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2020-05-04
Protezione inCivile. Così spende i soldi
Angelo Borrelli (Ansa)
L'annuncio viene fatto più volte al giorno, soprattutto su radio e televisioni. Un appello quasi sempre molto scarno: «Aiuta la Protezione civile a sostenere il sistema sanitario nella lotta al coronavirus». Seguono le coordinate bancarie, non viene indicato il nome dell'istituto di credito, nemmeno quale causale si debba mettere. Per saperne di più occorre andare sul sito della Protezione, cliccare sulla voce donazioni e qualche informazione compare. Per esempio, che gli italiani contribuiscono con i loro soldi ad alimentare un «Fondo per l'acquisizione di dispositivi di protezione individuali e attrezzature sanitarie», quindi mascherine, respiratori, ventilatori ma anche «allestimenti per stanze di terapia intensiva».
I bonifici arrivano su un conto corrente presso la banca Intesa Sanpaolo intestato alla presidenza del Consiglio, dipartimento Protezione civile. La cifra raccolta, al 30 aprile, è di 142.314.276 euro: ne sono già stati spesi 117.526.541 in acquisto di ventilatori (9.420.736 euro), in Dpi, ovvero i dispositivi di protezione individuale (107.836.805 euro), e per le spese di trasporto (269.000 euro). «Sono alcuni dei costi sostenuti per trasportare i Dpi dall'estero all'Italia», fanno sapere dal dipartimento diretto da Angelo Borrelli. Non si sa quanto durerà la raccolta fondi, i tempi non sono stati indicati, però sappiamo che «circa un terzo dei presìdi è finanziato grazie alle donazioni, il resto sono soldi messi dallo Stato», è stato spiegato alla Verità.
Il costo medio sostenuto dalla Protezione civile per l'acquisto di mascherine, occhiali, ventilatori si può vedere sempre online, nella sezione «Contratti attivati» nell'emergenza coronavirus. A oggi sono 52 i capitolati, per una spesa complessiva di 356.621.685 euro, un terzo della quale è stata finanziata grazie al generoso contributo degli italiani. Con gli oltre 356 milioni di euro sono state comprate soprattutto mascherine (354.250.895 pezzi), guanti (7.250.000) tute (107.766) e ventilatori polmonari (2.560). Le mascherine Ffp2/Ffp3 ed equivalenti hanno rappresentato la spesa più alta, quasi 266 milioni di euro (1,81 euro il costo medio per ciascuna), le mascherine chirurgiche 60,5 milioni di euro (una media di 34 centesimi l'una), quelle non sanitarie sono costate circa 2,2 milioni di euro (8 centesimi il prezzo medio). Altre voci di spesa importanti sono stati i 2.560 ventilatori polmonari acquistati per quasi 26 milioni euro (più di 10.000 euro l'uno). Anche in questo caso, un terzo dei costi è stato coperto dalle donazioni degli italiani. Poi ci sono 761.116 euro per quasi 108.000 tute (costo medio 7 euro), 197.500 euro per 100.000 occhiali (1,94 euro di media), 296.000 euro per 7,2 milioni di guanti (4 centesimi l'uno).
I fornitori della Protezione civile sono 30, dei quali 21 italiani e 9 esteri. Tra quelli non nazionali vale la pena ricordare Byd (acronimo di Build your dreams, ovvero costruisci i tuoi sogni), settimo costruttore automobilistico cinese specializzato nelle auto elettriche. L'azienda ha riconvertito la sua produzione diventando il primo produttore al mondo di mascherine contro il Covid-19. La nostra Protezione civile, il 13 e il 22 marzo, ha acquistato dalla Byd 144.900 mascherine chirurgiche al costo di 30 centesimi l'una, per un totale di 43,2 milioni di euro. Nelle stesse date ha pagato alla Byd altri 91,4 milioni di euro per quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, quindi complessivi 135 milioni di euro, ma è interessante soffermarsi su quei 30 centesimi per ogni mascherina chirurgica. Il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, vuole che i fornitori italiani mantengano così bassi i costi di produzione per garantire il prezzo «politico» di 50 centesimi e ci rimettano non avendo la manodopera sottopagata e i costi di filiera del Dragone, ma alla Cina non aveva strappato grandi cifre. E per le mascherine chirurgiche comprate dall'azienda tedesca Imstec Gmbh, la Protezione civile pagò 89 centesimi a unità (400.500 euro per un ordine di 450.000 pezzi), addirittura 1,67 euro per quelle acquistate dalla giapponese Tokyo medical consulting (fornitura di 260.000 pezzi con un costo di 435.000 euro).
Stiamo parlando solo di quelle chirurgiche, ripetiamo, visto che sono la grande preoccupazione del commissario Arcuri, convinto che mezzo euro sia un prezzo «10 volte superiore al costo di produzione». Su quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, basti solo ricordare le 620.000 arrivate dalla Cina e distribuite da Domenico Arcuri all'Ordine dei medici anche se non erano «dispositivi autorizzati per l'uso sanitario».
La Protezione civile riceve i contributi pure per un altro fondo, denominato «Sempre con noi» e riservato ai congiunti di medici e infermieri che hanno perso la vita in servizio nella lotta al Covid-19. I primi 5 milioni di euro sono stati stanziati dalla famiglia dell'imprenditore Diego Della Valle, che ha promosso l'iniziativa, l'amministrazione delle donazioni è stata affidata alla Protezione civile su un conto corrente diverso ma comunque sempre di Banca Intesa Sanpaolo e intestato al dipartimento di Borrelli. In questo caso bisogna indicare «Vittime Sa». Al 30 aprile la somma raccolta era pari a 6.310.815 euro, quindi più di 1,3 milioni di euro sono frutto di altri gesti di generosità degli italiani. Sul sito della Protezione è pubblicata da pochi giorni la risoluzione delle Agenzie delle entrate che chiarisce le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali, ma nulla si conosce sulle modalità di distribuzione dei sostegni economici.
«Manca il relativo decreto ministeriale o un decreto legge», confermano dalla Protezione civile. «Bisognerà tararlo sul numero di vittime complessive, poi verranno individuante le modalità di gestione delle predette risorse, nonché le modalità di individuazione dei beneficiari e di erogazione delle somme». Quindi intanto si raccolgono contributi, poi ci auguriamo che gli italiani possano conoscere gli importi destinati a ciascun nucleo familiare dei deceduti in prima linea contro il coronavirus. Serve assoluta trasparenza, perché oltre a indicare il responsabile della raccolta fondi, le finalità e quanto della donazione erogata sia indirizzata alla realizzazione delle cause annunciate, è fondamentale garantire accessibilità alle informazioni consentendo un riscontro, per esempio attraverso un numero di telefono dedicato o via email.
I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l’emergenza
Nelle tre diverse campagne avviate fra l'agosto 2016 e il febbraio 2017, in seguito agli eventi sismici che colpirono Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, oltre 17 milioni di italiani donarono quasi 34,5 milioni di euro. Via sms da 2 euro l'uno sul numero solidale 45500 arrivarono 23.210.667 euro. Il sistema, che era già stato usato anche dopo il terremoto dell'Abruzzo e quello dell'Emilia, prevedeva il trasferimento gratuito dei fondi su un conto infruttifero aperto presso la tesoreria centrale dello Stato in favore della Protezione civile.
Attraverso il conto corrente bancario e il conto di tesoreria aperto in una prima fase dell'emergenza, arrivarono altri 11.757.167 euro. Anche allora la raccolta fondi fu gestita dal dipartimento oggi diretto da Angelo Borrelli, che poi istituì un comitato di garanti per approvare i progetti da finanziare. Le polemiche furono infinite, non perché i soldi degli sms erano spariti ma per i ritardi nel far partire la ricostruzione affidata a un commissario straordinario, malgrado la prontezza della risposta di tanti cittadini.
«Si trattava di una raccolta fondi classica, avevamo una convenzione stipulata con i gestori di telefonia mobile perché allora le donazioni arrivavano attraverso sms solidali», precisa Roberto Giarola, all'epoca direttore dell'ufficio volontariato e risorse del servizio nazionale della Protezione civile. Giarola, attuale responsabile dell'Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Milano, parla di accordo formalizzato sulla gestione delle risorse, conteggiate in base alle tariffazioni e su come venivano utilizzate.
«La polemica, inappropriata, riguardava la destinazione dei fondi per progetti molto legati al rilancio dei territori, alla ricostruzione e per nulla all'emergenza. Ma l'emergenza è coperta da fondi statali appositi», sottolinea. La campagna di sms non faceva però riferimento alla ricostruzione, il messaggio era: «Terremoto Centro Italia, dona». Le persone che in quel momento donavano pensavano che il loro contributo fosse proprio per un aiuto immediato, oltre che per la ricostruzione.
«Sul sito le informazioni c'erano tutte», precisa ancora una volta Giarola, «erano fondi per i territori, non per la gestione emergenziale. Non erano per pagare la spesa alimentare della tendopoli. Era poi spiegato che c'era un comitato di garanti che riceveva delle proposte filtrate dalle quattro Regioni, le esaminava, approvava e finanziava. L'attività di cooperazione non è per dare materialmente il cibo. Il problema di comunicazione è più generale», conviene Giarola, «perché chiaramente l'attenzione e la volontà del donatore è pronta nel momento dell'emergenza. Importante, però, è che l'utilizzo delle risorse sia chiarito e rendicontato con assoluta precisione. La Protezione civile lo ha sempre fatto».
Gli italiani sono generosi, non si tirano indietro nei momenti di difficoltà e rispondono agli appelli. Se le spese dell'emergenza sono «interamente coperte dai fondi pubblici», forse i cittadini dovrebbero saperlo. Invece nel protocollo d'intesa con gli operatori della comunicazione e della telefonia, firmato il 27 giugno 2014 dall'allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, si legge chiaramente «che il territorio italiano è periodicamente colpito da eventi calamitosi» ai quali «consegue anche la naturale mobilitazione della società civile, che si traduce anche in raccolte di fondi da destinare alla realizzazione di specifici interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi stessi». Se non c'è trasparenza nella comunicazione, anche la persona più solidale si sente presa in giro.
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Macché mascherine (italiane) a 50 centesimi: l'ente guidato da Angelo Borrelli ne ha pagati 30 per le cinesi ma 89 per le tedesche e 1,89 euro per le giapponesi. Un fondo speciale è bloccato: manca ancora un decreto attuativo del governo.I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l'emergenza. Le scosse del 2016 e '17 hanno indotto 17 milioni di italiani a mettere mano al portafogli. Ma i fondi raccolti con appelli ambigui non sono stati impiegati per i bisogni immediati.Lo speciale comprende due articoli. L'annuncio viene fatto più volte al giorno, soprattutto su radio e televisioni. Un appello quasi sempre molto scarno: «Aiuta la Protezione civile a sostenere il sistema sanitario nella lotta al coronavirus». Seguono le coordinate bancarie, non viene indicato il nome dell'istituto di credito, nemmeno quale causale si debba mettere. Per saperne di più occorre andare sul sito della Protezione, cliccare sulla voce donazioni e qualche informazione compare. Per esempio, che gli italiani contribuiscono con i loro soldi ad alimentare un «Fondo per l'acquisizione di dispositivi di protezione individuali e attrezzature sanitarie», quindi mascherine, respiratori, ventilatori ma anche «allestimenti per stanze di terapia intensiva». I bonifici arrivano su un conto corrente presso la banca Intesa Sanpaolo intestato alla presidenza del Consiglio, dipartimento Protezione civile. La cifra raccolta, al 30 aprile, è di 142.314.276 euro: ne sono già stati spesi 117.526.541 in acquisto di ventilatori (9.420.736 euro), in Dpi, ovvero i dispositivi di protezione individuale (107.836.805 euro), e per le spese di trasporto (269.000 euro). «Sono alcuni dei costi sostenuti per trasportare i Dpi dall'estero all'Italia», fanno sapere dal dipartimento diretto da Angelo Borrelli. Non si sa quanto durerà la raccolta fondi, i tempi non sono stati indicati, però sappiamo che «circa un terzo dei presìdi è finanziato grazie alle donazioni, il resto sono soldi messi dallo Stato», è stato spiegato alla Verità. Il costo medio sostenuto dalla Protezione civile per l'acquisto di mascherine, occhiali, ventilatori si può vedere sempre online, nella sezione «Contratti attivati» nell'emergenza coronavirus. A oggi sono 52 i capitolati, per una spesa complessiva di 356.621.685 euro, un terzo della quale è stata finanziata grazie al generoso contributo degli italiani. Con gli oltre 356 milioni di euro sono state comprate soprattutto mascherine (354.250.895 pezzi), guanti (7.250.000) tute (107.766) e ventilatori polmonari (2.560). Le mascherine Ffp2/Ffp3 ed equivalenti hanno rappresentato la spesa più alta, quasi 266 milioni di euro (1,81 euro il costo medio per ciascuna), le mascherine chirurgiche 60,5 milioni di euro (una media di 34 centesimi l'una), quelle non sanitarie sono costate circa 2,2 milioni di euro (8 centesimi il prezzo medio). Altre voci di spesa importanti sono stati i 2.560 ventilatori polmonari acquistati per quasi 26 milioni euro (più di 10.000 euro l'uno). Anche in questo caso, un terzo dei costi è stato coperto dalle donazioni degli italiani. Poi ci sono 761.116 euro per quasi 108.000 tute (costo medio 7 euro), 197.500 euro per 100.000 occhiali (1,94 euro di media), 296.000 euro per 7,2 milioni di guanti (4 centesimi l'uno). I fornitori della Protezione civile sono 30, dei quali 21 italiani e 9 esteri. Tra quelli non nazionali vale la pena ricordare Byd (acronimo di Build your dreams, ovvero costruisci i tuoi sogni), settimo costruttore automobilistico cinese specializzato nelle auto elettriche. L'azienda ha riconvertito la sua produzione diventando il primo produttore al mondo di mascherine contro il Covid-19. La nostra Protezione civile, il 13 e il 22 marzo, ha acquistato dalla Byd 144.900 mascherine chirurgiche al costo di 30 centesimi l'una, per un totale di 43,2 milioni di euro. Nelle stesse date ha pagato alla Byd altri 91,4 milioni di euro per quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, quindi complessivi 135 milioni di euro, ma è interessante soffermarsi su quei 30 centesimi per ogni mascherina chirurgica. Il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, vuole che i fornitori italiani mantengano così bassi i costi di produzione per garantire il prezzo «politico» di 50 centesimi e ci rimettano non avendo la manodopera sottopagata e i costi di filiera del Dragone, ma alla Cina non aveva strappato grandi cifre. E per le mascherine chirurgiche comprate dall'azienda tedesca Imstec Gmbh, la Protezione civile pagò 89 centesimi a unità (400.500 euro per un ordine di 450.000 pezzi), addirittura 1,67 euro per quelle acquistate dalla giapponese Tokyo medical consulting (fornitura di 260.000 pezzi con un costo di 435.000 euro). Stiamo parlando solo di quelle chirurgiche, ripetiamo, visto che sono la grande preoccupazione del commissario Arcuri, convinto che mezzo euro sia un prezzo «10 volte superiore al costo di produzione». Su quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, basti solo ricordare le 620.000 arrivate dalla Cina e distribuite da Domenico Arcuri all'Ordine dei medici anche se non erano «dispositivi autorizzati per l'uso sanitario».La Protezione civile riceve i contributi pure per un altro fondo, denominato «Sempre con noi» e riservato ai congiunti di medici e infermieri che hanno perso la vita in servizio nella lotta al Covid-19. I primi 5 milioni di euro sono stati stanziati dalla famiglia dell'imprenditore Diego Della Valle, che ha promosso l'iniziativa, l'amministrazione delle donazioni è stata affidata alla Protezione civile su un conto corrente diverso ma comunque sempre di Banca Intesa Sanpaolo e intestato al dipartimento di Borrelli. In questo caso bisogna indicare «Vittime Sa». Al 30 aprile la somma raccolta era pari a 6.310.815 euro, quindi più di 1,3 milioni di euro sono frutto di altri gesti di generosità degli italiani. Sul sito della Protezione è pubblicata da pochi giorni la risoluzione delle Agenzie delle entrate che chiarisce le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali, ma nulla si conosce sulle modalità di distribuzione dei sostegni economici. «Manca il relativo decreto ministeriale o un decreto legge», confermano dalla Protezione civile. «Bisognerà tararlo sul numero di vittime complessive, poi verranno individuante le modalità di gestione delle predette risorse, nonché le modalità di individuazione dei beneficiari e di erogazione delle somme». Quindi intanto si raccolgono contributi, poi ci auguriamo che gli italiani possano conoscere gli importi destinati a ciascun nucleo familiare dei deceduti in prima linea contro il coronavirus. Serve assoluta trasparenza, perché oltre a indicare il responsabile della raccolta fondi, le finalità e quanto della donazione erogata sia indirizzata alla realizzazione delle cause annunciate, è fondamentale garantire accessibilità alle informazioni consentendo un riscontro, per esempio attraverso un numero di telefono dedicato o via email.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/protezione-incivile-cosi-spende-i-soldi-2645908277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-34-milioni-donati-via-sms-dopo-i-terremoti-non-erano-per-lemergenza" data-post-id="2645908277" data-published-at="1588531509" data-use-pagination="False"> I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l’emergenza Nelle tre diverse campagne avviate fra l'agosto 2016 e il febbraio 2017, in seguito agli eventi sismici che colpirono Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, oltre 17 milioni di italiani donarono quasi 34,5 milioni di euro. Via sms da 2 euro l'uno sul numero solidale 45500 arrivarono 23.210.667 euro. Il sistema, che era già stato usato anche dopo il terremoto dell'Abruzzo e quello dell'Emilia, prevedeva il trasferimento gratuito dei fondi su un conto infruttifero aperto presso la tesoreria centrale dello Stato in favore della Protezione civile. Attraverso il conto corrente bancario e il conto di tesoreria aperto in una prima fase dell'emergenza, arrivarono altri 11.757.167 euro. Anche allora la raccolta fondi fu gestita dal dipartimento oggi diretto da Angelo Borrelli, che poi istituì un comitato di garanti per approvare i progetti da finanziare. Le polemiche furono infinite, non perché i soldi degli sms erano spariti ma per i ritardi nel far partire la ricostruzione affidata a un commissario straordinario, malgrado la prontezza della risposta di tanti cittadini. «Si trattava di una raccolta fondi classica, avevamo una convenzione stipulata con i gestori di telefonia mobile perché allora le donazioni arrivavano attraverso sms solidali», precisa Roberto Giarola, all'epoca direttore dell'ufficio volontariato e risorse del servizio nazionale della Protezione civile. Giarola, attuale responsabile dell'Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Milano, parla di accordo formalizzato sulla gestione delle risorse, conteggiate in base alle tariffazioni e su come venivano utilizzate. «La polemica, inappropriata, riguardava la destinazione dei fondi per progetti molto legati al rilancio dei territori, alla ricostruzione e per nulla all'emergenza. Ma l'emergenza è coperta da fondi statali appositi», sottolinea. La campagna di sms non faceva però riferimento alla ricostruzione, il messaggio era: «Terremoto Centro Italia, dona». Le persone che in quel momento donavano pensavano che il loro contributo fosse proprio per un aiuto immediato, oltre che per la ricostruzione. «Sul sito le informazioni c'erano tutte», precisa ancora una volta Giarola, «erano fondi per i territori, non per la gestione emergenziale. Non erano per pagare la spesa alimentare della tendopoli. Era poi spiegato che c'era un comitato di garanti che riceveva delle proposte filtrate dalle quattro Regioni, le esaminava, approvava e finanziava. L'attività di cooperazione non è per dare materialmente il cibo. Il problema di comunicazione è più generale», conviene Giarola, «perché chiaramente l'attenzione e la volontà del donatore è pronta nel momento dell'emergenza. Importante, però, è che l'utilizzo delle risorse sia chiarito e rendicontato con assoluta precisione. La Protezione civile lo ha sempre fatto». Gli italiani sono generosi, non si tirano indietro nei momenti di difficoltà e rispondono agli appelli. Se le spese dell'emergenza sono «interamente coperte dai fondi pubblici», forse i cittadini dovrebbero saperlo. Invece nel protocollo d'intesa con gli operatori della comunicazione e della telefonia, firmato il 27 giugno 2014 dall'allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, si legge chiaramente «che il territorio italiano è periodicamente colpito da eventi calamitosi» ai quali «consegue anche la naturale mobilitazione della società civile, che si traduce anche in raccolte di fondi da destinare alla realizzazione di specifici interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi stessi». Se non c'è trasparenza nella comunicazione, anche la persona più solidale si sente presa in giro.
Russia e Iran, eccesso di petrolio. Rame, tregua dopo i record. Project Vault, sulle terre rare gli USA come la Cina. GNL USA, la Germania cerca alternative.
Ansa
Una piazza che, dietro la facciata della protesta contro il caro-casa e lo sviluppo urbano, ha concentrato fin dall’inizio la propria energia contro i bersagli consueti - il premier Giorgia Meloni, il governo, gli Stati Uniti, l’Ice e la polizia - e che nel momento più critico ha avanzato verso lo sbarramento di via Marocchetti, dove l’accesso è stato chiuso con mezzi antisommossa e qualche carica di contenimento: sono sette le persone fermate e identificate. Nel mirino sono finiti anche il sindaco Beppe Sala e l’amministrazione comunale. Il risultato è un corteo in cui c’è tutto e il contrario di tutto - dalle Olimpiadi alla Palestina, dall’Ice al Comune - in un accumulo di temi che si sovrappongono fino a cancellarsi a vicenda.
I numeri seguono la consueta geometria variabile delle piazze antagoniste: per gli organizzatori i partecipanti erano quasi 10.000, ma in realtà erano meno della metà. Una forbice evidente fin dall’inizio, quando al concentramento iniziale si contavano poche centinaia di persone, circondate da più telecamere (soprattutto straniere) che manifestanti. In testa hanno sfilato gli alberi di cartone, simbolo dei larici abbattuti a Cortina, e lo striscione «Riprendiamoci le città, liberiamo le montagne». Il corteo ha attraversato corso Lodi sotto il controllo delle forze dell’ordine, mentre il Villaggio Olimpico di via Lorenzini è restato un bersaglio solo evocato. Sul ponte dell’ex scalo di Porta Romana sono volati petardi e fumogeni; più avanti Rifondazione comunista ha esposto il cartello contro Manfredi Catella e, al Corvetto, alcuni manifestantisono saliti sul tetto dell’ex mercato comunale, tra cori cantati sulle note di Hanno ucciso l’uomo ragno contro Sala e i governatori Luca Zaia e Attilio Fontana.
Nello spezzone finale il tema olimpico scompare quasi del tutto. Spuntano i grandi poster con la scritta «Libertà» e i volti di Mohammad Hannoun e di altri suoi sodali, tutti accompagnati da richieste di scarcerazione. Hannoun, leader dell’Api, è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Genova che ipotizza un sistema di raccolta fondi presentati come beneficenza e in realtà destinati a Hamas. Dal megafono prende la parola il figlio di Hannoun, che definisce il padre «una delle prime vittime della guerra della destra alla giustizia, alla libertà e alla Palestina» spingendosi poi su un terreno delirante, trasformando l’intervento in un comizio. «Abbiamo visto cosa c’era negli Epstein files. Daranno Gaza a un gruppo di pedofili».
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato di Fdi parla di «un altro patetico corteo», sostenendo che «dietro la facciata della protesta contro Olimpiadi e caro-vita si nasconda il solito odio ideologico contro il premier Meloni, il governatore Fontana e l’Ice». Sottolinea poi che «gli antagonisti hanno attaccato anche il sindaco Sala», segnando una rottura dopo lo sgombero del Leoncavallo, e chiede «sgomberi immediati» dell’ex Palasharp e il ripristino della legalità dopo l’imbrattamento della Casa dello Sport, invocando l’applicazione rigorosa del decreto Sicurezza.
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Ansa
Un contenitore di plastica, inoltre, era pieno di una polvere bianca che emanava odore di Kerosene e conteneva anche una lampadina. Era stato ancorato con una fascetta da elettricista ai corrugati dei cavi elettrici. Mentre in una seconda scatola c’era l’innesco, collegato a una batteria da nove volt. Sul posto sono intervenuti gli artificieri per le operazioni di bonifica. Non ci sono rivendicazioni. Ma il gesto viene collocato da chi indaga, soprattutto per le modalità e per i precedenti, nel perimetro degli antagonisti e dell’area anarco-insurrezionalista. Il momento, d’altra parte, è considerato bollente, perché in concomitanza con l’avvio dei Giochi di Milano-Cortina. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo contro ignoti e procede per l’ipotesi di «danneggiamento aggravato». Ma i pm, coordinati dal procuratore capo Paolo Guido, dopo aver ricevuto una prima informativa, «stanno valutando l’ipotesi di procedere per terrorismo». Nel frattempo è stata disposta «la sospensione del transito dei convogli sulle linee ad alta velocità Bologna-Milano e Bologna-Venezia». I problemi sono cominciati attorno alle 8 e si sono estesi fino a determinare la sospensione della circolazione, poi gradualmente ripresa. I treni ad alta velocità, gli Intercity e i regionali hanno registrato «ritardi fino a 120 minuti».
Insomma la pista del terrorismo è più che un’ipotesi, che si sia trattato di un sabotaggio invece è certezza. Le foto sono inequivocabili e non lasciano spazio a dubbi.
Per il ministro dei Trasporti e vicepremier Matteo Salvini, obiettivo di questi sabotatori evidentemente insieme alle Olimpiadi, è «probabilmente è un atto di terrorismo, di interruzione sull’alta velocità da parte di anarchici e casinisti vari» aggiungendo che «queste azioni di inaudita gravità non sporcano in alcun modo l’immagine dell’Italia nel mondo, che proprio i Giochi renderanno ancora più convincente e positiva» ha commentato. «I gravi episodi di sabotaggio avvenuti nei pressi della stazione di Bologna e a Pesaro, che hanno causato pesanti disagi a migliaia di viaggiatori, sono preoccupanti e ricalcano gli atti di terrorismo verificatisi in Francia a poche ore dalla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi». Insomma parla proprio di terrorismo Salvini garantendo di seguire l’evolversi della situazione molto da vicino.
«Non sono compagni che sbagliano ma sabotatori del più importante evento mondiale del 2026, le Olimpiadi Milano - Cortina», il commento di Alessandro Morelli, sottosegretario di Stato. «La sinistra era già pronta a sciacallare di fronte agli annunci di ritardi e invece si deve mordere la lingua vista la malaparata: una sinistra sempre pronta a coccolare e a volte a giustificare balordi e violenti. Sono curioso di vedere se Lilli Gruber riuscirà ad annoverare i ritardi odierni tra i numeri già da fantasilandia che ha rinfacciato ad un incredulo Salvini nei giorni scorsi».
Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami contestualizza: «Siamo dinanzi a un sabotaggio che segue di poche ore l’inizio delle Olimpiadi e che ripropone il tema della difesa delle infrastrutture dagli attacchi di quelli che sono veri e propri terroristi. Anzi sono propri questi eventi che spiegano il ricorso a norme più dure». Bignami non si lascia scappare un commento sulle toghe, augurandosi «che i responsabili siano condannati in maniera ferma ed esemplare. Toghe rosse permettendo...».
«Mentre oggi l’Italia migliore si ritrova unita a tifare per la nazione, a sostenere i suoi valori e a credere nel futuro del Paese, c’è purtroppo chi sceglie la strada opposta: quella della violenza, del sabotaggio e della destabilizzazione. Quanto accaduto a Bologna è un fatto di una gravità assoluta. Sabotare la rete ferroviaria significa colpire infrastrutture strategiche, mettere a rischio la sicurezza dei cittadini e compromettere servizi essenziali del Paese», ha detto il vicepresidente del Senato Licia Ronzulli, che ha chiosato: «Non può esserci alcuna ambiguità né indulgenza verso chi tenta di destabilizzare lo Stato». Sul tema interviene anche Azione con Osvaldo Napoli: «Sono terroristi senza ideologia».
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