Chi tutela i cittadini da chi altera un’indagine?
Claudio Descalzi, ad Eni. Assolto nel processo sulla presunta tangente in Nigeria (Imagoeconomica)

Otto mesi sono niente. Se poi non li devi passare in carcere, perché c’è la sospensione della pena, scivolano via lisci come l’olio. Fate conto che per reati come la calunnia si rischiano dai due ai sei anni. Per la pubblicazione di notizie riservate invece come minimo sono tre, mentre per il favoreggiamento quattro.

Il reato di rifiuto di atti d’ufficio però prevede una pena che va da sei mesi a due anni, ma con le attenuanti generiche Fabio De Pasquale e il suo collega magistrato Sergio Spadaro si sono visti affibbiare otto mesi: il minimo o quasi.

Tuttavia, il problema non sono i mesi cui sono stati condannati i pm del caso Eni. Bensì l’accusa, che ora è cristallizzata da una sentenza di primo grado: aver nascosto agli imputati degli elementi a loro favore, che avrebbero consentito di mettere in dubbio la parola dei testimoni portati dalla Procura, ottenendo in fretta il proscioglimento. A differenza di quel che sembra, i pubblici ministeri non devono sostenere a tutti i costi l’accusa, perché se ritengono che gli indagati non siano colpevoli non hanno l’obbligo di richiederne la condanna: possono proporre al giudice l’assoluzione. Ma nel processo per una presunta tangente pagata in Nigeria, che ha visto trascinati in giudizio i vertici del gruppo petrolifero, le cose non sono andate così. Nonostante ci fossero prove a discarico, i pm le hanno ignorate, tirando dritto nelle loro richieste di condanna. Solo successivamente la difesa dell’amministratore delegato di Eni e degli altri imputati ha scoperto che uno dei testimoni dell’accusa aveva un «rapporto patrimoniale» con un altro teste e che un terzo era stato «indottrinato» affinché ribadisse le accuse. Senza parlare poi delle chat manipolate. Risultato, quando sono emersi questi elementi che avrebbero contribuito a scagionare i vertici dell’Eni, ma soprattutto quando si è scoperto che le prove erano da tempo nelle mani dei pubblici ministeri, è scattata la denuncia nei confronti dei magistrati e di conseguenza il processo per rifiuto di atti d’ufficio, che si è concluso ieri con una sentenza di colpevolezza.

Come dicevo otto mesi sono poca cosa, soprattutto se chi li ha beccati aveva chiesto 8 anni di carcere per coloro che poi sono stati assolti perché il fatto non sussiste. Prima della sentenza di ieri, altri giudici, scagionando i manager del gruppo petrolifero, avevano pesantemente censurato l’operato dei pm, i quali avevano provato a ricorrere in appello, ma l’assoluzione era stata ribadita fino a divenire definitiva. In apparenza, dunque, è la stessa magistratura a emendarsi, ponendo fine al caso, con l’assoluzione di chi era stato ingiustamente accusato, e condannando chi aveva sostenuto l’accusa per non aver fatto fino in fondo il proprio dovere. Però, a prescindere dal dato che quella pronunciata ieri è una sentenza di primo grado, che potrebbe essere ribaltata in un secondo o in Cassazione, si impongono alcune riflessioni. Di fronte a magistrati che hanno rifiutato atti d’ufficio, cioè non hanno comunicato alla difesa le prove a discarico degli imputati, come dovrebbero porsi i cittadini? Se ci sono pm che hanno, intenzionalmente o meno, «nascosto» elementi che potevano contribuire a scagionare gli accusati, un imputato potrà ancora dire di aver fiducia nella giustizia qualora sia perseguito dai medesimi pm? Non solo: se Descalzi e gli altri manager finiti sul banco degli imputati non avessero avuto uno stuolo di avvocati, e dunque una disponibilità finanziaria per potersi difendere e scandagliare le migliaia di pagine dell’inchiesta, sarebbero stati assolti? La Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Ma se non si ha la possibilità di pagare i migliori avvocati, siamo sicuri che l’articolo 3 della carta su cui si fonda la nostra Repubblica sia rispettato? Se trovi un pm che «rifiuta gli atti d’ufficio», cioè di fornire elementi che possano discolparti, come puoi essere uguale davanti alla legge? E soprattutto: la legge come può tutelare un imputato se la pubblica accusa gli nega le prove che lo discolpano?

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