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2019-08-10
Proprio ora che al Forteto non ci sono più orchi la Toscana vuole 5 milioni
Ansa
Invece di chiedere scusa, pretendono un risarcimento. E non parliamo di pochi spiccioli, ma di oltre 5 milioni di euro. Tanto hanno chiesto la Città metropolitana di Firenze e, soprattutto, la Regione Toscana guidata da Enrico Rossi del Pd al Forteto, la cooperativa di Vicchio (Firenze) divenuta il terrificante simbolo del malfunzionamento del sistema di gestione dei minori in Italia. Fondato nel 1977 da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, nel corso degli anni il Forteto ha collezionato denunce e condanne per abusi e maltrattamenti su minori. Bambini che erano affidati ai sedicenti professionisti dopo essere stati tolti alle famiglie.
Nonostante ciò, ha sempre goduto del supporto delle istituzioni locali e della sinistra intellettuale. Gli affidi di minorenni al Forteto sono cessati nel 2012, e nel 2017 Fiesoli è finito in carcere con una condanna pesantissima (condanne anche per alcuni degli altri 9 imputati, pure se per alcuni di loro è intervenuta la prescrizione, come nel caso di Goffredi).
Nel 2018, finalmente, la cooperativa il Forteto è stata commissariata. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha inviato Jacopo Marzetti, già Garante dei minori del Lazio, il quale in poco tempo ha picconato il sistema malato ed è riuscito a riportare un po' di luce in quel di Vicchio.
Ora, però, accade qualcosa che ha dell'incredibile. «Mi è arrivata una richiesta di risarcimento danni da più di 5 milioni di euro dalla Regione Toscana e dalla Città metropolitana di Firenze per danno di immagine. Questa richiesta metterebbe in crisi l'attività produttiva della azienda, quindi di tutti i dipendenti, e non darebbe la possibilità di risarcire le vittime, che è uno dei motivi del commissariamento», ha detto Marzetti lunedì. Surreale: proprio ora che sul Forteto si cominciano a dissipare le ombre e che la cooperativa, grazie al commissariamento, ha ripreso a funzionare in modo corretto, le istituzioni locali vogliono soldi. E a chiederli sono esponenti del Partito democratico, erede di quella sinistra che ha sempre cullato, supportato e finanziato il Forteto e i suoi carnefici. Tra l'altro, giova ricordare che nel 2014, quando Deborah Bergamini di Forza Italia presentò una mozione per chiedere il commissariamento della comunità, il Partito democratico fu l'unico a votare contro. E adesso invece i dem vogliono battere cassa?
«Come commissario non mi aspettavo da parte della Regione una richiesta simile proprio ora che stiamo cercando di cacciare tutti quanti i coinvolti nel procedimento e fare un'azione a tutela delle vittime e dei lavoratori», dice Marzetti alla Verità. «Oltretutto la richiesta è totalmente infondata, in quanto la Regione non è stata riconosciuta parte civile nei confronti della cooperativa. Mi chiedo come mai questa azione avvenga proprio quando il Forteto ha avuto da poco dei fondi da parte di Legacoop e Confcooperative, proprio per il supporto all'attività imprenditoriale. E mi chiedo perché la stessa azione non sia stata fatta nei confronti dei condannati penalmente per gli abusi».
Ieri la Regione Toscana ha tentato una specie di retromarcia. «La Regione aspetta l'esito del processo penale sulla vicenda del Forteto, per poi intentare come parte lesa una causa civile. Ma è pronta eventualmente anche a soprassedere alla richiesta dei danni: ma è necessaria una risposta formale del commissario governativo», ha detto il governatore Rossi.
Secondo il presidente della Toscana, «la Regione, nella vicenda, si è sempre considerata parte lesa, è al fianco delle vittime e difende i lavoratori della cooperativa con determinazione. Per queste ragioni si è costituita parte civile in sede penale e, al termine del processo penale, come disposto dallo stesso giudice, ha comunicato formalmente la volontà di intentare una causa civile, l'unica sede deputata a quantificare il danno subito come parte lesa». Rossi dunque chiede a Marzetti di produrre «una risposta solenne e formale alla lettera della Regione Toscana. Solo in questo modo noi potremo prendere le nostre determinazioni e essere pronti a soprassedere alla richiesta danni con atti formali e conseguenti».
È facile immaginare che Marzetti, in qualità di commissario, invierà la lettera richiesta da Rossi. Resta che tutta la faccenda è davvero incredibile, anche perché sull'atteggiamento della Regione Toscana ci sarebbe molto da discutere.
«Ma quali vittime, la Regione e la Città metropolitana hanno delle responsabilità gravissime», dice Giovanni Donzelli, di Fratelli d'Italia. «Nel 2000 la Corte di Strasburgo condannò l'Italia per gli abusi del Forteto. Il governo di allora chiese spiegazioni alla Regione, e un funzionario regionale rispose nero su bianco che andava tutto bene, che al Forteto c'era un clima meraviglioso. Abbiamo le carte. Io, negli anni successivi, ho chiesto che questo dirigente fosse licenziato o sanzionato, ma ancora due anni fa Rossi e la giunta regionale lo hanno difeso, fino a che non è andato in pensione con il massimo di premi di produzione. Non solo: dopo l'arresto di Fiesoli, la Regione ha continuato a finanziare progetti al Forteto, altro che vittime».
Secondo Donzelli «questa causa intentata dalla Regione sembra la ritorsione di chi non ha gradito il commissariamento del Forteto. Soldi o non soldi, danneggia il nuovo corso della cooperativa, che finalmente non è più in mano agli orchi. Quindi viene il sospetto che ci sia ancora l'interesse, da parte di Regione e Pd, a difendere l'indifendibile».
Donzelli fa notare un altro particolare non irrilevante: «Quando noi, negli anni passati, abbiamo chiesto il commissariamento del Forteto, da sinistra ci hanno sempre risposto che non si poteva perché bisognava tutelare i lavoratori della cooperativa e l'indotto. E adesso che la coop non è più in mano agli orchi la vogliono danneggiare chiedendo i danni?».
Intanto, dopo lunga attesa, si è finalmente insediata la commissione parlamentare che dovrà fare chiarezza su quanto accaduto nella comunità degli orrori. La prima riunione ufficiale dovrebbe essere il 4 settembre (scossoni politici permettendo). A quanto pare, sugli orchi toscani c'è ancora molto da indagare.
«Siamo disposti a intervenire anche sugli affidi in Liguria»
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato quanto sta accadendo in Liguria sulla scia dell'inchiesta «Angeli e demoni» esplosa a Bibbiano e dintorni. In quel di Genova non ci sono inchieste giudiziarie, ma ci sono state indagini giornalistiche e interventi di alcuni politici che hanno sollevato l'attenzione sul sistema di gestione dei minori.
Che in Liguria ci sia qualcosa da approfondire lo dimostrano i dati pubblicati dal Sole 24 Ore, secondo cui «le regioni dove gli affidamenti sono più frequenti sono la Liguria (con il 5,8 per mille dei ragazzi e bambini coinvolti) e il Molise (dove l'affido riguarda il 3,9 mille dei minori)». Significa che in Liguria i bambini in affido sono quasi il doppio rispetto alla media nazionale. Stiamo parlando di 1.244 minorenni, di cui 685 affidati a famiglie e 559 che si trovano in centri, comunità, case famiglia eccetera. Cifre che, nel corso degli anni, hanno messo in allerta anche il Garante regionale per l'infanzia, Francesco Lalla. Un paio di giorni fa lo abbiamo intervistato e ci ha raccontato che «a partire dal 2013 molte persone ci hanno contattato per raccontarci le loro vicende. E ci eravamo convinti che il sistema dell'affidamento e dell'allontanamento non fosse proprio quello corretto, in base anche alla Convenzione di New York che, per gli allontanamenti parla di “necessità". Vuol dire che si fanno soltanto quando si è già fatto tutto il resto e non si può più fare altro». A quanto risulta - e nessuno ha smentito - i casi segnalati al Garante regionale sono circa 260, non pochi.
Un'inchiesta del giornalista Diego Pistacchi, poi, ha fatto venire alla luce i rapporti che il giro di Claudio Foti e del Centro Hansel e Gretel intratteneva con le istituzioni liguri.
Dall'inizio del 2016 al 2018 gli incarichi conferiti a Foti in Liguria sono stati almeno nove, tutti per affidamento diretto. «Il totale dei compensi», ha scritto Pistacchi, «supera i 13.000 euro». L'ultimo incarico è stato conferito il 2 ottobre del 2018. Al terapeuta piemontese è sempre stato richiesto di formare gli assistenti sociali del territorio: «Praticamente nei Municipi Centro Est, Levante e Medio Levante la formazione del personale dei servizi sociali veniva sempre affidata allo stesso professionista». Insomma, come abbiamo spiegato da quelle parti c'è qualcosa che non torna. Il Comune di Genova ha annunciato che si occuperà della faccenda, e nel frattempo è stato cancellato dal Web il sito Internet del «Progetto Arianna», un programma contro l'abuso di minori realizzato a partire dal 2001 con la collaborazione di Foti.
La situazione è delicata, certo, e l'attuale amministrazione genovese (oltre che l'amministrazione regionale) non è certo responsabile di eventuali malfunzionamenti del sistema di gestione dei minori. Tuttavia sarebbe opportuno che ogni ombra venisse fugata. Ecco perché, anche in Liguria e non solo in Emilia Romagna, sarebbe opportuno un intervento delle istituzioni.
Nei giorni scorsi è diventata operativa la «task force» voluta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per indagare sui fatti di Bibbiano. Tra i componenti c'è Jacopo Marzetti, Garante per l'infanzia della Regione Lazio nonché commissario del Forteto. Proprio il lavoro fatto nella comunità toscana dovrebbe servire da esempio: anche in Val d'Enza e in tutti gli altri luoghi in cui ci siano sospetti di affidi facili e abusi bisognerebbe agire con la stessa determinazione.
Ecco perché abbiamo chiesto a Marzetti se non sia il caso che la «task force» di cui fa parte non si interessi anche al caso ligure. La risposta è stata positiva: «La mia disponibilità per il bene dei nostri ragazzi è sempre totale», ci ha detto. «Per questo, riguardo alla Liguria, chiederò alle autorità competenti se necessitano di un supporto al fine di ottenere la massima tutela dei minori».
Insomma, nel rispetto dei ruoli e delle competenze, la squadra speciale che indaga su Bibbiano è pronta a occuparsi anche di Genova. In Liguria, per altro, il lavoro dovrebbe essere ancora più facile, dato che nella regione il vento politico è cambiato: un'occasione in più per demolire tutte le impalcature ideologiche del vecchio sistema.
Certo, lo ripetiamo: a Genova non ci sono stati arresti né si ha notizia di inchieste. Resta il fatto, però, che i dati emersi nei giorni scorsi (nonché gli appelli di associazioni come quella dei padri separati liguri) non lasciano tranquilli. Anzi, fanno sospettare che il meccanismo visto all'opera in Emilia abbia funzionato anche altrove. Ecco perché urge verificare il prima possibile che, nel passato, non ci siano stati abusi.
In Val d’Enza sbarca Zingaretti «Su Bibbiano aggressione oscena»
Un'occasione persa per fare chiarezza. Anzi, l'ennesima utilizzata per costruire plasticamente una difesa politica degli orrori di Bibbiano, provando a ribaltare quello che non è un punto di vista ma il dato di fatto emerso dagli atti dell'inchiesta giudiziaria. A farlo è il segretario nazionale dei democratici, Nicola Zingaretti. Sì lui, l'uomo simbolo del partito finito al centro della vicenda sugli affidi che proprio nella città emiliana parla di strumentalizzazione del caso, di «battaglia politica vergognosa», puntando il dito contro stampa e società civile che da mesi pretendono verità su chi ha strappato figli ai loro genitori, su chi ha devastato l'innocenza di minori e sulle coperture politiche di un business immorale.
«Siamo vicini a Bibbiano in questa faccenda grave dove non c'è stata tensione bensì una aggressione oscena», ha dichiarato il segretario nazionale del Pd al parco la Manara di Bibbiano nell'ambito della festa dei circoli del Partito democratico.
Zingaretti con voce ferma da comizio parla di azione «ben pianificata dalla politica, che ha strumentalizzato tutta l'inchiesta. Si tratta di un'indagine delicata», dice ai cronisti, «ma ciò nonostante si è scatenata una battaglia politica vergognosa: chi ha strumentalizzato i fatti deve vergognarsi». Già, la vergogna. Un sentimento che in alcuni casi sarebbe opportuno associare al silenzio, cosa che sembra non avvenire durante la festa Pd.
Accade così che il segretario piddino di Bibbiano, Stefano Marazzi, scriva un lungo post sulla sua pagina Facebook in cui si augura quanto prima il ritorno di un «volontario speciale». Il riferimento, con tanto di foto a corredo di una maglietta, è a Andrea Carletti, il sindaco di Bibbiano attualmente agli arresti domiciliari. «Forse la voglia di festeggiare non è quella consueta ma abbiamo una gran voglia di stringerci e “tenerci insieme". Grazie di cuore ai tanti volontari che hanno dedicato il loro tempo per la preparazione di questa festa», si legge nel post. «Permettetemi di pubblicare la foto di una maglietta dei nostri volontari, lo faccio perché quest'anno mancherà qualcuno, non un volontario qualunque ma un volontario speciale, quella maglietta nella foto è la sua ed è qui ad aspettarlo come tutta la nostra comunità lo sta aspettando». Sette giorni fa il giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Luca Ramponi, ha confermato la misura di custodia cautelare per Carletti, la cui carica è stata sospesa su decisione della Prefettura.
Carletti, che si è autosospeso dal Partito democratico, è accusato di abuso d'ufficio e falso ideologico e si trova agli arresti domiciliari dal 27 giugno scorso. Già dopo il lungo interrogatorio di garanzia per il sindaco erano stati confermati i domiciliari. Il suo avvocato difensore, Giovanni Tarquini, nei giorni scorsi aveva presentato una corposa memoria difensiva chiedendone la liberazione, spiegando come per gli incarichi alla Onlus di Torino Hansel e Gretel (al centro delle contestazioni) Carletti si fosse rifatto a leggi regionali e avesse agito sempre nella legalità. Il giudice per le indagini preliminari ha però confermato per lui gli arresti domiciliari. Dal Pd, che nelle parole di Zingaretti viene descritto come il partito che «da sempre mostra grande sensibilità al tema dei minori» non una sola parola sul presunto ruolo di copertura politica attribuito a Carletti. Uniti e schierati, i democratici parlano di campagna politica «per raccogliere voti» e di strumentalizzazione. E così le storie dei bambini strappati ai genitori si riducono ad oggetto di schermaglie politiche salvo poi invocare la vergogna. Già, la vergogna.
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La Regione rossa per anni ha difeso la comunità degli abusi sui bambini. Adesso che, grazie al commissario, è iniziato il nuovo corso chiede i danni.«Siamo disposti a intervenire anche sugli affidi in Liguria». Jacopo Marzetti, Garante dei minori del Lazio e membro della task force ministeriale, risponde all'articolo della Verità: «Chiederò alle autorità competenti di poter agire».In Val d'Enza sbarca Nicola Zingaretti: «Su Bibbiano aggressione oscena». I dirigenti locali dem continuano a difendere Andrea Carletti, il sindaco agli arresti domiciliari. Il segretario in visita ai militanti: «La politica ha pianificato l'attacco contro di voi».Lo speciale comprende tre articoli. Invece di chiedere scusa, pretendono un risarcimento. E non parliamo di pochi spiccioli, ma di oltre 5 milioni di euro. Tanto hanno chiesto la Città metropolitana di Firenze e, soprattutto, la Regione Toscana guidata da Enrico Rossi del Pd al Forteto, la cooperativa di Vicchio (Firenze) divenuta il terrificante simbolo del malfunzionamento del sistema di gestione dei minori in Italia. Fondato nel 1977 da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, nel corso degli anni il Forteto ha collezionato denunce e condanne per abusi e maltrattamenti su minori. Bambini che erano affidati ai sedicenti professionisti dopo essere stati tolti alle famiglie. Nonostante ciò, ha sempre goduto del supporto delle istituzioni locali e della sinistra intellettuale. Gli affidi di minorenni al Forteto sono cessati nel 2012, e nel 2017 Fiesoli è finito in carcere con una condanna pesantissima (condanne anche per alcuni degli altri 9 imputati, pure se per alcuni di loro è intervenuta la prescrizione, come nel caso di Goffredi). Nel 2018, finalmente, la cooperativa il Forteto è stata commissariata. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha inviato Jacopo Marzetti, già Garante dei minori del Lazio, il quale in poco tempo ha picconato il sistema malato ed è riuscito a riportare un po' di luce in quel di Vicchio. Ora, però, accade qualcosa che ha dell'incredibile. «Mi è arrivata una richiesta di risarcimento danni da più di 5 milioni di euro dalla Regione Toscana e dalla Città metropolitana di Firenze per danno di immagine. Questa richiesta metterebbe in crisi l'attività produttiva della azienda, quindi di tutti i dipendenti, e non darebbe la possibilità di risarcire le vittime, che è uno dei motivi del commissariamento», ha detto Marzetti lunedì. Surreale: proprio ora che sul Forteto si cominciano a dissipare le ombre e che la cooperativa, grazie al commissariamento, ha ripreso a funzionare in modo corretto, le istituzioni locali vogliono soldi. E a chiederli sono esponenti del Partito democratico, erede di quella sinistra che ha sempre cullato, supportato e finanziato il Forteto e i suoi carnefici. Tra l'altro, giova ricordare che nel 2014, quando Deborah Bergamini di Forza Italia presentò una mozione per chiedere il commissariamento della comunità, il Partito democratico fu l'unico a votare contro. E adesso invece i dem vogliono battere cassa? «Come commissario non mi aspettavo da parte della Regione una richiesta simile proprio ora che stiamo cercando di cacciare tutti quanti i coinvolti nel procedimento e fare un'azione a tutela delle vittime e dei lavoratori», dice Marzetti alla Verità. «Oltretutto la richiesta è totalmente infondata, in quanto la Regione non è stata riconosciuta parte civile nei confronti della cooperativa. Mi chiedo come mai questa azione avvenga proprio quando il Forteto ha avuto da poco dei fondi da parte di Legacoop e Confcooperative, proprio per il supporto all'attività imprenditoriale. E mi chiedo perché la stessa azione non sia stata fatta nei confronti dei condannati penalmente per gli abusi».Ieri la Regione Toscana ha tentato una specie di retromarcia. «La Regione aspetta l'esito del processo penale sulla vicenda del Forteto, per poi intentare come parte lesa una causa civile. Ma è pronta eventualmente anche a soprassedere alla richiesta dei danni: ma è necessaria una risposta formale del commissario governativo», ha detto il governatore Rossi. Secondo il presidente della Toscana, «la Regione, nella vicenda, si è sempre considerata parte lesa, è al fianco delle vittime e difende i lavoratori della cooperativa con determinazione. Per queste ragioni si è costituita parte civile in sede penale e, al termine del processo penale, come disposto dallo stesso giudice, ha comunicato formalmente la volontà di intentare una causa civile, l'unica sede deputata a quantificare il danno subito come parte lesa». Rossi dunque chiede a Marzetti di produrre «una risposta solenne e formale alla lettera della Regione Toscana. Solo in questo modo noi potremo prendere le nostre determinazioni e essere pronti a soprassedere alla richiesta danni con atti formali e conseguenti». È facile immaginare che Marzetti, in qualità di commissario, invierà la lettera richiesta da Rossi. Resta che tutta la faccenda è davvero incredibile, anche perché sull'atteggiamento della Regione Toscana ci sarebbe molto da discutere. «Ma quali vittime, la Regione e la Città metropolitana hanno delle responsabilità gravissime», dice Giovanni Donzelli, di Fratelli d'Italia. «Nel 2000 la Corte di Strasburgo condannò l'Italia per gli abusi del Forteto. Il governo di allora chiese spiegazioni alla Regione, e un funzionario regionale rispose nero su bianco che andava tutto bene, che al Forteto c'era un clima meraviglioso. Abbiamo le carte. Io, negli anni successivi, ho chiesto che questo dirigente fosse licenziato o sanzionato, ma ancora due anni fa Rossi e la giunta regionale lo hanno difeso, fino a che non è andato in pensione con il massimo di premi di produzione. Non solo: dopo l'arresto di Fiesoli, la Regione ha continuato a finanziare progetti al Forteto, altro che vittime». Secondo Donzelli «questa causa intentata dalla Regione sembra la ritorsione di chi non ha gradito il commissariamento del Forteto. Soldi o non soldi, danneggia il nuovo corso della cooperativa, che finalmente non è più in mano agli orchi. Quindi viene il sospetto che ci sia ancora l'interesse, da parte di Regione e Pd, a difendere l'indifendibile». Donzelli fa notare un altro particolare non irrilevante: «Quando noi, negli anni passati, abbiamo chiesto il commissariamento del Forteto, da sinistra ci hanno sempre risposto che non si poteva perché bisognava tutelare i lavoratori della cooperativa e l'indotto. E adesso che la coop non è più in mano agli orchi la vogliono danneggiare chiedendo i danni?». Intanto, dopo lunga attesa, si è finalmente insediata la commissione parlamentare che dovrà fare chiarezza su quanto accaduto nella comunità degli orrori. La prima riunione ufficiale dovrebbe essere il 4 settembre (scossoni politici permettendo). A quanto pare, sugli orchi toscani c'è ancora molto da indagare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/proprio-ora-che-al-forteto-non-ci-sono-piu-orchi-la-toscana-vuole-5-milioni-2639745319.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="siamo-disposti-a-intervenire-anche-sugli-affidi-in-liguria" data-post-id="2639745319" data-published-at="1780464104" data-use-pagination="False"> «Siamo disposti a intervenire anche sugli affidi in Liguria» Nei giorni scorsi abbiamo raccontato quanto sta accadendo in Liguria sulla scia dell'inchiesta «Angeli e demoni» esplosa a Bibbiano e dintorni. In quel di Genova non ci sono inchieste giudiziarie, ma ci sono state indagini giornalistiche e interventi di alcuni politici che hanno sollevato l'attenzione sul sistema di gestione dei minori. Che in Liguria ci sia qualcosa da approfondire lo dimostrano i dati pubblicati dal Sole 24 Ore, secondo cui «le regioni dove gli affidamenti sono più frequenti sono la Liguria (con il 5,8 per mille dei ragazzi e bambini coinvolti) e il Molise (dove l'affido riguarda il 3,9 mille dei minori)». Significa che in Liguria i bambini in affido sono quasi il doppio rispetto alla media nazionale. Stiamo parlando di 1.244 minorenni, di cui 685 affidati a famiglie e 559 che si trovano in centri, comunità, case famiglia eccetera. Cifre che, nel corso degli anni, hanno messo in allerta anche il Garante regionale per l'infanzia, Francesco Lalla. Un paio di giorni fa lo abbiamo intervistato e ci ha raccontato che «a partire dal 2013 molte persone ci hanno contattato per raccontarci le loro vicende. E ci eravamo convinti che il sistema dell'affidamento e dell'allontanamento non fosse proprio quello corretto, in base anche alla Convenzione di New York che, per gli allontanamenti parla di “necessità". Vuol dire che si fanno soltanto quando si è già fatto tutto il resto e non si può più fare altro». A quanto risulta - e nessuno ha smentito - i casi segnalati al Garante regionale sono circa 260, non pochi. Un'inchiesta del giornalista Diego Pistacchi, poi, ha fatto venire alla luce i rapporti che il giro di Claudio Foti e del Centro Hansel e Gretel intratteneva con le istituzioni liguri. Dall'inizio del 2016 al 2018 gli incarichi conferiti a Foti in Liguria sono stati almeno nove, tutti per affidamento diretto. «Il totale dei compensi», ha scritto Pistacchi, «supera i 13.000 euro». L'ultimo incarico è stato conferito il 2 ottobre del 2018. Al terapeuta piemontese è sempre stato richiesto di formare gli assistenti sociali del territorio: «Praticamente nei Municipi Centro Est, Levante e Medio Levante la formazione del personale dei servizi sociali veniva sempre affidata allo stesso professionista». Insomma, come abbiamo spiegato da quelle parti c'è qualcosa che non torna. Il Comune di Genova ha annunciato che si occuperà della faccenda, e nel frattempo è stato cancellato dal Web il sito Internet del «Progetto Arianna», un programma contro l'abuso di minori realizzato a partire dal 2001 con la collaborazione di Foti. La situazione è delicata, certo, e l'attuale amministrazione genovese (oltre che l'amministrazione regionale) non è certo responsabile di eventuali malfunzionamenti del sistema di gestione dei minori. Tuttavia sarebbe opportuno che ogni ombra venisse fugata. Ecco perché, anche in Liguria e non solo in Emilia Romagna, sarebbe opportuno un intervento delle istituzioni. Nei giorni scorsi è diventata operativa la «task force» voluta dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per indagare sui fatti di Bibbiano. Tra i componenti c'è Jacopo Marzetti, Garante per l'infanzia della Regione Lazio nonché commissario del Forteto. Proprio il lavoro fatto nella comunità toscana dovrebbe servire da esempio: anche in Val d'Enza e in tutti gli altri luoghi in cui ci siano sospetti di affidi facili e abusi bisognerebbe agire con la stessa determinazione. Ecco perché abbiamo chiesto a Marzetti se non sia il caso che la «task force» di cui fa parte non si interessi anche al caso ligure. La risposta è stata positiva: «La mia disponibilità per il bene dei nostri ragazzi è sempre totale», ci ha detto. «Per questo, riguardo alla Liguria, chiederò alle autorità competenti se necessitano di un supporto al fine di ottenere la massima tutela dei minori». Insomma, nel rispetto dei ruoli e delle competenze, la squadra speciale che indaga su Bibbiano è pronta a occuparsi anche di Genova. In Liguria, per altro, il lavoro dovrebbe essere ancora più facile, dato che nella regione il vento politico è cambiato: un'occasione in più per demolire tutte le impalcature ideologiche del vecchio sistema. Certo, lo ripetiamo: a Genova non ci sono stati arresti né si ha notizia di inchieste. Resta il fatto, però, che i dati emersi nei giorni scorsi (nonché gli appelli di associazioni come quella dei padri separati liguri) non lasciano tranquilli. Anzi, fanno sospettare che il meccanismo visto all'opera in Emilia abbia funzionato anche altrove. Ecco perché urge verificare il prima possibile che, nel passato, non ci siano stati abusi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/proprio-ora-che-al-forteto-non-ci-sono-piu-orchi-la-toscana-vuole-5-milioni-2639745319.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-val-denza-sbarca-zingaretti-su-bibbiano-aggressione-oscena" data-post-id="2639745319" data-published-at="1780464104" data-use-pagination="False"> In Val d’Enza sbarca Zingaretti «Su Bibbiano aggressione oscena» Un'occasione persa per fare chiarezza. Anzi, l'ennesima utilizzata per costruire plasticamente una difesa politica degli orrori di Bibbiano, provando a ribaltare quello che non è un punto di vista ma il dato di fatto emerso dagli atti dell'inchiesta giudiziaria. A farlo è il segretario nazionale dei democratici, Nicola Zingaretti. Sì lui, l'uomo simbolo del partito finito al centro della vicenda sugli affidi che proprio nella città emiliana parla di strumentalizzazione del caso, di «battaglia politica vergognosa», puntando il dito contro stampa e società civile che da mesi pretendono verità su chi ha strappato figli ai loro genitori, su chi ha devastato l'innocenza di minori e sulle coperture politiche di un business immorale. «Siamo vicini a Bibbiano in questa faccenda grave dove non c'è stata tensione bensì una aggressione oscena», ha dichiarato il segretario nazionale del Pd al parco la Manara di Bibbiano nell'ambito della festa dei circoli del Partito democratico. Zingaretti con voce ferma da comizio parla di azione «ben pianificata dalla politica, che ha strumentalizzato tutta l'inchiesta. Si tratta di un'indagine delicata», dice ai cronisti, «ma ciò nonostante si è scatenata una battaglia politica vergognosa: chi ha strumentalizzato i fatti deve vergognarsi». Già, la vergogna. Un sentimento che in alcuni casi sarebbe opportuno associare al silenzio, cosa che sembra non avvenire durante la festa Pd. Accade così che il segretario piddino di Bibbiano, Stefano Marazzi, scriva un lungo post sulla sua pagina Facebook in cui si augura quanto prima il ritorno di un «volontario speciale». Il riferimento, con tanto di foto a corredo di una maglietta, è a Andrea Carletti, il sindaco di Bibbiano attualmente agli arresti domiciliari. «Forse la voglia di festeggiare non è quella consueta ma abbiamo una gran voglia di stringerci e “tenerci insieme". Grazie di cuore ai tanti volontari che hanno dedicato il loro tempo per la preparazione di questa festa», si legge nel post. «Permettetemi di pubblicare la foto di una maglietta dei nostri volontari, lo faccio perché quest'anno mancherà qualcuno, non un volontario qualunque ma un volontario speciale, quella maglietta nella foto è la sua ed è qui ad aspettarlo come tutta la nostra comunità lo sta aspettando». Sette giorni fa il giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, Luca Ramponi, ha confermato la misura di custodia cautelare per Carletti, la cui carica è stata sospesa su decisione della Prefettura. Carletti, che si è autosospeso dal Partito democratico, è accusato di abuso d'ufficio e falso ideologico e si trova agli arresti domiciliari dal 27 giugno scorso. Già dopo il lungo interrogatorio di garanzia per il sindaco erano stati confermati i domiciliari. Il suo avvocato difensore, Giovanni Tarquini, nei giorni scorsi aveva presentato una corposa memoria difensiva chiedendone la liberazione, spiegando come per gli incarichi alla Onlus di Torino Hansel e Gretel (al centro delle contestazioni) Carletti si fosse rifatto a leggi regionali e avesse agito sempre nella legalità. Il giudice per le indagini preliminari ha però confermato per lui gli arresti domiciliari. Dal Pd, che nelle parole di Zingaretti viene descritto come il partito che «da sempre mostra grande sensibilità al tema dei minori» non una sola parola sul presunto ruolo di copertura politica attribuito a Carletti. Uniti e schierati, i democratici parlano di campagna politica «per raccogliere voti» e di strumentalizzazione. E così le storie dei bambini strappati ai genitori si riducono ad oggetto di schermaglie politiche salvo poi invocare la vergogna. Già, la vergogna.
Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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C’era anche lui su quel minivan che nella tarda mattinata di lunedì è diventata la prigione di fuoco per i quattro cittadini stranieri arsi vivi. Due pachistani li hanno imprigionati dentro il mezzo che hanno poi cosparso di benzina. Mohammad, alle telecamere della Tgr Calabria, ha raccontato quello che è successo lunedì mattina quando era nel minivan assieme a tre afgani e un pachistano che lavoravano come braccianti agricoli e vivevano con lu in un appartamento a Villapiana, sulla costa ionica cosentina.
Mohammad era diretto assieme a loro a Metaponto perché stavano lavorando alla raccolta delle fragole. Quella mattina erano nel minivan con due cittadini pachistani indicati dal superstite come i caporali. Sono i due uomini incastrati dalle telecamere di videosorveglianza e ora in carcere con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. Sono, infatti, le immagini delle telecamere a inquadrare il mezzo parcheggiato nel piazzale della stazione di benzina sulla statale 106 nel comune di Amendolara. Quei frame, acquisiti dagli investigatori, mostrano l’orribile dinamica di quanto accaduto: si vedono due cittadini stranieri uscire velocemente dal minivan mentre dal cofano esce fumo. Uno dei due cerca di tenere chiusa la portiera per non far uscire i connazionali, mentre il complice presumibilmente afferra la pistola erogatrice per cospargere il mezzo di carburante. Quest’ultimo, poi, va al posto del complice a bloccare la portiera e dalle immagini si vede che dall’interno le vittime cercano di forzarla per uscire, ma restano intrappolate. Questa è la ricostruzione fornita da circa 30 secondi di video. Trenta secondi di immagini che, nella giornata di ieri, sono rimbalzate sui social descrivendo i momenti della mattanza. A supporto della ricostruzione, effettuata con le immagini delle telecamere, si è aggiunta la testimonianza dell’unico superstite. Mohammad ai microfoni della Tgr, con un italiano stentato, ha raccontato quanto accaduto mimando anche il momento in cui uno dei pachistani avrebbe appiccato fuoco con un accendino:
«Ho avuto paura di morire». Il giovane bracciante ha raccontato che i due caporali sono scesi dal mezzo, hanno prima cosparso di benzina il minivan e poi uno dei due ha preso l’accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo il finestrino e scappando. Si è ferito e ha lesioni in diverse parti del corpo; mentre i suoi colleghi di lavoro e coinquilini sono stati arsi vivi. I due pachistani che li hanno intrappolati nel mezzo e bruciati sono adesso in carcere.
La Procura di Castrovillari, coordinata dal procuratore capo Alessandro D’Alessio, ha emesso nei loro confronti un provvedimento di fermo per omicidio plurimo aggravato. Il motivo della mattanza? Da quanto finora emerso, anche dal racconto del superstite, il movente sarebbe da ricercare in una «vendetta dei caporali». Forse, lunedì mattina tra loro sarebbe scoppiata una lite perché i caporali volevano i soldi per il trasporto. Ma il giovane sopravvissuto ha descritto uno scenario di violenza e soprusi continui: non venivano mai pagati e spesso i due pachistani arrestati li minacciavano anche con pistole e coltelli per farli lavorare senza soldi. In pratica, davano loro vitto e alloggio ma nessun salario, come ha spiegato lo stesso Mohammad: «I soldi non ce li davano, da mangiare sì. La casa sì, i soldi no». Quello descritto dal giovane bracciante è una fotografia di un caporalato che fa vivere in condizioni disumane i lavoratori. Ma per lui questo è un modus operandi per loro già noto e con rassegnazione afferma: «Questa è la mafia pachistana».
Sulla mattanza di Amendolara sono in corso delicate e complesse indagini condotte dagli agenti della Mobile di Cosenza, guidati dal dirigente Gianni Albano e dal questore Antonio Borelli. Nella giornata di oggi ci sarà una conferenza stampa in questura a Cosenza in cui saranno resi noti alcuni particolari di quanto accaduto. Anche gli accertamenti sui cadaveri carbonizzati e sul mezzo saranno decisivi per ricostruire l’esatta dinamica della mattanza di Amendolara.
Quanto avvenuto lunedì mattina ha avuto una risonanza nazionale soprattutto dopo la diffusione del video in cui si vedono i due pachistani intrappolare i loro connazionali nel minivan e poi dargli fuoco. Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, sui suoi canali social ha postato il video degli ultimi istanti di vita delle quattro vittime esprimendo tutto il suo disappunto: «Ci sono notizie che fanno vacillare la fiducia nell’umanità. Disumani». Anche il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sui suoi profili social ha commentato la strage di braccianti: «Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. Sono pachistani i due aggressori che hanno bruciato vivi quattro extracomunitari alla stazione di servizio. Queste risorse sono quelle che ci pagano le pensioni. Ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale dovremo pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione». Le indagini degli inquirenti, ora, cercheranno di fare luce sul movente che ha scatenato tanta violenza e crudeltà.
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Sergio Mattarella durante la parata militare del 2 giugno in occasione dei festeggiamenti dell'80° anniversario della festa della Repubblica (Ansa)
A Roma va in scena il 2 giugno dominato dalla presenza regale di Sergio Mattarella, canuto sovrano da 11 anni (e per altri 3) di una nazione che 80 anni fa scelse di non avere più niente a che vedere con la monarchia. Eppure quasi ci risiamo, un po’ per acclamazione e un po’ per disperazione, mentre le Frecce Tricolori in volo sopra l’Altare della Patria rendono orgoglioso l’italiano e la Costituzione si conferma intoccabile come il Corano. C’è spazio persino per una predica politica. «Il popolo italiano è il risultato di tante migrazioni, di tanti apporti, e ciò non ci dispiace affatto, non lo consideriamo un problema», scandisce Mattarella in un confronto con un gruppo di under 35, «noi italiani abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti Paesi d’Europa e delle Americhe. In fondo, è anche la nostra storia».
È la giornata di Re Sergio, così centrale in tutto, nella confortevole narrazione mainstream. 1) Al centro del palco, con due ali di quei corazzieri che qualche settimana fa hanno rischiato di suonare citofoni uruguagi per scoprire i retroscena della grazia a Nicole Minetti; 2) al centro dei complimenti, pure meritati per la sua sobria eleganza e per essere arrivato dal Quirinale su un’auto da sfilata d’epoca a Villa d’Este: Lancia Flaminia 335 scoperta del 1961, un gioiello che ci riconcilia con la tradizione e con il genio italiano dei motori dopo lo scempio della supposta Ferrari Luce (fioca); 3) al centro delle cronache rigorosamente genuflesse del Giornale Unico delle coscienze democratiche.
Il presidente-re in piedi sullo chassis saluta con la mano il popolo, «accompagnato nel magnanimo gesto da un dispiegamento di carabinieri in moto» (commento da Istituto Luce, fioco come la Ferrari).
Tutto alla perfezione secondo tradizione: la corona di fiori al Milite Ignoto, l’inno cantato da Andrea Bocelli, i bambini del reparto oncologico del Bambin Gesù accolti nei giardini del Quirinale, con la toccante foto con la piccola Sofia. Manca solo il lancio dei paracadutisti per via del troppo vento, con il rischio di doverne recuperare qualcuno nel Tevere o sulla cupola di San Pietro. Tutto secondo tradizione, anche le parole. «Guardando indietro questi 80 anni di Storia, con quello che ne è derivato di crescita dei diritti, di tutela della salute e difesa del lavoro, si può dire che la Repubblica ha corrisposto a quanto ci si attendeva, alle aspettative che quel voto espresse», spiega Mattarella.
Alla fine della parata il presidente offre un passaggio al ministro della Difesa, Guido Crosetto, e sente il dovere di aggiungere: «Nella fase storica che il mondo sta attraversando, caratterizzata da luci e ombre, le donne e gli uomini delle forze armate confermano la loro vocazione a concorrere alla costruzione della pace e della sicurezza globali. Le forze armate hanno impeccabilmente espresso lo spirito e le forti motivazioni che ne animano le donne e gli uomini, contribuendo a rappresentare un popolo orgoglioso della propria storia e della propria cultura».
Si riferisce a noi italiani e il passaggio ha un retrogusto di sano nazionalismo, incomprensibile per gruppettari global come Elly Schlein, che infatti se ne sta alla larga come Giuseppe Conte. Si nota anche l’assenza di Matteo Salvini, giustificata così da Ignazio La Russa: «Ognuno è dove vuole. Dell’opposizione non ho visto neppure un capogruppo». Il leader della Lega sarebbe rimasto al ministero dei Trasporti, «al lavoro per evitare lo sciopero dell’11 giugno» (fonte Mit). Comunque posta sui social: «Buona Festa della Repubblica, un pensiero a chi contribuisce con il lavoro di ogni giorno alla crescita del Paese, un ringraziamento ai costruttori di pace». Il governo è quasi al completo e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rappresenta anche la Lega.
Vorrebbero partecipare a tutti i costi gli ambientalisti, ma a modo loro, con striscioni, fumogeni e altro materiale da «antagonisti». In sei vengono fermati dalle forze dell’ordine e denunciati per invasione di area off limits e resistenza a pubblico ufficiale. Per il resto zero polemiche, quest’anno nessuno a sinistra sembra scomporsi neppure per il passaggio marziale in parata degli incursori della Marina, eredi nello spirito della Decima Mas. Zero fremiti, quando si muovono i monarchi in pectore tutto deve essere perfetto.
Giorgia Meloni è anch’essa in prima fila, ha accompagnato Mattarella alla cerimonia del Milite Ignoto e sottolinea: «Questa è una festa di riconoscenza e di responsabilità. Riconoscenza per chi ha costruito ciò che abbiamo oggi con grandi storie e piccoli gesti. Responsabilità perché dopo 80 anni dobbiamo chiederci che Repubblica vogliamo essere domani. Abbiamo tutte le carte in regola per essere ambiziosi, mi piacerebbe che fosse anche una festa di orgoglio». Dettaglio curioso: il premier indossa un paio di sneakers. «Devo fare la scala dell’Altare della Patria, mi serve una scarpa comoda. E se qualcuno storce il naso non mi importa».
Nel 2 giugno regale c’è spazio anche per un congedo molto pubblicizzato da siti e agenzie. È quello di «Briciola», il cagnolino mascotte dei carabinieri che per 12 anni ha sfilato con la fanfara del 4º reggimento a cavallo. Meticcia di piccola taglia, «nel 2022 una sua capriola nel cortile d’onore riuscì a strappare un sorriso al presidente». Non è un corgi ma per la narrazione va bene uguale.
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Un soldato mascherato dello Stato Islamico con una bandiera dell'Isis (Getty Images)
«Il martirio». Una parola non isolata tra i contenuti pubblicati dal giovane su Instagram e su TikTok e che lui stesso ha provato a spiegare durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero Alessandro Gobbis.
«Ciò che mi ha più colpito del martirio è la dedizione a una causa», ha affermato, schietto, Ben Haddi durante una verbalizzazione a tratti surreale. Nelle 16 pagine dell’ordinanza con cui il gip del Tribunale di Milano Rosanna Mongiardo ha convalidato il fermo disposto dalla Procura sfilano fotografie di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico ucciso nel 2019, canti religiosi utilizzati dalla propaganda jihadista, immagini di combattenti armati e contenuti che, secondo gli investigatori, avevano finalità propagandistiche. Ma che per l’indagato avevano un intento «unicamente informativo». Una tesi che sembra scontrarsi, però, con gli altri messaggi pubblicati. A tre raccolte fotografiche su Instagram aveva affibbiato dei nomi eloquenti: «Obl», acronimo di Osama Bin Laden, «Sermone Califfo» e «Martirio».
Nella prima aveva fissato dichiarazioni in cui gli attentatori dell’11 settembre venivano definiti «eroi». Seguite da questo messaggio: «L’America non sognerà sicurezza finché noi non la vivremo come realtà in Palestina». La seconda conteneva con molta probabilità i predicozzi del suo imam preferito. Nella terza, invece, c’erano frasi di questo tenore: «L’amore per il martirio scorre nelle mie vene». Ma anche l’immagine di un combattente con un giubbotto esplosivo. Infine, la foto della pedaliera di un veicolo con la presenza di un pulsante applicato al pedale del freno, «con probabilità», sottolinea il gip, «destinato all’attivazione di un ordigno» e «con ulteriore riferimento al martirio da parte di voci narranti».
Ed è a questo punto che per gli investigatori è diventato particolarmente sospetto il contenuto di un altro post, che riportava la notizia dell’attentato a Modena del 15 Maggio. L’indagato ha provato a liquidarla così: «È stato un fatto che mi ha colpito molto, è stata una tragedia inaspettata». Di fatto, però, secondo il giudice, avrebbe invece «adottato comportamenti dissimulatori al fine di eludere l’attenzione degli organi investigativi». Lo proverebbe «il ricorso a generalità di fantasia per la creazione dei plurimi profili social». Ma, soprattutto, «il ricorso, verosimile, alla Taqiyya, ovvero alla dissimulazione della propria fede religiosa», che sarebbe «evincibile» perché «ha affermato di non essere credente e di non condividere i metodi della Shaaria». Ecco le sue parole: «Non è giusto punire con la pena di morte la stregoneria, non sono credente e non vedo nella Shaaria un modello di legislazione compatibile con i miei ideali».
Che, però, aveva esplicitato in modo diverso online: «Ogni esercito dei kuffar», scriveva Ben Haddi, «ha una filosofia, ha un fondamento per combattere. Quella filosofia è che si vince contro il nemico sfruttando ciò che ama di più. E cioè la loro vita e la loro ricchezza». Fino alla conclusione: «Quando si trovano di fronte a un nemico a cui non importa davvero della propria vita, l’intera psicologia viene capovolta». «Come si può notare», interpreta il giudice, «viene fatto riferimento al martirio quale arma contro i “nemici di Allah”». L’esegesi giudiziaria è questa: «Viene inteso nel senso di sacrificare la propria vita ai fini della guerra tra i credenti e gli infedeli (i «kuffar»)».
Ma c’è un altro messaggio che, agli occhi degli inquirenti, deve aver reso poco credibile le spiegazioni di Ben Haddi. Quello stesso giorno l’indagato ripubblica un post di un altro utente che recita: «Non incolparmi per quello che farò domani, perché sto facendo la cosa giusta». Ad accompagnarlo compare un commento di Ben Haddi che, tradotto letteralmente, significa «meno zero, in arrivo». A quel punto gli investigatori hanno deciso di approfondire l’origine del messaggio. L’analisi dell’account porta alla scoperta di ulteriori elementi ritenuti allarmanti. Nella biografia compare la frase: «31 maggio 2026, sarà il giorno ragazzi». E quel «meno zero, in arrivo» è stato letto come un conto alla rovescia rispetto alla data indicata: la sera del 30 maggio mancavano ormai «zero giorni». E siccome aveva anche richiesto a un internauta danese «l’inoltro» di un video «relativo alla fabbricazione di un ordigno artigianale», il pm ha ritenuto che gli ingredienti c’erano già tutti. Compreso un biglietto aereo di sola andata per il Marocco, con partenza programmata per il 9 giugno. «Lo hanno acquistato i miei genitori […]. Mi è stato detto che avrei dovuto seguire dei corsi di preparazione e quindi sarei dovuto rimanere lì», ha provato a schermarsi l’indagato.
Finché gli investigatori della Digos non hanno scoperto che il suo nome era comparso anche in una chat dal titolo «Terza posizione (movimento politico neofascista fondato alla fine degli anni Settanta, ndr)», indicata come «suprematista» e finita in un’altra indagine sfociata nell’arresto di un diciannovenne italo-albanese pavese: Matteo Celibashi. Qui Ben Haddi si era addentrato in una discussione su un ipotetico «colpo di Stato», osservando che sarebbe «impossibile» realizzarlo nelle condizioni attuali perché mancherebbero persone sufficientemente organizzate. I
n un’altra occasione aveva pubblicato la fotografia di un bambino biondo dagli occhi azzurri accompagnandola con la frase «chiaramente è superiore a te», replicando a un utente che gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Gli investigatori vi trovano discussioni che ruotano attorno al terrorismo internazionale e ai conflitti mediorientali. È la saldatura che più preoccupa gli analisti dell’intelligence. Suprematisti e jihadisti, spiegò alla Verità il capo del Servizio anti eversione Daniele Calenda, intervistato dal vicedirettore Giacomo Amadori, «hanno un obiettivo comune. Razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico, gli ebrei». Ma Ben Haddi, probabilmente sulla scia dello stesso intento dissimulatorio richiamato più volte dal gip, afferma: «Io non aderisco a correnti fasciste o neonaziste ma ammetto che in quel periodo avevo interesse per la politica di Terza posizione, ma non a quella degli anni Settanta». Il giudice, però, non deve avergli creduto.
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