentare di Jean Claude Juncker, attaccato ogni giorno dal vicepremier Matteo Salvini, potrebbe essere quindi l'ex esponente della Margherita il nome che il presidente del Pse Sergei Stanishev ha in mente per rilanciare i socialisti in Europa.L'ipotesi è stata accolta con una certa freddezza da quel che rimane della sinistra in Italia, o meglio tra gli eredi di Pci e Ds. In primo luogo Gentiloni fu insieme con Matteo Richetti, da poco candidato alla segreteria del Pd, uno dei due astenuti alla votazione del 2014 per l'entrata dei dem nella famiglia socialista europea. Quella decisione, benedetta sotto la segreteria di Matteo Renzi e con il benestare di Massimo D'Alema, contò persino il voto contrario di un esponente doc della Margherita, ovvero Giuseppe Fioroni. In pratica gli ex Dc di sinistra entrati con la benedizione di Walter Veltroni nel Pd nel 2008, oltre ad aver fagocitato lo Stato profondo italiano, tra Quirinale con Sergio Mattarella e alte cariche strategiche della burocrazia, ora si apprestato a conquistare anche gli ultimi scranni di Bruxelles, per di più in un parlamento che, stando ai sondaggi, potrebbe essere a trazione sovranista e anti Ue. La decisione di Stanishev arriva dopo che il commissario Ue agli affari economici, il francese Pierre Moscovici ha annunciato di non volersi più candidare. Del resto Gentiloni potrebbe intercettare anche i consensi del Ppe. Ma l'ex presidente del Consiglio prende tempo. E non lo fa a caso. LaPresseLa situazione interna al Pd è in continua evoluzione. Al momento le candidature sono tre, Richetti, Nicola Zingaretti e Cesare Damiano. Ma dietro continua a muoversi nell'ombra Matteo Renzi, l'ex segretario che prepara un ritorno in grande stile, a cominciare dal 19 ottobre, giorno della Leopolda numero 9. L'ex presidente del Consiglio ha un altro punto di vista sulla prossima Europa, dove pensa a un agglomerato europeista che dovrebbe variare da Emmanuel Macron in Francia a Alexis Tsipras in Grecia. L'idea è stata lanciata da Massimo Cacciari e Massimo D'Alema, ma al momento è solo sulla carta, anche perché il leader francese appare sempre più debole in patria. Per questo motivo c'è chi sostiene che la mossa Gentiloni alla commissione Ue possa essere una carta per limitare le prossime decisioni Renzi. Si vedrà. Di certo c'è che il progetto del Partito Democratico appare sempre più fallimentare. I sondaggi danno il Nazareno ancora al 17% (Nando Pagnoncelli sul Corriere del 6 ottobre), ma la vicenda Verona, dove il capogruppo dem Carla Padovani ha votato a favore di una mozione anti aborto proposta dalla Lega, testimoniano che la convivenza tra ex Dc e sinistra è sempre più difficile. Maurizio Martina, attuale segretario, ne ha preso le distanza. Andrea Orlando, ex ministro di Grazia e Giustizia, ha chiesto l'espulsione. Ma un vecchio comunista come Emanuele Macaluso, storico amico dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, proprio ieri commentava in questo modo la vicenda. «Devo dire che non mi stupisce il fatto che Carla Padovani, capogruppo del Pd in Consiglio, abbia votato la mozione. Questa signora viene dall'Udc e ha le sue convinzioni sul tema che, certamente, non cambia dopo aver aderito al Pd. Il quale Pd, tra l'altro, non dispone di un asse politico-culturale cui fare riferimento. Quindi, la Padovani può fare la presidente del gruppo consiliare. E può avere anche le sue idee e sostenere i finanziamenti alle associazioni di cui abbiamo parlato. Però, osservo che una visione un po' laica avrebbe suggerito alla Padovani di rispettare anche le idee degli altri consiglieri del Pd, cioè avrebbe dovuto chiedere finanziamenti anche alle associazioni che assistono chi abortisce e opporsi alla definizione di "Verona città della vita". Non lo ha fatto: vuol dire che ha una visione integralista e ha sbagliato chi l'ha eletta capogruppo».Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/pse-2610456814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-e-verhofstadt-nettono-le-mani-sul-pse-promette-male-caos-anche-nel-ppe" data-post-id="2610456814" data-published-at="1773443084" data-use-pagination="False"> Macron e Verhofstadt nettono le mani sul Pse: promette male. Caos anche nel Ppe LaPresse Dopo il 26 maggio 2019, data delle prossime elezioni europee, l'emiciclo di Bruxelles e Strasburgo (incredibilmente, infatti, persiste l'assurdità della doppia sede del Parlamento europeo, con relativa duplicazione di costi) avrà un aspetto profondamente diverso dall'attuale. E non solo per la prevedibile affermazione dei partiti populisti e sovranisti, ma anche per gli effetti che i mutati rapporti di forza determineranno nella costituzione dei gruppi parlamentari.Cominciamo con un po' di numeri: attualmente il Parlamento europeo è formato da 751 eletti, sulla base di un sistema cosiddetto «proporzionale regressivo», concepito cioè per consentire anche ai Paesi più piccoli di avere almeno 6 eurodeputati (la Germania, invece, che ha la rappresentanza più ampia, ne ha 96). Com'è noto, a seguito del referendum Brexit, verranno meno gli eurodeputati britannici. La proposta più ragionevole sarebbe stata quella di sopprimere puramente e semplicemente quei 73 seggi, ma l'attuale Europarlamento ha invece deciso di tagliarne solo alcuni. Il nuovo Parlamento avrà dunque 705 posti, con una leggera redistribuzione tra i 26 paesi rimasti (l'Italia ad esempio passerà da 73 a 76 seggi).Attualmente, in quest'ultimo scorcio di legislatura europea, i gruppi parlamentari sono otto, più il gruppo misto (definito gruppo dei «non iscritti»): i popolari del Ppe, i socialisti del Pse (in realtà il nome è spaventosamente complesso: Alleanza progressista di socialisti e democratici), i conservatori e riformisti Ecr (il partito euroscettico e thatcheriano storicamente guidato dai Tories inglesi), i liberali ultraeuropeisti dell'Alde, i Verdi, un gruppo di sinistra estrema (con dentro gli spagnoli di Podemos e altre formazioni nordiche), il gruppo Europa della libertà e della democrazia diretta (dove si trova oggi il M5s), e il gruppo Enf-Europa delle nazioni e della libertà (con Lega e lepenisti francesi).Proviamo a fare qualche previsione e a delineare alcuni possibili scenari per i gruppi maggiori. Con una premessa: diversamente dagli auspici di alcuni osservatori, che speravano in una campagna elettorale con già tutte le appartenenze preventivamente definite, l'impressione è che i giochi veri si faranno soltanto dopo il voto. Soprattutto le forze in maggiore ascesa - Paese per Paese - puntano infatti a fare il pieno di eurodeputati in patria, per poi usare il loro potere contrattuale solo al momento della formazione dei gruppi. Con l'obiettivo principale di pesare nella determinazione della maggioranza parlamentare e nella conseguente scelta del nuovo Presidente della Commissione, e con un obiettivo laterale (da non sottovalutare) di pesare di più (in termini di numeri e risorse) nella costituzione dei gruppi per la legislatura 2019-2024.L'incognita maggiore è a sinistra. Il Pse, già oggi meno numeroso del Ppe (con cui è tuttavia strettissimo alleato su posizioni di difesa dell'attuale assetto europeo di regole, parametri, e con una chiara egemonia franco-tedesca), perderà forza: e non solo per il venir meno dei Laburisti inglesi, ma anche per il prevedibile indebolimento dei socialisti francesi e dei socialdemocratici tedeschi. È in questo cuneo che puntava a infilarsi Emmanuel Macron nei mesi scorsi, quando il suo astro sembrava brillare. L'obiettivo di Macron era (e sarebbe ancora) cogliere un successo personale e eleggere un forte gruzzolo di deputati del suo movimento En Marche, e farne il soggetto egemone di una nuova alleanza tra due attuali gruppi, il Pse e l'Alde (che di liberale classico ha molto poco: sotto la guida del belga Guy Verhofstadt è essenzialmente un gruppo ultraeuropeista, scatenato contro sovranisti e euroscettici). E questa nuova formazione Pse-Alde a guida macronista dovrebbe, nei desideri del Presidente francese, trattare alla pari con il Ppe ai fini di una rinnovata alleanza «eurolirica».Anche il Ppe vive incertezze enormi. E non solo perché la Cdu della Merkel perderà terreno in Germania, così come Forza Italia nel nostro Paese. Ma soprattutto perché il recente voto dell'Europarlamento contro il Governo ungherese ha fatto esplodere il caso del partito di Viktor Orban, che del Ppe sarebbe tuttora formalmente membro. La realtà è che dentro l'attuale Ppe convivono un'ala dura sull'immigrazione (Orban e l'austriaco Kurz) ma anche una fazione allineata all'europeismo più spinto. In occasione del voto sull'Ungheria, il gruppo Ppe non ha saputo scegliere compattamente, si è spaccato, e il capogruppo, il tedesco Manfred Weber, che pure teneva a presentarsi come uomo di frontiera e di cerniera tra popolari e populisti, ha annunciato il suo voto anti-Orban.Situazione in divenire anche per il gruppo Ecr, oggi guidato dai Conservatori inglesi (in uscita dall'Europarlamento). È un gruppo euroscettico, pro mercato e liberalconservatore, attualmente il terzo gruppo per numero, e conta una numerosa delegazione polacca (del partito attualmente al potere a Varsavia), oltre che delegazioni sovraniste scandinave. Ma in realtà, a ben vedere, saranno proprio le due forze al governo in Italia a essere al centro di molte partite, anche ai fini della formaizone dei nuovi gruppi. Da un lato, i 5stelle, che un anno fa avevano tentato l'ingresso nell'Alde, ma poi sono rimasti in un gruppo separato: al momento i grillini non hanno una destinazione certa per il futuro, né hanno individuato un perno programmatico per la loro campagna elettorale. Cosa che negli ambienti 5 stelle determina una certa ansia, rispetto alla Lega.La quale Lega, invece, ha un posizionamento politico chiarissimo (netta contrarietà a questa Europa), è in predicato di ottenere un notevolissimo numero di eletti (c'è chi pronostica 20 eurodeputati), ha aderito al think-tank di Steve Bannon, The Movement (lo ha fatto in modo distinto anche Giorgia Meloni), e si riserva di compiere le scelte sul gruppo dopo il voto. Salvini, da mesi, parla di una «Lega delle Leghe», di un nuovo contenitore per populisti e sovranisti. Resta da capire - alla fine - quanti gruppi ci saranno a destra del Ppe nel nuovo emiciclo: se uno soltanto, o almeno due.Da questi giochi, e ovviamente dai numeri, potrebbero uscir fuori due tipi di maggioranza: o una replica (sia pure più striminzita e ristretta) dell'attuale maggioranza Ppe-Pse (con guida macronista contorno ultraeuropeista di Alde), o un'alleanza di destra-centro con sovranisti, conservatori e una parte consistente di Ppe. Ma saranno solo gli elettori a decidere i «dosaggi».Daniele Capezzone
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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