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Il primo giorno di scuola: quella mattina diventai uomo

Per ciascuno di noi la scuola ha un momento preciso in cui inizia. E, pur non escludendolo, non intendo riferirmi al primo giorno in assoluto, quello che, temporibus illis, era il fatidico primo ottobre e battezzava come Remigini tutti coloro che si apprestavano a tracciare aste e memorizzare tabelline . Molta letteratura e cinema in bianco e nero hanno celebrato questi momenti, circondandola con il profumo di mele e quello del fieno da poco sfalciato.

Mi rendo conto però che nelle ricette di simili rievocazioni la farcitura è perlopiù opera di sguardi adulti, che sia la maestrina di buona memoria o il panciuto preside che attende alla soglia del portone, prestati al prim'attore di cui si vuole raccontare l'animo: il discepolo cioè, mentre si trova in vista della conoscenza.

Per questa ragione ritengo che ciascuno di noi, qualunque sia il percorso degli studi fatti, possa indicare l'inizio della propria avventura scolastica, indipendentemente dal calendario, da una data che ormai sappiano variare, soggetta com'è a latitudini e temperature.

Ora, per me, poiché in questo caso ognuno può e anzi deve dire la sua, il primo, vero giorno di scuola fu quello che vide il mio approdo al più classico dei licei, cioè al liceo classico.

E, mamma mia!, quant'ero brutto e scombinato e impacchettato.

Anche allarmato.

Mi spiego.

Brutto.

Non così brutto da vedere forse, non brutto in senso proprio insomma, ma brutto da attirare qualche sguardo, troppi per i miei gusti e la mia ereutofobia. Ma brutto poiché ero, e mi sentivo, scombinato, come se mi avessero preso alla sprovvista per poi mettermi lì senza spiegarmi il perché e soprattutto ciò che dovevo fare. Avevo lasciato l'ovile del paesello e la bambagia di casa, nessuno mi aveva detto che sarei rimasto solo ad esplorare territori oltre confine.

Hic sunt leones, dicevano gli antichi delle terre incognite. E io mi trovavo lì adesso, senza nessun riparo, privo di armi per difendermi. Esploratore senza viveri, difese e inoltre inadeguato nell'abbigliamento. Impacchettato, come dicevo sopra, dentro una giacca e una cravatta che volevano essere omaggio al tempio dentro il quale sarei cresciuto in scienza e coscienza mentre intorno a me una cert'aria, Aria di Rivoluzione cantava Franco Battiato, aveva accorciato gonne, sformato giacche, messo all'indice cravatte, da una parte.

Dall'altra invece aveva ritualizzato il train de vie dell'immancabile buona società, dei suoi virgulti, dandisti, se si può dire, più che mai, molto omogenei nell'uso dei colori e nell'ascolto delle canzoni dei Beatles.

Tra quei due fuochi, in mezzo, in quello iato, crepaccio o purgatorio, io e pochi altri come me, ambite prede dei primi, disastrosi compiti in classe. Certo non ero solo a condividere quella condizione. Insieme con me, ma muti come me e spaesati, c'erano altri, disertori o sbandati che fossero, alcuni dei quali, scoprii più tardi condividevano il mio destino e portavano sul groppone il peso dell'onere e dell'onore della scuola da cui provenivano: unici ad aver sostenuto e superato l'allora facoltativo esame di latino alla barriera della licenzia media, si erano da sé offerti per portare la bandiera della scuola di provenienza tra le mura di quella che pretendeva il passepartout del latinorum per iscriverti nelle sue file. Due cose peraltro furono sufficienti, e necessarie come ripeteva sin troppo spesso un'arcigna insegnante di matematica, per riportarmi al senso di realtà. Prima di tutto il Rocci, vocabolario di greco pensato per chi gode della vista delle aquile di Zeus: non fosse altro che per il suo peso specifico era impossibile non sentirsi ancorati saldamente alle circostanze, piedi per terra. E poi, fulmine a ciel sereno, il risuonare nell'ampio corridoio di una voce dialettale che contrariamente alle mie attese non scatenò fulmini dall'Olimpo scagliati dal suddetto Zeus, ma mosse invece dentro me la definitiva consapevolezza di non essere finito dentro una bolla ma solo su una terra aliena, da percorrere passo passo, prestando attenzione a non pestar le mine (si leggano per mine aoristi, verbi irregolari, ottativi ed altre gerundive compagnie cantanti ).

Rendo giustizia a quella voce che usciva dalla gola di un minuscolo bidello, mio complice per ceppo di provenienza, tant'è che il panino col salame di metà mattina saltava sempre fuori benché raramente obbedissi alla regola della prenotazione.

A leggerla così, sembrerebbe l'inizio di una catastrofe cui starebbe bene il titolo di un famoso romanzo di Fleur Jaeggy, I Beati Anni del Castigo. Per quanto confortevoli possano essere, le mura di un collegio non potranno mai sostituirsi a quelle di casa. Forse a qualcuno potrebbe giovare la lettura di quel romanzo il cui senso, ridotto all'osso, e non me ne voglia l'autrice, suona come la frusta diceria popolare secondo la quale quanto più è amara una medicina tanto più prodigiosa sarà la sua efficacia. Dubito peraltro che la gioventù odierna possa patire, comprendere addirittura, le mie ansie d'allora e relative contromisure. In ogni caso il libro vale la spesa e l'ossimoro presente nel titolo di quel romanzo non passa inosservato. Anzi si pianta nella memoria, si applica alle situazioni più diverse, è flessibile, adattabile, coscienzioso e lungimirante come il Grillo Parlante. Io l'ho applicato adesso a quegli anni del liceo per questioni di evidente contingenza.

Poiché, mi chiedo, senza di essi sarei quello che sono, quello che ho voluto essere o perlomeno quello che tento di voler essere?

Io mi rispondo no.

Si obietterà che, ormai, allo stato di cose ed età, anche in caso di risposta contraria ci sarebbe ben poco da fare.

Sono d'accordo, ma insisto nella risposta: no.

Ed evito così la tiritera fuori tempo ormai, visto che il popolo dei discenti è già da qualche giorno chino sulle sudate carte, secondo cui la scuola fa bene, studiare aiuta e anche se non sembra ha effetti collaterali che vengono fuori col tempo.

Così, facendo finta di non dirlo, l'ho detto.

E forse anche tutto ciò è un po' ossimorico.