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2020-05-04
Protezione inCivile. Così spende i soldi
Angelo Borrelli (Ansa)
L'annuncio viene fatto più volte al giorno, soprattutto su radio e televisioni. Un appello quasi sempre molto scarno: «Aiuta la Protezione civile a sostenere il sistema sanitario nella lotta al coronavirus». Seguono le coordinate bancarie, non viene indicato il nome dell'istituto di credito, nemmeno quale causale si debba mettere. Per saperne di più occorre andare sul sito della Protezione, cliccare sulla voce donazioni e qualche informazione compare. Per esempio, che gli italiani contribuiscono con i loro soldi ad alimentare un «Fondo per l'acquisizione di dispositivi di protezione individuali e attrezzature sanitarie», quindi mascherine, respiratori, ventilatori ma anche «allestimenti per stanze di terapia intensiva».
I bonifici arrivano su un conto corrente presso la banca Intesa Sanpaolo intestato alla presidenza del Consiglio, dipartimento Protezione civile. La cifra raccolta, al 30 aprile, è di 142.314.276 euro: ne sono già stati spesi 117.526.541 in acquisto di ventilatori (9.420.736 euro), in Dpi, ovvero i dispositivi di protezione individuale (107.836.805 euro), e per le spese di trasporto (269.000 euro). «Sono alcuni dei costi sostenuti per trasportare i Dpi dall'estero all'Italia», fanno sapere dal dipartimento diretto da Angelo Borrelli. Non si sa quanto durerà la raccolta fondi, i tempi non sono stati indicati, però sappiamo che «circa un terzo dei presìdi è finanziato grazie alle donazioni, il resto sono soldi messi dallo Stato», è stato spiegato alla Verità.
Il costo medio sostenuto dalla Protezione civile per l'acquisto di mascherine, occhiali, ventilatori si può vedere sempre online, nella sezione «Contratti attivati» nell'emergenza coronavirus. A oggi sono 52 i capitolati, per una spesa complessiva di 356.621.685 euro, un terzo della quale è stata finanziata grazie al generoso contributo degli italiani. Con gli oltre 356 milioni di euro sono state comprate soprattutto mascherine (354.250.895 pezzi), guanti (7.250.000) tute (107.766) e ventilatori polmonari (2.560). Le mascherine Ffp2/Ffp3 ed equivalenti hanno rappresentato la spesa più alta, quasi 266 milioni di euro (1,81 euro il costo medio per ciascuna), le mascherine chirurgiche 60,5 milioni di euro (una media di 34 centesimi l'una), quelle non sanitarie sono costate circa 2,2 milioni di euro (8 centesimi il prezzo medio). Altre voci di spesa importanti sono stati i 2.560 ventilatori polmonari acquistati per quasi 26 milioni euro (più di 10.000 euro l'uno). Anche in questo caso, un terzo dei costi è stato coperto dalle donazioni degli italiani. Poi ci sono 761.116 euro per quasi 108.000 tute (costo medio 7 euro), 197.500 euro per 100.000 occhiali (1,94 euro di media), 296.000 euro per 7,2 milioni di guanti (4 centesimi l'uno).
I fornitori della Protezione civile sono 30, dei quali 21 italiani e 9 esteri. Tra quelli non nazionali vale la pena ricordare Byd (acronimo di Build your dreams, ovvero costruisci i tuoi sogni), settimo costruttore automobilistico cinese specializzato nelle auto elettriche. L'azienda ha riconvertito la sua produzione diventando il primo produttore al mondo di mascherine contro il Covid-19. La nostra Protezione civile, il 13 e il 22 marzo, ha acquistato dalla Byd 144.900 mascherine chirurgiche al costo di 30 centesimi l'una, per un totale di 43,2 milioni di euro. Nelle stesse date ha pagato alla Byd altri 91,4 milioni di euro per quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, quindi complessivi 135 milioni di euro, ma è interessante soffermarsi su quei 30 centesimi per ogni mascherina chirurgica. Il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, vuole che i fornitori italiani mantengano così bassi i costi di produzione per garantire il prezzo «politico» di 50 centesimi e ci rimettano non avendo la manodopera sottopagata e i costi di filiera del Dragone, ma alla Cina non aveva strappato grandi cifre. E per le mascherine chirurgiche comprate dall'azienda tedesca Imstec Gmbh, la Protezione civile pagò 89 centesimi a unità (400.500 euro per un ordine di 450.000 pezzi), addirittura 1,67 euro per quelle acquistate dalla giapponese Tokyo medical consulting (fornitura di 260.000 pezzi con un costo di 435.000 euro).
Stiamo parlando solo di quelle chirurgiche, ripetiamo, visto che sono la grande preoccupazione del commissario Arcuri, convinto che mezzo euro sia un prezzo «10 volte superiore al costo di produzione». Su quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, basti solo ricordare le 620.000 arrivate dalla Cina e distribuite da Domenico Arcuri all'Ordine dei medici anche se non erano «dispositivi autorizzati per l'uso sanitario».
La Protezione civile riceve i contributi pure per un altro fondo, denominato «Sempre con noi» e riservato ai congiunti di medici e infermieri che hanno perso la vita in servizio nella lotta al Covid-19. I primi 5 milioni di euro sono stati stanziati dalla famiglia dell'imprenditore Diego Della Valle, che ha promosso l'iniziativa, l'amministrazione delle donazioni è stata affidata alla Protezione civile su un conto corrente diverso ma comunque sempre di Banca Intesa Sanpaolo e intestato al dipartimento di Borrelli. In questo caso bisogna indicare «Vittime Sa». Al 30 aprile la somma raccolta era pari a 6.310.815 euro, quindi più di 1,3 milioni di euro sono frutto di altri gesti di generosità degli italiani. Sul sito della Protezione è pubblicata da pochi giorni la risoluzione delle Agenzie delle entrate che chiarisce le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali, ma nulla si conosce sulle modalità di distribuzione dei sostegni economici.
«Manca il relativo decreto ministeriale o un decreto legge», confermano dalla Protezione civile. «Bisognerà tararlo sul numero di vittime complessive, poi verranno individuante le modalità di gestione delle predette risorse, nonché le modalità di individuazione dei beneficiari e di erogazione delle somme». Quindi intanto si raccolgono contributi, poi ci auguriamo che gli italiani possano conoscere gli importi destinati a ciascun nucleo familiare dei deceduti in prima linea contro il coronavirus. Serve assoluta trasparenza, perché oltre a indicare il responsabile della raccolta fondi, le finalità e quanto della donazione erogata sia indirizzata alla realizzazione delle cause annunciate, è fondamentale garantire accessibilità alle informazioni consentendo un riscontro, per esempio attraverso un numero di telefono dedicato o via email.
I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l’emergenza
Nelle tre diverse campagne avviate fra l'agosto 2016 e il febbraio 2017, in seguito agli eventi sismici che colpirono Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, oltre 17 milioni di italiani donarono quasi 34,5 milioni di euro. Via sms da 2 euro l'uno sul numero solidale 45500 arrivarono 23.210.667 euro. Il sistema, che era già stato usato anche dopo il terremoto dell'Abruzzo e quello dell'Emilia, prevedeva il trasferimento gratuito dei fondi su un conto infruttifero aperto presso la tesoreria centrale dello Stato in favore della Protezione civile.
Attraverso il conto corrente bancario e il conto di tesoreria aperto in una prima fase dell'emergenza, arrivarono altri 11.757.167 euro. Anche allora la raccolta fondi fu gestita dal dipartimento oggi diretto da Angelo Borrelli, che poi istituì un comitato di garanti per approvare i progetti da finanziare. Le polemiche furono infinite, non perché i soldi degli sms erano spariti ma per i ritardi nel far partire la ricostruzione affidata a un commissario straordinario, malgrado la prontezza della risposta di tanti cittadini.
«Si trattava di una raccolta fondi classica, avevamo una convenzione stipulata con i gestori di telefonia mobile perché allora le donazioni arrivavano attraverso sms solidali», precisa Roberto Giarola, all'epoca direttore dell'ufficio volontariato e risorse del servizio nazionale della Protezione civile. Giarola, attuale responsabile dell'Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Milano, parla di accordo formalizzato sulla gestione delle risorse, conteggiate in base alle tariffazioni e su come venivano utilizzate.
«La polemica, inappropriata, riguardava la destinazione dei fondi per progetti molto legati al rilancio dei territori, alla ricostruzione e per nulla all'emergenza. Ma l'emergenza è coperta da fondi statali appositi», sottolinea. La campagna di sms non faceva però riferimento alla ricostruzione, il messaggio era: «Terremoto Centro Italia, dona». Le persone che in quel momento donavano pensavano che il loro contributo fosse proprio per un aiuto immediato, oltre che per la ricostruzione.
«Sul sito le informazioni c'erano tutte», precisa ancora una volta Giarola, «erano fondi per i territori, non per la gestione emergenziale. Non erano per pagare la spesa alimentare della tendopoli. Era poi spiegato che c'era un comitato di garanti che riceveva delle proposte filtrate dalle quattro Regioni, le esaminava, approvava e finanziava. L'attività di cooperazione non è per dare materialmente il cibo. Il problema di comunicazione è più generale», conviene Giarola, «perché chiaramente l'attenzione e la volontà del donatore è pronta nel momento dell'emergenza. Importante, però, è che l'utilizzo delle risorse sia chiarito e rendicontato con assoluta precisione. La Protezione civile lo ha sempre fatto».
Gli italiani sono generosi, non si tirano indietro nei momenti di difficoltà e rispondono agli appelli. Se le spese dell'emergenza sono «interamente coperte dai fondi pubblici», forse i cittadini dovrebbero saperlo. Invece nel protocollo d'intesa con gli operatori della comunicazione e della telefonia, firmato il 27 giugno 2014 dall'allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, si legge chiaramente «che il territorio italiano è periodicamente colpito da eventi calamitosi» ai quali «consegue anche la naturale mobilitazione della società civile, che si traduce anche in raccolte di fondi da destinare alla realizzazione di specifici interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi stessi». Se non c'è trasparenza nella comunicazione, anche la persona più solidale si sente presa in giro.
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Macché mascherine (italiane) a 50 centesimi: l'ente guidato da Angelo Borrelli ne ha pagati 30 per le cinesi ma 89 per le tedesche e 1,89 euro per le giapponesi. Un fondo speciale è bloccato: manca ancora un decreto attuativo del governo.I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l'emergenza. Le scosse del 2016 e '17 hanno indotto 17 milioni di italiani a mettere mano al portafogli. Ma i fondi raccolti con appelli ambigui non sono stati impiegati per i bisogni immediati.Lo speciale comprende due articoli. L'annuncio viene fatto più volte al giorno, soprattutto su radio e televisioni. Un appello quasi sempre molto scarno: «Aiuta la Protezione civile a sostenere il sistema sanitario nella lotta al coronavirus». Seguono le coordinate bancarie, non viene indicato il nome dell'istituto di credito, nemmeno quale causale si debba mettere. Per saperne di più occorre andare sul sito della Protezione, cliccare sulla voce donazioni e qualche informazione compare. Per esempio, che gli italiani contribuiscono con i loro soldi ad alimentare un «Fondo per l'acquisizione di dispositivi di protezione individuali e attrezzature sanitarie», quindi mascherine, respiratori, ventilatori ma anche «allestimenti per stanze di terapia intensiva». I bonifici arrivano su un conto corrente presso la banca Intesa Sanpaolo intestato alla presidenza del Consiglio, dipartimento Protezione civile. La cifra raccolta, al 30 aprile, è di 142.314.276 euro: ne sono già stati spesi 117.526.541 in acquisto di ventilatori (9.420.736 euro), in Dpi, ovvero i dispositivi di protezione individuale (107.836.805 euro), e per le spese di trasporto (269.000 euro). «Sono alcuni dei costi sostenuti per trasportare i Dpi dall'estero all'Italia», fanno sapere dal dipartimento diretto da Angelo Borrelli. Non si sa quanto durerà la raccolta fondi, i tempi non sono stati indicati, però sappiamo che «circa un terzo dei presìdi è finanziato grazie alle donazioni, il resto sono soldi messi dallo Stato», è stato spiegato alla Verità. Il costo medio sostenuto dalla Protezione civile per l'acquisto di mascherine, occhiali, ventilatori si può vedere sempre online, nella sezione «Contratti attivati» nell'emergenza coronavirus. A oggi sono 52 i capitolati, per una spesa complessiva di 356.621.685 euro, un terzo della quale è stata finanziata grazie al generoso contributo degli italiani. Con gli oltre 356 milioni di euro sono state comprate soprattutto mascherine (354.250.895 pezzi), guanti (7.250.000) tute (107.766) e ventilatori polmonari (2.560). Le mascherine Ffp2/Ffp3 ed equivalenti hanno rappresentato la spesa più alta, quasi 266 milioni di euro (1,81 euro il costo medio per ciascuna), le mascherine chirurgiche 60,5 milioni di euro (una media di 34 centesimi l'una), quelle non sanitarie sono costate circa 2,2 milioni di euro (8 centesimi il prezzo medio). Altre voci di spesa importanti sono stati i 2.560 ventilatori polmonari acquistati per quasi 26 milioni euro (più di 10.000 euro l'uno). Anche in questo caso, un terzo dei costi è stato coperto dalle donazioni degli italiani. Poi ci sono 761.116 euro per quasi 108.000 tute (costo medio 7 euro), 197.500 euro per 100.000 occhiali (1,94 euro di media), 296.000 euro per 7,2 milioni di guanti (4 centesimi l'uno). I fornitori della Protezione civile sono 30, dei quali 21 italiani e 9 esteri. Tra quelli non nazionali vale la pena ricordare Byd (acronimo di Build your dreams, ovvero costruisci i tuoi sogni), settimo costruttore automobilistico cinese specializzato nelle auto elettriche. L'azienda ha riconvertito la sua produzione diventando il primo produttore al mondo di mascherine contro il Covid-19. La nostra Protezione civile, il 13 e il 22 marzo, ha acquistato dalla Byd 144.900 mascherine chirurgiche al costo di 30 centesimi l'una, per un totale di 43,2 milioni di euro. Nelle stesse date ha pagato alla Byd altri 91,4 milioni di euro per quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, quindi complessivi 135 milioni di euro, ma è interessante soffermarsi su quei 30 centesimi per ogni mascherina chirurgica. Il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, vuole che i fornitori italiani mantengano così bassi i costi di produzione per garantire il prezzo «politico» di 50 centesimi e ci rimettano non avendo la manodopera sottopagata e i costi di filiera del Dragone, ma alla Cina non aveva strappato grandi cifre. E per le mascherine chirurgiche comprate dall'azienda tedesca Imstec Gmbh, la Protezione civile pagò 89 centesimi a unità (400.500 euro per un ordine di 450.000 pezzi), addirittura 1,67 euro per quelle acquistate dalla giapponese Tokyo medical consulting (fornitura di 260.000 pezzi con un costo di 435.000 euro). Stiamo parlando solo di quelle chirurgiche, ripetiamo, visto che sono la grande preoccupazione del commissario Arcuri, convinto che mezzo euro sia un prezzo «10 volte superiore al costo di produzione». Su quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, basti solo ricordare le 620.000 arrivate dalla Cina e distribuite da Domenico Arcuri all'Ordine dei medici anche se non erano «dispositivi autorizzati per l'uso sanitario».La Protezione civile riceve i contributi pure per un altro fondo, denominato «Sempre con noi» e riservato ai congiunti di medici e infermieri che hanno perso la vita in servizio nella lotta al Covid-19. I primi 5 milioni di euro sono stati stanziati dalla famiglia dell'imprenditore Diego Della Valle, che ha promosso l'iniziativa, l'amministrazione delle donazioni è stata affidata alla Protezione civile su un conto corrente diverso ma comunque sempre di Banca Intesa Sanpaolo e intestato al dipartimento di Borrelli. In questo caso bisogna indicare «Vittime Sa». Al 30 aprile la somma raccolta era pari a 6.310.815 euro, quindi più di 1,3 milioni di euro sono frutto di altri gesti di generosità degli italiani. Sul sito della Protezione è pubblicata da pochi giorni la risoluzione delle Agenzie delle entrate che chiarisce le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali, ma nulla si conosce sulle modalità di distribuzione dei sostegni economici. «Manca il relativo decreto ministeriale o un decreto legge», confermano dalla Protezione civile. «Bisognerà tararlo sul numero di vittime complessive, poi verranno individuante le modalità di gestione delle predette risorse, nonché le modalità di individuazione dei beneficiari e di erogazione delle somme». Quindi intanto si raccolgono contributi, poi ci auguriamo che gli italiani possano conoscere gli importi destinati a ciascun nucleo familiare dei deceduti in prima linea contro il coronavirus. Serve assoluta trasparenza, perché oltre a indicare il responsabile della raccolta fondi, le finalità e quanto della donazione erogata sia indirizzata alla realizzazione delle cause annunciate, è fondamentale garantire accessibilità alle informazioni consentendo un riscontro, per esempio attraverso un numero di telefono dedicato o via email.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/protezione-incivile-cosi-spende-i-soldi-2645908277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-34-milioni-donati-via-sms-dopo-i-terremoti-non-erano-per-lemergenza" data-post-id="2645908277" data-published-at="1588531509" data-use-pagination="False"> I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l’emergenza Nelle tre diverse campagne avviate fra l'agosto 2016 e il febbraio 2017, in seguito agli eventi sismici che colpirono Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, oltre 17 milioni di italiani donarono quasi 34,5 milioni di euro. Via sms da 2 euro l'uno sul numero solidale 45500 arrivarono 23.210.667 euro. Il sistema, che era già stato usato anche dopo il terremoto dell'Abruzzo e quello dell'Emilia, prevedeva il trasferimento gratuito dei fondi su un conto infruttifero aperto presso la tesoreria centrale dello Stato in favore della Protezione civile. Attraverso il conto corrente bancario e il conto di tesoreria aperto in una prima fase dell'emergenza, arrivarono altri 11.757.167 euro. Anche allora la raccolta fondi fu gestita dal dipartimento oggi diretto da Angelo Borrelli, che poi istituì un comitato di garanti per approvare i progetti da finanziare. Le polemiche furono infinite, non perché i soldi degli sms erano spariti ma per i ritardi nel far partire la ricostruzione affidata a un commissario straordinario, malgrado la prontezza della risposta di tanti cittadini. «Si trattava di una raccolta fondi classica, avevamo una convenzione stipulata con i gestori di telefonia mobile perché allora le donazioni arrivavano attraverso sms solidali», precisa Roberto Giarola, all'epoca direttore dell'ufficio volontariato e risorse del servizio nazionale della Protezione civile. Giarola, attuale responsabile dell'Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Milano, parla di accordo formalizzato sulla gestione delle risorse, conteggiate in base alle tariffazioni e su come venivano utilizzate. «La polemica, inappropriata, riguardava la destinazione dei fondi per progetti molto legati al rilancio dei territori, alla ricostruzione e per nulla all'emergenza. Ma l'emergenza è coperta da fondi statali appositi», sottolinea. La campagna di sms non faceva però riferimento alla ricostruzione, il messaggio era: «Terremoto Centro Italia, dona». Le persone che in quel momento donavano pensavano che il loro contributo fosse proprio per un aiuto immediato, oltre che per la ricostruzione. «Sul sito le informazioni c'erano tutte», precisa ancora una volta Giarola, «erano fondi per i territori, non per la gestione emergenziale. Non erano per pagare la spesa alimentare della tendopoli. Era poi spiegato che c'era un comitato di garanti che riceveva delle proposte filtrate dalle quattro Regioni, le esaminava, approvava e finanziava. L'attività di cooperazione non è per dare materialmente il cibo. Il problema di comunicazione è più generale», conviene Giarola, «perché chiaramente l'attenzione e la volontà del donatore è pronta nel momento dell'emergenza. Importante, però, è che l'utilizzo delle risorse sia chiarito e rendicontato con assoluta precisione. La Protezione civile lo ha sempre fatto». Gli italiani sono generosi, non si tirano indietro nei momenti di difficoltà e rispondono agli appelli. Se le spese dell'emergenza sono «interamente coperte dai fondi pubblici», forse i cittadini dovrebbero saperlo. Invece nel protocollo d'intesa con gli operatori della comunicazione e della telefonia, firmato il 27 giugno 2014 dall'allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, si legge chiaramente «che il territorio italiano è periodicamente colpito da eventi calamitosi» ai quali «consegue anche la naturale mobilitazione della società civile, che si traduce anche in raccolte di fondi da destinare alla realizzazione di specifici interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi stessi». Se non c'è trasparenza nella comunicazione, anche la persona più solidale si sente presa in giro.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 giugno 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché l'Iran è uscito rafforzato dall'accordo con gli Usa.
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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