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2018-08-29
«Proroga ad Autostrade mai confermata»
Ansa
È un fantasma. La proroga della concessione data ad Autostrade per l'Italia, che prolungava la scadenza del contratto dal 2038 al 2042, con il crollo del ponte Morandi è diventata uno dei nodi più ingarbugliati della polemica politica. Ma non c'è. Per dirla in precisi termini tecnici: «Non esiste giuridicamente. Perché la proroga è stata approvata dall'Europa, ma il governo Gentiloni non l'ha mai ratificata con un provvedimento di legge». A rivelarlo alla Verità è Maurizio Rossi, ex senatore genovese di Scelta civica e membro della commissione trasporti, nonché proprietario dell'emittente televisiva ligure Primocanale e suo malgrado tra i grandi esperti del cavalcavia gestito da Autostrade per l'Italia.
La strana vicenda del rinnovo della concessione ai Benetton inizia a fine 2016. Due anni fa, Autostrade per l'Italia (Aspi) chiede al governo di Paolo Gentiloni e in particolare al ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio, un allungamento della concessione che scadrà nel 2038. Alla fine del contratto mancano ancora 12 anni, ma i Benetton non si accontentano, vorrebbero 15 anni in più. La proroga fino al 2053 sarebbe anche la contropartita all'impegno di realizzare la variante della gronda genovese: l'opera viaria attesa da 20 anni che, a un costo stimato di 3,2 miliardi, consentirebbe un'alternativa al traffico che da troppo tempo congestiona l'unico passante, il cavalcavia Morandi.
Alla fine, Delrio concorda con Aspi un massimo di sette anni, ma prima deve ottenere il via libera dalla Commissione europea. A Bruxelles si apre così un altro negoziato, che si conclude il 27 aprile 2017. La Commissione dà il via libera ai piani italiani per prorogare la concessione ad Aspi, ma di soli quattro anni: fino al 2042, con la facoltà di aumentare i pedaggi dello o,5% più l'inflazione. Un regalo che i quotidiani dell'epoca stimano sui 7 miliardi. In compenso, i Benetton dovranno costruire la gronda, il cui prezzo nel frattempo (calcoli del ministero di Delrio) è generosamente lievitato a 4,8 miliardi. Quel giorno, la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager dichiara: «Sono lieta che, in stretta collaborazione con l'Italia, abbiamo trovato una soluzione che permetterà di effettuare investimenti essenziali nelle autostrade italiane, limitando nel contempo l'impatto sugli utilizzatori ed evitando una sovracompensazione delle imprese che gestiscono le autostrade. L'Italia ha inoltre convenuto d'indire a breve nuovi bandi di gara per diverse, importanti concessioni autostradali al fine di garantire una vera concorrenza nel mercato».
Delle gare che avrebbero dovuto essere indette «a breve», in oltre un anno non s'è vista l'ombra. Ma s'è persa notizia anche del decreto che avrebbe dovuto ratificare la decisione europea. Il 5 luglio 2017, Delrio e Vestager si incontrano ancora e confermano definitivamente l'intesa. Delrio è contento, parla di «un accordo storico, frutto di un lavoro di 15-16 mesi».
Ma Rossi, che è rimasto in commissione trasporti fino alle elezioni del 4 marzo 2018, è certo che entro quella data non sia mai stato varato alcun provvedimento di legge per recepire e per confermare, da parte italiana, il via libera di Bruxelles del 2017. E vero che poi il governo Gentiloni è rimasto in carica per gli affari correnti fino allo scorso 1° giugno, ma a Rossi non risulta abbia provveduto: «Nemmeno nei suoi ultimi tre mesi», conclude sicuro.
La Verità ha cercato un'autorevole conferma: il viceministro all'Economia, Massimo Garavaglia, risponde con un «Non so, no comment». E sorride. Se la rivelazione di Rossi è corretta, l'effettivo termine della concessione dei Benetton su circa 3.000 chilometri di autostrade torna indietro al 2038: questo, nel caso di una revoca, vuol dire quattro anni in meno da risarcire. Un bel risparmio...
Maurizio Tortorella
«I Benetton pubblichino tutti i nomi di chi ha accettato finanziamenti»
Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte si prepara a presentare, tra pochi giorni, un esposto per danno erariale alla Corte dei conti in relazione alle concessioni autostradali. L'esposto coinvolgerebbe i precedenti governi. Fonti vicine al vicepremier Luigi Di Maio sottolineano che gli avvocati interpellati dal leader del M5s hanno confermato che ci sono i margini per presentare l'esposto. Il clamoroso annuncio è stato dato ieri da Di Maio, con un post sul blog del Movimento.
«Con dieci anni di ritardo», ha scritto Di Maio, «tutti gli italiani ora sanno che la concessione di autostrade ai Benetton è stata un regalo clamoroso che ha consentito loro di fare gli imprenditori non con il loro capitale, ma con quello dei cittadini. Il contratto prevedeva infatti una rendita garantita del 7%: una rendita spropositata! L'imprenditore a rischio zero è un'invenzione tutta italiana. Di solito è amico di quelli che furono i partiti di governo, non disdegna di assumere nelle sue aziende uomini di partito (trombati o meno), finanzia lautamente in maniera opaca o meno i partiti e i giornali a loro collegati infatti il suo nome non compare quasi mai nella carta stampata». «Chiamiamolo», ha aggiunto Di Maio, «col suo nome: prenditore. I prenditori hanno preso possesso delle infrastrutture italiane, pagate dai nostri nonni e dai nostri padri, e grazie a politici compiacenti le hanno trasformate in macchinette mangia soldi dei cittadini».
Luigi Di Maio ha messo in luce le responsabilità dei governi precedenti: «La cosa più grave», ha sottolineato il vicepremier, «è che chi stava al governo li ha sempre protetti, addirittura fino all'anno scorso con il governo di Matteo Renzi che ha dichiarato solo dieci giorni fa: “Quando e perché è stata prorogata la concessione? Nel 2017, seguendo le regole europee, dopo un confronto col commissario Ue Margrethe Vestager (altro che leggina approvata di notte, è una procedura europea!), si è deciso di allungare la concessione di quattro anni, dal 2038 al 2042, in cambio di una fondamentale opera pubblica". Bravo! Anziché preoccuparsi dei piccoli imprenditori e dei loro drammi quotidiani», aggiunge Di Maio, «hanno pensato a prolungare, mantenendoli secretati, i privilegi dei prenditori. Con il governo del cambiamento il paradigma si inverte. I privilegi dei prenditori vengono pubblicati e saranno eliminati».
Al termine del post, è arriva la clamorosa notizia dell'esposto alla Corte dei conti: «Chi ha sbagliato», ha annunciato Di Maio, «pagherà: è ora che tutti i ministri che hanno autorizzato questa follia paghino di tasca propria. Se chi ha fatto la concessione regalo ad Autostrade e chi non l'ha annullata ha causato un danno alle casse dello Stato sarà denunciato alla Corte dei conti per danno erariale: siamo già al lavoro per questo. E parlando di trasparenza: chiediamo ai Benetton di pubblicare i nomi di tutti i politici e tutti i giornali finanziati nel corso di questi anni. Questo faciliterà il lavoro. Fuori i prenditori dallo Stato!».
Il M5s sulla questione delle concessioni autostradali e sulla necessità di far pagare gli eventuali responsabili del crollo del ponte Morandi di Genova mostra una compattezza granitica. Il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, non utilizza giri di parole nell'esprimere il suo parere sulla ricostruzione del viadotto: «Autostrade», ha sottolineato Toninelli a Radio anch'io, «i soldi li mette, ma lo ricostruiamo noi il ponte. Che Autostrade debba ricostruire il ponte è scontato in termini risarcitori. Sugli immani danni morali e civili è normale che debba mettere i soldi, ma è altrettanto normale che non possa ricostruire. Sarebbe irrispettoso nei confronti delle famiglie e dei cittadini».
A proposito dei ricavi stratosferici delle società concessionarie della rete autostradale, dai documenti resi pubblici in queste ore emerge che le convenzioni sottoscritte con alcune delle maggiori società concessionarie italiane prevedono rendimenti garantiti simili a quello assicurato ad Autostrade per l'Italia, ovvero il 10,21% lordo e 6,85% netto. In particolare, Strada dei parchi del gruppo Toto ipotizza un tasso di remunerazione del capitale investito del 9,71% lordo (6,25% netto) mentre la Satap tronco A4 del gruppo Gavio indica il 10,52% lordo (e 7,16% netto) e la Milano Serravalle il 10,77% lordo (6,48% netto).
Ieri l'archistar Renzo Piano, genovese, ha incontrato il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti e ha donato alla città di Genova una «idea di ponte» concretizzata in un plastico. «Quando è crollato il viadotto Morandi», ha detto Piano, «ero a Ginevra e da allora non penso a altro. Spero di essere utile, lo faccio con molta convinzione. Bisogna che la città ritrovi orgoglio e riscatto, bisogna ricostruire questo ponte e ripensare l'intera area della val Polcevera. Il ponte lo costruiscono gli ingegneri, ma sono lieto di poter essere utile al progetto perché dietro al ponte c'è l'orgoglio e la bellezza della città. Mi sono fatto un'idea di come deve essere il nuovo ponte», ha aggiunto Renzo Piano, « ma è soltanto l'inizio. Credo nei tempi giusti, bisogna fare presto ma non in fretta».
Intanto, prosegue l'inchiesta della Procura di Genova. L'ex presidente della commissione ispettiva del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti sul crollo di ponte Morandi, Roberto Ferrazza, è stato sentito venerdì scorso dal pubblico ministero Massimo Terrile. Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche di Piemonte, Liguria e Val d'Aosta, si è presentato spontaneamente e ha rilasciato dichiarazioni, oltre a consegnare numerosi documenti. Ferrazza era a capo della commissione del provveditorato che lo scorso febbraio diede parere favorevole, anche se con alcuni rilievi, al progetto di manutenzione del ponte presentato da Autostrade.
Carlo Tarallo
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L'allungamento fino al 2042 della concessione ai Benetton, approvato nel 2017 dalla Commissione europea, non sarebbe valido. Spiega l'ex senatore genovese Maurizio Rossi: «Il governo Gentiloni non l'ha ratificato». Conto meno salato in caso di revoca.Luigi Di Maio: «È stato fatto un regalo clamoroso, chiederemo i danni erariali agli ex ministri responsabili». Renzo Piano dona «un'idea di ponte» a Giovanni Toti. Danilo Toninelli: «Autostrade pagherà, ma ricostruiremo noi».Lo speciale contiene due articoliÈ un fantasma. La proroga della concessione data ad Autostrade per l'Italia, che prolungava la scadenza del contratto dal 2038 al 2042, con il crollo del ponte Morandi è diventata uno dei nodi più ingarbugliati della polemica politica. Ma non c'è. Per dirla in precisi termini tecnici: «Non esiste giuridicamente. Perché la proroga è stata approvata dall'Europa, ma il governo Gentiloni non l'ha mai ratificata con un provvedimento di legge». A rivelarlo alla Verità è Maurizio Rossi, ex senatore genovese di Scelta civica e membro della commissione trasporti, nonché proprietario dell'emittente televisiva ligure Primocanale e suo malgrado tra i grandi esperti del cavalcavia gestito da Autostrade per l'Italia.La strana vicenda del rinnovo della concessione ai Benetton inizia a fine 2016. Due anni fa, Autostrade per l'Italia (Aspi) chiede al governo di Paolo Gentiloni e in particolare al ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio, un allungamento della concessione che scadrà nel 2038. Alla fine del contratto mancano ancora 12 anni, ma i Benetton non si accontentano, vorrebbero 15 anni in più. La proroga fino al 2053 sarebbe anche la contropartita all'impegno di realizzare la variante della gronda genovese: l'opera viaria attesa da 20 anni che, a un costo stimato di 3,2 miliardi, consentirebbe un'alternativa al traffico che da troppo tempo congestiona l'unico passante, il cavalcavia Morandi. Alla fine, Delrio concorda con Aspi un massimo di sette anni, ma prima deve ottenere il via libera dalla Commissione europea. A Bruxelles si apre così un altro negoziato, che si conclude il 27 aprile 2017. La Commissione dà il via libera ai piani italiani per prorogare la concessione ad Aspi, ma di soli quattro anni: fino al 2042, con la facoltà di aumentare i pedaggi dello o,5% più l'inflazione. Un regalo che i quotidiani dell'epoca stimano sui 7 miliardi. In compenso, i Benetton dovranno costruire la gronda, il cui prezzo nel frattempo (calcoli del ministero di Delrio) è generosamente lievitato a 4,8 miliardi. Quel giorno, la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager dichiara: «Sono lieta che, in stretta collaborazione con l'Italia, abbiamo trovato una soluzione che permetterà di effettuare investimenti essenziali nelle autostrade italiane, limitando nel contempo l'impatto sugli utilizzatori ed evitando una sovracompensazione delle imprese che gestiscono le autostrade. L'Italia ha inoltre convenuto d'indire a breve nuovi bandi di gara per diverse, importanti concessioni autostradali al fine di garantire una vera concorrenza nel mercato».Delle gare che avrebbero dovuto essere indette «a breve», in oltre un anno non s'è vista l'ombra. Ma s'è persa notizia anche del decreto che avrebbe dovuto ratificare la decisione europea. Il 5 luglio 2017, Delrio e Vestager si incontrano ancora e confermano definitivamente l'intesa. Delrio è contento, parla di «un accordo storico, frutto di un lavoro di 15-16 mesi». Ma Rossi, che è rimasto in commissione trasporti fino alle elezioni del 4 marzo 2018, è certo che entro quella data non sia mai stato varato alcun provvedimento di legge per recepire e per confermare, da parte italiana, il via libera di Bruxelles del 2017. E vero che poi il governo Gentiloni è rimasto in carica per gli affari correnti fino allo scorso 1° giugno, ma a Rossi non risulta abbia provveduto: «Nemmeno nei suoi ultimi tre mesi», conclude sicuro.La Verità ha cercato un'autorevole conferma: il viceministro all'Economia, Massimo Garavaglia, risponde con un «Non so, no comment». E sorride. Se la rivelazione di Rossi è corretta, l'effettivo termine della concessione dei Benetton su circa 3.000 chilometri di autostrade torna indietro al 2038: questo, nel caso di una revoca, vuol dire quattro anni in meno da risarcire. Un bel risparmio...Maurizio Tortorella<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/proroga-ad-autostrade-mai-confermata-2599854846.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-benetton-pubblichino-tutti-i-nomi-di-chi-ha-accettato-finanziamenti" data-post-id="2599854846" data-published-at="1777655392" data-use-pagination="False"> «I Benetton pubblichino tutti i nomi di chi ha accettato finanziamenti» Il governo guidato dal premier Giuseppe Conte si prepara a presentare, tra pochi giorni, un esposto per danno erariale alla Corte dei conti in relazione alle concessioni autostradali. L'esposto coinvolgerebbe i precedenti governi. Fonti vicine al vicepremier Luigi Di Maio sottolineano che gli avvocati interpellati dal leader del M5s hanno confermato che ci sono i margini per presentare l'esposto. Il clamoroso annuncio è stato dato ieri da Di Maio, con un post sul blog del Movimento. «Con dieci anni di ritardo», ha scritto Di Maio, «tutti gli italiani ora sanno che la concessione di autostrade ai Benetton è stata un regalo clamoroso che ha consentito loro di fare gli imprenditori non con il loro capitale, ma con quello dei cittadini. Il contratto prevedeva infatti una rendita garantita del 7%: una rendita spropositata! L'imprenditore a rischio zero è un'invenzione tutta italiana. Di solito è amico di quelli che furono i partiti di governo, non disdegna di assumere nelle sue aziende uomini di partito (trombati o meno), finanzia lautamente in maniera opaca o meno i partiti e i giornali a loro collegati infatti il suo nome non compare quasi mai nella carta stampata». «Chiamiamolo», ha aggiunto Di Maio, «col suo nome: prenditore. I prenditori hanno preso possesso delle infrastrutture italiane, pagate dai nostri nonni e dai nostri padri, e grazie a politici compiacenti le hanno trasformate in macchinette mangia soldi dei cittadini». Luigi Di Maio ha messo in luce le responsabilità dei governi precedenti: «La cosa più grave», ha sottolineato il vicepremier, «è che chi stava al governo li ha sempre protetti, addirittura fino all'anno scorso con il governo di Matteo Renzi che ha dichiarato solo dieci giorni fa: “Quando e perché è stata prorogata la concessione? Nel 2017, seguendo le regole europee, dopo un confronto col commissario Ue Margrethe Vestager (altro che leggina approvata di notte, è una procedura europea!), si è deciso di allungare la concessione di quattro anni, dal 2038 al 2042, in cambio di una fondamentale opera pubblica". Bravo! Anziché preoccuparsi dei piccoli imprenditori e dei loro drammi quotidiani», aggiunge Di Maio, «hanno pensato a prolungare, mantenendoli secretati, i privilegi dei prenditori. Con il governo del cambiamento il paradigma si inverte. I privilegi dei prenditori vengono pubblicati e saranno eliminati». Al termine del post, è arriva la clamorosa notizia dell'esposto alla Corte dei conti: «Chi ha sbagliato», ha annunciato Di Maio, «pagherà: è ora che tutti i ministri che hanno autorizzato questa follia paghino di tasca propria. Se chi ha fatto la concessione regalo ad Autostrade e chi non l'ha annullata ha causato un danno alle casse dello Stato sarà denunciato alla Corte dei conti per danno erariale: siamo già al lavoro per questo. E parlando di trasparenza: chiediamo ai Benetton di pubblicare i nomi di tutti i politici e tutti i giornali finanziati nel corso di questi anni. Questo faciliterà il lavoro. Fuori i prenditori dallo Stato!». Il M5s sulla questione delle concessioni autostradali e sulla necessità di far pagare gli eventuali responsabili del crollo del ponte Morandi di Genova mostra una compattezza granitica. Il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, non utilizza giri di parole nell'esprimere il suo parere sulla ricostruzione del viadotto: «Autostrade», ha sottolineato Toninelli a Radio anch'io, «i soldi li mette, ma lo ricostruiamo noi il ponte. Che Autostrade debba ricostruire il ponte è scontato in termini risarcitori. Sugli immani danni morali e civili è normale che debba mettere i soldi, ma è altrettanto normale che non possa ricostruire. Sarebbe irrispettoso nei confronti delle famiglie e dei cittadini». A proposito dei ricavi stratosferici delle società concessionarie della rete autostradale, dai documenti resi pubblici in queste ore emerge che le convenzioni sottoscritte con alcune delle maggiori società concessionarie italiane prevedono rendimenti garantiti simili a quello assicurato ad Autostrade per l'Italia, ovvero il 10,21% lordo e 6,85% netto. In particolare, Strada dei parchi del gruppo Toto ipotizza un tasso di remunerazione del capitale investito del 9,71% lordo (6,25% netto) mentre la Satap tronco A4 del gruppo Gavio indica il 10,52% lordo (e 7,16% netto) e la Milano Serravalle il 10,77% lordo (6,48% netto). Ieri l'archistar Renzo Piano, genovese, ha incontrato il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti e ha donato alla città di Genova una «idea di ponte» concretizzata in un plastico. «Quando è crollato il viadotto Morandi», ha detto Piano, «ero a Ginevra e da allora non penso a altro. Spero di essere utile, lo faccio con molta convinzione. Bisogna che la città ritrovi orgoglio e riscatto, bisogna ricostruire questo ponte e ripensare l'intera area della val Polcevera. Il ponte lo costruiscono gli ingegneri, ma sono lieto di poter essere utile al progetto perché dietro al ponte c'è l'orgoglio e la bellezza della città. Mi sono fatto un'idea di come deve essere il nuovo ponte», ha aggiunto Renzo Piano, « ma è soltanto l'inizio. Credo nei tempi giusti, bisogna fare presto ma non in fretta». Intanto, prosegue l'inchiesta della Procura di Genova. L'ex presidente della commissione ispettiva del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti sul crollo di ponte Morandi, Roberto Ferrazza, è stato sentito venerdì scorso dal pubblico ministero Massimo Terrile. Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche di Piemonte, Liguria e Val d'Aosta, si è presentato spontaneamente e ha rilasciato dichiarazioni, oltre a consegnare numerosi documenti. Ferrazza era a capo della commissione del provveditorato che lo scorso febbraio diede parere favorevole, anche se con alcuni rilievi, al progetto di manutenzione del ponte presentato da Autostrade. Carlo Tarallo
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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