True
2020-05-04
Protezione inCivile. Così spende i soldi
Angelo Borrelli (Ansa)
L'annuncio viene fatto più volte al giorno, soprattutto su radio e televisioni. Un appello quasi sempre molto scarno: «Aiuta la Protezione civile a sostenere il sistema sanitario nella lotta al coronavirus». Seguono le coordinate bancarie, non viene indicato il nome dell'istituto di credito, nemmeno quale causale si debba mettere. Per saperne di più occorre andare sul sito della Protezione, cliccare sulla voce donazioni e qualche informazione compare. Per esempio, che gli italiani contribuiscono con i loro soldi ad alimentare un «Fondo per l'acquisizione di dispositivi di protezione individuali e attrezzature sanitarie», quindi mascherine, respiratori, ventilatori ma anche «allestimenti per stanze di terapia intensiva».
I bonifici arrivano su un conto corrente presso la banca Intesa Sanpaolo intestato alla presidenza del Consiglio, dipartimento Protezione civile. La cifra raccolta, al 30 aprile, è di 142.314.276 euro: ne sono già stati spesi 117.526.541 in acquisto di ventilatori (9.420.736 euro), in Dpi, ovvero i dispositivi di protezione individuale (107.836.805 euro), e per le spese di trasporto (269.000 euro). «Sono alcuni dei costi sostenuti per trasportare i Dpi dall'estero all'Italia», fanno sapere dal dipartimento diretto da Angelo Borrelli. Non si sa quanto durerà la raccolta fondi, i tempi non sono stati indicati, però sappiamo che «circa un terzo dei presìdi è finanziato grazie alle donazioni, il resto sono soldi messi dallo Stato», è stato spiegato alla Verità.
Il costo medio sostenuto dalla Protezione civile per l'acquisto di mascherine, occhiali, ventilatori si può vedere sempre online, nella sezione «Contratti attivati» nell'emergenza coronavirus. A oggi sono 52 i capitolati, per una spesa complessiva di 356.621.685 euro, un terzo della quale è stata finanziata grazie al generoso contributo degli italiani. Con gli oltre 356 milioni di euro sono state comprate soprattutto mascherine (354.250.895 pezzi), guanti (7.250.000) tute (107.766) e ventilatori polmonari (2.560). Le mascherine Ffp2/Ffp3 ed equivalenti hanno rappresentato la spesa più alta, quasi 266 milioni di euro (1,81 euro il costo medio per ciascuna), le mascherine chirurgiche 60,5 milioni di euro (una media di 34 centesimi l'una), quelle non sanitarie sono costate circa 2,2 milioni di euro (8 centesimi il prezzo medio). Altre voci di spesa importanti sono stati i 2.560 ventilatori polmonari acquistati per quasi 26 milioni euro (più di 10.000 euro l'uno). Anche in questo caso, un terzo dei costi è stato coperto dalle donazioni degli italiani. Poi ci sono 761.116 euro per quasi 108.000 tute (costo medio 7 euro), 197.500 euro per 100.000 occhiali (1,94 euro di media), 296.000 euro per 7,2 milioni di guanti (4 centesimi l'uno).
I fornitori della Protezione civile sono 30, dei quali 21 italiani e 9 esteri. Tra quelli non nazionali vale la pena ricordare Byd (acronimo di Build your dreams, ovvero costruisci i tuoi sogni), settimo costruttore automobilistico cinese specializzato nelle auto elettriche. L'azienda ha riconvertito la sua produzione diventando il primo produttore al mondo di mascherine contro il Covid-19. La nostra Protezione civile, il 13 e il 22 marzo, ha acquistato dalla Byd 144.900 mascherine chirurgiche al costo di 30 centesimi l'una, per un totale di 43,2 milioni di euro. Nelle stesse date ha pagato alla Byd altri 91,4 milioni di euro per quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, quindi complessivi 135 milioni di euro, ma è interessante soffermarsi su quei 30 centesimi per ogni mascherina chirurgica. Il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, vuole che i fornitori italiani mantengano così bassi i costi di produzione per garantire il prezzo «politico» di 50 centesimi e ci rimettano non avendo la manodopera sottopagata e i costi di filiera del Dragone, ma alla Cina non aveva strappato grandi cifre. E per le mascherine chirurgiche comprate dall'azienda tedesca Imstec Gmbh, la Protezione civile pagò 89 centesimi a unità (400.500 euro per un ordine di 450.000 pezzi), addirittura 1,67 euro per quelle acquistate dalla giapponese Tokyo medical consulting (fornitura di 260.000 pezzi con un costo di 435.000 euro).
Stiamo parlando solo di quelle chirurgiche, ripetiamo, visto che sono la grande preoccupazione del commissario Arcuri, convinto che mezzo euro sia un prezzo «10 volte superiore al costo di produzione». Su quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, basti solo ricordare le 620.000 arrivate dalla Cina e distribuite da Domenico Arcuri all'Ordine dei medici anche se non erano «dispositivi autorizzati per l'uso sanitario».
La Protezione civile riceve i contributi pure per un altro fondo, denominato «Sempre con noi» e riservato ai congiunti di medici e infermieri che hanno perso la vita in servizio nella lotta al Covid-19. I primi 5 milioni di euro sono stati stanziati dalla famiglia dell'imprenditore Diego Della Valle, che ha promosso l'iniziativa, l'amministrazione delle donazioni è stata affidata alla Protezione civile su un conto corrente diverso ma comunque sempre di Banca Intesa Sanpaolo e intestato al dipartimento di Borrelli. In questo caso bisogna indicare «Vittime Sa». Al 30 aprile la somma raccolta era pari a 6.310.815 euro, quindi più di 1,3 milioni di euro sono frutto di altri gesti di generosità degli italiani. Sul sito della Protezione è pubblicata da pochi giorni la risoluzione delle Agenzie delle entrate che chiarisce le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali, ma nulla si conosce sulle modalità di distribuzione dei sostegni economici.
«Manca il relativo decreto ministeriale o un decreto legge», confermano dalla Protezione civile. «Bisognerà tararlo sul numero di vittime complessive, poi verranno individuante le modalità di gestione delle predette risorse, nonché le modalità di individuazione dei beneficiari e di erogazione delle somme». Quindi intanto si raccolgono contributi, poi ci auguriamo che gli italiani possano conoscere gli importi destinati a ciascun nucleo familiare dei deceduti in prima linea contro il coronavirus. Serve assoluta trasparenza, perché oltre a indicare il responsabile della raccolta fondi, le finalità e quanto della donazione erogata sia indirizzata alla realizzazione delle cause annunciate, è fondamentale garantire accessibilità alle informazioni consentendo un riscontro, per esempio attraverso un numero di telefono dedicato o via email.
I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l’emergenza
Nelle tre diverse campagne avviate fra l'agosto 2016 e il febbraio 2017, in seguito agli eventi sismici che colpirono Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, oltre 17 milioni di italiani donarono quasi 34,5 milioni di euro. Via sms da 2 euro l'uno sul numero solidale 45500 arrivarono 23.210.667 euro. Il sistema, che era già stato usato anche dopo il terremoto dell'Abruzzo e quello dell'Emilia, prevedeva il trasferimento gratuito dei fondi su un conto infruttifero aperto presso la tesoreria centrale dello Stato in favore della Protezione civile.
Attraverso il conto corrente bancario e il conto di tesoreria aperto in una prima fase dell'emergenza, arrivarono altri 11.757.167 euro. Anche allora la raccolta fondi fu gestita dal dipartimento oggi diretto da Angelo Borrelli, che poi istituì un comitato di garanti per approvare i progetti da finanziare. Le polemiche furono infinite, non perché i soldi degli sms erano spariti ma per i ritardi nel far partire la ricostruzione affidata a un commissario straordinario, malgrado la prontezza della risposta di tanti cittadini.
«Si trattava di una raccolta fondi classica, avevamo una convenzione stipulata con i gestori di telefonia mobile perché allora le donazioni arrivavano attraverso sms solidali», precisa Roberto Giarola, all'epoca direttore dell'ufficio volontariato e risorse del servizio nazionale della Protezione civile. Giarola, attuale responsabile dell'Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Milano, parla di accordo formalizzato sulla gestione delle risorse, conteggiate in base alle tariffazioni e su come venivano utilizzate.
«La polemica, inappropriata, riguardava la destinazione dei fondi per progetti molto legati al rilancio dei territori, alla ricostruzione e per nulla all'emergenza. Ma l'emergenza è coperta da fondi statali appositi», sottolinea. La campagna di sms non faceva però riferimento alla ricostruzione, il messaggio era: «Terremoto Centro Italia, dona». Le persone che in quel momento donavano pensavano che il loro contributo fosse proprio per un aiuto immediato, oltre che per la ricostruzione.
«Sul sito le informazioni c'erano tutte», precisa ancora una volta Giarola, «erano fondi per i territori, non per la gestione emergenziale. Non erano per pagare la spesa alimentare della tendopoli. Era poi spiegato che c'era un comitato di garanti che riceveva delle proposte filtrate dalle quattro Regioni, le esaminava, approvava e finanziava. L'attività di cooperazione non è per dare materialmente il cibo. Il problema di comunicazione è più generale», conviene Giarola, «perché chiaramente l'attenzione e la volontà del donatore è pronta nel momento dell'emergenza. Importante, però, è che l'utilizzo delle risorse sia chiarito e rendicontato con assoluta precisione. La Protezione civile lo ha sempre fatto».
Gli italiani sono generosi, non si tirano indietro nei momenti di difficoltà e rispondono agli appelli. Se le spese dell'emergenza sono «interamente coperte dai fondi pubblici», forse i cittadini dovrebbero saperlo. Invece nel protocollo d'intesa con gli operatori della comunicazione e della telefonia, firmato il 27 giugno 2014 dall'allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, si legge chiaramente «che il territorio italiano è periodicamente colpito da eventi calamitosi» ai quali «consegue anche la naturale mobilitazione della società civile, che si traduce anche in raccolte di fondi da destinare alla realizzazione di specifici interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi stessi». Se non c'è trasparenza nella comunicazione, anche la persona più solidale si sente presa in giro.
Continua a leggereRiduci
Macché mascherine (italiane) a 50 centesimi: l'ente guidato da Angelo Borrelli ne ha pagati 30 per le cinesi ma 89 per le tedesche e 1,89 euro per le giapponesi. Un fondo speciale è bloccato: manca ancora un decreto attuativo del governo.I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l'emergenza. Le scosse del 2016 e '17 hanno indotto 17 milioni di italiani a mettere mano al portafogli. Ma i fondi raccolti con appelli ambigui non sono stati impiegati per i bisogni immediati.Lo speciale comprende due articoli. L'annuncio viene fatto più volte al giorno, soprattutto su radio e televisioni. Un appello quasi sempre molto scarno: «Aiuta la Protezione civile a sostenere il sistema sanitario nella lotta al coronavirus». Seguono le coordinate bancarie, non viene indicato il nome dell'istituto di credito, nemmeno quale causale si debba mettere. Per saperne di più occorre andare sul sito della Protezione, cliccare sulla voce donazioni e qualche informazione compare. Per esempio, che gli italiani contribuiscono con i loro soldi ad alimentare un «Fondo per l'acquisizione di dispositivi di protezione individuali e attrezzature sanitarie», quindi mascherine, respiratori, ventilatori ma anche «allestimenti per stanze di terapia intensiva». I bonifici arrivano su un conto corrente presso la banca Intesa Sanpaolo intestato alla presidenza del Consiglio, dipartimento Protezione civile. La cifra raccolta, al 30 aprile, è di 142.314.276 euro: ne sono già stati spesi 117.526.541 in acquisto di ventilatori (9.420.736 euro), in Dpi, ovvero i dispositivi di protezione individuale (107.836.805 euro), e per le spese di trasporto (269.000 euro). «Sono alcuni dei costi sostenuti per trasportare i Dpi dall'estero all'Italia», fanno sapere dal dipartimento diretto da Angelo Borrelli. Non si sa quanto durerà la raccolta fondi, i tempi non sono stati indicati, però sappiamo che «circa un terzo dei presìdi è finanziato grazie alle donazioni, il resto sono soldi messi dallo Stato», è stato spiegato alla Verità. Il costo medio sostenuto dalla Protezione civile per l'acquisto di mascherine, occhiali, ventilatori si può vedere sempre online, nella sezione «Contratti attivati» nell'emergenza coronavirus. A oggi sono 52 i capitolati, per una spesa complessiva di 356.621.685 euro, un terzo della quale è stata finanziata grazie al generoso contributo degli italiani. Con gli oltre 356 milioni di euro sono state comprate soprattutto mascherine (354.250.895 pezzi), guanti (7.250.000) tute (107.766) e ventilatori polmonari (2.560). Le mascherine Ffp2/Ffp3 ed equivalenti hanno rappresentato la spesa più alta, quasi 266 milioni di euro (1,81 euro il costo medio per ciascuna), le mascherine chirurgiche 60,5 milioni di euro (una media di 34 centesimi l'una), quelle non sanitarie sono costate circa 2,2 milioni di euro (8 centesimi il prezzo medio). Altre voci di spesa importanti sono stati i 2.560 ventilatori polmonari acquistati per quasi 26 milioni euro (più di 10.000 euro l'uno). Anche in questo caso, un terzo dei costi è stato coperto dalle donazioni degli italiani. Poi ci sono 761.116 euro per quasi 108.000 tute (costo medio 7 euro), 197.500 euro per 100.000 occhiali (1,94 euro di media), 296.000 euro per 7,2 milioni di guanti (4 centesimi l'uno). I fornitori della Protezione civile sono 30, dei quali 21 italiani e 9 esteri. Tra quelli non nazionali vale la pena ricordare Byd (acronimo di Build your dreams, ovvero costruisci i tuoi sogni), settimo costruttore automobilistico cinese specializzato nelle auto elettriche. L'azienda ha riconvertito la sua produzione diventando il primo produttore al mondo di mascherine contro il Covid-19. La nostra Protezione civile, il 13 e il 22 marzo, ha acquistato dalla Byd 144.900 mascherine chirurgiche al costo di 30 centesimi l'una, per un totale di 43,2 milioni di euro. Nelle stesse date ha pagato alla Byd altri 91,4 milioni di euro per quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, quindi complessivi 135 milioni di euro, ma è interessante soffermarsi su quei 30 centesimi per ogni mascherina chirurgica. Il commissario straordinario per l'emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, vuole che i fornitori italiani mantengano così bassi i costi di produzione per garantire il prezzo «politico» di 50 centesimi e ci rimettano non avendo la manodopera sottopagata e i costi di filiera del Dragone, ma alla Cina non aveva strappato grandi cifre. E per le mascherine chirurgiche comprate dall'azienda tedesca Imstec Gmbh, la Protezione civile pagò 89 centesimi a unità (400.500 euro per un ordine di 450.000 pezzi), addirittura 1,67 euro per quelle acquistate dalla giapponese Tokyo medical consulting (fornitura di 260.000 pezzi con un costo di 435.000 euro). Stiamo parlando solo di quelle chirurgiche, ripetiamo, visto che sono la grande preoccupazione del commissario Arcuri, convinto che mezzo euro sia un prezzo «10 volte superiore al costo di produzione». Su quelle Ffp2/Ffp3 ed equivalenti, basti solo ricordare le 620.000 arrivate dalla Cina e distribuite da Domenico Arcuri all'Ordine dei medici anche se non erano «dispositivi autorizzati per l'uso sanitario».La Protezione civile riceve i contributi pure per un altro fondo, denominato «Sempre con noi» e riservato ai congiunti di medici e infermieri che hanno perso la vita in servizio nella lotta al Covid-19. I primi 5 milioni di euro sono stati stanziati dalla famiglia dell'imprenditore Diego Della Valle, che ha promosso l'iniziativa, l'amministrazione delle donazioni è stata affidata alla Protezione civile su un conto corrente diverso ma comunque sempre di Banca Intesa Sanpaolo e intestato al dipartimento di Borrelli. In questo caso bisogna indicare «Vittime Sa». Al 30 aprile la somma raccolta era pari a 6.310.815 euro, quindi più di 1,3 milioni di euro sono frutto di altri gesti di generosità degli italiani. Sul sito della Protezione è pubblicata da pochi giorni la risoluzione delle Agenzie delle entrate che chiarisce le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali, ma nulla si conosce sulle modalità di distribuzione dei sostegni economici. «Manca il relativo decreto ministeriale o un decreto legge», confermano dalla Protezione civile. «Bisognerà tararlo sul numero di vittime complessive, poi verranno individuante le modalità di gestione delle predette risorse, nonché le modalità di individuazione dei beneficiari e di erogazione delle somme». Quindi intanto si raccolgono contributi, poi ci auguriamo che gli italiani possano conoscere gli importi destinati a ciascun nucleo familiare dei deceduti in prima linea contro il coronavirus. Serve assoluta trasparenza, perché oltre a indicare il responsabile della raccolta fondi, le finalità e quanto della donazione erogata sia indirizzata alla realizzazione delle cause annunciate, è fondamentale garantire accessibilità alle informazioni consentendo un riscontro, per esempio attraverso un numero di telefono dedicato o via email.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/protezione-incivile-cosi-spende-i-soldi-2645908277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-34-milioni-donati-via-sms-dopo-i-terremoti-non-erano-per-lemergenza" data-post-id="2645908277" data-published-at="1588531509" data-use-pagination="False"> I 34 milioni donati via sms dopo i terremoti non erano per l’emergenza Nelle tre diverse campagne avviate fra l'agosto 2016 e il febbraio 2017, in seguito agli eventi sismici che colpirono Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, oltre 17 milioni di italiani donarono quasi 34,5 milioni di euro. Via sms da 2 euro l'uno sul numero solidale 45500 arrivarono 23.210.667 euro. Il sistema, che era già stato usato anche dopo il terremoto dell'Abruzzo e quello dell'Emilia, prevedeva il trasferimento gratuito dei fondi su un conto infruttifero aperto presso la tesoreria centrale dello Stato in favore della Protezione civile. Attraverso il conto corrente bancario e il conto di tesoreria aperto in una prima fase dell'emergenza, arrivarono altri 11.757.167 euro. Anche allora la raccolta fondi fu gestita dal dipartimento oggi diretto da Angelo Borrelli, che poi istituì un comitato di garanti per approvare i progetti da finanziare. Le polemiche furono infinite, non perché i soldi degli sms erano spariti ma per i ritardi nel far partire la ricostruzione affidata a un commissario straordinario, malgrado la prontezza della risposta di tanti cittadini. «Si trattava di una raccolta fondi classica, avevamo una convenzione stipulata con i gestori di telefonia mobile perché allora le donazioni arrivavano attraverso sms solidali», precisa Roberto Giarola, all'epoca direttore dell'ufficio volontariato e risorse del servizio nazionale della Protezione civile. Giarola, attuale responsabile dell'Agenzia dei beni confiscati alla mafia di Milano, parla di accordo formalizzato sulla gestione delle risorse, conteggiate in base alle tariffazioni e su come venivano utilizzate. «La polemica, inappropriata, riguardava la destinazione dei fondi per progetti molto legati al rilancio dei territori, alla ricostruzione e per nulla all'emergenza. Ma l'emergenza è coperta da fondi statali appositi», sottolinea. La campagna di sms non faceva però riferimento alla ricostruzione, il messaggio era: «Terremoto Centro Italia, dona». Le persone che in quel momento donavano pensavano che il loro contributo fosse proprio per un aiuto immediato, oltre che per la ricostruzione. «Sul sito le informazioni c'erano tutte», precisa ancora una volta Giarola, «erano fondi per i territori, non per la gestione emergenziale. Non erano per pagare la spesa alimentare della tendopoli. Era poi spiegato che c'era un comitato di garanti che riceveva delle proposte filtrate dalle quattro Regioni, le esaminava, approvava e finanziava. L'attività di cooperazione non è per dare materialmente il cibo. Il problema di comunicazione è più generale», conviene Giarola, «perché chiaramente l'attenzione e la volontà del donatore è pronta nel momento dell'emergenza. Importante, però, è che l'utilizzo delle risorse sia chiarito e rendicontato con assoluta precisione. La Protezione civile lo ha sempre fatto». Gli italiani sono generosi, non si tirano indietro nei momenti di difficoltà e rispondono agli appelli. Se le spese dell'emergenza sono «interamente coperte dai fondi pubblici», forse i cittadini dovrebbero saperlo. Invece nel protocollo d'intesa con gli operatori della comunicazione e della telefonia, firmato il 27 giugno 2014 dall'allora capo della Protezione civile, Franco Gabrielli, si legge chiaramente «che il territorio italiano è periodicamente colpito da eventi calamitosi» ai quali «consegue anche la naturale mobilitazione della società civile, che si traduce anche in raccolte di fondi da destinare alla realizzazione di specifici interventi in favore delle popolazioni colpite dagli eventi stessi». Se non c'è trasparenza nella comunicazione, anche la persona più solidale si sente presa in giro.
Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
Continua a leggereRiduci
«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
Continua a leggereRiduci
Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.