Ai riformatori dell’Unione europea manca solo l’ultimo passo: abolirla
L’Unione europea non funziona. Vero. Ma se cambiarla equivale, di fatto, a smontarla, tanto vale raccontarsi la verità e compiere un passetto in più. Abolendola. Da fronti diversi, ma con scopi simili, prima Romano Prodi sulla Stampa e poi, ieri, Manfred Weber sul Corriere della Sera, hanno ripreso l’assedio al principio dell’unanimità.
Il fondatore dell’Ulivo ha sposato l’idea dell’«Europa a più velocità», che si è vista di nuovo all’opera qualche giorno fa, con il vertice E6 dei ministri delle Finanze di Germania, Italia, Spagna, Francia, Polonia e Paesi Bassi. Il capo del Ppe, che da teutonico è più ligio alle forme di noi mediterranei, è scettico rispetto all’espediente delle convergenze a progetto: «Non è “Europa”», ha osservato sul quotidiano di via Solferino. «Sono singoli Paesi». Il leader dei popolari crede che si debbano fondere in un’unica figura i presidenti della Commissione e del Consiglio, sottoponendola al vaglio dei cittadini. Sorvoliamo sugli aspetti irrealistici di una campagna elettorale che andrebbe condotta in lingue diverse, in 27 Paesi con storia, cultura e interessi differenti. Molti di essi, per di più, sarebbero condannati all’irrilevanza dal vero obiettivo dei riformatori. Sia Prodi sia Weber, infatti, concordano sul punto fondamentale: il diritto di veto va abolito. Adesso, ha osservato il tedesco, per colpa di quel cavillo, «nessuno prende sul serio la posizione dell’Ue e si cercano altri formati». «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», ha tagliato corto il Professore. Il quale, in attesa che ci si trovi costretti a registrare ufficialmente lo scardinamento dei Trattati, propone di aggirarli attraverso l’artificio dei binari plurimi.
Giorgia Meloni è sempre stata perplessa dall’ipotesi di eliminare il freno d’emergenza. Di quanto ciò sarebbe pericoloso, ce ne siamo accorti con il negoziato sul sequestro degli asset russi: con un cavillo, Ursula von der Leyen era riuscita a imporre una decisione a maggioranza qualificata. E solo la sensatezza delle obiezioni belghe, unita al lavorio di Roma e Parigi, hanno permesso di evitare il suicidio finanziario dell’Ue. Ora, Antonio Tajani si è fatto promotore del superamento del veto negli indirizzi di politica estera. Non a caso, è agli azzurri che si aggrappa chi vorrebbe sopprimerlo, pur di neutralizzare l’opposizione della destra.
Sarebbe interessante sapere cosa pensa il principale rappresentante di Berlino, Friedrich Merz, dei progetti del suo connazionale e compagno di partito. Il cancelliere, non esattamente in sintonia con Weber e con la baronessa, sta battendo la strada dei bilaterali con i Paesi amici. Compreso il nostro.
Inoltre, è lecito porsi qualche domanda sul pretesto cui ci si sta ancorando per invocare la trasformazione dell’Ue: la presunta inaffidabilità degli Usa. O si sta commettendo l’errore di schiacciarli su Donald Trump, che non è eterno e potrebbe essere sostituito da un presidente più benevolo verso il Vecchio continente; oppure ci si è resi conto che la storia è cambiata, che per Washington la priorità non è il contenimento della Russia bensì il teatro asiatico e che è questo il motivo per cui gli americani ci snobbano. Ma allora si dovrebbe ammettere che il problema non è Trump. È almeno dal pivot to Asia di Barack Obama che l’ottica degli Stati Uniti si è evoluta. Prodi, ad esempio, ha riconosciuto che Joe Biden ha temperato l’ostilità del tycoon «sul piano politico, ma non su quello economico».
Il nodo, però, è che qualunque sia la via d’uscita dall’impasse dell’Europa - il Ppe sogna in grande, il padre del centrosinistra si accontenterebbe di cominciare con un sotterfugio - ogni soluzione ne implica la dissoluzione.
L’esistenza, in varie materie cruciali, di un potere di blocco concesso anche agli Stati membri meno influenti, è una garanzia di equipollenza in seno a un’Unione che non è - e non può essere - una federazione né una confederazione. Senza di esso, quale attrattiva costituirebbe il club, al netto dei sussidi che si potrebbe sperare di ricevere dai contributori netti al bilancio comune? E dell’ombrello militare previsto dall’articolo 42 del Trattato Ue? All’Ucraina è stata offerta questa modalità d’ingresso di serie B. Sarebbe un privilegio o un’umiliazione?
Dall’altro lato, il lodo Prodi equivale, sì, alla vanificazione del requisito dell’unanimità, ma è anche un ritorno ai prodromi dell’Ue. All’epoca in cui pochi grossi Paesi, tra cui l’Italia, si accordavano su alcune questioni cruciali - materie prime, energia, persino un programma nucleare bellico, che saltò soltanto quando la Francia di Charles de Gaulle diede forfait per costruirsi la sua nazionalissima force de frappe - e stabilivano che la cooperazione conveniva di più della competizione. Per inciso: alla Meloni e ai sovranisti, almeno quelli dotati di pensiero strategico, potrebbe non dispiacere. Ma si tratta di scenari che ci allontanano anni luce da quel che l’Ue è oggi e dal modo in cui è stata congegnata. Ciò che ci viene venduto come una cura per l’Europa, in verità, è il suo funerale. Dopodiché, non è detto che non possa risorgere trasfigurata. Lo si legge sul logo dell’editore Loescher: «È bello doppo il morire vivere anchora».






