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2023-03-03
Su Prime video la terza edizione di «Lol - Chi ride è fuori»
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Il cast di «Lol 3 - Chi ride è fuori» (Ansa)
Lol - Chi ride è fuori, terza edizione dello show che Amazon ha reso «virale», non ha cambiato la propria formula. Non ha cambiato nulla, se non quel che i capitoli passati hanno reso obbligatorio, il cast. Herbert Ballerina, Fabio Balsamo, Luca Bizzarri, Cristiano Caccamo, Paolo Cevoli, Marta Filippi, Nino Frassica, Paolo Kessisoglu, Brenda Lodigiani e Marina Massironi sono i comici scelti per la terza edizione dello show, un contenitore di origine giapponese cui apporre un’etichetta è cosa pressoché impossibile. Lol 3, cui la collocazione online ha permesso di restituire lustro e dignità alla risata nella sua declinazione televisiva, è costruito sugli elementi più vari. Ci sono concorrenti illustri, «vip» bisognerebbe dire. C’è uno scopo ben definito, un vincitore e un montepremi finale: centomila euro da devolvere ad un ente benifico. C’è la suddivisione in puntate brevi, l’appeal social, c’è la capacità (la stessa che sulla generalista si tradurebbe in un flop, e in un flop ben rumoroso) di mescolare nicchie e pubblici. Lol 3 potrebbe andare sotto la dicitura «reality» e pure sotto quella di «talent». Potrebbe essere un «evento», uno «show di improvvisazione», la versione celebrity di uno a caso dei contenitori di cui sopra. Potrebbe essere tutto e il suo contrario. Ma identificarlo, nell’era della fluidità, non sembra avere grande importanza. Non per Amazon.
Quel che più conta, nel gioco di Lol, è il superamento dei confini, personali e televisivi. Mentre i comici si sfidano, nell’imbarazzo che l’improvvisazione e l’estraneità sanno creare, il pubblico twitta. Commenta. Trasforma in meme il trasformabile. Le gag diventano virtuali, le battute tormentoni. Lollascia Amazon e si fa social. E il gioco prosegue, diviso a metà.
La terza stagione, condotta ancora una volta da Fedez e Frank Matano, debutterà su Prime Video il 9 marzo. Ma gli episodi finali, due, arriveranno più tardi, il 16 del mese. Allora, in gara saranno rimasti in pochi. Lol ha un meccanismo serrato: sei ore, due cartellini, una prima ammonizione per i sorrisi, l’espulsione come secondo richiamo. Nel mezzo, l’imperativo categorico di far ridere gli altri rimanendo (o cercando di) impassibile. Lo show Amazon, per il quale Maccio Capatonda - vincitore della seconda edizione - ha accettato di figurare come «disturbatore», è una sorta di evoluzione del gioco del silenzio. Solo, si parla. I comici, infatti, sono chiamati a provare qualunque cosa pur di costringere alla risata, con conseguente eliminazione, i colleghi. Possono travestirsi, tentare la via delle canzonette, cimentarsi in imitazioni e dar fondo al proprio reportorio. Possono perfino provare, come Pintus alla prima di Lol, ad usare le parole che tanto divertono i bambini: «cacca», «culo», quel dizionario semplice che l’edizione d’esordio ha reso irresistibile (almeno per i social). Vale tutto, nella grande sfida di Lol. E, se il «tutto», questo insieme esteso che ha sfatato uno dei cliché su comici e comicità, quello secondo cui nessun professionista della risata riderebbe mai delle battute altrui, è declinabile in chiave social, ancora meglio.
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Il principio alla base del tutto è rimasto immutato. Dieci comici, una sola stanza, un timer a seguire lo scorrere del tempo e una regola, un’unica, da rispettare: vietato ridere.Lol - Chi ride è fuori, terza edizione dello show che Amazon ha reso «virale», non ha cambiato la propria formula. Non ha cambiato nulla, se non quel che i capitoli passati hanno reso obbligatorio, il cast. Herbert Ballerina, Fabio Balsamo, Luca Bizzarri, Cristiano Caccamo, Paolo Cevoli, Marta Filippi, Nino Frassica, Paolo Kessisoglu, Brenda Lodigiani e Marina Massironi sono i comici scelti per la terza edizione dello show, un contenitore di origine giapponese cui apporre un’etichetta è cosa pressoché impossibile. Lol 3, cui la collocazione online ha permesso di restituire lustro e dignità alla risata nella sua declinazione televisiva, è costruito sugli elementi più vari. Ci sono concorrenti illustri, «vip» bisognerebbe dire. C’è uno scopo ben definito, un vincitore e un montepremi finale: centomila euro da devolvere ad un ente benifico. C’è la suddivisione in puntate brevi, l’appeal social, c’è la capacità (la stessa che sulla generalista si tradurebbe in un flop, e in un flop ben rumoroso) di mescolare nicchie e pubblici. Lol 3 potrebbe andare sotto la dicitura «reality» e pure sotto quella di «talent». Potrebbe essere un «evento», uno «show di improvvisazione», la versione celebrity di uno a caso dei contenitori di cui sopra. Potrebbe essere tutto e il suo contrario. Ma identificarlo, nell’era della fluidità, non sembra avere grande importanza. Non per Amazon.Quel che più conta, nel gioco di Lol, è il superamento dei confini, personali e televisivi. Mentre i comici si sfidano, nell’imbarazzo che l’improvvisazione e l’estraneità sanno creare, il pubblico twitta. Commenta. Trasforma in meme il trasformabile. Le gag diventano virtuali, le battute tormentoni. Lollascia Amazon e si fa social. E il gioco prosegue, diviso a metà. La terza stagione, condotta ancora una volta da Fedez e Frank Matano, debutterà su Prime Video il 9 marzo. Ma gli episodi finali, due, arriveranno più tardi, il 16 del mese. Allora, in gara saranno rimasti in pochi. Lol ha un meccanismo serrato: sei ore, due cartellini, una prima ammonizione per i sorrisi, l’espulsione come secondo richiamo. Nel mezzo, l’imperativo categorico di far ridere gli altri rimanendo (o cercando di) impassibile. Lo show Amazon, per il quale Maccio Capatonda - vincitore della seconda edizione - ha accettato di figurare come «disturbatore», è una sorta di evoluzione del gioco del silenzio. Solo, si parla. I comici, infatti, sono chiamati a provare qualunque cosa pur di costringere alla risata, con conseguente eliminazione, i colleghi. Possono travestirsi, tentare la via delle canzonette, cimentarsi in imitazioni e dar fondo al proprio reportorio. Possono perfino provare, come Pintus alla prima di Lol, ad usare le parole che tanto divertono i bambini: «cacca», «culo», quel dizionario semplice che l’edizione d’esordio ha reso irresistibile (almeno per i social). Vale tutto, nella grande sfida di Lol. E, se il «tutto», questo insieme esteso che ha sfatato uno dei cliché su comici e comicità, quello secondo cui nessun professionista della risata riderebbe mai delle battute altrui, è declinabile in chiave social, ancora meglio.
Elly Schlein (Ansa)
Il giornale dei poteri forti, attraverso la penna di Paolo Mieli, lo ha già battezzato: «Cara Elly, fai come i tuoi predecessori, quando affidarono lo scettro a Prodi». Tradotto: Schlein fai un passo indietro e lascia il campo (largo) a Conte, già rodato a Palazzo Chigi.
«Le primarie rischiano di diventare una conta sui nomi, la cosa che più allontana le persone», frena Stefano Bonaccini. La prima cittadina di Genova, Silvia Salis, gioca di astuzia e si sfila: “Sono contraria. Creano divisioni durature”. Spaventato dalla forza di Conte, anche Nicola Fratoianni leader di Avs: “Non sono un’urgenza”.
Per dire come Schlein sia messa male basti pensare che le è rimasto un solo alleato: Matteo Renzi, sempre pronto a partecipare alle risse. Solo il leader di Italia viva è a favore della competizione interna. Ma per usare un eufemismo, Renzi non è ben visto nel Pd, trasformato in una melma dove ognuno va per conto suo.
Conte spinge ovviamente per farle (le ha proposte lui addirittura ad urne ancora calde), ossessionato com’è dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi, e sta tendendo un trappolone a Schlein. Il professorino di Volturara Appula ha disegnato un modello di primarie a propria immagine che avvantaggerebbero solo lui: aperte a chiunque, online e con un doppio turno. Il M5s si è reso conto di avere in mano la carta vincente: basta aprire la gabbia dei militanti e spingere sulla popolarità dell’ex presidente del Consiglio che sa spacciare per abilità politica la sua innata attitudine trasformistica.
Conte è appoggiato in questo viscido tranello da alcuni traditori del Pd, quell’area grigia che venderebbe la mamma per una poltrona. Uno di questi è Goffredo Bettini, il "principe" di tutte le congiure: con “Giuseppi” a Palazzo Chigi si moltiplicherebbero i ministeri per il Pd. Una suite da sogno con vista Quirinale. «Elly ha fatto un lavoro enorme», dice Bettini scaricandola, “le va riconosciuto. Ma la questione della premiership non va posta oggi. Bisogna pensare al migliore per vincere”. Nei dintorni del Pd si bisbiglia che Elly, per quanto abile a unire il partito, non abbia il quid per battere Meloni.
Conte gongola e si diverte a provocarla: «Il risultato referendario ci dice che il leader va scelto nella maniera più democratica possibile». Schlein ha il fiato sul collo e risponde: «O si fa come la destra, ovvero chi prende un voto in più governa, oppure si fanno le primarie». «Le urne saranno le nostre primarie», la corregge Claudio Mancini, vecchio dalemiano, braccio destro del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.
All’odore di carne fresca, riescono dalla tana i vecchi leoni, feriti ma ancora feroci. Rosy Bindi ha fatto un sogno che somiglia di più a un incubo. Secondo l’ex ministra, né Schlein né Conte sono in grado di costruire quella sintesi politica necessaria a rendere competitivo il campo largo. E su questo ha ragione.
La sua suggestione è un «federatore, facilitatore, grande mediatore», capace di «apparecchiare la tavola» e costringere i due leader a sedersi. Un arbitro, ma anche un regista che metta pace tra la segretaria dem e il leader M5s e che possa anche diventare il candidato premier. Un fantasma, un miraggio, un’apparizione mariana. Uno che non esiste. Senza dirlo, «perché non deve uscire da me», un nome in testa ce l’ha e non è una donna: un Romano Prodi (86 anni) più giovane, tipo Pier Luigi Bersani (74 anni) o Massimo D’Alema (76 anni) o Clemente Mastella (79 anni) o Paolo Gentiloni (71 anni). Più che il programma di governo sembra si stia parlando del programma per una Rsa. Della vecchia guardia comunista, non ci libereremo mai.
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Continuano polemiche e discussioni sul caso dello chef Redzepi. Gli abusi in cucina sembrano diventati prerogativa maschile e si parla del patriarcato anche nell'ambiente del food. Ma è davvero così? Che cosa porta a creare condizioni di lavoro sconvenienti?
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 2 aprile con Carlo Cambi