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2020-05-04
Protezione inCivile. Così spende i soldi
Angelo Borrelli (Ansa)
L'annuncio viene fatto più volte al giorno, soprattutto su radio e televisioni. Un appello quasi sempre molto scarno: «Aiuta la Protezione civile a sostenere il sistema sanitario nella lotta al coronavirus». Seguono le coordinate bancarie, non viene indicato il nome dell'istituto di credito, nemmeno quale causale si debba mettere. Per saperne di più occorre andare sul sito della Protezione, cliccare sulla voce donazioni e qualche informazione compare. Per esempio, che gli italiani contribuiscono con i loro soldi ad alimentare un «Fondo per l'acquisizione di dispositivi di protezione individuali e attrezzature sanitarie», quindi mascherine, respiratori, ventilatori ma anche «allestimenti per stanze di terapia intensiva».
I bonifici arrivano su un conto corrente presso la banca Intesa Sanpaolo intestato alla presidenza del Consiglio, dipartimento Protezione civile. La cifra raccolta, al 30 aprile, è di 142.314.276 euro: ne sono già stati spesi 117.526.541 in acquisto di ventilatori (9.420.736 euro), in Dpi, ovvero i dispositivi di protezione individuale (107.836.805 euro), e per le spese di trasporto (269.000 euro). «Sono alcuni dei costi sostenuti per trasportare i Dpi dall'estero all'Italia», fanno sapere dal dipartimento diretto da Angelo Borrelli. Non si sa quanto durerà la raccolta fondi, i tempi non sono stati indicati, però sappiamo che «circa un terzo dei presìdi è finanziato grazie alle donazioni, il resto sono soldi messi dallo Stato», è stato spiegato alla Verità.
Il costo medio sostenuto dalla Protezione civile per l'acquisto di mascherine, occhiali, ventilatori si può vedere sempre online, nella sezione «Contratti attivati» nell'emergenza coronavirus. A oggi sono 52 i capitolati, per una spesa complessiva di 356.621.685 euro, un terzo della quale è stata finanziata grazie al generoso contributo degli italiani. Con gli oltre 356 milioni di euro sono state comprate soprattutto mascherine (354.250.895 pezzi), guanti (7.250.000) tute (107.766) e ventilatori polmonari (2.560). Le mascherine Ffp2/Ffp3 ed equivalenti hanno rappresentato la spesa più alta, quasi 266 milioni di euro (1,81 euro il costo medio per ciascuna), le mascherine chirurgiche 60,5 milioni di euro (una media di 34 centesimi l'una), quelle non sanitarie sono costate circa 2,2 milioni di euro (8 centesimi il prezzo medio). Altre voci di spesa importanti sono stati i 2.560 ventilatori polmonari acquistati per quasi 26 milioni euro (più di 10.000 euro l'uno). Anche in questo caso, un terzo dei costi è stato coperto dalle donazioni degli italiani. Poi ci sono 761.116 euro per quasi 108.000 tute (costo medio 7 euro), 197.500 euro per 100.000 occhiali (1,94 euro di media), 296.000 euro per 7,2 milioni di guanti (4 centesimi l'uno).
I fornitori della Protezione civile sono 30, dei quali 21 italiani e 9 esteri. Tra quelli non nazionali vale la pena ricordare Byd (acronimo di Build your dreams, ovvero costruisci i tuoi sogni), settimo costruttore automobilistico cinese specializzato nelle auto elettriche. L'azienda ha riconvertito la sua produzione diventando il primo produttore al mondo di mascherine contro il Covid-19. La nostra Protezione civile, il 13 e il 22 marzo, ha acquistato dalla Byd 144.900 mascherine chirurgiche al costo di 30 centesimi l'una, per un totale di 43,2 milioni di euro. Nelle stesse date ha pagato alla Byd altri 91,4 milioni di euro per quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, quindi complessivi 135 milioni di euro, ma è interessante soffermarsi su quei 30 centesimi per ogni mascherina chirurgica. Il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, vuole che i fornitori italiani mantengano così bassi i costi di produzione per garantire il prezzo «politico» di 50 centesimi e ci rimettano non avendo la manodopera sottopagata e i costi di filiera del Dragone, ma alla Cina non aveva strappato grandi cifre. E per le mascherine chirurgiche comprate dall'azienda tedesca Imstec Gmbh, la Protezione civile pagò 89 centesimi a unità (400.500 euro per un ordine di 450.000 pezzi), addirittura 1,67 euro per quelle acquistate dalla giapponese Tokyo medical consulting (fornitura di 260.000 pezzi con un costo di 435.000 euro).
Stiamo parlando solo di quelle chirurgiche, ripetiamo, visto che sono la grande preoccupazione del commissario Arcuri, convinto che mezzo euro sia un prezzo «10 volte superiore al costo di produzione». Su quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, basti solo ricordare le 620.000 arrivate dalla Cina e distribuite da Domenico Arcuri all'Ordine dei medici anche se non erano «dispositivi autorizzati per l'uso sanitario».
La Protezione civile riceve i contributi pure per un altro fondo, denominato «Sempre con noi» e riservato ai congiunti di medici e infermieri che hanno perso la vita in servizio nella lotta al Covid-19. I primi 5 milioni di euro sono stati stanziati dalla famiglia dell'imprenditore Diego Della Valle, che ha promosso l'iniziativa, l'amministrazione delle donazioni è stata affidata alla Protezione civile su un conto corrente diverso ma comunque sempre di Banca Intesa Sanpaolo e intestato al dipartimento di Borrelli. In questo caso bisogna indicare «Vittime Sa». Al 30 aprile la somma raccolta era pari a 6.310.815 euro, quindi più di 1,3 milioni di euro sono frutto di altri gesti di generosità degli italiani. Sul sito della Protezione è pubblicata da pochi giorni la risoluzione delle Agenzie delle entrate che chiarisce le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali, ma nulla si conosce sulle modalità di distribuzione dei sostegni economici.
«Manca il relativo decreto ministeriale o un decreto legge», confermano dalla Protezione civile. «Bisognerà tararlo sul numero di vittime complessive, poi verranno individuante le modalità di gestione delle predette risorse, nonché le modalità di individuazione dei beneficiari e di erogazione delle somme». Quindi intanto si raccolgono contributi, poi ci auguriamo che gli italiani possano conoscere gli importi destinati a ciascun nucleo familiare dei deceduti in prima linea contro il coronavirus. Serve assoluta trasparenza, perché oltre a indicare il responsabile della raccolta fondi, le finalità e quanto della donazione erogata sia indirizzata alla realizzazione delle cause annunciate, è fondamentale garantire accessibilità alle informazioni consentendo un riscontro, per esempio attraverso un numero di telefono dedicato o via email.
I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l’emergenza
Nelle tre diverse campagne avviate fra l'agosto 2016 e il febbraio 2017, in seguito agli eventi sismici che colpirono Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, oltre 17 milioni di italiani donarono quasi 34,5 milioni di euro. Via sms da 2 euro l'uno sul numero solidale 45500 arrivarono 23.210.667 euro. Il sistema, che era già stato usato anche dopo il terremoto dell'Abruzzo e quello dell'Emilia, prevedeva il trasferimento gratuito dei fondi su un conto infruttifero aperto presso la tesoreria centrale dello Stato in favore della Protezione civile.
Attraverso il conto corrente bancario e il conto di tesoreria aperto in una prima fase dell'emergenza, arrivarono altri 11.757.167 euro. Anche allora la raccolta fondi fu gestita dal dipartimento oggi diretto da Angelo Borrelli, che poi istituì un comitato di garanti per approvare i progetti da finanziare. Le polemiche furono infinite, non perché i soldi degli sms erano spariti ma per i ritardi nel far partire la ricostruzione affidata a un commissario straordinario, malgrado la prontezza della risposta di tanti cittadini.
«Si trattava di una raccolta fondi classica, avevamo una convenzione stipulata con i gestori di telefonia mobile perché allora le donazioni arrivavano attraverso sms solidali», precisa Roberto Giarola, all'epoca direttore dell'ufficio volontariato e risorse del servizio nazionale della Protezione civile. Giarola, attuale responsabile dell'Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Milano, parla di accordo formalizzato sulla gestione delle risorse, conteggiate in base alle tariffazioni e su come venivano utilizzate.
«La polemica, inappropriata, riguardava la destinazione dei fondi per progetti molto legati al rilancio dei territori, alla ricostruzione e per nulla all'emergenza. Ma l'emergenza è coperta da fondi statali appositi», sottolinea. La campagna di sms non faceva però riferimento alla ricostruzione, il messaggio era: «Terremoto Centro Italia, dona». Le persone che in quel momento donavano pensavano che il loro contributo fosse proprio per un aiuto immediato, oltre che per la ricostruzione.
«Sul sito le informazioni c'erano tutte», precisa ancora una volta Giarola, «erano fondi per i territori, non per la gestione emergenziale. Non erano per pagare la spesa alimentare della tendopoli. Era poi spiegato che c'era un comitato di garanti che riceveva delle proposte filtrate dalle quattro Regioni, le esaminava, approvava e finanziava. L'attività di cooperazione non è per dare materialmente il cibo. Il problema di comunicazione è più generale», conviene Giarola, «perché chiaramente l'attenzione e la volontà del donatore è pronta nel momento dell'emergenza. Importante, però, è che l'utilizzo delle risorse sia chiarito e rendicontato con assoluta precisione. La Protezione civile lo ha sempre fatto».
Gli italiani sono generosi, non si tirano indietro nei momenti di difficoltà e rispondono agli appelli. Se le spese dell'emergenza sono «interamente coperte dai fondi pubblici», forse i cittadini dovrebbero saperlo. Invece nel protocollo d'intesa con gli operatori della comunicazione e della telefonia, firmato il 27 giugno 2014 dall'allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, si legge chiaramente «che il territorio italiano è periodicamente colpito da eventi calamitosi» ai quali «consegue anche la naturale mobilitazione della società civile, che si traduce anche in raccolte di fondi da destinare alla realizzazione di specifici interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi stessi». Se non c'è trasparenza nella comunicazione, anche la persona più solidale si sente presa in giro.
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Macché mascherine (italiane) a 50 centesimi: l'ente guidato da Angelo Borrelli ne ha pagati 30 per le cinesi ma 89 per le tedesche e 1,89 euro per le giapponesi. Un fondo speciale è bloccato: manca ancora un decreto attuativo del governo.I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l'emergenza. Le scosse del 2016 e '17 hanno indotto 17 milioni di italiani a mettere mano al portafogli. Ma i fondi raccolti con appelli ambigui non sono stati impiegati per i bisogni immediati.Lo speciale comprende due articoli. L'annuncio viene fatto più volte al giorno, soprattutto su radio e televisioni. Un appello quasi sempre molto scarno: «Aiuta la Protezione civile a sostenere il sistema sanitario nella lotta al coronavirus». Seguono le coordinate bancarie, non viene indicato il nome dell'istituto di credito, nemmeno quale causale si debba mettere. Per saperne di più occorre andare sul sito della Protezione, cliccare sulla voce donazioni e qualche informazione compare. Per esempio, che gli italiani contribuiscono con i loro soldi ad alimentare un «Fondo per l'acquisizione di dispositivi di protezione individuali e attrezzature sanitarie», quindi mascherine, respiratori, ventilatori ma anche «allestimenti per stanze di terapia intensiva». I bonifici arrivano su un conto corrente presso la banca Intesa Sanpaolo intestato alla presidenza del Consiglio, dipartimento Protezione civile. La cifra raccolta, al 30 aprile, è di 142.314.276 euro: ne sono già stati spesi 117.526.541 in acquisto di ventilatori (9.420.736 euro), in Dpi, ovvero i dispositivi di protezione individuale (107.836.805 euro), e per le spese di trasporto (269.000 euro). «Sono alcuni dei costi sostenuti per trasportare i Dpi dall'estero all'Italia», fanno sapere dal dipartimento diretto da Angelo Borrelli. Non si sa quanto durerà la raccolta fondi, i tempi non sono stati indicati, però sappiamo che «circa un terzo dei presìdi è finanziato grazie alle donazioni, il resto sono soldi messi dallo Stato», è stato spiegato alla Verità. Il costo medio sostenuto dalla Protezione civile per l'acquisto di mascherine, occhiali, ventilatori si può vedere sempre online, nella sezione «Contratti attivati» nell'emergenza coronavirus. A oggi sono 52 i capitolati, per una spesa complessiva di 356.621.685 euro, un terzo della quale è stata finanziata grazie al generoso contributo degli italiani. Con gli oltre 356 milioni di euro sono state comprate soprattutto mascherine (354.250.895 pezzi), guanti (7.250.000) tute (107.766) e ventilatori polmonari (2.560). Le mascherine Ffp2/Ffp3 ed equivalenti hanno rappresentato la spesa più alta, quasi 266 milioni di euro (1,81 euro il costo medio per ciascuna), le mascherine chirurgiche 60,5 milioni di euro (una media di 34 centesimi l'una), quelle non sanitarie sono costate circa 2,2 milioni di euro (8 centesimi il prezzo medio). Altre voci di spesa importanti sono stati i 2.560 ventilatori polmonari acquistati per quasi 26 milioni euro (più di 10.000 euro l'uno). Anche in questo caso, un terzo dei costi è stato coperto dalle donazioni degli italiani. Poi ci sono 761.116 euro per quasi 108.000 tute (costo medio 7 euro), 197.500 euro per 100.000 occhiali (1,94 euro di media), 296.000 euro per 7,2 milioni di guanti (4 centesimi l'uno). I fornitori della Protezione civile sono 30, dei quali 21 italiani e 9 esteri. Tra quelli non nazionali vale la pena ricordare Byd (acronimo di Build your dreams, ovvero costruisci i tuoi sogni), settimo costruttore automobilistico cinese specializzato nelle auto elettriche. L'azienda ha riconvertito la sua produzione diventando il primo produttore al mondo di mascherine contro il Covid-19. La nostra Protezione civile, il 13 e il 22 marzo, ha acquistato dalla Byd 144.900 mascherine chirurgiche al costo di 30 centesimi l'una, per un totale di 43,2 milioni di euro. Nelle stesse date ha pagato alla Byd altri 91,4 milioni di euro per quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, quindi complessivi 135 milioni di euro, ma è interessante soffermarsi su quei 30 centesimi per ogni mascherina chirurgica. Il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, vuole che i fornitori italiani mantengano così bassi i costi di produzione per garantire il prezzo «politico» di 50 centesimi e ci rimettano non avendo la manodopera sottopagata e i costi di filiera del Dragone, ma alla Cina non aveva strappato grandi cifre. E per le mascherine chirurgiche comprate dall'azienda tedesca Imstec Gmbh, la Protezione civile pagò 89 centesimi a unità (400.500 euro per un ordine di 450.000 pezzi), addirittura 1,67 euro per quelle acquistate dalla giapponese Tokyo medical consulting (fornitura di 260.000 pezzi con un costo di 435.000 euro). Stiamo parlando solo di quelle chirurgiche, ripetiamo, visto che sono la grande preoccupazione del commissario Arcuri, convinto che mezzo euro sia un prezzo «10 volte superiore al costo di produzione». Su quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, basti solo ricordare le 620.000 arrivate dalla Cina e distribuite da Domenico Arcuri all'Ordine dei medici anche se non erano «dispositivi autorizzati per l'uso sanitario».La Protezione civile riceve i contributi pure per un altro fondo, denominato «Sempre con noi» e riservato ai congiunti di medici e infermieri che hanno perso la vita in servizio nella lotta al Covid-19. I primi 5 milioni di euro sono stati stanziati dalla famiglia dell'imprenditore Diego Della Valle, che ha promosso l'iniziativa, l'amministrazione delle donazioni è stata affidata alla Protezione civile su un conto corrente diverso ma comunque sempre di Banca Intesa Sanpaolo e intestato al dipartimento di Borrelli. In questo caso bisogna indicare «Vittime Sa». Al 30 aprile la somma raccolta era pari a 6.310.815 euro, quindi più di 1,3 milioni di euro sono frutto di altri gesti di generosità degli italiani. Sul sito della Protezione è pubblicata da pochi giorni la risoluzione delle Agenzie delle entrate che chiarisce le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali, ma nulla si conosce sulle modalità di distribuzione dei sostegni economici. «Manca il relativo decreto ministeriale o un decreto legge», confermano dalla Protezione civile. «Bisognerà tararlo sul numero di vittime complessive, poi verranno individuante le modalità di gestione delle predette risorse, nonché le modalità di individuazione dei beneficiari e di erogazione delle somme». Quindi intanto si raccolgono contributi, poi ci auguriamo che gli italiani possano conoscere gli importi destinati a ciascun nucleo familiare dei deceduti in prima linea contro il coronavirus. Serve assoluta trasparenza, perché oltre a indicare il responsabile della raccolta fondi, le finalità e quanto della donazione erogata sia indirizzata alla realizzazione delle cause annunciate, è fondamentale garantire accessibilità alle informazioni consentendo un riscontro, per esempio attraverso un numero di telefono dedicato o via email.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/protezione-incivile-cosi-spende-i-soldi-2645908277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-34-milioni-donati-via-sms-dopo-i-terremoti-non-erano-per-lemergenza" data-post-id="2645908277" data-published-at="1588531509" data-use-pagination="False"> I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l’emergenza Nelle tre diverse campagne avviate fra l'agosto 2016 e il febbraio 2017, in seguito agli eventi sismici che colpirono Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, oltre 17 milioni di italiani donarono quasi 34,5 milioni di euro. Via sms da 2 euro l'uno sul numero solidale 45500 arrivarono 23.210.667 euro. Il sistema, che era già stato usato anche dopo il terremoto dell'Abruzzo e quello dell'Emilia, prevedeva il trasferimento gratuito dei fondi su un conto infruttifero aperto presso la tesoreria centrale dello Stato in favore della Protezione civile. Attraverso il conto corrente bancario e il conto di tesoreria aperto in una prima fase dell'emergenza, arrivarono altri 11.757.167 euro. Anche allora la raccolta fondi fu gestita dal dipartimento oggi diretto da Angelo Borrelli, che poi istituì un comitato di garanti per approvare i progetti da finanziare. Le polemiche furono infinite, non perché i soldi degli sms erano spariti ma per i ritardi nel far partire la ricostruzione affidata a un commissario straordinario, malgrado la prontezza della risposta di tanti cittadini. «Si trattava di una raccolta fondi classica, avevamo una convenzione stipulata con i gestori di telefonia mobile perché allora le donazioni arrivavano attraverso sms solidali», precisa Roberto Giarola, all'epoca direttore dell'ufficio volontariato e risorse del servizio nazionale della Protezione civile. Giarola, attuale responsabile dell'Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Milano, parla di accordo formalizzato sulla gestione delle risorse, conteggiate in base alle tariffazioni e su come venivano utilizzate. «La polemica, inappropriata, riguardava la destinazione dei fondi per progetti molto legati al rilancio dei territori, alla ricostruzione e per nulla all'emergenza. Ma l'emergenza è coperta da fondi statali appositi», sottolinea. La campagna di sms non faceva però riferimento alla ricostruzione, il messaggio era: «Terremoto Centro Italia, dona». Le persone che in quel momento donavano pensavano che il loro contributo fosse proprio per un aiuto immediato, oltre che per la ricostruzione. «Sul sito le informazioni c'erano tutte», precisa ancora una volta Giarola, «erano fondi per i territori, non per la gestione emergenziale. Non erano per pagare la spesa alimentare della tendopoli. Era poi spiegato che c'era un comitato di garanti che riceveva delle proposte filtrate dalle quattro Regioni, le esaminava, approvava e finanziava. L'attività di cooperazione non è per dare materialmente il cibo. Il problema di comunicazione è più generale», conviene Giarola, «perché chiaramente l'attenzione e la volontà del donatore è pronta nel momento dell'emergenza. Importante, però, è che l'utilizzo delle risorse sia chiarito e rendicontato con assoluta precisione. La Protezione civile lo ha sempre fatto». Gli italiani sono generosi, non si tirano indietro nei momenti di difficoltà e rispondono agli appelli. Se le spese dell'emergenza sono «interamente coperte dai fondi pubblici», forse i cittadini dovrebbero saperlo. Invece nel protocollo d'intesa con gli operatori della comunicazione e della telefonia, firmato il 27 giugno 2014 dall'allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, si legge chiaramente «che il territorio italiano è periodicamente colpito da eventi calamitosi» ai quali «consegue anche la naturale mobilitazione della società civile, che si traduce anche in raccolte di fondi da destinare alla realizzazione di specifici interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi stessi». Se non c'è trasparenza nella comunicazione, anche la persona più solidale si sente presa in giro.
La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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