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Sara Funaro e Beppe Sala (Ansa)
Le due città guidate da giunte rosse hanno crimini record ma dichiarano guerra a chi possiede immobili. Stendendo il tappeto ai grandi gruppi internazionali.
Più che un nuovo regolamento per disciplinare lo stop agli affitti brevi turistici, pare un vecchio regolamento di conti tra la sinistra di Firenze e i proprietari di case, perché altrimenti non ha senso quel che hanno deciso a Palazzo Vecchio. Il sindaco Sara Funaro, infatti, ha esteso lo stop agli affitti brevi anche fuori dal centro storico, che è area sotto la protezione dell’Unesco; in poche parole in buonissima parte del territorio comunale i proprietari di case non possono fare quel che vogliono dei loro immobili.
E dunque si pone la domanda di cui sopra: perché questo… regolamento di conti contro la proprietà privata? Tra l’altro si tratta di un provvedimento che, sebbene non permanente («Non è statico, cambierà nel tempo», ha spiegato la Funaro come se fosse una lezione di fisica), va a colpire quel ceto medio che ha investito dove poteva, quindi dove i prezzi degli immobili erano inferiori. Qualcuno dovrebbe farsi spiegare perché mai un cittadino che, per arrotondare, volesse mettere a reddito la propria abitazione affittandola ai turisti a uso B&b, si ritrova con questo stop imposto dal Comune. E meno male che il sindaco non ci vede intenti punitivi o persecutori.
Il mio amico Guglielmo Mossuto, che è capogruppo della Lega in Comune, è da un po’ che mi raccontava del degrado del capoluogo toscano e dei mille problemi. E giustamente ieri mi ha chiamato arrabbiato nero: «Siamo la città più insicura dietro Milano e questa giunta pensa a tagliare le gambe a chi vuole guadagnare esercitando un suo pieno diritto costituzionale. Dai, è un attacco diretto e ideologico al diritto alla proprietà privata: son sempre i soliti comunisti! Gli affitti brevi non sono in mano a grandi speculatori, ma a famiglie che usano questi proventi per far fronte al caro vita, per pagare le tasse locali - a partire dall’Imu - e finanziare la manutenzione degli stessi immobili. E poi è un’economia che resta totalmente sul territorio: una cosa ingiusta». Difficile dargli torto. Soprattutto seguo il mio vecchio amico Guglielmo quando mi fa notare alcune incongruenze politiche che solo chi conosce le dinamiche fiorentine può indicarci: «Se l’obiettivo della giunta fosse davvero quello di tutelare i quartieri dalla speculazione e difendere la residenzialità, perché il divieto non viene esteso anche alle aree che saranno impattate dalle grandi infrastrutture dei prossimi anni, tipo quelle nei pressi dei nuovi scali?». Da una decina d’anni a Firenze ci sono aree interessate a grandi investimenti. «Investimenti? Per me sono operazioni di speculazione immobiliare. Ti spiego: il nuovo regolamento blocca i piccoli appartamenti dei fiorentini a Rifredi o al Campo di Marte con la scusa della “tutela”, ma si stendono tappeti rossi ai grandi investitori, guarda caso proprio dove sorgeranno le nuove porte d’accesso di Firenze, dove il valore dei terreni e degli immobili è destinato a schizzare alle stelle. Perché lì il Comune non mette vincoli? Fammi fare una battutaccia: i comunisti hanno requisito le case al ceto medio».
Strabismo immobiliare, dice l’opposizione a Firenze, che sul testo non ha potuto toccare palla perché era bloccato. «Quanta inutile fretta per stoppare gli affitti brevi ai fiorentini comuni. Gli stessi stressati dalla incapacità della giunta di controllare e presidiare movide e risse tra immigrati». Ogni anno a Firenze è sempre peggio. Per ora se la gioca con Milano, prima città più insicura d’Italia. Che con Firenze pare avere l’affinità di strizzare l’occhiolino ai grandi gruppi. Almeno così la pensa la Procura meneghina che dai grattacieli è passata alle concessioni di spazi commerciali di prestigio soprattutto in Galleria Vittorio Emanuele, accanto al Duomo.
Da quel che si evince gli accertamenti - partiti dopo un esposto presentato l’anno scorso dall’imprenditore Massimiliano Lisa, animatore del museo su Leonardo da Vinci all’angolo della Galleria con piazza della Scala, che con la giunta Sala ha in ballo alcuni contenziosi - riguardano certe videoinstallazioni di grande impatto in location particolarmente attrattive, come la Rinascente, dove hanno fatto bella mostra due film blockbuster: il biopic Michael su Michael Jackson, e l’attesissimo seguito de Il Diavolo veste Prada. Altri atti hanno invece riguardato concessioni alla maison Dior e alla maison Montblanc per i loro negozi in Galleria. Insomma tutte destinazioni immobiliari di grande pregio. L’accusa della Procura è un reato contro la Pubblica amministrazione. L’accusa politica invece, a Milano come a Firenze, è perché gli amministratori di sinistra ai grandi gruppi sembrano stendere i tappeti rossi…
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Silvio Berlusconi in tribunale (Getty Images)
Berlusconi e l’ex senatore non organizzarono le stragi del 1993-94. Il gip: «Non ci sono elementi concreti di contatti con Cosa nostra». Il fascicolo, tuttavia, è pieno di omissis: segno che qualcosa bolle in pentola.
Marcello Dell’Utri è stato archiviato per l’ennesima volta dall’accusa di avere ordinato le stragi di mafia del biennio 1993-1994 (compiute a Roma, Firenze e Milano). Il decreto è stato firmato dal gip fiorentino Patrizia Martucci lo scorso 15 gennaio 2026, ma la notizia è emersa, in modo quasi casuale, solo ieri. In realtà gli avvocati dell’ex senatore e di Silvio Berlusconi lo hanno scoperto circa tre settimane fa.
Ma il pool dei legali ha deciso di non diffondere la notizia per «tenere i toni bassi» ed evitare lo strepitus mediatico. Lo stesso che ha accompagnato tutti i passaggi dell’inchiesta. Per anni alcuni quotidiani hanno raccontato come procedessero le indagini. A firmare gli articoli quasi sempre i soliti cronisti ben informati. Ma questa volta nessuno di loro ha fatto lo scoop e la notizia dell’archiviazione è stata data dall’Ansa. Per mesi la Procura è riuscita a blindare l’esito dell’inchiesta e, al pari del Tribunale, non ha diffuso il testo della propria richiesta di archiviazione, arrivata a ridosso della scadenza dei termini, fissati prima per il 22 dicembre 2024 e poi prorogati sino al 22 dicembre 2025. Il fascicolo era, infatti, stato iscritto per l’ennesima volta il 22 dicembre 2023.
Il gip Martucci ha deciso di archiviare per la mancanza di «elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi».
L’accusa per entrambi era di quelle che fanno tremare i polsi: strage continuata a fini eversivi con l’aggravante di avere favorito la mafia. Ma, come detto, non si sarebbero trovate prove per dimostrare il teorema.
Le posizioni archiviate potrebbero essere anche altre, ma, al momento, non v’è certezza di questo.
Richiesta e decreto, spiega chi li ha letti, sono pieni di omissis. «Queste “cancellature” sono chiaramente indicative del fatto che ci sono altri filoni ancora aperti e io credo che ci sia anche qualcosa che riguarda Dell’Utri» ragiona una fonte. «Perché chiaramente i pm chiudono soltanto perché scadono i termini e poi riaprono».
Le indagini per dimostrare il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi sono la classica «never-ending story». Si contano almeno otto inchieste sul tema, tutte a carico del fondatore di Forza Italia e del suo collaboratore, e tutte inesorabilmente finite in nulla.
Il primo fascicolo viene aperto a Firenze nel 1996, tre anni dopo la strage di via dei Georgofili. Berlusconi e Dell’Utri sono iscritti sul registro degli indagati come «Autore 1» e «Autore 2» per motivi di riservatezza. Nell’agosto 1998, però, la Procura stessa chiede l’archiviazione, che viene decisa dal gip nel successivo novembre con la formula «gli inquirenti non hanno potuto trovare conferma delle chiamate de relato». Quasi la stessa motivazione usata dalla Martucci nel 2026.
Nel luglio 1998 le indagini contro i due politici di Forza Italia sono riaperte a Caltanissetta dal pm Luca Tescaroli; nel marzo 2001, però, anche quest’ultimo decide di chiudere le indagini e nel maggio 2002 il gip accoglie l’istanza per «la friabilità del quadro indiziario».
L’inizio della collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza spinge la magistratura fiorentina a ripartire una seconda volta, nel luglio 2009.
Anche in questo caso non vengono raccolte prove sufficienti per il rinvio a giudizio e, nell’agosto 2011, arriva la nuova richiesta di archiviazione che, il 2 novembre, viene decretata dal Tribunale.
Una settimana dopo, però, la Procura fiorentina chiede al giudice di aprire un terzo fascicolo, sostenendo che «non era stato possibile completare le investigazioni».
Ma in meno di due anni anche questo finisce in nulla: nel giugno 2013 i pm propongono l’ennesima istanza di archiviazione, subito accolta dal giudice.
Arriviamo così alla quarta riapertura fiorentina, e siamo al settembre 2017. In questo caso, la Procura decide di utilizzare contro Berlusconi e Dell’Utri le parole del boss Giuseppe Graviano, intercettato nel carcere di Ascoli Piceno. Secondo l’interpretazione dell’accusa (che, va detto, le difese hanno sempre contestato in toto), il mafioso stragista avrebbe «rivelato» a un altro detenuto, il camorrista Umberto Adinolfi, che nel 1992 Berlusconi «voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto “ci vorrebbe una bella cosa”». I pm interpretano la frase come la richiesta di un gesto forte, quindi una strage, in grado di sovvertire l’ordine del Paese e favorire la nascita del nuovo partito berlusconiano. Per un gioco del destino, a occuparsi dell’inchiesta è di nuovo Tescaroli, il pm nisseno che ha già indagato e archiviato e che nel 2018 si è trasferito a Firenze.
Anche la quarta inchiesta non porta a niente: torna alla casella di partenza, come in una specie di gioco dell’oca giudiziario, e nel marzo del 2020 c’è l’ennesima richiesta di archiviazione, prontamente accolta dal giudice.
Passa un mese e Tescaroli propone la quinta riapertura, che, però, ha lo stesso destino di tutte le altre: a ottobre 2022 arriva la richiesta di chiusura del fascicolo, il 6 dicembre dello stesso anno il gip firma l’archiviazione.
Nel frattempo, nel luglio 2022, anche la Procura di Caltanissetta decide di riavviare le indagini contro Dell’Utri e Berlusconi, soprattutto sulle due stragi del 1992, a Capaci e in via D’Amelio, ma nel gennaio 2026 chiede al gip di chiuderle per «infondatezza della notizia di reato o, comunque, perché gli elementi raccolti non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio». In questo caso, però, il gip non ha ancora dato il suo parere positivo.
L’ultimo capitolo fiorentino di questa incredibile saga processuale si apre, come detto, poche settimane dopo la penultima archiviazione, il 22 dicembre 2023, ma anche stavolta il tempo trascorre invano e le indagini non portano a nulla di concreto, tant’è vero che lo scorso 5 gennaio la Procura propone la sesta archiviazione.
Oltre che inutile, questa storia giudiziaria è stata sicuramente anche molto costosa. Un calcolo esatto non è possibile, ma l’insieme degli otto procedimenti ha comportato un elevato costo per lo Stato, stimabile a spanne tra i 15 e i 25 milioni di euro, escludendo il costo per le parcelle (milionarie) delle difese.
Tra i primi a commentare l’ultimo passaggio processuale è stata Marina Berlusconi: «È la sesta volta che l’assurda inchiesta di Firenze finisce nel nulla, e per la sesta volta su richiesta stessa degli inquirenti. Stupisce che il decreto di archiviazione risalga a gennaio e se ne sappia qualcosa soltanto oggi. Verrebbe da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, ci sarebbero voluti cinque mesi per leggerlo sui giornali, o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?». C’è da dire che in mezzo c’è stato il referendum sulla giustizia e forse qualcuno può aver pensato che la rumorosa archiviazione avrebbe potuto portare acqua al mulino del Sì.
Marina fa sapere anche di non essere sorpresa dal fallimento di «un teorema giudiziario e mediatico costruito non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico» e ricorda che «sono stati i governi Berlusconi a rendere stabile il carcere duro per i boss mafiosi, a introdurre il primo Codice Antimafia e a istituire l’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali». Fatti che definisce «concreti, quanto inconfutabili», mentre tutto il resto è «vergognosa e illogica mistificazione».
Marina, di fronte all’«ennesimo segnale di quanto la giustizia nel nostro Paese resti afflitta da problemi colossali», chiede, infine, «alla politica di non archiviare il problema della giustizia con il referendum»: «Si potrebbe ripartire dalla responsabilità civile dei magistrati, ma sono tante le aree di intervento su cui la politica deve ancora spendersi. Senza ammainare la bandiera del garantismo».
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Marina Berlusconi (Ansa)
Imbarazzo palpabile nel centrosinistra: nessun commento da esponenti di Pd e M5s.
«Ora che mio padre non c’è più, chi potrà mai restituirgli il tempo trascorso sotto il peso di queste accuse, terribili e infondate? E qualcuno risponderà mai del falso spacciato per vero? I nodi da sciogliere sono tanti, a partire dall’assenza di una vera responsabilità civile dei magistrati. Quella della giustizia resta un’emergenza. La bandiera del garantismo non può e non deve essere ammainata»: è questo forse il passaggio più «politico» del commento di Marina Berlusconi all’archiviazione decisa dal gip del Tribunale di Firenze Patrizia Martucci.
Raccoglie l’assist il vicepremier Matteo Salvini: «Nelle Procure e nelle redazioni», scrive su X il leader della Lega, «c’è chi ha costruito una carriera sul fango, da scagliare rigorosamente contro il centrodestra. L’archiviazione di Silvio Berlusconi per le stragi del 1993 ribadisce, una volta di più, che certa sinistra si è nutrita di odio, bugie e deliri. La Lega è determinata per approvare, entro fine legislatura, una legge sulla responsabilità civile dei magistrati». La proposta di una responsabilità civile delle toghe, portata avanti da Lega e Fi, registra le perplessità di Fratelli d’Italia. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, commenta l’archiviazione attraverso un articolato commento: «L’archiviazione disposta dal tribunale di Firenze nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993», argomenta la Meloni, «rappresenta l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile: dopo decenni di indagini e processi, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata. Silvio Berlusconi è stato il fondatore del centrodestra e per quattro volte presidente del Consiglio. Per trent’anni, insieme a lui»,sottolinea il premier, «un’intera comunità politica, composta da milioni di italiani che esprimevano liberamente il proprio voto, è stata ingiustamente posta davanti al sospetto infamante che il consenso raccolto nelle urne poggiasse su finanziamenti mafiosi o dinamiche illegali. I fatti e le decisioni giudiziarie spazzano via definitivamente ogni ombra: quel dubbio non aveva fondamento allora e non lo ha oggi. Il centrodestra italiano non si fonda sull’illegalità e non accetta che la propria storia venga letta attraverso teoremi costantemente smentiti nel tempo. Rivendico con fermezza e orgoglio il ruolo politico e istituzionale di questa comunità: il centrodestra è, ed è sempre stato, una forza della legalità e per la legalità in Italia». Profonda la riflessione del leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Ci sono voluti trent’anni e sei archiviazioni», scrive Tajani su X, «per accertare e confermare la totale estraneità di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri alle stragi di mafia del ’93 a Firenze. Altro che mandanti occulti. Di inquietante e occulto c’è solo l’azione di quella parte di magistratura che ha usato false accuse, che già si smentivano da sole, come una clava politica cercando di riscrivere la storia della nostra democrazia. È indegna di questo Paese la lentezza con cui si è arrivati a questa conclusione, e disgustoso l’accanimento con il quale si è cercato di neutralizzare politicamente il fondatore di Forza Italia e il suo partito. Finalmente giustizia è fatta», aggiunge il vicepremier e ministro degli Esteri, «ma è incredibile che una decisione presa il 15 gennaio diventi pubblica soltanto adesso. Tutto questo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia fondamentale la nostra battaglia per una giustizia giusta ed efficiente per tutti i cittadini». Decine e decine i messaggi e i commenti da parte di esponenti del centrodestra, in particolare di Fi, mentre neanche una voce si alza dalle opposizioni. «Trent’anni di persecuzione, fango e veleni. Ma l’invidia e l’odio oggi vengono sconfitti! Giustizia è fatta amore mio!», scrive sui social Marta Fascina, parlamentare e ultima compagna di Silvio Berlusconi, condividendo una foto del Cavaliere.
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Pier Paolo Pasolini e Eugenio Corti (Ansa)
La prova che educazione e istruzione non si sono evolute è facile da rintracciare. A Pier Paolo Pasolini, allineato al marxismo, vengono intitolate scuole ed è inserito in tutti i programmi. Un gigante come Eugenio Corti, con milioni di lettori, è di fatto oscurato.
Ben due persone mi hanno ringraziato per aver fatto loro scoprire Eugenio Corti, grazie a un articolo sulla Verità. A Eugenio Corti risultano intitolate sostanzialmente zero scuole statali di rilievo nazionale; non emergono istituti scolastici ufficiali che portino stabilmente il suo nome.
A Pier Paolo Pasolini risultano invece intitolate, che io sappia, almeno tre scuole, come riportato anche da varie fonti culturali e giornalistiche: una a Milano, una a Potenza e una a Pordenone.
Questo dato, al di là delle simpatie personali, apre una riflessione interessante sul modo in cui l’Italia costruisce il proprio pantheon culturale. È inevitabile che Pasolini venga celebrato: in quanto cantore del comunismo è considerato un autore enorme, uno dei più influenti del Novecento italiano, capace di attraversare poesia, cinema, saggistica e critica sociale. In realtà è uno scrittore mediocre, nulla di quello che ha scritto è neanche lontanamente avvicinabile a Il cavallo rosso di Eugenio Corti. Come regista Pasolini è semplicemente inguardabile, ma non c’è limite a quanto tu possa essere mediocre: se sei iscritto al Partito comunista, tutto ti sarà perdonato.
Il fratello di Pier Paolo Pasolini, Guidalberto, eroico partigiano della divisione Osoppo, fu massacrato a Porzûs dai partigiani comunisti. Quando Pasolini elogia come forma di «onestà» il Partito comunista italiano, sta elogiando gente che con un attacco di una vigliaccheria ripugnante ha massacrato anche suo fratello: un personaggio di straordinaria etica, Pier Paolo Pasolini. I suoi film alternano primi piani dell’organo sessuale maschile (visto uno, visti tutti) alla straziante recitazione di gente che non sa recitare (ancora più inespressiva del succitato organo sessuale maschile), primo tra tutti Ninetto Davoli con eterno sorriso di ordinanza. Un film come Salò può essere concepito solo da una mente strutturalmente deforme. Ci sono forti sospetti su una predizione di Pasolini per persone molto giovani per atti erotici, ottenuti tramite la corruzione del denaro. È il caso di intitolare una scuola a un individuo su cui aleggino questi sospetti? Il problema nasce quando il criterio della memoria pubblica sembra diventare selettivo non sulla qualità dell’opera, ma sulla conformità ideologica al clima culturale dominante.
Eugenio Corti è stato autore di un romanzo monumentale come Il cavallo rosso, tradotto all’estero, ammirato da critici internazionali, considerato da molti uno dei grandi romanzi europei del secondo dopoguerra. Era un intellettuale rigoroso, con una visione storica fortissima, una prosa ampia, una straordinaria capacità narrativa. Ma era anche apertamente antimarxista, cattolico, critico verso il comunismo novecentesco. Il suo dramma Processo e morte di Stalin mette a fuoco un punto fondamentale: il comunismo non è stato solo feroce, è stato ridicolo. Il comunismo internazionale dell’Unione Sovietica e il nazionalsocialismo della Germania nazista, sono entrambi ridicoli. Il film più lucido sul nazismo è La caduta, gli ultimi giorni di Hitler (2004 diretto da Oliver Hirschbiegel). Nelle prime scene del film, vediamo Hitler, nel suo bunker accerchiato dall’Armata rossa, che fantastica sul contrattacco di divisioni inesistenti, mentre un gruppo di generali resta terrorizzato sull’attenti davanti a questo ometto chiaramente squilibrato. La scena è usata in innumerevoli video comici su Youtube. Si tiene l’originale audio in tedesco, e si cambia il testo dei sottotitoli: Hitler è furibondo perché è uscito greco alla maturità; Hitler è arrabbiato perché la Roma ha perso contro la Lazio; eccetera. In questi video si intuisce la spaventosa valenza comica della scena originale, questo ometto che farnetica idiozie senza che nessuno dei generali che lo circonda tiri fuori la pistola e risolva le sorti di Berlino piantandogli due proiettili nel cranio.
Sulla morte di Stalin esiste un unico film, che io sappia, Morto Stalin se ne fa un altro (2017, diretto da Armando Iannucci), ed è un film di umorismo grottesco, dove però tutta l’idiozia e tutta la ferocia di Stalin saltano fuori. L’idiozia e la ferocia di Stalin, come la nauseante vigliaccheria di tutti coloro che lo circondavano, sono magistralmente descritte nel libro di Corti. Quando parlate con un comunista, chiunque abbia avuto la tessera del Pci, chiunque li abbia votati, ricordatevi che è gente il cui giornale, L’Unità, ha titolato alla morte di Stalin : «È morto il più grande benefattore dell’umanità». Veramente abbiamo lasciato in mano a questi tizi, di cotale capacità cognitiva, la gestione della cultura? Un signore di Arcore, brava persona e per molti versi persona notevole, usava dire: «Siete ancora e sempre dei poveri comunisti», vale a dire delle persone convinte che un sanguinario criminale i cui numeri fanno impallidire quelli di Hitler ( ma non quelli di Mao) fosse un benefattore.
Eugenio Corti, come anche Giovannino Guareschi, osa sottolineare l’assoluta imbecillità del comunismo sovietico, e quindi di tutti i suoi figli e figliastri. E questo, nel sistema culturale italiano nato nel dopoguerra, ha pesato enormemente. Per decenni in Italia la legittimazione culturale è passata attraverso ambienti nei quali l’egemonia marxista o postmarxista era fortissima: università, editoria, giornalismo culturale, cinema, scuola. Non serviva necessariamente essere grandi; bastava stare dentro un certo orizzonte. Al contrario, chi ne stava fuori doveva essere eccezionale per ottenere anche solo una minima attenzione. E a volte non basta nemmeno essere eccezionali . Ora tutto questo è peggiorato, e si è aggiunto anche il delirio woke. Pasolini, comunista, sodomita, e con forti sospetti di tendenze pedofile, risulta essere il meglio del meglio. Così accade che figure di area progressista vengano spesso assolte dalle loro contraddizioni private, morali o intellettuali in nome del loro ruolo simbolico, mentre figure conservatrici o antimarxiste debbano continuamente giustificare la propria esistenza culturale. Pasolini stesso, non sarebbe certo stato insofferente verso questa canonizzazione automatica. Era un intellettuale falsamente scomodo, sempre molto poco critico verso la sinistra italiana, con critiche chiaramente di facciata.
Il sistema culturale ha trasformato il «Pasolini eretico» in un’icona rassicurante, mentre autori come Corti restano confinati in nicchie culturali, nonostante la statura letteraria. Il punto è chiedersi perché in Italia il talento venga sempre filtrato attraverso l’appartenenza ideologica. Perché uno scrittore marxista può essere mediocre senza compromettere la propria reputazione, mentre uno scrittore antimarxista deve essere gigantesco per essere appena tollerato? Questa asimmetria dice molto più delle istituzioni culturali che degli autori stessi.
Eugenio Corti è solidamente assente anche dalle antologie. Molti studenti anche di valore non lo hanno mai sentito nominare. Si chiama censura. Se il signora di Arcore avesse usato un po’ dei suoi giornali e delle sue televisioni per levare la Kultura dalle mani di nipotini di Stalin sarebbe stato un grande. Peccato! Non lo è stato. Resta una brava persona, un ottimo uomo politico, ma come dicono le maestre del ragazzino intelligente che non fa i compiti, poteva fare di più, poteva rifondare la cultura italiana o almeno provarci.
E ora il dato delle scuole intitolate è simbolico: non misura il valore letterario, ma il potere di influenza di una cultura dominante sulla memoria collettiva. E forse proprio qui sta la questione centrale: chi decide quali nomi debbano diventare «educativi» per le nuove generazioni? La qualità dell’opera? L’influenza storica? O la compatibilità ideologica con chi controlla i luoghi della formazione culturale? Pasolini ha assolto la criminale strage di Porzûs.
A scanso di ulteriori problemi, vorrei fare una proposta: vietare nella maniera più assoluta che scuole, strade, camere del Senato siano intitolate a individui morti da meno di un secolo. Così che si abbia il tempo di stabilire se è stata vera gloria. Comunque, se dovessi vivere in via Lenin, massacratore della Russia, in via Che Guevara massacratore di gay, o insegnare nella scuola Pasolini avrei i guai miei con il disgusto o con la collera. Il cittadino non deve essere sottoposto né al disgusto né alla collera.
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