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Carlo Messina (Ansa)
L’istituto milanese deposita in Consob il documento dell’offerta: 1,6 azioni più 1 euro cash per ogni titolo di Siena. Unipol (che lavora con Ca’ de Sass) convoca l’assemblea (martedì) per l’aumento di capitale. La holding dei Del Vecchio ha problemi interni da risolvere.
Intesa Sanpaolo accelera sulla scacchiera dove si gioca il rassetto del sistema creditizio. Appena due settimane dopo aver annunciato il blitz su Monte Paschi, ha depositato in Consob il documento dell’Opas.
Un’accelerazione per chiudere la partita prima che il fronte opposto trovi il tempo di organizzare una difesa. Ammesso, naturalmente, che qualcuno la stia concretamente preparando.
L’offerta, annunciata l’8 giugno, valuta Mps 10,091 euro per azione ed è costruita con una formula mista: per ogni titolo del Monte vengono offerte 1,6 azioni Intesa Sanpaolo più un euro in contanti, con un premio del 12,5% rispetto alle quotazioni precedenti all'annuncio. Se tutti aderissero, il conto arriverebbe a 30,6 miliardi. Nascerebbe il secondo gruppo bancario dell’Eurozona per capitalizzazione, con 27 milioni di clienti, circa 16 miliardi di utile netto, quasi 2.000 miliardi di masse gestite entro il 2029 e sinergie stimate in 2,9 miliardi.
A dare ulteriore slancio all’operazione ci penserà martedì Unipol, chiamata a votare l’aumento di capitale da 2,5 miliardi destinato a sostenere l’Opas attraverso l’acquisto di 650 sportelli che dovranno essere ceduti per ragioni di Antitrust. Anche questo tassello sembra ormai destinato ad andare al suo posto considerato che il sistema delle Coop, cui fa capo metà del capitale del gruppo assicurativo ha già dato la sua disponibilità.
La sensazione, almeno per ora, è che sulla strada di Intesa e Unipol non ci siano barricate degne di questo nome. Più che un fronte organizzato, il campo avversario assomiglia a un cantiere dove tutti discutono e nessuno versa il cemento. Monte Paschi, nelle due settimane trascorse dall’annuncio dell'offerta, ha riunito il consiglio di amministrazione. Ma solo per l’integrazione con Mediobanca, senza che, al di là degli impedimenti imposti dalla passivity rule, emergesse un progetto capace di contrastare l’avanzata del gruppo guidato da Carlo Messina. Anche Banco Bpm, che nelle prime ore del risiko aveva manifestato la volontà di costruire un polo alternativo insieme a Siena, è rimasto fermo ai blocchi di partenza. Nel frattempo è successo l’esatto contrario di quello che avrebbe rafforzato il fronte opposto a Intesa: Crédit Agricole ha aumentato ulteriormente la sua partecipazione in Banco Bpm fino al 29%. Prima di qualunque iniziativa l’amministratore delegato della banca milanese Giuseppe Castagna dovrà ottenere il via libera di un socio ingombrante e anche del governo italiano. Difficile pensare ad un polo bancario fra Mps e Banco-Bpm a guida francese. Ma è soprattutto sul fronte dell’azionariato di Mps che le difese appaiono fragili.
Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che possiede il 17,5% del gruppo senese ed è l’azionista di maggior peso nel determinare negli equilibri del risiko, è oggi paralizzata dai problemi interni. Il riassetto immaginato da Leonardo Maria Del Vecchio si è fermato davanti ai contrasti familiari e ai dubbi del consiglio della holding.
A quattro anni dalla scomparsa del fondatore la lite in famiglia appare ancora lontana da una ricomposizione. Il consiglio di amministrazione ha bocciato la lettera di patronage che avrebbe consentito alle banche di finanziare per 11 miliardi il progetto con cui Leonardo Maria puntava ad acquistare le quote di Luca e Paola, conquistando la maggioranza relativa di Delfin. Un voto che certifica la spaccatura e rimanda ogni decisione all’assemblea convocata per il 30 giugno.
Non basta. All’ordine del giorno compare anche una novità che fotografa meglio di tante parole il clima che si respira nella holding: la nomina di tre commissari per l’audit, una figura prevista dallo statuto ma mai attivata finora, con funzioni che ricordano da vicino un collegio sindacale. Quando una cassaforte decide di rafforzare i controllori interni significa che, prima ancora di guardare fuori, sente il bisogno di fare ordine dentro casa.
Come se non bastasse, il Corriere della Sera ha acceso i riflettori anche sulla posizione finanziaria di Leonardo Maria. Secondo quanto riportato dal quotidiano e confermato da fonti finanziarie, tra prestiti personali, finanziamenti alle società e altre esposizioni, l’indebitamento complessivo supera gli 1,3 miliardi. Un elemento che aiuta a spiegare perché il progetto di riassetto si sia progressivamente inceppato, complice anche il calo delle quotazioni di EssilorLuxottica, che ha fatto venir meno i parametri richiesti dalle banche.
Così il paradosso è servito. Mentre Intesa corre e Unipol prepara il carburante finanziario per accompagnarla al traguardo, chi avrebbe potuto organizzare la resistenza è impegnato a risolvere partite interne. Difficile così costruire barricate.
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Tra le vittime anche una donna siciliana. Atterrata a Maracay la squadra italiana per gli aiuti. Stanziati da Roma i primi 5 milioni di euro. Dagli Usa 250 soccorritori.
Francesca Mannina è la quarta vittima italovenezuelana deceduta nel sisma che ha colpito la nazione sudamericana. La donna di 42 anni, originaria della provincia di Palermo, è rimasta intrappolata nel crollo della propria abitazione, mentre cercava di scappare.
Il marito, Roberto Santilli, è invece riuscito a mettersi in salvo e ora si trova ricoverato in stato di shock. A dare la notizia della morte è stata la famiglia che ha postato sui social un messaggio dello zio e del fratello, quando la donna risultava ancora fra i dispersi. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha precisato che ci sono anche quattro feriti e circa 42 dispersi con cittadinanza italiana.
Intanto il Venezuela continua a tremare e una nuova scossa di terremoto di magnitudo 4.9 è stata registrata nel centro del Paese, a una quarantina di chilometri da Maracay nello Stato di Aragua. Il numero dei dispersi ha già superato le 50.000 unità, mentre i morti al momento sono 1.430 compresi diversi cittadini stranieri, tra cui molti portoghesi e spagnoli. Il conteggio attuale riporta 28 cittadini portoghesi, cinque spagnoli, tre brasiliani, e sette cinesi che lavoravano nei cantieri della capitale.
L’Italia è in prima linea per aiutare Caracas e sono già stanziati 5 milioni di euro che arriveranno subito a 10: 3 milioni sono destinati a organizzazioni della società civile italiane attive in Venezuela, mentre è in volo il secondo aereo di aiuti decollato da Pratica di mare con destinazione il Paese sudamericano. Il primo volo è atterrato all’aeroporto militare El Libertador, a Maracay con a bordo un team, formato da 97 persone tra soccorritori, sanitari, Vigili del fuoco e funzionari dell’Unita di crisi della Farnesina che ha come destinazione La Guaira, l’area delle operazioni di soccorso. Sono arrivati circa 1600 soccorritori da undici nazioni europee e sudamericane, ha raccontato il viceministro degli Esteri venezuelano Oliver Blanco, che prevede l’atterraggio di altri 25 voli di aiuti nelle prossime 24 ore. Israele ha mobilitato una missione di soccorso altamente professionale, formato da ex membri dell’Home front command per il recupero ed il salvataggio delle persone.
Gli Stati Uniti hanno riconfermato il loro totale sostegno al governo della presidente ad interim Delcy Rodriguez dicendosi pronti a inviare squadre di soccorso di 250 persone, attrezzature specializzate, supporto per i rifugi temporanei e assistenza umanitaria alle famiglie colpite. La Rodriguez, raccolta dei fischi in una visita ai quartieri devastati, ha detto di aver ricevuto un messaggio dal premier Giorgia Meloni: rimasta molto colpita dalle immagini della tragedia, prova profondo dolore anche perché c’è una comunità italiana importante in Venezuela, Paese che aveva aperto le sue braccia a chi arrivava e ora l’Italia è commossa di fronte a questa situazione.
L’esecutivo di Caracas ha limitato gli accessi alla zone più colpite, mentre il generale della fanteria di marina degli Stati Uniti, Kevin J. Jarrard, ha incontrato il capo della Difesa del Venezuela, il generale Gustavo González López per coordinare le operazioni di assistenza umanitaria. Il dipartimento della Difesa e il dipartimento di Stato di Washington hanno dichiarato che stanno lavorando con gli alleati per aiutare il popolo venezuelano.
Gli ospedali di Caracas sono però al collasso e i servizi funebri paralizzati con i parenti che sono costretti a trasportare i cadaveri personalmente all’obitorio. Arrivano però anche storie di speranza come quella di un neonato di appena 18 giorni estratto incolume dalle macerie di un edificio dopo 32 ore o quella della quindicenne Camila Sofía Medina Rivas e la sua cagnolina Chanel salvate dopo più di 50 ore, mentre una donna è riuscita a partorire senza energia elettrica con l’aiuto di un gruppo di soccorritori provenienti da El Salvador.
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Roberto Speranza (Ansa)
Il tribunale di Rimini impone a dicastero della Salute e Aifa di indennizzare un uomo reso cardiopatico dal vaccino a mRna: «Prima dell’iniezione era sano».
Ancora una volta una sentenza mette in discussione i dogmi della scienza sugli effetti collaterali causati dai vaccini contro il Covid.
Stavolta a farlo è un giudice del Tribunale del lavoro di Rimini, Luciano Ardigò, che ha condannato, in base alla legge 210 del 1992 per i danni irreversibili da vaccinazione il ministero della Salute e l’Aifa a pagare un ingente indennizzo mensile a un cinquantunenne della provincia romagnola, affetto da una grave cardiopatia a seguito della terza dose di vaccino a mRna. La vittima degli effetti avversi avrà diritto a un vitalizio di circa 12.000 euro l’anno, ai quali si aggiungono 20.000 euro una tantum di risarcimento, più interessi e spese legali. La vaccinazione era obbligatoria, per il tribunale di Rimini questo rende un diritto accedere agli indennizzi di legge.
L’uomo, che nella vita fa il magazziniere, si era sottoposto a tre vaccinazioni anti Covid, l’ultima il 20 gennaio 2022. Dopo la terza dose, secondo quanto emerso del processo, il cinquantunenne aveva riferito «reazioni parestesiche agli arti inferiori», che si erano però risolte spontaneamente e senza danni permanenti. Secondo quanto stabilito dalla sentenza, però, quei primi sintomi erano solo l’inizio di un qualcosa di molto più grave.
Il 22 giugno 2022, cinque mesi dopo l’ultima dose di vaccino, l’uomo era poi stati colpito da un arresto cardiaco, con fibrillazione ventricolare trattata sul posto dai soccorritori del 118 con manovre rianimatorie e poi durante un ricovero ospedaliero, durante il quale i medici avevano individuato una «cardiomiopatia dilatativa», che aveva reso necessario l’impianto di un defibrillatore sottocutaneo.
Successivamente le analisi genetiche disposte durante il procedimento non hanno identificato varianti patogene o probabilmente patogene.
Tanto che, per il perito nominato dal Tribunale del Lavoro di Rimini non ci sono dubbi: sussiste una «probabilità apprezzabile» che il vaccino a mRna abbia causato una miocardite asintomatica, evoluta poi in cardiomiopatia dilatativa. Le indagini hanno escluso cause genetiche o tossiche preesistenti: l’uomo, infatti, era in perfetta salute prima dell’inoculazione. Il giudice ha così condannato il ministero della Salute e l’Agenzia italiana del farmaco.
Nella sua sentenza Ardigò scrive: «L’anamnesi familiare e patologica remota non segnalavano patologie degne di nota. La situazione attuale è caratterizzata dalla costanza di terapia medica e controlli; ha ripreso l’attività lavorativa con riferita prescrizione di limitazioni».
L’arresto cardiaco si è dunque verificato in un soggetto sottoposto a triplice dose di vaccinazione anti Covid, con vaccini a mRna: per il tribunale di Rimini la letteratura scientifica ha riportato che questi vaccini possono determinare reazioni avverse a livello cardiaco, tra cui la appunto la miocardite, «seppure con rischio inferiore a quello di contrarre la stessa patologia dopo l’infezione dal Covid».
Nelle motivazioni della sentenza, il giudice ha poi sottolineato che «sussiste correlazione patogenetica tra il danno miocarditico correlato all’attività del vaccino mRna, apprezzabile sulla base delle risultanze della diagnostica per immagini anche in assenza di un dato clinico o immunoistologico, e la successiva evoluzione in cardiomiopatia evolutiva manifestatasi con l’episodio aritmico raggiunge il grado di una probabilità apprezzabile».
Oltre a stabilire il risarcimento, il pronunciamento del Tribunale, avvenuto a maggio ma reso noto solo nei giorni scorsi, pone l’accento sulla sorveglianza dei vaccini a mRna, confermando - come riportato anche nei rapporti Aifa citati in aula - la possibilità di reazioni avverse a livello cardiaco.
L’avvocato Luca Ventaloro del Foro di Rimini, difensore del cinquantunenne ha ricordato così alla testa online La Nuova Bussola Quotidiana il drammatico malore che colpì il suo cliente: «Anche la stampa locale se ne occupò perché il mio assistito - che prima del vaccino era completamente sano come ha accertato anche il Cto del giudice - venne colto da infarto mentre era alla guida della sua auto con la moglie. Andò a sbattere contro il muro di una chiesa e venne soccorso, sotto la statua di Santa Teresa di Bambin Gesù, da un’infermiera che prontamente si recò presso il vicino bar a prendere un defibrillatore a uso pubblico che era stato installato pochi giorni prima. Quell’intervento gli salvò la vita».
Adesso un altro intervento, quello di un giudice, gli ha riconosciuto il danno subito.
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Un vecchio adagio pantesco recita: «Dentro a ogni contadino c’è l’animo di un pescatore». Una verità che si trova nelle ricette.
Quando si decide di approfondire oltre quanto ha reso onore all’isola del vento, ovvero il suo zibibbo e i capperi, è una serie di scoperte che manco in terraferma. Un vecchio mantra recita che «qui a Pantelleria dentro ogni contadino c’è l’animo di un pescatore, anche se c’è sempre tempo, dopo il lavoro nei campi, per una bella pescata».
Ci accompagna in questo viaggio la penna al dente di Silvio Palazzolo, un palermitano che ha scelto Pantelleria per amore, cuoco di professione che, a La Risacca, è pronto a girare per i tavoli aggiungendo come contorno ai piatti le varie storie che li accompagnano, come si può intuire dal suo bel libro Sapori di Pantelleria, un tuffo tra mare, terra e tradizione. Si parte con i capperi che, grazie al terreno vulcanico e al clima estremo, molto vento e poca acqua, sono dotati di caratteristiche che li rendono unici, ricchi di glucocapparina, un principio attivo che dona loro un profumo molto forte e un sapore aromatico e sapido. È l’unico cappero nazionale a fregiarsi del prestigioso marchio Igp europeo sin dal 1996. Va raccolto all’alba, prima che il suo bocciolo si apra ai raggi del sole. Maestranze dedicate che, spesso, coinvolgono l’intero nucleo familiare, facilmente identificabili, lungo i terrazzamenti, per gli ampi cappelli che li proteggono dal vento e dal Sole. Un tempo erano abbinati a feconde proprietà afrodisiache. Eclettici secondo il rinascimentale Panunto, al secolo Domenico Romoli, che li vedeva prodotti efficaci a combattere la malinconia. Nella farmacopea domestica dell’isola del vento, sono efficaci quali diuretici e depurativi nell’aiutare a mantenere salda la lavorazione nei campi lungo tutta la stagione. Lavorati in salamoia non vanno cotti, casomai aggiunti al termine della preparazione dei vari piatti in cui si mettono in gioco. Per chi fosse curioso di saperne di più, ecco il Museo del cappero, nei pressi del Lago di Venere (un gemellaggio che la dice lunga) voluto dall’emiliano Gabriele Lasagni che ha scelto Pantelleria quale patria adottiva. Nel suo capperificio Bonomo e Giglio, all’interno di un vecchio dammuso, varie sale raccontano le diverse storie che accompagnano il cappero pantesco. Vi è quella espositiva, quella fotografica, indispensabile per capire la storia e tradizione che accompagna questa coltivazione, e non può mancare l’esperienza sensoriale che affianca a quelli locali anche capperi di altri territori.
Capperi eclettici in cucina. Di maggior pregio i più piccoli, sodi, generalmente gustati crudi in insalata, mentre i più grandi, morbidi, spesso sbriciolati, si possono trovare a dare sostanza a sughi, salse, patè. Un esempio è l’ammogghiu, il pesto pantesco. Un intrigante battuto dal colore rosso dovuto all’ingrediente principale, il pomodorino locale, abbinato a capperi, foglie di basilico, prezzemolo, mandorle, un pizzico d’aglio, il tocco malandrino del peperoncino rosso. Se sapientemente preparato con l’uso del pestello nel mortaio, «dona un sapore specifico a molte varietà di piatti». Tradizione ben radicata è la «pasta cu pistu e pisci chi sarmenti», la pasta con il pesto e il pesce arrostito con i tralci di vite, uno degli abbinamenti più classici dell’isola. Proseguendo di tradizione non possono mancare i ravioli amari, una sorta di ossimoro goloso per contrapporli ai ravioli dolci (un riuscito mix di ricotta, uova, zucchero e scaglie di cioccolato). «Sono un viaggio nel viaggio che inizia con un inganno». Amari solo di nome, in quanto farciti di tumma (la ricotta locale) e menta. L’abbinamento classico è con il ragù di maiale. Sono considerati il piatto più iconico di Pantelleria, tanto che «la costruzione di un dammuso va avanti a forza di ravioli», considerato il premio meritato ai reduci delle battaglie edilizie sotto il solleone.
Altra identità pantesca è il cous cous, con un tocco originale che lo differenzia da quelli arabi o siciliani. Qua la differenza la fanno il brodo di pesce, generalmente scorfano o cernia, e il soffritto di ortaggi. Tradizione vuole che sia frutto di una contaminazione di lavoranti panteschi stagionali emigrati in Tunisia che poi hanno saputo riadattare a livello locale quanto scoperto nella terra ospite. Strategico l’uso della cucscussera una pentola di terracotta dedicata simile a uno scolapasta, il cui fondo va a sovrapporsi ermeticamente a una pentola di terracotta. Pur se la pesca non è mai stata l’attività principale dei contadini isolani, va ricordata la verdesca, un piccolo squalo che, una volta catturato, veniva portato su di un carretto lungo le diverse contrade per essere poi tranciato e venduto. Così come la cernia, «che è come il maiale e di cui non si butta via niente», neanche nel folklore locale, tanto che, se qualcuno lo si era visto «prendere una cernia», lo si intendeva in preda ai fumi di Bacco. Tornando a terra, immancabile è il maialino domestico, che non mancava in ogni casa, pardon, dammuso, con residence dedicato, il «zaccanu du purceddu». Al suo sacrificio finale si dedicava tutta la famiglia. Gli uomini a sezionarlo nelle sue piccole meraviglie, le donne poi a cuocerlo a dovere. A festeggiare la mattanza domestica immancabile il sanguinaccio, un sapiente mix di latte, amido e zucchero, impreziosito, da chi poteva permetterselo, con caffè e cioccolato. Una nota particolare per la salsiccia. Una volta spezzetta mascolinamente in vari pezzi e mixata amorevolmente con semi di finocchio e vino bianco, il tocco finale, quello di inserire pazientemente il tutto nel budello, era mansione dedicata delle donne anziane, di lunga esperienza. Quanto al resto, zampe e orecchie usate per dare sapore ai minestroni, mentre lo strutto era messo da parte per essere poi utilizzato nella concia di biscotti e mustazzoli. Il classico dolce natalizio in cui ancora una volta protagonista il gioco di squadra.
Mentre mani di mamma confezionavano la sfoglia farcita di miele zucchero e spezie, questa era stata preparata una settimana prima dalla forza maschile nel mescolare il tutto con un mattarello dentro il pentolone sul focolare. E, a proposito di tradizioni familiari, non possono mancare quelle che fanno da base all’unione di una comunità. Al pranzo di nozze ecco il brodo di gallina e il sugo di polpettine con gli ziti, la pasta locale. A seguire il gallo con un terragno ripieno di salsiccia di maiale, formaggio grattugiato, mollica di pane e mandorle. Immancabili mustazzoli per i brindisi finali. Un matrimonio è felice quando, alla coppia, segue meritata figliolanza e anche qui la tradizione detta le regole. Al momento del parto alla mamma veniva offerto un brodo di gallo, utile stimolatore alla necessaria montata lattea, mente il papà mangiava il collo del gallo, messaggio neanche tanto subliminale al neonato perché tenesse dritta la testa sul collo davanti alle inevitabili sfide che avrebbe affrontato via via crescendo.
I giorni di festa non possono cancellare quelli di lutto. Nelle famiglie colpite non si cuoceva nulla. Solidarietà voleva che le pietanze calde venissero portate da vicini e parenti, ovvero un brodo con polpettine, così come pasta con sugo. Anche sul lieto fine a Pantelleria non ci si è mai negati nulla, con un’antologia golosa che accompagna tutto il calendario. Originali gli sfinci di San Martino, sorta di frittelle di patate e farina ripiene di ricotta condita con zucchero e pezzetti di cioccolato, anche se il dolce bandiera di Pantelleria sono i baci. Non quelli cioccolatosi dal Dna perugino, ma croccanti cialde fritte farcite di ricotta dolce, come scorzette di limone o pezzetti di cioccolato. Modellate con uno stampo metallico di varia fatta, di cui ogni famiglia orgogliosa custode. «Sembrano un pizzo fatto a mano, accoppiate come in un bacio per racchiudere la sua crema». Talmente radicato nella tradizione che a ogni giovane sposa se ne faceva omaggio per un futuro felice e goloso.
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